PAPA FRANCESCO AI PARTECIPANTI AL FORUM INTERNAZIONALE “MIGRAZIONI E PACE”

AI PARTECIPANTI AL FORUM INTERNAZIONALE “MIGRAZIONI E PACE”    21 febbraio 2017
 
Gentili Signori e Signore, rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto, con sentita riconoscenza per il vostro prezioso lavoro. Ringrazio Mons. Tomasi per le sue cortesi parole e il Dt. Pöttering per il suo intervento; come pure sono grato per le tre testimonianze, che rappresentano dal vivo il tema di questo Forum: “Integrazione e sviluppo: dalla reazione all’azione”. In effetti, non è possibile leggere le attuali sfide dei movimenti migratori contemporanei e della costruzione della pace senza includere il binomio “sviluppo e integrazione”: a tal fine ho voluto istituire il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, all’interno del quale una Sezione si occupa specificamente di quanto concerne i migranti, i rifugiati e le vittime della tratta.
Le migrazioni, nelle loro diverse forme, non rappresentano certo un fenomeno nuovo nella storia dell’umanità. Esse hanno marcato profondamente ogni epoca, favorendo l’incontro dei popoli e la nascita di nuove civiltà. Nella sua essenza, migrare è espressione dell’intrinseco anelito alla felicità proprio di ogni essere umano, felicità che va ricercata e perseguita. Per noi cristiani, tutta la vita terrena è un itinerare verso la patria celeste. L’inizio di questo terzo millennio è fortemente caratterizzato da movimenti migratori che, in termini di origine, transito e destinazione, interessano praticamente ogni parte della terra. Purtroppo, in gran parte dei casi, si tratta di spostamenti forzati, causati da conflitti, disastri naturali, persecuzioni, cambiamenti climatici, violenze, povertà estrema e condizioni di vita indegne: «è impressionante il numero di persone che migra da un continente all’altro, così come di coloro che si spostano all’interno dei propri Paesi e delle proprie aree geografiche. I flussi migratori contemporanei costituiscono il più vasto movimento di persone, se non di popoli, di tutti i tempi» [1].
Davanti a questo complesso scenario, sento di dover esprimere una particolare preoccupazione per la natura forzosa di molti flussi migratori contemporanei, che aumenta le sfide poste alla comunità politica, alla società civile e alla Chiesa e chiede di rispondere ancor più urgentemente a tali sfide in modo coordinato ed efficace.
La nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.
Accogliere. «C’è un’indole del rifiuto che ci accomuna, che induce a non guardare al prossimo come ad un fratello da accogliere, ma a lasciarlo fuori dal nostro personale orizzonte di vita, a trasformarlo piuttosto in un concorrente, in un suddito da dominare» [2]. Di fronte a questa indole del rifiuto, radicata in ultima analisi nell’egoismo e amplificata da demagogie populistiche, urge un cambio di atteggiamento, per superare l’indifferenza e anteporre ai timori un generoso atteggiamento di accoglienza verso coloro che bussano alle nostre porte. Per quanti fuggono da guerre e persecuzioni terribili, spesso intrappolati nelle spire di organizzazioni criminali senza scrupoli, occorre aprire canali umanitari accessibili e sicuri. Un’accoglienza responsabile e dignitosa di questi nostri fratelli e sorelle comincia dalla loro prima sistemazione in spazi adeguati e decorosi. I grandi assembramenti di richiedenti asilo e rifugiati non hanno dato risultati positivi, generando piuttosto nuove situazioni di vulnerabilità e di disagio. I programmi di accoglienza diffusa, già avviati in diverse località, sembrano invece facilitare l’incontro personale, permettere una migliore qualità dei servizi e offrire maggiori garanzie di successo.
Proteggere. Il mio predecessore, papa Benedetto, ha evidenziato che l’esperienza migratoria rende spesso le persone più vulnerabili allo sfruttamento, all’abuso e alla violenza [3]. Parliamo di milioni di lavoratori e lavoratrici migranti – e tra questi particolarmente quelli in situazione irregolare –, di profughi e richiedenti asilo, di vittime della tratta. La difesa dei loro diritti inalienabili, la garanzia delle libertà fondamentali e il rispetto della loro dignità sono compiti da cui nessuno si può esimere. Proteggere questi fratelli e sorelle è un imperativo morale da tradurre adottando strumenti giuridici, internazionali e nazionali, chiari e pertinenti; compiendo scelte politiche giuste e lungimiranti; prediligendo processi costruttivi, forse più lenti, ai ritorni di consenso nell’immediato; attuando programmi tempestivi e umanizzanti nella lotta contro i “trafficanti di carne umana” che lucrano sulle sventure altrui; coordinando gli sforzi di tutti gli attori, tra i quali, potete starne certi, ci sarà sempre la Chiesa.
Promuovere. Proteggere non basta, occorre promuovere lo sviluppo umano integrale di migranti, profughi e rifugiati, che «si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato» [4]. Lo sviluppo, secondo la dottrina sociale della Chiesa [5], è un diritto innegabile di ogni essere umano. Come tale, deve essere garantito assicurandone le condizioni necessarie per l’esercizio, tanto nella sfera individuale quanto in quella sociale, dando a tutti un equo accesso ai beni fondamentali e offrendo possibilità di scelta e di crescita. Anche in questo è necessaria un’azione coordinata e previdente di tutte le forze in gioco: dalla comunità politica alla società civile, dalle organizzazioni internazionali alle istituzioni religiose. La promozione umana dei migranti e delle loro famiglie comincia dalle comunità di origine, là dove deve essere garantito, assieme al diritto di poter emigrare, anche il diritto di non dover emigrare [6], ossia il diritto di trovare in patria condizioni che permettano una dignitosa realizzazione dell’esistenza. A tal fine vanno incoraggiati gli sforzi che portano all’attuazione di programmi di cooperazione internazionale svincolati da interessi di parte e di sviluppo transnazionale in cui i migranti sono coinvolti come protagonisti.
Integrare. L’integrazione, che non è né assimilazione né incorporazione, è un processo bidirezionale, che si fonda essenzialmente sul mutuo riconoscimento della ricchezza culturale dell’altro: non è appiattimento di una cultura sull’altra, e nemmeno isolamento reciproco, con il rischio di nefaste quanto pericolose “ghettizzazioni”. Per quanto concerne chi arriva ed è tenuto a non chiudersi alla cultura e alle tradizioni del Paese ospitante, rispettandone anzitutto le leggi, non va assolutamente trascurata la dimensione familiare del processo di integrazione: per questo mi sento di dover ribadire la necessità, più volte evidenziata dal Magistero [7], di politiche atte a favorire e privilegiare i ricongiungimenti familiari. Per quanto riguarda le popolazioni autoctone, esse vanno aiutate, sensibilizzandole adeguatamente e disponendole positivamente ai processi integrativi, non sempre semplici e immediati, ma sempre essenziali e per l’avvenire imprescindibili. Per questo occorrono anche programmi specifici, che favoriscano l’incontro significativo con l’altro. Per la comunità cristiana, poi, l’integrazione pacifica di persone di varie culture è, in qualche modo, anche un riflesso della sua cattolicità, giacché l’unità che non annulla le diversità etniche e culturali costituisce una dimensione della vita della Chiesa, che nello Spirito della Pentecoste a tutti è aperta e tutti desidera abbracciare [8].
Credo che coniugare questi quattro verbi, in prima persona singolare e in prima persona plurale, rappresenti oggi un dovere, un dovere nei confronti di fratelli e sorelle che, per ragioni diverse, sono forzati a lasciare il proprio luogo di origine: un dovere di giustizia, di civiltà e di solidarietà.
Anzitutto, un dovere di giustizia. Non sono più sostenibili le inaccettabili disuguaglianze economiche, che impediscono di mettere in pratica il principio della destinazione universale dei beni della terra. Siamo tutti chiamati a intraprendere processi di condivisione rispettosa, responsabile e ispirata ai dettami della giustizia distributiva. «È necessario allora trovare i modi affinché tutti possano beneficiare dei frutti della terra, non soltanto per evitare che si allarghi il divario tra chi più ha e chi deve accontentarsi delle briciole, ma anche e soprattutto per un’esigenza di giustizia e di equità e di rispetto verso ogni essere umano» [9]. Non può un gruppetto di individui controllare le risorse di mezzo mondo. Non possono persone e popoli interi aver diritto a raccogliere solo le briciole. E nessuno può sentirsi tranquillo e dispensato dagli imperativi morali che derivano dalla corresponsabilità nella gestione del pianeta, una corresponsabilità più volte ribadita dalla comunità politica internazionale, come pure dal Magistero [10]. Tale corresponsabilità è da interpretare in accordo col principio di sussidiarietà, «che conferisce libertà per lo sviluppo delle capacità presenti a tutti i livelli, ma al tempo stesso esige più responsabilità verso il bene comune da parte di chi detiene più potere» [11]. Fare giustizia significa anche riconciliare la storia con il presente globalizzato, senza perpetuare logiche di sfruttamento di persone e territori, che rispondono al più cinico uso del mercato, per incrementare il benessere di pochi. Come ha affermato papa Benedetto, il processo di decolonizzazione è stato ritardato «sia a causa di nuove forme di colonialismo e di dipendenza da vecchi e nuovi Paesi egemoni, sia per gravi irresponsabilità interne agli stessi Paesi resisi indipendenti» [12]. A tutto ciò bisogna riparare.
In secondo luogo, vi è un dovere di civiltà. Il nostro impegno a favore dei migranti, dei profughi e dei rifugiati è un’applicazione di quei principi e valori di accoglienza e fraternità che costituiscono un patrimonio comune di umanità e saggezza cui attingere. Tali principi e valori sono stati storicamente codificati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in numerose convenzioni e patti internazionali. «Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione» [13]. Oggi più che mai è necessario riaffermare la centralità della persona umana, senza permettere che condizioni contingenti e accessorie, come anche il pur necessario adempimento di requisiti burocratici o amministrativi, ne offuschino l’essenziale dignità. Come ha dichiarato san Giovanni Paolo II, «la condizione di irregolarità legale non consente sconti sulla dignità del migrante, il quale è dotato di diritti inalienabili, che non possono essere violati né ignorati» [14]. Per dovere di civiltà va anche recuperato il valore della fraternità, che si fonda sulla nativa costituzione relazionale dell’essere umano: «la viva consapevolezza di questa relazionalità ci porta a vedere e trattare ogni persona come una vera sorella e un vero fratello; senza di essa diventa impossibile la costruzione di una società giusta, di una pace solida e duratura» [15]. La fraternità è il modo più civile di rapportarsi con la presenza dell’altro, la quale non minaccia, ma interroga, riafferma e arricchisce la nostra identità individuale [16].
C’è, infine, un dovere di solidarietà. Di fronte alle tragedie che “marcano a fuoco” la vita di tanti migranti e rifugiati – guerre, persecuzioni, abusi, violenze, morte –, non possono che sgorgare spontanei sentimenti di empatia e compassione. “Dov’è tuo fratello?” (cfr Gen 4,9): questa domanda, che Dio pone all’uomo fin dalle origini, ci coinvolge, oggi specialmente a riguardo dei fratelli e delle sorelle che migrano: «Non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi» [17]. La solidarietà nasce proprio dalla capacità di comprendere i bisogni del fratello e della sorella in difficoltà e di farsene carico. Su questo, in sostanza, si fonda il valore sacro dell’ospitalità, presente nelle tradizioni religiose. Per noi cristiani, l’ospitalità offerta al forestiero bisognoso di riparo è offerta a Gesù Cristo stesso, immedesimatosi nello straniero: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). È dovere di solidarietà contrastare la cultura dello scarto e nutrire maggiore attenzione per i più deboli, poveri e vulnerabili. Per questo «è necessario un cambio di atteggiamento verso i migranti e rifugiati da parte di tutti; il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione – che, alla fine, corrisponde proprio alla “cultura dello scarto” – ad un atteggiamento che abbia alla base la “cultura dell’incontro”, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno, un mondo migliore» [18].
A conclusione di questa riflessione, permettetemi di richiamare l’attenzione su un gruppo particolarmente vulnerabile tra i migranti, profughi e rifugiati che siamo chiamati ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Mi riferisco ai bambini e agli adolescenti che sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari. A loro ho dedicato il più recente Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, sottolineando come «occorre puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature» [19]. Confido che questi due giorni di lavori porteranno frutti abbondanti di buone opere. Vi assicuro la mia preghiera; e voi, per favore, non dimenticate di pregare per me. Grazie.

[7] Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni, 15 agosto 1986.
[8] Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni, 5 agosto 1987.
[12] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, 33.
[14] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni, 25 luglio 1995, 2.

 

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35° CORTEO DI CARNEVALE DI SCAMPIA

35° CORTEO DI CARNEVALE DI SCAMPIA
EQUI-LIBRI tra EQUILIBRISTI e EQUILIBRISMI
Domenica 26 Febbraio 2017 – Appuntamento ore 9:30 alla sede del GRIDAS
(Via Monte Rosa 90/b, Ina Casa, Scampia-Napoli).
Domenica 26 febbraio 2017 torna per le strade il 35° Corteo di Carnevale di Scampia!
L’appuntamento, lanciato dal GRIDAS nel 1983, si è accresciuto notevolmente negli anni fino a diventare un punto di riferimento e un momento di condivisione per le tante realtà attive nel quartiere e non solo. Il corteo, nato e costruito dal basso, usando la creatività
per riciclare materiali e costruire maschere e carri allegorici che poi sfilano per le strade del quartiere riappropriandosene, ha fatto scuola: sono ben 13 i cortei che quest’anno toccheranno altrettante zone di Napoli e provincia collegati idealmente dal Carnevale
Sociale di Napoli.
A Scampia questa 35a edizione sarà all’insegna della musica.
Si parte Sabato 25 febbraio 2017, a partire dalle ore 18:30, da CHIKU’ – gastronomia cultura e tempo libero (chiku.it) con una “Grande Festa delle Bande Musicali dei Carnevali Sociali di Napoli”, nata da un’idea della BandaBaleno Murga di Napoli (che festeggia i
suoi 9 anni!) per accogliere le murgas provenienti da fuori, ma anche “per favorire l’incontro tra le bande musicali della città per facilitarne lo scambio di pratiche, esperienze, ritmi e melodie”.
Quindi, domenica mattina, le “danze” saranno aperte dall’esibizione di Musica libera Tutti fissata alle 9:30 fuori la sede del GRIDAS. I più piccoli di “Musica in gioco” e “Musica d’insieme” anticiperanno un concertino dell’Orchestra Musica libera tutti.
La partenza del corteo a tema, come ormai consueto da 35 anni, è fissata per le 10:30.
Il Coro giovanile del San Carlo, diretto da Carlo Morelli, “anticiperà” il corteo esibendosi in alcuni lotti e rioni del quartiere, mentre il corteo sarà scosso e allietato dal turbinio di murgas, capitanate dalla BandaBaleno Murga di Napoli. Arriveranno a Scampia la Murga
Los Espantapajaros (Murga di Battipaglia), La Murga di Materdei, la Murga Los Quijotes de la Fuente (Caserta), le Murgas di Roma (La Malamurga, Murga Patas Arriba, Los Adoquines de Spartaco, Murga SinConTrullo), la BandaBum Murga di Sassuolo, la GLAMourga Macao di Milano, la Murga Invexendà di Genova. E ancora i finti-illimani, la Gattablù band, il gruppo di tangheri di “Praticamente tango”, la Cantadina, Orrevuoto mmiezevvie e le serenate e poesie sotto i balconi della compagnia “Delirio Creativo”, i canti popolari internazionali sul carnevale del Carnaval/Cannibale arrivato direttamente da Parigi, e tanti altri. Spunto proposto per il corteo di quest’anno: «EquiLibri tra Equilibristi e Equilibrismi» per
omaggiare la fervida produzione culturale di zone tacciate come degradate e senza speranza che può invece concorrere a riscattarle raccontandole nella loro completezza, senza stereotipi, semplificazioni, né etichette.
Mentre si chiudono biblioteche e spazi culturali per i bambini, rivalutiamo la Cultura come strumento per potersi difendere da dannose prevaricazioni e come baluardo ristabilire un
armonioso equilibrio nel mondo tra ambiente, persone e ideologie.
Come ogni anno, dato lo spunto iniziale, ciascuna realtà che ha aderito e contribuito a costruire l’appuntamento ha interpretato e declinato il tema costruendo carri e maschere con materiali di risulta e riciclati per poi portare in corteo, per le strade, i propri prodotti
per confrontarsi con gli altri in un contagio positivo e in uno scambio reciproco.
Ad annunciare il corteo, l’auto di apertura con la Banda del GRIDAS e le parodie dei vari carnevali del Maestro Gianni Tarricone corredate del debutto del brano “Scampia Felix” del gruppo ‘oRom, scritto per l’omonimo film del regista Francesco Di Martino. Il film,
voluto dal GRIDAS e attualmente in fase di produzione, sarà lanciato a breve con distribuzioni dal basso e racconta l’esperienza di questo carnevale sociale che ha fatto scuola e che continua a farne a Napoli e non solo (scampiafelix.it).
A seguire la “Rosa dei Venti”, una “stella-totem” che reca sui raggi i nomi e i valori che ci guidano in un cammino di giustizia e equità, corredata ogni anno dal titolo del corteo e dall’elenco dei partecipanti.
Il tema dell’anno ha preso corpo, nei laboratori tenutisi dal GRIDAS con il Circolo “La Gru”, la Cdb del Cassano, la Scuola di Pace, e tutti quelli che si sono trovati a passarci, in un “castello di libri” in precario equilibrio. Tra i titoli si riconoscono la Costituzione, i Diritti
dei bambini e quelli dei lavoratori, testi spesso abusati e bistrattati, ma anche libri fondamentali per il teatro, la filosofia, le religioni, le scienze della vita e del mondo che, se approfondite e non strumentalizzate, permetterebbero un mondo più equilibrato. A
vessare il tutto minandone l’equilibrio, l’ignoranza, i pregiudizi, i luoghi comuni e la superficialità, ma anche rigurgiti di linee politiche razziste, xenofobe e sessiste impersonate da un “Trump-pig”. Non mancano una rappresentanza, minima, di libri nati a Scampia e dintorni, una diversa e più reale narrazione di luoghi e dinamiche e poi film e cd musicali attinti dal circuito delle produzioni e distribuzioni dal basso, sia già realizzati sia in corso d’opera, a marcare la potenza della condivisione di sogni e progetti.
Si adagia sul carro, la libellula – Enallagma cyathigerum (Charpentier 1840) – insetto dell’anno scelto per impersonare il tema di questo carnevale quale emblema dell’equilibrio (il suo nome deriva da libra, bilancia), ma anche della bellezza, della trasformazione e del passaggio da una condizione a un’altra, della determinazione nel
perseguire strade o obiettivi.
Ritroviamo ancora una volta in corteo la gru: edera e rampicanti si abbarbicano e radicano su di essa, presenza ormai fissa del corteo di carnevale di Scampia a sostegno di tutte quelle lotte e vertenze che, per essere ascoltate, devono ricorrere appunto a gesti estremi…e pare che nemmeno più quelli bastino.. Continuiamo a portare in alto le voci dei movimenti dal basso che invece, uniti, possono rappresentare un vero cambiamento in positivo della società (No TAV, No dal Molin, movimenti per l’acqua pubblica, per
l’ecologia, le produzioni dal basso, la pace, ecc.). Sulla bicicletta “parcheggiata” ai suoi piedi, è stato aggiunto un portapacchi per accogliere il libro, realizzato quest’anno, dedicato a padre Giovanni Fantola, cui la bicicletta fu dedicata nel 2009.
Seguono le libellule dell’Associazione Dream Team–Donne in rete con lo slogan “Noi donne in continuo equilibrio per i nostri diritti” accompagnate dai bambini, piccoli giudici,
della Biblioteca “Le Nuvole” (Associazione AQuas) con gli articoli della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, molte volte bistrattata e mai del tutto applicata in modo “equo”.
Si accodano, poi, il bruco di TerraPrena e la nave dei pirati contro il copyright, le cui ancore sono zavorre che impediscono il libero navigare delle idee e della cultura costruita da “Chi rom e…chi no” con i bambini rom e napoletani anche dell’I.C. “Alpi-Levi” di
Scampia in laboratori svoltisi sia a scuola sia da CHIKU’ insieme all’impresa sociale La Kumpania srls. E ancora, il Centro Territoriale Mammut, che esce barrendo dalla propria tana in cerca di altri ‘piccoli’ con cui barrire in felicità, con le biciclette della ciclofficina
disseminate per tutto il corteo e con i breakers: chi meglio di loro può esprimere l’arrevuoto e l’equilibrio nel capovolgere il mondo e offrire nuovi scorci e nuove visuali senza fermarsi alle apparenze? Con loro i bambini in Equi…libri del V Circolo “Eugenio Montale”.
E ancora, la bilancia dell’ARCI Scampia che restituisce il giusto peso a sport e cultura; la mascherona degli artisti del TAN preparata presso ORA-Officina del Riciclo Artistico; i cappelli con equi-libri, le maschere dell’essere umano in bilico per squilibrio…emozionale
e l’omino bilancia che tenta di mantenersi in equilibrio travolto dal peso esistenziale preparati nei centri con minori della Coop. Umanista Mazra; il carro de L’Accollo, a forma di libro con una vela e l’Ortoaccollo, seguito dal gruppo di tangheri di “Praticamente
tango”; la scultura “La Cappellaia”, costruita dai ragazzi del Centro Diurno “Gattablu” con materiali di riciclaggio, che invia un messaggio di contrasto contro la violenza di genere affinché si possano sviluppare e stabilire equilibri di serenità tra uomo e donna,
messaggio rafforzato dal canto “La ballata intorno al mondo” scritto dalla Gattablù Band; la bilancia del Gruppo Scout Napoli 14 che tiene in equilibrio ignoranza e intelligenza con i suoi pesi, da far posizionare ai partecipanti per riequilibrarla; i travestimenti di
Greenpeace Napoli sui problemi ambientali e le solu-Azioni positive per ristabilire gli equilibri; i bambini di differente genere e razza, emblema di pari dignità contro ogni discriminazione, in equilibrio su tre grossi libri (costituzione italiana, dichiarazione dei
diritti dell’uomo e convenzione di New York sui diritti dei bambini) dei laboratori di educativa territoriale “La Voce dei luoghi” della coop. L’uomo e il legno: l’equità può essere possibile solo riuscendo a riequilibrare i diritti fondamentali che dovrebbero essere
garantiti dagli stati; la bilancia, sbilanciata, tra diritti costituzionali mai ascoltati e diritti utili alle persone con disabilità su un carro-carrozzina e le maschere emozionali e i cartelli che reclamano un equilibrio nelle opportunità del centro sociale polifunzionale per disabili “zenit” di Melito; la scuola “Belvedere” di Napoli (zona Vomero) che si apre al territorio e ai territori e partecipa con maschere, vestiti e qualche strumento.
Non mancherà il trattore confiscato del Fondo Rustico “Amato Lamberti” con i 5 proiettili “ricevuti” a Capodanno dall’Officina delle Culture “Gelsomina Verde” dell’Associazione (R)esistenza con il seguito di “Schegge di (R)esistenza” arrivate da tutta Italia (Presidio
Libera Mancini-Vassallo di Castelfranco Emilia e Nonantola, I.P.M. Airola, CPA Napoli, …).
E poi il Comitato Vele tenace nella estenuante lotta per abitazioni dignitose che necessita di un notevole equilibrio mentale dovendo continuare a fronteggiare speculazioni e strumentalizzazioni; l’A.r.t.s Associazione recupero territorio Scampia; la ciurma della Chiesa Pastafariana Italiana della Campania; le coreografie del Centro Polisportivo “Il Raggio di sole di Scampia” e dell’A.S.D. “Universal Center” di Miano; il tour di fotografi coordinato dall’Associazione Napoli Photo Project…. e tantissimo altro ancora, a sorpresa!
In voluto ritardo da Piazza Dante, i Cicloverdi, equilibrio impossibile su due ruote, guidati dalla “Matta in Bicicletta”, squilibrata per definizione. In coda al corteo, a benedire il tutto, San Ghetto Martire – Santo Protettore delle periferie, allegoria emblematica di chi si affida ai santi ‘mparaviso per risolvere problemi quotidiani
che hanno invece responsabili ben precisi. Il nostro Santo protettore è valorizzato quest’anno dai “santini” che recano la sua immagine e, sul retro, la canzone-parodia che, a mo’ di preghiera, enfatizza una visione delle periferie tra stereotipi e ironia e diventa “testimonial” a sostegno del GRIDAS accusato di essere abusivo dallo IACP in una
annosa bega legale che lo assilla ormai da anni.
(felicepignataro.org/il-gridas-non-si-tocca)
A conclusione del corteo, dopo un lungo percorso di circa 4 km tra stradoni e lotti di mezza Scampia, il consueto falò allegorico dei simboli negativi che, riprendendo i fuocarazzi rurali, esorcizza i mali della società facendo rinascere il bello che danza in allegro equilibrio attorno alle ceneri. Significativo il luogo scelto per la conclusione del
Corteo di Carnevale: innanzitutto salutiamo l’intitolazione del Campo Sportivo di Scampia a Antonio Landieri, vittima innocente di camorra, arrivata dopo oltre un decennio di attesa. Inoltre torniamo a valorizzare quel Largo Battaglia posizionato al centro dei campi
sportivi che accolgono ogni anno a maggio la tappa napoletana del Mediterraneo
Antirazzista e le sue aiuole che una rete di associazioni, scuole e cittadini riunitisi nel “Progetto Pangea” sta recuperando dal basso in un percorso di educazione alla nonviolenza che ha portato alla creazione del “Giardino dei cinque continenti e della nonviolenza”.
Appena un anno fa, proprio in occasione del falò di carnevale, fu piantato il primo albero: un ulivo donato dall’ARCI Scampia per l’aiuola “Mediterranea”. Quest’anno, in concomitanza con il falò, sarà messo a dimora un Pino donato dall’associazione “Chi rom
e…chi no” che entra di diritto nel progetto, essendo tra l’altro i rom popolo pacifico per antonomasia. In un momento in cui le politiche rivolte ai rom non sembrano in grado di superare preconcetti e pregiudizi, continuando a ipotizzare “soluzioni” ghettizzanti e
rendendo impossibile la normalità della vita di questi nostri compagni di strada, ci piace ancora una volta sottolineare e valorizzare quelle pratiche quotidiane che, superando pregiudizi, accomunano anziché dividere nella cura e nella riappropriazione di spazi pubblici che possano diventare luoghi di aggregazione e di conoscenza reciproca per valorizzare le diversità culturali, anziché usarle per costruire muri e ghetti.
Il 35° Corteo di Carnevale di Scampia si inserisce nel più ampio Coordinamento dei Carnevali dal basso di Napoli e provincia che dal 2012 riunisce sotto un unico filo conduttore cortei nati e cresciuti dal basso, autogestiti, autoprodotti e strettamente radicati nei territori di cui conoscono e sbugiardano, seppur attraverso l’allegoria di maschere e carri semiseri, problematiche e soluzioni possibili.
Questi i cortei, quest’anno 13, del Carnevale Sociale di Napoli 2017:
Giovedì 23 febbraio:
* CENTRO STORICO – ore 17 Santa Fede Liberata, Via S. G. M. Pignatelli 2 – Grosso Carnevale Grasso
Venerdì 24 febbraio:
* SANITA’ – ore 10 Piazza della Sanità – Abbattiamo l’ignoranza costruiamo conoscenza
* CAPODIMONTE – ore 10:30 Parco di Capodimonte – Anche a carnevale ogni bosco vale
* MATERDEI – ore 10:30 Piazza Scipione Ammirato – S…fili…amo s…fidi…amo per la città che vogli…amo
* GIUGLIANO – ore 10:30 Piazza Gramsci – Equità nelle diversità. per l’uguaglianza di  accesso alle possibilità
Sabato 25 febbraio:
* GIANTURCO – ore 10 Via Gianturco angolo via Murialdo – La bellezza è di tutti. Nessuno escluso
Domenica 26 febbraio:
* SCAMPIA – ore 10 Via Monte Rosa 90/b – Equi-Libri tra Equilibristi e Equilibrismi
* BAGNOLI – ore 10 Piazza Bagnoli – Circo Italsider
Martedì 28 febbraio:
* SOCCAVO – ore 10:30 Piazza Orazio Coclite Rione Traiano – Gran Circo di Periferia
* CENTRO STORICO – ore 15 Asilo – Vico Maffei 4 – Loro di Napoli
* MERCATO – ore 15 Piazzetta Troya – In memore
* MONTESANTO – ore 15 Parco Sociale Ventaglieri – ‘o bbuon e ‘o malamente
* QUARTIERI SPAGNOLI – ore 15 Piazzetta Trinità degli Spagnoli – Zoo-Safari
Siamo tutti invitati a scendere in strada per riappropriarci delle città e del senso sociale del Carnevale!
Info GRIDAS: http://www.felicepignataro.org – gridas@felicepignataro.org – 366.1033370
Al corteo del 2017 partecipano: (Inviare le adesioni a: gridas@felicepignataro.org)
il GRIDAS, il Circolo Legambiente “La Gru” di Scampia, la Comunità di base del  Cassano, l’ass. “Scuola di Pace”, l’ass. “Chi rom e…chi no”, l’impresa sociale “La Kumpania” srls, il centro CHIKU’ – gastronomia cultura tempo libero, IL RITORNO DEI  PUPAZZI A SCAMPIA – Laboratorio di Illustrazioni, storie e filastrocche, la compagnia
“Delirio creativo”, il Centro Territoriale Mammut, l’ARCI Scampia, l’ass. Vo.DISCA., la  Marotta&Cafiero editori, il Centro Hurtado-Ass. AQuaS, l’ass. Dream Team – Donne in rete, il Gruppo Scout Agesci Napoli 14, il Comitato Vele, il CentroInsieme Onlus,
l’Associazione (R)esistenza, l’Officina delle Culture “Gelsomina Verde”, il Fondo Rustico “Amato Lamberti”…e l’immancabile trattore confiscato con al seguito le “schegge di (R)esistenza” (Presidio Libera Mancini-Vassallo di Castelfranco Emilia e Nonantola, I.P.M.
Airola, CPA Napoli, …), ORA – Officina del Riciclo Artistico, la coop. sociale “L’Uomo e il Legno”, l’educativa territoriale “Voce dei Luoghi”, il Centro Diurno di Riabilitazione “Gatta Blu” – Coop. Sociale ERA – Unità Operativa di Salute Mentale 28 – ASL Napoli 1 Centro,
l’ass. “Per una nuova Scampia”, A.r.t.s Associazione recupero territorio Scampia, il Cantiere 167, il Cantiere Giovani (Frattamaggiore, NA), il “Centro Polifunzionale per la
socializzazione e l’integrazione delle persone con disabilità – Ambito N25 Sant’Anastasia” della Cooperativa Umanista Mazra, il Centro Polifunzionale per minori “Il Verde Giardino”
di Napoli, il centro “MaMu”-Arte e cura nella Globalità dei Linguaggi di Piscinola, il comitato civico cambiamo Mugnano, il 5° circolo didattico “E. Montale” di Scampia – Centrale – Scuola dell’infanzia – plesso “I Giardini di Montale”, l’I.C. Alpi-Levi di Scampia,
lo “Scugnizzo Liberato”, Traparentesi Onlus, Skart-abbelliamo – Operatori dell’Agio (Soccavo), il Comitato Pineta Monte Rosa, Greenpeace – gruppo locale Napoli, il TAN – Teatro Area Nord, l’Ass. Porte Invisibili Onlus, il centro sociale polifunzionale per disabili
“zenit” di Melito (NA), Sepofà – Agenzia di promozione culturale ed editoriale, scuola “Belvedere” di Napoli, L’Accollo, la Chiesa Pastafariana Italiana della Campania, Carnaval/Cannibale (Parigi), l’associazione Noi&Piscinola, il giornale “Napoli Area Nord”,
l’associazione “Insieme per Chiaiano”, l’Assemblea degli abitanti –
Capodimonte&Dintorni, il Centro Polisportivo “Il Raggio di sole di Scampia”, l’A.S.D. “Universal Center” di Miano, l’associazione Napoli Photo Project, La Casa dei Mattoni diCapparuccia di Fermo delle Marche, l’associazione Circo Corsaro, l’Arcigay Napoli, il
Coordinamento Genitori Democratici Napoli, l’ASL Napoli1 Distretto 28, l’associazione Filosofia Fuori Le Mura, il Gruppo Scout Napoli 1, l’associazione Fourmile, i Cicloverdi guidati dalla Matta in Bicicletta… … e tanti altri… E poi la musica con in testa la Banda del GRIDAS, la BandaBaleno Murga di Napoli che coordinerà le altre murghe e bande partecipanti: Los Espantapajaros (Murga di
Battipaglia), La Murga di Materdei, Murga Los Quijotes de la Fuente (Caserta), le Murgas di Roma (La Malamurga, Murga Patas Arriba, Los Adoquines de Spartaco, Murga SinConTrullo), BandaBum Murga di Sassuolo, GLAMourga Macao di Milano, Murga Invexendà di Genova. E ancora, l’Orchestra Musica libera tutti, i finti-illimani, il Coro giovanile del S. Carlo diretto da Carlo Morelli, la Gatta Blù band, il gruppo di tangheri di “Praticamente tango”, la Cantadina, ‘o Rom, …
Per approfondire:
http://www.felicepignataro.org/home.php?mod=carnevale&sub=e_2017_ita
https://www.facebook.com/events/1762753683977416/
https://www.facebook.com/Carnevale-Sociale-Napoli-2017-782076011839496/
#35carnevalescampia
Grande Festa delle bande musicali dei Carnevali Sociali di Napoli:
BandaBaleno Murga di Scampia chiama a raccolta tutte le bande di musica, gli artisti di strada, tutt* coloro che animano i carnevali sociali di Napoli, e non solo, per un grande evento di festa. L’idea nasce per favorire l’incontro tra le bande musicali della città per
facilitarne lo scambio di pratiche, esperienze, ritmi e melodie. Cogliamo l’occasione di questa chiamata agli artisti anche per accogliere le Murgas che verranno a Napoli il giorno prima del 35° Corteo di Carnevale di Scampia da Genova, Milano e Sassuolo e per
festeggiare il 9° compleanno di BandaBaleno, la Murga di Scampia, nata proprio dal Carnevale del GRIDAS.
BandaBaleno è un gruppo di Murga, un’arte di strada migrante tipica del carnevale argentino che esprime attraverso le percussioni, la danza, il teatro ed i costumi di scena, la ribellione al padrone e lo sfottò contro chi vuole comandare. La Murga per la BandaBaleno è soprattutto uno strumento di crescita e di comunicazione, un espediente per aggregare ed animare il quartiere, ed allo stesso tempo per varcarne i confini, per aprirsi al mondo, fare esperienze e crescere insieme all’interno di un gruppo nel segno del
mutualismo e dell’emancipazione di ciascuno.
La festa si terrà da CHIKÙ Gastronomia Cultura e Tempo libero, spazio dove convergono “Chi rom e…chi no”, associazione che opera da più di 10 anni per la creazione di relazioni significative tra le comunità rom e italiana del quartiere e della città attraverso interventi culturali e pedagogici, lavorando nella periferia intesa come luogo di sperimentazione e condivisione di buone pratiche, e “La Kumpania”, la prima impresa sociale italo-rom al femminile.
Di seguito il programma dell’evento:
18.30 Inizio apericena a cura de la Kumpania
20.00 Frente Murguero
21.00 Bandarotta Bagnoli live
21.45 Jam session
22.30 Buon compleanno BandaBaleno
23.30 Matanza murguera di festeggiamento per la conclusione dei cantieri del carro di Carnevale di Chi rom e…chi no.
Si esibiranno le seguenti murgas: BandaBaleno, BandaBum di Sassuolo,
GLAMurga Macao di Milano, Murga Invexendà di Genova e tante altre bande.
Parteciperanno inoltre gli artisti circensi del Circo Corsaro e gli artisti del Carnaval/Cannibale di Parigi oltre a tanti altri artisti e bande.
All’evento sarà possibile ritirare il santino di San Ghetto Martire – Santo Protettore delle Periferie, a sostegno della campagna #IlGridasNonSiTocca
#Chikù si trova a Scampia in Viale della Resistenza Comparto 12 (ex terrazze di Zeus) accanto alla sede dell’VIII Municipalità, sopra l’auditorium di Scampia. – chiku.it
Info:
bandabaleno@gmail.com – 338.9441807 –
https://www.facebook.com/events/601759063357421/
Percorso del 35° Corteo di Carnevale di Scampia:
Il corteo partirà alle ore 10:30 dalla sede del GRIDAS, in via Monte Rosa 90/b, Ina
Casa, Scampia-Napoli; proseguirà per via Monte Rosa, piazza Libertà, via Monte Rosa,
via Monte S. Gabriele, via del Gran Sasso, via Monte Rosa, rione ISES (via Aldo Fabrizi, via Marcello Mastroianni), via Pietro Germi, via Bakù, via A. Ghisleri, Lotto P, rientro per via Ghisleri, via Luigi Pareyson, Largo Nicola Abbagnano, Via Luigi Pareyson, via Enzo
Paci, attraversamento di via Fratelli Cervi, via Hugo Pratt, falò dei simboli negativi in Largo Battaglia e conclusione del corteo.
Durata prevista circa quattro ore.
Comunicato dei Carnevali Sociali di Napoli 2017:
Carnevale Sociale è l’incontro di esperienze dislocate sul territorio,
accomunate dal desiderio di creare nuove comunità di bambine e bambini, adulti e meno adulti.
Carnevale Sociale sono i percorsi di formazione, di convisione, di educazione, di valorizzazione delle differenze che queste realtà organizzano dal basso.
Carnevale Sociale è sperimentare nuove forme del crescere e dello stare insieme, divertirsi, prendersi per mano, cooperare.
Carnevale Sociale è ripudiare ogni forma di razzismo, fascismo, sessismo.
Carnevale Sociale è clandestino, meticcio e senza frontiere.
Carnevale Sociale è liberare spazi abbandonati e farli tornare a vivere attraverso le voci e la gioia delle bambine e dei bambini.
Carnevale Sociale è educazione al rispetto per l’ambiente, recupero dei materiali, è la scoperta di tesori preziosi nei luoghi più impensabili.
Carnevale Sociale è riprendersi la propria città, creare possibilità per i quartieri più ai margini, rispettare i tempi, i modi e le peculiarità di quartieri diversi.
Carnevale Sociale è tutela della tradizione popolare, in barba a chi vuole cancellarla e dimenticarla.
Carnevale Sociale è un’interruzione, un corteo, uno scompiglio, un’esplosione di risa che sfidano le norme e rovesciano il trono del re.
Carnevale Sociale è raccontare con gioia e colori i nostri desideri e le nostre passioni. Carnevale Sociale è il fuoco che arde e brucia tutto quello che non ci piace

ATTUALI MINACCE ALLA CONVIVENZA UMANA

Leonardo Boff

L’onda d’odio che avanza nel mondo, e chiaramente in Brasile, discriminazioni contro afrodiscendenti, nordestini, indigeni, donne, LGBT e membri del PT, per non dire dei rifugiati e dei migranti respinti dall’ Europa, le misure autoritarie del Presidente Donald Trump contro immigranti mussulmani stanno facendo a pezzi il tessuto sociale della convivenza umana a livello internazionale e locale.

La convivenza è un dato essenziale della nostra natura, in quanto esseri umani, perché noi non esistiamo, co-esistiamo, non viviamo, conviviamo. Quando si dilacerano le relazioni di convivenza, qualcosa di inumano e violento avviene nella società e in generale nella nostra civiltà in franca decadenza.

La cultura del capitale oggi globalizzata non offre incentivi per coltivare il “noi” della convivenza, ma enfatizza l’ “io” dell’individualismo in tutti i campi. L’espressione maggiore di questo individualismo collettivo è la parola di Trump: “Al primo posto (first) degli USA”, e, interpretata correttamente, è “soltanto (only) gli USA”.

Abbiamo bisogno di riscattare la convivenza di tutti con tutti noi che abitiamo nella medesima Casa Comune. Divisi e discriminati percorreremo un cammino che potrà essere tragico per noi e per la vita sulla terra.

Notoriamente la parola “convivenza”, come riconosciuto da ricercatori stranieri (per esempio, un accademico tedesco T. Sundermeier Konvivenz und Differenz, 1995) ha come luogo di nascita due fonti brasiliane: nella pedagogia di Paulo Freire e nelle Comunità Ecclesiali di Base.

Paulo Freire parte dalla convinzione che la divisione insegnante/alunno non è originaria. Originaria è la comunità apprendente, dove tutti si relazionano con tutti e tutti imparano gli uni dagli altri, convivendo e scambiando saperi. Nelle CEBS è essenziale lo spirito comunitario e la convivenza egualitaria di tutti i partecipanti. Perfino il vescovo e i preti si siedono insieme attorno allo stesso tavolo e tutti parlano e decidono. Non sempre il vescovo ha l’ultima parola.

Che cos’è la convivenza? La parola stessa contiene in sé il suo significato: deriva da convivere, che significa condurre una vita insieme agli altri, partecipando dinamicamente alla loro vita alle loro lotte, con progressi e sconfitte. In questa convivenza avviene l’apprendimento reale come costruzione collettiva del sapere, della visione del mondo, dei valori che orientano la vita e delle utopie che mantengono aperto il futuro.

La convivenza non annulla le differenze. Al contrario, è la capacità di accoglierle, lasciarle essere differenti e anche così vivere con loro nonostante loro. La convivenza nasce soltanto dopo avere relativizzato le differenze a favore dei punti in comune. Allora sorge la convergenza necessaria, base concreta per una convivenza pacifica, anche se sempre sorgono ondate di tensione a causa di legittime differenze.

Esaminiamo alcuni passi in direzione della convivenza:

In primo luogo, superare la estraneità per il fatto che qualcuno non appartiene al nostro mondo. Subito domandiamo: da dove vieni? Cosa sei venuto a fare? Non dobbiamo creare forzature ne inquadrare l’estraneo ma accoglierlo cordialmente.

In secondo luogo evitare di farsi subito un immagine dell’altro e dare spazio ad alcuni preconcetti (se è un nero, mussulmano, povero). E’ difficile ma è necessario per la convivenza. Einstein diceva bene: “è più facile disintegrare un atomo che estirpare un preconcetto dalla testa di qualcuno”. Però è possibile tirarlo fuori…

In terzo luogo, cercare di costruire un ponte con il differente, ponte che si costruisce attraverso il dialogo e la comprensione della sua situazione.

Quarto: è necessario conoscere la lingua, sia pure a livello elementare. Se questo non fosse possibile, prestare attenzione ai simboli, che generalmente sono più carichi di significato delle parole. I simboli parlano del loro profondo e del nostro.

Per ultimo, sforzarsi per fare di un estraneo, un compagno (che è quello con cui si condivide il pane) di cui si cerca di conoscere la storia e le aspirazioni. Aiutarlo a sentirsi inserito e non escluso. L’ideale è farne un alleato nella camminata del popolo e della terra che lo ha accolto attraverso il lavoro e la convivenza.

Aggiungiamo ancora che non bisogna restringere la convivenza soltanto alla dimensione umana. Essa possiede una dimensione mondana e cosmica. Si tratta di convivere con la natura e i suoi ritmi e rendersi conto che siamo parte dell’universo e delle sue energie che ad ogni momento ci attraversano.

La convivenza potrà fare, partendo da una geo società meno centrata su se stessa e più aperta in alto e più avanzata, meno materialista e più umanizzata, uno spazio sociale nel quale sia più facile la convivenza e l’allegria del convivere.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

DOMENICA 26 FEBBRAIO CORTEO DI CARNEVALE A SCAMPIA

LA COMUNITA’ DEL CASSANO PARTECIPA AL CORTEO DEL 

CARNEVALE DI SCAMPIA

Come negli anni passati, il Gridas – Gruppo Risveglio dal Sonno,  promuove il Carnevale di quartiere per Scampìa, a Napoli, con la partecipazione di scuole, associazioni e affini e singoli cittadini. Questo è il suo

35° Corteo di Carnevale di Scampia

e si svolgerà

Domenica 26 Febbraio 2017.  Ore 10,00

Si tratta di un Carnevale dai mille e un significato.

Per chi non lo sapesse si richiamano qui le principali motivazioni del carnevale:

• si tratta dell’occasione di un recupero della manualità, che a scuola non si vada solo con la testa, ma anche con le mani;
• si tratta di stabilire e mantenere almeno una tradizione popolare che sia anche contributo all’identità del quartiere;
• si tratta di esercitare la creatività applicata ai casi quotidiani della vita, usare le maschere in funzione di critica sociale;
• si tratta di stabilire un rapporto fra scuola e territorio, esibendo all’esterno, in corteo per le strade, ciò che si è prodotto a scuola, e usando il territorio come teatro;
• è un fatto educativo il riciclaggio di materiali di risulta o di scarto, stoffe, giocattoli vecchi, cartoni da imballaggio, ecc.

È perciò molto importante che le scuole partecipino.

Il tema che abbiamo scelto per quest’anno è:

«EQUI-LIBRI TRA EQUILIBRISTI E EQUILIBRISMI».

un gioco di parole rivolto alla produzione culturale, che ha avuto il giusto equilibrio per raccontare la realtà di questi luoghi, sottolineando come il degrado e l’abbandono abbiano avuto origine da problematiche molto più complesse e da scelte errate sia in campo sociale che ambientale.

Nel corso degli anni, il Gridas è diventato un modello di riferimento anche per altre realtà di Napoli. Il carnevale di Scampia è entrato nella storia ed è diventato un evento amato e voluto dagli abitanti del quartiere che riescono ad organizzare una grande festa a costo zero rallegrata dalla musica delle band popolari. Chiunque può partecipare, esprimere le proprie idee e aiutare a costruire i carri allegorici, i vestiti e le maschere che verranno fatti sfilare il giorno del corteo.

“Miracolo” di una madre Rom

Domenico Pizzuti
Conosco B.N. proveniente dalla ex Jugoslavia del “Campo nomadi” di via Cupa Perillo a Scampia da circa due anni, perché la incontravo spesso nella strada sotto casa o vicino la nostra Rettoria “S.Maria della Speranza” con al seguito 4 figli a scalare: due bambini di 8 e 6 anni, una bambina di 4 e l’ultimo di 18 mesi nel passeggino. Non ricordo come siamo entrati in confidenza, ma mi ero reso conto che abitava in una baracca malmessa e bisognosa di essere riparata, il marito in carcere, tutta la cura dei figli gravava sulle sue spalle, e non aveva mezzi di sussistenza se non chiedere aiuto con dignità a chiese, Caritas, associazioni, singoli. “Lavorare” chiama questa richiesta di aiuto.
Ho cercato di rispondere come potevo ai bisogni dei figli, dal cibo agli zainetti per la scuola, ma soprattutto l’ho ascoltata nelle visite al campo o accompagnandola  nei tragitti sotto casa la mattina dopo la Messa. Si è instaurata una simpatica familiarità e fiducia, nel rispetto reciproco, che mi ha fatto partecipe dei problemi della sua vita. In questo clima mi sono reso conto che, secondo le sue possibilità, si prendeva cura effettivamente dei figli, e se aveva qualcosa la destinava prima ai figli e poi a sé. Naturalmente questa condizione le pesava, ed aveva momenti di abbattimento e sconforto.
Nella scorsa estate mi è sembrato fondamentale far riparare i tetti della baracca che facevano acqua con lamiere leggere ed i sottotetti con cartongesso, con poche risorse raccolte e personali. Questo lavoro che normalmente avrebbe richiesto una settimana o poco più è durato mesi perché l’uomo del campo che si era preso l’incarico dei lavori di riparazione un giorno lavorava ed altri dieci si dava per malato o lavorava presso altre baracche. Certo non ha fatto miracoli!
Lunedì 2 gennaio il primo figlio raccoglieva inavvertitamente da terra un fuoco d’artificio che gli esplodeva in mano, danneggiandogli gravemente un dito della mano. Veniva portato e curato all’ospedale Santobono di Napoli, e medicato periodicamente secondo le istruzioni del medico. Questo incidente ha avuto una ripercussione preoccupante, perché il medico del Pronto soccorso ne faceva d’ufficio una relazione agli assistenti sociali dell’ospedale. Dagli uffici della VIII Municipalità di Scampia veniva programmata una  visita domiciliare, che per una settimana produceva ansia nella madre ed in tutta la figliolanza per l’ingiustificato timore diffuso che gli assistenti sociali potessero sottrarre i bambini alla madre. Nello stesso tempo si cercava di rendere più accogliente la baracca, non solo per dare una buona impressione, secondo sollecitazioni mie e di altri. La visita delle assistenti sociali due settimane fa è stata rassicurante, perché si sono principalmente informate sulla salute del figlio ferito e raccomandato la frequenza scolastica dei bambini in età scolare.

La sorpresa è stata quando con gli amici dell’associazione “Chi rom…chi no”, che avevano seguito le vicende del bambino  ferito,  la mattina prima della visita abbiamo trovato la baracca in due giorni di lavoro della madre completamente trasformata: lo spiazzo antistante la baracca ripulito, leggere tendine colorate alle finestre dell’entrata, un tavolo  per l’incontro con le assistenti sociali, il grande spazio abitato diviso con una parete leggera di legno, con un letto grande per i più piccoli nella sala ed un cubicolo per i due maschi, pareti leggere colorate di rosa. Tutto dava l’impressione di nuovo e di colore, di “casa” abitabile secondo uno stile di paesi orientali con tappeti e divani raccolti. A questa vista abbiamo esclamato: B. ha fatto un MIRACOLO in poco tempo e con risorse povere. Forse il timore ingiustificato di perdere i figli per intervento delle assistenti sociali ha messo in moto le sue energie in un tentativo di riscatto e dignità almeno nell’abitazione. Certo i suoi problemi di sopravvivenza non sono risolti, ma il “miracolo”  è stato reso possibile dall’aiuto e dal sostegno di tutti coloro che le sono stati vicini.

B. non è l’unica a compiere questi miracoli in situazioni di sopravvivenza. Negli ultimi anni, dopo decenni di abbandono del campo, diverse donne Rom con mezzi poveri hanno cercato di rendere più confortevoli e dignitosi gli interni delle loro baracche-abitazioni. Non lasciamole sole.

Sabato 18 febbraio incontro generale alla Scuola di pace di Napoli

SCUOLA DI PACE

INCONTRO GENERALE

Sabato 18 febbraio 2017 ore 17,45 – via Foria,93

Muri e Ponti

Paure e Speranze del nostro tempo

Precarietà economica e tutela del lavoro

Il muro dell’economia (tra i garantiti e i precari, tra il concetto di redditi da lavoro e quello di reddito di cittadinanza), Precarietà economica e tutela del lavoro, è il tema principale del mondo del lavoro soprattutto giovanile.

INTERVERRA’

Claudio Paravati, Direttore della rivista Confronti

Manifesti contro papa Francesco: un attacco preciso, brutale e ben pianificato. Sbaglia chi minimizza

Marco Politi – Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2017

L’attacco è stato preciso, violento, ben pianificato. Sbagliano i sostenitori di Francesco a voler minimizzare. E sbaglia anche il Vaticano a diffondere la tacita consegna “non ti curar di loro, ma guarda e passa”.

Perché i manifesti contro papa Bergoglio affissi sabato in molte parti del centro di Roma toccano i punti vitali dell’immaginario di questo pontificato. In primo luogo, il rapporto diretto con la massa dei fedeli e anche il popolo, che non crede ma ascolta con attenzione le parole di Francesco: rapporto ridicolizzato e deformato dalla foto, che sui manifesti mostra un pontefice ingrugnito. Più insidioso ancora è il secondo messaggio veicolato dalle affissioni: l’attacco brutale al cuore della sua buona novella, la misericordia. Come dire: “Sei un dittatore subdolo che parli di misericordia ma perseguiti chi non è d’accordo con te: dall’Ordine di Malta ai Francescani dell’Immacolata, a sacerdoti per te scomodi … e non hai nemmeno il coraggio di rispondere a quei cardinali che ti mettono in discussione”.

Vero e falso in un messaggio di lotta politica senza quartiere non hanno importanza. (La campagna elettorale di Trump insegna). E questo dei manifesti è un attacco “politico” in piena regola al pontificato bergogliano.

Raffinato nella sua perfidia è anche l’uso del dialetto romano. “A France’… “. Uno sberleffo che mira a svuotare nella sua volgarità ogni preminenza morale della personalità presa a bersaglio. Sbaglia anche chi minimizza, considerando la vicenda un mero sviluppo di un clima della comunicazione contemporanea diventato sempre più esplicito, polarizzato e aggressivo. Il che è vero. Ma nel caso di Francesco l’ondata di manifesti derisori è qualcosa di più: è un’ulteriore mossa di un’escalation che ha per scopo la denigrazione sistematica del suo riformismo e in ultima analisi la mobilitazione delle forze in vista del futuro conclave da cui (secondo i conservatori) non deve uscire assolutamente un Francesco II.

Ridicolizzare il Papa a Roma con metodi, che ricordano i tweet di Trump contro i suoi avversari o gli insulti da stadio contro giocatori e arbitri, significa appunto trascinare in basso la figura di Francesco per metterlo alla pari degli insulti da bar.

In questa vicenda – quali che siano i quattro gatti che un domani potranno essere individuati come autori materiali del fatto – non esiste un burattinaio unico. Esiste invece, a partire sin dai primi mesi del pontificato e in accelerata con il primo sinodo sulla famiglia, il coagularsi costante e crescente di molteplici gruppi, preti, vescovi e cardinali sostenuti da una galassia di siti internet, il cui motto è: “Questo Papa non ci piace!”. E’ un demagogo, un populista, un comunista, un femminista, un eretico … Che protestantizza la Chiesa cattolica, sminuisce il primato papale, toglie sacralità alla cattedra di Pietro, si allontana dalla Tradizione, semina confusione tra i fedeli …”.

Si prenda una cartina geografica e si appuntino con uno spillo le località da cui provengono i cardinali e i vescovi, che hanno scritto libri contro la svolta pastorale di Francesco in tema di etica familiare, che hanno firmato petizioni, che gli hanno mandato una lettera accusandolo praticamente di manipolazione dell’ordine dei lavori del Sinodo 2015, che infine (con la lettera dei quattro Cardinali dell’autunno scorso) lo hanno sostanzialmente accusato di tradire la parola di Dio iscritta nel Vangelo – e si avrà una mappa della rete mondiale – in Curia e nei cinque continenti – di coloro che nutrono malumore nei confronti della linea del pontefice. Preti, teologi, vescovi e cardinali che gli si oppongono apertamente e che dietro le quinte sono appoggiati da quanti ne condividono le idee ma non vogliono esporsi e intanto fanno resistenza passiva.

I manifesti di Roma, che attaccano pubblicamente Bergoglio nella Roma, di cui è vescovo e da cui svolge (come suona la definizione cattolica tradizionale) la sua “missione di pastore universale”, sono il segno allarm
ante di un movimento a lui contrario
, che non ha tregua e incarna la stessa aggressività logorante che ha avuto negli Stati Uniti il tea party movement. La somiglianza colpisce. Quel movimento, che incessantemente anno dopo anno ha disgregato l’immagine di Obama, non era ovviamente in grado di rimuoverlo da presidente, ma al termine del suo mandato ha pesato enormemente sulle elezioni presidenziali.

C’è un “movimento del sacro incenso”, abbastanza numeroso come hanno dimostrato le votazioni al sinodo sulla famiglia, e variamente aggressivo, che mira a corrodere dall’interno degli ambienti ecclesiastici l’autorevolezza di Bergoglio. Il vasto consenso di cui gode nei sondaggi è solo una parte della questione. L’altra dimensione riguarda la Chiesa come istituzione. E in questa dimensione la guerra sotterranea è violenta.

Bergoglio, mostrando tranquillità, ha finora ordinato discretamente ai suoi sostenitori nella gerarchia di non dare importanza agli attacchi a lui rivolti. Ma la storia insegna che in una guerra civile chi non contrasta efficacemente gli attacchi, finisce per logorarsi. E qui chi si logora non è tanto la personalità storica di Francesco, ma la vitalità del fronte riformatore.

 

Papa Francesco: «Cambiare sistema», non basta il «buon samaritano»

– Luca Kocci, ROMA,05.02.2017 Chiesa.

Il Pontefice propone un riformismo radicale in un’ottica interna al sistema capitalistico Papa Francesco ha incontrato  in Vaticano un migliaio di partecipanti all’incontro “Economia di comunione” (movimento nato all’interno dell’esperienza dei Focolari di Chiara Lubich, fondato in Brasile nel 1991) in corso fino ad oggi a Castel Gandolfo e ha colto l’occasione per parlare di nuovo dei mali del capitalismo. Senza suggerirne un suo superamento – del resto tutta la dottrina sociale della Chiesa si muove in un’ottica interna al sistema capitalistico –, ma denunciandone le disfunzioni e proponendo un riformismo radicale, perché «quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto». «Non a caso – ha ricordato il papa – la prima azione pubblica di Gesù, nel Vangelo di Giovanni, è la cacciata dei mercanti dal tempio». I «mercanti» di oggi sono più astuti e cinici. «Il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare, il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere», ha detto Francesco. «Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!». Non è uno scenario futuribile quello delineato dal papa, ma già in atto da tempo. Fino a pochi anni, per esempio, Finmeccanica, la principale industria armiera italiana, finanziava il progetto Dream della Comunità di Sant’Egidio, un programma contro la fame e per la prevenzione e cura dell’Aids in Africa, dove finisce una discreta quota di armi italiane. E non c’è nemmeno bisogno di allontanarsi dal colonnato di San Pietro dal momento che Deutsche Bank, al primo posto nella classifica delle “banche armate” che fanno affari con le industrie armiere italiane, è una delle banche di appoggio del Vaticano. Non si tratta, secondo Francesco, di «curare le vittime», ma di «costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più». Come? Puntando a «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», perché «imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente». Certo, ha aggiunto il papa, «quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione», ma «occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime». Il sistema è riformabile? Qualche dubbio pare averlo lo stesso Francesco: «Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”», ha detto alla fine del suo discorso, indirizzato più ai singoli credenti che alle istituzioni economiche e politiche: «Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica», ha detto rivolgendosi agli aderenti ad Economia di comunione. Una cosa però si può fare subito, questa anche a livello politico: combattere l’evasione fiscale. La solidarietà, ha affermato il papa,
Poche ore prima dell’udienza, nel centro di Roma erano comparsi decine di manifesti di contestazione a papa Francesco. Un primo piano di Bergoglio particolarmente accigliato, sotto una scritta in romanesco: «A France’, hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l’Ordine di Malta e i Francescani dell’Immacolata, ignorato Cardinali ma n’do sta la tua misericordia?». Anonimi come la pasquinate di antica memoria, la firma sembra evidente: settori ecclesiali conservatori e gruppi integralisti critici nei confronti della linea pastorale del papa. © 2017 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

SABATO 11 FEBBRAIO – LETTURA BIBLICA

SABATO 11 FEBBRAIO

A MIANELLA ORE 18,30
LA COMUNITA’ SI INCONTRA PER LA LETTURA BIBLICA
INIZIEREMO LA LETTURA

DEGLI “ATTI DEGLI APOSTOLI”

INQUADRATURA GENERALE ED INTRODUZIONE
CORRADO MAFFIA E ANTONIO ZONDA
ENZO E CRISTOFARO FARANNO UNA BREVE COMUNICAZIONE SUI CONTENUTI DEL COLLEGAMENTO NAZIONALE DELLE CDB
DISCUTEREMO ANCHE DI UNA LETTERA A PAPA FRANCESCO CHE CI E’ STATA< PROPOSTA DA FABRIZIO VALLETTI

TRUMP: NUOVO CAPITOLO DI STORIA?

Leonardo Boff*

Da anni si notava un po’ da tutte le parti del mondo la crescita di un pensiero conservatore e di movimenti che si definivano di destra. Con questo si segnalava l’avvento di una società, in cui l’ordine aveva la meglio sulla libertà, i valori tradizionali si anteponevano a quelli moderni e la supremazia dell’autorità si anteponeva alla libertà democratica.

            Questo fenomeno discende da molti fattori ma principalmente dall’erosione di quei valori  di riferimento che conferivano coesione alla società e fornivano un senso collettivo di convivenza. Il predominio della cultura del capitale con i suoi  obiettivi legati all’individualismo e all’accumulazione smisurata di beni materiali e soprattutto alla competizione lasciando in pratica uno spazio esiguo alla cooperazione,  ha contaminato di fatto tutta l’umanità, creando confusione etico-spirituale e perdita del senso di appartenenza all’unica umanità, che abita la stessa Casa Comune. Così è emersa la società liquida, secondo l’espressione di Bauman. In questa società, niente è solido, cresciuto con lo spirito postmoderno dell’ everything goes e del ‘tutto vale’, nella misura in cui ciò che conta è ciò che centra un obiettivo  perseguito per ciascuno di accordo con le preferenze.

            Di fronte a questa rarefazione di stelle guida, ha preso piede il suo opposto dialettico: la ricerca di sicurezza, di ordine, di autorità, di norme chiare e di percorsi ben definiti. Sulla base del conservatorismo e della destra in politica, in etica e in religione, ci si imbatte in questo tipo di visione delle cose. Siamo ad un passo dal fascismo come si è verificato nella Germania di Hitler e nell’Italia di Mussolini.

            In Europa, in America Latina e negli Stati Uniti queste tendenze hanno guadagnato in continuazione forza sociale e politica. In Brasile è stato questo spirito conservatore di destra che ha modellato il golpe di classe giuridico-parlamentare e ha destituito la Presidentessa Dilma Rousseff. Quello che è venuto dopo è stato l’affermarsi di politiche chiaramente di destra, anti-popolo, negatrici dei diritti sociali e retrogradi in termini culturali.

            Ma questa tendenza conservatrice ha raggiunto la sua dimensione più espressiva nella potenza centrale del sistema-mondo, gli Stati Uniti, confermata nell’elezione di Donald Trump alla presidenza del paese. Da noi il conservatorismo e la politica di destra si mostrano senza metafore e in forme sbiadite e perfino grossolane.

            Trump, nei suoi primi atti, ha cominciato a smontare le conquiste sociali raggiunte da Obama. Nazionalismo, patriottismo, conservatorismo, isolazionismo sono le sue caratteristiche più marcanti.

            Il suo discorso inaugurale è spaventoso: “da ora in avanti una nuova visione governerà la nostra terra. A partire da questo momento soltanto gli Stati Uniti saranno il “primo”. Il “primo” (first) a questo punto deve essere inteso come “solo” (only) gli Stati Uniti dovranno contare”. Radicalizza la sua visione al termine del suo discorso con evidente arroganza: “insieme faremo sì che gli Stati Uniti tornino ad essere forti. Faremo sì che gli Stati Uniti tornino a prosperare. Faremo sì che gli Stati Uniti tornino ad essere orgogliosi. Faremo sì che gli Stati Uniti tornino ad essere sicuri. Insieme faremo sì che gli Stati Uniti siano nuovamente un grande paese.

            Soggiacente a queste parole funziona l’ideologia del “destino manifesto”, dell’eccezionalità degli Stati Uniti, sempre presente nella politica dei presidenti anteriori, Obama incluso. Vuol dire, gli Stati Uniti si sentono portatori di una missione unica e divina nel mondo, quella di diffondere i loro valori di diritto, di proprietà privata e di democrazia liberale per il resto dell’umanità.

            Per lui il mondo non esiste. E se esiste è visto in forma negativa. Rompe i lacci della solidarietà con gli alleati tradizionali come l’Unione Europea e lascia ogni paese libero per eventuali avventure contro i suoi avversari storici, aprendo spazio all’espansionismo di potenze regionali eventualmente includendo guerre letali.

            Dalla personalità di Trump possiamo aspettarci di tutto. Abituato ad affari loschi come sono, in genere, gli affari degli immobiliaristi nuovaiorchesi, senza nessuna esperienza politica, può innescare crisi altamente minacciose per il resto dell’umanità, come per esempio un’eventuale guerra contro la Cina o la Corea del Nord, senza escludere l’uso di armi nucleari.

            La sua personalità denota caratteristiche psicologiche della devianza, narcisiste e con un ego fuori misura, più grande delsuo stesso paese.

            La frase che ci spaventa è questa: “da oggi in avanti una nuova visione governerà la terra”. Non so se sta pensando solo agli Stati Uniti o al pianeta Terra. Probabilmente per lui le due cose coincidono. Se questo è vero, non ci resta altro che pregare perché il peggio non accada al futuro della civiltà.

*Leonardo Boff è columnist del JB on line e ha scritto Convivência, respeito e tolerância, Vozes 2006.

Traduzione  di Romano Baraglia e Lidia Arato

 

 

Contrasto all’immigazione – il lavoro sporco pagato dall’Italia

Mosaico dei giorni – Fondo per l’Africa – 2 febbraio 2017 – Tonio Dell’Olio
Il ministro degli esteri ha presentato ieri alla stampa il “Fondo per l’Africa”. Si tratta di un progetto di cooperazione internazionale da 200 milioni di euro e tutti ci saremmo aspettati che potessero servire a creare sviluppo almeno in alcuni Paesi di quel continente. E invece leggo il virgolettato del ministro dal sito della Farnesina: “200 milioni per cooperazione su contrasto a immigrazione irregolare per fermare le partenze e stroncare il traffico di esseri umani. Con questo decreto abbiamo dato il via ad alcune misure necessarie e strategiche per il rafforzamento della frontiera esterna e per il contrasto ai flussi di migranti irregolari. È un grande passo in avanti, decisivo nell’impegno del governo italiano per il raggiungimento degli obiettivi di stabilità e sicurezza, in Italia e in Europa”. Dunque si tratta di soldi destinati a polizia e forze dell’ordine di Libia, Tunisia e Niger perché facciano il lavoro sporco per noi. Ricaccino indietro i disperati che scappano dalla fame o dalle persecuzioni o dalle guerre. E lo facciano lontano dai nostri occhi, non importa con quali metodi, in modo che l’ipocrisia della nostra coscienza resti illibata. I racconti che ascolto degli immigrati africani che passano per quei paesi sono raccapriccianti e parlano di stupri, pestaggi, violenze e uccisioni operate anche dalla stessa polizia. D’ora in poi lo faranno con i nostri soldi che non serviranno ad aiutare l’Africa ma piuttosto noi stessi. La chiamano cooperazione internazionale ma è un fondo per l’Italia e per l’Europa e non certo per l’Africa. Almeno il pudore di cambiargli nome!

DA “RESISTENZA E RESA”

Dietrich Bonhoeffer

“Ciò che mi preoccupa continuamente è la
questione di che cosa sia veramente per noi, oggi,
il Cristianesimo, o anche chi sia Cristo. E’ passato il
tempo in cui lo si poteva dire agli uomini con le
parole -siano esse parole teologiche oppure pie-;
così come è passato il tempo della interiorità e
della coscienza, cioè appunto il tempo della
religione in generale. Stiamo andando incontro ad
un tempo completamente non-religioso; gli uomini,
così come ormai sono, semplicemente non
possono più essere religiosi. anche coloro che si
definiscono sinceramente ‘religiosi’, non lo mettono
in pratica in nessun modo; presumibilmente, con
religioso essi intendono qualcosa di
completamente diverso. Il nostro annuncio e la
nostra teologia cristiani nel loro complesso, con i
loro 1900 anni, si basano sull’a-priori religioso degli
uomini. Il Cristianesimo è stato sempre una forma,
(forse la vera forma) della ‘religione’. Ma se un
giorno diventa chiaro che questo a-priori non
esiste, e che si è trattato invece di una forma di
espressione umana, storicamente condizionata e
caduca, se insomma gli uomini diventano
radicalmente non religiosi- e io credo che più o
meno questo sia già il caso (da che cosa dipende
ad esempio il fatto che questa guerra, a differenza
di tutte le altre non provoca una reazione
religiosa?)- che cosa significa allora tutto questo
per il cristianesimo? Vengono scalzate le
fondamenta del nostro cristianesimo qual è stato
finora, e noi ‘religiosamente’ potremmo raggiungere
soltanto qualche cavaliere solitario o qualche
persona intellettualmente disonesta… Come può
Cristo diventare il Signore anche dei non-religiosi?
Ci sono dei cristiani non-religiosi?… Che cosa è un
cristianesimo non religioso?”

Le persone religiose parlano di Dio quando la
conoscenza umana (qualche volta per pigrizia
mentale) è arrivata alla fine o quando le forze
umane vengono a mancare -e in effetti quello che
chiamano in campo è sempre il deus ex machina,
come soluzione fittizia a problemi insolubili, oppure
come forza davanti al fallimento umano; sempre
dunque sfruttando la debolezza umana o di fronte
ai limiti umani; questo inevitabilmente riesce
sempre e soltanto finché gli uomini, con le loro
forze non spingono i limiti un po’ più avanti, e il Dio
inteso come deus ex machina non diventa
superfluo; per me il discorso sui limiti umani è
diventato assolutamente problematico (sono oggi
ancora autentici limiti la morte, che gli uomini quasi
non temono più, e il peccato, che gli uomini quasi
non comprendono?); mi sembra sempre come se
volessimo soltanto timorosamente salvare un po’ di
spazio per Dio; -io vorrei parlare di Dio non ai limiti,
ma al centro, non nelle debolezze, ma nella forza,
non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma
nella vita e nel bene dell’uomo. Raggiunti i limiti, mi
pare meglio tacere e lasciare irrisolto l’irrisolvibile.
La fede nella resurrezione non è la soluzione del
problema della morte. L’aldilà di Dio non è l’aldilà
della nostra capacità di conoscenza! La
trascendenza gnoseologica non ha nulla a che fare
con la trascendenza di Dio. E’ al centro della nostra
vita che Dio è aldilà! La chiesa non sta lì dove
vengono meno le nostre capacità umane, ai limiti,
ma al centro del villaggio.”

LA PROGETTUALITÀ MARGINALE DI UN LAICATO ADULTO E MINORITARIO

LA PROGETTUALITÀ MARGINALE DI UN LAICATO ADULTO E MINORITARIO

Franco Ferrari
www.viandanti.org

“Il brutto anatroccolo” è il titolo di un saggio sul laicato cattolico italiano scritto da Fulvio De Giorgi; apparso in libreria otto anni fa è ancora di grande attualità. Anche nella Chiesa di Francesco. L’autore, da studioso del Rosmini, indica le cinque piaghe che affliggono il laicato e la quinta in particolare, – “carenze della dignità fraterna del laico”, cioè l’incapacità di saper “trasformare in realtà di vissuto ecclesiale la piena uguaglianza battesimale di tutti i cristiani, uomini e donne, superando ogni paternalismo e ogni forma di persistente clericalismo” (p.105) -, ha indubbiamente molto a che vedere con l’afonia perdurante dei laici dentro e fuori la Chiesa.

L’ostacolo del clericalismo

I laici e la loro posizione nella Chiesa sono oggetto di frequente attenzione nei discorsi e nei documenti del Vescovo di Roma; è interessante notare che la questione viene molto spesso, se non sempre, collegata ad un’altra: il clericalismo. A papa Francesco sembra che i due temi non possano venire trattati separatamente: “Non possiamo riflettere sul tema del laicato ignorando una delle deformazioni più grandi […] il clericalismo”[1]; “nella maggioranza dei casi, si tratta di una complicità peccatrice: il parroco clericalizza e il laico gli chiede per favore che lo clericalizzi, perché in fondo gli risulta più comodo”[2]; concetti ripresi nel discorso di apertura della 68a Assemblea generale della CEI, quando richiama l’esigenza di “rinforzare l’indispensabile ruolo dei laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono”, i quali per fare ciò “non dovrebbero aver bisogno del Vescovo-pilota, o del monsignore pilota o di un input clericale”[3].

Il rumore del silenzio

Sulla valorizzazione e l’importanza dei laici dal Vaticano II ad oggi non si è risparmiato inchiostro nel produrre documenti, ma sul piano concreto la questione non ha fatto passi avanti. In almeno tre passaggi ufficiali o di studiosi possiamo trovare un’ammissione “certificata”. “Il lento cammino di diffusione della pari dignità di tutti i battezzati trova le sue ragioni nella carenza intorno allo statuto teologico del laico” scrive la Conferenza episcopale italiana nel suo contributo al Sinodo sui laici del 1987[4]; il sociologo Garelli, nella relazione al III Convegno ecclesiale di Palermo (1995) rileva che nelle Comunità ecclesiali, “su molte questioni decisive”, si è generata “la pratica del silenzio, un grande freddo, per evitare che il confronto e la dialettica interna mettessero in discussione la comune matrice religiosa”[5]; una conferma ulteriore e molto puntuale la fornisce Xeres[6], citando un contributo di Giuseppe Savagnone in “Aggiornamenti sociali”. “[I laici] non sempre riescono a stabilire una reale comunicazione con il parroco e con il vescovo. Sui problemi più rilevanti, essi hanno l’impressione che il loro parere non conti nulla, anche quando viene ufficialmente richiesto”.

La frammentazione

Il grande rinnovamento portato dal Concilio non sembra essere stato sufficiente a riallineare la Chiesa con i cambiamenti della società, quasi a confermare quanto, molti anni dopo, dirà Carlo Maria Martini: “la Chiesa è rimasta indietro di 200 anni”. In effetti negli anni immediatamente successivi al Concilio inizia un sommovimento interno alla Chiesa, che prenderà forme diverse e sfocerà nella crisi delle associazioni cattoliche ufficiali o promosse dalla gerarchia, nella contestazione e nel dissenso ecclesiale, in una presa di distanza che ha assunto nel tempo un’ampia gamma di sfumature. Accanto al fenomeno più noto di questa frammentazione, quello delle Comunità di base, via via sono nati molti altri gruppi e realtà che si muovono in grande autonomia rispetto alle parrocchie e alle iniziative più ufficiali. Un universo definito, nel tempo, in modi diversi: i cattolici “non allineati”, del “dissenso”, del “fermento”, del “disagio”.

L’esigenza di guardare lontano

Molti di questi gruppi svolgono con carattere di stabilità attività di animazione biblica e spirituale, di cultura teologica o di animazione ecclesiale e sono sensibili ad una visione ecclesiologica partecipativa, potremmo dire sinodale. Si tratta di realtà – più o meno strutturate, più o meno grandi – che vivono e operano a livello di base, di popolo, che in molti casi intercettano quella porzione del Popolo di Dio che non partecipa per motivi diversi alla vita delle associazioni o dei movimenti riconosciuti, delle parrocchie; insomma, un universo un po’ borderline che opera più sul sagrato che in sagrestia.

Una “distanza” che consente di restare ai margini dei meccanismi istituzionali garantendo una libertà di scelta e d’azione che assicura la possibilità di esplicare pienamente la propria responsabilità di laici adulti sia all’interno della vita della Chiesa, sia nell’impegno per l’”animazione delle realtà terrene”, senza bisogno del “monsignore pilota”. Un’altra causa di questa ricerca di autonomia è indubbiamente il ristretto orizzonte delle realtà parrocchiali. La loro vita è molto autocentrata; in proposito è di rilievo ciò che mons. Galantino ha detto ai partecipanti al Festival dell’ACR: “Non basta stare in parrocchia; bisogna imparare a vedere con i propri occhi e con il proprio cuore cosa c’è attorno alla parrocchia e anche cosa c’è lontano. […] fuori dalla parrocchia ci sono un sacco di cose belle che possono farvi crescere” (10.9.2016; agenzia SIR).

Per rompere il silenzio

Di questa realtà frammentata, con tante presenze vive, vivaci e puntiformi è stato tentato un inventario[7], ma l’impresa direi che è quasi impossibile. Molti fanno cose anche di valore, ma tutti sono isolati e il loro agire di solito non supera il livello territoriale, non fa opinione nella realtà più ampia della Chiesa italiana e spesso della Chiesa locale. Bisogna, però, osservare che la “distanza” di cui si parla più sopra è reciproca, anche l’Istituzione (parroci, vescovi) non stabilisce rapporti, non considera queste realtà che probabilmente creerebbero qualche difficoltà per non essere inquadrabili nei piani pastorali, per il manifestare opinioni e posizioni troppo autonome e/o critiche, per il loro non chiedere autorizzazioni preventive. Eppure moltissimi partecipanti a questi gruppi hanno un trascorso nelle associazioni cattoliche, continuano ad essere presenti individualmente nella vita parrocchiale; in non pochi casi sono anche presbiteri.

Il fiuto del gregge

Nella varietà delle iniziative si possono cogliere alcune costanti che può essere utile considerare brevemente, senza la pretesa della completezza: (a) la convegnistica spesso riguarda temi di frontiera o poco frequentati a livello ufficiale; (b) le iniziative sono caratterizzate dalla pluralità delle voci di diverso orientamento e appartenenza; (c) pubblicano riviste di dibattito che però restano di nicchia (es: Esodo, Tempi di fraternità, Il Gallo, Koinonia, l’altrapagina, Matrimonio, Oreundici, ecc.); (c) animano incontri di carattere biblico e teologico; (d) presentano e approfondiscono in modo critico i documenti più importanti del magistero; (e) fanno memoria di figure e momenti significativi della vita ecclesiale (es.: Romero, Mazzolari, Battistella, Bachelet, Vaticano II, Giovanni XXIII, Martini, ecc.). Insomma, si potrebbe dire che anche questa è espressione del fiuto del gregge di cui parla papa Francesco. Un’attività che possiamo definire di ricerca, con uno sguardo che va al di là del contingente, che generalmente non riguarda la traduzione del tema pastorale annuale o dei piani pastorali (forse sta qui la riserva nei loro confronti).

Fare rete

Realtà così frammentate frutto di percorsi e di storie molto diverse difficilmente sono omologabili nelle tradizionali forme associative. La Rete, per sua natura collegamento agile senza formalizzazioni, che rispetta le varie identità, sembra essere lo strumento che può consentire di creare le condizioni per un salto di qualità, per acquisire visibilità e per contribuire ad un’opinione pubblica responsabile all’interno della Chiesa Italiana.
In questa direzione si è impegnata da alcuni anni (2010) l’Associazione Viandanti dando vita ad una Rete omonima che organizza convegni nazionali biennali e che ha iniziato ad incontrare i vescovi disponibili per presentare il proprio punto di vista su diversi problemi della vita ecclesiale, secondo quanto suggerisce LG 37. In questi anni, altre due esperienze si sono segnalate come momenti di agglutinamento di questi gruppi, si tratta de “Il Vangelo che abbiamo ricevuto” (dal 2009 al 2014 ha organizzato 6 convegni sui temi della trasmissione della fede) e di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” (dal 2012 al 2015 ha organizzato 4 assemblee-convegno per rileggere il Vaticano II e i suoi documenti).

Una risorsa

Indubbiamente stiamo parlando di una realtà minoritaria che comunque con le iniziative e le pubblicazioni raggiunge ambienti non sempre toccati dalla pastorale ordinaria e molti che spesso sono in ricerca; si tratta di una risorsa che potrebbe essere valorizzata senza tentare di omologarla. Per avviare questo cammino occorre però essere attenti a vari elementi. Bisogna superare le diffidenze e il timore del conflitto, Francesco nell’Evangelii gaudium (226-230) suggerisce di accettarlo e di saperlo governare; occorre porsi nell’ottica di un dialogo alla pari e instaurare una reale comunicazione: l’incontro è con laici consapevoli che si pongono i problemi della Chiesa non con infanti; occorre acquisire l’ottica del lavoro di gruppo e saper stare su un piano di parità; non ultimo forse occorre acquisire la consapevolezza che questi gruppi sono tutto sommato delle associazioni private di fedeli che possono organizzarsi in grande autonomia. Si tratta di uno stile nuovo che tutti dobbiamo imparare, ma potrebbe essere uno dei tanti sentieri che una “Chiesa in uscita” deve imboccare e saper percorrere.

********************************
NOTE
[1] Lettera al presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016.
[2] Discorso ai Vescovi responsabili del Celam, Rio de Janeiro, 28 luglio 2013.
[3] Discorso all’apertura della 68a assemblea generale della Cei, Roma, 18 maggio 2015.
[4] Vedere “Il Regno. Documenti” del 1987 p. 589.
[5] F. Garelli, Credenti e Chiesa nell’epoca del pluralismo. Bilancio e potenzialità, “Il Regno. Documenti” del 1995, p. 655.
[6] S. Xeres-G. Campanini, Manca il respiro, Ancora, Milano 2011, p. 79.
[7] V. Gigante-L. Kocci, La Chiesa di tutti, Altraeconomia, Milano 2013.

ECCO UN UOMO-UOMO: AILTON KRENAK

Leonardo Boff

In mezzo alla babele dei discorsi politici, golpisti e antigolpisti del nostro tempo,è tonificante e incoraggiante mettersi in contatto col pensiero e la visione della realtà di questo noto leader dei popoli nativi che è Ailton Krenak. Al termine della lettura di interviste e testi riuniti in un libro “Ailton Krenak: incontri” (Azouge A Editorial, Rio, 2015), siamo portati a esclamare: “Ecco qua un uomo tutto d’un pezzo, integrale, vero burum” (burum, essere umano in lingua Krenak).

E’ nato nel 1983 da un famiglia Krenak, in una regione della Valle del Rio Doce, al confine tra lo Stato dello Espirito Santo con lo Stato di Minas Gerais. Durante la sua leadership, furono create due entità importanti per la causa indigena: la Uniao das Naçoes Indigenas (UNI) che mette in gioco qualcosa come 180 etnie differenti e l’ Alleanza dei Popoli della Foresta. Tardi ha frequentato la scuola. Ma questo fatto non ha per lui lo stesso significato che noi gli attribuiamo. “Leggere e scrivere non è per me una capacità superiore a camminare, nuotare, salire sugli alberi, correre, cacciare, fare un paniere, un arco, una freccia”.

Il grande insegnamento proviene dalle tradizioni sacre delle tribù e dall’immersione nella natura e nell’universo..Ironicamente osserva: “Un mio nonno è vissuto 96 anni. Per il mio popolo un guerriero e un saggio; per il governo brasiliano era un bambino, un soggetto da tener d’occhio e da proteggere.

Contro questo tipo di interpretazione e di politica Krenak muove dura critica. Famoso il suo intervento pronunciato il 4 settembre del 1987 all’Assemblea Nazionale Costituente.Si dipinse a lutto e si vestì con il costume dei nativi. Era una protesta contro il modo come essi erano stati cacciati nel corso della storia. Denunciava: “oggi siamo bersaglio di una aggressione che pretende raggiungere nella oro essenza, le nostre credenze e la nostra speranza…..il popolo dei nativi ha bagnato con il sangue ogni ettaro degli otto milioni di chilometri quadrati del Brasile”. Comunque provò felicità per le leggi approvate a favore dei popoli nativi nella Costituzione, anche se sono continuamente violate.

Mai dobbiamo dimenticare una delle pagine più vergognose crudeli della nostra storia. Dom Joao VI non appena arrivato in Brasile decretò con la Carta Regia del 13 maggio 1808 una Guerra offensiva contro ciò che chiamavano botocudos (da botoque, pezzetti di legno che infilavano nel labbro inferiore, così, per bellezza). Nella lettera si decretava: “ dovete considerare come iniziata contro questi Indios antropofaghi una guerra offensiva che continuerete sempre di anno in anno durante la stagione secca e che non avrà fine, se non quando avrete la soddisfazione di essere  i padroni delle loro abitazioni e di far loro capire la superiorità delle mie regali armi in maniera tale che mossi da giusto terrore delle stesse chiedano la pace e si assoggettino al dolce giogo delle Leggi. Niente di più arrogante e bugiardo (non erano antropofagi) di un simile testo. I Krenak furono quasi sterminati. Ma si nascosero nei boschi e lentamente si ripresero: tribù coraggiosa, intelligente e capaci di lottare.

La principale lotta di Ailton Krenak è la preservazione della identità tribale sia nei loro territori, sia nelle zone urbane. Mostra gli equivoci dei tentativi di acculturarli, di incorporarli alla società nazionale, insomma di civilizzarli senza rendersi conto dell’immensa sapienza ancestrale di cui sono portatori e della comunione profonda che vivono con la natura e con l’universo. Attualmente, in mezzo a una crisi universale ecologica, dimostrano di essere maestri e dottori.

“Noi siamo indios solo per i bianchi”, dice Krenak. Noi abbiamo la nostra identità e il nostro nome: Krenak, yanomami, guarani-kaiowa e altri. “Per noi l’America Latina non esiste; esiste l’universo.

Lui e quelli della sua tribù sono profondamente religiosi. Lui  dice :” io sono praticante, ma non sono obbligato ad andare in una chiesa, non devo andare a messa. Io mi relaziono con il mio Creatore, mi relaziono con la natura e con i fondamenti della tradizione del mio popolo”.

In un’altra intervista afferma : “i krenak credono che noi siamo parte della natura, gli alberi sono nostri fratelli, le montagne pensano e sentono. Tutto ciò fa parte della nostra sapienza, della memoria della creazione del mondo”. Qui emerge la stessa esperienza di San Francesco di Assisi e ci rimanda all’enciclica sulla ecologia integrale di Papa Francesco. Con coraggio difende il sacro che sta in tutte le cose.

Mi ricordo che in uno dei primi Congressi sull’ecologia realizzato in Brasile toccò a me esporre la visione di San Francesco sulla fraternità universale, con il sole e con tutti gli esseri. Alla fine disse il cacicco e sciamano Davi Kopenawa dei yanomamis:” questo non è un santo cattolico; lui è come noi un nativo.

Infine vale la pena udire questa testimonianza di Ailton Krenak: “io penso che c’è stata una scoperta del Brasile da parte dei bianchi nel 1500 e poi una scoperta del Brasile da parte degli Indios nella decade del 1970 e 1980. Ora è in vigore quest’ultima, gli Indios hanno scoperto che, nonostante che essi siano simbolicamente i padroni del Brasile, essi non hanno nessun posto per vivere in questo paese. Dovranno portare gradualmente all’esistenza questo luogo esprimendo la loro visione del mondo, la loro potenza come esseri umani, il loro pluralismo la loro volontà di essere e di vivere”. Tutti dobbiamo appoggiare questi giusti desideri.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia  Arato

Otto per mille. La chiesa imperversa con i suoi spot

Otto per mille, la Chiesa imperversa con i suoi spot e si mangia la fetta più grandi

L’analisi della Corte dei conti: il pubblico quasi assente dagli spot, così non riesce a incamerare contributi. E i cittadini laici nello spirito non trovano così una “valida alternativa” in campo. Sfumano così risorse che potrebbero andare alla ristrutturazione delle scuole

 di ALDO FONTANAROSA                                                                                            15 gennaio 2017 – www.repubblica.it/

ROMA – La Chiesa cattolica, scatenata, le tenta tutte pur di fare il pieno di soldi con il meccanismo dell’8 per mille. E si affida soprattutto a campagne di spot in tv, che risultano “martellanti” ed efficacissime.

Invece lo Stato italiano – che pure avrebbe bisogno di questo contributo, ad esempio per ristrutturare le scuole – non si impegna per convincere i contribuenti. La Corte dei conti, sorpresa dalla timidezza dei nostri governi, ha anche altri dubbi. Contesta allo Stato italiano di essere sleale quando impiega i soldi che riceve (quasi suo malgrado) dall’8 per mille.

Lo Stato dunque mostra “disinteresse” per questo aiuto, al punto che i contributi in suo favore si sono “drasticamente ridotti” negli anni. Cittadini laici nello spirito, contrari a sostenere una confessione religiosa, non trovano così una “valida alternativa” in campo. Vorrebbero destinare “una parte della imposta sul reddito” a cause “sociali e umanitarie”. Ma questo sentimento – osserva la Corte – è “frustrato”.

Peraltro la legge prevede che la ristrutturazione delle scuole – obiettivo “molto sentito dagli italiani” – sia finanziata anche dall’8 per mille. Per questo, la Presidenza del Consiglio si era impegnata a lanciare, per il 2016, una intensa “campagna promozionale”. Ma questa campagna ancora una volta non è arrivata. L’effetto è una “marginalizzazione della iniziativa pubblica che ha compromesso la possibilità di ottenere maggiori introiti”. Questo, “in violazione dei principi di buon andamento, efficienza, efficacia della pubblica amministrazione”.

Opposta è la strategia della Chiesa cattolica che – per convincere gli italiani a girarle l’8 per mille – gioca la carta degli spot tv. La Corte dei conti rivela che – in quindici anni, dal 1998 al 2013 – la Chiesa cattolica ha investito quasi 64 milioni di euro in inserzioni pubblicitarie sulla sola Rai. Cifra che spinge la Corte – perplessa – a parlare di un “mercato del solidarismo”.

La strategia di persuasione della Chiesa cattolica è efficace. In 24 anni – tra il 1990 e il 2014 – ha incamerato più di 18 miliardi 301 milioni grazie all’8 per mille (contro i 400 milioni di tutte le altre confessioni messe insieme, come gli avventisti, gli evangelici luterani o valdesi, le comunità ebraiche).

Nel 2014, mentre la Chiesa cattolica supera di slancio il miliardo di entrate, lo Stato italiano deve accontentarsi di 170 milioni.

Lo Stato peraltro pesca volentieri nei contributi dell’8 per mille per finanziare altre sue spese o attività. Ora, queste attività hanno sempre un rilievo pubblico. Dal 2011, ad esempio, 64 milioni in arrivo dall’8 per mille hanno tenuto in piedi la flotta della Protezione Civile. Il problema è che dirottare questi soldi altrove, come fa lo Stato, significa negare “piena esecuzione alla volontà del contribuente” che aveva dato il contributo per un altro utilizzo. Siamo di fronte dunque ad una violazione dei principi di “lealtà e buona fede”.

E a proposito di lealtà, la Corte rivela di aver sollecitato indagini sui Cat che assistono milioni di italiani al momento di compilare la dichiarazione Irpef. Su 4987 schede esaminate, il bilancio provvisorio è di irregolarità nel 7 per cento dei casi. A volte, i Caf non conservano la comunicazione della persona che indica a chi destinare l’8 per mille. A volte i Caf danno i soldi a chi dicono loro ignorando la volontà dei contribuenti. Qualche Caf di super-credenti suggerisce di indirizzare il contributo alla Chiesa cattolica venendo meno al dovere di imparzialità

SABATO 21 GENNAIO

 SABATO 21 GENNAIO 2017

SCUOLA DI PACE 

La comunità partecipa alla Scuola di paceVia Foria 93  ore  17,45

MURI E PONTI

Tema dell’incontro

“POLITICA DELLA “CASTA” E PARTECIPAZIONE ATTIVA

con

Giovanni Lamagna – filosofo

Il muro della politica (tra i rappresentanti e i rappresentati), Politica della “casta” e partecipazione attiva, ci interroga sul senso della politica oggi  a partire dall’esaurimento delle culture social – comuniste e liberali  fino ai populismi e agli attuali preoccupanti fenomeni astensionistici.

RIFLESSIONI DI ALDO BIFULCO

FINALMENTE!

A freddo,  ora che la bagarre è un po’ meno ossessiva e violenta,  mi sento di fare qualche riflessione, anche perché non avverto più il pericolo di  essere tacciato di “renzismo” da quanti, a parole si dichiarano aperti al dialogo e alla critica, ma poi nei fatti si vestono di una cultura manichea che non ammette nemmeno sfumature diverse, pronti ad arruolarti in una squadra per la quale, notoriamente, non fai il tifo. Questo timore mi ha congelato per qualche tempo, malgrado fosse chiaro ai più che la mia visione della democrazia e della politica  sia piuttosto distante da quella di Renzi, senza per questo addossargli tutti i mali della nostra società. La questione referendaria non mi ha appassionato, ho avvertito un fastidio viscerale per la deriva direi, squallida,  che ha caratterizzato questa frenetica, interminabile e ripetitiva discussione. Mi è sembrato che il “peggio della politica” , se escludiamo poche eccezioni, si sia concentrato sui due fronti.  Ambiguità, furbizia, rancore, forse odio, vendetta, manipolazione, falsificazioni, opportunismo, voltagabbanismo….prescindendo dai quesiti referendari.

Non ho sottovalutato, né banalizzato la problematica della “riforma costituzionale”; mi sono impegnato, infatti, anche tramite “Scampia felice” ad organizzare momenti pubblici di chiarificazione dei quesiti referendari.

Sono un “innamorato della nostra Costituzione”, molti dicono che sia la più “bella del mondo”, io non sono attrezzato per un’analisi comparativa con le costituzioni degli altri paesi, mi fido di chi lo ha fatto….ma non la considero un libro sacro (posto che ce ne siano e in tal caso  bisognerebbe spiegarne il senso!). Sono certo che se l’autore dei “dieci comandamenti”  fosse vissuto in questo tempo storico, ne avrebbe inserito certamente un undicesimo: “Non inquinare e non distruggere l’ambiente che è destinato anche alle future generazioni”.  E mi permetto sommessamente, sperando di non essere accusato di presunzione, di avanzare una ardita previsione, che, forse, anche Matteo e Luca se fossero vissuti  ai nostri giorni, avrebbero fatto cenno nel Discorso evangelico delle Beatitudini e nel brano del “Giudizio finale” (che rappresentano la luce, la bussola di orientamento della mia fede!) anche a questa problematica.

Per fortuna Francesco, vescovo di Roma, e esponenti importanti delle altre religioni hanno fornito molte indicazioni interessanti alla soluzione dei problemi che riguardano la “salvaguardia del creato di cui fa parte, ricordiamocelo, anche l’uomo”. Basi pensare all’Enciclica “Laudato Si’”.

Ritoccare, aggiornare la “Costituzione”, con la relativa prudenza, in modo partecipato e con l’ausilio di competenti, non mi appare scandaloso.  E, per quanto mi riguarda, non solo la seconda parte, perchè ci sono articoli anche nella prima che andrebbero precisati, ampliati per poter rispondere meglio alle sfide dei nostri tempi. E poi la “Costituzione” più che difesa, andrebbe attuata, pensiamo solo alla questione del lavoro.

Vi sembra adeguato l’art.9 di fronte ai gravi problemi ambientali, agli sconvolgimenti climatici, alle devastazioni del territorio? E l’art.11 garantisce in pieno i processi di pace? Nulla si dice circa  l’industria bellica e la vendita di armi che alimentano automaticamente la diffusione della guerra. La spesa militare italiana prevista per il 2017 è di 23 miliardi di euro, alla faccia della Costituzione.

E di fronte alla grave tragedia dell’immigrazione non andrebbe precisata la questione dei diritti e della cittadinanza? C’è un documento  che  circola con molte firme prestigiose  “Una persona un voto” che per garantire il diritto democratico ad esprimere il voto politico a milioni di cittadini che vivono stabilmente in Italia, che pagano le tasse, i cui figli sono nati qui, invocano una legge costituzionale.

Le modifiche alla seconda parte così come  formulati  nei requisiti referendari sulla scheda elettorale ( ben sapendo che l’articolazione completa, in effetti,  nascondeva delle insidie e dei pericoli), a mia memoria, erano condivisi da gran parte dei partiti politici.  Ma i personalismi, la scarsa propensione alla collaborazione e al dialogo sincero, il predominio della tenzone politica rivolta alla conferma o all’acquisizione del potere hanno messo in secondo piano l’importanza della Costituzione, che  deve necessariamente  unire. Invece questo percorso, così come è stato condotto, ha lacerato le relazioni e i rapporti, creando divisioni trasversali in tutti i contesti.   Non mi interessa alimentare una ulteriore discussione su questi temi che sarebbe, d’altronde,  fuori “tempo massimo”, quanto manifestare il mio grande disagio rispetto alla questione politica e alle vicende che si potrebbero profilare.

Questa animosità elettoralistica io la vivo con grande ansia, perché, al momento, sono in una condizione di “stand by”. In questo momento non mi sento rappresentato in Parlamento e non saprei a chi dare il mio voto, in una prossima eventuale elezione politica. Non riesco a vedere    una compagine politica che sia coerente con quelle che ritengo siano le vere questioni da affrontare con coraggio e determinazione. I problemi dell’equità e del lavoro come diritto inalienabile della persona. I dati sulla distribuzione della ricchezza rappresentano “il peccato del mondo”, otto persone più ricche del pianeta possiedono oggi la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità.  A mio avviso combattere lo scandalo della povertà significa necessariamente scalfire la concentrazione della ricchezza.  Allora bisogna  trasformare l’economia sganciandola  dalla cappa neoliberista e dalla finanziarizzazione. I cambiamenti climatici con le gravi implicazioni sul futuro della terra e delle popolazioni. “Il clima è un bene comune”ed è correlato strettamente con la questione sociale e con l’economia. E’ stato sottovalutato nel passato e non adeguatamente considerato, oggi, nel dibattito squisitamente politico.  L’epocale e inarrestabile migrazione dei popoli dovrebbe essere lo sguardo sotto cui immaginare la società del futuro, invece viene considerato solo come problema di sicurezza e alimenta i populismi più biechi: sta diventando la questione fondamentale su cui si reggono gli equilibri politici e la ricerca del consenso popolare per raggiungere il potere.

I cosiddetti movimenti e la società civile che ha profuso tante energie e tanta passione nella battaglia referendaria appare piuttosto tiepida di fronte a queste tematiche generali ma che hanno una ricaduta effettiva nella vita quotidiana, oggi e nel futuro. Non possiamo affidare solo ad una presentazione di un libro o ad una conferenza  queste problematiche. Occorre creare una forza politica, che abbia un certo peso, ma che sappia  con chiarezza e trasparenza affermare questa visione. Ed avere una strategia comunicativa convincente per confrontarsi con la gente, ben sapendo che non sarà facile né di immediata condivisione. Esiste una polverizzazione di soggetti politici e sociali che hanno questa sensibilità ma non hanno la forza di raggrupparsi  e definire “un progetto comune per l’avvenire”.  La ricerca dei distinguo è asfissiante….e improduttiva.

La cosiddetta “morte delle ideologie” è stata accolta dai più con grande enfasi, quasi che fosse la base di partenza per affrontare in modo efficace e veloce le questioni sociali e politiche  presenti sul tappeto. Ma l’ideologia da che cosa è stata sostituita? A mio parere dal “sondaggismo”.

Le forze politiche, anche quelle che si sono presentate come novità nel panorama politico, sono particolarmente sensibili ai sondaggi, tanto da calibrare le proprie opzioni su di essi, e addirittura fare inversioni di marcia insospettabili. Un partito dovrebbe avere una idea chiara di società, una visione del mondo precisa da cui far scaturire  una proposta intelligente e lungimirante e presentarla e portarla avanti con costanza e determinazione e coerenza, sapendo che non sarà facile, ma non per questo mollare e piegarsi alla ricerca spasmodica dell’immediato consenso elettorale, ma nemmeno rinunciare alla possibilità di poter governare.

Seguire l’onda dei partiti, in questi tempi, è veramente avvilente e sconfortante.

Io ho sempre votato a sinistra dell’attuale PD, senza ostracismi e senza considerare con sufficienza, o addirittura come nemico, chi con onestà fosse convinto che quella era la strada per dare al paese il  governo migliore possibile. Sono stato sempre convinto che non esista una “verità assoluta” e che bisogna essere sempre pronti a riconoscere ed acquisire i frammenti di verità che vengono da altre parti. Per me questo significa essere laici.

Negli ultimi anni ho dato il mio voto a SEL, che però  è rimasto alquanto ai margini del dibattito, senza riuscire ad imporsi all’attenzione popolare,  malgrado avesse nel proprio DNA le  proposte sull’etica politica e il reddito di cittadinanza (che hanno fatto la fortuna del M5S), ma all’interno di una chiara collocazione a sinistra.

Ora sto a guardare la nascente Sinistra italiana, sperando che abbia la forza di aggregare tutte quelle fette di politica e di società, di intellettuali, di volontari che si riconoscano in un quadro chiaro di riferimento e sperando che  la novità non consista nell’aver eliminato dalla denominazione la E (ecologia) e la L(libertà) che, assieme alla nonviolenza attiva, mi  sembrano  imprescindibili, almeno nella mia concezione della politica.

Aldo Bifulco

 

 

 

CDB CASSANO NAPOLI