Programmazione Pangea

REPORT  14/09/17  Programmazione Pangea

“ A scuola non si vende pane ma il lievito per farlo” –  CONFUCIO

Ieri, al Centro Hurtado, non eravamo in molti  e la cosa ci ha dispiaciuto, anche perché dopo alcuni mesi il desiderio di vedersi, salutarsi e confrontarsi era forte. C’erano, comunque,  Ciro, Enzino e il sottoscritto per Il Circolo “la Gru”, Mirella del Gridas, Patrizia Palumbo  di Dream Team.Donne in  rete, Sergio Sala e Marco Colò del Centro Hurtado,,Eloise dell’Assoc.Aquas, Monica e Gianluca della Banda Baleno, Emilia Parente del Liceo “E.Morante”.

Ci sarebbe stato tanto da dire sullo stato del “Giardino che abbiamo salvato” con annaffiature abbastanza regolari, ma faticose, sulla presenza di tanti giovani provenienti da tutta l’Italia,  e anche comunicare la soddisfazione per il  Premio GreenCare attribuito al progetto Pangea, ma siam dovuti subito passare al nutrito ordine del giorno, anche perché non tutti potevano fermarsi oltre le 19.

PULIAMO il Mondo:  La manifestazione annuale di Legambiente la inseriamo nel nostro Programma di cura del “Giardino dei cinque continenti e della nonviolenza”; l’appuntamento è per le ore 9 di sabato 23 settembre a Largo Battaglia.  Ovviamente se altre realtà e scuole volessero operare nel proprio contesto quello stesso giorno o in altri giorni chiediamo di comunicarcelo. Patrizia si interessa di invitare le Istituzioni ed io e Patrizia contatteremo il Sig.Giancola, responsabile dell’Asìa  per un sostegno alla manifestazione.  Ciro provvederà agli attrezzi e materiali e Rosario a compilare un volantino. Quest’anno il tema che la Legambiente suggerisce di associare a Puliamo il mondo è quello dell”Economia circolare. Noi a Scampia non possiamo tacere sul particolare momento che stiamo vivendo, pertanto sarebbe utile avere a disposizione lo Striscione del Mediterraneo antirazzista.

ASSEMBLEA di apertura del Progetto Pangea.

Dal momento che è nostro desiderio rivederci nell’auditorium dell’Ist. “Attilio Romanò”, chiediamo al Prof.Fedele Salvatore di verificare questa possibilità e di indicarci una data utile.

A questa assemblea dobbiamo invitare i D.S., le classi delle superiori disponibili,  i docenti della scuola primaria e media di primo grado inseriti nel Progetto, i responsabili delle Associazioni del Territorio, i responsabili delle Assoc. Claudio Miccoli e Marco Mascagna. A tale proposito è necessario fornire gli indirizzi di posta elettronica di tutte le scuole del territorio. Abbiamo individuato alcune scuole non ancora coinvolte in questo percorso di formazione alla nonviolenza: Scuola media Virgilio I, Scuola Media Virgilio IV, Circolo Montale e 58° Circolo. E’ necessario avvicinare qualche docente sensibile alla tematica, pertanto chi ha da proporci qualche nome ce lo segnali. E’ ovvio che bisogna ripristinare il contatto con le scuole superiori.

E’ necessario predisporre un cd che contenga tutti i materiali che le scuole possono utilizzare per sviluppare la tematica nelle classi che si intende coinvolgere e che consegneremmo nell’ambito dell’assemblea. Ed a proposito di materiali  credo che non possiamo disperdere  tutto ciò che è stato prodotto lo scorso anno, materiale prezioso che è stato presentato nella meravigliosa Assemblea del 30 maggio scorso, materiale che ha un valore di documentazione ma anche di promozione. Come fare?

SCUOLE  superiori: Riprendere i contatti e ristabilire la relazione con le associazioni affidatarie delle singole aiuole del “Giardino dei cinque continenti e della nonviolenza”.  A tale scopo  siamo disponibili ad organizzare incontri specifici con studenti e associazioni per definire la struttura completa. dell’aiuola assegnata. E anche per dare  un indirizzo più scientifico alla cura delle piante, in ordine alla tipologia del terreno più adatto, ad eventuale concimazione, potatura ed altro.

Per quanto concerne il percorso formativo noi proponiamo il contatto con l’Assoc.Claudio Miccoli e Marco Mascagna per approfondire le figure di questi testimoni della nonviolenza napoletani e  per cucire un rapporto che può essere molto produttivo anche per il futuro.

Su invito di Martina Pignataro proponiamo anche un’informazione sulle “madri di plaza de majo” con suggerimenti e materiali forniti dal Gridas.

Ed a proposito di relazioni positive abbiamo chiesto alla Scuola di Pace di completare la mappa dei personaggi della nonviolenza dei cinque continenti, anche per far conoscere lo splendido lavoro con gli immigrati che si fa da alcuni anni.

SCUOLE primarie e Scuole medie di primo grado:  La continuità rispetto al magnifico lavoro dello scorso anno è fondamentale. Intanto bisogna ridefinire classi e docenti interessati, se si preferisce uno sviluppo  diverso e magari coinvolgere quelle scuole che mancano. Desideriamo conoscere lo stato delle aiuole per capire le soluzioni adottate dove l’aiuola ha resistito alla  siccità e viceversa cosa fare per ripristinare eventualmente la situazione originaria per quelle che hanno avuto danni significativi.

Si propone per la Festa dell’Albero inserire nella scuola  tre piante che richiamino le figure di Iqbal (lagestroemia oppure Cedro deodara), Malala (Camelia japonica) e Sadako (Gingko biloba) che consentirebbe anche di riprendere e diffondere la narrazione  su magari lla vita di questi tre personaggi attraverso video ed eventuali testimonianze.

E’ possibile anche pensare a due laboratori: uno sulla costruzione di aquiloni (Iqbal) ed uno sugli origami (Sadako).

L’altro aspetto è la ricerca di fiabe relative ai cinque continenti. Le fiabe saranno valutate dal Gruppo zoone che ne sceglieranno cinque da cui trarre spunto per una struttura da inserire nelle aiuole di largo Battaglia.

Ci aspettiamo per la fine dell’anno un lavoro di documentazione con l’impegno che ogni scuola individui una sua canzone di sfondo. Un mondo che vorrei di Laura Pausini e Simme tutt’uno di Enzo Avitabile furono proposte da noi.

ASSOCIAZIONI: Ogni Associazione è pregata di rileggersi il protocollo che ha firmato e…rifletta!  Noi continuiamo l’azione di resistenza  circa  l’approvigionamento  dell’acqua.

E’ stato costruito il casotto con gli attrezzi presso l’Arci. Si suggeriva  di fare un inventario degli attrezzi e di predisporre un diario per chi li utilizza.

Bisogna sostituire l’Assoc.Garden Ladies perché si è sciolta con un’associazione tra quelle che fanno parte della rete, ma non sono affidatarie, oppure  aggregare un’altra realtà di Scampia che sia disponibile. Bisogna rifare la programmazione degli interventi di cura al giardino e  procurare, piante, terreno , concime e tutori.

Gianluca Raro e Fabio La Ratta  si sono impegnati a dare un’accelerazione alla realizzazione del Murales  che conferirà al Largo un valore estetico e visibilità al Progetto.

Per il 21 Marzo l’Assoc. Dream Team intende ripetere la suggestiva manifestazione sulla “Memoria” circa le vittime di mafia.

Per le Associazioni che hanno un rapporto diretto con i ragazzi, come il Centro Insieme e l’Arci Scampia, vogliamo ricordare che l’impegno per la cura dell’aiuola rappresenta un’ottima occasione per arricchire la propria proposta educativa.

 

Siamo in un momento molto delicato per la vita del quartiere perché all’orizzonte si profila un riemergere di ideologie contrarie ad una convivenza civile, una società accogliente e rispettosa dei diritti di tutte le minoranze. Già abbiamo i primi segnali di un approccio violento e irrazionale alla gestione dei conflitti. In questo contesto assume un’importanza ancora maggiore  il nostro Progetto Pangea  che propone un percorso formativo che si basta sui valori della sostenibilità ambientale  e di una società solidale.

Buon anno e buon lavoro a tutti.

Aldo (Circolo “la Gru”)

P.S. Vi consiglio la puntata di Presa Diretta (magari registrarla)  di lunedì 18 alle 21:15 su Rai TRE può ritornarci utile per il nostro impegno.

Sabato 23 settembre lettura della “La terra è di Dio”

SABATO 23 SETTEMBRE

ORE 18,30 LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA

INIZIAMO LA LETTURA DEGLI SCRITTI

DI GIOVANNI FRANZONI

INIZIAMO  CON LA LETTURA DELLA LETTERA PASTORALE

“LA TERRA E’ DI DIO”

PRESENTA IL TESTO CRISTOFARO PALOMBA

“L’unica sepoltura che conta
è forse proprio nella memoria degli amici,
là dove la tua vita è diventata vita di altri
e il tuo pensiero è diventato pensiero di altri”
Da “La solitudine del samaritano” di Giovanni Franzoni

Giornata ONU per i diritti del popolo palestinese

Giornata ONU per i diritti del popolo palestinese

A cent’anni dalla dichiarazione di Balfour del 1917

autunno 2017:       Cento eventi in Cento città

Il 2 novembre 2017 ricorre il centenario della “dichiarazione Balfour”, (1) considerata il punto di svolta più triste di tutta la storia palestinese; questa dichiarazione avvenne esattamente vent’anni dopo il primo congresso sionista del 1897. Nei decenni seguenti, gli anni che terminano con il ‘7 hanno continuato a stravolgere la situazione sociale, politica e territoriale della Terrasanta: nel 1947 l’ONU assegna il 55% del territorio al movimento sionista, con l’inizio della prima diaspora del popolo palestinese (nakba) nell’anno successivo; nel 1967 Israele occupa militarmente il restante territorio palestinese (naksa: seconda diaspora palestinese); nel 1977 vengono massacrati dai Maroniti tutti i palestinesi di un campo profughi in Libano, anticipando l’eccidio di Sabra e Shatilla; nel 1987 inizia l’intifada; nel 1997 comincia la costruzione dell’enorme colonia di Har Homa di fronte a Betlemme. Oggi, 2017, a cent’anni da Balfour e a cinquanta dall’occupazione, la Cisgiordania è frantumata come un gruviera da centinaia di colonie israeliane presenti nel suo territorio ed è circondata da un muro alto fino a 9 metri e lungo 700 km di cui ancora pochi ne conoscono l’esistenza: un esempio di colonialismo da insediamento che ha avuto esempi solo nel Nuovo Mondo. Nella Striscia di Gaza la situazione è ancor più drammatica: un buco nero, da tutti i punti di vista, soprattutto da quello delle nostre coscienze.

Nonostante l’incremento esponenziale dei problemi umanitari, sociali e politici, degli ultimissimi anni nell’aerale comprendente prevalentemente l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente (profughi, terrorismo, guerra in Siria, ecc…), il conflitto israelo-palestinese rimane la chiave di svolta di molte tensioni internazionali. È quindi di fondamentale importanza continuare ad insistere perché questo problema sia compreso e discusso, a tutti i livelli, in modo che nel Vaso di Pandora di ognuno di noi, le tristezze siano deboli e forti le speranze.

Nel corso di quest’anno alcune associazioni italiane, che si occupano del problema Israelo-palestinese, si sono ritrovate a Firenze sotto la voce “Società civile per la Palestina” proprio con lo scopo di unirsi per alzare la voce, non solo verso i silenzi di alcuni media, ma soprattutto verso le istituzioni ed il mondo politico, anche ai più alti livelli.

Cento eventi in cento città: come già era stato proposto con successo molti anni fa, si chiede la collaborazione a  tutte le associazioni presenti nel territorio italiano per organizzare qualunque tipo di evento: conferenze, proiezione di film, mostre, dibattiti, interventi nelle scuole, ecc., in modo da portare ad approfondire la conoscenza di questo problema il maggior numero di persone possibili. Il periodo migliore per organizzare questi eventi è l’autunno 2017, in occasione del centenario della dichiarazione di Balfour del 2 novembre e della Giornata Onu per la Palestina del 29 novembre.

Alcuni degli eventi che già programmati, di cui siamo a conoscenza, sono i seguenti:

–         “Dopo Balfour”: Firenze, 2 novembre 2017

–        Giornata Onu per la Palestina: Firenze, 9 dicembre 217

Gli eventi organizzati nelle varie città italiane, che verranno comunicati all’indirizzo mail:

giornataonu@gmail.com , saranno indicati nel sito http://www.giornataonu.it/ .

Per qualsiasi informazione scrivere a giornataonu@gmail.com

 Luglio 2017, campagna “Ponti e Non Muri”

(1) La dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 è documento ufficiale della politica del governo britannico in merito alla spartizione dell’Impero Ottomano all’indomani della prima guerra mondiale.[1] Si tratta di una lettera, scritta dall’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rothschild, inteso come principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista, con la quale il governo britannico affermava di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano. Tale posizione del governo emerse all’interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917.
La Dichiarazione Balfour successivamente fu inserita all’interno del Trattato di Sèvres che stabiliva la fine delle ostilità con la Turchia e assegnava la Palestina al Regno Unito (successivamente titolare del Mandato della Palestina).
Il documento è tuttora conservato presso la British Library.

La terra è rotonda e prima o poi ci si incontra

intervista a Nadia Urbinati a cura di Gian Mario Gillio in “www.riforma.it” del 14 settembre 2017

Nadia Urbinati: «La scelta del Senato è sbagliata anche sotto il profilo politico, perché sembra dare ragione a chi vuole equiparare lo jus soli alle politiche delle frontiere».

Nadia Urbinati, accademica, politologa, giornalista è titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York e visiting professor alla Bocconi di Milano; come ricercatrice si occupa di pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica. Dopo la decisione dei capigruppo del Senato di non calendarizzare lo «Jus Soli», Riforma.it l’ha raggiunta telefonicamente a New York per rivolgerle alcune domande.

Urbinati, nell’appello che avete lanciato pochi giorni fa, e purtroppo non recepito dai senatori della Repubblica, si chiedeva al mondo della politica, delle istituzioni e della società civile, di essere saggi e di sostenere la legge che concede la cittadinanza per «jus soli»; e di farlo in un periodo in cui «siamo tutti figli della confusione fra patria ed esilio». Ci interessa la sua opinione, anche dal momento che risiede negli Stati Uniti ormai da tanti anni.

«Da emigrata devo dire che, la cosa più importante per persone come me è sentire di essere accettate, di avere la possibilità di integrarsi nel nuovo paese di residenza. Questo vale soprattutto per chi è nato nel paese di emigrazione scelto dai genitori; i bambini nati in Italia non possono pagare per una scelta che non hanno fatto, non possono essere considerati non-italiani pur parlando perfettamente la lingua, frequentando le scuole e avendo una sola e unica vita civile e affettiva, quella che hanno in Italia. Questo è semplicemente crudele oltre che ingiusto».

Eppure chi «gioca» la politica nelle aule parlamentari non sembra pensarla come lei e tanti altri italiani; alla prova dei fatti non sappiamo se e quando, la legge verrà messa in calendario e approvata.

«Purtroppo è così. Ed è anche poco lungimirante perché alimenta negli immigrati, e anche nei bambini, un risentimento che sarà duro a morire. Mi sembra che sull’onda di un audience che ogni giorno che passa si mostra più sensibile ad argomenti di esclusione, e diciamo pure “fascista”, questa scelta del Senato, in particolare, è sbagliata anche sotto il profilo politico, perché sembra dare ragione a chi vuole equiparare lo “jus soli” alle politiche delle frontiere».

Cosa le viene in mente quando sente parole quali: «esilio», «cittadinanza», «patria», più volte utilizzati nell’appello di sensibilizzazione che avete lanciato?

«Che i paesi occidentali dovranno adattarsi a diventare multietnici, anche perché sono i veri responsabili di quel che, oggi, lamentano. Hanno colonizzato e sfruttato le risorse dei paesi dai quali molti ora scappano a causa di guerre e miseria. E se fino a qualche decennio fa gli occidentali varcavano con gli eserciti le loro frontiere per colonizzare e asservire, oggi la direzione del movimento si è invertita. E questa inversione ha senso, perché se non sono i beni ad andare nei paesi poveri, i poveri andranno a cercare quei beni di cui hanno bisogno dove questi sono; beni come la pace, la libertà dal dominio, e l’opportunità di una vita migliore. La terra è rotonda e prima o poi ci si incontra; la terra è di tutti e le frontiere create dagli Stati non marcano alcun diritto di proprietà».

SABATO 16 SETTEMBRE CAFFE’ LETTERARIO AL CENTRO HURTADO

SABATO 16 SETTEMBRE LA COMUNITA’ , DIVERSAMENTE A QUANTO COMUNICATO GIORNI FA SI INCONTRA AL CENTRO HURTADO DI SCAMPIA

riprendono gli appuntamenti del
Caffè Letterario di Scampia”
e riprendono dal libro, appena dato alle stampe,
di padre Walter Bottaccio S.J.
L’incontro sarà un’occasione di riflessione sulla realtà in divenire di Scampia e sul suo essere città. Darà, inoltre, ai partecipanti l’opportunità di salutare padre Walter e di augurargli buon lavoro per la nuova missione affidatagli a Palermo.

Vi aspettiamo numerosi

Sabato 16 settembre 2017, alle ore 18.00,

al Centro “Alberto HurtadoViale della Resistenza, 27, Napoli
primo incontro del XIV ciclo del 
Caffè letterario di Scampia
 
Saranno lette pagine da
 
“E’ PARTITO. PER UNA NUOVA SCAMPIA 
di Walter Bottaccio
 
 La lezione – come scrive nella prefazione  padre Bartolomeo Sorge – è chiara: la rinascita di un quartiere o di una città è possibile, ma a condizione di “partire” dagli abitanti delle periferie “scartate” (come le definirebbe papa Francesco). Senza il coinvolgimento comunitario dei cittadini “scartati” della periferia, è impossibile risalire la china”. Occorre “partire dall’aspetto culturale e spirituale (che porta a riscoprire la propria identità) e, dall’altro, di immettere nell’opera di ricostruzione del territorio il “cemento” della solidarietà e della corresponsabilità (che porta ad aprirsi gli uni agli altri”
 
Letture
Stefania Ioppolo De Liguori e Marino De Liguori
 
Interventi musicali
MARABUNTA, gruppo colombiano di musica etnica latinoamericana
 
Partecipano
 
la Prof.ssa Ornella Zerlenga, Vice Direttrice del Dipartimento di Architettura e disegno industriale della Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ e, dello stesso Dipartimento, la Ricercatrice ArchFabiana Forte, esperta in economia urbana.
 
Si raccomanda la massima diffusione
con amicizia
Staff Centro Hurtado

UN PATRONO FUORI POSTO

NOI SIAMO CHIESA Via N.Benino 3 00122 Roma Via Soperga 36 20127 Milano Email< vi.bel@iol.it> www.noisiamochiesa.org

tel. 022664753, cell.3331309765

Comunicato stampa

Radicale dissenso di Noi Siamo Chiesa per il nuovo “patrono” dell’esercito italiano: è il pacifista papa Giovanni !!

Oggi il vescovo delle Forze Armate Mons. Santo Marcianò ha consegnato al capo di Stato maggiore dell’esercito italiano Danilo Errico la “bolla pontificia” con cui il Card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti, ha decretato che papa Giovanni sarà il patrono dell’Esercito italiano.

Il “complesso” militare-clericale , che da venti anni si è organizzato per raggiungere questo obiettivo con il contributo dei vescovi militari e, in particolare, del Card. Angelo Bagnasco (già generale di Corpo d’Armata), ha raggiunto i suoi scopi. Essi sono quelli di dare “copertura” pastorale e mediatica a strutture che di evangelico non hanno niente e che sono in aperta contraddizione con i messaggi di pace con cui papa Francesco interviene tutti i giorni sugli scenari di guerra, reali e potenziali, dello scenario internazionale.

Il papa della “Pacen in terris”, della mediazione nella crisi dei missili dell’ottobre 1962, il papa del Concilio e della “Gaudium et Spes”, il papa che ha posto le premesse per una radicale scelta cristiana a favore della nonviolenza, viene usato per dare credibilità alle politiche delle “guerre umanitarie” e dei “bombardamenti intelligenti”, come quelle recenti praticate anche dalle Forze armate italiane in Kossovo (1999), in Afghanistan (2001), in Iraq (2003) e in Libia (2011).

Non possiamo che manifestare il nostro radicale dissenso, tanto più doloroso e significativo se questa “bolla” è stata condivisa, magari obtorto collo, da papa Francesco.

Il Presidente di Pax Christi Mons. Giovanni Ricchiuti ha espresso con efficacia la posizione dell’ala pacifista del mondo cattolico che è stata sorpresa e sconcertata. Ci chiediamo perché i vescovi italiani siano stati, come sembra, del tutto ignorati dal Vaticano nel prendere questa decisione che ad essi, secondo logica, avrebbe dovuto eventualmente spettare. E’ questa la riforma della Curia romana che si vuole fare?

Ci chiediamo poi che senso abbia un patrono dell’esercito italiano (marina ed aviazione sono escluse?) a fronte di possibili patroni celesti di altri eserciti, magari destinati su questa terra a combattersi. Ci viene alla mente la logica perversa dei soldati italiani che durante la Grande Guerra, in nome del Re e del loro Dio cattolico, sul Carso combattevano gli austriaci che vi si opponevano in nome del loro imperatore e del loro “diverso” Dio cattolico .

Pensiamo/speriamo che questa situazione non passi sotto silenzio nel mondo cattolico italiano, che non sia ovattata con belle ed ipocrite parole ma che ci sia invece una vera e propria reazione di fronte a quello che riteniamo essere un vero e proprio sopruso che offende il Vangelo e la coscienza pacifista che si ispira al messaggio di papa Giovanni. Roma, 12 settembre 2017

Condivido volentieri con voi questa informazione e lo scandalo che suscita in tutti noi questa scelta di un santo e di questo santo in particolare, patrono dei militari. Giovanni XXIII il papa buono, il papa della pace. Nel cinquantesimo anniversario della morte di don Milani autore del libro “L’obbedienza non è più una virtù”, nel ricordo di don Primo Mazzolari autore del libro “Tu non uccidere”. Ricordiamo anche che in Italia ci sono duecento cappellani militari voluti dal Concordato e pagati come ufficiali in carriera. Ci costano 20 milioni di E. l’anno: il cardinale Bagnasco (ex vescovo castrense, dei militari) è un generale d’armata in pensione lucra 10.000 euro di pensione il mese, mentre ogni cappellano militare è un ufficiale e prende 2500 al mese. Noi da sempre abbiamo contestato il Concordato voluto da Mussolini e dal Vaticano nel 1929 e riadattato da Craxi nel 1985: prevede non solo i cappellani militari, ma anche i cappellani nelle carceri, negli ospedali e gli insegnanti di religione cattolica nelle scuole laiche della Repubblica, stipendiati dallo stato.

Curiosità. Abbiamo una serie di santi che hanno a che fare con i militari. San Massimiliano di Tebessa (contemporaneo di San Geminiano) fu giustiziato perché come cristiano si rifiutò di fare il soldato, fu il primo obiettore di coscienza. San Luigi re dei francesi promosse due crociate e morì martire (in verità di dissenteria) durante l’ultima crociata. Sant’ Ignazio di Loiola si convertì e da soldato di ventura si fece frate. Nel bel quadro della Madonna del Santuario di Fiorano: un soldato inginocchiato davanti alla vergine con il bambino, ha buttato la spada e prega a mani giunte.

Beppe Mann

EUCARISTIA ELEMENTO IMPORTANTE, INDISPENSABILE, PREZIOSO PER LA CRESCITA DELLA COMUNITA’

E’ ora di riscoprire la vivacità dell’eucarestia, sganciarsi da questi rituali che l’hanno mummificata per riscoprire quello che la primitiva comunità sapeva: la presenza di Gesù vivo. Le nostre celebrazioni eucaristiche più sono perfette e più sono atee, atee  nel senso che non c’è posto per il Signore.

L’eucarestia è l’elemento importante, indispensabile, prezioso per la vita e la crescita della comunità. Questo nostro incontro vuole esaminare l’eucarestia secondo il vangelo di Matteo. La chiesa dispone di ben 4 versioni differenti dei gesti e delle parole che Gesù ha compiuto durante la cena con i suoi discepoli .

I vangeli non sono cronaca, ma sono teologia, non sono un elenco di fatti, ma di verità che non riguardano la storia, ma la fede. Per questo gli evangelisti si ritengono liberi di cogliere le parole di Gesù, modificarle nelle situazioni e nei luoghi. Questo in passato era difficile da comprendere. Si credeva fino agli anni 60-70 che i vangeli fossero una sorta di storia di Gesù. Ecco, oggi non è più possibile una affermazione del genere.

A noi, può sembrare  sconcertante, paradossale, eppure è bello, noi non abbiamo la certezza di neanche una parola che sia stata pronunziata da Gesù così come ci è stata trasmessa dagli evangelisti.

Noi non abbiamo la certezza neanche di un gesto che sia stato compiuto da Gesù così come ci viene trasmesso dagli evangelisti perché gli evangelisti non hanno voluto trasmetterci una cronaca, ma una teologia, la verità di un fatto.

Per questo hanno preso le parole di Gesù indubbiamente, i gesti di Gesù e poi le hanno strutturate secondo il messaggio che volevano trasmettere. […]

Ebbene nell’ultima cena noi abbiamo 4 versioni differenti, differenti proprio negli elementi che la compongono. La cena di Gesù infatti viene narrata in 3 vangeli, è assente nel vangelo di Giovanni, anche se Giovanni ha altre  modalità per presentare l’eucarestia.

Quindi ce l’abbiamo nel vangelo di Matteo, di Marco e di Luca. Dalla comparazione con questi tre vangeli e con quello che è il testo più antico, e la narrazione più antica dell’eucarestia si ritiene che sia degli anni 50, la prima lettera di Paolo ai Corinzi, si possono notare le rassomiglianze tra Matteo e Marco che si rifanno alle celebrazioni eucaristiche sorte nella chiesa di Gerusalemme, mentre Luca e Paolo si rifanno alle celebrazioni sorte in terra straniera, in terra pagana, ad Antiochia dove per la prima volta i discepoli di Gesù sono stati conosciuti come i cristiani.

Questo è importante perché fin dall’inizio non c’è stata una forma unica di celebrare l’eucarestia, ma ci sono varie modalità perché l’eucarestia è legata alla vita e la vita non si può incanalare.

Quando parliamo di eucarestia non pensiamo alle nostre messe. Se Gesù o i discepoli, i cristiani, si trovassero in una nostra messa non capirebbero assolutamente nulla di quello che sta avvenendo. Le nostre celebrazioni eucaristiche più sono perfette e più sono atee, atee  nel senso che non c’è posto per il Signore.

Nell’eucarestia la comunità sentiva Gesù vivo, presente che parlava, insegnava, ricordava. Nelle nostre celebrazioni non c’è posto: è tutto prescritto cosa deve dire il celebrante, cosa deve rispondere la gente, in piedi, seduti, i gesti da fare … Se Gesù volesse attraverso una profezia, attraverso un insegnamento pregare una sua parola: non ha posto. Quindi è ora di riscoprire la vivacità dell’eucarestia, sganciarsi da questi rituali che l’hanno mummificata per riscoprire quello che la primitiva comunità sapeva: la presenza di Gesù vivo.

Quello che Gesù voleva trasmettere non lo ha potuto fare nel breve periodo che è stato con i suoi discepoli. La comunità si riuniva nella celebrazione eucaristica, ricordava le parole di Gesù, ne capiva il significato e ne coglieva di nuove. I vangeli sono nati così. Quindi è importante oggi riscoprire il significato della celebrazione eucaristica che non ha nulla a che vedere con quel rito insignificante, insulso, vuoto celebrato attualmente.

Credo che se in certe chiese, al prete che sta celebrando la messa, gli sostituiamo il messale, ci mettiamo l’elenco telefonico, non se ne accorge, continua con la stessa lagna, con la stessa tiritera, sono cose senza vita. Allora occorre riscoprire la potenzialità del messaggio di Gesù.

Ne va della nostra esistenza. I vangeli sono nati così: è nell’eucarestia che Gesù continua a insegnare alla comunità e se noi non lo facciamo parlare, rimaniamo senza la sua parola e la sua è parola di vita.

Un esempio di questo Gesù che parla nell’eucarestia: se prendete il vangelo di Giovanni e andate alla fine del cap. 14 vedete che Gesù dice: alzatevi, andiamo via da qui. Poi incomincia al cap. 15: Io sono la vera vite e voi siete i tralci, tutto un discorso lunghissimo molto importante, un discorso che continua nel cap. 16, nel cap. 17, e soltanto all’inizio del 18 c’è scritto: e usciti andarono verso il monte degli ulivi. Se noi togliamo questi 3 capitoli vediamo che la fine del cap. 14 e l’inizio del 18 coincidono. Alla fine del cap. 14 Gesù dice: alzatevi, andiamo via di qui, e all’inizio del cap. 18: detto questo uscirono. E quei 3 capitoli? Sono nati nell’eucarestia. Quindi è importante riscoprire l’eucarestia perché nell’eucarestia Gesù parla e il suo insegnamento è la vita della comunità.

I riti, sono riti imbalsamati che lasciano le persone tali e quali sono entrati.

Quindi nei vangeli abbiamo 4 versioni differenti e il testo più antico è quello contenuto nella prima lettera ai Corinzi di Paolo.

Un particolare che riguarda noi italiani che abbiamo un privilegio straordinario, in nessuna di queste 4 versioni appare la parola sacrificio. Voi sapete che nella liturgia italiana, nelle parole della consacrazione: questo pane è il mio corpo, si legge: offerto in sacrificio per voi … In nessuna delle 4 versioni c’è la parola sacrificio, non c’è nel testo ufficiale della chiesa cattolica che è in latino, non c’è in nessuna altra traduzione al mondo, gli unici che abbiamo questo privilegio siamo noi italiani. Perché questo? Perché al concilio ci fu uno scontro tra l’ala progressista e i conservatori sul titolo da dare al capitolo dell’eucarestia. L’ala progressista rifacendosi ai vangeli voleva titolarla la cena del Signore, l’ala tradizionalista voleva titolarla: il sacrificio del Signore. Quelli della mia generazione ricordano che la celebrazione della messa era ripercorrere il sacrificio di Gesù, la sua morte, la sua passione. Ci fu una tensione, alla fine vinse l’ala innovativa, il titolo viene dato: cena del Signore, però poi nella traduzione italiana, nella liturgia, infilarono la parola sacrificio che non c’è ripeto nei testi originali.

E’ importante vedere il testo più antico della celebrazione eucaristica che è contenuto nella prima lettera di Paolo ai Corinzi cap. 11,18-34, perché questo capitolo, non compreso, manipolato dai preti, è uno degli argomenti per tener lontane le persone dall’eucarestia e questa è una cosa indegna!

Sentiamo adesso cosa ci dice Paolo e il perché. Paolo scrive: sento dire che quando vi radunate in assemblea vi sono divisioni tra di voi, l’eucarestia deve essere segno di unità e Paolo denuncia il fatto che ci siano delle divisioni, quando dunque vi radunate insieme il vostro non è più un mangiare la cena del Signore.

Ecco il titolo più antico dato all’eucarestia è “la cena del Signore”. Ciascuno infatti quando siede a tavola comincia a prendere il proprio pasto, così uno ha fame e l’altro è ubriaco.

Come avveniva l’eucarestia? I cristiani si riunivano in casa di qualcuno e portavano da mangiare e condividevano. A Corinto questo non accadeva, a Corinto capitava che i ricchi portavano abbondanza di cibi e di bevande e mangiavano e bevevano per conto loro, e i poveri? I poveri stavano a guardare. E’ contro questo che adesso Paolo si scaglia. Dice: non avete forse le vostre case per mangiare o per bere? 

Poi narra la cena del Signore: io ho infatti ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso. Il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito prese un pane, e dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: questo è il mio corpo che è per voi, fate questo in memoria per me, e poi ugualmente per il caliceE poi riprende: perciò chiunque mangia o beve al calice del Signore in modo indegno sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. 

Ma cosa significa mangiare o bere al calice del Signore o al pane in modo indegno? Quello che ha detto prima, una comunità dove non c’è unità, dove i ricchi mangiano e i poveri digiunano. Questo è mangiare in maniera indegna la cena del Signore. E continua Paolo: ciascuno dunque esamini sé stesso e poi mangi del pane e beva dal calice, perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo (il corpo come vedremo è la comunità dei credenti) mangia e beve la propria condanna. 

Queste espressioni di Paolo manipolate, incomprese, sono state e vengono adoperate per tenere lontane le persone dall’eucarestia. Dicono a delle persone: tu con la tua situazione, tu con la tua condotta, tu con il tuo comportamento non ti puoi avvicinare all’eucarestia perché se lo fai, hai sentito mangi e bevi la tua propria condanna. Quindi si è trasformato in un insegnamento morale quello che invece era un insegnamento comunitario.

Paolo denuncia la divisione della comunità dove i ricchi si abbuffano e i poveri rimangono a digiuno, qui non c’è nulla a che vedere con la condotta, con il comportamento, con la situazione religiosa, morale o sessuale delle persone. Questo è importante perché ripeto si adopera la parola del Signore per tenere lontane le persone dalla sua cena e questo è intollerabile !

 

Nota del curatore :

Il testo, non rivisto dall’autore, è tratto dalla conferenza “L’Eucarestia secondo i Vangeli” tenuta ad Ancona il 14/09/2011 .

La particola non contiene Gesù in miniatura! 

Carlo Molari

“Per l’esercizio della fede i credenti entrano in relazione con Cristo risorto attraverso il rito. In questo senso non sono esatte tutte le formule che utilizzano parametri spaziali, che parlano cioè di Gesù dentro l’ostia o immaginano una sua presenza in miniatura. Egli infatti non è nello spazio, come l’attore non è dentro il televisore o l’interlocutore dentro la cornetta del telefono. ” 

«Cosa significa o come esprimere oggi l’Eucaristia in quanto sacramento della presenza di Cristo e del suo sacrificio?».

La domanda pervenutami precisava: «ti chiediamo, se possibile di prendere in esame un quesito da tempo dibattuto e che si ripropone ogni Pasqua, ogni processione con l’Ostia, ogni ‘infiorata’ devozionale, ogni adorazione eucaristica: che cosa si intende oggi per «presenza reale» del Signore? La comunione con Dio che abita il cuore dell’uomo, nostalgia a volte inascoltata e inespressa, abita anche e prima il cuore del Padre: come può essere meglio presentata? Dicendo che è un Mistero? E perché abbiamo parlato della transustanziazione, parlato del sacrificio della Messa … Il linguaggio teologico … va attentamente rivisitato. Ma come?»

 

Presenza reale attraverso simboli

 

Prima di tutto vorrei ricordare che non sempre dobbiamo cambiare le parole per rinnovare il messaggio. Le stesse parole cambiano di significato e il loro sviluppo può costituire un passo avanti anche nella comprensione della vita e della dottrina di fede.

La parola presenza, per esempio, può essere intesa in modi nuovi corrispondenti alle diverse attività che rendono possibili rapporti inediti. A livello umano, infatti, con il termine presenza, si indica il rapporto che si stabilisce fra persone diverse.

Vi è una presenza spaziale, per persone che sono nello stesso luogo, una presenza elettronica, per persone che si parlano al telefonino o attraverso qualche programma del computer, una presenza intenzionale, per persone che si pensano, una presenza puramente simbolica, attraverso una foto o un ritratto ecc. secondo il tipo di attività che rende attuale la relazione.

Ogni rapporto ha tre componenti costitutivi:

  1. il soggetto operante,
  2. il fondamento, cioè l’attività che consente la presenza
  3. e il termine a cui l’attività in qualche modo si rivolge.

Pensiamo a una conferenza con un oratore e ascoltatori presenti nello stesso luogo. Hanno una relazione complessa basata sulle onde sonore (c’è parola e ascolto), sulle onde luminose (ci si incontra con lo sguardo), e sull’appartenenza allo stesso luogo. Se la conferenza è teletrasmessa altre persone possono assistere all’evento anche se la loro presenza non è locale ma fondata su onde elettromagnetiche (che consentono l’ascolto e la visione).

Secondo le diverse possibili attività esistono vari tipi di presenza. Il telefono, la radio, la televisione, il computer ecc. sono oggi strumenti attraverso i quali si può stabilire una relazione di presenza reale, irrealizzabile nei secoli scorsi.

Tutte queste sono presenze effettuate attraverso simboli (= realtà che ne rappresentano altre), ma sono reali perché consentono in diverse maniere il rapporto e il coinvolgimento delle persone.

Diverso è il caso di una presenza virtuale quando l’evento non accade nello stesso tempo in cui viene rappresentato.

Se per esempio viene trasmesso un evento del passato con immagini registrate, il rapporto non si stabilisce con le persone ma con l’evento raccontato e gli attori coinvolti possono essere anche morti. Ciò che accade è presente realmente agli spettatori che si coinvolgono.

Nella trasmissione degli attuali mezzi di comunicazione l’azione è molteplice: gli attori che operano l’evento, l’eventuale telecronista che riprende, la telecamera che trasmette, gli ascoltatori e gli spettatori, più o meno coinvolti. Si tratta di una presenza reale. Se nessuno accende la radio o il televisore le onde sono tutte presenti, ma non c’è presenza dell’evento perché non ci sono relazioni.

 

Presenza eucaristica

 

Anche nell’Eucaristia non si tratta di presenza spaziale o locale, ma sacramentale, cioè attraverso simboli oggettivi.

Nell’Enciclica Mysterium fidei (3/9/1965) Paolo VI afferma che la presenza eucaristica non si attua «come i corpi che sono nel luogo» (EV 2, 427).  Il rapporto tra il credente e Cristo non si realizza per contatto di dimensioni spaziali, bensì attraverso richiami simbolici. Questo tipo di presenza viene detta sacramentale (che si realizza attraverso segni sacri) o con altri termini nelle diverse tradizioni cristiane.

La relazione che si stabilisce nel sacramento è reale e dinamica, nel senso che trasforma il fedele che si apre nella fede all’azione salvifica di Dio, che opera attraverso Cristo e il suo Spirito.

Paolo VI, riassumendo la dottrina della chiesa, precisa che nella celebrazione eucaristica il pane e il vino «acquistano un nuovo significato e un nuovo fine, non essendo più l’usuale pane e l’usuale bevanda, ma il segno di una cosa sacra e il segno di un elemento spirituale; ma intanto acquistano nuovo significato e nuovo fine in quanto contengono una nuova realtà, che giustamente denominiamo ontologica» (Paolo VI, Mysterium fidei, ib.).

In questa prospettiva deve essere intesa la dottrina tradizionale della Chiesa secondo cui la presenza di Cristo nell’Eucarestia è «vera, reale e sostanziale» (Concilio di Trento, Sessione XIII, Sul sacramento dell’Eucaristia 4).

È presenza vera perché la relazione tra il fedele e Cristo risorto esiste di fatto. È presenza reale perché ambedue i termini sono esistenti nell’atto della relazione. È presenza sostanziale perché la relazione collega le persone e non solo qualche loro qualità accidentale o una semplice loro immagine.

Il Catechismo della Cei precisa che nel Sacramento «il Crocifisso risorto si fa presente come Agnello immolato e vivente. Il pane è realmente il suo corpo donato, il vino è realmente il suo sangue versato… Il pane e il vino sono diventati nuova presenza…, dinamica e personale, nell’atto di donare se stesso e non solo della sua efficacia santificante, come negli altri sacramenti». (La verità vi farà liberi, n. 689).

Per l’esercizio della fede i credenti entrano in relazione con Cristo risorto attraverso il rito. In questo senso non sono esatte tutte le formule che utilizzano parametri spaziali, che parlano cioè di Gesù dentro la particola o immaginano una sua presenza in miniatura. Egli infatti non è nello spazio, come l’attore non è dentro il televisore o l’interlocutore dentro la cornetta del telefono.

La presenza si realizza in modo ‘sacramentale’, cioè attraverso simboli, come si può dire che alla televisione c’è un determinato personaggio o che al telefono c’è una persona cara. Il catechismo precisa inoltre che l’Eucaristia non è una ripetizione o un’aggiunta della croce «ma la ripresentazione, qui e ora, sotto i segni sacramentali, di quello stesso atto di donazione con cui Gesù è morto ed è stato glorificato» (ib., 690).

Questo è il significato che acquistano il pane e il vino all’interno del rito eucaristico. La novità veniva chiamata transustanziazione, ma, poiché oggi il termine ‘sostanza’ è riferito in modo esclusivo all’aspetto chimico-fisico, ignoto nel medioevo, è meglio parlare di transignificazione o transfinalizzzazione, come suggeriva il Catechismo olandese.

Importante però è ricordare che la relazione sacramentale non è fine a se stessa, ma è ordinata alla missione della chiesa.

Gesù ha reso presente Dio nella storia umana con la sua attività e la sua esistenza. Per questo è stato chiamato sacramento di Dio, segno cioè della sua presenza nel mondo. Fare memoria di Cristo significa evocare questa sua missione salvifica e impegnarsi a essere epifanie viventi, ambiti della sua azione nel mondo. Così se chi partecipa all’eucarestia e non mette in moto la fede, c’è l’azione di Dio, ma il rapporto di presenza non si stabilisce.

 

Eucaristia sacrificio?

 

Nelle attuali formule della Messa cattolica è presente alcune volte il termine ‘sacrificio’. Anche nel racconto della cena è stata introdotta l’espressione un po’ forzata: «offerto in sacrificio per voi», mentre la formula greca del Vangelo dice semplicemente «dato per voi», cioè a vostro favore.

Tutta la dinamica della salvezza è segnata dalla grazia, cioè dall’azione di Dio a nostro favore. La morte di Gesù non salva perché offre a Dio qualcosa, ma perché rivela la fedeltà dell’amore esercitato da Gesù anche sulla croce. La sua non corrisponde al volere di Dio perché è un atto di violenza contro Gesù da parte di chi ha rifiutato il suo messaggio.

Da parte di Gesù è un «atto sacro» un «sacri/ficio», non offerto a Dio ma pervaso dalla sua volontà salvifica nel confronto degli uomini. La fedeltà di Gesù all’amore rende la tragica e ingiusta sua morte un ‘atto sacro’ e consente anche a noi di celebrarla con memoria riconoscente.

È superato il modello di un Dio violento ed è messo in risalto il valore redentivo dell’amore, quando resta operante nonostante la sofferenza.

 

Libera in gol e Pangea

REPORT Libera in gol e Pangea

“Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio popolo. Un popolo non si può ammazzare.”

Oscar Romero

Innanzitutto vorrei avvisare la rete Pangea, in particolare le associazioni e le scuole che hanno assunto l’impegno di curare il “Giardino dei cinque continenti e della nonviolenza” che in questi giorni il “Presidio di giardinaggio comunitario” presso l’Arci Scampia è ormai attivo.

Nel casotto costruito con il contributo dell’opm della Chiesa valdese sono stati posti attrezzi di giardinaggio e secchi per innaffiare; per le chiavi ci si può rivolgere  a Carlo Sagliocco, Mister Piccolo, Genny dell’Arci Scampia oppure a Ciro e Aldo del Circolo “la Gru”: ogni gruppo, quindi, può autonomamente, sulla base delle proprie disponibilità organizzare il proprio intervento di cura.

E veniamo al momento particolare di questo inizio settembre. L’iniziativa organizzata dall’Assoc.Vodisca di Rosario e Maddalena, insieme alla famiglia Landieri, con la collaborazione di Libera e dell’Arci Scampia. “Libera in gol” è un torneo di calcetto tra gruppi  di Libera e Associazioni, soprattutto del Nord Italia, ed alcune realtà di Scampia per ricordare Antonio Landieri, giovane disabile di Scampia, che 13 anni fa fu ammazzato dalla camorra per  un “maledetto e criminale” errore. Alla manifestazione hanno partecipato i familiari di altre “vittime innocenti” che si sono riuniti in un Comitato cittadino per “non dimenticare”, ma soprattutto per tener vivi tra la gente  i valori della convivenza pacifica e della dignità dei cittadini inermi.

All’apertura della manifestazione erano presenti anche l’Ass. Alessandra Clemente del Comune di Napoli e la Parlamentare Michela Rostan.

Sono già sei anni che si tiene “Libera in gol”, e negli ultimi anni è stato dato un piccolo spazio al Progetto Pangea con un intervento sul “Giardino di Largo Battaglia”.

Il campo sportivo di Largo Battaglia, a breve, sarà intitolato ad Antonio Landieri. La presenza del “Giardino dei cinque continenti e della nonviolenza” nello stesso luogo è una felice coincidenza: un “verde” abbraccio alle vittime della violenza. E quando Gianluca metterà mano al murale sul muro del campo, le figure dei personaggi simbolo della “nonviolenza” dei cinque continenti faranno compagnia ad Antonio.

Quest’anno abbiamo voluto simbolicamente  rappresentare il “disagio” vissuto questa estate, particolarmente torrida,  consegnando ai giovani partecipanti a Libera in gol un secchio pieno d’acqua, per attraversare in fila  Via F.lli Cervi e recarsi ad abbeverare le piante delle sei aiuole del giardino.  E’ stato un momento molto suggestivo che abbiamo denominato “Il secchio della resistenza”! Il gruppo “Mar dei Sargassi” ed altri hanno documentato questo momento.

Abbiamo pensato di rivolgerci ad Antonio …con una supplica…quando assumerà la titolarità del campo, con la speranza che possa agire sui “cuori aridi” e sulla lentezza istituzionale per risolvere questo annoso problema che ha del “paradossale”.

Il meteo annunciava pioggia, ma abbiamo voluto, comunque, mettere in atto questa azione simbolica. E la pioggia è venuta abbondante da noi, e in tutta Italia, creando anche situazioni di emergenza ambientale. Ma tutta quest’acqua concentrata in alcuni periodi ristretti dell’anno, per l’eccessivo consumo di suolo con la conseguente impermeabilizzazione, è destinata a creare danni ed avviarsi “inutilmente” verso il mare. Potrebbe essere, invece,  raccolta in cisterne utili a fronteggiare la siccità ricorrente e risparmiare per tante operazioni l’acqua potabile. A quando una politica per l’utilizzo intelligente di questa risorsa fondamentale per  la vita?

Nel nostro piccolo …ci stiamo pensando.

Aldo (Circolo “la Gru”)

 

SABATO 23 SETTEMBRE

SABATO 23 SETTEMBRE

QUESTO INCONTRO PREVISTO PER IL 16 SETTEMBRE E’ STATO RINVIATO AL 23 SETTEMBRE PER LA COINCIDENZA CON IL CAFFE’ LETTERARIO DI SCAMPIA.

ORE 18,30 LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA

INIZIAMO LA LETTURA DEGLI SCRITTI

DI GIOVANNI FRANZONI

INIZIAMO  CON LA LETTURA DELLA LETTERA PASTORALE

“LA TERRA E’ DI DIO”

PRESENTA IL TESTO CRISTOFARO PALOMBA

INVERSIONEDIROTTA  FESTIVAL A SCAMPIA

Comunicato Stampa  
Chikù – Gastronomia, Cultura e Tempo Libero, spazio gastronomico e culturale a Scampia, dà il via ad una rassegna musicale indipendente con lo scopo di contribuire a fare di Scampia un avamposto culturale e rendere Chikù luogo di aggregazione, spazio dove poter ascoltare buona musica dal vivo, incontrarsi e mangiare piatti unici “contaminati” sapientemente attingendo dalle tradizioni culinarie tipiche della cucina partenopea e balcanica.Negli anni ’70, con la cementificazione del quartiere, la mancata applicazione di un progetto che favorisse l’interazione tra gli abitanti, Scampia si configurò come un quartiere dormitorio.
Grazie alle azioni congiunte tra comitati, associazioni, scuole e abitanti, notevoli sono state le iniziative e le pratiche quotidiane volte al superamento di questo “isolamento”.
Si è sempre detto che Scampia si trovasse nella periferia di Napoli, ai margini della città, oggi invece va affermandosi il concetto di “nuove centralità della città metropolitana”.
In un momento storico in cui il centro di Napoli è in balia del turismo mordi e fuggi e della gentrificazione, ci sembra importante insistere nell’affermazione di Scampia come avamposto culturale, piuttosto che quartiere dormitorio e della criminalità, martoriato da fiction e servizi di sciacallaggio giornalistico.

Tradizioni oramai consolidate e conosciute a livello internazionale come il Carnevale del Gridas, insieme a tante altre come il Mediterraneo Antirazzista Napoli, ogni anno ci ricordano che è possibile ribaltare la dicotomia centro-periferia e far si che questo quartiere possa fare dei propri “isolati”, delle piazze culturali.
E’ così che si inverte la rotta che solitamente muove gli abitanti dalla periferia al centro, che associa Scampia al concetto di isolamento, nell’ottica di una valorizzazione culturale e sociale delle cosiddette nuove centralità.
In questa idea, Chikù, con i suoi spazi accoglienti, l’atmosfera familiare e la sua cucina interetnica, si pone come luogo di svago, di aggregazione, di produzione culturale, con tanto di musica dal vivo e di cucina sana e unica nel suo genere, balcanico e napoletano, frutto della brigata multiculturale de la Kumpania.Inversionedirotta è una rassegna di musica indipendente a cui partecipano artisti che rappresentano la città nelle sue diverse sfaccettature e nelle sue tante voci e sonorità.
Il rapper di Scampia e Secondigliano Fabio Farti, i cantautori dell’area nord di Napoli Mariano Lieto e Francesco Amoruso, la musica popolare degli Ars Nova Napoli che spesso ci accompagna tra i vicoli di Napoli, la tradizione e la rivoluzione a tamburo battente della BandaRotta Bagnoli. Canti poetici e dirompenti di vicoli e di tradizione, voci sfacciate di periferia.

La rassegna comincia sabato 16 settembre con i Marabunta, una band proveniente dalla Colombia che fa tappa da Chikù a Scampia per il suo tour europeo. Attraverso il reggae, la cumbia ed il blues i Marabunta ci raccontano Bogotà, città complessa, fatta di realtà e di corpi che resistono e si mobilitano per il cambiamento.

Durante le serata non mancheranno le delizie tipiche della cucina partenopea e balcanica preparate sapientemente dalle cuoche di CHIKU’.
CHIKÙ è spazio gastronomico, cucina delle donne de La Kumpania, laboratorio permanente di autoproduzioni creative, officina dei piccoli.
È inoltre sede di uno sportello legale per la tutela dei diritti dell’infanzia, per i diritti di cittadinanza, contro le discriminazioni sociali, etniche e di genere.

Di seguito il calendario della rassegna INVERSIONEDIROTTA:

-SABATO 16 SETTEMBRE  – h 21.00
MARABUNTA
cumbia, reggae e blues dalla Colombia
https://www.youtube.com/watch?v=MCz2PQOXlRc

-SABATO 23 SETTEMBRE  – h 21.00
FABIO FARTI E DJ PEPP O’STRAN
rap made in Scampia

-VENERDì 6 OTTOBRE  – h 20.00
FRANCESCO AMORUSO E MARIANO LIETO
cantautorato dall’area nord

-VENERDì 13 OTTOBRE h 20.00
ARS NOVA NAPOLI
musica popolare

-VENERDì 20 OTTOBRE h 20.00
BANDAROTTA BAGNOLI
musica popolare, rap, folk

Per info e contatti:
info@chiku.it
tel. 338 9441807 – 081 0145681

Siamo onorati ed entusiasti di ospitare la sera 16 settembre a Scampia da Chikù, la tappa italiana del tour europeo dei Marabunta.

I Marabunta sono:

CATERINA VILLA DE LIGUORI Lead vocalist & Guitar
JUAN MAMIÁN BENAVIDES Lead Guitar & Backup vocals
CAMILO MAMIÁN BENAVIDES Charango & Backup vocals
LAURA GÓMEZ CUBIDES Flamenco cajón & Backup vocals

Vi invitiamo ad ascoltare il loro ultimo brano “Casa” https://www.youtube.com/watch?v=MCz2PQOXlRc

L’ingresso è gratuito

Durante il concerto sarà possibile degustare le prelibatezze preparate dalle cuoche de la Kumpania e prenotare un tavolo.
La prenotazione (via facebook, tel. 0810145681, o via mail info@chiku.it) è necessaria per chi ha piacere di cenare da noi.
A breve pubblicheremo il menù.
Vi invitiamo a seguire la pagina facebook dell’evento –https://www.facebook.com/events/115634519122466/?acontext=%7B%22ref%22%3A%2222%22%2C%22feed_story_type%22%3A%2222%22%2C%22action_history%22%3A%22null%22%7D&pnref=story

Cari saluti da Chikù – La Kumpania


Chikù Gastronomia Cultura Tempo libero

VICINANZA ED ACCOGLIENZA CON I ROM DI CUPA PERILLO  

Gennaro Sanges
Da oltre 20 anni hanno vissuto a Scampia alla Cupa Perillo 700/800 persone rom, prevalentemente di nazionalità serba, una parte di loro anche per la guerra che sconvolse la ex Jugoslavia. Certamente con problemi, anche per l’abbandono in cui li hanno tenuti per tanti anni le nostre sorde, inefficienti e indifferenti istituzioni. E anche ostilità. da una parte della popolazione circostante che attribuiva alla comunità rom la piena responsabilità dei tantissimi roghi che avvelenavano l’aria creando disagi e rischi seri per la salute pubblica. Fenomeno, invece, molto più complesso che vedeva nei frequenti, notturni sversamenti nel Campo da parte di italiani ( spesso padroncini di fabbriche e aziende abusive che così smaltivano scarti di lavorazione, gomme, materiali tossici, perfino amianto) la fonte principale di questi roghi, a volte appiccati da qualche rom, a volte dagli stessi sversatori. Sarebbe bastato controllare, da parte delle forze dell’ordine e della polizia municipale o attraverso l’installazione di impianti di videocamere, l’accesso al Campo, all’inizio della rampa di Cupa Perillo per impedire gli sversamenti e arrestare i responsabili. Peraltro è quello che chiedevano gli stessi rom in un documento del 2008 inviato a tutte le istituzioni competenti, firmato da 150 capifamiglia con tanto di nome, cognome e nazionalità e che vide l’adesione di una trentina di associazioni del territorio. Tra l’altro in questo documento si chiedeva al Comune e all’Asia di fornire il Campo di appositi contenitori della spazzatura per i rifiuti giornalieri prodotti dalla stessa comunità, costretta invece a versarli sul terreno, con il degrado e i rischi di infezioni connessi. In più si chiedeva un monitoraggio sullo stato di salute di bambini rom, bambini della vicina scuola elementaare, bambini del territorio circostante. Questo documento produsse più incontri in Prefettura con un importante impegno dell’allora Vice-Prefetto, donna assai sensibile,in grado di far intervenire tutti gli Enti e le Istituzioni competenti. Ma la sordità fu assordante e dopo qualche intervento di bonifica tutto ricadde nell’inerzia di sempre. Occasione clamorosamente fallita, dieci anni persi, non per la volontà dei rom ma per la responsabilità delle nostre istituzioni. Recentemente poi l’ordinanza di sgombero della Procura di Napoli per il 12 settembre, dopo una denuncia di alcuni consiglieri municipali di destra e, purtroppo, qualcuno anche della maggioranza capeggiata dal PD, ha provocato un inedito processo di democrazia dal basso con lo svolgimento di numerose assemblee dove i rom hanno preso la parola rivendicando con orgoglio i propri diritti e assumendosi anche l’impegno di denunciare i responsabili degli sversamenti, come in effetti avevano cominciato a fare nei giorni precedenti l’incendio. Siamo ad oggi, un incendio devastante ha cancellato alcune baracche dove vivevano 26 persone. Non è ancora chiara la natura colposa o dolosa dell’incendio. i rom che hanno perso la casa hanno prodotto una denuncia contro ignoti. E’ augurabile che l’investigazione si svolga con la celerità e il rigore necessari. Dopo il trasferimento immediato delle 26 persone all’Auditorium “Fabrizio D’Andrè” di Scampia ( sostenuto anche dalla solidarietà e dalla raccolta di beni di prima necessità di tanti cittadini e associazioni del territorio) come soluzione di emergenza, le rilevazioni ARPAC sul Campo hanno evidenziato una condizione di tossicità incompatibile con la presenza umana e, quindi, l’esigenza di un celere sgombero. L’Amministrazione comunale ha individuato nella caserma Boscariello, che separa Scampia da Miano, la soluzione per il trasferimento temporaneo di alcune centinaia di rom in uscita dal Campo. Ed è sembrata una soluzione ragionevole in attesa di quella definitiva, anche per l’esigenza dei bambini e ragazzi rom di riprendere la scuola lì dove l’avevano lasciata. Questa la breve storia della comunità rom che vive da oltre 30 a Scampia, una comunità seguita senza alcun tornaconto e su base volontaria da diversi religiosi e da alcune associazioni, con un impegno difficile ma tenace di solidarietà ed integrazione (molti sono i bambini rom che frequentano la scuola e le attività culturali e di gioco che si svolgono sul territorio fino al famoso Carnevale del Gridas; alcune donne rom partecipano alla inedita esperienza di un ristorante multietnico con ChiKu). Per tutto questo appare veramente sconcertante la reazione della VII Municipalità e di una parte della popolazione di Miano rispetto al trasferimento temporaneo di qualche centinaio di persone chiuse e accampate in una caserma. Nè gli eventuali lavori per la destinazione ad impiantistica sportiva della caserma traggono danno da qualche mese utilizzato per questa emergenza, visto che al momento non c’è niente di operativo, nè il progetto, quanto meno il bando dei lavori. Razzismo? Si, razzismo bello e buono. La speranza è che la maggioranza dei cittadini di Miano alzi la bandiera della solidarietà, dell’umanità, della civiltà. Oltre la siepe non c’è il buio, non ci sono mostri, ci sono persone, povera gente che vive in condizioni indegne. E quì c’è tanta responsabilità nostra.

PAURA E GIOIA DI VIVERE, STATI D’ANIMO OPPOSTI E INCONCILIABILI

Leonardo Boff*

 Oggi nel mondo, il Brasile e le persone distrutte per la paura di assalti, a volte con il morto, di pallottole vaganti di attentati terroristici. Questi recentemente praticati a Barcellona e a Londra hanno provocato una paura generalizzata, anche se ci sono state dimostrazioni di solidarietà e manifestazioni chiedendo pace.

Andando più a fondo nella questione, si deve riconoscere che questa situazione di paura generalizzata è la conseguenza ultima di un tipo di società che ha messo l’accumulo di beni materiali al di sopra delle persone e ha stabilito la competizione e non la cooperazione come valore principale. Inoltre ha scelto l’uso della violenza come forma per risolvere i problemi personali e sociali.

La competizione deve essere distinta dall’emulazione. L’emulazione è una cosa buona, perché mette in chiaro  il meglio che abbiamo dentro di noi e lo mostriamo con semplicità. La competizione è problematica, perché significa la vittoria del più forte tra i contendenti, sconfiggendo tutti gli altri, generando tensioni, conflitti e guerre.

In una società dove questa logica la fa da padrone, non c’è pace, soltanto un armistizio. Sempre viva la paura di perdere, perdere mercati, vantaggi competitivi, guadagni o il posto di lavoro e la stessa vita.

La volontà di accumulazione crea ansia e paura. La logica dominante è questa: chi non ha, vuole avere; chi ha, vuole avere di più, chi ha ancora di più mai gli basta. La volontà di accumulo alimenta la struttura del desiderio che, come sappiamo è insaziabile. Per questo è necessario garantire un certo livello di accumulo e di consumo. Da lì risulta l’ansia e la paura di non avere, di perdere la capacità di consumare, di scendere nello status sociale e, infine,diventare povero.

L’uso della violenza per la soluzione dei problemi tra paesi, come si è dimostrato nella guerra degli USA contro l’Irak, si basa sulla illusione che sconfiggendo l’altro oppure umiliandolo, riusciremo a fondare una convivenza pacifica. Un male alle radici, come la violenza non può essere fonte di un bene duraturo Il fine pacifico richiede ugualmente mezzi pacifici. L’essere umano può perdere, ma mai più tollererà di essere ferito nella sua dignità. Si aprono le ferite e difficilmente si rimarginano e avanza rancore e spirito di vendetta, humus alimentatore del terrorismo che costa la vita a tanti innocenti che abbiamo visto in molti paesi.

La nostra società di stampo occidentale con i bianchi, maschilista e autoritaria ha scelto il cammino della violenza repressiva e aggressiva. Per questo è sempre invischiata in guerre, sempre più devastanti, come adesso nell’attuale Siria, con guerriglie sempre più sofisticate e attentati sempre più frequenti. Dietro a questi fatti esiste un oceano di odio, amarezza e volontà di vendetta. La paura aleggia come un mantello di tenebre sulle collettività e sulle persone individuali.

Ciò che vince la paura e le sue conseguenze sono le premure degli uni a favore degli altri. La cura costituisce un valore fondamentale per farci capire la vita e le relazioni tra tutti gli esseri. Senza la cura la vita non nasce né si riproduce. La cura è la bussola previa dei comportamenti perché i loro effetti siano buoni e rinforzio la convivenza. Aver cura di qualcuno significa mettersi al suo posto, interessarsi al suo benessere, e sentirsi corresponsabili del loro destino. Perciò tutto ciò che noi amiamo e tutto quello di cui abbiamo cura lo amiamo pure.

Una società che si regge sulla cura, sul rispetto alla Casa Comune la Terra, attenzione agli eco sistemi che garantiscono le condizioni della biosfera e della nostra vita, cura con sicurezza gli alimenti di ogni persona, attenzione alle relazioni sociali nel senso che debbono essere partecipative, equamente distribuite giuste e pacifiche, rispetto dell’ambiente spirituale della cultura che permette alle persone di vivere il senso positivo della vita, accogliere i loro limiti, l’invecchiamento e la stessa morte come parte della vita mortale: questa società di premure godrà di pace e concordia necessarie per la convivialità umana.

I momenti di grande paura, si caricano di significato speciale le parole del salmo 23, quello che dice: “il Signore è il mio pastore non manco di nulla”. A questo punto il buon pastore garantisce: “anche se tu dovessi attraversare la valle più buia, non temere alcun male perché io sto con te”.

Chi riesce a vivere questa fede si sente accompagnato da Dio in palma di mano. La vita umana si nutre di leggerezza e conserva, anche in mezzo a rischi e minacce, serena giovialità e allegria di vivere. Poco importa quello che ci succederà, succederà nel suo amore. Lui sa il cammino e lo sa alla perfezione.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato.

SENTIAMO LA NECESSITA’ DI NON CHIUDERE LE PORTE AL FUTURO

Stiamo assistendo ad un esodo di umanità che assume spesso la caratteristica di un olocausto senza nome. Migliaia di uomini e donne, di bambine e bambini, in fuga da guerre, discriminazioni, fame e povertà, disastri ambientali, diseguaglianze che si ammassano in un tutt’uno indistinto su improbabili e disastrosi barconi nel tentativo di poter ritrovare la possibilità di avere una vita degna per se e per le proprie famiglie

Arrivi che sono la denuncia evidente di un mondo ingiusto e che non funziona. Dove quattro soli uomini al mondo hanno in mano un quinto della ricchezza mondiale. Dove paesi potenzialmente ricchissimi sono ridotti a miseria da regimi corrotti che tutelano gli interessi dei mercati e i privilegi di poche parti di umanità in overdose di benessere e agio. Dove le guerre tornano ad essere regolatrici delle dinamiche internazionali e primo serbatoio di profitto per l’industria delle armi uccidendo milioni di persone, quasi sempre incolpevoli e civili, troppo spesso bambine e bambini

E invece di indignarci per tutto questo e di aprire le porte a chi prova a sopravvivere, le nostre comunità, l’Italia e l’Europa, sembrano essere più attratte dal rifiuto che dall’accoglienza. Dal rancore piuttosto che dalla cura. Fino ad arrivare ad un dibattito politico che discerne senza vergogna sul fatto se sia giusto o meno salvare chi rischia di annegare in mare.

Con la vergogna di una politica, quella italiana, che ancora una volta rinuncia al coraggio, alla lungimiranza, alla memoria delle proprie radici sacrificando la normativa sulloius soli ai meri calcoli elettorali e alla rincorsa degli umori più negativi del Paese spaventato e incattivito.

Ed è dentro a questo serbatoio di paura e indifferenza che l’Europa sta rinnegando la propria cultura. Quell’attenzione alla pace e alla tutela e promozione dei diritti che ne aveva fatto il continente più avanti su tali temi

Ci sono soglie che non possono essere superate, pena la perdita di noi stessi. Una di quelle è la soglia che separa l’umano e il disumano. L’affermazione di quella comunità di genere che ci accoglie tutti e ci fa degni di riconoscimento reciproco, o la sua negazione.

Per questo non possiamo rimanere in silenzio, rischiando alla fine di colludere con chi propone muri, parla di eserciti alle frontiere, nega l’umanità dei volti e dei corpi trasformando una moltitudine di persone in fuga in categoria preoccupante e pericolosa, sacrificabile in nome della nostra tranquillità.

Non possiamo rimanere in silenzio anche se ci rendiamo conto che paure e preoccupazioni non vanno sottovalutate. Che un continente come il nostro, con tassi di inoccupazione elevati, con migliaia di giovani che non lavorano, con diseguaglianze strutturate e sempre meno spiegabili, con ampie aree di povertà e vulnerabilità economica può oggettivamente faticare a riconoscere nella solidarietà una priorità.

Per questo siano convinti che ogni richiamo all’accoglienza e convivenza tra differenze debba essere accompagnato da proposte politiche sostenibili e sagge. In tal senso, in primisva chiesto con forza di tornare ad investire sulla programmazione di politiche di inclusione e cittadinanza, abbandonando il solo mantra dell’emergenza che non solo non risolve ma finisce per determinare mero assistenzialismo, spreco di risorse, conflitto sociale.

Ancora, si approvi la legge sulla cittadinanza. Si programmi e si realizzi un sistema di accoglienza fondato sul coinvolgimento di tutte le comunità e le istituzioni, la trasparenza, la qualità, il sostegno ai soggetti più fragili (i minori, le donne, i vulnerabili), la cultura dei diritti e della responsabilità».

Ma c’è un secondo punto altrettanto decisivo senza il quale la pratica dell’accoglienza è inevitabilmente limitata e la sua proclamazione rischia di essere in gran parte retorica. Il salto di qualità, la svolta della politica deve intervenire anche con riferimento ai più recenti provvedimenti legislativi (in particolare i decreti Minniti sui richiedenti asilo e sulla sicurezza, recentemente convertiti in legge dal Parlamento) che contraddicono in modo clamoroso lo spirito di accoglienza limitando le garanzie e i diritti per chi è in fuga da guerre e persecuzioni, incentivando risposte alle richieste di soccorso fondate sulla contenzione, creando improprie divisioni tra migranti, trasformando i sindaci in sceriffi e le istituzioni locali in presìdi a tutela degli inclusi contro i più deboli e i marginali.

Solo nella capacità di ospitare e di assumere la responsabilità di governo dei flussi migratori si può immaginare di costruire un futuro di benessere collettivo, di convivenza civile e democratica, di sicurezza per tutte e tutti

Con questa consapevolezza e per non essere complici di chi vorrebbe chiudere le porte al futuro, chiediamo ai napoletani, nel solco della tradizione di civiltà e accoglienza della città, di mobilitarsi in autunno per proporre un’idea alternativa di convivenza civile e democratica

Proponiamo a tutte le persone e organizzazioni interessate di incontrarci mercoledì 6 settembre alle ore 17.30 al centro interculturale “Officine Gomitoli”, piazza Enrico De Nicola, 46, Ex lanificio Porta Capuana.

Per aderire mandare una mail a andreamorniroli@libero.it

 

firmatari

Marialuisa Alvino, Silvana Amendola, Massimo Angrisano,  Lassaad Azzabi, Francesca Ammirato, Luisa Bencivenga, Carmen Bertolazzi,  Adriana Buffardi, Domenico Capone, Gennaro Carillo, Paola Clarizia, Domenico Costantino, Magda Cristiano, Sergio D’Angelo, Elena de Filippo, Gabriele de Filippo, Paola Di Martino, Alessandro Di Rienzo, Pina Fioretti, Federica Gaspari, Maria Vittoria Iapoce, Armida Filippelli, Silvana Giannotta, Alfredo Guardiano, Giovanni Laino, Maria Teresa Mondo, Olimpio Marino, Simonetta Marino, Hawa Mohamed Ali, Andrea Morniroli, Norma Naim, Rosario Nasti, Eduardo Ottobre, Annamaria Palmieri, Gisella Patierno, Corrado Perrella, Marinella Pomarici,  Jamal Qaddorah, Ines Rielli, Edlir Sina, Daniela Slazano, Jomahe Solis Barzola, Eduardo Sorvillo, Roberto Terrano, Maria Teresa Terreri