MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO ALLA CONFERENZA DELL’ONU FINALIZZATA A NEGOZIARE UNO STRUMENTO GIURIDICAMENTE VINCOLANTE SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI,

[New York, 27-31 marzo 2017]
 
A Sua Eccellenza la Signora Elayne Whyte Gómez Presidente della Conferenza delle Nazioni Unite finalizzata a negoziare uno strumento legalmente vincolante per proibire le armi nucleari, che conduca verso la loro totale eliminazione
Saluto cordialmente Lei, Signora Presidente, e tutti i rappresentanti delle varie Nazioni, Organizzazioni Internazionali e società civile che partecipano a questa Conferenza. Desidero incoraggiarvi a lavorare con determinazione per promuovere le condizioni necessarie per un mondo senza armi nucleari.
Il 25 settembre 2015, di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ho sottolineato che il Preambolo e il primo articolo della Carta delle Nazioni Unite indicano quali fondamenta della costruzione giuridica internazionale: la pace, la soluzione pacifica delle controversie e lo sviluppo delle relazioni amichevoli tra le nazioni. Un’etica e un diritto basati sulla minaccia della distruzione reciproca – e potenzialmente di tutta l’umanità – sono contraddittori con lo spirito stesso delle Nazioni Unite. Dobbiamo dunque impegnarsi per un mondo senza armi nucleari, applicando pienamente il Trattato di non proliferazione, nella lettera e nello spirito (cfr. Discorso ai membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2015).
Ma perché porsi questo impegnativo e lungimirante obiettivo nell’attuale scenario internazionale caratterizzato da un clima instabile di conflittualità, che è sia causa che indicazione delle difficoltà che si riscontrano nel promuovere e rafforzare il processo di disarmo e di non proliferazione nucleari?
Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza con le loro molteplici dimensioni in questo mondo multipolare del XXI secolo, come, ad esempio, il terrorismo, i conflitti asimmetrici, la sicurezza informatica, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide. Siffatte preoccupazioni assumono ancor più consistenza quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio. Simile motivo di preoccupazione emerge di fronte allo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, così come la lotta alla povertà e l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Dobbiamo anche chiederci quanto sia sostenibile un equilibro basato sulla paura, quando esso tende di fatto ad aumentare la paura e a minare le relazioni di fiducia fra i popoli.
La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento, sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere.
La pace deve essere costruita sulla giustizia, sullo sviluppo umano integrale, sul rispetto dei diritti umani fondamentali, sulla custodia del creato, sulla partecipazione di tutti alla vita pubblica, sulla fiducia fra i popoli, sulla promozione di istituzioni pacifiche, sull’accesso all’educazione e alla salute, sul dialogo e sulla solidarietà.
In questa prospettiva, abbiamo bisogno di andare oltre la deterrenza nucleare: la comunità internazionale è chiamata ad adottare strategie lungimiranti per promuovere l’obiettivo della pace e della stabilità ed evitare approcci miopi ai problemi di sicurezza nazionale e internazionale.
In tale contesto, l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario. Un approccio concreto dovrebbe promuovere una riflessione su un’etica della pace e della sicurezza cooperativa multilaterale che vada al di là della “paura” e dell’“isolazionismo” che prevale oggi in numerosi dibattiti. Il conseguimento di un mondo senza armi nucleari richiede processi di lungo periodo, basati sulla consapevolezza che “tutto è connesso”, in un’ottica di ecologia integrale (cfr. Laudato si’, 117, 138). Il destino condiviso dell’umanità richiede di rafforzare, con realismo, il dialogo e costruire e consolidare meccanismi di fiducia e di cooperazione, capaci di creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari.
La crescente interdipendenza e la globalizzazione significano che qualunque risposta diamo alla minaccia delle armi nucleari, essa debba essere collettiva e concertata, basata sulla fiducia reciproca. Quest’ultima può essere costruita solo attraverso un dialogo che sia sinceramente orientato verso il bene comune e non verso la tutela di interessi velati o particolari; questo dialogo dovrebbe essere il più inclusivo possibile di tutti: Stati nucleari, Paesi non possessori di armi nucleari, settore militare e quello privato, comunità religiose, società civile, Organizzazioni internazionali. In questo sforzo dobbiamo evitare quelle forme di recriminazione reciproca e di polarizzazione che intralciano il dialogo invece di incoraggiarlo. L’umanità ha la capacità di lavorare insieme per costruire la nostra casa comune; abbiamo la libertà, l’intelligenza e la capacità di guidare e dirigere la tecnologia, così come di limitare il nostro potere, e di metterli al servizio di un altro tipo di progresso: più umano, più sociale e più integrale (cfr. ibid., 13, 78, 112; Messaggio alla XXII sessione della Conferenza delle Parti alla Convenzione-Quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici (COP-22), 10 novembre 2016).
Questa Conferenza intende negoziare un Trattato ispirato da argomenti etici e morali.
Si tratta di un esercizio di speranza e mi auguro che possa rappresentare anche un passo decisivo nel cammino verso un mondo senza armi nucleari. Sebbene questo sia un obiettivo di lungo periodo estremamente complesso, non è al di fuori della nostra portata.
Signora Presidente, formulo i miei migliori auguri affinché i lavori di questa Conferenza possano essere proficui e diano un contributo efficace nell’avanzamento di quell’etica della pace e della sicurezza cooperativa multilaterale, di cui oggi l’umanità ha tanto bisogno. Su tutti i partecipanti a questo significativo incontro e su tutti i cittadini dei Paesi che rappresentate invoco la Benedizione dell’Onnipotente.

 

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Comunicato stampa di Pax Christi Italia sul trattato di non proliferazione delle armi nucleari

‘O l’umanità distruggerà gli armamenti o gli armamenti distruggeranno l’umanità’ Le Nazioni Unite per salvare la famiglia umana!. Oggi 27 marzo 2017 all’ONU iniziano i lavori per la scrittura e l’approvazione di un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari. Pax Christi International, http://www.paxchristi.net/ (da tempo attiva nell’ambito del disarmo nucleare e convenzionale, dopo il suo comunicato del 17 marzo scorso per la liberazione del mondo dalle armi nucleari in nome della dignità della persona umana), prenderà parte con una sua delegazione alle sedute delle Nazioni Unite che proseguiranno nei mesi di giugno e luglio. Il governo italiano ha votato contro l’apertura dei lavori nell’autunno 2016. Per questo motivo, Pax Christi Italia ha lavorato nei mesi scorsi affinché questa posizione cambiasse, come già espresso nell’appello congiunto dell’8 marzo, (http://www.paxchristi.it/?p=12713) firmato dal card. Montenegro, presidente della Caritas e da mons. Ricchiuti, presidente di Pax Christi: “Siano proibite e abolite le armi nucleari”. Mentre attendiamo fiduciosi che il parlamento italiano si esprima in proposito, Pax Christi Italia chiede ai propri aderenti e ai cittadini italiani di tenersi informati e di far sentire la loro voce presso ogni membro di istituzioni nazionali o locali. Persone, movimenti, parrocchie, diocesi, istituzioni devono prendere coscienza della grave situazione che il mondo sta vivendo e fare pressione perché l’Italia sia fedele alla sua Costituzione e si attenga agli obblighi sottoscritti aderendo al Trattato di non proliferazione e denuclearizzando il proprio territorio. Dopo la celebrazione del 60° anniversario dell’Unità europea è necessario che l’Europa sia coerente coi suoi Trattati fondativi e sappia valorizzare il premio Nobel per la pace che le è stato assegnato nel 2012. Siamo coscienti con papa Francesco che la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca sono contrarie al bene dell’umanità e all’etica di ogni civile convivenza. Ricordiamo, tra i molti, lo storico appello di Gandhi, rilanciato da Albert Einstein, a eliminare le armi nucleari perché queste non eliminino l’umanità intera. Pax Christi Italia Firenze, 27 marzo 2017 _______________ Contatti: Segreteria Nazionale di Pax Christi: 055/2020375 info@paxchristi.it Coordinatore Nazionale di Pax Christi: d. Renato Sacco 348/3035658 drenato@tin.it

Sabato 1 aprile -lettura biblica in comunità

SABATO 1 APRILE

LA  COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA  ORE 18,30

PER LETTURA BIBLICA

LEGGEREMO INSIEME IL SECONDO CAPITOLO DEGLI

ATTI DEGLI APOSTOLI

 

La Pentecoste

1 Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
5Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». 12Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?». 13Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce».

Discorso di Pietro il giorno di Pentecoste

14Allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti abitanti di Gerusalemme, vi sia noto questo e fate attenzione alle mie parole. 15Questi uomini non sono ubriachi, come voi supponete: sono infatti le nove del mattino;16accade invece quello che fu detto per mezzo del profeta Gioele:

17Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
su tutti effonderò il mio Spirito;
i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno sogni.
18E anche sui miei servi e sulle mie serve
in quei giorni effonderò il mio Spirito
ed essi profeteranno.

19Farò prodigilassùnel cielo
esegni quaggiùsulla terra,
sangue, fuoco e nuvole di fumo.
20Il sole si muterà in tenebra
e la luna in sangue,
prima che giunga il giorno del Signore,
giorno grande e glorioso.
21E avverrà:

chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

22Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, 23consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. 24Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. 25Dice infatti Davide a suo riguardo:

Contemplavo sempre il Signore innanzi a me;
egli sta alla mia destra, perché io non vacilli.
26Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua,
e anche la mia carne riposerà nella speranza,
27perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi
né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione.
28Mi hai fatto conoscere le vie della vita,
mi colmerai di gioia con la tua presenza.


29Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. 30Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, 31previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione.

32Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. 33Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. 34Davide infatti non salì al cielo; tuttavia egli dice:

Disse il Signore al mio Signore:
siedi alla mia destra,
35finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello dei tuoi piedi.

36Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

37All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».38E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. 39Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». 40Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». 41Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

I primi cristiani

42Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. 43Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; 45vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, 47lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

IN MATTINATA MOLTI DELLA COMUNITA’ PARTECIPERANNO ALLA VISITA DELLA REGGIA DI CARDITELLO ORGANIZZATA DAL “CAFFE’ LETTERARIO” DI SCAMPIA

APPUNTAMENTO PER I PARTECIPANTI ORE 10,30 DAVANTI ALLA RETTORIA DI SCAMPIA

Il primo verbale di polizia dopo l’ordinanza del sindaco pd che vieta di distribuire alimenti ai migranti

di PIETRO BARABINO 24 marzo 2017

Il verbale di polizia Sul verbale della Polizia di Stato, commissariato di Ventimiglia, si legge: “Indagato per aver somministrato senza autorizzazione cibo ai migranti”. È datato 20 marzo ed è il primo provvedimento di cui si ha notizia, in seguito all’ordinanza dell’11 agosto 2016, con la quale il sindaco della città di confine con la Francia, Enrico Ioculano (Pd), vieta la distribuzione di alimenti ai migranti. I denunciati in realtà sarebbero stati tre, tutti di cittadinanza francese. «Siamo di fronte al capovolgimento di ogni logica. Utilizzare il diritto per colpire e punire episodi di solidarietà non può avere e trovare alcuna giustificazione», dice il presidente di Antigone Patrizio Gonnella. Uno dei fermati si è rifiutato di firmare la denuncia perché nessuno era in grado di tradurre il documento e i contenuti in francese. Dura condanna anche da parte di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia: “Questa sanzione non è che l’ennesimo segnale dell’avvio, anche in Italia, di un allarmante processo di criminalizzazione della solidarietà. Iniziano a moltiplicarsi i provvedimenti amministrativi e giudiziari, in varie parti d’Italia, ma soprattutto in liguria, che rischiano di avere un effetto raggelante nei confronti di chi intende manifestare solidarietà nel modo più pratico e semplice possibile, con l’effetto paradossale di andare a colpire persone e associazioni che si assumono la responsabilità di colmare le gravi lacune lasciate dalle istituzioni”. L’ordinanza del primo cittadino di Ventimiglia, Enrico Ioculano, era nata adducendo motivi Ventimiglia, denunciato per aver dato da mangiare ai migranti – Repubb… http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/03/24/news/ventimiglia_inda… 1 di 3 25/03/2017 15:18 di ordine igienico-sanitario. Lo stesso sindaco, in seguito, aveva spiegato che in molti volevano “farsi pubblicità” offrendo solidarietà di questo tipo ai migranti e quindi lo scopo del suo provvedimento era fermarne il “protagonismo”, dal momento che associazioni autorizzate svolgevano già il servizio di distribuzione di alimenti. Ma “l’ordinanza è inattuale – commenta l’avvocato Alessandra Ballerini, che a Ventimiglia collabora con Caritas e Terres des Hommes – perché fa riferimento a ragioni igienicosanitarie correlate alle ‘temperature medie della stagione estiva’ e si basa inoltre su una situazione diversa, ovvero quella di agosto, quando a Ventimiglia il centro predisposto dalla Prefettura e gestito dalla Croce Rossa Italiana era aperto a tutti, mentre oggi l’accesso è vincolato alla disponibilità, da parte dei migranti, di lasciarsi identificare e avviare la richiesta di asilo. L’articolo 2 della Costituzione italiana – aggiunge l’avvocato – impone il dovere della solidarietà, non capisco come si possa legittimamente vietare di dare cibo e acqua a chi si trova in condizioni di bisogno” . Per questo, ogni giorno a Ventimiglia, nel tardo pomeriggio, dai paesi francesi della Val Roja, arriva un’automobile piena di panini, acqua e tè che vengono distribuiti a decine di migranti che vagano in attesa di provare a fare il grande salto verso la Francia: non facile, perché la frontiera di fatto è chiusa. Se gli arrivi sono costanti, il numero dei migranti che dormono in strada è aumentato nelle ultime settimane da quando, al Centro gestito dalla Croce Rossa al Parco Roja, è presente posto di polizia che identifica i migranti attraverso le impronte digitali e quindi li avvia al ricollocamento in altri centri in Italia. Per questo, dal momento che chi è arrivato fino a Ventimiglia con l’intenzione di passare la frontiera con la Francia non ha alcuna intenzione di essere trasferito in altre parti d’Italia, da settimane molti migranti si tengono lontani dal campo governativo. Per mangiare, chi dorme in strada può ora rivolgersi solamente presso la Caritas e il campo totalmente autofinanziato “Ventimiglia Con-Fine Solidale” presso la Chiesa di Sant’Antonio. Ma non essendo possibile sfamare tutti, sono gli stessi volontari “autorizzati” a dichiarare che il servizio svolto ogni sera dai cittadini francesi, che distribuiscono un centinaio di pasti in strada, si rivela essenziale. Nel verbale di identificazione, consegnato al cittadino francese, si legge che “verrà segnalato in stato di libertà alle competenze dell’autorità giudiziaria in quanto indagato per aver somministrato senza autorizzazione cibo ai migranti, art. 650 c.p. contravvenendo ad un’ordinanza del Sindaco di Ventimiglia”. Torna attuale il commento del Vescovo di Ventimiglia Antonio Suetta, che all’entrata in vigore dell’ordinanza che avrebbe impedito la distribuzione diretta da parte di volontari e attivisti di cibo a acqua ai migranti, aveva dichiarato: “L’accanimento su chi aiuta è una forma moderna di martirio, ma non bisogna aver paura e bisogna andare avanti: la storia dell’umanità è fatta di persone che , pagando sulla propria pelle, hanno sfidato delle leggi ingiuste, e se quelle persone non avessero fatto questi passi coraggiosi noi oggi non potremmo godere di certe libertà che hanno reso migliore la nostra società.” Contattato l’avvocato d’ufficio del foro di Imperia indicato nel verbale, riferisce di non aver ancora ricevuto la notifica dall’autorità giudiziaria.”Sono tappe decisive del nostro paese verso la barbarie” commenta in serata il deputato di Sinistra Italiana Giovanni Paglia, che annuncia l’intenzione di depositare un’interrogazione al Ministro dell’Interno Minniti sull’ordinanza di Ventimiglia. “Multare chi dà da mangiare ai migranti è incredibile. Dalla guerra alla povertà alla guerra ai poveri.” aggiunge, sempre per Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni.

37 ANNI FA VENIVA ASSASSINATO OSCAR ROMERO , FRANCESCO LO RICORDA

Parlando di Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso il 24 marzo 1980 da un cecchino degli squadroni della morte mentre stava celebrando la messa, il Papa dice che il martire «non è qualcuno relegato nel passato, una bella immagine che adorna le nostre chiese e ricordiamo con nostalgia». Io ho pensato immediatamente a Don Peppe Diana, ma anche a Giancarlo Siani.

E continua: «Il martirio di monsignor Romero non fu solo nel momento della sua morte, ma iniziò con le sofferenze per le persecuzioni precedenti alla sua morte e continuò anche posteriormente, perché non bastava che fosse morto: fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato». Il Papa aggiunge: «Solo Dio conosce la storia della persona. E vede se la stanno lapidando con la pietra più dura che esiste nel mondo: la lingua».

ALLA CULTURA DELLA VIOLENZA OPPONIAMO LA CULTURA DELLA PACE

Leonardo Boff*

Il mio sentimento del mondo mi dice che viviamo all’interno di una violenza mondiale sistemica. Troppo lungo enumerare tutti i tipi di violenza, che però è così globalizzata, che il vescovo di Roma, il papa Francesco ha affermato per tre volte, che siamo dentro a una terza guerra mondiale. Non è impossibile che una nuova guerra fredda tra USA, Russia e Cina finisca per scatenare un conflitto nucleare.

Se si verifica questa tragica eventualità, sarà la fine del sistema vita e della specie umana. Questo stato di permanente belligeranza deriva dalla logica del paradigma civilizzatore affermatosi lentamente per secoli fino, ad arrivare alla forma parossistica dei nostri giorni: l’illusione che l’essere umano sia un “piccolo dio” che si colloca al di sopra delle cose per dominarle e accumulare benefici a costo di danneggiare la natura e intere popolazioni. Abbiamo perso la nozione di appartenenza alla terra e che siamo parte della natura. Tale coscienza ci porterebbe a una confraternizzazione con tutti gli esseri di questo magnifico pianeta.

Urge un nuovo rapporto con la natura e con la Terra, rapporto fatto di sinergia, rispetto, convivenza, attenzioni e senso di responsabilità collettiva.

Questa relazione conviviale è sempre stata viva in tutte le culture dell’Occidente e dell’Oriente, specialmente tra i nostri popoli nativi, che nutrono un profondo rispetto verso la Terra.

Nella nostra cultura abbiamo la figura emblematica di San Francesco di Assisi aggiornata dal vescovo di Roma Francesco, nella sua enciclica Laudato si: cura della Casa Comune. Proclama il poverello di Assisi “Santo Patrono di tutti coloro che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia…Per Francesco, qualsiasi creatura era sorella unita a lui con vincoli di amore. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto quello che esiste”(n.10 e 11). Con un certo humor ricorda che “Francesco chiedeva che in convento si lasciasse sempre una parte dell’orto dedicata alle piante selvatiche (n.12), perché anch’esse, a modo loro, lodano Dio.

Questo atteggiamento di tenerezza lo conduceva a spostare, durante le passeggiate, eventuali lombrichi che rischiavano di essere schiacciati lungo il sentiero.

Per San Francesco tutti gli esseri sono animati e personalizzati. Per intuizione spirituale scoperse quello che noi sappiamo oggi per via scientifica (Crick e Dowson, quelli che hanno decifrato il DNA) che tutti noi viventi siamo parenti, cugini, fratelli e sorelle: il sole, la luna, il, lupo di Gubbio perfino la morte. Questa visione supera la cultura della violenza e inaugura la cultura dell’amore e della pace.

San Francesco realizzò pienamente la splendida definizione che la Carta della Terra ha trovato per la pace: “E’ quella pienezza creata da relazioni corrette con se stessi, con le altre persone, altre culture, altre vite, con la Terra, con il Tutto più grande di cui siamo parte”(n.16).

Il papa Francesco pare aver realizzato le condizioni per la pace come predica dappertutto e personalmente dimostra. Ha espresso emotivamente un pensiero che sempre ritorna nell’enciclica: “Tutto sta in relazione, e tutti noi esseri umani camminiamo uniti, fratelli e sorelle in un meraviglioso cammino, abbracciati nell’amore che Dio ha per le sue creature e che ci unisce pure con sentimenti di tenero affetto al fratello Sole, alla sorella Luna, al fratello fiume, e alla Madre Terra” (n.92).

Altrove ha trovato la seguente formulazione, ora critica: “E’ necessario risvegliare la coscienza che siamo un’unica famiglia umana. Non ci sono frontiere né barriere politiche o sociali che permettano di isolarsi e perciò stesso, è proprio per questo non c’è spazio per globalizzare l’indifferenza (n.52).

Da questo atteggiamento di totale apertura, che tutti abbraccia e nessuno viene escluso è nata una pace imperturbabile, senza paura né minacce, pace di coloro che si sentono sempre in casa con genitori, fratelli, sorelle con tutte le creature.

Invece di violenza, pone i fondamenti della cultura della pace: amore, capacità di sopportare le contraddizioni, perdono, misericordia e riconciliazione al di là di ogni presupposto e esigenza previa.

Quando l’enciclica abborda il problema della pace, il vescovo di Roma, Francesco, ripete quello che Gandhi e altri avevano già detto: “La pace non è assenza di guerra. La pace interiore delle persone ha molto a che vedere con la cura, con l’ecologia e il bene comune, perché quando è vissuta autenticamente riflette un equilibrato stile di vita, alleato alla capacità di ammirazione che porta alla profondità della vita, la natura è piena di parole e di amore (n.225). In un altro passo afferma: “La gratuità ci conduce ad amare e accettare il vento, il sole, le nuvole, anche se non stanno sotto il nostro controllo. Così possiamo parlare di fratellanza universale” (n.228).

Con questa sua visione della pace e della gratuità, egli rappresenta un’altro modo di-essere- e-di-stare-nel-mondo-con gli altri, una alternativa al modo di essere della modernità che sta fuori e sopra gli altri non insieme con gli altri convivendo nella stessa Casa Comune.

La scoperta e l’esperienza vissuta di questa fratellanza cosmica ci aiuterà a uscire dalla crisi attuale, ci renderà l’innocenza perduta e ci farà venire la nostalgia del paradiso terrestre, i cui segni possiamo anticipare.

 

*Leonardo Boff è columnist del JB on line e ha scritto Francesco d’Assisi, Francesco di Roma. Una nuova primavera per la Chiesa, EMI 2014.

 

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

 

LA RELIGIONE COME FONTE DI UTOPIE SALVIFICHE

Leonardo Boff

Oggi predomina la convinzione che il fattore religioso è un dato di fondo utopico dell’essere umano. Dopo che l’ondata critica della religione fatta da Marx, Nietzsche, Freud e Popper si è placata, possiamo dire che i critici non sono stati abbastanza critici.

In fondo, tutti loro si sono affaticati su un equivoco. Hanno voluto collocare la religione dentro la ragione, il che è fonte di molti malintesi. Questi critici non si sono resi conto che il luogo della religione non sta nella ragione, anche se possiede una dimensione razionale, ma nell’intelligenza cordiale, nel sentimento oceanico, in quella sfera dell’umano dove emergono le utopie.

Bene diceva Blaise Pascal, matematico e filosofo, nel famoso frammento 277 dei suoi Pensées: “È il cuore che sente Dio, non la ragione”. Credere in Dio non è pensare Dio, ma sentire Dio a partire dalla totalità del nostro essere. La religione è la voce di una coscienza che si rifiuta di accettare il mondo così com’è, sim-bolico e dia-bolico. Essa si propone di trascenderlo, proiettando visioni di un nuovo cielo e di una nuova terra e di utopie che squarciano orizzonti ancora non intravisti.

L’antropologia in generale e specialmente la scuola psicanalitica di C. G. Jung vedono l’esperienza religiosa emergere dagli strati più profondi della psiche. Oggi sappiamo che la struttura più profonda dell’essere umano non è la ragione (logos,ratio), ma è l’emozione e il mondo degli affetti (pathos, eros, ethos).

La ricerca empirica di David Golemann con la sua Intelligenza emozionale (1984) è venuta a confermare una vasta tradizione filosofica che culmina con M. Meffessoli, MunizSodré e anche con me stesso (Direitos do coração, Paulus, 2016). Affermiamo che l’intelligenza è saturata di emozioni e di affetti. È nelle emozioni e negli affetti che si elabora l’universo dei valori, dell’etica, delle utopie e della religione.

È da questo sprofondo che emerge l’esperienza religiosa che soggiace a tutte le religioni istituzionalizzate. Secondo L. Wittgenstein, il fattore mistico e religioso nasce dalla capacità di estasiarsi dell’essere umano. “Estasiarsi non può essere espresso da una domanda. Per questo non esiste nessuna risposta” (Schriften 3, 1969, 68). Il fatto che il mondo esista è totalmente inesprimibile. Per questo fatto “non esiste linguaggio; ma questo inesprimibile si mostra; è il mistico” (Tractatus logico-philosophicus, 1962, 6,52). E continua Wittgenstein: “Il mistico non risiede nel come il mondo è, ma nel fatto che esiste” (Tractatus, 6, 44). “Anche se abbiamo risposto a ogni possibile questione scientifica, ci rendiamo conto che i nostri problemi vitali non sono stati nemmeno sfiorati” (Tractatus, 5, 52).

“Credere in Dio”, prosegue Wittgenstein, “è comprendere la questione del senso della vita. Credere in Dio è affermare che la vita ha senso. Su Dio che sta al di là di questo mondo non possiamo parlare e su quel che non possiamo dire, dobbiamo tacere” (Tractatus, 7).

Il limite della scienza è non avere niente su cui tacere. Le religioni, quando parlano, è sempre in forma simbolica, evocativa e coinvolgente. Infine, finiscono nel nobile silenzio di Budda oppure nell’uso del linguaggio dell’arte, della musica, della danza e del rito.

Oggi, stanchi per eccesso di razionalità, di materialismo e consumismo, stiamo assistendo al ritorno del religioso e del mistico. Poiché in questo si cela l’invisibile, che è parte del visibile e che può conferire una nuova speranza agli esseri umani.

Ricordiamo una frase del grande sociologo e pensatore, al termine della sua opera monumentale “Forme elementari della vita religiosa” (in portoghese 1996): “c’è qualcosa di eterno nella religione, destinato a sopravvivere a tutti i singoli particolari”, perché sopravvive ai tempi, vale l’affermazione di Ernst Bloch nei suoi famosi tre volumi “Il principio speranza”: “Dove c’è religione, lì c’è speranza”.

L’essenza del cristianesimo non risiede nell’affermare l’incarnazione di Dio. Anche altre religioni l’hanno fatto. Ma è affermare che la utopia (quello che non ha un posto) è diventato eutopia (un bel posto). In qualcuno non solo la morte è stata vinta, il che sarebbe già molto, ma è avvenuto qualcosa di più grande: tutte le virtualità nascoste nell’essere umano con la resurrezione sono esplose e implose. Gesù di Nazareth è l’Adamo ultimo nell’espressione di San Paolo (I Cor. 15, 45), l’uomo nascosto ora è stato rivelato. Ma questi è soltanto il primo tra molto fratelli e sorelle; anche l’umanità, la terra e perfino l’universo saranno trasfigurati per essere il corpo di Dio.

Pertanto il nostro futuro è la trasfigurazione dell’universo e di tutto quello che esso contiene, specialmente la vita umana e non la polvere cosmica. Forse questa è la nostra grande speranza, il nostro futuro assoluto.

 

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

 

NON SIAMO SOLI – VOCI CHE LEGGONO I SEGNI DEI TEMPI

Enrico Peyretti

Sarebbe ingratitudine dimenticare che non siamo soli, ma abbiamo padri, maestri, guide. In questo capannone, il “prefabbricato”, sento risuonare voci che ancora ci animano e incoraggiano: Michele Do, Umberto Vivarelli, David Turoldo, Raimon Panikkar, per dire solo alcuni “andati avanti”, ma a noi più presenti; voci che leggono i segni dei tempi, voci che pregano con la voce del cielo e della terra. Oggi in particolare ascoltiamo qualcosa di Ernesto Balducci.

Ri-cordare padri e maestri vuol dire non solo “tenere in cuore”, ma “riprendere il loro cuore”, perciò ritrovare, riascoltare, raccogliere il loro cuore intelligente, e intelligenza cordiale, che è, in Balducci come in Turoldo, “ragione-con-passione”, e “passione-con-ragione”; assumere il loro compito, nella misura delle nostre possibilità, nella situazione nuova.

Non si tratta di ripetere, ma di proseguire il lavoro che ci hanno consegnato: «fallo tu!». Un aneddoto su Balducci: gli chiesi di fare nelle ECP una storia delle lotte nonviolente. Mi disse: “Falla tu!”. Io non ero né sono in grado! Ma ho raccolto una bibliografia ampia “Difesa senza guerra”, da cui altri possono costruire una storia alternativa a quella delle potenze violente. Fare noi oggi.

Quali parole indicative di Balducci raccogliere fra le tante, quali scegliere?

Del suo libro “Francesco d’Assisi” mi scrisse (lettera del 4-12-89): «Sono convinto, senza narcisismo, che si tratti, nel suo genere, di un libro importante, per la nostra causa intra ed extraecclesiale»

Allora, forse, il legato di Balducci, politico, culturale ed ecclesiale, è un umanesimo spogliato.

Francescanamente spogliato 1) dalla violenza e 2) dalla superbia:

1) Un umanesimo spogliato dalla violenza (di cui vediamo almeno 4 tipi):

  1. violenza diretta (la legge delle armi),
  2. violenza strutturale (il sistema dell’ingiustizia, della relazione umana ridotta a mercato finanziario = oggi l’impero del denaro senza legge, che genera e nutre denaro, invece di nutrire la vita, e invece la divora),

+ 3. violenza culturale (la teoria della ineguaglianza),

+ 4. violenza fislosofia o metafisica:

= 1) nell’antropologia: la teoria della natura necessariamente egoista e violenta dell’uomo (Balducci lo chiama il “sofisma machiavellico”);

= 2) nella razionalità: la “ragione armata” dell’Occidente (Panikkar);

= 3) nella religione: la religione impegnata più sul male che sul bene, quindi una teologia violenta. Queste sono tre negatività fondative.

  1. Un umanesimo spogliato dalla superbia:

– superbia della potenza tecnologica e finanziaria, che domina la vita

– superbia del potere sacralizzato e dal sacro imperializzato (Costantino, editto del 313, anniversario l’anno prossimo)

– superbia dell’autosufficienza culturale e religiosa, che seleziona l’umanità

Umanesimo spogliato, perciò povero, di quella povertà-verità, che ci riconduce all’immagine originaria dell’uomo, ricomparsa in Cristo, «immagine visibile e trasparente dell’invisibile volto di Dio, immagine alta e pura del volto dell’uomo come lo ha sognato il cuore di Dio» (Credo, di Michele Do):

Di Balducci raccolgo ora tre parole: 1) Non sono che un uomo 2) La Chiesa è umanità 3) Dio viene nel diverso

1) Non sono che un uomo (Pietro in Atti 10, 26 a Cornelio, il pagano che vide un angelo)

«Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo». (Balducci, L’uomo planetario, Camunia 1985, p. 203 [ultime parole del libro])

Cioè: 1- non rinnega certo l’essere cristiano; lo riconduce all’essere umano, al diventare umano. Vangelo: “diventare (non “ritornare”!) bambini” = ritrovare le origini dell’uomo, la genuinità. Perché sorridiamo ai bambini, per strada? Perché riconosciamo in loro ciò che eravamo e potremmo essere! La nostra vera immagine intatta. Non che la vita sia condanna alla decadenza, ma può resistere alla decedenza e dispaerazione e tristezza della vecchiaia solo se continua ad attingere all’origine.

2- “Non sono che un uomo” = Pietro a Cornelio: non “Santità, Santo Padre, Pontefice” ma uomo come te, a Cornelio, che si prostra davanti ai suoi piedi

il cristiano diventa uomo, nella somiglianza a Cristo, teso a lui, cioè teso all’umanità-immagine-somigliante al Vivente; uomo planetarioinsieme a tutti, plurale, inedito, uomo “u-topico” 

3- “Svolta antropologica”: Balducci, dopo il Concilio, deluso dal mancato rinnovamento della Chiesa (i suoi libri: Papa Giovanni, 1964; La Chiesa come eucaristia, 1969 ), si distacca dalla prospettiva ecclesiocentrica e anche eurocentrica (L’uomo planetario, 1985), si spende per la pace (difesa degli obiettori; guerra Vietnam; convegni fiorentini di Testimonianze sulla pace, anni ’80; nel 1986 fonda le Edizioni Cultura della Pace)

Ora il suo problema è un nuovo ordine mondiale umano, la ricomposizione dell’umanità nella pace fra Le Tribù della terra (1991) (con Garaudy e Boff), e la prospettiva profonda sulla “transizione di epoca” nel grande ultimo libro La terra del tramonto, superamento dell’occidentalismo unico e conquistatore (libri postumi: Montezuma scopre l’Europa, 1992, nel 500° della Conquista, genocidio culturale; L’Altro, un orizzonte profetico, 1996).

Il centro prospettico di La terra del tramonto, a mio parere, è il capitolo L’uomo inedito (pp. 42-59). Impegno e occasione e necessità è la “mutazione antropologica” dalla competizione alla collaborazione, in una evoluzione propria dell’uomo aperto a ciò che lo trascende. Un uomo più vero è nascosto, inedito, dentro l’uomo attuale, storico. Questa mutazione non è un sogno fantasioso, ma una necessità e possibilità vitale: una delle “verità di Hiroshima” è che il destino umano è comune, la vita di tutti è la vita di ciascuno, la pace non è un bel miglioramento, ma condizione vitale

2) La Chiesa è l’umanità

– «La chiesa non è che quella porzione di umanità in cui si è illuminata la coscienza delle promesse messianiche e del loro adempimento in Gesù Cristo. Le sue radici sono nel contesto dell’umanità». (…).

– «Il popolo di Dio è il luogo in cui ciò che avviene nell’umanità nel suo insieme acquista una consapevolezza messianica. (…)

– «L’ordine del giorno del popolo di Dio non lo detta il popolo di Dio, lo detta l’umanità. Questo è un concetto importante».

– «Quando parlo del regno di Dio in maniera laica, come del regno della fraternità, dell’uguaglianza, della condivisione dei beni della terra, non riduco l’annuncio messianico, lo traduco». (Balducci, Il cerchio che si chiude, Intervista autobiografica a cura di Luciano Martini, Marietti 1986, p. 145, 151)

– «Da anni conservo in me (…) la nostalgia degli anni in cui i cristiani non sapevano di essere cristiani. Sì cominciò ad usare questo appellativo nel 43 d.C. in Antiochia (Atti 11,26). Dopo la risurrezione, i discepoli di Gesù non si dicevano cristiani, essi erano paghi di chiamarsi fratelli, sorelle, discepoli, credenti. (…) Coloro che utilizzarono questo termine “cristiani” per la prima volta furono gli impiegati o i militari romani che, per motivi di ordine pubblico, consideravano i discepoli di Gesù come i membri di un partito politico con retroterra giudaico. Fu insomma il potere ad inventare questo nome! Ciò mi basta perché possa sentirmi libero di coltivare la nostalgia dei giorni durante i quali i cristiani non lo erano affatto [non erano un potere], in attesa di un tempo in cui i cristiani non lo saranno più».

– «La nostra identità di cristiani si iscrive nella crisi del cristianesimo che dobbiamo comprendere ormai nel senso più radicale e dunque come morte del cristianesimo. (…) Per me, credente, è l’entrata del cristianesimo con tutta la sua identità, nelle tenebre del venerdì santo in cui, come in un oscuro crogiolo, si consumano le teologie, le istituzioni giuridiche, i patrimoni culturali. La mia stessa identità dì cristiano si dissolve nella Croce. Io non voglio restare cristiano se questo significa rimanere chiuso nella determinazione che un tale nome esprime per l’utopista poeta, per il marxista, per l’agnostico, per il commissario di polizia e forse anche per l’impiegato della Curia. No, io non sono un cristiano, sono soltanto un uomo, come diceva Pietro a Cornelio. Io sono un uomo che considera tutti gli uomini come suoi fratelli e che vuole essere considerato da tutti come fratello perché è in questo atmosfera fraterna il luogo del cristianesimo. Il cuore del cristianesimo non è costituito da “nuovi riti religiosi” ma semplicemente da un uomo chiamato Gesù che ha vissuto la realtà banale della condizione umana». (postfazione al libro di Paul Gauthier, Vangeli del terzo millennio, ed. Qualevita 1992 passim pagine 243-249)

Cioè, la Chiesa non è un recinto, una rocca esclusiva di salvezza, ma è seme, lievito, sale, luce che viene da Cristo destinata in modi vari a tutta l’umanità, come il sole dà ad ogni cosa il suo particolare colore, non lo stesso colore. Anche Michele Do: «La Chiesa è l’umanità, è il cosmo» (Amare la Chiesa, p. 29 e 80)

3) Dio viene nel diverso, nell’ospite, nello straniero

«Ecco cosa mi dico: il Cristo viene a te sotto le specie sacramentali del diverso: la donna, l’operaio, il nero, il musulmano, il buddista ecc. Il Dio di Gesù Cristo è nascosto in ogni diversità, egli è il Santo».

La “mutazione antropologica” attesa e intravista da Balducci albeggia in questo triplice [Non sono che un uomo; Chiesa-umanità; Dio viene nel diverso] spogliamento, semplificazione, povertà che avvicina all’umanità di tutti, e non permette più di contrapporsi e sovrapporsi.

Questa “conversione evangelica della religione” (Chiesa povera, Concilio) in Balducci è un forte antidoto al 4° tipo di violenza detto sopra, cioè la violenza filosofica, metafisica (più profonda della violenza militare, culturale, economica) = 1) al “sofisma machiavellico” (anche Hobbes, Schmidt) risponde “l’uomo inedito”, della cooperazione e pace

2) alla “ragione armata” risponde l’intelligenza del riconoscimento e amore per l’Altro

3) alla religione impegnata più sul male che sul bene, alleata del potere, risponde l’annuncio di bene che è l’eu-angelion.

Balducci profeta non certo “di sventura”, pur nel tempo tragico, ma di speranza impegnata. Ci chiama e ci muove.

Fonte: www.peacelink.it

 

SABATO 25 MARZO FRANCO CI PRESENTA UN LIBRO

SABATO 25 MARZO 2017

MIANELLA ORE 18,30

LA COMUNITA’ DEL CASSANO  SI INCONTRA

PER LA LETTURA DI

“GESU’ DI TUTTI. VITE, MORTI E RESURREZIONI DELL’UOMO CHE  SI FECE DIO di Vittorio Andreoli

Vittorino Andreoli – studioso della mente e profondo conoscitore dell’animo umano, “non credente ma non ateo” come ama definirsi – indaga la figura di Gesù di Nazareth. Una grandiosa esplorazione sul mistero del Cristo, personaggio storico e della tradizione, che giunge a mettere Gesù perfino sul lettino dello psichiatra, alla scoperta della sua più profonda umanità, delle sue passioni e delle sue ossessioni. Un’indagine che non trascura di scavare nell’immaginario collettivo, scandagliando le diverse percezioni che oltre due millenni di storia hanno avuto dell’uomo che si proclamò Dio.

CI PRESENTA IL LIBRO

FRANCO MAIELLO

UN’ ETICA PER LA MADRE TERRA

Leonardo Boff

E’ un fatto scientificamente riconosciuto oggi che i cambiamenti climatici, la cui espressione maggiore avviene a causa del riscaldamento globale, è di natura antropogenica, in un grado di certezza del 95 %. Cioè, ha la sua genesi in un tipo di comportamento umano violento verso la natura.

Questo comportamento non sta in sintonia con i cicli e i ritmi della natura, ai quali l’essere umano non solo non si adatta, anzi costringe la natura ad adattarsi a lui e ai suoi interessi. Il maggiore di questi da molti secoli consiste nell’accumulo di ricchezza e di benefici per la vita umana, a partire dallo sfruttamento sistematico di beni e servizi naturali e di molti popoli specialmente degli indigeni.

I paesi che egemonizzano questo processo non hanno prestato la dovuta importanza ai limiti del sistema-Terra. Continuano a sottomettere la natura e la Terra a una vera guerra sapendo che saranno vinti.

Il modo con cui la Madre Terra dimostra la pressione sui suoi limiti non superabili avviene attraverso eventi estremi (secche prolungate da un lato e piene devastanti dall’altro, tempeste di neve senza precedenti da una parte e ondate di calore insopportabile dall’altro).

Davanti a tali eventi la Terra è diventata un’ evidente oggetto di preoccupazione dell’uomo.

Le molte COPs (conferenze delle parti) organizzate dall’ONU mai sono arrivate a un accordo. Soltanto la COP21 di Parigi realizzata dal 30 novembre al 13 dicembre del 2015 siamo arrivati per la prima volta, a un consenso minimo accettato da tutti: evitare che il riscaldamento superi i 2 gradi Celsius. Purtroppo questa decisione non è vincolante. Ognuno può seguirla, ma non esiste nessun obbligo, come ha dimostrato il Congresso Nord-Americano che ha vietato le misure ecologiche del Presidente Obama. Adesso il Presidente Donald Trump le rinnega a chiare lettere come qualcosa senza senso e fuorviante.

Sta diventando sempre più chiaro che la questione è più etica che scientifica. Vale a dire, la qualità delle nostre relazioni verso la natura e verso la Casa Comune erano e sono inadeguate, anzi sono dannose.  

Citando il Papa Francesco, nella sua ispiratrice enciclica Laudato Si: sulla cura della casa comune (2015): “Mai abbiamo maltrattato e ferito la nostra Casa Comune come negli ultimi due secoli… queste situazioni provocano i gemiti della Sorella Terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che richiede da noi un cambiamento di rotta” (n.53).

Abbiamo bisogno urgente di un’etica rigeneratrice della Terra. Questa deve restituirle la vitalità ferita, affinché possa continuare a regalarci tutto come aveva sempre fatto. Sarà un’etica della cura, del rispetto dei suoi ritmi e della responsabilità collettiva.

Ma non è sufficiente un’etica della Terra. Abbiamo bisogno di farla accompagnare da una spiritualità. Essa allunga  le sue radici nella ragione cordiale e sensibile. Di là ci viene la passione per la cura e un impegno serio di amore, di responsabilità e di compassione per la Casa Comune, come del resto viene espresso chiaramente verso la fine dell’enciclica del vescovo di Roma, Francesco.

Il noto e sempre valido Antoine de Saint-Exupéry, in un testo postumo, scritto ne 1943,Lettera al generale X, afferma con grande enfasi: “C’è un solo problema, uno solo, e nessun altro all’infuori di questo: riscoprire che c’è una vita dello spirito che è ancora più alta della vita dell’intelligenza, l’unica che può soddisfare l’essere umano” (Macondo Libri 2015, p.31).

In un altro testo scritto nel 1936, quando era corrispondente del “Paris Soir”, durante la guerra di Spagna porta come titolo “E’ necessario dare un senso alla vita”. Lì riprende il tema della vita dello spirito. Afferma: “L’essere umano non si realizza se non con altri esseri umani, nell’amore e nell’amicizia; tuttavia gli esseri umani non si uniscono soltanto avvicinandosi gli uni agli altri, ma sciogliendosi nella divinità stessa. In un mondo fatto deserto abbiamo sete di trovare compagni con cui con-dividere pane” (Macondo Libri p. 20). Alla fine della Lettera al generale X, conclude: “Come abbiamo bisogno di un Dio” (op. cit. p. 36).

Effettivamente solo la vita dello spirito conferisce pienezza all’essere umano. Essa rappresenta un magnifico sinonimo per la spiritualità, non raramente identificata o confusa con la religiosità. La vita dello spirito è più ancora, è un dato originario e antropologico come l’intelligenza e la volontà, qualcosa che appartiene alla nostra profondità essenziale.

Sappiamo curare la vita del corpo, oggi è una vera cultura con tante palestre e scuole. I psicanalisti di varie tendenze ci aiutano a curare la vita della psiche, per aiutarci a vivere in un relativo equilibrio, senza nevrosi e depressioni.

Ma praticamente nella nostra cultura abbiamo dimenticato di coltivare la vita dello spirito che è la nostra dimensione radicale, dove si registrano le grandi domande, si annidano i sogni più spinti e si elaborano le utopie più generose. La vita dello spirito si alimenta di beni non tangibili come è l’amore, come sono l’amicizia, la convivenza fraterna con gli altri, la compassione, la cura e l’apertura all’infinito. Senza la vita dello spirito divaghiamo senza meta, senza un senso che ci orienti e che renda la vita appetibile e piacevole.

Un’etica della Terra non si mantiene da sola a lungo, senza questo supplément d’ame che è la vita dello spirito. Questo ci fa sentire che noi siamo parte della Madre Terra che dobbiamo amare e curare.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato.

“NOI SIAMO CHIESA” LEGGE FINE VITA

Sul fine vita: domande, ipotesi, risposte. Una riflessione di “Noi Siamo Chiesa” con un’opinione complessivamente positiva sul progetto di legge da oggi in discussione  alla Camera

Nelle ultime settimane il problema del fine vita è entrato con irruenza nello “spazio pubblico” . La vicenda di Fabo e la questione del testamento biologico sono stati e continuano ad essere  all’attenzione dell’opinione pubblica, con le istituzioni coinvolte come mai negli ultimi anni. Il progetto di legge sul consenso informato e sul testamento biologico da oggi è in discussione alla Camera.

 

Volendo anche noi, come in passato, dare un contributo da credenti e da cittadini della Repubblica , ci pare che si debbano premettere alcune constatazioni ed opinioni generali fondate, oltre che sul buon senso, sull’esperienza diffusa, e spesso sofferta, che ognuno di noi ha di situazioni di fine vita e sul come  queste questioni possano essere affrontate e regolamentate avendo come orizzonte delle stesse tutti i diversi valori che vi sono coinvolti.

 

La situazione

In sintesi per punti ci sembra che :

  • anzitutto, per quanto ci riguarda come credenti, il fine vita è un compimento e un nuovo inizio. Ne parliamo troppo poco. Certe volte non siamo noi stessi succubi, inconsapevolmente, di una cultura materialista diffusa, quasi dimentichi del cammino della creatura verso il suo fine ultimo? Paolo nella Lettera ai Romani  (8, 18-20) dice “Ritengo infatti che tutte le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi….. la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”.
  • nella nostra società, c’è in modo diffuso, molta rimozione dei temi legati alla morte. Stimoli di ogni tipo, idoli invadenti, una accelerazione della civiltà (sia nel bene che nel male) inducono a una vita vissuta molto nel presente e ciò  anche perché la conclusione della vita è più lontana nel tempo che in passato e quindi con un maggiore  periodo di attività .   Sul fine vita ha scritto Enzo Bianchi (“Repubblica” del 21 febbraio) “non c’è informazione né educazione e si è ormai smarrita la sapienza e la naturalezza con cui in passato la si affrontava”  Ciò sia in campo civile che , a volte, anche religioso;
  • forse ciò avviene perché questo  momento supremo dell’esistenza, che si intreccia con domande  esistenziali di fondo, risente in questo momento storico di una maggiore difficoltà  ad avere, e a dare,  risposte ultime. Esse  erano più facili prima della crisi delle fedi e delle ideologie  che avevano in sé  molte certezze  e prima dello svilupparsi della secolarizzazione con i dubbi, le ricerche e il senso del mistero  che essa porta con sé ;
  • ogni fine vita ha caratteristiche molto legate alla personalità del singolo e alle circostanze di ogni tipo in cui essa avviene. Non è facile fare discorsi generali e fare casistiche;
  • è difficile per la legge intervenire  sul fine vita stante l’intreccio  tra coscienza del malato,  presenza dei famigliari e del personale sanitario e  condizioni concrete dell’assistenza.  L’attuale cd “area grigia” è quella dove si discute, ci si angoscia e alla fine si decide. Essa è difficile  da definire, è mutevole da caso a caso, e sicuramente non scomparirà anche in presenza di buone leggi. La norma deve essere consapevole dei suoi limiti. Si è parlato giustamente di “diritto mite” che deve limitarsi a stabilire dei paletti e a indicare dei percorsi;
  • le patologie che si devono affrontare sono  I medici ci raccontano dell’aumento delle malattie neurodegenerative, di quelle psichiatriche e di quelle  croniche , parlano di multimorbilità. E’ una nuova situazione che condiziona  il modo di affrontare un fine vita spesso dopo una vecchiaia lunga e vigile;
  • i progressi della medicina sono continui e non accennano a fermarsi, ponendo problemi sempre nuovi, rispetto ai quali, ha detto il card. Parolin, “neppure la società è preparata a rispondere”;
  • siamo abituati a ragionare solo sui fine vita del mondo occidentale. Bisogna essere consapevoli che il problema si pone in modi molto diversi nei paesi della povertà, della miseria o della guerra dove l’accanimento terapeutico non c’è e semmai l’esatto contrario è la norma, anche se i fenomeni diffusi nel  Nord del mondo esprimono tendenze che tenderanno a generalizzarsi.

Che cosa è la vita?

La riflessione sul fine vita  pone la questione fondamentale sul cosa è la vita. Solo per cenni, in relazione a ciò di cui ci stiamo occupando, ai tempi del caso Englaro ci ponemmo ripetutamente il problema della differenza tra la vita biologica (quella di Eluana) e la vita biografica (quella che non aveva Eluana e  di cui sono quasi del tutto privi tanti altri, per esempio Fabo).  Non stiamo mitizzando, ideologizzando la vita in sé, anche se essa nel caso concreto  è priva di coscienza e di dignità ?

 

Ci si richiama al diritto naturale. Ma un orientamento, con sempre maggiore consenso in diverse discipline,  riflette criticamente sull’esistenza di diritti insiti nella natura umana sempre e comunque validi, sia  nel tempo che nello spazio. Si  ragiona su  un approccio  alle gravi questioni che stiamo ponendo che sia  legato alle circostanze, al contesto in cui esse si determinano. Si   pensa  alla qualità di ogni atto morale  anche (ma non solo) in relazione a come la coscienza  del soggetto si autodetermina, anche in relazione a come è condizionata e si è formata. Sono  molti quelli che apprezzano di più l’impegno  a favore del cd “durante” cioè a quanto c’è nel corso dell’esistenza  dell’uomo che ama , soffre,  gioisce e che è vivo, piuttosto che a favore dell’embrione o della persona che è  in stato vegetativo permanente. Ciò premesso, naturalmente  siamo ben convinti del valore della vita anche quando essa è  priva della caratteristiche che associamo a una vita “piena”: è il caso di tante persone che non hanno, o hanno perso in parte, capacità intellettive o fisiche eppure sono in qualche modo pienamente vivi. La vita è sempre un mistero.

 

Una nuova consapevolezza sullo sfondo della discussione in corso

Attualmente c’è una grande area grigia attorno al malato terminale, essa  è densa di affetti, di conflitti e di sofferenze. Bisogna  riconoscere che sono stati fatti dei passi in avanti negli ultimi anni almeno a livello della consapevolezza della situazione  (mentre l’attuazione concreta nelle strutture sanitarie ci sembra sia ancora a macchia di leopardo).  L’accanimento terapeutico, così come l’abbandono, viene escluso da tutti , la sedazione  palliativa profonda e continua del morente viene ammessa, mentre è stata approvata la legge sulle cure palliative (n.38  del 2010). Se essa fosse attuata in modo generalizzato, se essa fosse un vero concreto obbligo,  oltre a ridurre tante sofferenze, risolverebbe molte situazioni “al limite”, riducendo anche le tentazioni suicidarie o eutanasiche che nascono in situazioni estreme.

 

Dell’accompagnamento (relazioni famigliari, attenzione alle condizioni psicologiche del malato ed alle sue esigenze concrete) se ne parla molto mentre è posto il problema dei problemi,   quello di un “modello biomedico puro di tipo prestazionale che vede l’uomo malato come una macchina guasta da riparare a cui bisogna aggiungere un modello relazionale che metta la persona al centro” (Matilde Leonardi del Neurologico “Besta” di Milano, sull’Avvenire dell’11 febbraio). Questo possibile nuovo  modello esige l’educazione dei medici a un modo nuovo di studiare (a partire dagli studi universitari) e di fare poi medicina  oltre che  l’informazione e il consenso del malato. Tutto ciò è la premessa per la cd alleanza terapeutica che non sia solo una bella proposta (il progetto di legge la chiama “relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico” art. 1 comma 2) .

 

Alcune  nostre convinzioni

Questa nuova consapevolezza è lo sfondo che sta alle spalle del dibattito sul progetto di legge all’attenzione della Camera. In questo contesto vogliamo affermare alcuni punti  che pensiamo non debbano essere messi in discussione:

— le cure palliative sono il fondamento di ogni approccio al fine vita;

–nessun malato è obbligato a fare alcunché e ha diritto di decidere della sua malattia senza che le strutture sanitarie in ultima istanza  si impongano;

–qualsiasi intervento legislativo o amministrativo non può e non deve essere pensato per ghettizzare i malati o per liberarsi di essi;

–la nutrizione e l’idratazione artificiali devono essere lasciate alla libera decisione del malato e non devono essere considerate sempre come un sostegno vitale obbligato, come pretendono molti medici che ritengono questa la questione principale della legge. In caso di stato vegetativo permanente devono essere sospese;

–l’eutanasia è fuori dall’ordine delle decisioni da prendere ora e non è accettabile usarne il fantasma per bloccare quanto si è rinviato per troppi anni;

–è importante pensare a esiti di fine vita in cui il malato sia  il meno possibile ospitalizzato e resti in famiglia, qualora ciò sia possibile.

 

Il progetto di legge in discussione

Tutto ciò premesso, il progetto di legge ci sembra complessivamente equilibrato, ragionevole e condivisibile (salvo il comma 7 dell’art.1, si  legga sotto). Esso  ha come suoi pilastri il consenso informato, le DAT (Disposizioni anticipate di Trattamento) e la “Pianificazione condivisa delle cure” (art.4), atto simile alle  DAT ma concordato col medico di fronte a una prognosi infausta della malattia (questo programma concordato è una norma nuova che ci sembra particolarmente positiva).

 

Altre norme riguardano i minori e le modalità di manifestazione del consenso. In particolare , in tutta le dinamiche del fine vita, ci sembra importante sottolineare il ruolo importante dei famigliari (quando ci sono) e della figura del fiduciario, qualora sia stato designato nei casi di perdita irreversibile di coscienza del malato. Siamo di fronte a un rovesciamento  del progetto di legge Calabrò che stava per essere definitivamente  approvato  dal Parlamento  nel novembre 2011 ma che cadde col governo Berlusconi  e non fu ripreso. Noi Siamo Chiesa in un lungo testo del 15 ottobre 2009 ( www.noisiamochiesa.org/riflessioni-di-noi-siamo-chiesa-sul-testamento-biologico-O/) approfondì molte delle questioni ora in discussione, denunciando la non accettazione da parte della CEI della linea ufficiale della Chiesa   contenuta nel paragrafo n.  2228 del Catechismo della Chiesa Cattolica (linea che  invece viene rispettata da altri episcopati del nordEuropa). Da qui la linea tenuta da Noi Siamo Chiesa sul caso Englaro. Ci richiamiamo al nostro testo di allora per analisi ed opinioni che non abbiamo modificato.

 

Siamo convinti che la coscienza e la libertà del malato siano i veri  valori non intaccabili  dalle istituzioni, che “la sacralità della vita libera, dell’autodeterminazione” (Mancuso) non possa essere sottratta a chi è già in condizione di debolezza, che il malato debba essere aiutato a decidere della sua malattia , che il medico (come i famigliari, come i preti)  lo debbano ascoltare lasciando che parli anche del suo vissuto attuale o precedente. Naturalmente si dovrà curare, con norme severe, che la volontà del malato sia espressa con il massimo di consapevolezza, lontana da momenti di sconforto o di depressione e come conclusione di un aiuto e di una relazione col medico che valuti attentamente la situazione specifica della malattia e che aiuti il malato ad orientarsi. Però l’insistenza, a volte ossessiva, di questi giorni a sostenere soprattutto o solo  il ruolo e il preteso dovere del medico di decidere in ultima istanza  non è accettabile.   Noi pensiamo  che la vecchia medicina paternalista ed autoritaria debba essere superata ovunque e che i tutti malati debbano avere un uguale trattamento, anziani e giovani, ricchi e poveri, prostitute e nobildonne, terminali e cronici ecc…

 

Ma è ipotizzabile l’obiezione di coscienza del personale sanitario?

Nel testo Calabrò il medico  aveva l’ultima parola, ora non più, prevale la volontà del paziente che è affermata con chiarezza (art. 1 comma 5). O perlomeno dovrebbe prevalere perché una modifica introdotta tra il testo della Commissione votato in gennaio e quello votato in febbraio ( e che sarà quello da cui partirà la discussione in aula alla Camera)  prevede che “il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge , alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali” (art.1 comma 7). In sostanza si dice che il medico si può rifiutare alla volontà del malato  appellandosi alla sua morale professionale. Ma chi la decide?  Nel Codice Deontologico dell’Ordine dei medici, all’interno di giuste parole sulla relazione di cura, si afferma  che il medico “tiene conto”della volontà espressa dal paziente . Questo semplice “tenere conto” (artt. 16,38,39) apre la strada, con tutta evidenza, a diverse possibili obiezioni di coscienza, con motivazioni non difficili da trovare. Ci chiediamo se non entri dalla finestra quello che sembrava uscito dalla porta, cioè  la negazione della possibile obiezione di coscienza da parte del medico ( si legga il lucido ed efficace intervento di Michele Ainis su “Repubblica” del 26 febbraio;  il parere della Commissione Giustizia propone la soppressione di questo comma).  Sappiamo che lo scontro in Commissione Affari Sociali è stato molto duro. Il compromesso raggiunto su questo punto specifico ci sembra inaccettabile.

 

In effetti è sul ruolo del medico  che si gioca tutto. Una DAT a cui il medico può non dare seguito sarebbe una bella immaginetta a cui il paziente e la più vasta opinione non presterebbero  fede in partenza. Per sostenere nella legge una norma che preveda   un’obiezione formalizzata e piena da parte del personale sanitario ( tipo quella prevista per la legge 194) chi è contro questo ddl sostiene  che l’alleanza terapeutica ha un limite, che il medico si sentirebbe defraudato della sua professionalità, che la “scienza e coscienza” del medico alla fine deve avere l’ultima parola. Non siamo d’accordo con la FNOMCEO (Ordine dei medici) quando, nella sua delibera del 17 febbraio a proposito del progetto di legge  in discussione, ha scritto:  “Il nostro compito di medici è quello di stare vicini alle persone, vivere per loro difendendo la nostra autonomia. Perché per noi l’autonomia è requisito imprescindibile per difendere la libertà del cittadino”. Che significa?  A noi sembra che questa autonomia, concepita come preliminare e non condizionata, può venire in conflitto col malato-cittadino, che ha invece diritto a gestirsi  la sua libertà e di essere aiutato a decidere e non a subire una decisione. Quella parte del  personale sanitario che ha queste opinioni non può arrogarsi il diritto di essere l’interprete della Costituzione e del suo articolo 32, a pena di essere o di essere considerato una casta, facendo dimenticare così i tanti suoi meriti.

 

Sullo sfondo c’è la preoccupazione di “derive di tipo eutanasico”, secondo l’espressione che il Card. Ruini usò ai tempi del caso Welby. Ma il progetto di legge in discussione , come è stato detto tante volte, non si occupa di eutanasia, anche se  in queste settimane nella vasta area dell’opinione le diverse questioni relative al fine vita si sono piuttosto confuse e intrecciate nei media e nell’opinione pubblica. Riteniamo che si debba affrontare un problema per volta e che sia stato un errore quello dei radicali di presentare un progetto di legge che affrontava insieme le due questioni, testamento biologico ed eutanasia.

 

Welby, Englaro e i valori non negoziabili

L’opposizione al progetto di legge non è tanto  quella degli otto deputati di centro e di altri gruppi  che hanno fatto le barricate nella Commissione Affari Sociali  della  Camera. E’ quella del circuito ecclesiastico che assilla l’opinione pubblica e le istituzioni  come già, su versanti in qualche modo analoghi, è avvenuto con la  legge n. 40 e con le unioni civili, per fermarci a tempi recenti . Ci sono invece due buchi neri  la cui cancellazione deve  essere la premessa per quel nuovo corso della Chiesa italiana che noi auspichiamo. Ci riferiamo ai casi Welby ed Englaro e alle relative  “campagne” che allora hanno compromesso  la credibilità della Chiesa per chi guardava ai comportamenti degli uomini di Chiesa e non alle parole di misericordia e di accoglienza del Vangelo.

 

La seconda questione riguarda i “valori non negoziabili” uno dei quali sarebbe il fine vita secondo quanto pretendono  Ruini e Bagnasco che difendono il prevalente  ruolo del medico,  il valore di ogni vita anche solo  biologica e che ritengono sempre eccessiva la libertà del malato che sarebbe frutto di un  individualismo esasperato e inaccettabile. Riteniamo che questi “valori”  non possano essere supportati da un preteso diritto naturale  di cui sopra e in altre occasioni abbiamo detto.  Nel mondo cattolico esiste poi, in un  modo che è ora  abbastanza  sotterraneo, una concezione mistico-religiosa che considera la sofferenza fisica  come elemento di purificazione “in espiazione dei peccati”  e di santificazione che deve essere accettato   e vissuto con pazienza  nella convinzione che esso faccia parte di un disegno soprannaturale che ha una sua  logica imperscrutabile. Ci sembra un’ottica legata ad una forma di religiosità estranea ad una concezione positiva e serena della fede, che accetta il mistero della sofferenza, che è più che legittimo cercare di contenere e che è parte   del percorso della vita, senza ragionamenti artificiosi che pretendono di capire.

 

Due linee diverse nella Chiesa

La campagna è in corso e i suoi protagonisti sono gli interventi di Bagnasco (come quello al Consiglio episcopale permanente di gennaio) e l’Avvenire che riceve direttive  precise e che preme ogni giorno sulla non piccola area di opinione che influenza. Anche la lobby dei medici cattolici  è preoccupata di sentirsi meno protagonista con questa legge nella tutela della vita.  Da tempo ci rammarichiamo che la Chiesa si isterilisca su queste questioni. Essa potrebbe invece richiamarsi al suo intervento  nelle strutture sanitarie, nel volontariato, in associazioni per i disabili,  per i tossici , per ogni forma di recupero. E’ un intervento che esiste, che è importante, che attua forme vere di compassione e di misericordia alle quali questa campagna ci sembra  estranea.

 

In questa situazione , all’interno della quale si colloca la discussione in Parlamento, stanno venendo alla luce nella Chiesa due ottiche diverse che  attraversano negli ultimi anni il mondo cattolico, anche se le diverse posizioni emergono sempre molto sottotono.

Dalla  posizione di Bagnasco e dalla martellante campagna dell’Avvenire si passa a un moderato comunicato conclusivo del Consiglio Permanente di gennaio fino alla linea del Vaticano che è stata espressa oralmente  il due marzo dal Card. Parolin con due parole “ascolto e rispetto”. Questa linea sembra essere quella stessa di papa Francesco  che più volte ha toccato il tasto giusto : no alla cultura dello scarto, no all’abbandono degli ultimi , dei più deboli , dei più sofferenti. Essa  si è manifestata  con la decisione di una funzione religiosa per Fabo nella parrocchia milanese di S. Ildefonso nel cui oratorio egli crebbe. A questo proposito ha scritto Alberto Melloni ( su “Repubblica” del 7 marzo): “La Chiesa ogni tanto è il luogo  dove la grazia fa vivere il Vangelo. Ed è la grazia che ha fatto capire che, proprio nella vita ridotta così a niente da desiderare di lasciarla, c’è la traccia del Figlio di Dio, fatto uomo per piegarsi fino al sepolcro e agli inferi”.

 

La riflessione continua

La riflessione sul fine vita continuerà a lungo. “Noi Siamo Chiesa” vi è coinvolta  sia per quanto riguarda gli aspetti etici e spirituali attinenti al comportamento di ogni credente, sia per quanto riguarda l’intervento delle istituzioni e le discussioni presenti nella società come in questi giorni.  Pensiamo che debba sempre essere forte e rilevante la compassione e la misericordia per ogni scelta di coscienza, coerente o no con le opzioni di principio che si possono sostenere e che  questo atteggiamento potrebbe avere conseguenze nel campo del diritto e soprattutto nel rifiuto di ogni stigmatizzazione morale per scelte fatte in un campo così delicato. Nella Repubblica ideale descritta da Tommaso Moro nella sua famosa “Utopia” si ragiona su come sia possibile uscire dalla situazione di un “malato inguaribile, con continue sofferenze, inetto a qualsiasi compito, molesto agli altri, gravoso a sé stesso e che sopravvive alla propria morte”.

 

Auspichiamo, come molte volte in passato, che il rapporto tra cultura cattolica e cultura laica (per usare due generalizzazioni) si incontri in una comune corresponsabilità su queste tematiche e che una possibile  pacificazione non si fermi dopo la possibile approvazione di una legge che non merita, per la sua importanza e  la sua delicatezza, di essere coinvolta o travolta da fondamentalismi di ogni tipo.  Accompagnamento del malato con una vera comprensione della sua sofferenza, educazione degli operatori sanitari  a una  relazione  non solo terapeutica,  qualità dei servizi e loro diffusione sul  territorio, diritti del malato e rispetto prioritario della sua coscienza, sempre. Perché non deve essere possibile una concordia che comprenda ed accetti?

 

                                                                           NOI SIAMO CHIESA

Roma, 13 marzo 2017

 

 

 

 

SABATO 18 MARZO  INCONTRO GENERALE SCUOLA DI PACE

SCUOLA DI PACE

INCONTRO GENERALE

Sabato 18  marzo 2017 ore 17,45 – via Foria,93

Muri e Ponti

Paure e Speranze del nostro tempo

IMMIGRAZIONE: RIFIUTO/RESPINGIMENTO 

ACCOGLIENZA/INTERAZIONE

 

IL MURO DELL’INCOMPRENSIONE (TRA NATIVI DEL TERRITORIO E GLI IMMIGRATI).
Un tema che ci interessa da vicino, noi che due volte a settimana facciamo lezione di italiano a tante persone immigrate. Per capire meglio, per agire meglio.

INTERVERRA’

Marta Bernardini, operatrice a Lampedusa per il progetto MH-Corridoi Umanitari

ci parlerà del “Ponte” dell’accoglienza creato dalle Chiese evangeliche e dalla Comunità di S. Egidio

da opporre al “muro” dell’incomprensione e del rifiuto.

Sarà con noi la famiglia siriana ospitata a Napoli e giunta grazie al progetto MH.

Potrà mai accadere che un papa, una volta convertito al vangelo, abbandoni la Chiesa ufficiale?

 L’ipotesi, per quanto assurda, non è poi tanto strampalata, perché è quel che accadde ai primordi del cristianesimo… Su ilLibraio.it l’analisi del biblista Alberto Maggi

Potrà mai accadere che un papa, una volta convertito al vangelo, abbandoni la Chiesa ufficiale? L’ipotesi, per quanto assurda, non è poi tanto strampalata, perché è quel che accadde ai primordi del cristianesimo. Luca narra negli Atti la travagliata conversione di Pietro, che Gesù aveva garantita con queste parole: “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32). L’evangelista presenta le tappe del lungo cammino di conversione di Pietro, iniziato da quando accolse dei pagani, e comprese che “non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo” (At 10,28). Era la Legge che creava distinzioni tra persone accette a Dio e altre escluse, non il Signore. Questa apertura di Pietro ai pagani suscitò l’irata reazione degli zelanti custodi dell’ortodossia, che lo richiamarono a Gerusalemme, per render conto del suo operato, e “lo rimproveravano dicendo: Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!” (At 11,2-3). I grandi problemi della religione sono sempre ridicoli e hanno alla base il nulla, in questo caso un prepuzio, e per un prepuzio era sorta una controversia che spaccò la Chiesa primitiva rischiando di farla naufragare (At 12,5-12).

Al re Erode Agrippa I, favorevole ai farisei, non parve vero. Questa crisi nella comunità dei seguaci del Cristo, con il calo di prestigio di Pietro, gli permetteva di colpire i vertici della Chiesa. Tanto per vedere le reazioni, fece decapitare Giacomo, il fratello di Giovanni (At 12,2) e, “vedendo che ciò era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro” (At 12,3), con l’intenzione di farlo morire subito dopo la Pasqua.

La prigionia fu provvidenziale per Pietro, perché lo portò finalmente alla sua piena conversione e a comprendere che le vere catene, quelle dalle quali è più difficile liberarsi, erano quelle interiori, la schiavitù di un’ideologia religiosa accettata e radicata nel profondo dell’essere. Ma ci volle un intervento del Signore per liberare Pietro non solo dalle catene e dalla prigione di Erode, ma anche “da tutta l’aspettativa del popolo dei Giudei” (At 12,11). Quel che i Giudei desideravano, e che Pietro aveva strenuamente condiviso, era l’attesa di un Messia guerriero, vincitore e trionfante. Era questa la prigionia che opprimeva Pietro e che gli aveva impedito di seguire liberamente Gesù, conducendolo poi al suo rinnegamento (Lc 22,54-62).

Ora Pietro prende le distanze dal suo popolo e dall’attesa del Messia trionfatore e, uscito dal carcere, non si reca, come ci si sarebbe aspettato, nella Chiesa ufficiale di Gerusalemme, retta ormai da Giacomo, il “fratello del Signore” (Mc 6,3; Gal 1,9). Ultraconservatore e filo-giudeo, per il fatto di essere il fratello di Gesù, pur non avendolo mai seguito nella sua vita (“neanche i suoi fratelli credevano in lui”, Gv 7,5), Giacomo intende far valere i suo diritti dinastici nella nascente Chiesa di Gerusalemme, che presiede con fare autoritario (At 15,13-21), e che viene strutturata secondo il modello gerarchico giudaico con gli Apostoli, rimasti legati alla Legge di Mosè, e gli Anziani, che amministrano i beni della comunità. Un gruppo che non si distingue dalle tante correnti del giudaismo, e che viene tollerato e lasciato in pace. Per questo i seguaci di Gesù non verranno riconosciuti come tali a Gerusalemme, bensì ad Antiochia, dove “per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (At 11,26). E ad Antiochia, anziché Apostoli e Anziani, ci sono Profeti e Maestri che formulano e insegnano il messaggio del Cristo.

Pietro, “dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni, detto Marco, dove molti erano riuniti e pregavano” (At 12,12). Dopo l’uccisione di Stefano e la dispersione di tutti i credenti di lingua greca (At 8,1-3), si era prodotta una chiarificazione nel seno della Chiesa giudeo-credente: gli Apostoli, non toccati dalla persecuzione, rimasero installati nella Chiesa ufficiale di Gerusalemme, mentre i credenti più aperti al mondo pagano si riunirono attorno a Giovanni Marco, l’evangelista garante del messaggio di Gesù. Attraverso tre personaggi, Luca presenta il modello ideale di Chiesa: la casa è di Maria, il che significa che è una donna che presiede la comunità. Maria è la madre di (Giovanni) Marco, l’autore del vangelo che porta il suo nome. Poi comparirà un terzo personaggio, Rosa (Rode), la serva. Pertanto la Chiesa che pregava incessantemente per Pietro (At 12,5) e alla quale egli ora si dirige, è centrata sul vangelo (Giovanni Marco), presieduta dall’amore (Maria, la madre), e si manifesta nel servizio (Rosa, la serva).

Tanta è la sorpresa di trovare Pietro davanti alla porta, che Rosa non gli apre! Quando finalmente decidono di aprire a Pietro, che continuava a picchiare alla porta, “rimasero stupefatti” (At 12,16). Pregavano per la liberazione di Pietro, ma non potevano credere che colui che era stato finora il massimo rappresentante della Chiesa di Gerusalemme arrivasse a bussare alla loro piccola comunità.

Dopo aver raccontato le vicissitudini della sua liberazione, Pietro conclude con queste parole: “Riferite questo a Giacomo e ai fratelli” (At 12,15). Pietro non ha alcuna intenzione di prendere contatti con Giacomo e la comunità ufficiale di Gerusalemme, dalla quale si è ora liberato, ma la informa del processo di liberazione che ha vissuto. Per quel che lo riguarda, Pietro, uscito “se ne andò verso un altro luogo” (At 12,17), la sua conversione è completata e così la sua liberazione.

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L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede)Parabole come pietreLa follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

Bombe «italiane» nella guerra in Yemen

Bombe «italiane» nella guerra in Yemen: un importante invito-sfida alla politica

“Avvenire” 9.3.2017
Caro direttore, nel pieno della vicenda legata al suicidio assistito di Dj Fabo lei ha giustamente fatto riferimento a un principio cardine del nostro legame sociale che si condensa anche nel ripudio della guerra espresso nell’articolo 11 della Costituzione. Giustamente il quotidiano da lei diretto cerca di proporre una visione della dignità della vita umana intesa integralmente citando, ad esempio, anche la propensione all’accoglienza verso i migranti che ancora alberga in buona parte del popolo italiano. Proprio per questo motivo credo che “Avvenire” sia il luogo dove porre una domanda aperta ai parlamentari di ogni orientamento, ma con ovvia attesa verso quelli che si richiamano a una ispirazione cristiana, circa la violazione della legge 185/90 sulla produzione e sul commercio di armi a partire dal caso eclatante dell’invio di bombe in Arabia Saudita, Paese alla guida di una coalizione coinvolta nei bombardamenti sullo Yemen. Le risposte finora avanzate dagli esponenti del governo sono imbarazzanti quando si fanno scudo della mancanza di un veto dell’Onu. Come se la legge 185/90 e la stessa Costituzione non esistessero. A partire da questo dato di fatto, il Movimento dei Focolari in Italia propone la mattina del 14 marzo nelle aule dei gruppi parlamentari a Roma, un dialogo aperto tra deputati, senatori ed esponenti della società civile, da Amnesty international a Pax Christi passando per Banca etica e Rete disarmo. Non si tratta di fare discorsi generici sulla pace. Francesco il 4 febbraio 2017 ci ha invitato laicamente a leggere la parabola del samaritano non limitandoci solo a soccorrere il ferito che resta sulla strada ma ad «agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime». Possibile che tante persone di coscienza che pure siedono in Parlamento possano restare indifferenti all’invio di bombe verso i Paesi in guerra? Non dare risposte vuol dire lasciare interi territori davanti al ricatto tra lavoro e concorso alla guerra. Senza una vera riconversione economica rischiamo solo di fare del facile moralismo che scarica il peso della responsabilità politica sulle spalle degli operai di una regione, come nel caso della Sardegna, investita duramente dalla crisi economica.
Sono domande fuori luogo oggi nel 2017 a cento anni dal grido sull’inutile strage della Grande Guerra? Siamo, società e politici, come i sonnambuli, descritti dallo storico Cristopher Clarke, che in quegli anni si avviavano al mattatoio che qualcuno ancora descrive come il luogo di nascita dell’unità nazionale? Possiamo scrivere invece una storia diversa. Nel 2014 al sacrario di Redipuglia, papa Francesco ha affermato che «anche oggi, dietro le quinte, ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi», coloro cioè che hanno impresso nel cuore il motto di Caino: «A me che importa?». Proporre un percorso di pace a partire dalla necessità di disarmare l’economia vuol dire coltivare un giudizio realista ma non pessimista sull’essere umano che è invece capace di bene e di gratuità e quindi di andare oltre varie obbedienze per rispondere – citando don Lorenzo Milani a 50 anni dalla scomparsa – «a me importa», «me ne prendo cura». Carlo Cefaloni

Donne in sciopero, dentro e fuori le mura domestiche

Bia Sarasiniù

Il Manifesto – 07.02.2017 Sarà un gran giorno, l’8 marzo 2017. Sulla base dello slogan “Se la mia vita non vale, io sciopero” in ben 23 paesi, compreso il nostro, è indetto un “sciopero delle donne”. Uno sciopero che non è solo simbolico, ma reale. L’obiettivo è fermare tutto, bloccare il Paese. In Italia e non solo. Di questo hanno parlato le duemila donne riunite in assemblea a Bologna, lo scorso weekend, convocate da non UnaDiMeno, il coordinamento di collettivi e organizzazioni che già il 26 novembre ha portato almeno 400.000 donne a manifestare a Roma contro la violenza maschile. Ma ci saranno ben 22 paesi in sciopero, l’8 marzo. Tutto parte dall’Argentina, ultimi ad aderire gli Stati Uniti, sulla spinta della “Women’s March on Washington” del 26 gennaio scorso. Un appassionato confronto, a Bologna, sui temi della violenza contro le donne, si è preparato il piano-antiviolenza, e sui temi dello sciopero. Cosa vuol dire scioperare? Chi partecipa, come si indice? E se va notato, ancora una volta, che l’informazione mainstream ha mancato un evento politico di prima grandezza del resto anche la marcia statunitense è stata attivata dai social, non da tv e da carta stampata sarebbe un peccato che la sottovalutazione mediatica trascinasse con sé anche una sottovalutazione politica. Cosa è questo sciopero? Come si mette in pratica? Bisognerà ricordare che in Polonia, nel “black monday” del 3 ottobre 2016, nella loro azione contro la minaccia di una legge che vietasse del tutto l’aborto, le donne polacche dissero: se ci fermiamo noi si ferma tutto. Come è effettivamente è successo.

Questo vuol dire sciopero delle donne, in un mondo in cui il lavoro si è completamente trasformato. Mettere tutti in condizione di guardare cosa è il lavoro, oggi. Chi più di una donna sa che il lavoro è precario, sfaccettato e spezzettato, e investe direttamente la vita? Chi può saperlo meglio di chi è stata obbligata da sempre al lavoro di cura, per di più gratuito? C’erano molti uomini, perlopiù ragazzi ovviamente, all’assemblea. Alcuni provenienti dal mondo queer, perché lo sciopero è anche uno sciopero dai generi, dagli stereotipi e dai ruoli obbligati. Uno dei modi per metterlo in pratica sarà il kindergarten gestito dai compagni, un accudimento dei bambini già messo in pratica durante l’assemblea. Ma lo sciopero, è stato ripetuto in tanti interventi, è sospensione, astensione. Blocco delle attività. Di tutti i tipi. Per esempio dall’insegnamento ma anche dal portare i bambini a scuola. Con l’attivazione di fondi di solidarietà, per permettere a tutte di scioperare. E qui sta il nodo centrale. Per astenersi dal lavoro, per chi lavora a contratto, occorre che lo sciopero sia indetto. Erano presenti molte sindacaliste, soprattutto Usb e Cobas, anche se non mancavano iscritte alle confederazioni, soprattutto Fiom. C’è una forte pretesa di attenzione, da parte dell’assemblea, rivolta a tutte le sigle sindacali. Come è giusto, si tratta della più importante manifestazione politica sul lavoro prevista nei prossimi mesi. La scelta è stata di non mobilitarsi per una manifestazione nazionale. Si sciopererà insieme nelle città. Per bloccarle. Contro la violenza maschile, contro il neocapitalismo che di questa violenza è permeato, contro il dominio che entra nelle pieghe della vita quotidiana. In Italia contro il jobs act, contro la cancellazione dei diritti. Fondamentale è riconoscere che sono le donne a guidare la lotta per un lavoro diverso, oggi. L’esperienza diretta, nella propria vita, della violenza e dell’ingiustizia è forza viva, trascinante. Il coraggio è ascoltarla.

REPORT dopo Carnevale e il Progetto Pangea

 

“ L’educatore non è solo colui che educa, ma colui che, mentre educa, è educato nel dialogo con l’educando, il quale a sua volta, mentre è educato, anche educa.” Paulo Freire

La sala del Gridas è occupata da un’assemblea di disoccupati e ci dirottiamo al piano superiore, nel luogo che ci ha visto per un mese lavorare alla preparazione del prodigioso evento di Scampia, il 35° Carnevale. Appare un “luogo magico”, coloratissimo, con i pezzi dei carri smontati, le maschere accatastate e la libellula a riposare, rilassata sul tavolo di lavoro che l’ha vista lentamente prendere forma.

Siamo in parecchi, dobbiamo recuperare le sedie o qualche strapuntino su cui sedersi, ma l’atmosfera è costruttiva e dialogante. Mirella ne approfitta per presentare il luogo e il Gridas a quei pochi che non ne fossero ancora a conoscenza..

Sono presenti: Maria Esposito, Pina Vitucci e Maria Teresa Faraco, maestre dell’87° Circolo D.Guanella I.C “S.Pertni”,Patrizia Auletta, Maria Pia Amoresano e Angela Molaro, docenti della succursale della Sc.media “S.Pertini”, Franca Nicolò del Circolo “Ilaria Alpi” , Martina Ferraro e Lorenzo Salvatore dell’Assoc.Chi Rom e chi No che si occupano rispettivamente del Circolo “I.Alpi” e del Circolo “Tommaso Campanella”, Emilia Parente e Pina Pelella del Liceo “E.Morante”, Mirella e Enzino del Gridas, Patrizia di Dream team.Donne in rete, Gina Domizio del “Centro insieme”, Giovanni Chianese del “Gruppo zoone”, Anna Maria Staiano del Centro “la Gatta blu”, Ciro, Rosario e il sottoscritto del “Circolo la Gru”.

Prima di cominciare ad analizzare lo stato del percorso nelle singole scuole si stabilisce che lo spezzone del progetto relativo alle “favole e i cinque continenti” sarà ripreso alla riapertura delle scuole, dopo l’estate, con gli stessi criteri già definiti: una ricerca nelle singole classi partecipanti, la segnalazione di una favola per ogni continente al Gruppo “zoone” che opererà una ulteriore selezione guidati dall’intento di costruire ”un elemento strutturale” da inserire nelle singole aiuole del “Giardino dei cinque continenti e della nonviolenza”.

L’87° Circolo ha ultimato il ciclo di incontri e la sistemazione dell’aiuola ed ha prodotto dei materiali interessanti e, in quest’ultimo periodo, i ragazzi oltre a continuare a curare il “Giardino di Ilenia “ nel quale sono state inserite le piante dei “cinque continenti” saranno impegnati a produrre le gru da inviare a Hiroshima.

Per la Scuola media “S.Pertini” bisogna organizzare un incontro per insegnare gli origami mentre qualche pianta dell’aiuola realizzata dev’essere sostituita perché danneggiata. Alla richiesta di qualche suggerimento per la protezione dell’aiuola rispondono in tanti, indicando svariati metodi di recinzione ma anche criteri per appassionare ancora di più la scolaresca. L’incontro appare un laboratorio costruttivo in cui tutti sono coinvolti alla soluzione dei problemi degli altri che diventano problemi comuni. Aleggia lo “spirito collaborativo e non competitivo” che è uno dei principi basilari della nonviolenza.

Franca Nicolo’ presenta il lavoro che ha condotto all’aiuola delle farfalle “Ilaria Alpi” e assieme a Marina, Lorenzo e Paolo si calendarizzano gli ulteriori interventi per completare il ciclo di incontri e la piantumazione delle piante che sono state già procurate.

Le “gru” di carta interessano anche il Liceo “E.Morante “ e i ragazzi del doposcuola del Centro Insieme. Saranno organizzati due incontri nelle rispettive sedi.

Nel mese di maggio si prevede la manifestazione “Mediterraneo antirazzista” che vede impegnata una rete di associazioni di Scampia e del Centro in collegamento con alcune città italiane. Questa manifestazione ha dato spunto al “Progetto Pangea” e quest’anno vorremmo essere presenti con un raduno a Largo Battaglia per presentare il “Giardino dei cinque continenti” che, speriamo per quel periodo, possa essere corredato dei due murales e di alcune tabelle esplicative. Le modalità di partecipazione e l’organizzazione puntuale della manifestazione saranno definite in apposite riunioni ancora da concordare.

Occorre invece definire luogo, data e struttura dell’incontro di fine anno che è fondamentale per dare un pò di visibilità ad un Progetto che ha determinato momenti interessanti sul

territorio e nelle scuole e che pare sia vissuto con interesse e partecipazione dai ragazzi coinvolti, ma anche per presentare il lavoro svolto e porre le premesse per una continuazione.

Certo il periodo di fine anno ha parecchie incombenze e bisogna trovare una data che non interferisca con altre situazioni. Si è individuata come data plausibile martedì 30 maggio. Il luogo ideale è l’auditorium di Scampia ma occorre attrezzarlo con la strumentazione adatta ad un’assemblea vivace, festosa e partecipata. Ci affidiamo al gruppo “Dignità e bellezza” con la guida del Prof.Fedele per la gestione dell’assemblea. La capienza della sala di circa 200 posti ci impone di definire anche quantitativamente i gruppi scolastici partecipanti e le rappresentanze delle associazioni.

Come strutturare l’incontro.

I ragazzi canteranno guidati dal video un canto iniziale “Il mondo che vorrei” di Laura Pausini e “Salvamm’ o, munno” di Enzo Avitabile a conclusione. Si è auspicata la presenza dello stesso Enzo Avitabile che darebbe entusiasmo e forza all’incontro. Ovviamente saranno invitati rappresentanti delle Istituzioni che dovrebbero soprattutto vivere l’atmosfera e apprezzare un Progetto di cui hanno, forse, solo sentito balbettare in qualche circostanza.

Vorremmo avere due brevi testimonianze su Marco Mascagna e Claudio Miccoli, due personaggi della nonviolenza napoletani che abbiamo inserito nell’elenco della mostra e che saranno inseriti nel murales da realizzare sul muro di cinta del Campo sportivo “Antonio Landieri”

Ad ogni scuola sarà concesso un tempo minimo di cinque minuti per presentare con il mezzo che preferiscono il proprio percorso di quest’anno. Forse sarà il caso anche di far scorrere qualche immagine relativa agli interventi effettuati sul “Giardino dei cinque continenti e della nonviolenza”. Durante l’incontro sarà presentato il pacco con le gru, realizzate dalle scolaresche, in partenza per il Museo della Pace di Hiroshima.

Nel salone antistante l’Auditorium sarà predisposta la Mostra dei personaggi della nonviolenza ma anche tutti i lavori, cartelloni, tabelle ed altro preparati dalle scuole. Qualcuno suggeriva anche un tavolo con dolci e/o cibi dei cinque continenti (magari si potrebbe raccogliere qualche fondo per continuare i lavori di cura del “Giardino”).

Patrizia Palumbo che contatterà le Istituzioni per avviare le pratiche relative alle autorizzazioni ha anche proposto per la giornata della legalità del 21 Marzo un raduno al Largo Battaglia con la lettura dei nomi delle vittime innocenti di camorra.

A conclusione dell’incontro si ricorda che sabato 18 marzo alle ore 9 ci dobbiamo trovare a Largo Battaglia per l’intervento mensile di cura delle aiuole con la speranza di poter inserire altre piante da comprare con l’Opm della Chiesa Valdese che, però a tutt’oggi, non è stato ancora accreditato.

Buon lavoro a tutti e teniamoci in contatto.

Aldo (Circolo “la Gru”)

Esiste vita extraterrestre?

Leonardo Boff

Scienziati della NASA hanno scoperto una stella, Trappist 1, distante 39 anni luce dalla Terra, con sette pianeti pietrosi, tre dei quali potrebbero disporre di acqua e, quindi, di vita. La scoperta ripropone la questione della eventuale esistenza  di vita extraterrestre. Ecco alcune riflessioni sul tema, sulla scia di noti studiosi di questa materia.

Le scienze della Terra e le conoscenze sopraggiunte della nuova cosmologia ci hanno abituati a situare tutte  le questioni nel quadro della grande evoluzione cosmica. Tutto è in divenire creativo, condizione per il sorgere della vita.

Si ritiene che la vita sia la realtà più complessa  e misteriosa dell’universo. È un fatto che circa 3,8 miliardi di anni fa, in un oceano o in una “materia primordiale”, sotto l’azione di inimmaginabili  tempeste di raggi, di elementi cosmici, del sole stesso in interazione con la geochimica terrestre, giunse a compimento la complessità delle forme inanimate. Ad un tratto, la barriera venne scavalcata: venti amminoacidi e quattro basi fosfate si ritrovarono strutturate. Come un immenso lampo che cade sul mare primordiale, irruppe il primo essere vivente.

Come un salto qualitativo nel nostro spazio-tempo curvo, in un angolo della nostra galassia, con un sole marginale, in un pianeta di dimensioni trascurabili, la Terra, emerse la grande novità: la vita. La Terra attraversò quindici grandi catastrofi ma, come se fosse una piaga, la vita non si è più estinta.

Vediamo rapidamente la logica interna che ha permesso l’irruzione della vita. Nella misura in cui avanzano nel loro processo di espansione, la materia e l’energia dell’universo tendono a diventare sempre più complesse. Ogni sistema si trova in un insieme interattivo in una danza di scambi di materia ed energia, in un dialogo permanente con l’ambiente circostante, immagazzinando informazioni.

Biologi e biochimici, come Ilya Prigogine (premio Nobel per la chimica 1977), affermano che esiste una continuità tra esseri animati e inanimati. Non abbiamo bisogno di ricorrere a un principio trascendente e esterno per spiegare il sorgere della vita come fanno, di solito, le religioni e la cosmologia classica. Basta che il principio di complessità, auto-organizzazione e auto-creazione di tutto, anche della vita, chiamato principio cosmogenico, stesse in modo embrionale in quel puntino infimo emerso dall’energia di fondo, che poi esplose. Uno dei più importanti fisici attuali, Amit Goswami, sostiene la tesi che l’universo è matematicamente inconsistente, senza l’esistenza di un principio ordinatore supremo, Dio. Perciò, secondo lui, l’universo è auto-cosciente (O universo autoconsciente, Rio 1998).

La Terra non ha l’esclusività della vita. Secondo Christian de Duve, premio nobel di biologia (1974): nell’universo i pianeti vivi sono tanti quanti i pianeti capaci di generare e sostenere la vita.  Una stima per difetto alza il numero alla quota di due milioni. Trilioni di biosfere punteggiano lo spazio in trilioni di pianeti, canalizzando materia ed energia in flussi creativi di evoluzione. In qualsiasi direzione dello spazio ci volgiamo, esiste la vita (…). L’universo non è il cosmo inerte dei fisici, come un soffio di vita in più per precauzione. L’universo è vita con la necessaria struttura di contorno (Poeira vital: a vida como imperativo cósmico, Rio de Janeiro, 1997, 383).

È merito dell’astronomia, nella “fascia millimetrica”, aver identificato un insieme di molecole nelle quali si trova tutto ciò che è essenziale per dare inizio al processo di sintesi biologica (Longair, M. As origens do nosso universo, Rio de Janeiro, 1994, 65-6). Nei meteoriti sono stati rinvenuti amminoacidi. Questi, sì, sono eventuali portatori dei batteri primordiali della vita. Ci sono stati, probabilmente, vari inizi di vita, molti falliti, fino a quando uno di essi ha avuto successo.

Si presume che le più diverse forme di vita hanno avuto origine da un unico batterio originario (Wilson O. E., A diversidade da vida, São Paulo, 1994). Con i mammiferi si passò ad un nuovo livello della vita, della sensibilità emozionale e delle attenzioni. Tra i mammiferi,  circa settanta milioni di anni fa, si distinguono i primati e, in seguito, verso i trentacinque milioni di anni fa, i primati superiori, nostri antenati genealogici, e da diciassette milioni di anni i nostri predecessori, gli ominidi. Circa 8-10 milioni di anni fa, venne alla luce in Africa l’essere umano o australopiteco. Infine, circa centomila di anni fa, l’homo sapiens-sapiens/demens-demens, del quale siamo eredi immediati (Reeves, H. e altri, A mais bela historia do mundo, Petropolis, 1998).

La vita non è frutto del caso (contro Jacques Monod, O acaso e necessidade, Petropolis, 1979). Biochimici e biologi molecolari hanno mostrato (grazie all’elaborazione computerizzata di numeri aleatori) l’impossibilità matematica del caso puro e semplice. Affinché gli amminoacidi e i duemila enzimi soggiacenti potessero avvicinarsi e formare una cellula viva, sarebbero necessari trilioni e trilioni di anni, più che i 13,7 miliardi di anni che è l’età dell’universo. Il cosiddetto caso è espressione della nostra ignoranza. Noi calcoliamo che l’evoluzione ascendente è produrre sempre più vita, anche extraterrestre.

Leonardo Boff insieme al cosmologo Mark Hathaway tratta dettagliatamente il tema in Tao da libertação, Vozes, 2010.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

 

SABATO 11 MARZO EUCARISTIA E SABATO 18 MARZO SCUOLA DI PACE

SABATO  11 MARZO

LA COMUNITA’ DEL CASSANO SI INCONTRA A MIANELLA

ORE 18,30

PER FARE

L’EUCARISTIA

PREPARANO  E PRESIEDONO

ANTONIO ZONDA E MICHELA PLACIDO

SABATO 18 MARZO  INCONTRO GENERALE SCUOLA DI PACE

SCUOLA DI PACE

INCONTRO GENERALE

Sabato 18  marzo 2017 ore 17,45 – via Foria,93

Muri e Ponti

Paure e Speranze del nostro tempo

IMMIGRAZIONE: RIFIUTO/RESPINGIMENTO 

ACCOGLIENZA/INTERAZIONE

 

IL MURO DELL’INCOMPRENSIONE (TRA NATIVI DEL TERRITORIO E GLI IMMIGRATI).

INTERVERRA’

MARTA BERNARDINI, OPERATRICE A LAMPEDUSA PER IL PROGETTO “MEDITERRANEAN HOPE(CORRIDOI UMANITARI) DELLA FCEI

SABATO 4 MARZO IN COMUNITA’

SABATO  4 MARZO

LA COMUNITA’ SI INCONTRA  A

MIANELLA ALLE ORE 18,30

L’INCONTRO E’ DEDICATO AL TEMA DA AFFRONTARE NEL PROSSIMO 

SEMINARIO NAZIONALE DELLE  CDB CHE SI TERRA’ A  RIMINI

L’ 8  9 E 10 DICEMBRE 2017

E’ IMPORTANTE PUNTUALIZZARE I CONTENUTI GENERALI DEL SEMINARIO

A PARTIRE DAI TEMI PROPOSTI DAL LIBRO “OLTRE LE RELIGIONI”

BISOGNERA’ POI  INDIVIDUALE UN TITOLO E

PRECISARE I CONTENUTI DEI GRUPPI DI LAVORO.

QUESTO LAVORO E’ IMPORTANTE PERCHE’ IL PROSSIMO

COLLEGAMENTO NAZIONALE SI TERRA’ A GIUGNO E DOVRA’

DECIDERE IN MODO DEFINITIVO TEMI, TITOLO E CONTENUTI DEI GRUPPI.

APPROFITTO DELLA COMUNICAZIONE PER ALLEGARVI IL VERBALE

DELL’ULTIMO COLLEGAMENTO DI BOLOGNA

CHE LA SEGRETERIA TECNICA DI PINEROLO CI HA INVIATO

PAPA FRANCESCO AI PARTECIPANTI AL FORUM INTERNAZIONALE “MIGRAZIONI E PACE”

AI PARTECIPANTI AL FORUM INTERNAZIONALE “MIGRAZIONI E PACE”    21 febbraio 2017
 
Gentili Signori e Signore, rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto, con sentita riconoscenza per il vostro prezioso lavoro. Ringrazio Mons. Tomasi per le sue cortesi parole e il Dt. Pöttering per il suo intervento; come pure sono grato per le tre testimonianze, che rappresentano dal vivo il tema di questo Forum: “Integrazione e sviluppo: dalla reazione all’azione”. In effetti, non è possibile leggere le attuali sfide dei movimenti migratori contemporanei e della costruzione della pace senza includere il binomio “sviluppo e integrazione”: a tal fine ho voluto istituire il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, all’interno del quale una Sezione si occupa specificamente di quanto concerne i migranti, i rifugiati e le vittime della tratta.
Le migrazioni, nelle loro diverse forme, non rappresentano certo un fenomeno nuovo nella storia dell’umanità. Esse hanno marcato profondamente ogni epoca, favorendo l’incontro dei popoli e la nascita di nuove civiltà. Nella sua essenza, migrare è espressione dell’intrinseco anelito alla felicità proprio di ogni essere umano, felicità che va ricercata e perseguita. Per noi cristiani, tutta la vita terrena è un itinerare verso la patria celeste. L’inizio di questo terzo millennio è fortemente caratterizzato da movimenti migratori che, in termini di origine, transito e destinazione, interessano praticamente ogni parte della terra. Purtroppo, in gran parte dei casi, si tratta di spostamenti forzati, causati da conflitti, disastri naturali, persecuzioni, cambiamenti climatici, violenze, povertà estrema e condizioni di vita indegne: «è impressionante il numero di persone che migra da un continente all’altro, così come di coloro che si spostano all’interno dei propri Paesi e delle proprie aree geografiche. I flussi migratori contemporanei costituiscono il più vasto movimento di persone, se non di popoli, di tutti i tempi» [1].
Davanti a questo complesso scenario, sento di dover esprimere una particolare preoccupazione per la natura forzosa di molti flussi migratori contemporanei, che aumenta le sfide poste alla comunità politica, alla società civile e alla Chiesa e chiede di rispondere ancor più urgentemente a tali sfide in modo coordinato ed efficace.
La nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.
Accogliere. «C’è un’indole del rifiuto che ci accomuna, che induce a non guardare al prossimo come ad un fratello da accogliere, ma a lasciarlo fuori dal nostro personale orizzonte di vita, a trasformarlo piuttosto in un concorrente, in un suddito da dominare» [2]. Di fronte a questa indole del rifiuto, radicata in ultima analisi nell’egoismo e amplificata da demagogie populistiche, urge un cambio di atteggiamento, per superare l’indifferenza e anteporre ai timori un generoso atteggiamento di accoglienza verso coloro che bussano alle nostre porte. Per quanti fuggono da guerre e persecuzioni terribili, spesso intrappolati nelle spire di organizzazioni criminali senza scrupoli, occorre aprire canali umanitari accessibili e sicuri. Un’accoglienza responsabile e dignitosa di questi nostri fratelli e sorelle comincia dalla loro prima sistemazione in spazi adeguati e decorosi. I grandi assembramenti di richiedenti asilo e rifugiati non hanno dato risultati positivi, generando piuttosto nuove situazioni di vulnerabilità e di disagio. I programmi di accoglienza diffusa, già avviati in diverse località, sembrano invece facilitare l’incontro personale, permettere una migliore qualità dei servizi e offrire maggiori garanzie di successo.
Proteggere. Il mio predecessore, papa Benedetto, ha evidenziato che l’esperienza migratoria rende spesso le persone più vulnerabili allo sfruttamento, all’abuso e alla violenza [3]. Parliamo di milioni di lavoratori e lavoratrici migranti – e tra questi particolarmente quelli in situazione irregolare –, di profughi e richiedenti asilo, di vittime della tratta. La difesa dei loro diritti inalienabili, la garanzia delle libertà fondamentali e il rispetto della loro dignità sono compiti da cui nessuno si può esimere. Proteggere questi fratelli e sorelle è un imperativo morale da tradurre adottando strumenti giuridici, internazionali e nazionali, chiari e pertinenti; compiendo scelte politiche giuste e lungimiranti; prediligendo processi costruttivi, forse più lenti, ai ritorni di consenso nell’immediato; attuando programmi tempestivi e umanizzanti nella lotta contro i “trafficanti di carne umana” che lucrano sulle sventure altrui; coordinando gli sforzi di tutti gli attori, tra i quali, potete starne certi, ci sarà sempre la Chiesa.
Promuovere. Proteggere non basta, occorre promuovere lo sviluppo umano integrale di migranti, profughi e rifugiati, che «si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato» [4]. Lo sviluppo, secondo la dottrina sociale della Chiesa [5], è un diritto innegabile di ogni essere umano. Come tale, deve essere garantito assicurandone le condizioni necessarie per l’esercizio, tanto nella sfera individuale quanto in quella sociale, dando a tutti un equo accesso ai beni fondamentali e offrendo possibilità di scelta e di crescita. Anche in questo è necessaria un’azione coordinata e previdente di tutte le forze in gioco: dalla comunità politica alla società civile, dalle organizzazioni internazionali alle istituzioni religiose. La promozione umana dei migranti e delle loro famiglie comincia dalle comunità di origine, là dove deve essere garantito, assieme al diritto di poter emigrare, anche il diritto di non dover emigrare [6], ossia il diritto di trovare in patria condizioni che permettano una dignitosa realizzazione dell’esistenza. A tal fine vanno incoraggiati gli sforzi che portano all’attuazione di programmi di cooperazione internazionale svincolati da interessi di parte e di sviluppo transnazionale in cui i migranti sono coinvolti come protagonisti.
Integrare. L’integrazione, che non è né assimilazione né incorporazione, è un processo bidirezionale, che si fonda essenzialmente sul mutuo riconoscimento della ricchezza culturale dell’altro: non è appiattimento di una cultura sull’altra, e nemmeno isolamento reciproco, con il rischio di nefaste quanto pericolose “ghettizzazioni”. Per quanto concerne chi arriva ed è tenuto a non chiudersi alla cultura e alle tradizioni del Paese ospitante, rispettandone anzitutto le leggi, non va assolutamente trascurata la dimensione familiare del processo di integrazione: per questo mi sento di dover ribadire la necessità, più volte evidenziata dal Magistero [7], di politiche atte a favorire e privilegiare i ricongiungimenti familiari. Per quanto riguarda le popolazioni autoctone, esse vanno aiutate, sensibilizzandole adeguatamente e disponendole positivamente ai processi integrativi, non sempre semplici e immediati, ma sempre essenziali e per l’avvenire imprescindibili. Per questo occorrono anche programmi specifici, che favoriscano l’incontro significativo con l’altro. Per la comunità cristiana, poi, l’integrazione pacifica di persone di varie culture è, in qualche modo, anche un riflesso della sua cattolicità, giacché l’unità che non annulla le diversità etniche e culturali costituisce una dimensione della vita della Chiesa, che nello Spirito della Pentecoste a tutti è aperta e tutti desidera abbracciare [8].
Credo che coniugare questi quattro verbi, in prima persona singolare e in prima persona plurale, rappresenti oggi un dovere, un dovere nei confronti di fratelli e sorelle che, per ragioni diverse, sono forzati a lasciare il proprio luogo di origine: un dovere di giustizia, di civiltà e di solidarietà.
Anzitutto, un dovere di giustizia. Non sono più sostenibili le inaccettabili disuguaglianze economiche, che impediscono di mettere in pratica il principio della destinazione universale dei beni della terra. Siamo tutti chiamati a intraprendere processi di condivisione rispettosa, responsabile e ispirata ai dettami della giustizia distributiva. «È necessario allora trovare i modi affinché tutti possano beneficiare dei frutti della terra, non soltanto per evitare che si allarghi il divario tra chi più ha e chi deve accontentarsi delle briciole, ma anche e soprattutto per un’esigenza di giustizia e di equità e di rispetto verso ogni essere umano» [9]. Non può un gruppetto di individui controllare le risorse di mezzo mondo. Non possono persone e popoli interi aver diritto a raccogliere solo le briciole. E nessuno può sentirsi tranquillo e dispensato dagli imperativi morali che derivano dalla corresponsabilità nella gestione del pianeta, una corresponsabilità più volte ribadita dalla comunità politica internazionale, come pure dal Magistero [10]. Tale corresponsabilità è da interpretare in accordo col principio di sussidiarietà, «che conferisce libertà per lo sviluppo delle capacità presenti a tutti i livelli, ma al tempo stesso esige più responsabilità verso il bene comune da parte di chi detiene più potere» [11]. Fare giustizia significa anche riconciliare la storia con il presente globalizzato, senza perpetuare logiche di sfruttamento di persone e territori, che rispondono al più cinico uso del mercato, per incrementare il benessere di pochi. Come ha affermato papa Benedetto, il processo di decolonizzazione è stato ritardato «sia a causa di nuove forme di colonialismo e di dipendenza da vecchi e nuovi Paesi egemoni, sia per gravi irresponsabilità interne agli stessi Paesi resisi indipendenti» [12]. A tutto ciò bisogna riparare.
In secondo luogo, vi è un dovere di civiltà. Il nostro impegno a favore dei migranti, dei profughi e dei rifugiati è un’applicazione di quei principi e valori di accoglienza e fraternità che costituiscono un patrimonio comune di umanità e saggezza cui attingere. Tali principi e valori sono stati storicamente codificati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in numerose convenzioni e patti internazionali. «Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione» [13]. Oggi più che mai è necessario riaffermare la centralità della persona umana, senza permettere che condizioni contingenti e accessorie, come anche il pur necessario adempimento di requisiti burocratici o amministrativi, ne offuschino l’essenziale dignità. Come ha dichiarato san Giovanni Paolo II, «la condizione di irregolarità legale non consente sconti sulla dignità del migrante, il quale è dotato di diritti inalienabili, che non possono essere violati né ignorati» [14]. Per dovere di civiltà va anche recuperato il valore della fraternità, che si fonda sulla nativa costituzione relazionale dell’essere umano: «la viva consapevolezza di questa relazionalità ci porta a vedere e trattare ogni persona come una vera sorella e un vero fratello; senza di essa diventa impossibile la costruzione di una società giusta, di una pace solida e duratura» [15]. La fraternità è il modo più civile di rapportarsi con la presenza dell’altro, la quale non minaccia, ma interroga, riafferma e arricchisce la nostra identità individuale [16].
C’è, infine, un dovere di solidarietà. Di fronte alle tragedie che “marcano a fuoco” la vita di tanti migranti e rifugiati – guerre, persecuzioni, abusi, violenze, morte –, non possono che sgorgare spontanei sentimenti di empatia e compassione. “Dov’è tuo fratello?” (cfr Gen 4,9): questa domanda, che Dio pone all’uomo fin dalle origini, ci coinvolge, oggi specialmente a riguardo dei fratelli e delle sorelle che migrano: «Non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi» [17]. La solidarietà nasce proprio dalla capacità di comprendere i bisogni del fratello e della sorella in difficoltà e di farsene carico. Su questo, in sostanza, si fonda il valore sacro dell’ospitalità, presente nelle tradizioni religiose. Per noi cristiani, l’ospitalità offerta al forestiero bisognoso di riparo è offerta a Gesù Cristo stesso, immedesimatosi nello straniero: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). È dovere di solidarietà contrastare la cultura dello scarto e nutrire maggiore attenzione per i più deboli, poveri e vulnerabili. Per questo «è necessario un cambio di atteggiamento verso i migranti e rifugiati da parte di tutti; il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione – che, alla fine, corrisponde proprio alla “cultura dello scarto” – ad un atteggiamento che abbia alla base la “cultura dell’incontro”, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno, un mondo migliore» [18].
A conclusione di questa riflessione, permettetemi di richiamare l’attenzione su un gruppo particolarmente vulnerabile tra i migranti, profughi e rifugiati che siamo chiamati ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Mi riferisco ai bambini e agli adolescenti che sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari. A loro ho dedicato il più recente Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, sottolineando come «occorre puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature» [19]. Confido che questi due giorni di lavori porteranno frutti abbondanti di buone opere. Vi assicuro la mia preghiera; e voi, per favore, non dimenticate di pregare per me. Grazie.

[7] Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni, 15 agosto 1986.
[8] Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni, 5 agosto 1987.
[12] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, 33.
[14] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni, 25 luglio 1995, 2.

 

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