APPELLO AI GIORNALISTI/E: ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA

APPELLO AI GIORNALISTI/E: ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA – di Alex Zanotelli

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spienge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti  la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e  perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa)

Ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!)

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.  Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano:”Aiutamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa  come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un ‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

Alex Zanotelli

Napoli, 17 luglio 2017

 

Perché la Palestina rimane il problema

16/07/2017 DI INVICTA PALESTINA

Perché la Palestina rimane il problema

Quello che fa infuriare coloro che colonizzano e occupano, rubano, opprimono, vandalizzano e deturpano, è il rifiuto delle vittime di sottomettersi. E questo è il tributo che tutti noi dovremmo rendere ai palestinesi.

di John Pilger, 13 luglio

Quanto segue è una versione ridotta di un intervento di John Pilger all’Expo palestinese a Londra l’8 luglio 2017. Il suo film “La Palestina è ancora il problema” può essere visto qui (visionné ici)

La prima volta che sono andato in Palestina da giovane giornalista negli anni ’60, alloggiai in un kibbutz. Le persone che ho incontrato lavoravano sodo, erano piene di entusiasmo e si dicevano socialiste. Le amavo molto.

Una sera a cena chiesi chi fossero le figure di persone in lontananza, al di là del nostro perimetro. Degli “arabi”, dissero, dei “nomadi”. Le parole furono quasi sputate. Israele, dissero – il che significa la Palestina – per la maggior parte non era stato che terre incolte e uno dei più grandi exploit dell’impresa sionista era fare rinverdire il deserto.

Mi fecero l’esempio dei loro raccolti di arance Jaffa, esportate in tutto il mondo. Che trionfo contro i capricci della natura e la mancanza di cura dell’umanità.

Fu la prima bugia. La maggior parte degli aranceti e vigneti apparteneva ai palestinesi che avevano coltivato la terra ed esportato arance e uva in Europa a partire dal XVIII secolo. L’antica città palestinese di Giaffa era conosciuta dai suoi precedenti abitanti come “il luogo delle aranci tristi”.

Nel kibbutz, il termine “Palestina” non era mai usato. Chiesi il perché. La risposta fu un silenzio imbarazzato.

In tutto il mondo colonizzato, la vera sovranità dei popoli indigeni è temuta da chi non può mai nascondere del tutto il fatto, e il crimine, che vive su terre rubate.

Negare a queste popolazioni la loro umanità è il passo successivo – come il popolo ebraico sa fin troppo bene. Dissacrare la loro dignità, la loro cultura e il loro orgoglio segue tanto logicamente quanto la violenza.

A Ramallah nel 2002, in seguito ad un’invasione della Cisgiordania del defunto Ariel Sharon, mentre andavo al Centro Culturale Palestinese attraversai strade di automobili schiacciate e case demolite. Fino a quella mattina soldati israeliani erano stati accampati lì.

Fui accolto dalla direttrice del centro, la romanziera Liana Badr, i cui manoscritti originali giacevano sparsi sul pavimento e strappati. Il disco rigido che conteneva la sua narrativa e una biblioteca di testi teatrali e di poesie erano stati presi da soldati israeliani. Quasi tutto era rotto e imbrattato.

Nessun libro sopravvissuto con tutte le sue pagine, non un singolo nastro analogico di una delle migliori collezioni di cinema palestinese.

I soldati avevano urinato e defecato sui pavimenti, sulle scrivanie, sui ricami e le opere d’arte. Avevano sporcato con le feci i dipinti di bambini e scritto – con della merda – “Born to Kill” (nato per uccidere).

Liana Badr aveva le lacrime agli occhi, ma teneva alta la testa. Disse: “Rimetteremo a posto.”

Quello che fa infuriare coloro che colonizzano e occupano, rubano, opprimono, vandalizzano e deturpano, è il rifiuto delle vittime di sottomettersi. E questo è il tributo che tutti noi dovremmo rendere ai palestinesi. Rifiutano di sottomettersi. Continuano. Aspettano – fino a quando non riprendono la lotta. E lo fanno anche quando coloro che li governano collaborano con i loro oppressori.

In pieno bombardamento israeliano di Gaza nel 2014, il giornalista palestinese Mohammed Omer non ha mai smesso i suoi reportage. Lui e la sua famiglia erano messi a dura prova, faceva la coda per il cibo e l’acqua che trasportava tra le macerie. Quando lo chiamavo, potevo sentire le bombe fuori dalla sua porta. Si è rifiutato di sottomettersi.

I reportage di Mohammed, accompagnati da immagini realistiche, erano un modello di giornalismo professionale che facevano vergognare i reportage docili e senza spina dorsale dei media detti “mainstream” [dominanti] in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. La nozione di oggettività della BBC – amplificare i miti e le menzogne dell’autorità, pratica di cui va fiera – è quotidianamente messa in ridicolo da giornalisti come Mohammed Omer.

Da oltre 40 anni registro il rifiuto del popolo di Palestina di sottomettersi ai suoi oppressori: Israele, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Unione Europea.

Dal 2008, la sola Gran Bretagna ha concesso licenze per l’esportazione in Israele di armi, missili, droni e fucili di precisione per un valore 434 milioni di sterline.

Quelli che hanno affrontato tutto questo senza armi, quelli che hanno rifiutato di sottomettersi, fanno parte dei palestinesi che ho avuto il privilegio di conoscere:

il mio amico ora scomparso, Mohammed Jarella, che si è attivamente impegnato per l’agenzia delle Nazioni Unite, l’UNRWA, nel 1967 mi mostrò per la prima volta un campo profughi palestinese. Era un giorno gelido d’inverno e gli scolari tremavano per il freddo. “Un giorno …”, disse. “Un giorno …”

immagine del film: « Palestine is still the issue »

Mustafa Barghouti, la cui eloquenza rimane intatta, che ha descritto la tolleranza che esisteva in Palestina tra ebrei, musulmani e cristiani fino a quando, come mi ha detto, “i sionisti hanno voluto uno stato a spese dei palestinesi “.

Mona El-Farra, medico a Gaza, la cui passione è stata quella di raccogliere fondi per finanziare interventi di chirurgia plastica per i bambini sfigurati dai proiettili israeliani e dalle schegge di granata. Il suo ospedale è stato raso al suolo dalle bombe israeliane nel 2014.

Il dottor Khalid Dahlan, psichiatra, le cui cliniche per bambini a Gaza – bambini che la violenza israeliana ha reso quasi folli – erano oasi di civiltà.

Fatima e Nasser, coppia la cui casa era in un villaggio vicino a Gerusalemme classificato “zona A e B”, che significa che si era proclamata quella terra riservata esclusivamente agli ebrei. I loro genitori avevano vissuto lì … I loro nonni avevano vissuto lì. Oggi le ruspe costruiscono strade riservate agli ebrei, protetti da leggi che si applicano solo agli ebrei.

Era passata la mezzanotte quando cominciò il travaglio del parto del loro secondo bambino. Il neonato era prematuro e quando sono arrivati ad un posto di blocco in vista dell’ospedale il giovane soldato israeliano ha detto loro che dovevano presentare un altro documento.

Fatima perdeva molto sangue. Il soldato si mise a ridere e a imitare i suoi gemiti e disse loro: “Andate a casa”. Il bambino è nato lì, in un camion. Era tutto blu per il freddo e poco dopo, non avendo potuto ricevere cure, è morto per ipotermia. Il nome del bambino era Sultan.

Per i palestinesi saranno storie ben note. La domanda è questa: perché non lo sono a Londra, Washington, Bruxelles e Sydney?

In Siria, una recente causa progressista – sponsorizzata da George Clooney – raccoglie fondi generosi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, anche se i beneficiari, i cosiddetti ribelli, sono dominati da jihadisti fanatici, prodotto dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e della distruzione della Libia moderna.

Eppure, l’occupazione più lunga dei tempi moderni e la resistenza che le si oppone non vengono riconosciute. Quando all’improvviso l’ONU si muove e definisce Israele come uno Stato di apartheid, come è avvenuto quest’anno, questo suscita indignazione – non contro uno stato la cui “vocazione essenziale” è il razzismo, ma contro una commissione dell’ONU che ha osato rompere il silenzio.

“La Palestina”, ha detto Nelson Mandela, “è la più grande questione morale del nostro tempo.”

Perché questa verità è soffocata, giorno dopo giorno, un mese dopo l’altro, anno dopo anno?

Per quanto riguarda Israele, lo Stato di apartheid colpevole di crimini contro l’umanità e di violazione del diritto internazionale più di qualsiasi altro stato, quelli che sanno e il cui compito è quello di metterere le cose in chiaro, rimangono in silenzio.

Per quanto riguarda Israele, tanto giornalismo si lascia impressionare e controllare dal pensiero unico che esige il silenzio sulla Palestina, quando il giornalismo che si rispetta è diventato dissenso: un’avanguardia metaforica.

Una sola parola – “conflitto” – permette questo silenzio. “Il conflitto arabo-israeliano,” intonano i robot davanti ai loro suggeritori. Quando un giornalista di lunga data della BBC, un uomo che conosce la verità, parla di “due narrazioni”, la contorsione morale è totale.

Non c’è conflitto, non ci sono due narrazioni con la loro articolazione morale. C’è un’occupazione militare imposta da una potenza nucleare sostenuta dalla più grande potenza militare del mondo; e c’è un’enorme ingiustizia.

La parola “occupazione” può essere vietata, cancellata dal dizionario. Ma il ricordo della verità storica non può essere vietato: quello dell’espulsione sistematica dei palestinesi dalla loro patria. “Il piano D”, come lo chiamavano gli israeliani nel 1948.

Lo storico israeliano Benny Morris riferisce come uno dei generali di David Ben Gurion, il primo premier israeliano, gli chiese: “Che ne faremo degli arabi?”

Il primo ministro, scrive Morris, “fece con la mano un gesto sprezzante e vigoroso”. “Espellerli!”, rispose.

Settanta anni dopo, questo crimine è soffocato nella cultura intellettuale e politica dell’Occidente. O è una questione discutibile o semplicemente controversa. Giornalisti pagati profumatamente e che accettano con entusiasmo i viaggi offerti dal governo israeliano, la sua ospitalità e le lusinghe, protestano con veemenza se la loro indipendenza è messa in questione. Il termine “utili idioti” è stato coniato per loro.

Nel 2011 sono stato colpito dalla facilità con cui uno dei romanzieri più acclamati di Gran Bretagna, Ian McEwan, un uomo tutto irradiato dei Lumi della borghesia, ha accettato il ‘Premio per la letteratura’ di Gerusalemme, nello Stato di apartheid.

McEwan sarebbe andato a Sun City nel Sudafrica dell’apartheid? Gli hanno pure rimborsato i costi, tutte le spese pagate. McEwan ha giustificato il suo gesto in termini ambigui, parlando di indipendenza della “società civile”.

La propaganda alla McEwan – con una piccola pacca simbolica sulle dita dei suoi ospiti rapiti – è un’arma per gli oppressori della Palestina. Come lo zucchero si insinua quasi ovunque oggi.

Comprendere e decostruire la propaganda statale e culturale è il nostro compito più importante. Ci conducono con la forza verso una seconda guerra fredda, il cui obiettivo finale è quello di sottomettere e balcanizzare la Russia e di intimidire la Cina.

Quando Donald Trump e Vladimir Putin si sono intrattenuti privatamente per più di due ore nel corso della riunione del G20 ad Amburgo, apparentemente sulla necessità di non farsi la guerra a vicenda, gli obiettori più accesi sono stati quelli che si fanno fautori del liberalismo, come il giornalista politico sionista del Guardian.

“Nessuna meraviglia che Putin fosse sorridente ad Amburgo”, ha scritto Jonathan Freedland. “Sa di avere raggiunto il suo obiettivo principale: ha restaurato la debolezza dell’America.” Segno di disprezzo per l’Incompetente Vlad.

Questi propagandisti non hanno mai conosciuto la guerra, ma adorano il gioco della guerra imperiale. Ciò che Ian McEwan chiama “società civile” è diventata una fonte ricca di propaganda correlata.

Prendete un termine spesso usato dai guardiani della società civile – “diritti umani”. Analogamente ad un altro concetto nobile, quello di “democrazia”, il termine “diritti umani” è stato quasi privato del suo senso e del suo scopo.

Analogamente al “processo di pace” e alla “road map”, i diritti umani in Palestina sono stati deviati dai governi occidentali e dalle ONG di imprese che finanziano e rivendicano un’autorità morale chimerica.

Così, quando i governi e le ONG chiedono a Israele di “rispettare i diritti umani” in Palestina, non succede nulla perché tutti sanno che non c’è nulla da temere; nulla cambierà.

Si noti il silenzio dell’Unione Europea, che soddisfa i desideri di Israele mentre si rifiuta di rispettare i suoi impegni verso la popolazione di Gaza – come mantenere l’ancora di salvezza che è l’apertura del valico di Rafah: misura che lei ha accettato per adempiere alla sua parte dell’accordo in vista dell’arresto dei combattimenti nel 2014. La costruzione di un porto marittimo a Gaza – concordato a Bruxelles nel 2014 – è stato abbandonata.

La commissione delle Nazioni Unite di cui ho parlato, il cui nome completo è Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale, ha descritto Israele come, cito, “concepito con la vocazione essenziale” alla discriminazione razziale.

Milioni di persone lo capiscono. Ciò che i governi di Londra, di Washington, di Bruxelles e Tel Aviv non possono controllare è che l’umanità al livello della strada sta cambiando, forse come mai prima.

Le persone, ovunque, si stanno muovendo e hanno una maggiore consapevolezza, a mio parere, come non mai. Alcuni sono già in aperta rivolta. L’atrocità di Grenfell Tower a Londra ha riunito le comunità in una resistenza dinamica quasi nazionale.

Grazie ad una campagna popolare, la magistratura oggi esamina le prove per un eventuale perseguimento di Tony Blair per crimini di guerra. Anche se dovesse fallire, è un’evoluzione decisiva che abbatte una nuova barriera tra il pubblico e la sua presa di coscienza della natura vorace dei crimini del potere statale – il disprezzo sistematico dell’umanità perpetrato in Iraq, nella Grenfell Tower, in Palestina. Questi sono i punti che attendono di essere collegati.

Per gran parte del 21° secolo, l’inganno del potere d’impresa mascherato da democrazia è dipeso dalla propaganda dell’effimero: in gran parte basata sul culto del “io prima di tutto” progettato per confondere la nostra facoltà di prenderci cura degli altri, di agire insieme, di preoccuparci di giustizia sociale e internazionalismo.

Classe, genere e razza sono state separate a forza. Il personale è diventato la politica e i media il messaggio. La promozione di privilegio borghese è stata presentata come una politica “progressista”. Non era il caso. Non lo è mai. Questa è promozione del privilegio e del potere.

Tra i giovani, l’internazionalismo ha trovato un nuovo vasto pubblico. Si guardi al sostegno a Jeremy Corbyn e all’accoglienza riservata al circo del G20 di Amburgo. Comprendendo la verità e le esigenze di internazionalismo, e rifiutando il colonialismo, capiamo la lotta della Palestina.

Mandela l’ha formulato così: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Nel cuore del Medio Oriente, c’è l’ingiustizia storica in Palestina. Fino a quando non sarà risolta, e i palestinesi non avranno la loro libertà e la loro patria e  israeliani e palestinesi non saranno uguali davanti alla legge, non ci sarà pace nella regione, e forse da nessun’altra parte.

Quello che ha detto Mandela, è che la libertà stessa è precaria finché i governi potenti possono rifiutare la giustizia agli altri, terrorizzare gli altri, imprigionare e uccidere gli altri in nostro nome. Israele capisce certamente la minaccia che un giorno possa dover essere normale.

Ecco perché il suo ambasciatore in Gran Bretagna è Mark Regev, ben noto ai giornalisti come propagandista di professione, e perché il “grande bluff” di accuse di antisemitismo, come Ilan Pappe l’ha chiamato, ha potuto contorcere il partito laburista per screditare Jeremy Corbyn quanto leader. Il fatto è che non c’è riuscito.

Gli eventi ora stanno cambiando rapidamente. La straordinaria campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) riporta successi giorno dopo giorno; città e centri urbani, sindacati e organizzazioni studentesche vi aderiscono. Il tentativo da parte del governo britannico di limitare la libertà di consigli locali nell’adottare il BDS è fallito nei tribunali.

Non sono foglie al vento. Quando i palestinesi si leveranno di nuovo – ciò che faranno – non ci riusciranno forse subito, ma alla fine lo faranno se noi comprenderemo che loro sono noi e noi siamo loro.

 

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org

fonte: http://arretsurinfo.ch/pourquoi-la-palestine-demeure-lenjeu/

 

«CIAO FRATELLO, AMICO E COMPAGNO»

Celebrazione collettiva per Giovanni Franzoni: «CIAO FRATELLO, AMICO E COMPAGNO»

Luca Kocci
il manifesto, 16 luglio 2017

«Dal momento in cui si nasce, si vive e si muore ogni giorno. Se si vive bene si allontana la morte, anche se la vita si consuma. E si vive bene se si sta dalla parte degli oppressi».

Sono state le ultime parole pubbliche di Giovanni Franzoni, pronunciate domenica scorsa in quella che poi è stata la sua celebrazione eucaristica di commiato nella Comunità cristiana di base di San Paolo, dove ha percorso il proprio cammino di fede da quando, nel 1974, venne allontanato dalla basilica di San Paolo fuori le mura – di cui era abate – e poi sospeso a divinis per le sue scelte politiche troppo di sinistra per la Chiesa democristiana di quel tempo, fino al 13 luglio, giorno della sua morte.

Le ricorda una donna della Cdb di San Paolo, durante il funerale di Franzoni, celebrato ieri mattina sotto un tendone del Centro anziani del Parco Schuster, accanto alla basilica, dove si sono ritrovate cinquecento persone per dare l’ultimo saluto a Franzoni, anzi a «Giovanni, fratello, amico e compagno», come viene ripetuto in numerosi interventi.

Un funerale secondo lo stile delle Comunità di base: una celebrazione collettiva, in cui si alternano letture bibliche ed evangeliche, parole tratte dai libri di Franzoni («la vita non è bella quando non ci si sente circondati da amore»), canti religiosi e laici, come Eppure il vento soffia ancora, di Pierangelo Bertoli, mentre si raccolgono le offerte da destinare ai palestinesi di Gaza e ai bambini di strada del Guatemala seguiti da Gerardo Lutte, un altro dei preti della stagione del dissenso cattolico; e come Gracias a la vida, di Violeta Parra, ricordando gli esuli cileni accolti nella comunità di San Paolo dopo di golpe di Pinochet del 1973.

Fra i presenti, oltre alle compagne e ai compagni di strada di Franzoni nella Cdb di San Paolo e nelle altre comunità di base – dall’Isolotto di Firenze al Cassano di Napoli –, anche gli scout, oggi 50-60enni, che ebbero come assistente Franzoni quando era ancora abate.

Poi Mina Welby, che era qui anche dieci anni fa, quando in comunità venne celebrato quel funerale religioso che il card. Ruini negò a suo marito.

“Pezzi” di Chiesa cattolica romana, come il direttore della Caritas di Roma, mons. Enrico Feroci, e l’attuale abate della basilica di San Paolo, per «dare l’ultimo saluto a chi mi ha preceduto nella comunità benedettina».

I redattori delle riviste con cui Franzoni ha collaborato, Confronti (erede di Com, fondata anche da Franzoni) e Adista.

Rappresentanti e credenti in altre fedi: valdesi, metodisti, musulmani, perché «prima di essere ebrei, cristiani, musulmani o atei siamo esseri umani», dice l’imam dei palestinesi di Roma.

Molti prendono la parola. Il coordinatore nazionale di Pax Christi, don Renato Sacco, legge il messaggio di mons. Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, presente al Concilio Vaticano II insieme a Franzoni e anch’egli fra i protagonisti del dialogo fra cattolici e comunisti negli anni ’70-’80: «le sue prese di posizione sulla Chiesa dei poveri e sul dialogo con i comunisti sembrano appartenenti al passato», scrive Bettazzi, ma gli resta «il merito di una profezia sulla Chiesa dei poveri, sull’ecologia, sulla nonviolenza e la pace, perseguita con sincerità, con coraggio e con la coscienza di una fede sincera».

«Ha lasciato la sicurezza dei muri del convento per far parte di una comunità che si è messa in cammino, senza pecore o sudditi», ricordano altri.

«Papa Francesco ha chiesto perdono ai valdesi per le persecuzioni inflitte loro nei secoli scorsi, mi piacerebbe che ora lo facesse anche nei confronti di Franzoni e dei suoi compagni», suggerisce Marco Davite, caporedattore della trasmissione Rai Protestantesimo.

«Vedo Giovanni in questa cassa e mi chiedo: come è possibile rinchiudere i suoi pensieri lì dentro?», domanda Margherita, una donna della Cdb di San Paolo.

Poi la bara, poggiata in terra e “accerchiata” dai giovani della comunità davanti ad un tavolo-altare rivestito della con la bandiera della pace, viene sollevata e portata fuori, fra gli applausi di tutti e la commozione di molti. «Ciao fratello, amico, compagno Giovanni Franzoni».

E’ MORTO GIOVANNI FRANZONI

 Ci arriva da Stefano Toppi la notizia della morte di dom Giovanni Battista Franzoni, abate emerito di san Paolo fuori le Mura, padre conciliare e fratello maggiore della Comunità Cristiana di base di San Paolo.

MESSAGGIO DELLA COMUNITA’ DEL CASSANO ALLA COMUNITA’ DI SAN PAOLO

Carissimi fratelli e sorelle della Comunità di San Paolo

Ci è giunta la triste notizia della morte di Giovanni, vostro e nostro fratello, amico e compagno di viaggio in un percorso affascinante ma non privo di momenti difficili
Un fratello maggiore che con spirito evangelico e forte testimonianza ha illuminato il cammino di tanti credenti, non solo delle Comunità di base ma di tutta la chiesa in ricerca, una ricerca di percorsi di fede che lontano dalle sponde sicure del potere e dei dogmatismi si è spinta con coraggio in mare aperto per realizzare quella chiesa dei poveri che tanto lo affascinava.
Un protagonista di altissimo livello, un annunciatore intenso ed appassionato del Regno di Dio, un profeta del nostro tempo che resta per sempre vivo in tutti noi.
Ciao Giovanni sarai sempre con noi.

LA MORTE DI IBRAHIM CI ADDOLORA

La morte di Ibrahim, 24 anni del Gambia, sinceramente ci addolora e induce un senso di frustrazione maggiormente in coloro che, come noi, hanno deciso di dedicare parte della loro vita a dare e ridare dignità e speranza a queste persone fragili ma ricchissime di umanità.

Che tristezza constatare razzismo tra noi, prendere atto ancora una volta di episodi di indifferenza e superficialità e vedere la Sanità campana oscillare sempre tra realtà di eccellenza e situazioni di criticità imperdonabili.

Anche noi chiediamo di fare presto chiarezza sull’accaduto ed esprimiamo tutta la nostra vicinanza ai familiari e agli amici di Ibrahim.

 Corrado Maffia, presidente dell’Ass. Scuola di pace – Napoli   

Mi chiamo Ibrahim, ho ventiquattro anni, sono nato in Costa d’Avorio e vivo a Napoli da sette anni. Conosco cinque lingue. Dicono che sono un ragazzo molte gentile: a me piace dare una mano ai rifugiati e ai ragazzi appena arrivati nei Centri di accoglienza straordinaria. Domenica mattina mi sono sentito male, sono andato a un ospedale dove mi hanno subito rimandato a casa. Nelle ore successive ho chiesto più volte soccorso: i miei amici hanno invano chiamato un’ambulanza, poi sono stati rifiutati da un taxi e sono stati allontanati dai carabinieri. Per fortuna ho amici che mi vogliono bene: alla fine mi hanno portato loro sulle spalle fino alla guardia medica più vicina dove soni arrivato alle 2,30 di lunedì e mi hanno portato subito in sala operatoria. Peccato che non possa ringraziarli: poche ore dopo l’arrivo alla Guardia medica di Loreto Mare sono morto per un’appendicite. O per razzismo?

Premio “GreenCare- Alla ricerca del verde perduto” al PROGETTO PANGEA

“ La strada più diretta verso una meta sembra spesso breve e diritta. Ma tutto quanto  è prezioso non è né facile né veloce da raggiungere.  Gernot Candolini.

Prima dell’annuncio, occorre fare un po’ di cronaca di questi caldissimi giorni d’estate.

Innanzitutto la “questione dell’acqua”. Ciro, Antonio, Carlo e Patrizia hanno contattato assessori vari del Comune e della Municipalità senza sortire alcun risultato: scrivere un foglietto in cui si autorizzava il campo sportivo a fornirci un po’ d’acqua per tenere in vita le piante…senza sprecare una goccia in più del necessario…sembra un’impresa politica estremamente complicata. Proprio sullo spreco dell’acqua potremmo fare un discorso approfondito: siamo molto sensibili alla questione. Allora? Enzino ed Imma innaffiano il lunedì con le solite taniche, la Coop. L’Uomo e il Legno innaffia il venerdì e provvede a riempire i bidoni. Chiunque autonomamente, organizzandosi, può farlo negli altri giorni. Io ho provato mercoledì: in un’ora e mezza (da solo) ho innaffiato tutte e sei le aiuole consumando l’acqua di un solo bidone…mentre un’upupa svolazzava per il giardino…ormai è un ospite quasi abituale. Ci sono realtà munite di furgoncino che potrebbero portare secchi o taniche piene d’acqua (in effetti così fa la coop. L’uomo e il legno) e risolvere la questione in un’ora. Questo è il momento della “resistenza”!

In questi giorni, accompagnati da Patrizia,  è passato un gruppo di ricercatori francesi, in visita a Scampia,  sono passati per Largo Battaglia, si sono congratulati per l’idea originale, ma sono rimasti perplessi di fronte alla questione dell’acqua.

In questi giorni dovrebbero consegnarci la struttura per la creazione del presidio di giardinaggio comunitario all’Arci.

E veniamo all’”annuncio “, bello e inaspettato.  Una telefonata a Ciro e Martina da parte della D.ssa Benedetta de Falco, della Segreteria  del Premio “GreenCare- Alla ricerca del verde perduto”, comunica che la Giuria ha deliberato, all’unanimità, quanto segue:  per l’Azione “Impegno nel verde”   realizzato in un’area verde pubblica è stato scelto il Progetto Pangea per le Aiuole di Largo Battaglia a Scampia.  Ci hanno tenuto a sottolineare che il Premio è stato assegnato a tutta la rete protagonista  della cura del verde, associazioni e scuole, individuando, credo, il principio ispiratore di un progetto che si denomina “Pangea”.

Non sappiamo chi abbia segnalato la nostra rete, anche perché non andiamo a “caccia di premi”, ma siamo grati e onorati  di essere stati scelti, considerando il  valore della Giuria del Premio: Alberto Campitelli (Vice Presidente Associazione Parchi e Giardini d’Italia –Roma); Maria Rosaria de Divitiis (Presidente FAI Campania); Riccardo Motti (Direttore Orto Botanico di Portici, Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II); Patrizia Spinelli Napoletano (Presidente Garden Club Napoli); Mariella Utili (Direzione Generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio- MIBACT); Judith Wade ( Presidente Grandi Giardini  Italiani – Como); Alessandra Vinciguerra (Presidente Fondazione William Walton e Direttrice Giardini La Mortella – Ischia); Simonetta Zanon (Fondazione Benetton Studi e Ricerche –Treviso).

Siamo curiosi anche di conoscere la “motivazione”. Certo a guardare lo stato di sofferenza del “Giardino” in questo periodo, malgrado gli sforzi e la caparbietà dei diversi soggetti operanti, c’è da rimanere perplessi. Simone, una giornalista tedesca che ci conosce, passata a Scampia, in questi giorni per Il Simposio d’arte, si rammaricava nel vedere i campi arsi, ma nello stesso tempo si rincuorava nel vedere che gli alberi e gli arbusti sembravano in discreta salute.

La  momentanea “fragilità” del “Giardino” è sostenuta, invece, da un’idea forte, da un percorso di formazione strepitoso che ha coinvolto in modo diffuso ragazzi, giovani e adulti che sembrano entusiasti e determinati a proseguire. D’altra parte siamo partiti da una situazione estremamente degradata, non si è trattato di curare e preservare un’area già predisposta, ma di partire dal dissodare, bonificare, piantare, curare, e fronteggiare diverse vicissitudini, non solo l’emergenza idrica, ma anche l’invadenza di un parassita  come la “cuscuta”.

Per  i “vecchi” come me il “Giardino” è un’idea, una visione, un’immaginazione, sicuramente non lo vedremo nella sua struttura definitiva e lussureggiante…che ci sarà…ma, nel contempo, ci sono tanti bambini, tanti giovani che lo vedranno crescere, evolversi, e saranno orgogliosi di aver partecipato a questo Progetto.

Ecco perché mi piacerebbe che si potessero vedere due foto emblematiche presenti sulla pagina Facebook Progetto Pangea-Scampia: la catena umana che raffigura il simbolo della nonviolenza e che occupa gran parte del “Giardino” e la piccola Alessandra con il suo piccolo innaffiatoio che con delicatezza e amore offre un poco d’acqua al Callistemon.

 

La cerimonia pubblica si terrà nella Sala Salvatore D’Amato dell’Unione Industriali Napoli (Piazza dei Martiri 58), giovedì 13 luglio 2017 alle ore 18:00.

Siete tutti invitati, grandi e piccoli, perché tutti “protagonisti”.

Aldo (Circolo la Gru)

 

I 1000 fantasmi che governano il mondo  

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Gianluca Ferrara                                  Il Fatto Quotidiano –  9 luglio 2017

 Sono soltanto in 1000 coloro che esercitano il potere su uomini, animali e vegetazione. Mille individui di cui la quasi totalità dell’umanità non conosce i nomi e non ha mai visto i loro volti. Eppure sono i nuovi signori, i nuovi imperatori, i moderni faraoni del mondo odierno senza più confini che è riuscito a globalizzare questa perversa tendenza dell’uomo ad accentrare il potere.

 I primi 500 sono gli amministratori delegati delle multinazionali inserite nella lista di Fortune 500, le 500 maggiori imprese del mondo. Questi gruppi transnazionali sono interconnessi, sono una rete solida nella quale tengono imprigionati 7 miliardi di individui. Questi 500 controllano la produzione di cibo, armamenti, energia, acqua e informazione. Ma soprattutto controllano la politica diventata damigella dell’economia e della sua degenerazione finanziaria.

Le politiche predatorie di questo grumo di potere oltre a devastare ambiente e Terra, ha con cibo spazzatura permesso ad una parte del mondo cosiddetto ricco di alimentarsi in maniera insalubre rendendo più di 2 miliardi di persone in sovrappeso, delle quali più di mezzo miliardo obeso. Ogni anno nei Paesi occidentali 3,400,000 muoiono per patologie legate alla sovra alimentazione. Sull’altro lato della medaglia ci sono i volti di quel quasi miliardo di uomini donne e bambini che vivono nell’indigenza, sono malnutriti e circa 36 milioni di loro muoiono annualmente.

Il sistema dei 1000 fantasmi è diabolico se si pensa che quasi il 40%del cibo prodotto finisce nella spazzatura. Basterebbero 50 miliardi di dollari per evitare tale olocausto annuale, una cifra irrisoria se si pensa che le élite economiche spendono 500 miliardi di dollari in pubblicità e circa 1.800 in armamenti. Nei paesi definiti ipocritamente poveri, in realtà ricchi di risorse, fino a 40 anni fa, prima che il regno dei 1000 cominciasse la sua politica egemonica, non c’era malnutrizione. Poi con la distruzione delle economie di sussistenza, l’abbattimento delle barriere doganali e l’imposizione di monoculture per produrre mangime finalizzato alle mandrie bovine, si è rotto un equilibrio millenario.

Gli altri 500 padroni del mondo sono attribuibili all’ambito finanziarioSecondo l’Ufficio del Tesoro Usa sono cinque le Società di intermediazione mobiliare e le divisioni bancarie: Bank of America, J.P. Morgan, Goldman Sachs, Citybank e Hsbc Usa; più cinque banche: Deutsche Bank, Credit SuisseUbsCitycorp-Merill Linch e Bnp-Paribas che in totale controllano più del 90% dei titoli dei derivati emessi. Questi individui gestiscono l’economia virtuale. La finanza, un tempo a servizio dell’economia, è cresciuta fino a diventare 13, 14 maggiore dell’economia reale. Una grande massa di capitali (destinata a deflagrare) che circolano sui computer degli speculatori internazionali e di banchieri a cui è stato concesso di controllare persino l’emissione della moneta.

I capi di governo dei Paesi che aderiscono all’Ocse sono dei dipendenti di questi 1000 individui. Sono succubi (ma anche complici) di un progetto di colonizzazione delle coscienze perfettamente realizzato. Oggi, ogni capo di governo svolge il ruolo di un attore che recita un copione già scritto. Reagan nel 1980 inaugurò questa prassi. Le rarissime improvvisazioni vengono punite con l’immediata sostituzione del recitante (Papandreou-Papademos e Berlusconi-Monti nel 2011).

La grande vittoria dei 1000 è esser riusciti ad innescare una sorta di pilota automatico; la direzione è quella imposta da un paradigma economico che è una mutazione neoliberista dato che poi sono gli Stati a pagare le conseguenze delle turbolenze finanziarie innescate dalla crescete brama di potere e ricchezza di questi individui.

Questa super élite è un governo mondiale ombra che semina consenso elargendo piccole e grandi posizioni di potere e persino premi, si pensi a quanta ipocrisia sia stato il Nobel per la pace riconosciuto ad Obama. Giornalisti, docenti universitari, economisti, politici tutti caduti in questa prigione intellettuale che difendono persino con ardore. Ogni dissenso, spirito critico è bandito. Coloro che si permettono di mettere in discussione l’ordine costituito dai 1000 sono emarginati, resi inoffensivi e persino eliminati (si pensi a Saddam e Gheddafi) come fu fatto, anche nel nostro Paese, con Enrico Mattei e Aldo Moro.

E questa sarebbe democrazia?

 

Ode a TANINA

 

Misteriosamente atterrata al Tan e misteriosamente scomparsa (?). Nel secondo caso il punto interrogativo è d’obbligo.

Ciro ed io eravamo intenti a sistemare il nostro orto, all’improvviso avvertiamo un rumore come un “battito d’ali”…mi volto di scatto e vedo un uccello posato sulla collinetta, a poca distanza, dal tronco della mimosa, abbattuta alcuni anni fa da un vento impetuoso. Sbatte le ali malandate con una certa frenesia, ma poi subito si calma. “Da dove viene?” “E’ volata spontaneamente nel giardino?” “Qualcuno l’ha lanciata?” Domande senza risposta.

La prima diatriba: “”Dai colori sembra un germano reale femmina” “ Sembra un’anatra, anche se un po’ strana”. L’indomani ci affidiamo al giudizio di Gennaro, il più esperto ornitologo tra noi. Propende per un ibrido di anatra domestica . E sia!

Qualcuno comincia a chiamarla “Tanina” per il riferimento al luogo dove è approdata.

Si adatta immediatamente e felicemente all’ambiente e comincia a saggiare le erbette novelle del prato incolto. Ma noi vogliamo darle di più…cominciamo a portarle molliche di pane imbevute nell’acqua, poi il pancarrè, e successivamente grano spezzato e farina idonea, diventa sempre più bella e simpatica e le penne acquistano colore e brillantezza. Ovviamente provvediamo a disporre vaschette d’acqua in diverse posizioni e interriamo, perfino, una vasca di polisterolo di discrete dimensioni e la riempiamo d’acqua. E’ uno spettacolo vederla spruzzarsi l’acqua sulle penne: intenta a farsi una sorta di doccia per rinfrescarsi e imbellirsi.

La seconda diatriba: è maschio o è femmina? Nell’indecisione qualcuno propone di modificare il nome nel neutro Tanin. Manco per sogno. Ormai per tutti gli amici che passano al Tan, per gli spettatori dei vari spettacoli teatrali, per Dada …è TANINA!

Ben presto l’enigma viene sciolto. Compaiono dei gusci d’uovo, poi delle uova integre (qualcuno le ha assaggiate…erano buone!), addirittura scopriamo che ha costruito con la paglia un nido dove va a depositare le uova. E’ femmina! Tanina è un nome appropriato.

Con il gruppo del Circolo “la Gru” che quasi quotidianamente provvede alla cura del “Giardino delle farfalle” e dell’Orto felice si stabilisce una bella relazione con l’anatra, che segue con circospezione i lavori che si effettuano. Ma una relazione particolare Tanina la stabilisce con me. Ogni mattina sono solito preparare la colazione a tutta la famiglia, al mio gatto Alemao e da un po’ di tempo anche a Tanina. Quando arrivo al giardino con il mio carico prezioso, fuoriesce dalla piccola siepe dove si è acquattata e mi viene incontro con un’andatura “ridicola”… dondola il di dietro, quasi barcollando con passo veloce e si avvicina. Che spasso farla muovere in tutte le direzioni ad inseguirmi. Poi ci rechiamo nel luogo che ha scelto come sua base di appoggio, sotto un piccolo arancio, e lì provvedo a riempire la ciotola con il granone che mangia con avidità, alternando l’assunzione di cibo con un sorso d’acqua; ovviamente riempio il recipiente con acqua fresca e spezzetto il pane e il pancarrè che mangerà durante la giornata. Sistematicamente la mattina non c’è più traccia di cibo…ha ingozzato tutto! Non si fa afferrare, disdegna forse l’affettuosità esagerata, però in alcuni momenti si avvicina molto, risponde al mio cra-cra, il mio sguardo si incrocia con i suoi occhiuzzi e allora mi sembra proprio di stabilire una comunicazione.

Sulla mia scrivania c’è una poesia che Nazim Hilkmet dedica a suo figlio dal titolo “Prima di tutto l’uomo”…riporto solo un pezzo…

“…Ama le nuvole, le macchine, i libri,

ma prima di tutto ama l’uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca ,

dell’astro che si spegne,

dell’animale ferito che rantola,

ma prima di tutto senti la tristezza

e il dolore dell’uomo…”

Sono convinto che l’uomo abbia la precedenza nella scala dei valori, ma guai a considerare di esaurire l’ attenzione e la “compassione” solo nei confronti dell’uomo.

Mi convince e sostengo il paradigma del “collegamento” tra gli uomini di tutte le razze e le nazioni, ma anche con gli animali e le piante e perfino con il cosiddetto “mondo inanimato”.

La comunione universale dovrebbe essere il fondamento di una autentica “spiritualità”.

Tanina col tempo è diventato un “personaggio pubblico”, la gioia dei bambini, e dei passanti che si soffermavano a sentire gli odori delle piante aromatiche, ma anche per spedire un sorriso a quell’anatra che da qualche tempo allietava il giardino.

Credo che sia diventata l’anatra più fotografata di questo tempo e perfino, pare, sia stata ingaggiata come comparsa in un film.

Potete immaginare, allora, il dolore e la tristezza che ha pervaso, con diversa intensità tutti quelli che avevano stabilito una relazione con Tanina, quando alcuni giorni fa non l’abbiamo più trovata.

Si sono fatte mille ipotesi, ma qualcuno ci ha detto che l’ha vista allontanarsi, svolazzando per la strada (?). Ci piace pensare che abbia deciso di prendere, in libertà, altre strade alla ricerca di nuovi posti accoglienti e nuovi compagni.

Intanto sotto il gazebo, appesa ad un chiodo c’è la busta con abbondante granone…se volesse ritornare. E l’altro giorno mentre innaffiavo il frutteto, ho trovato una piuma ed una penna: mi piace pensare che abbia voluto lasciarci una traccia come suo “ricordo”.

Aldo

RIFLESSIONI DI MARIO CORBO

Caro Aldo,

 grazie per aver condiviso con me l’ode a Tanina.

Come ben sai, io non sono un animalista, né un vegetariano.

Non lo ero e non lo sono, nel senso che mangio carne ancora oggi.

Puoi essere certo, però, che Tanina non è finita nel mio forno.

 A parte gli scherzi e aldilà delle battute , ti dico questo: col passare degli anni sempre più mi affascina l’idea di una condivisione universale che includa tutti gli esseri viventi, senza gerarchie predefinite, radicata nella prospettiva di una sostanziale pariteticità valoriale fra le creature.

Penso che tale prospettiva possa considerarsi necessaria e logicamente conseguente ad un’idea del divino che non sia estranea alla natura, legata soltanto ad una intangibile trascendenza, ma si manifesti essenzialmente attraverso la multiforme varietà del mondo naturale e la magia insita nel mistero della vita che non conosce primati e gerarchie.

Se Dio è in tutto, tutto è Dio (si potrebbe dire).

 Solo due battute per un discorso complesso, ma meglio di niente.

Continua a preparare la colazione per Tanina, vedrai che servirà.

 Un abbraccio.

LA COSCIENZA PERSEGUITA IL CORROTTO, anche se nessuno lo condanna

Leonardo Boff*

Dentro di noi c’è una voce che mai si riesce a far tacere. È la voce della coscienza. Essa sta al di sopra dell’ordine costituito e delle leggi vigenti. Ci sono azioni criminali tipo violentare innocenti, strappare dalla bocca dell’ affamato il pane che lo salverebbe dalla morte, rubare il denaro destinato alla Sanità o all’Educazione, praticare la corruzione come un vero saccheggio di milioni e milioni destinati alle infrastrutture, e altri crimini odiosi. Il corrotto può abituarsi a tali pratiche fino al punto di rimanere ingabbiato in una seconda natura e pensare: “Visto che le cose sono di tutti, come dire di nessuno, posso approfittare”. Se occupa una pubblica carica dice: “Chi s’arricchisce in questa posizione è un tipo sveglio, chi non lo fa è un cretino”. La corruzione, endemica in Brasile, poggia su questo tipo di ragionamento capzioso.

Ma nessuno può liberarsi di questa voce interiore, la natura prima, che accusa e chiede punizione senza appello. Può fuggire, come Caino, ma la voce continua a vibrare dentro di lui come un tamburo. Il corrotto fugge anche quando la giustizia non lo perseguita. Chi è mai costui che vede dentro il cuore, per il quale non esistono né segreti né rifugi segreti? Ancora la coscienza: lei giudica, ammonisce, corrode dal di dentro, applaude e condanna.

Uomini di ieri e di oggi, uomini che coltivano i valori dello spirito, testimoniano: è Dio dentro di noi. Poco importa il nome con cui viene chiamata secondo le diverse culture, ma abbiamo a che vedere con un’istanza che sta al di sopra di noi, la cui voce non può essere soffocata dal vociare umano per quanto forte possa essere. Seneca coglie nel segno,quando scrive: “La coscienza è Dio dentro di te, vicino a te e con te”.

Gli esempi storici sono numerosi. Ne riporterò due soltanto, uno antico e uno moderno.

Anno 310. L’imperatore romano Massimiliano ordinò la decimazione di un gruppo di soldati cristiani, che rifiutavano di uccidere degli innocenti. Prima della decapitazione scrissero all’imperatore: “Siamo soldati tuoi, o imperatore, ma prima ancora siamo servi di Dio. A te abbiamo fatto il giuramento imperiale, ma a Dio abbiamo promesso di non fare nessun male. Preferiamo morire a uccidere. Scegliamo di essere come innocenti, piuttosto che vivere con la coscienza che ci accuserebbe continuamente” (Passio Agaunensium, n.9).

Mille e cinquecento anni dopo, 3 febbraio 1944. Un soldato tedesco e cristiano, scriveva in una lettera ai genitori: “Sono stato condannato a morte, perché mi sono rifiutato di uccidere alcuni prigionieri russi indifesi. Preferisco morire piuttosto che trascinarmi dietro per tutta la vita la coscienza macchiata di sague innocente. Siete stata voi, cara mamma, a insegnarmi a seguire sempre la coscienza, e solo dopo gli ordini degli uomini.È arrivata l’ora di vivere questa verità” (P. Malevezzi e G. Pirelli (org), Letzte Briefe Zum Tode Verurteilter, 1955, p.489).
Finì fucilato.

Che forza emana da questi due piccoli racconti e che riempì di coraggio, perché agissero a questo modo, i soldati romani e quello tedesco, per agire così. Che voce è questa che consigliò di morire piuttosto che uccidere? Che potere possiede questa voce interiore, fino al punto di vincere la naturale paura di morire? È la voce imperiosa della coscienza, non l’abbiamo creata noi. Possiamo disubbidirle, ma non possiamo negarla; inzepparla di rimorsi, ma farla tacere, questo non possiamo.

La coscienza è intoccabile e suprema. Il rispetto, verso di lei è talmente grande che perfino la coscienza erronea invincibilmente deve essere udita e seguita. Per questo i vescovi riuniti nel Concilio, Vaticano II (1962-1965) hanno lasciato scritto: “La coscienza anche quando invincibilmente erra, non perde la sua dignità (De dignitate Humana n.2).

Si trova con la coscienza invincibilmente erronea la persona che impiega tutti i suoi sforzi per ricercare sinceramente la verità, domandando, studiando, lasciandosi consigliare da altri mettendo se stessi in discussione: nonostante tutto sbaglia. Se uno fa tutto questo e anche così erra, allora ha il diritto, di essere rispettato e udito, perché è stato coerente con la sua coscienza. Ogni uomo può errare tragicamente con la migliore buona volontà. Perciò deve sempre interrogarsi se sta ascoltando o no la voce interiore.

Blaise Pascal ponderava saggiamente: “Mai abbiamo fatto tanto perfettamente il male come quando l’abbiamo fatto in buona coscienza” Solo che questa coscienza non è buona. Albert Camus riferendosi alla morale dell’obbedienza cieca, scriveva: “La buona volontà può causare tanto male quanto, quella cattiva, nel caso che non sia stata sufficientemente ben informata”, cioè quando, non ascolta la voce della coscienza che l’invita a fare una buona azione.

Abbiamo scritto tutto questo pensando alla vergognosa corruzione che ha contaminato la nostra società, praticamente in tutti i settori, specialmente i grandi dirigenti d’impresa e politici dei più alti livelli fino al posto più alto occupato dal più disastrato Presidente della repubblica. Sono sordi davanti alla loro coscienza che li accusa. Avverrà il momento,che dovranno rispondere a Qualcuno più su.

 

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato.

 

APPUNTAMENTI DI LUGLIO DELLA COMUNITA’

SABATO 8 LUGLIO

LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA ORE 1830
PER LA LETTURA BIBLICA

LEGGEREMO INSIEME IL CAP 9 DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI

VEDREMO INSIEME
ALTRE DUE PARTI DEL FILM DI
ROBERTO ROSSELLINI “GLI ATTI DEGLI APOSTOLI”

SABATO 15 LUGLIO NON E’ PREVISTO ALCUN INCONTRO

SABATO 22 LUGLIO

LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA ALLE 18,30
PER

L’EUCARISTIA

PREPARA E PRESIEDE
GENNARO SANGES

QUESTO SARA’ L’ULTIMO INCONTRO PRIMA DELLA PAUSA DI AGOSTO

CI RIVEDREMO IL 2 SETTEMBRE

Un appello urgente contro chi vuol bloccare i soccorsi in mare

IL TESTO DELL’APPELLO

«L’Europa nasce o muore nel Mediterraneo». Scriveva già decenni fa Alex Langer. Con questa stessa frase nel 2015 si chiamarono a raccolta le forze sane di questo paese per fermare la strage di migranti in mare. Ma le stragi sono continuate, anche nell’indifferenza. Un naufragare continuo arginato in parte dall’intervento della Marina, della Guardia Costiera e, soprattutto delle Ong. Gli arrivi di questi ultimi giorni, in assenza di un sostegno reale anche nell’accoglienza da parte dell’UE, sono divenuti un alibi per il governo italiano che ha comunicato alla Commissione Europea l’intenzione di chiudere i propri porti alle navi delle organizzazioni umanitarie. Un simile atto di barbarie non può essere accettato da nessuno, indipendentemente dalle singole posizioni politiche o ideologiche. Si condannerebbero con cinismo immorale a morte migliaia di persone sospese fra le persecuzioni subite nei paesi di origine, quelle patite in Libia e il diritto alla salvezza. Occorre che l’UE si assuma responsabilità e che prenda decisioni coraggiose ma in linea con i principi morali che ispirano le loro costituzioni e le stesse fondamenta su cui poggia ciò che resta del sogno europeo. Ma occorre anche che, nel frattempo, non si neghi a donne, bambini e uomini di trovare riparo nei nostri porti, in nome di calcoli elettorali o degli allarmi esasperati degli imprenditori della paura.

Ed è in nome di questo necessario sentimento di umanità che ci appelliamo a tutte e a tutti. Troviamo insieme forme e modi per far sentire nelle nostre città, davanti alle prefetture, ai porti, la voce troppo spesso rimasta isolata di chi non vuole essere ancora complice di ulteriori misfatti. Verrà presto il tempo delle decisioni politiche, nazionali e dell’unione, verrà la necessità di uscire da un approccio emergenziale e proibizionista che porta soltanto a riempire ogni giorno sempre di più quella fossa comune che è oggi il Mediterraneo Centrale. Ma oggi, qui e ora, dobbiamo decidere, anche individualmente, da che parte stare. Verrà il giorno che di questo immenso crimine si dovrà rendere conto e nessuno di noi potrà dire “io non sapevo”. Sappiamo e dobbiamo avere la dignità di decidere se restare umani o scivolare nella normalità della barbarie, quella che non fa più notizia e non smuove più alcuna coscienza.

Stefano Galieni

Maurizio Acerbo

Gianluca Nigro

Per adesioni: stefano.galieni60@gmail.com

glnigro@gmail.com

IL PAPA SULLA TOMBA DI DON MILANI E MAZZOLARI – COMUNICATO DI NOI SIAMO CHIESA

Noi Siamo Chiesa
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Tel. +39-022664753
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                                                                                                    Comunicato stampa

Dopo l’evangelico viaggio di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana   bisogna andare avanti:  Abolire i cappellani militari.  Rilanciare la teologia della liberazione. Riabilitare Ernesto Buonaiuti.

Accogliamo il pellegrinaggio di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana con esultanza. Don Primo e don Lorenzo sono stati i nostri maestri che leggevamo quasi di nascosto. Il quindicinale “Adesso” e la “Lettera ai cappellani militari” ci hanno indicato il coraggio di contraddire molte pretese verità ecclesiastiche e civili e tanti richiami all’obbedienza “che non è più una virtù”. I meno giovani di noi hanno poi visto nel Concilio un’accoglienza imprevista, almeno nel nostro paese, a molti punti dei loro messaggi e delle loro testimonianze. In fedeltà a questo loro insegnamento e quasi a farci portavoce del loro sentire siamo preoccupati che la sincera voce del papa non possa significare un loro recupero solo formale, senza alcun costo, per il sistema ecclesiastico italiano, quasi una imbalsamazione delle loro figure. Chiediamo coerenza.

Cappellani militari

Ci chiediamo, per esempio ricordando don  Milani, perché i vescovi italiani non decidano subito, anche con decisione unilaterale, di ritirare i cappellani militari dalle forze armate per sostituirli con la presenza della  pastorale ordinaria.  Ciò chiede da sempre Pax Christi,  ciò ha chiesto in questi giorni il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza, ciò chiediamo noi insieme a una ormai diffusa opinione favorevole a questa proposta presente nel popolo cristiano.

Teologi della liberazione

Ciò premesso, non possiamo esimerci da una riflessione più generale  su come l’autorità gerarchica della Chiesa ha avuto l’abitudine di isolare e di condannare quanti all’interno della comunità ecclesiale hanno indicato e cercato di praticare, in tempi  recenti,  percorsi animati dal soffio dello Spirito.  I teologi della liberazione sono quelli che hanno patito più di altri della sordità e della supponenza  di chi pretendeva di parlare in nome della vera fede. L’apertura di spazi di sinodalità, che è nella linea di papa Francesco, deve comportare a nostro giudizio una discontinuità esplicita nei confronti degli atteggiamenti che, per troppi anni, dopo il Concilio, hanno isolato ed anche condannato spiriti liberi ed evangelici presenti nella nostra Chiesa. Questa discontinuità la stiamo  aspettando.

Ernesto Buonaiuti

E’ l’occasione questa per riprendere la riflessione sulla persona e sull’opera di Ernesto Buonaiuti. I principali punti di vista del modernismo, di cui egli fu l’esponente principale,  si sono confrontati  in vari modi con la modernità,  hanno percorso  poi in modo sotterraneo la Chiesa e sono stati  accolti in gran parte dal Concilio, dal metodo storico-critico nell’esame delle Scritture, dalla libertà di coscienza e di ricerca fino alla laicità nei rapporti Stato/Chiesa, dal dialogo ecumenico ed interreligioso  ad un nuovo rapporto con l’ebraismo. Buonaiuti fu condannato tre volte, nel 1921, nel ’24 e nel ’26, la terza volta fu indicato come “vitando” (doveva essere evitato, nessuno doveva contattarlo né parlargli,  né invitarlo a incontri ecc…). E papa Pio XI impose allo stato fascista nel Concordato del ’29 il famoso art.5 scritto solo per impedire a Buonaiuti di insegnare storia del cristianesimo all’Università di Roma, cattedra da lui vinta nel 1915 con regolare concorso. Da allora l’art. 5  fu definito “articolo Buonaiuti”,  era una norma ad personam. Il Vaticano, inviò, in tempi diversi, Agostino Gemelli e il Card. Marmaggi a chiedere a Buonaiuti un atto di accettazione  completa di tutto  quanto la Chiesa diceva, conoscendo molto bene (come   il papa che li mandava) il suo permanente attaccamento alla Chiesa e il suo volere sempre sentirsi  prete.  Buonaiuti si rifiutò appellandosi alla propria coscienza che gli impediva di cedere a un vero e proprio ricatto per come  la proposta si presentava .

La figura di Buonaiuti,  piaccia o non piaccia, è stata al centro della vita religiosa e culturale  della prima metà del secolo scorso. Lo studio della sua figura si è intensificato recentemente. Un convegno di grande autorevolezza si è tenuto nell’ottobre del 2015 a Roma, un secondo a Bologna nello scorso marzo, è uscito un numero monografico di 400 pagine  della rivista “Modernism” dal titolo “Ernesto Buonaiuti nella cultura europea del novecento” ( editore Morcelliana e a cura della Fondazione Romolo Murri di Urbino). E’ stato diffuso un “Appello per una migliore conoscenza e per la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti  nella Chiesa e nella società” (vedi allegato) che ha raccolto 385 adesioni, tra queste quelle di tutte le principali riviste dell’area “conciliare”, di moltissime associazioni  e di quasi tutti gli esponenti del cattolicesimo progressista. Il 30 maggio il pronipote di papa Giovanni Marco Roncalli, ricordando le iniziative in corso,  ha scritto un articolo sull’Avvenire dal titolo  “E’ giunta l’ora di riabilitare Buonaiuti?”.  Non accettiamo che, per principio,  la riabilitazione possa essere possibile  solo per chi è rimasto formalmente nella Chiesa. Questa ci pare una posizione poca evangelica e anche del tutto discutibile dal punto di vista ecclesiologico. La Chiesa riconosca i suoi errori esplicitamente.

Le grandi responsabilità della Repubblica

Questa auspicata riabilitazione non deve riguardare solo la Chiesa. Buonaiuti è stato uno dei dodici docenti universitari che, nel 1931, si  rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Già  non poteva più insegnare,  fu licenziato e si trovò in difficoltà economiche. Nel ’44-’46, in ubbidienza a un pressante intervento del Vaticano, non fu riammesso in cattedra dall’allora  governo di unità antifascista, in ossequio all’art. 5 del Concordato rimasto in vigore. La nostra Repubblica,  dovrebbe decidere una sua solenne riabilitazione; lo ha già fatto la sua università, la Sapienza di Roma, che, nel novembre del 2013, ha deliberato la riammissione postuma all’insegnamento.

                                   Vittorio Bellavite coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa

Roma, 19 giugno 2017

VENERDI’ 23 GIUGNO LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA

LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA

VENERDI’ 23 GIUGNO

(SABATO LA SEDE E’ POCO PRATICABILE PER LA FESTA IN PARROCCHIA)
ALLE ORE 18,00, DI VENERDI’, CI SARA’ UNA MESSA IN MEMORIA DI
SUOR AMELIA DECEDUTA LA SETTIMANA SCORSA.
(MOLTI DELLA COMUNITA’ LA CONOSCEVANO E VORRANNO
PARTECIPARE.)

ALLE ORE 18,30 LETTURA BIBLICA

LEGGEREMO INSIEME IL

CAP VII DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI

A VENERDI’

Sabato 10 la Comunità partecipa alla proiezione del documentario “TODOS SON MIS HIJOS” sulle Madres de Plaza de Mayo

IL GRIDAS IN COLLABORAZIONE CON LA SCUOLA DI PACE E LA COMUNITA’ DEL CASSANO PROMUOVONO AL TEATRO AREA NORD (VIA DIETRO LA VIGNA A PISCINOLA)
UN IMPORTANTE INCONTRO/PROIEZIONE

del DOCUMENTARIO “TODOS SON MIS HIJOS” sulle Madres de Plaza de Mayo

con alcuni membri del gruppo d’appoggio italiano, l’Associazione Kabawil – El otro soy yo, che ha curato i sottotitoli in italiano. https://www.facebook.com/events/313795599053239/

Nella serata sarà allestito un banchetto dove sarà possibile firmare e aderire alla campagna “Ero straniero – l’umanità che fa bene” per una legge di iniziativa popolare per superare la legge Bossi-Fini e le successive derive razziste.

Sono tutte commoventi le stragi dei bimbi, tranne quella nello Yemen 

di Pietrangelo Buttafuoco in “il Fatto Quotidiano” del 19 maggio 2017
Non vuole saperne l’America, figurarsi l’Europa, eppure – lodevole eccezione – in Italia si sa grazie a Le Iene. C’è un angolo del mondo in cui i morti contano meno, in cui pure i bambini morti contano meno, e in cui la guerra condotta in spregio a ogni norma e a ogni convenzione sembra non destare la minima attenzione – né fra i paladini dei diritti umani, né tantomeno fra le organizzazioni sovranazionali – è lo Yemen, e se ne ha notizia grazie all’inchiesta curata da Dino Giarrusso con Luigi Grimaldi. Lo Yemen è la terra dove si combatte una guerra dimenticata: un massacro sistematico attuato anche con metodi criminali, condannati da Ban-Ki-Moon nell’imbarazzato silenzio della comunità internazionale. Gli yemeniti non arrivano sulle nostre coste, sono distanti e non turbano le nostre serate, e soprattutto crepano senza smuovere le nostre coscienze. Dal febbraio 2016 in sei puntuali servizi che stanno circolando rilanciati grazie a Internet all’estero (specie in Iran), Giarrusso chiama alle loro responsabilità il governo che fu, quello di Matteo Renzi, perché tra le bombe che piovono quotidianamente sullo Yemen, ci sono quelle di fabbricazione italiana, sganciate da caccia che transitano in Italia facendo sosta all’aeroporto civile di Bologna. Il tutto in barba alla legge n°185 del 1990 che prevede un voto ad hoc di entrambe le camere. Voto, va da sé, necessario perché il ministero degli Affari Esteri autorizzi la vendita o anche il solo transito di armi pesanti a un paese impegnato in una guerra non approvata dall’Onu, o ad un paese che non rispetta di diritti umani. Dino Giarrusso ha più volte inseguito il pacioccone Paolo Gentiloni, già transitato alla Farnesina, spiegandogli che l’Italia ha le mani sporche di sangue (sangue di civili, di bambini, di innocenti), per riceverne in risposta un sorriso affabile, coerente al motto che fu di Alberto Sordi: finché c’è guerra c’è speranza. La dichiarazione ufficiale del ministero della Difesa – “quelle bombe non sono italiane” – sempre nel silenzio dei telegiornali e dei giornali, è stata corretta quando Giarrusso ha ottenuto dal parlamento tedesco la prova che quelle bombe, e l’autorizzazione alla loro vendita, sono integralmente made in Italy. Settimana scorsa Giarrusso è tornato a parlarci di Yemen perché il massacro sistematico di un Paese povero ma geograficamente cruciale per gli interessi petroliferi occidentali oggi subisce il dramma di un’epidemia di colera. Malattia ottocentesca, il colera, flagello proprio della povertà che se non fermato in tempo potrebbe diventare una catastrofe umanitaria senza precedenti. Eppure sembra non interessare nessuno. Ma è il nostro modo di essere nel giusto. In una parentesi tonda abbiamo dimenticato la Palestina, in una parentesi quadra abbiamo seppellito vivo lo Yemen.
 

CDB CASSANO NAPOLI