Otto per mille. La chiesa imperversa con i suoi spot

Otto per mille, la Chiesa imperversa con i suoi spot e si mangia la fetta più grandi

L’analisi della Corte dei conti: il pubblico quasi assente dagli spot, così non riesce a incamerare contributi. E i cittadini laici nello spirito non trovano così una “valida alternativa” in campo. Sfumano così risorse che potrebbero andare alla ristrutturazione delle scuole

 di ALDO FONTANAROSA                                                                                            15 gennaio 2017 – www.repubblica.it/

ROMA – La Chiesa cattolica, scatenata, le tenta tutte pur di fare il pieno di soldi con il meccanismo dell’8 per mille. E si affida soprattutto a campagne di spot in tv, che risultano “martellanti” ed efficacissime.

Invece lo Stato italiano – che pure avrebbe bisogno di questo contributo, ad esempio per ristrutturare le scuole – non si impegna per convincere i contribuenti. La Corte dei conti, sorpresa dalla timidezza dei nostri governi, ha anche altri dubbi. Contesta allo Stato italiano di essere sleale quando impiega i soldi che riceve (quasi suo malgrado) dall’8 per mille.

Lo Stato dunque mostra “disinteresse” per questo aiuto, al punto che i contributi in suo favore si sono “drasticamente ridotti” negli anni. Cittadini laici nello spirito, contrari a sostenere una confessione religiosa, non trovano così una “valida alternativa” in campo. Vorrebbero destinare “una parte della imposta sul reddito” a cause “sociali e umanitarie”. Ma questo sentimento – osserva la Corte – è “frustrato”.

Peraltro la legge prevede che la ristrutturazione delle scuole – obiettivo “molto sentito dagli italiani” – sia finanziata anche dall’8 per mille. Per questo, la Presidenza del Consiglio si era impegnata a lanciare, per il 2016, una intensa “campagna promozionale”. Ma questa campagna ancora una volta non è arrivata. L’effetto è una “marginalizzazione della iniziativa pubblica che ha compromesso la possibilità di ottenere maggiori introiti”. Questo, “in violazione dei principi di buon andamento, efficienza, efficacia della pubblica amministrazione”.

Opposta è la strategia della Chiesa cattolica che – per convincere gli italiani a girarle l’8 per mille – gioca la carta degli spot tv. La Corte dei conti rivela che – in quindici anni, dal 1998 al 2013 – la Chiesa cattolica ha investito quasi 64 milioni di euro in inserzioni pubblicitarie sulla sola Rai. Cifra che spinge la Corte – perplessa – a parlare di un “mercato del solidarismo”.

La strategia di persuasione della Chiesa cattolica è efficace. In 24 anni – tra il 1990 e il 2014 – ha incamerato più di 18 miliardi 301 milioni grazie all’8 per mille (contro i 400 milioni di tutte le altre confessioni messe insieme, come gli avventisti, gli evangelici luterani o valdesi, le comunità ebraiche).

Nel 2014, mentre la Chiesa cattolica supera di slancio il miliardo di entrate, lo Stato italiano deve accontentarsi di 170 milioni.

Lo Stato peraltro pesca volentieri nei contributi dell’8 per mille per finanziare altre sue spese o attività. Ora, queste attività hanno sempre un rilievo pubblico. Dal 2011, ad esempio, 64 milioni in arrivo dall’8 per mille hanno tenuto in piedi la flotta della Protezione Civile. Il problema è che dirottare questi soldi altrove, come fa lo Stato, significa negare “piena esecuzione alla volontà del contribuente” che aveva dato il contributo per un altro utilizzo. Siamo di fronte dunque ad una violazione dei principi di “lealtà e buona fede”.

E a proposito di lealtà, la Corte rivela di aver sollecitato indagini sui Cat che assistono milioni di italiani al momento di compilare la dichiarazione Irpef. Su 4987 schede esaminate, il bilancio provvisorio è di irregolarità nel 7 per cento dei casi. A volte, i Caf non conservano la comunicazione della persona che indica a chi destinare l’8 per mille. A volte i Caf danno i soldi a chi dicono loro ignorando la volontà dei contribuenti. Qualche Caf di super-credenti suggerisce di indirizzare il contributo alla Chiesa cattolica venendo meno al dovere di imparzialità

SABATO 21 GENNAIO

 SABATO 21 GENNAIO 2017

SCUOLA DI PACE 

La comunità partecipa alla Scuola di paceVia Foria 93  ore  17,45

MURI E PONTI

Tema dell’incontro

“POLITICA DELLA “CASTA” E PARTECIPAZIONE ATTIVA

con

Giovanni Lamagna – filosofo

Il muro della politica (tra i rappresentanti e i rappresentati), Politica della “casta” e partecipazione attiva, ci interroga sul senso della politica oggi  a partire dall’esaurimento delle culture social – comuniste e liberali  fino ai populismi e agli attuali preoccupanti fenomeni astensionistici.

RIFLESSIONI DI ALDO BIFULCO

FINALMENTE!

A freddo,  ora che la bagarre è un po’ meno ossessiva e violenta,  mi sento di fare qualche riflessione, anche perché non avverto più il pericolo di  essere tacciato di “renzismo” da quanti, a parole si dichiarano aperti al dialogo e alla critica, ma poi nei fatti si vestono di una cultura manichea che non ammette nemmeno sfumature diverse, pronti ad arruolarti in una squadra per la quale, notoriamente, non fai il tifo. Questo timore mi ha congelato per qualche tempo, malgrado fosse chiaro ai più che la mia visione della democrazia e della politica  sia piuttosto distante da quella di Renzi, senza per questo addossargli tutti i mali della nostra società. La questione referendaria non mi ha appassionato, ho avvertito un fastidio viscerale per la deriva direi, squallida,  che ha caratterizzato questa frenetica, interminabile e ripetitiva discussione. Mi è sembrato che il “peggio della politica” , se escludiamo poche eccezioni, si sia concentrato sui due fronti.  Ambiguità, furbizia, rancore, forse odio, vendetta, manipolazione, falsificazioni, opportunismo, voltagabbanismo….prescindendo dai quesiti referendari.

Non ho sottovalutato, né banalizzato la problematica della “riforma costituzionale”; mi sono impegnato, infatti, anche tramite “Scampia felice” ad organizzare momenti pubblici di chiarificazione dei quesiti referendari.

Sono un “innamorato della nostra Costituzione”, molti dicono che sia la più “bella del mondo”, io non sono attrezzato per un’analisi comparativa con le costituzioni degli altri paesi, mi fido di chi lo ha fatto….ma non la considero un libro sacro (posto che ce ne siano e in tal caso  bisognerebbe spiegarne il senso!). Sono certo che se l’autore dei “dieci comandamenti”  fosse vissuto in questo tempo storico, ne avrebbe inserito certamente un undicesimo: “Non inquinare e non distruggere l’ambiente che è destinato anche alle future generazioni”.  E mi permetto sommessamente, sperando di non essere accusato di presunzione, di avanzare una ardita previsione, che, forse, anche Matteo e Luca se fossero vissuti  ai nostri giorni, avrebbero fatto cenno nel Discorso evangelico delle Beatitudini e nel brano del “Giudizio finale” (che rappresentano la luce, la bussola di orientamento della mia fede!) anche a questa problematica.

Per fortuna Francesco, vescovo di Roma, e esponenti importanti delle altre religioni hanno fornito molte indicazioni interessanti alla soluzione dei problemi che riguardano la “salvaguardia del creato di cui fa parte, ricordiamocelo, anche l’uomo”. Basi pensare all’Enciclica “Laudato Si’”.

Ritoccare, aggiornare la “Costituzione”, con la relativa prudenza, in modo partecipato e con l’ausilio di competenti, non mi appare scandaloso.  E, per quanto mi riguarda, non solo la seconda parte, perchè ci sono articoli anche nella prima che andrebbero precisati, ampliati per poter rispondere meglio alle sfide dei nostri tempi. E poi la “Costituzione” più che difesa, andrebbe attuata, pensiamo solo alla questione del lavoro.

Vi sembra adeguato l’art.9 di fronte ai gravi problemi ambientali, agli sconvolgimenti climatici, alle devastazioni del territorio? E l’art.11 garantisce in pieno i processi di pace? Nulla si dice circa  l’industria bellica e la vendita di armi che alimentano automaticamente la diffusione della guerra. La spesa militare italiana prevista per il 2017 è di 23 miliardi di euro, alla faccia della Costituzione.

E di fronte alla grave tragedia dell’immigrazione non andrebbe precisata la questione dei diritti e della cittadinanza? C’è un documento  che  circola con molte firme prestigiose  “Una persona un voto” che per garantire il diritto democratico ad esprimere il voto politico a milioni di cittadini che vivono stabilmente in Italia, che pagano le tasse, i cui figli sono nati qui, invocano una legge costituzionale.

Le modifiche alla seconda parte così come  formulati  nei requisiti referendari sulla scheda elettorale ( ben sapendo che l’articolazione completa, in effetti,  nascondeva delle insidie e dei pericoli), a mia memoria, erano condivisi da gran parte dei partiti politici.  Ma i personalismi, la scarsa propensione alla collaborazione e al dialogo sincero, il predominio della tenzone politica rivolta alla conferma o all’acquisizione del potere hanno messo in secondo piano l’importanza della Costituzione, che  deve necessariamente  unire. Invece questo percorso, così come è stato condotto, ha lacerato le relazioni e i rapporti, creando divisioni trasversali in tutti i contesti.   Non mi interessa alimentare una ulteriore discussione su questi temi che sarebbe, d’altronde,  fuori “tempo massimo”, quanto manifestare il mio grande disagio rispetto alla questione politica e alle vicende che si potrebbero profilare.

Questa animosità elettoralistica io la vivo con grande ansia, perché, al momento, sono in una condizione di “stand by”. In questo momento non mi sento rappresentato in Parlamento e non saprei a chi dare il mio voto, in una prossima eventuale elezione politica. Non riesco a vedere    una compagine politica che sia coerente con quelle che ritengo siano le vere questioni da affrontare con coraggio e determinazione. I problemi dell’equità e del lavoro come diritto inalienabile della persona. I dati sulla distribuzione della ricchezza rappresentano “il peccato del mondo”, otto persone più ricche del pianeta possiedono oggi la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità.  A mio avviso combattere lo scandalo della povertà significa necessariamente scalfire la concentrazione della ricchezza.  Allora bisogna  trasformare l’economia sganciandola  dalla cappa neoliberista e dalla finanziarizzazione. I cambiamenti climatici con le gravi implicazioni sul futuro della terra e delle popolazioni. “Il clima è un bene comune”ed è correlato strettamente con la questione sociale e con l’economia. E’ stato sottovalutato nel passato e non adeguatamente considerato, oggi, nel dibattito squisitamente politico.  L’epocale e inarrestabile migrazione dei popoli dovrebbe essere lo sguardo sotto cui immaginare la società del futuro, invece viene considerato solo come problema di sicurezza e alimenta i populismi più biechi: sta diventando la questione fondamentale su cui si reggono gli equilibri politici e la ricerca del consenso popolare per raggiungere il potere.

I cosiddetti movimenti e la società civile che ha profuso tante energie e tanta passione nella battaglia referendaria appare piuttosto tiepida di fronte a queste tematiche generali ma che hanno una ricaduta effettiva nella vita quotidiana, oggi e nel futuro. Non possiamo affidare solo ad una presentazione di un libro o ad una conferenza  queste problematiche. Occorre creare una forza politica, che abbia un certo peso, ma che sappia  con chiarezza e trasparenza affermare questa visione. Ed avere una strategia comunicativa convincente per confrontarsi con la gente, ben sapendo che non sarà facile né di immediata condivisione. Esiste una polverizzazione di soggetti politici e sociali che hanno questa sensibilità ma non hanno la forza di raggrupparsi  e definire “un progetto comune per l’avvenire”.  La ricerca dei distinguo è asfissiante….e improduttiva.

La cosiddetta “morte delle ideologie” è stata accolta dai più con grande enfasi, quasi che fosse la base di partenza per affrontare in modo efficace e veloce le questioni sociali e politiche  presenti sul tappeto. Ma l’ideologia da che cosa è stata sostituita? A mio parere dal “sondaggismo”.

Le forze politiche, anche quelle che si sono presentate come novità nel panorama politico, sono particolarmente sensibili ai sondaggi, tanto da calibrare le proprie opzioni su di essi, e addirittura fare inversioni di marcia insospettabili. Un partito dovrebbe avere una idea chiara di società, una visione del mondo precisa da cui far scaturire  una proposta intelligente e lungimirante e presentarla e portarla avanti con costanza e determinazione e coerenza, sapendo che non sarà facile, ma non per questo mollare e piegarsi alla ricerca spasmodica dell’immediato consenso elettorale, ma nemmeno rinunciare alla possibilità di poter governare.

Seguire l’onda dei partiti, in questi tempi, è veramente avvilente e sconfortante.

Io ho sempre votato a sinistra dell’attuale PD, senza ostracismi e senza considerare con sufficienza, o addirittura come nemico, chi con onestà fosse convinto che quella era la strada per dare al paese il  governo migliore possibile. Sono stato sempre convinto che non esista una “verità assoluta” e che bisogna essere sempre pronti a riconoscere ed acquisire i frammenti di verità che vengono da altre parti. Per me questo significa essere laici.

Negli ultimi anni ho dato il mio voto a SEL, che però  è rimasto alquanto ai margini del dibattito, senza riuscire ad imporsi all’attenzione popolare,  malgrado avesse nel proprio DNA le  proposte sull’etica politica e il reddito di cittadinanza (che hanno fatto la fortuna del M5S), ma all’interno di una chiara collocazione a sinistra.

Ora sto a guardare la nascente Sinistra italiana, sperando che abbia la forza di aggregare tutte quelle fette di politica e di società, di intellettuali, di volontari che si riconoscano in un quadro chiaro di riferimento e sperando che  la novità non consista nell’aver eliminato dalla denominazione la E (ecologia) e la L(libertà) che, assieme alla nonviolenza attiva, mi  sembrano  imprescindibili, almeno nella mia concezione della politica.

Aldo Bifulco

 

 

 

NON POSSIAMO RIMANERE IN SILENZIO  

Alex Zanotelli

L’anno 2016 ha visto trionfare la normalità della guerra, la Terza Guerra mondiale a pezzetti, come la chiama Papa Francesco, una guerra spaventosa che ha il suo epicentro in Medio Oriente ed ha mostrato tutta la sua ferocia, disumanità e orrore nell’assedio della città martire, Aleppo. Una guerra che attraversa anche l’intera zona saheliana dell’Africa, dalla Somalia al Sudan (Darfur e Montagne Nuba), dal Sud Sudan al Centrafrica, dalla Nigeria (Nord) alla Libia, dal Mali al Gambia. Senza dimenticare i massacri nel cuore dell’Africa, in Burundi e Congo(Beni). Siamo davanti a desolanti scenari di guerra che si estendono dallo Yemen all’Afghanistan, guerre combattute con armi sempre più sofisticate e a pagarne le spese sono sempre più i civili. “Come è possibile questo?- si chiede Papa Francesco. E’ possibile perché dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi  che sembra essere tanto importante.”

E’ l’industria delle armi, fiorentissima oggi, a gioire di tutto questo. Secondo i dati Sipri, a livello mondiale, investiamo quasi 5 miliardi di dollari al giorno in armi. A livello italiano, secondo l’Osservatorio ne spendiamo 64 milioni di euro al giorno. E’ un’industria fiorente quella italiana delle armi che esportiamo e vendiamo in tutto il mondo. In questo periodo abbiamo venduto bombe all’Arabia Saudita e al Qatar, che poi le hanno date a gruppi armati legati a Al-Qaeda come a Jabhat al –Nusra in Siria. E tutto questo nonostante la legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra e a paesi dove vengono violati i diritti umani. L’Italia ha esportato armi nel 2015 per un valore di oltre 7 miliardi di euro a tanti paesi che sono o in guerra o dove sono violati i diritti umani. Ma come fanno i nostri governi a parlare di legalità, quando agiscono in maniera così illegale? E’ la grande Bugia. “La violenza esiste solo con l’aiuto della Bugia”, diceva Don Berrigan, il gesuita nonviolento americano scomparso lo scorso anno. E’ passato il tempo in cui i buoni possono rimanere in silenzio.”Ed è proprio questo quello che mi sconcerta di più:il silenzio del movimento per la pace davanti a questi scenari di guerra. Non lo posso accettare. Dobbiamo scendere in piazza, urlare , gridare, protestare. Forse non riusciamo a parlare perché il movimento è frammentato. Allora mettiamoci insieme. La situazione è troppo grave. Per questo dobbiamo avere il coraggio di violare la legge, di farci arrestare,di andare in prigione .Questo sarebbe il dovere prima di tutto dei religiosi, dei preti, delle suore come i fratelli Berrigan e le suore domenicane negli USA che si sono fatti anni di carcere nel loro impegno contro la ‘Bomba’. E come cristiano mi fa ancora più male il silenzio dell’episcopato italiano e di larga parte delle comunità cristiane. Per fortuna c’è Papa Francesco che parla chiaro. Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1 Gennaio 2017) afferma che “essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza.” E prosegue:”La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati  così importanti. I successi ottenuti da Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther  King contro la discriminazione razziale…”

Papa Francesco invita le comunità cristiane a perseguire questa strada della nonviolenza attiva, come la strada obbligata per i seguaci di Gesù. “Dite al mondo che non esiste più una guerra giusta- ha detto una suora domenicana irachena Nazik Matty durante il convegno sulla guerra e nonviolenza, promosso in Vaticano da Papa Francesco. Lo dico da figlia della guerra.”

Papa Francesco forse presto ci regalerà un’ enciclica che potrebbe mettere la parola fine alla teologia della guerra giusta e indicare la nonviolenza attiva come la strada inventata da Gesù. E’ la strada che le comunità cristiane devono imboccare con lo stesso coraggio che hanno avuto Gandhi, Martin Luther King, Don Berrigan, Don Milani…. Ma queste comunità dovranno avere la capacità di unirsi a tutte le altre realtà nonviolente creando un grande movimento popolare per la pace. Ma per arrivare a questo dobbiamo tutti essere disposti a pagare un alto prezzo. “Noi urliamo pace, pace, ma non c’è pace-diceva Don Berrigan. Non c’è pace perché non ci sono costruttori di pace. Non ci sono costruttori di pace perché fare pace è altrettanto costoso quanto fare guerra – almeno altrettanto esigente perché si paga con la prigione e la morte.”

A tutti i costruttori di pace , l’augurio di cuore di un Buon anno, carico di frutti di pace.

 

Napoli, 1 gennaio 2017

Sabato 7 gennaio incontro a Mianella

IMG_1492
SABATO 7 GENNAIO 2017
INCONTRO A MIANELLA  ORE 18,30 (PRECISE!!!)
a) breve discussione sui punti del collegamento (introduzione di Cristoforo)

Ordine del giorno di Bologna

Resoconto/breve narrazione dal XXII Incontro nazionale Donne Cdb e non solo.

  1. Bilancio consuntivo 2016, contribuzioni, bilancio preventivo 2017.  Agenda della pace di Confronti e libro “Oltre le religioni”: situazione diffusione e pagamenti.
  2. Incontro europeo Cdb 2018 in Italia.
  3. Adesione alla rete europea “Réseau européen Eglises et Libertés”.
  4. Incontro nazionale 2017: situazione contatti con chiesa valdo-metodista e proposte di svolgimento (date, luogo, temi, collaborazioni).
  5. Seminario 2017: fattibilità, date, luogo, tematiche.
  6. Rapporti con i gruppi di cattolici di base italiani ed in particolare con Noi Siamo Chiesa. Riflessione sul momento che stanno attraversando le istituzioni politiche nel nostro Paese.
  7. Gruppo Comunicati delle CdB.  Sito web: gestione organizzativa e criteri di pubblicazione.
  8. Adesione ad incontri ed iniziative che si svolgeranno nel 2017 segnalati dai/dalle presenti.
  9. Varie ed eventuali. 
b) introduzione alla tematica del libro “Oltre le Religioni”. Presentazione delle 12 tesi dell’autore Spong. Lettura di qualche pagina (a cura di Enzo).
 
UN ABBRACCIO A TUTTI /E
CRISTOFARO

Auguri di un Natale di vera gioia

img_6462

La gioia del Natale è qualcosa di molto lontano dalla gioia mondana e l’allegria del consumismo. La gioia del Natale tocca l’intimo perchè parte dalla visione di un bimbo avvolto in miseri panni e deposto in una mangiatoia, è lincontro con un Dio che sceglie di incarnarsi negli ultimi e annuncia la sua venuta  fra gli ultimi.

SOLO CON LORO  E FRA  LORO  RITROVEREMO LA VERA  “GIOIA DEL NATALE

23 dicembre eucaristia di Natale

img_6296Venerdì 23 dicembre

La comunità del Cassano, quelli ad essa vicini, ed amici ed amiche che volessero condividere

Questo momento di preghiera e  incontro conviviale

Si  incontrano a Mianella alle ore 19,00 per

L’eucaristia di Natale

Prepara e presiede Cristofaro Palomba.

A coclusione della serata ci sarà una cena conviviale dove ognuno porterà il suo contributo di condivisione

Appuntamenti comunitari di dicembre

 il calendario dei nostri impegni comunitari per i prossimi giorni fino al 31 di dicembre:

15  dicembre  – giovedì

Ore 17,30 presso il  CENTRO HURTADO, Scampia, Viale della Resistenza 27

Info A. Bifulco 346.6760412  D. Pizzuti 347.5785919

SCAMPIA FELICE

Laboratorio politico-culturale

Il Centro Hurtado, L’Ass. Dream Team-donne in rete, Gli amici di Betania, La Comunità del Cassano

PROMUOVON UN SEMINARIO DI STUDIO

 sull’Esortazione apostolica di papa Francesco

                      AMORIS LAETITIA

Interventi

Prof.ssa Donatella Abignente, Docente di Teologia morale Sezione San Luigi PFTIM

Coscienza e discernimento secondo l’Esortazione  apostolica

“Amoris Laetitia”   

Prof. Giacomo Di Gennaro, Docente di Sociologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche Univ.Federico ll

Le trasformazioni dell’amore nella società italiana    

   contemporanea

Modera

Domenico Pizzuti, gesuita sociologo

Sabato 17 dicembre

Caffè letterario

il prossimo 17 dicembre al TAN (Teatro Area Nord)  ore  16,45  ci sarà il terzo appuntamento del Caffè Letterario di Scampia di quest’anno. Il libro dal quale trarremo le nostre letture è

“Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci.

Non mancate, sarà una interessante serata!

Domenica 18 dicembre

Cristofaro e Rosanna ricordano il loro 40° anniversario di matrimonio

Per decisione comunitaria si è deciso di condividere insieme un momento conviviale presso un locale di Torre del greco che presto vi sarà comunicato.

Lunedì 19 dicembre

Ore 19,30 presso la sede della Scuola di Pace

Cena natalizia con gli alunni e alunne della scuola di italiano

Siete invitati

Venerdì 23 dicembre

La comunità del Cassano, quelli ad essa vicini, ed amici ed amiche che volessero condividere

Questo momento di preghiera e  incontro conviviale

Si  incontrano a Mianella alle ore 19,00 per

L’eucaristia di Natale

Prepara e presiede Cristofaro Palomba.

A coclusione della serata ci sarà una cena conviviale dove ognuno porterà il suo contributo di condivisione

 

 

 

 

Intervista a Papa Francesco “Oltre la laicità”

Un’intervista importante di papa Francesco (ricordo che tempo fa avevo inviato una email, intitolata: “Oltre la laicità”  f.t.

Al settimanale cattolico belga “Tertio”, 7.12.2016
DOMANDA Nel nostro Paese viviamo un momento in cui la politica nazionale vuole separare la religione dalla vita pubblica: per esempio nell’istruzione. È opinione che, in un tempo di secolarizzazione, la religione debba essere riservata alla vita privata. Come possiamo essere nello stesso tempo Chiesa missionaria, in uscita verso la società, e vivere questa tensione creata da questa opinione pubblica?
PAPA – Bene, non voglio offendere nessuno, però questa impostazione è un’impostazione antiquata. Questa è l’eredità che ci ha lasciato l’Illuminismo – non è così? – in cui ogni fenomeno religioso è una subcultura. È la differenza tra il laicismo e laicità. Di questo ho parlato con i francesi… Il Vaticano II ci parla dell’autonomia delle cose, dei processi e delle istituzioni. C’è una sana laicità, per esempio la laicità dello Stato. In generale, uno Stato laico è una cosa buona; è migliore di uno Stato confessionale, perché gli Stati confessionali finiscono male. Però una cosa è la laicità e un’altra è il laicismo. Il laicismo chiude le porte alla trascendenza, alla duplice trascendenza: sia la trascendenza verso gli altri e soprattutto la trascendenza verso Dio; o verso ciò che sta al di là. E l’apertura alla trascendenza fa parte dell’essenza umana. Fa parte dell’uomo. Non sto parlando di religione, sto parlando di apertura alla trascendenza. Quindi, una cultura o un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza della persona umana “pota”, taglia la persona umana. Ossia non rispetta la persona umana. Questo è più o meno quello che penso. Quindi, inviare alla sacrestia qualunque atto di trascendenza è una “asepsi”, che non ha a che fare con la natura umana, che taglia alla natura umana buona parte della vita, che è l’apertura.
 
DOMANDALei si preoccupa del rapporto interreligioso. Nei nostri tempi conviviamo con il terrorismo, con la guerra. A volte si osserva che la radice delle guerre attuali sta nella differenza tra religioni. Cosa dire riguardo a questo?
PAPA – Sì, credo che questa opinione esiste. Però nessuna religione come tale può fomentare la guerra. Perché in questo caso starebbe proclamando un dio di distruzione, un dio di odio. Non si può fare la guerra in nome di Dio o in nome di una posizione religiosa. Non si può fare la guerra in nessuna religione. E perciò il terrorismo, la guerra non sono in relazione con la religione. Si usano deformazioni religiose per giustificarle, questo sì. Voi siete testimoni di questo, lo avete vissuto nella vostra patria. Ma sono deformazioni religiose, che non riguardano l’essenza del fatto religioso, che è piuttosto amore, unità, rispetto, dialogo, tutte queste cose… Ma non in quell’aspetto, ossia, che in ciò bisogna essere tassativi, nessuna religione per il fatto religioso proclama la guerra. Alcune deformazioni religiose sì. Per esempio, tutte le religioni hanno gruppi fondamentalisti. Tutte. Anche noi. E da lì distruggono, a partire dal loro fondamentalismo. Ma sono questi piccoli gruppi religiosi che hanno deformato, hanno “ammalato” la propria religione, e da qui combattono, fanno la guerra, o fanno la divisione nella comunità, che è una forma di guerra. Ma questi sono i gruppi fondamentalisti che abbiamo in tutte le religioni. C’è sempre un gruppetto…
DOMANDAUn’altra domanda sulla guerra. Commemoriamo il centenario della Prima Guerra Mondiale. Cosa direbbe al continente europeo della consegna postbellica: “Mai più la guerra!”?
PAPA – Al continente europeo ho parlato tre volte: due a Strasburgo e una l’anno scorso, o quest’anno, non ricordo, quando c’è stato il Premio Carlo Magno [6 maggio 2016]. Credo che quel “Mai più la guerra!” non è stato preso sul serio, perché dopo la Prima c’è stata la Seconda, e dopo la Seconda, c’è questa terza che stiamo vivendo adesso, a pezzetti. Siamo in guerra. Il mondo sta facendo la terza guerra mondiale: Ucraina, Medio Oriente, Africa, Yemen…. È molto grave. Quindi, “Mai più la guerra!” lo diciamo con la bocca, ma intanto fabbrichiamo armi e le vendiamo; e le vendiamo agli stessi che si combattono; perché uno stesso fabbricante di armi le vende a questo e a questo, che sono in guerra fra di loro. È vero. C’è una teoria economica che non ho provato a verificare, ma l’ho letta in diversi libri: che nella storia dell’umanità, quando uno Stato vedeva che i suoi bilanci non andavano, faceva una guerra e rimetteva in equilibrio i propri bilanci. Vale a dire, è uno dei modi più facili per produrre ricchezza. Certo, il prezzo è molto alto: il sangue.
Quel “Mai più la guerra!” credo che è una cosa che l’Europa ha detto sinceramente, l’ha detto sinceramente: Schumann, De Gasperi, Adenauer… lo dissero sinceramente. Ma dopo… Al giorno d’oggi mancano leader; l’Europa ha bisogno di leader, leader che vadano avanti… Bene, non voglio ripetere quello che ho detto nei tre discorsi.
DOMANDAC’è la possibilità che Lei venga in Belgio per questa commemorazione della guerra?
PAPA – No, non è previsto, no…. In Belgio, ci andavo ogni anno e mezzo, quando ero [superiore] provinciale, perché lì c’era una associazione di amici di l’Università Cattolica di Córdoba. E quindi andavo lì a parlare. Loro facevano gli Esercizi [spirituali]. E andavo a ringraziarli. E mi sono affezionato al Belgio. Per me la città più bella del Belgio non è la sua ma Bruges…[ride]
[Intervistatore: Devo dirLe che mio fratello è gesuita.
Papa: Ah sì? Non sapevo!
Intervistatore: Per questo, a parte il fatto di essere gesuita, è brava gente.
Papa: Stavo per chiederLe se era cattolico… (ride e ridono)]
 
DOMANDAStiamo per concludere l’Anno della Misericordia. Ci può dire come ha vissuto questo Anno e che cosa si aspetta quando l’Anno sarà finito?
PAPA – L’Anno della Misericordia non è stata un’idea che mi è arrivata di colpo. Prende le mosse dal Beato Paolo VI. Già Paolo VI aveva fatto alcuni passi per riscoprire la misericordia di Dio. Successivamente San Giovanni Paolo II ha posto molto l’accento su questo con tre fatti: l’Enciclica Dives in Misericordia, la canonizzazione di santa Faustina, e la Festa della Divina Misericordia nell’Ottava di Pasqua, e lui muore in una vigilia di tale festa. E già lì ha come introdotto la Chiesa su questa strada. Io ho sentito che il Signore voleva questo. È stato… Non so come si è formata l’idea nel mio cuore… Un bel giorno ho detto a Mons. Fisichella, che era venuto per questioni del suo Dicastero: “Come mi piacerebbe fare un Giubileo, un Anno giubilare della Misericordia”. E lui mi ha detto: “Perché no?”. E così è iniziato l’Anno della Misericordia. È la migliore garanzia che non è stata un’idea umana, ma che viene dall’alto. Credo che l’ha ispirata il Signore. E evidentemente è andato molto bene. Inoltre, il fatto che il Giubileo non fosse solo a Roma, ma in tutto il mondo, in tutte le diocesi e all’interno di ogni diocesi, ha creato tanto movimento, tanto movimento… e la gente si è mossa molto. Si è mossa molto e si è sentita chiamata a riconciliarsi con Dio, a incontrare nuovamente il Signore, a sentire la carezza del Padre.
DOMANDAIl teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer operò la distinzione tra la grazia “a buon mercato” e quella “a caro prezzo”. Quindi, che cosa significa per Lei misericordia “a buon mercato” o “a caro prezzo”?
PAPA – La misericordia è “a caro prezzo” e “a buon mercato”. Non so com’è il testo di Bonhoeffer, non lo conosco quando spiega questo… Ma è “a buon mercato” perché non c’è da pagare niente: non si devono comprare indulgenze, è un puro regalo, puro dono. Ed è “a caro prezzo” perché è il dono più prezioso. C’è un libro fatto in base a un’intervista che mi hanno fatto, il cui titolo è “Il nome di Dio è Misericordia”. È preziosa perché è il nome di Dio: Dio è Misericordia. Mi fa ricordare quel sacerdote che avevo a Buenos Aires – che continua a celebrare la Messa e a lavorare, e ha 92 anni! –, e all’inizio della Messa dà sempre alcuni avvisi. È molto energico, 92 anni, predica molto bene, la gente lo va ad ascoltare… “Per favore, spegnete il telefonino”. E durante la Messa, cominciava l’Offertorio, si sente un telefono… Si fermò e disse: “Per favore, spengete il telefono cellulare”. E il chierichetto, che stava accanto a lui, gli disse: “Padre, è il suo”. E lui lo tirò fuori e disse: “Pronto!” [Ridono]
DOMANDAA noi pare che Lei sta indicando il Vaticano II nei tempi di oggi. Ci indica vie di rinnovamento nella Chiesa. La Chiesa sinodale… Nel Sinodo ha spiegato la sua visione della Chiesa del futuro. Potrebbe spiegarlo per i nostri lettori?
PAPA – La “Chiesa sinodale”, prendo questa parola. La Chiesa nasce dalle comunità, nasce dalla base, dalle comunità, nasce dal Battesimo; e si organizza intorno ad un vescovo, che la raduna, le dà forza; il vescovo che è successore degli Apostoli. Questa è la Chiesa. Ma in tutto il mondo ci sono molti vescovi, molte Chiese organizzate, e c’è Pietro. Quindi, o c’è una Chiesa piramidale, dove quello che dice Pietro si fa, o c’è una Chiesa sinodale, in cui Pietro è Pietro, ma accompagna la Chiesa, la lascia crescere, la ascolta; di più, impara da questa realtà e va come armonizzando, discernendo quello che viene dalle Chiese e lo restituisce. L’esperienza più ricca di tutto questo sono stati gli ultimi due Sinodi. Lì si sono ascoltati tutti i vescovi del mondo, con la preparazione; tutte le Chiese del mondo, le diocesi, hanno lavorato. Tutto questo materiale è stato lavorato in un primo Sinodo, che portò i risultati alla Chiesa; e poi si è tornati una seconda volta – il secondo Sinodo – per completare tutto questo. E da lì è uscita Amoris laetitia. È interessante la ricchezza della varietà di sfumature, che è propria della Chiesa. È unità nella diversità. Questo è sinodalità. Non calare dall’alto in basso, ma ascoltare le Chiese, armonizzarle, discernere. E dunque c’è un’Esortazione post-sinodale, che è Amoris Laetitia, che è il risultato di due Sinodi, dove ha lavorato tutta la Chiesa, e che il Papa ha fatto sua. Lo esprime in maniera armonica. È interessante: tutto quello che c’è lì [in Amoris laetitia], nel Sinodo è stato approvato da più dei due terzi dei padri. E questo è una garanzia. Una Chiesa sinodale significa che si dà questo movimento dall’alto in basso, dall’alto in basso. E nelle diocesi lo stesso. Ma c’è una formula latina che dice che le Chiese sono sempre cum Petro et sub Petro. Pietro è il garante dell’unità della Chiesa. È il garante. Questo è il significato. E bisogna progredire nella sinodalità; che è una delle cose che gli ortodossi hanno conservato. E anche le Chiese cattoliche orientali. È una loro ricchezza, e lo riconosco nell’Enciclica.
DOMANDAA me sembra che il passaggio che ha fatto il secondo Sinodo dal metodo di “vedere, giudicare e agire” verso “ascoltare, comprendere e accompagnare”. È molto diverso. Queste sono le cose che io dico costantemente alla gente. Il passaggio che ha il Sinodo è di vedere, giudicare e agire e quindi ascoltare la realtà della gente, comprender bene la realtà e poi accompagnare la gente nel suo cammino…
PAPA – Perché ognuno ha detto quello che pensava, senza paura di sentirsi giudicato. E tutti erano nell’atteggiamento di ascoltare, senza condannare. E poi si discuteva come fratelli nei gruppi. Però una cosa è discutere come fratelli e un’altra è condannare a priori. C’è stata una libertà di espressione molto grande. E questo è bello!
DOMANDAA Cracovia, Lei ha dato ai giovani stimoli preziosi. Quale potrebbe essere un messaggio particolare per i giovani del nostro Paese?
PAPA – Che non abbiano paura; che non abbiano vergogna della fede; che non abbiano vergogna di cercare strade nuove. E ai giovani che non sono credenti: Non ti preoccupare, cerca il significato della vita. A un giovane io darei due consigli: cercare orizzonti, e non andare in pensione a 20 anni. È molto triste vedere un giovane pensionato a 20-25 anni, no? Cerca orizzonti, vai avanti, continua a lavorare in questo impegno umano.
DOMANDA Un’ultima domanda, Santo Padre, riguardo ai media: una considerazione riguardo ai mezzi di comunicazione…
PAPA – I mezzi di comunicazione hanno una responsabilità molto grande. Al giorno d’oggi hanno nelle loro mani la possibilità e la capacità di formare un’opinione: possono formarne una buona o una cattiva opinione. I mezzi di comunicazione sono costruttori di una società. Di per se stessi, sono fatti per costruire, per inter-cambiare, per fraternizzare, per far pensare, per educare. In se stessi sono positivi. È ovvio che, dato che tutti siamo peccatori, anche i media possono – noi che usiamo i media, io qui sto utilizzando un mezzo di comunicazione – possono diventare dannosi. E i mezzi di comunicazione hanno le loro tentazioni. Possono essere tentati di calunnia, e quindi essere usati per calunniare, per sporcare la gente, questo soprattutto nel mondo della politica. Possono essere usati come mezzi di diffamazione: ogni persona ha diritto alla buona fama, però magari nella sua vita in precedenza, nella vita passata, o dieci anni fa, ha avuto un problema con la giustizia, o un problema nella sua vita familiare, e portare questo alla luce oggi è grave, fa danno, si annulla una persona! Nella calunnia si dice una bugia sulla persona; nella diffamazione si mostra una cartella – come diciamo in Argentina: “Se hace un carpetazo” – e si scopre qualcosa che è vero, ma che è già passato, e per il quale forse si è già pagato con il carcere, con una multa o con quel che sia. Non c’è diritto a questo. Questo è peccato e fa male. E una cosa che può fare molto danno nei mezzi di informazione è la disinformazione: cioè, di fronte a qualsiasi situazione dire solo una parte della verità e non l’altra. Questo è disinformare. Perché tu, all’ascoltatore o al telespettatore dai solo la metà della verità, e quindi non può farsi un giudizio serio. La disinformazione è probabilmente il danno più grande che può fare un mezzo, perché orienta l’opinione in una direzione, tralasciando l’altra parte della verità. E poi, credo che i media devono essere molto limpidi, molto trasparenti, e non cadere – senza offesa, per favore – nella malattia della coprofilia, che è voler sempre comunicare lo scandalo, comunicare le cose brutte, anche se siano verità. E siccome la gente ha la tendenza alla malattia della coprofagia, si può fare molto danno. Quindi direi queste quattro tentazioni. Ma sono costruttori di opinione e possono costruire, e fare bene immenso, immenso.
DOMANDAPer concludere, una parola per i sacerdoti. Non un discorso, perché ci dicono che dobbiamo concludere… Cosa è più importante per un sacerdote?
PAPA – È una risposta un po’ salesiana, ma mi viene dal cuore. Ricordati che hai una Madre che ti ama, e non smettere di amare tua Madre, la Vergine. Secondo: lasciati guardare da Gesù. Terzo: cercare la carne sofferente di Gesù nei fratelli: lì ti incontrerai con Gesù. Questo come base. Da qui viene tutto. Se sei un sacerdote orfano, che si è dimenticato di avere una Madre; se sei un sacerdote che si è allontanato da colui che ti ha chiamato, che è Gesù, non potrai mai portare il Vangelo. Qual è la strada? La tenerezza. Abbiano tenerezza. I sacerdoti non abbiano vergogna di avere tenerezza. Accarezzino il sangue sofferente di Gesù. Oggi c’è bisogno di una rivoluzione della tenerezza in questo mondo che patisce la cardiosclerosi.
DOMANDALa cardio…?
PAPA – La cardiosclerosi.

 

Sabato 3 dicembre la comunità partecipa al primo incontro generale della Scuola di pace

 

SCUOLA DI PACE 

PROGRAMMA INCONTRI GENERALI 2016/2017

MURI E PONTI

Paure e speranze del nostro tempo

La recente decisione della Gran Bretagna di uscire dalla Unione Europea insieme ai numerosi muri reali e/o metaforici che diversi paesi europei (e non solo) stanno innalzando contro gli immigrati suggerisce il titolo del primo incontro “Dall’Europa dei ponti all’Europa dei muri” come evidente prova di un tornare indietro di alcuni decenni.

Purtroppo l’elenco dei muri è molto lungo, ci limiteremo ad alcuni prospettando anche possibili ponti con l’aiuto di esperti e testimoni.

Il muro della politica (tra i rappresentanti e i rappresentati), Politica della “casta” e partecipazione attiva, ci interroga sul senso stesso della politica oggi a partire dall’esaurimento delle culture social-comuniste e liberali fino ai populismi e agli attuali preoccupanti fenomeni astensionistici.

Il muro dell’economia (tra garantiti e precari, tra il concetto di reddito da lavoro e quello di reddito di cittadinanza), Precarietà economica e tutela del lavoro, è il tema principale del mondo del lavoro soprattutto giovanile.

Il muro dell’incomprensione (tra nativi  del territorio e gli immigrati), Immigrazione: rifiuto /respingimento e accoglienza/integrazione.

Il muro della prevaricazione (tra le pretese di una crescita e di uno sviluppo senza limiti e i diritti della natura), Crescita senza limiti e rivoluzione circolare.

SABATO 3 DICEMBRE 2016

DALL’EUROPA DEI PONTI ALL’EUROPA DEI MURI

Francesca Coleti, Pres. ARCI Campania

SABATO 21 GENNAIO 2017

POLITICA DELLA “CASTA” E PARTECIPAZIONE ATTIVA.

Giovanni Lamagna , filosofo.

SABATO 18 FEBBRAIO  2017

PRECARIETA’ ECONOMICA E TUTELA DEL LAVORO

Claudio Paravati, Direttore “Confronti”

SABATO 18 MARZO 2017

IMMIGRAZIONE: RIFIUTO/RESPINGIMENTO, ACCOGLIENZA/INTEGRAZIONE

Marta Bernardini, operatrice a Lampedusa per il progetto Mediterranean Hope (corridoi umanitari) della FCEI

SABATO 22 APRILE 2017

CRESCITA SENZA LIMITI E RIVOLUZIONE CIRCOLARE

Michele Buonomo, Pre. Legambiente Campania

informazioni: Corrado Maffia 3333963476

Sabato 26 novembre – Caffè letterario a Scampia e a seguire incontro della comunità del cassano con il gruppo “Amici di Betania”

Sabato 26 novembre

ore 16,45 la Comunità del Cassano si incontra a a Scampia

presso il Centro Hurtado

per il “Caffè letterario”

sarà presentato il libro

FIORI D’AGAVE di Rosario Esposito La Rossa

Conduce Giuseppe Finaldi

partecipa l’autore

 

DOPO IL CAFFE’ LETTERARIO LA COMUNITA’ DEL CASSANO 

INCONTRERA’ IL GRUPPO “AMICI DI BETANIA”

CHE VIVE LA SUA ESPERIENZA DI RICERCA DI FEDE A SCAMPIA.

UN MOMENTO VERAMENTE IMPORTANTE PER INCONTRARSI,

SCAMBIARSI ESPERIENZE E, PERCHE’ NO, PERCORRERE INSIEME PEZZI DI STRADA

ALLA LUCE DEL VANGELO.

Muri e Ponti

SCUOLA DI PACE 

PROGRAMMA INCONTRI GENERALI 2016/2017

MURI E PONTI

Paure e speranze del nostro tempo

La recente decisione della Gran Bretagna di uscire dalla Unione Europea insieme ai numerosi muri reali e/o metaforici che diversi paesi europei (e non solo) stanno innalzando contro gli immigrati suggerisce il titolo del primo incontro “Dall’Europa dei ponti all’Europa dei muri” come evidente prova di un tornare indietro di alcuni decenni.

Purtroppo l’elenco dei muri è molto lungo, ci limiteremo ad alcuni prospettando anche possibili ponti con l’aiuto di esperti e testimoni.

Il muro della politica (tra i rappresentanti e i rappresentati), Politica della “casta” e partecipazione attiva, ci interroga sul senso stesso della politica oggi a partire dall’esaurimento delle culture social-comuniste e liberali fino ai populismi e agli attuali preoccupanti fenomeni astensionistici.

Il muro dell’economia (tra garantiti e precari, tra il concetto di reddito da lavoro e quello di reddito di cittadinanza), Precarietà economica e tutela del lavoro, è il tema principale del mondo del lavoro soprattutto giovanile.

Il muro dell’incomprensione (tra nativi  del territorio e gli immigrati), Immigrazione: rifiuto /respingimento e accoglienza/integrazione.

Il muro della prevaricazione (tra le pretese di una crescita e di uno sviluppo senza limiti e i diritti della natura), Crescita senza limiti e rivoluzione circolare.

 

SABATO 3 DICEMBRE 2016

DALL’EUROPA DEI PONTI ALL’EUROPA DEI MURI

Francesca Coleti, Pres. ARCI Campania

 

SABATO 21 GENNAIO 2017

POLITICA DELLA “CASTA” E PARTECIPAZIONE ATTIVA.

Giovanni Lamagna , filosofo.

 

SABATO 18 FEBBRAIO  2017

PRECARIETA’ ECONOMICA E TUTELA DEL LAVORO

Claudio Paravati, Direttore “Confronti”

 

SABATO 18 MARZO 2017

IMMIGRAZIONE: RIFIUTO/RESPINGIMENTO, ACCOGLIENZA/INTEGRAZIONE

Marta Bernardini, operatrice a Lampedusa per il progetto Mediterranean Hope (corridoi umanitari) della FCEI

 

SABATO 22 APRILE 2017

CRESCITA SENZA LIMITI E RIVOLUZIONE CIRCOLARE

Michele Buonomo, Pre. Legambiente Campania

informazioni: Corrado Maffia 3333963476

Il segreto degli ambientalisti

Il segreto degli ambientalisti

Due ambientalisti “di lungo corso” discutono di ecofelicità, una qualità comune a tutti quelli che si impegnano attivamente nella cura dell’ambiente, un particolare stato d’animo che riesce a convivere anche con la tristezza o con l’indignazione suscitate dai gravi problemi ecologici con cui si confrontano quotidianamente .

di Lilly Cacace Rajola e Aldo Bifulco

Lilly:  Cominciamo subito con una domanda da cento milioni: che cos’è la felicità per un ambientalista?

Aldo: Eh, non è facile… definire la “felicità”  è già un compito arduo, ma diventa ancor più complesso se la vogliamo associare all’ambientalismo. In questi anni c’è un grande riferimento alla “felicità”, filosofi, politologi e perfino economisti ne parlano.  Ci si è accorti che non basta fare riferimento al PIL per misurare il benessere delle nazioni e c’è una ricerca per trovare nuovi indicatori più sensati. Forse bisognerebbe anche fare chiarezza sul termine felicità, per me non si identifica né con il piacere né con la semplice gioia, è qualcosa di più.

 

Lilly: Sì, hai ragione. Matteo Garuti, che ha vinto l’anno scorso il premio Laura Conti con una tesi su felicità e ambiente, sostiene che ci sono diversi tipi di felicità, ma che il più elevato è quello che chiama “felicità-bene comune”.

 

Aldo: Proprio così: per me la “felicità” non può disgiungersi dalla giustizia, anche perché non si può essere felice in solitudine. Forse non è un caso che a Scampia sia nato un laboratorio politico che ha voluto denominarsi “Scampia Felice”.

 

Lilly: E in relazione all’ambiente?

 

Aldo: Sarei tentato di scansare la specificità ambientalista e affermare che la felicità è un diritto-dovere comune  e collettivo, che vale per ogni persona ed in ogni situazione. Ma forse l’ambientalismo, se ben inteso, come “cura della casa comune” può rappresentare un valore aggiunto,  un dato imprescindibile. Certo non è facile essere felici in un ambiente insostenibile, e in ogni caso la felicità ha senso se è condivisa e se si proietta anche sulle generazioni future.

 

Lilly: Questo senso di condivisione mi sembra un fatto importante: forse è proprio questo un nodo della questione.

 

Aldo: Per spiegarmi meglio ti riporto la definizione di “pace” presente nella “Carta della Terra”, che in qualche modo corrisponde alla mia visione della felicità: «la pienezza che deriva dalla relazione corretta con se stesso, con gli altri, con le altre culture, con le altre vite, con la terra e con il “tutto” di cui siamo parte».

 

Lilly: Quindi la felicità è l’essere in relazione… ne riparleremo. Adesso vorrei sapere se nella tua lunga esperienza ambientalista ti sei imbattuto in situazioni e/o persone che potresti definire “ecofelici”?

 

Aldo: Come no, sono moltissime. Comincio con le esperienze che mi hanno coinvolto personalmente: Il Giardino del Liceo, che mi ha permesso di sperimentare un modo di insegnare coniugando teoria e prassi, di trasformare un territorio brullo e arido in un’oasi, al servizio del territorio, un’esperienza che si è trasmessa di generazione in generazione, e ancora oggi continua, con altri docenti, ex studenti e studenti creando una sensibilità naturalistica ed ambientalista spendibile anche in ambito sociale; il Giardino di Montale, un giardino costruito in dieci anni in un circolo didattico di Scampia, con maestre disponibili a una pratica educativa coinvolgente e non sedentaria, e che mi ha permesso di sperimentare quanto sia bello relazionarsi ai ragazzi  più piccoli, che sanno trasferirti entusiasmo, genuinità ed affetto, esperienza ancora in atto; il Carnevale del Gridas, da trentatré anni le strade di Scampia si riempiono di gente  del quartiere, del centro, di altre parti d’Italia, di musica, di carri costruiti riciclando materiali vari, tutto ciò per consentire alla gente  di riprendersi la parola e denunciare i problemi sociali, la sofferenza dei poveri,  la perfidia del potere… infine, last but not least, il progetto “Napoli in un orto”.

Questo progetto, nato dalla collaborazione tra il Circolo “la Gru” ed il Centro diurno di salute mentale “la Gatta blu”. Un progetto che coniuga ambiente e salute, che recupera  la cultura e la cucina popolare,  che fa  della stagionalità e della dieta mediterranea i suoi cardini.  La creazione di orticelli biologici, di semenzai , di un laboratorio di cucina, un laboratorio di ceramica e di falegnameria ha permesso, la realizzazione di murales, ha permesso la trasformazione di un pezzo dell’area del centro diurno, in un luogo bello ed accogliente, per favorire momenti di lavoro comune, ma anche per fermarsi e dialogare in semplicità.  Un momento significativo di tutto il progetto è stato il pranzo mensile di condivisione tra i pazienti, gli operatori e cittadini di Scampia, realizzando ricette con l’ortaggio del mese; il giardino e il corridoio delle farfalle e il progetto di un “giardino dei cinque continenti e della nonviolenza” sono le ultime esperienze appena messe in cantiere.

 

Lilly: Mi hanno detto che questo progetto ha avuto effetti inattesi sulla psiche dei partecipanti…

 

Aldo: Nei nostri progetti non abbiamo nessuna velleità terapeutica, ma sappiamo anche che lo stare insieme, lavorando gomito a gomito, il rapporto diretto con la terra, il desiderio di voler migliorare il contesto, di fatto contribuiscono al benessere generale e particolare. Lo abbiamo potuto sperimentare con gli studenti,  i ragazzi, le maestre, le persone del territorio. Nel caso particolare dell’orto presso la “Gatta blu”, la D.ssa  Carla Mangione, psichiatra del Centro di salute mentale, nella sua relazione affermava che il domandarsi se si trattasse di “ortoterapia” non aveva importanza… «sicuramente, però esperire relazioni significative in un contesto naturale ha la sua importanza. Il desiderio di creare un ambiente scevro da tensioni, orientato alla “felicità” non può non dare i suoi frutti. Inoltre credo che ci siano anche altri elementi da sottolineare come la “naturale democrazia” che si sperimenta in questo tipo di attività … Nell’orto non si può negare lo scorrere del tempo, l’alternarsi delle stagioni. C’è il tempo della semina e quello del raccolto…e impari anche ad accettare quello che la terra (o la vita) ti dà».

 

Lilly: E i personaggi “ecofelici”?

 

Aldo: Ne ho incontrati molti, ma ne cito solo tre. Il primo, Fratel Arturo Paoli, morto qualche anno fa a 102 anni, indicato come “giusto delle nazioni” per aver salvato degli ebrei  durante le retate nazifasciste, saltando poi di paese in paese nelle sue scorribande in America latina, anche per sfuggire alla caccia (presente nell’elenco dei condannati a morte) che gli davano i dittatori locali per il suo impegno a favore dei poveri e delle lotte di liberazione.  Insediatosi, infine,  in Brasile, a Foz do Iguacu, dà vita al Progetto “Madre Terra”, un’azienda  che raccoglie giovani e dà loro una prospettiva di vita.  Bisogna “amorizzare il mondo” soleva dire e tutte le volte che l’ho incontrato mi ha trasmesso sempre una serenità incredibile .Poi c’è Mirella Pignataro, la moglie di Felice, il muralista del Gridas morto alcuni anni fa, rappresenta  “la bussola etica” di Scampia, il suo sorriso e la sua accoglienza, soprattutto dei giovani, crea sempre un’atmosfera di ascolto e dialogo, pur manifestando tenacia e determinazione nei momenti di lotta. Essere “ecofelici” non significa ammantarsi di un irenismo di maniera,di una sorta di neutralità disimpegnata.

 

Lilly: Certo che no. Anche io, quando penso a persone “ecofelici” mi riferisco a gente battagliera, coraggiosa, non in vendita… ma sempre pronta al sorriso.

 

Aldo: Continuando il mio elenco di ecofelici, non vorrei dimenticare Enzino, un giovane (mica tanto) molto semplice, con poca cultura che ogni mattina mi telefona per chiedermi: «Oggi dove andiamo a zappare? Quale aiuola andiamo a curare? Nel “giardino delle farfalle” ci starei tutto il giorno».

 

 

Lilly: “La bellezza salverà il mondo”: sarà vero? Come cambia la percezione della bellezza nel corso di un’esperienza di questo tipo? In altre parole, l’ossessione per l’aspetto fisico che arricchisce i chirurghi estetici, viene rimpiazzata da un’attenzione all’autentica bellezza del mondo, dalla capacità di emozionarsi per la bellezza di un fiore o di un tramonto?

 

Aldo: Questa frase, tratta dal capolavoro “L’Idiota” di Dostoevskij, è stata una delle linee guida del progetto “Custodi del territorio. Conoscerlo, apprezzarlo, difenderlo” organizzato pochi anni fa a Scampia, con il Circolo “la Gru”.  Scomodare i termini “felicità” e “bellezza” a Scampia, considerando il modo in cui i massmedia parlano di noi,  è sembrato  ai più un’operazione ardita.  Per noi, invece, ha rappresentato una linea strategica per uscire da un tunnel pericoloso, oltre che alimentare la speranza e il senso di responsabilità. Scoprire lembi di bellezza a Scampia è come individuare la bellezza anche tra le rughe di un vecchio (troppo scontata è la bellezza di un volto giovanile!). E’ quello che abbiamo fatto organizzando delle passeggiate con i partecipanti al progetto, tra le strade fermandoci ad ammirare i numerosi alberi che costeggiano le nostre strade. Ci siamo accorti quanto sia vero che “ Scampia è il quartiere più verde  di Napoli”,   abbiamo riscontrata la varietà di alberi presenti sul nostro territorio, abbiamo scoperto i colori di Scampia… qui si riconoscono ancora le stagioni!  Ma la cosa più interessante è che in questi ultimi anni, sono nati altre associazioni (Pollici verdi, Volontari per Napoli, Dream Team, La voce dei luoghi…) e gruppi di cittadini che hanno cominciato a bonificare aiuole pubbliche e le hanno trasformate in piccoli  giardini. Queste esperienze sono state anche realizzate da gruppi scolastici. In uno degli ultimi Carnevale è stato allestito un carro con un grande “girasole”: ogni petalo rappresentava un’aiuola bonificata, un piccolo giardino, un orto avviato…ne abbiamo contate diverse decine. Dimenticavo di segnalare che anche gli orti noi li chiamiamo “orti felici” perché gli ortaggi sono sempre accompagnati da fiori vistosi che rendono lo scenario più bello e variegato.

 

Lilly: Intanto però la crisi economica degli ultimi anni ha sconvolto le nostre vite, e non è ancora finita… pensi che la crisi sia stata un ostacolo a questo processo di costruzione di ecofelicità, o che abbia offerto l’occasione di un cambiamento in meglio?

 

Aldo: Certo accentuando i problemi economici, creando nuove sacche di disoccupazione, gettando tante persone nella povertà, non possiamo pensare che abbia alimentato … “felicità, anche se eco…”. Ma la ricchezza in genere, non è stata da meno. Il consumismo sfrenato, l’abusivismo, la ricerca affannosa del superfluo e del divertimento a ogni costo è stata la causa principale dei mali che oggi soffre l’ambiente. La madre Terra è stata devastata dalla cultura del dominio e dello sfruttamento, perdendo di vista il senso estetico, la bellezza dei particolari che la natura ci offre…

forse, come dice il buon Einstein, ogni crisi può  creare uno scatto, un salto di qualità, se viene affrontata con determinazione e intelligenza. Per ora è solo una speranza. Un buon passo è stata la Conferenza di Parigi… ma ci vorrà del tempo per vedere se i capi di stato hanno compreso la serietà della situazione e sono pronti davvero ad agire, rispettando le clausole dell’accordo. Mi conforta l’uscita dell’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’” che è un forte richiamo ad un cambiamento di visione del mondo e dello stile di vita.

 

Lilly: A me la Laudato si è piaciuta moltissimo, pur guardandola da un punto di vista assolutamente laico. Ci ho trovato quella visione sistemica che forse è proprio il segreto della felicità degli ambientalisti. Visto che hai fatto diverse citazioni, ne faccio una io. È della dottoressa Marcella Danon, fondatrice della Scuola italiana di Ecopsicologia: «Quando ritroviamo la nostra connessione con la terra, recuperiamo la sensibilità a quei legami atavici che fanno di noi un riassunto dell’evoluzione della vita, ci ridestiamo dall’illusione di essere soli… perché la Natura stessa insegna che (come dicono i Lakota Sioux), “mitakuye oyasin”, tutto è correlato». Credo che, pur nelle sue mille sfumature, l’ecofelicità sia tutta qui… a proposito, qual è la tua personale ricetta dell’ecofelicità?

 

Aldo: Come se fosse una ricetta di cucina? Ok, allora:

  • Cambiare stile di vita, dando più importanza alle relazioni e alla cultura. 25%
  • Passare dal “lavoro come produzione” al lavoro come “servizio”.25%
  • Acquisire la “coscienza del limite” e la “coscienza di specie” 20%
  • Impegnarsi nei progetti di solidarietà e volontariato. 15%
  • Vivere il più possibile a contatto con la natura, magari coltivando un orticello. 15%

Per  un anziano come me gli ultimi due parametri avrebbero una maggiore percentuale…

…ho letto da qualche parte che  “la felicità è invecchiare in giardino”!!!

 

Lilly Cacace Rajola:

Educatrice ambientale di esperienza più che ventennale, volontaria ambientalista, scrittrice di narrativa per ragazzi, pedagogista. Laureata in filosofia con una tesi su educazione ambientale e pedagogia del gioco, ha poi continuato la ricerca  teorico-pratica e arrivando a indagare la relazione fra cura dell’ambiente e felicità individuale e sociale. Scrive per alcune testate dell’isola d’Ischia e per il mensile La Nuova Ecologia. Gestisce i blog ambientalisti Gli alberi e noi (http://glialberienoi.blogspot.it ) ed  Ecofelicità (http://ecofelicita.blogspot.it/ ). Ha pubblicato:

2005 – Alberi: Storie di amicizia tra persone e piante, Napoli: Albatros Edizioni Equosolidali (Narrativa per ragazzi in versione didattica)

2005 – (con Mariaelena Lazzaro e Angelo Di Mauro)  Fiabe e racconti del Vesuvio, Napoli: RCE  – Parco Nazionale del Vesuvio (Narrativa per ragazzi a tema ambientale)

1998 – Alberi: Storie d’umani e di piante, Napoli (Narrativa per ragazzi, versione originale autoprodotta)

 

Aldo Bifulco:

Docente di Scienze naturali in pensione, volontario del Circolo Legambiente “La Gru” di Scampia; dell’Assoc. culturale “Gridas”; della Comunità di base del Cassano e della Scuola di Pace.  A Scampia si occupa, soprattutto, della creazione di giardini didattici, di orti e di bonifica di aiuole pubbliche e si adopera per la formazione di reti operative.

Autore del libro IL Giardino del Liceo.Un ponte tra le generazioni, Ed.Qualevita, che racconta l’esperienza didattica più che trentennale nel Liceo Sc.”F.Brunelleschi” di Afragola; coautore di varie pubblicazioni, tra cui Napoli in un orto, ed.Marotta & Cafiero.

Dalla parte delle vittime della “cultura dello scarto”. Il dramma dei migranti al centro della terza giornata dell’Incontro dei movimenti popolari

Dalla parte delle vittime della “cultura dello scarto”.

Il dramma dei migranti al centro della terza giornata dell’Incontro dei movimenti popolari

Claudia Fanti – Adista

Con il pensiero rivolto all’impressionante numero di vite spezzate nel tentativo di assicurare per sé e per i propri cari un futuro migliore – alle innumerevoli volte in cui, dalle coste del Mediterraneo al deserto dell’Arizona, è rimasto senza risposta il grido rivolto a Caino «Che hai fatto di tuo fratello?» – si è aperta, nel terzo giorno di lavori dell’Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, la plenaria sull’ultimo dei tre grandi temi al centro della riflessione dei delegati e delle delegate: quello dei rifugiati e degli sfollati.

Un dramma che, come ha evidenziato il messicano Carlos Marentes, del Progetto dei Lavoratori Agricoli di Frontiera, non è altro che il frutto più tragico del sistema di morte capitalista in tutti i suoi molteplici aspetti: quelli dei conflitti armati, della criminalità organizzata, delle catastrofi climatiche, dell’ingiustizia economica, delle discriminazioni sociali. E per quanto i numeri siano spaventosi – 100mila gli sfollati in appena 8 giorni, tra ottobre e novembre, in seguito ai bombardamenti in Siria; 200mila i messicani costretti a fuggire in conseguenza della guerra al narcotraffico voluta dagli Usa; 100mila i rifugiati climatici appena negli Stati Uniti, solo per fare alcuni esempi – le cifre non potranno mai, da sole, rendere l’esatta portata di questa tragedia. Una tragedia espressa dalle innumerevoli storie di speranze tradite e di dolore, le storie di «milioni di persone espulse dalle loro case e dalle loro terre che cercano – molte volte morendo in questo tentativo – di entrare in Paesi che non le vogliono». Che sono poi – ha sottolineato Marentes – gli stessi Paesi responsabili del fenomeno della migrazione forzata: «È attraverso la lente del colonialismo che bisogna leggere il fenomeno migratorio», risultato degli interminabili abusi commessi dai conquistatori e dai loro eredi, contro cui i popoli resistono e lottano da 524 anni. Una lotta di cui un simbolo straordinario è quello della battaglia del popolo sioux in Nord Dakota contro l’oleodotto che dovrebbe attraversare la sua riserva, su cui «la Chiesa statunitense sta mantenendo uno sconcertante silenzio». E se l’enorme debito sociale generato dal brutale saccheggio dei colonialisti di ieri e di oggi non è mai stato risarcito, è come una forma di riscossione di tale debito che, secondo Marentes, va interpretato il fenomeno migratorio, a cui dunque bisogna guardare come a «una forma di resistenza contro il destino a cui il capitale ha condannato le persone migranti, una lotta per non scomparire in un sistema in cui è negato loro un posto».

È tutto questo che hanno espresso le storie al centro della sessione dedicata a un fenomeno, quello appunto dei rifugiati e degli sfollati, che può essere compreso appieno solo da chi lo ha vissuto sulla propria pelle, come ha sottolineato monsignor Silvano Tomasi, del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, che proprio per questo ha voluto attraversare il confine tra Tijuana e San Diego con alcuni migranti senza documenti, sfidando insieme a loro la polizia di frontiera.

La storia, per esempio, di quei contadini del Sud del Messico che, mandati in rovina dalle pratiche delle multinazionali e dai Trattati di libero commercio, salgono al Nord per vendere le proprie braccia alla filiera agroalimentare statunitense, finendo per subire abusi di ogni tipo dai loro datori di lavoro, dallo Stato e dalla polizia di frontiera. E tutto – ha affermato ancora Marentes – nell’indifferenza di una società che non si chiede cosa ci sia dietro gli alimenti che consuma, come se il cibo non fosse «l’elemento più sacro della vita»: poiché infatti «è attraverso gli alimenti e la produzione di alimenti che passa la nostra vera relazione con la natura, nel momento in cui produciamo cibo dobbiamo prenderci cura del pianeta, dell’integrità della natura, del benessere di nostra sorella Madre Terra».

O, ancora, la storia di Ndao Moustapha, venditore di strada a Barcellona, giunto in Europa per migliorare le proprie condizioni di vita e scontratosi con l’incubo quotidiano della vita di un migrante in Europa: «Fuggiamo da un’Africa – ha affermato nel suo intervento – in cui le cose non fanno che cambiare in peggio, in cui la povertà non fa che acuirsi, in cui governi totalmente corrotti voltano le spalle ai loro popoli, per ritrovarci qui in Europa» ad affrontare governi ostili, polizie violente – «Ti spezzano un braccio, ti rompono una gamba? Non succede niente» -, apparati di giustizia razzisti, leggi disumane che arrivano a negare a chi non ha documenti persino l’assistenza sanitaria («A un mio amico senza documenti, morto di tubercolosi a Palma di Maiorca, un medico ha detto che non poteva neppure visitarlo»). «La vita è dura in Africa. La vita è dura qui. Alla popolazione africana – ha concluso Moustapha – voglio mandare un messaggo: non venite in Europa!».

Le migrazioni forzate in Medio Oriente

Se una sessione dedicata al dramma dei rifugiati e degli sfollati non poteva non affrontare il caso dei popoli curdo e palestinese, ha lasciato sicuramente il segno l’intervento di Nursel Kilic, del Movimento delle Donne Curde, che, a poche ore dall’arresto in piena notte di undici parlamentari curdi del Partito democratico dei popoli (Hdp), tra cui i due principali leader, Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag, accompagnato per di più dall’oscuramento dei social network, ha denunciato quello che, dopo il mancato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio scorso, si configura sempre più apertamente come un golpe civile da parte del governo di Erdogan, il quale può disporre oltretutto di una potente arma di ricatto nei confronti dei governi occidentali: «quella di milioni di rifugiati siriani che egli minaccia di spedire in Europa, oltretutto utilizzando parti consistenti dei fondi europei per portare avanti il genocidio del popolo curdo». Alla persecuzione, agli arresti arbitrari, agli assassinii, alle brutali violenze, il popolo curdo, con le donne in prima fila, risponde però, ha spiegato Kilic, con «una proposta rivoluzionaria», guardando non a uno Stato-nazione che ricomprenda i territori attualmente divisi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria – avendo quest’ultimo, in quanto ossatura portante del capitalismo moderno, un carattere strutturalmente violento – ma a «una democrazia senza Stato» espressa nella forma del confederalismo democratico, in vista della costruzione di una società libera dall’autoritarismo, dal patriarcalismo, dal militarismo, dal centralismo: un sistema partecipativo che non solo riconosce e applica concretamente la parità di genere, ma abbraccia anche tutte le confessioni religiose e le etnie.

Dal dramma curdo a quello palestinese, Sahar Francis, dell’Unione dei Lavoratori Agricoli della Palestina, ha ripercorso la vicenda del suo popolo a partire dalla fondazione dello Stato di Israele e dalla guerra del 1948, con la conseguente distruzione di oltre 400 villaggi palestinesi e l’espulsione di oltre 700mila persone, costrette a cercare rifugio in Giordania e in Libano. Da allora, ha spiegato, «la popolazione palestinese è stata oggetto del maggior numero di risoluzioni delle Nazioni Unite – compresa quella che, nel 1994, garantiva il ritorno delle persone espulse nei loro territori – tutte rimaste completamente sulla carta: il 97% della terra palestinese è ancora saldamente nelle mani degli israeliani», i quali, dal muro dell’apartheid che attraversa la Cisgiordania agli insediamenti ebraici nei Territori Occupati fino al blocco della Striscia di Gaza, si sono resi responsabili di ogni possibile abuso nei confronti della popolazione palestinese.

Dipendenti dalla solidarietà

Preceduto dalla discussione dei delegati e delle delegate sulle proposte di azione che confluiranno nel documento finale che sarà consegnato a papa Francesco nel pomeriggio di sabato 5 novembre, è stato l’intervento di José “Pepe” Mujica – ex presidente dell’Uruguay e ancor prima dirigente del movimento guerrigliero Tupamaro, catturato dal regime e lasciato in prigione, in totale isolamento e in condizioni disumane, per oltre dodici anni (un paio dei quali passati in fondo a un pozzo, praticamente sepolto vivo) – a concludere la terza giornata di lavoro dell’incontro. Celebrato a livello mondiale per la sua onestà e la sua austerità personale, come pure per i successi del suo governo – aumento dei salari e delle pensioni, riduzione del tasso di disoccupazione, diminuzione dell’indice di povertà, più una serie di leggi all’avanguardia in materia di diversità sessuale (matrimonio omosessuale), riproduzione (legalizzazione dell’aborto) e droghe (legalizzazione della marijuana) -, ma anche oggetto delle critiche di una parte della sinistra, che gli ha rimproverato l’azzeramento del conflitto sociale mediante un discorso di conciliazione tra le classi, la rinuncia a realizzare riforme strutturali (ma garantendo programmi assistenziali a favore delle fasce più deboli e adottando provvedimenti nel campo dei diritti sociali e lavorativi) e il sostegno al modello estrattivista, attraverso l’espansione dell’industria forestale, della monocoltura della soia (maggioritariamente transgenica) e dell’attività mineraria, Mujica ha centrato il suo intervento sul valore dell’uguaglianza, affermato dalla Rivoluzione Francese ma presto messo da parte e dimenticato, come indica fin troppo chiaramente la realtà un mondo dominato da un processo mai così accentuato e rapido di concentrazione della ricchezza in poche mani. Un processo che, ha spiegato l’ex presidente, «finisce per diventare concentrazione di potere politico, in una sorta di circolo vizioso segnato da connessioni diaboliche», con conseguente perdita di credibilità della democrazia rappresentativa, espressione sempre più chiara di «una politica che ha smesso di essere passione per trasformarsi in un mestiere». E che, in questo modo, è venuta meno al compito di gestire i conflitti sociali, «imprescindibili come le rughe e i capelli bianchi», inchinandosi al capitale e al suo imperativo di «comprare, comprare e ancora comprare». È in questo quadro che si pone, secondo Mujica, la sfida di chi ha scelto la via della lotta, quella di «mettere la propria esistenza al servizio dell’esistenza degli altri», opponendo alla «dipendenza» dall’accumulo di ricchezze, quella dalla solidarietà nei confronti del prossimo e delle generazioni che verranno, la dipendenza da quell’utopia dell’uguaglianza che «deve guidarci nel divenire storico del genere umano, che sale di un gradino, ne scende due, e poi ancora risale, senza mai ottenere un trionfo definitivo», ma senza neppure lasciarsi mai paralizzare dai fallimenti: «Credo – ha concluso – nella capacità della specie umana di imparare dal dolore, di trarre più lezioni dagli errori che dai successi e di ottenere alla fine risultati importanti».

La vita come imperativo cosmico

La vita come imperativo cosmico
Leonardo Boff*

Attraverso i secoli gli scienziati hanno cercato di spiegare l’universo mediante leggi fisiche espresse in equazioni matematiche. L’universo era rappresentato come una macchina immensa che funziona sempre in modo stabile. La vita e la coscienza non avevano posto in questo paradigma. Erano tema delle religioni.

Ma tutto è cambiato quando dagli anni ’20 del secolo scorso, l’astronomo Hubble ha dimostrato che lo stato naturale dell’universo non è la stabilità, ma il cambiamento. L’universo ha cominciato ad espandersi dalla esplosione di un punto estremamente piccolo ma immensamente caldo e pieno di energia: il big bang. Da lì si formarono i quark e i leptoni, le particelle elementari che, una volta combinate, hanno dato origine ai protoni e ai neutroni, alla base degli atomi. E da loro, tutte le cose.

Espansione, auto-organizzazione, complessità e emergere di ordini sempre più sofisticati sono le caratteristiche dell’universo. E la vita?

Non sappiamo come appare la vita. Quello che possiamo dire è che la Terra e l’intero universo hanno lavorato miliardi e miliardi di anni per creare le condizioni per la nascita di questa bella creatura che è la vita. È fragile, perché può facilmente diventare malata e morire. Ma è anche forte, perché fino ad oggi nulla, né i vulcani, né i terremoti, né le meteore o le decimazioni di massa di epoche passate, sono stati in grado di estinguerla completamente.

Perché la vita potesse emergere era necessario che l’universo fosse stato dotato di tre qualità: ordine, proveniente del caos, complessità, originata da esseri semplici e informazioni, per le connessioni di tutti con tutti. Ma mancava ancora un dato: la creazione di mattoni con cui costruire la casa della vita. Questi mattoni sono stati forgiati nel cuore delle grande stelle rosse che ardevano da diversi miliardi di anni. Sono gli acidi e gli altri elementi chimici che permettono tutte le combinazioni e tutte le trasformazioni. Quindi non c’è vita senza la presenza di carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, ferro, fosforo ed i 92 elementi della scala periodica di Mendeleev.  

Quando questi vari elementi si uniscono, formano quello che noi chiamiamo la molecola, la parte più piccola della materia vivente. L’unione con altre molecole crea gli organismi e gli organi che compongono gli essere viventi, dai batteri agli esseri umani.

È stato merito di Ilya Prigorine, premio Nobel per la Chimica del 1977, avere dimostrato che la vita risulta dalle dinamiche di auto-organizzazione intrinseche del proprio universo. Ha inoltre rivelato che c’è una fabbrica che produce continuamente la vita. Il motore centrale di questa fabbrica della vita è formato da un insieme di 20 aminoacidi e 4 basi azotate.

Gli aminoacidi sono un agglomerato di acidi combinati che permettono alla vita di nascere. Essi sono costituiti da quattro basi di azoto che agiscono come una sorta di quattro tipi di cemento che uniscono i mattoni formando case le più diverse. E’ la biodiversità.

Quindi abbiamo lo stesso codice genetico di base che istituisce l’unità sacra della vita, dai micro-organismi agli esseri umani. Siamo tutti, infatti, cugini e cugine, fratelli e sorelle, come dice il Papa nella sua enciclica sulla ecologia integrale (n.92), perché veniamo formati dagli stessi 20 aminoacidi e quattro basi azotate (adenina, timina, guanina e citosina).

Ma c’era bisogno di una culla che accogliesse la vita: l’atmosfera e la biosfera con tutti gli elementi essenziali per la vita: carbonio, ossigeno, metano, acido solforico, azoto e altro.

Date queste premesse, ecco che 3,8 miliardi di anni fa, è successo qualcosa di portentoso. Forse dal mare o da una palude primitiva in cui gorgogliavano tutti gli elementi come una specie di zuppa, improvvisamente, sotto l’azione di un grande fulmine dal cielo, irruppe la vita.

Misteriosamente lei è lì da 3,8 miliardi di anni: su questo piccolo pianeta Terra, in un sistema solare di quinta grandezza, in un angolo della nostra galassia, a 29.000 anni luce dal centro di essa, è capitato il fatto più singolare della evoluzione: l’irruzione della vita. Lei è la madre originale di tutti i viventi, la vera Eva. Da lei discendono tutti gli altri esseri viventi, anche noi umani, un sub-capitolo del capitolo della vita: la nostra vita cosciente.

Infine, oserei dire con il biologo, anche premio Nobel, Christian de Duve e con il cosmologo Brian Swimme, che l’universo sarebbe incompleto senza la vita. Ogni volta che si raggiunge un certo livello di complessità, la vita emerge come un imperativo cosmico, in qualsiasi parte dell’universo.

Dobbiamo superare l’idea comune che l’universo è solo una cosa fisica e morta con un pizzico di vita per completare il quadro. Si tratta di una conoscenza scarsa e falsa. L’universo sembra essere pieno di vita e per questo esiste, come la accogliente culla della vita, in particolare la nostra.

*Leonardo Boff ha scritto insieme a M. Hathaway Il Tao della Liberazione, premiato nel 2010 negli Stati Uniti con la medaglia d’oro della nuova scienza e della cosmologia.

Traduzione di S. Toppi e M. Gavito

 

Discorso di Papa Francesco ai partecipanti al3° Incontro mondiale dei movime DEI MOVIMENTI POPOLARI

 

DISCORSO DI PAPA FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL 3° INCONTRO MONDIALE DEI MOVIMENTI POPOLARI

Aula Paolo VI
Sabato, 5 novembre 2016

 

Fratelli e sorelle buon pomeriggio!

In questo nostro terzo incontro esprimiamo la stessa sete, la sete di giustizia, lo stesso grido: terra, casa e lavoro per tutti.

Ringrazio i delegati che sono venuti dalle periferie urbane, rurali e industriali dei cinque continenti, più di 60 Paesi, che sono venuti per discutere ancora una volta su come difendere questi diritti che radunano. Grazie ai Vescovi che sono venuti ad accompagnarvi. Grazie alle migliaia di italiani ed europei che si sono uniti oggi al termine di questo incontro. Grazie agli osservatori e ai giovani impegnati nella vita pubblica che sono venuti con umiltà ad ascoltare ed imparare.

Quanta speranza ho nei giovani!

Ringrazio anche Lei, cardinale Turkson, per il lavoro che avete fatto nel Dicastero; e vorrei anche ricordare il contributo dell’ex Presidente uruguaiano José Mujica che è presente.

Nel nostro ultimo incontro, in Bolivia, con maggioranza di latinoamericani, abbiamo parlato della necessità di un cambiamento perché la vita sia degna, un cambiamento di strutture; inoltre di come voi, i movimenti popolari, siete seminatori di cambiamento, promotori di un processo in cui convergono milioni di piccole e grandi azioni concatenate in modo creativo, come in una poesia; per questo ho voluto chiamarvi “poeti sociali”; e abbiamo anche elencato alcuni compiti imprescindibili per camminare verso un’alternativa umana di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza:

  1. mettere l’economia al servizio dei popoli;
  2. costruire la pace e la giustizia;
  3. difendere la Madre Terra.

Quel giorno, con la voce di una “cartonera” e di un contadino, vennero letti, alla conclusione, i dieci punti di Santa Cruz de la Sierra, dove la parola cambiamento era carica di gran contenuto, era legata alle cose fondamentali che voi rivendicate:

  • lavoro dignitoso per quanti sono esclusi dal mercato del lavoro;
  • terra per i contadini e le popolazioni indigene;
  • abitazioni per le famiglie senza tetto;
  • integrazione urbana per i quartieri popolari;
  • eliminazione della discriminazione, della violenza contro le donne e delle nuove forme di schiavitù;
  • la fine di tutte le guerre, del crimine organizzato e della repressione;
  • libertà di espressione e di comunicazione democratica; scienza e tecnologia al servizio dei popoli.

Abbiamo ascoltato anche come vi siete impegnati ad abbracciare un progetto di vita che respinga il consumismo e recuperi la solidarietà, l’amore tra di noi e il rispetto per la natura come valori essenziali. È la felicità di “vivere bene” ciò che voi reclamate, la “vita buona”, e non quell’ideale egoista che ingannevolmente inverte le parole e propone la “bella vita”.

Noi che oggi siamo qui, di origini, credenze e idee diverse, potremmo non essere d’accordo su tutto, sicuramente la pensiamo diversamente su molte cose, ma certamente siamo d’accordo su questi punti.

Ho saputo anche di incontri e laboratori tenuti in diversi Paesi, dove si sono moltiplicati i dibattiti alla luce della realtà di ogni comunità.

Questo è molto importante perché le soluzioni reali alle problematiche attuali non verranno fuori da una, tre o mille conferenze: devono essere frutto di un discernimento collettivo che maturi nei territori insieme con i fratelli, un discernimento che diventa azione trasformatrice “secondo i luoghi, i tempi e le persone”, come diceva sant’Ignazio.

Altrimenti, corriamo il rischio delle astrazioni, di «certi nominalismi dichiarazionisti (slogans) che sono belle frasi ma che non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità» (Lettera al Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016). Sono slogan!

Il colonialismo ideologico globalizzante cerca di imporre ricette sovraculturali che non rispettano l’identità dei popoli. Voi andate su un’altra strada che è, allo stesso tempo, locale e universale. Una strada che mi ricorda come Gesù chiese di organizzare la folla in gruppi di cinquanta per distribuire il pane (cfr. Omelia nella Solennità del Corpus Domini, Buenos Aires, 12 giugno 2004).

Poco fa abbiamo potuto vedere il video che avete presentato come conclusione di questo terzo incontro. Abbiamo visto i vostri volti nelle discussioni su come affrontare “la disuguaglianza che genera violenza”. Tante proposte, tanta creatività, tanta speranza nella vostra voce che forse avrebbe più motivi per lamentarsi, rimanere bloccata nei conflitti, cadere nella tentazione del negativo.

Eppure guardate avanti, pensate, discutete, proponete e agite. Mi congratulo con voi, vi accompagno e vi chiedo di continuare ad aprire strade e a lottare. Questo mi dà forza, questo ci dà forza. Credo che questo nostro dialogo, che si aggiunge agli sforzi di tanti milioni di persone che lavorano quotidianamente per la giustizia in tutto il mondo, sta mettendo radici.

Vorrei toccare alcuni temi più specifici, che sono quelli che ho ricevuto da voi e che mi hanno fatto riflettere e che ora vi riporto, in questo momento.

  1. Il terrore e i muri

Tuttavia, questa germinazione, che è lenta – quella alla quale mi riferivo -, che ha i suoi tempi come tutte le gestazioni, è minacciata dalla velocità di un meccanismo distruttivo che opera in senso contrario. Ci sono forze potenti che possono neutralizzare questo processo di maturazione di un cambiamento che sia in grado di spostare il primato del denaro e mettere nuovamente al centro l’essere umano, l’uomo e la donna.

Quel “filo invisibile” di cui abbiamo parlato in Bolivia, quella struttura ingiusta che collega tutte le esclusioni che voi soffrite, può consolidarsi e trasformarsi in una frusta, una frusta esistenziale che, come nell’Egitto dell’Antico Testamento, rende schiavi, ruba la libertà, colpisce senza misericordia alcuni e minaccia costantemente altri, per abbattere tutti come bestiame fin dove vuole il denaro divinizzato.

Chi governa allora? Il denaro.

Come governa?

Con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare che genera sempre più violenza in una spirale discendente che sembra non finire mai.

Quanto dolore e quanta paura!

C’è – l’ho detto di recente – c’è un terrorismo di base che deriva dal controllo globale del denaro sulla terra e minaccia l’intera umanità. Di questo terrorismo di base si alimentano i terrorismi derivati come il narco-terrorismo, il terrorismo di stato e quello che alcuni erroneamente chiamano terrorismo etnico o religioso.

Ma nessun popolo, nessuna religione è terrorista! È vero, ci sono piccoli gruppi fondamentalisti da ogni parte. Ma il terrorismo inizia quando «hai cacciato via la meraviglia del creato, l’uomo e la donna, e hai messo lì il denaro» (Conferenza stampa nel volo di ritorno del Viaggio Apostolico in Polonia, 31 luglio 2016). Tale sistema è terroristico.

Quasi cent’anni fa, Pio XI prevedeva l’affermarsi di una dittatura economica globale che chiamò «imperialismo internazionale del denaro» (Lett. enc. Quadragesimo anno, 15 maggio 1931, 109). Sto parlando dell’anno 1931!

L’aula in cui ora ci troviamo si chiama “Paolo VI”, e fu Paolo VI che denunciò quasi cinquant’anni fa, la «nuova forma abusiva di dominio economico sul piano sociale, culturale e anche politico» (Lett. ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 44). Anno 1971.

Sono parole dure ma giuste dei miei predecessori che scrutarono il futuro.

La Chiesa e i profeti dicono, da millenni, quello che tanto scandalizza che lo ripeta il Papa in questo tempo in cui tutto ciò raggiunge espressioni inedite. Tutta la dottrina sociale della Chiesa e il magistero dei miei predecessori si ribella contro l’idolo denaro che regna invece di servire, tiranneggia e terrorizza l’umanità.

Nessuna tirannia si sostiene senza sfruttare le nostre paure. Questo è una chiave! Da qui il fatto che ogni tirannia sia terroristica. E quando questo terrore, che è stato seminato nelle periferie con massacri, saccheggi, oppressione e ingiustizia, esplode nei centri con diverse forme di violenza, persino con attentati odiosi e vili, i cittadini che ancora conservano alcuni diritti sono tentati dalla falsa sicurezza dei muri fisici o sociali.

Muri che rinchiudono alcuni ed esiliano altri. Cittadini murati, terrorizzati, da un lato; esclusi, esiliati, ancora più terrorizzati, dall’altro. È questa la vita che Dio nostro Padre vuole per i suoi figli?

La paura viene alimentata, manipolata… Perché la paura, oltre ad essere un buon affare per i mercanti di armi e di morte, ci indebolisce, ci destabilizza, distrugge le nostre difese psicologiche e spirituali, ci anestetizza di fronte alla sofferenza degli altri e alla fine ci rende crudeli.

Quando sentiamo che si festeggia la morte di un giovane che forse ha sbagliato strada, quando vediamo che si preferisce la guerra alla pace, quando vediamo che si diffonde la xenofobia, quando constatiamo che guadagnano terreno le proposte intolleranti; dietro questa crudeltà che sembra massificarsi c’è il freddo soffio della paura.

Vi chiedo di pregare per tutti coloro che hanno paura, preghiamo che Dio dia loro coraggio e che in questo anno della misericordia possa ammorbidire i nostri cuori. La misericordia non è facile, non è facile… richiede coraggio.

Per questo Gesù ci dice: «Non abbiate paura» (Mt 14,27), perché la misericordia è il miglior antidoto contro la paura. E’ molto meglio degli antidepressivi e degli ansiolitici. Molto più efficace dei muri, delle inferriate, degli allarmi e delle armi. Ed è gratis: è un dono di Dio.

Cari fratelli e sorelle, tutti i muri cadono. Tutti. Non lasciamoci ingannare. Come avete detto voi: «Continuiamo a lavorare per costruire ponti tra i popoli, ponti che ci permettano di abbattere i muri dell’esclusione e dello sfruttamento» (Documento Conclusivo del II Incontro mondiale dei movimenti popolari, 11 luglio 2015, Santa Cruz de la Sierra, Bolivia). Affrontiamo il terrore con l’amore.

Il secondo punto che voglio toccare è: l’Amore e i ponti.

Un giorno come questo, un sabato, Gesù fece due cose che, ci dice il Vangelo, affrettarono il complotto per ucciderlo. Passava con i suoi discepoli per un campo da semina. I discepoli avevano fame e mangiarono le spighe. Niente si dice del “padrone” di quel campo… soggiacente è la destinazione universale dei beni.

Quello che è certo è che, di fronte alla fame, Gesù ha dato priorità alla dignità dei figli di Dio su un’interpretazione formalistica, accomodante e interessata dalla norma. Quando i dottori della legge lamentarono con indignazione ipocrita, Gesù ricordò loro che Dio vuole amore e non sacrifici, e spiegò che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (cfr Mc 2,27). Affrontò il pensiero ipocrita e presuntuoso con l’intelligenza umile del cuore (cfr Omelia, I Congreso de Evangelización de la Cultura, Buenos Aires, 3 novembre 2006), che dà sempre la priorità all’uomo e non accetta che determinate logiche impediscano la sua libertà di vivere, amare e servire il prossimo.

E dopo, in quello stesso giorno, Gesù fece qualcosa di “peggio”, qualcosa che irritò ancora di più gli ipocriti e i superbi che lo stavano osservando perché cercavano una scusa per catturarlo. Guarì la mano atrofizzata di un uomo.

La mano, questo segno tanto forte dell’operare, del lavoro. Gesù restituì a quell’uomo la capacità di lavorare e con questo gli restituì la dignità. Quante mani atrofizzate, quante persone private della dignità del lavoro! Perché gli ipocriti, per difendere sistemi ingiusti, si oppongono a che siano guariti.

A volte penso che quando voi, i poveri organizzati, vi inventate il vostro lavoro, creando una cooperativa, recuperando una fabbrica fallita, riciclando gli scarti della società dei consumi, affrontando l’inclemenza del tempo per vendere in una piazza, rivendicando un pezzetto di terra da coltivare per nutrire chi ha fame, quando fate questo state imitando Gesù, perché cercate di risanare, anche se solo un pochino, anche se precariamente, questa atrofia del sistema socio-economico imperante che è la disoccupazione.

Non mi stupisce che anche voi a volte siate sorvegliati o perseguitati, né mi stupisce che ai superbi non interessi quello che voi dite.

Gesù che quel sabato rischiò la vita, perché, dopo che guarì quella mano, farisei ed erodiani (cfr Mc 3,6), due partiti opposti tra loro, che temevano il popolo e anche l’impero, fecero i loro calcoli e complottarono per ucciderlo.

So che molti di voi rischiano la vita. So – e lo voglio ricordare, e la voglio ricordare – che alcuni non sono qui oggi perché si sono giocati la vita… Per questo non c’è amore più grande che dare la vita. Questo ci insegna Gesù.

Le 3-T, il vostro grido che faccio mio, ha qualcosa di quella intelligenza umile ma al tempo stesso forte e risanatrice. Un progetto-ponte dei popoli di fronte al progetto-muro del denaro. Un progetto che mira allo sviluppo umano integrale.

Alcuni sanno che il nostro amico il cardinale Turkson presiede adesso il Dicastero che porta questo nome: Sviluppo Umano Integrale. Il contrario dello sviluppo, si potrebbe dire, è l’atrofia, la paralisi. Dobbiamo aiutare a guarire il mondo dalla sua atrofia morale.

Questo sistema atrofizzato è in grado di fornire alcune “protesi” cosmetiche che non sono vero sviluppo: crescita economica, progressi tecnologici, maggiore “efficienza” per produrre cose che si comprano, si usano e si buttano inglobandoci tutti in una vertiginosa dinamica dello scarto…

Ma questo mondo non consente lo sviluppo dell’essere umano nella sua integralità, lo sviluppo che non si riduce al consumo, che non si riduce al benessere di pochi, che include tutti i popoli e le persone nella pienezza della loro dignità, godendo fraternamente la meraviglia del creato.

Questo è lo sviluppo di cui abbiamo bisogno: umano, integrale, rispettoso del creato, di questa casa comune.

Un altro punto è: Bancarotta e salvataggio.

Cari fratelli, voglio condividere con voi alcune riflessioni su altri due temi che, insieme alle “3-T” e all’ecologia integrale, sono stati al centro dei vostri dibattiti degli ultimi giorni e sono centrali in questo periodo storico.

So che avete dedicato una giornata al dramma dei migranti, dei rifugiati e degli sfollati. Cosa fare di fronte a questa tragedia? Nel Dicastero di cui è responsabile il cardinale Turkson c’è una sezione che si occupa di queste situazioni.

Ho deciso che, almeno per un certo tempo, quella sezione dipenda direttamente dal pontefice, perché questa è una situazione obbrobriosa, che posso solo descrivere con una parola che mi venne fuori spontaneamente a Lampedusa: vergogna!

, come anche a Lesbo, ho potuto ascoltare da vicino la sofferenza di tante famiglie espulse dalla loro terra per motivi economici o violenze di ogni genere, folle esiliate – l’ho detto di fronte alle autorità di tutto il mondo – a causa di un sistema socio-economico ingiusto e delle guerre che non hanno cercato, che non hanno creato coloro che oggi soffrono il doloroso sradicamento dalla loro patria, ma piuttosto molti di coloro che si rifiutano di riceverli.

Faccio mie le parole di mio fratello l’Arcivescovo Hieronymos di Grecia: «Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi è in grado di riconoscere immediatamente, nella sua interezza, la “bancarotta” dell’umanità» (Discorso nel Campo profughi di Moria, Lesbos, 16 aprile 2016).

Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell’umanità non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero, e non solo il Mediterraneo… molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati di sangue innocente.

Nei giorni di questo incontro – lo dite nel video – quanti sono i morti nel Mediterraneo?

La paura indurisce il cuore e si trasforma in crudeltà cieca che si rifiuta di vedere il sangue, il dolore, il volto dell’altro.

Lo ha detto il mio fratello il Patriarca Bartolomeo: «Chi ha paura di voi non vi ha guardato negli occhi. Chi ha paura di voi non ha visto i vostri volti. Chi ha paura non vede i vostri figli. Dimentica che la dignità e la libertà trascendono la paura e trascendono la divisione. Dimentica che la migrazione non è un problema del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, dell’Europa e della Grecia. È un problema del mondo» (Discorso nel Campo profughi di Moria, Lesbos, 16 aprile 2016).

E’, veramente, un problema del mondo. Nessuno dovrebbe vedersi costretto a fuggire dalla propria patria. Ma il male è doppio quando, davanti a quelle terribili circostanze, il migrante si vede gettato nelle grinfie dei trafficanti di persone per attraversare le frontiere, ed è triplo se arrivando nella terra in cui si pensava di trovare un futuro migliore, si viene disprezzati, sfruttati, addirittura schiavizzati. Questo si può vedere in qualunque angolo di centinaia di città. O semplicemente non si lasciano entrare.

Chiedo a voi di fare tutto il possibile; di non dimenticare mai che anche Gesù, Maria e Giuseppe sperimentarono la condizione drammatica dei rifugiati. Vi chiedo di esercitare quella solidarietà così speciale che esiste tra coloro che hanno sofferto.

Voi sapete recuperare fabbriche dai fallimenti, riciclare ciò che altri gettano, creare posti di lavoro, coltivare la terra, costruire abitazioni, integrare quartieri segregati e reclamare senza sosta come la vedova del Vangelo che chiede giustizia insistentemente (cfr Lc 18,1-8).

Forse con il vostro esempio e la vostra insistenza, alcuni Stati e Organizzazioni internazionali apriranno gli occhi e adotteranno le misure adeguate per accogliere e integrare pienamente tutti coloro che, per un motivo o per un altro, cercano rifugio lontano da casa. E anche per affrontare le cause profonde per cui migliaia di uomini, donne e bambini vengono espulsi ogni giorno dalla loro terra natale.

Dare l’esempio e reclamare è un modo di fare politica, e questo mi porta al secondo tema che avete dibattuto nel vostro incontro: il rapporto tra popolo e democrazia. Un rapporto che dovrebbe essere naturale e fluido, ma che corre il pericolo di offuscarsi fino a diventare irriconoscibile.

Il divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia si allarga sempre più come conseguenza dell’enorme potere dei gruppi economici e mediatici che sembrano dominarle. I movimenti popolari, lo so, non sono partiti politici e lasciate che vi dica che, in gran parte, qui sta la vostra ricchezza, perché esprimete una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica.

Ma non abbiate paura di entrare nelle grandi discussioni, nella Politica con la maiuscola, e cito di nuovo Paolo VI: «La politica è una maniera esigente – ma non è la sola – di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri» (Lett. ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 46). O questa frase che ripeto tante volte, e sempre mi confondo, non so se è di Paolo VI o di Pio XII: “La politica è una delle forme più alte della carità, dell’amore”.

Vorrei sottolineare due rischi che ruotano attorno al rapporto tra i movimenti popolari e politica:

  • il rischio di lasciarsi incasellare
  • e il rischio di lasciarsi corrompere.

Primo, non lasciarsi imbrigliare, perché alcuni dicono: la cooperativa, la mensa, l’orto agroecologico, le microimprese, il progetto dei piani assistenziali… fin qui tutto bene. Finché vi mantenete nella casella delle “politiche sociali”, finché non mettete in discussione la politica economica o la politica con la maiuscola, vi si tollera.

Quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei i poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli, mi sembra a volte una specie di carro mascherato per contenere gli scarti del sistema.

Quando voi, dal vostro attaccamento al territorio, dalla vostra realtà quotidiana, dal quartiere, dal locale, dalla organizzazione del lavoro comunitario, dai rapporti da persona a persona, osate mettere in discussione le “macrorelazioni”, quando strillate, quando gridate, quando pretendete di indicare al potere una impostazione più integrale, allora non ci si tollera, non ci si tollera più tanto perché state uscendo dalla casella, vi state mettendo sul terreno delle grandi decisioni che alcuni pretendono di monopolizzare in piccole caste.

Così la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino.

Voi, organizzazioni degli esclusi e tante organizzazioni di altri settori della società, siete chiamati a rivitalizzare, a rifondare le democrazie che stanno attraversando una vera crisi. Non cadete nella tentazione della casella che vi riduce ad attori secondari o, peggio, a meri amministratori della miseria esistente. In questi tempi di paralisi, disorientamento e proposte distruttive, la partecipazione da protagonisti dei popoli che cercano il bene comune può vincere, con l’aiuto di Dio, i falsi profeti che sfruttano la paura e la disperazione, che vendono formule magiche di odio e crudeltà o di un benessere egoistico e una sicurezza illusoria.

Sappiamo che «finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema.

L’inequità è la radice dei mali sociali» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 202). Per questo, l’ho detto e lo ripeto, «il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. E’ soprattutto nelle mani dei popoli; nella loro capacità di organizzarsi ed anche nelle loro mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento» (Discorso al II incontro mondiale dei movimenti popolari, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015).

Anche la Chiesa può e deve, senza pretendere di avere il monopolio della verità, pronunciarsi e agire specialmente davanti a «situazioni in cui si toccano le piaghe e le sofferenze drammatiche, e nelle quali sono coinvolti i valori, l’etica, le scienze sociali e la fede» (Intervento al vertice di giudici e magistrati contro il traffico di persone e il crimine organizzato, Vaticano, 3 giugno 2016). Questo è il primo rischio: il rischio di lasciarsi incasellare e l’invito a mettersi nella grande politica.

Il secondo rischio, vi dicevo, è lasciarsi corrompere. Come la politica non è una questione dei “politici”, la corruzione non è un vizio esclusivo della politica. C’è corruzione nella politica, c’è corruzione nelle imprese, c’è corruzione nei mezzi di comunicazione, c’è corruzione nelle chiese e c’è corruzione anche nelle organizzazioni sociali e nei movimenti popolari.

E’ giusto dire che c’è una corruzione radicata in alcuni ambiti della vita economica, in particolare nell’attività finanziaria, e che fa meno notizia della corruzione direttamente legata all’ambito politico e sociale. E’ giusto dire che tante volte si utilizzano i casi corruzione con cattive intenzioni.

Ma è anche giusto chiarire che quanti hanno scelto una vita di servizio hanno un obbligo ulteriore che si aggiunge all’onestà con cui qualunque persona deve agire nella vita. La misura è molto alta: bisogna vivere la vocazione di servire con un forte senso di austerità e di umiltà. Questo vale per i politici ma vale anche per i dirigenti sociali e per noi pastori.

Ho detto “austerità” e vorrei chiarire a cosa mi riferisco con la parola austerità, perché può essere una parola equivoca. Intendo austerità morale, austerità nel modo di vivere, austerità nel modo in cui porto avanti la mia vita, la mia famiglia. Austerità morale e umana. Perché in campo più scientifico, scientifico-economico, se volete, o delle scienze del mercato, austerità è sinonimo di aggiustamento… Non mi riferisco a questo, non sto parlando di questo.

A qualsiasi persona che sia troppo attaccata alle cose materiali o allo specchio, a chi ama il denaro, i banchetti esuberanti, le case sontuose, gli abiti raffinati, le auto di lusso, consiglierei di capire che cosa sta succedendo nel suo cuore e di pregare Dio di liberarlo da questi lacci.

Ma, parafrasando l’ex-presidente latinoamericano che si trova qui, colui che sia affezionato a tutte queste cose, per favore, che non si metta in politica, che non si metta in un’organizzazione sociale o in un movimento popolare, perché farebbe molto danno a sé stesso, al prossimo e sporcherebbe la nobile causa che ha intrapreso. E che neanche si metta nel seminario!

Davanti alla tentazione della corruzione, non c’è miglior rimedio dell’austerità, questa austerità morale, personale; e praticare l’austerità è, in più, predicare con l’esempio. Vi chiedo di non sottovalutare il valore dell’esempio perché ha più forza di mille parole, di mille volantini, di mille “mi piace”, di mille retweets, di mille video su youtube.

L’esempio di una vita austera al servizio del prossimo è il modo migliore per promuovere il bene comune e il progetto-ponte delle “3-T”. Chiedo a voi dirigenti di non stancarvi di praticare questa austerità morale, personale, e chiedo a tutti di esigere dai dirigenti questa austerità, che – del resto – li farà essere molto felici.

Care sorelle e cari fratelli,

la corruzione, la superbia e l’esibizionismo dei dirigenti aumenta il discredito collettivo, la sensazione di abbandono e alimenta il meccanismo della paura che sostiene questo sistema iniquo.

Vorrei, per concludere, chiedervi di continuare a contrastare la paura con una vita di servizio, solidarietà e umiltà in favore dei popoli e specialmente di quelli che soffrono. Potrete sbagliare tante volte, tutti sbagliamo, ma se perseveriamo in questo cammino, presto o tardi, vedremo i frutti. E insisto: contro il terrore, il miglior rimedio è l’amore. L’amore guarisce tutto.

Alcuni sanno che dopo il Sinodo sulla famiglia ho scritto un documento che ha per titolo “Amoris laetitia” – la “gioia dell’amore” – un documento sull’amore nelle singole famiglie, ma anche in quell’altra famiglia che è il quartiere, la comunità, il popolo, l’umanità.

Uno di voi mi ha chiesto di distribuire un fascicolo che contiene un frammento del capitolo quarto di questo documento. Penso che ve lo consegneranno all’uscita. E quindi con la mia benedizione. Lì ci sono alcuni “consigli utili” per praticare il più importante dei comandamenti di Gesù.

In Amoris laetitia cito un compianto leader afroamericano, Martin Luther King, il quale sapeva sempre scegliere l’amore fraterno persino in mezzo alle peggiori persecuzioni e umiliazioni. Voglio ricordarlo oggi con voi; diceva: «Quando ti elevi al livello dell’amore, della sua grande bellezza e potere, l’unica cosa che cerchi di sconfiggere sono i sistemi maligni. Le persone che sono intrappolate da quel sistema le ami, però cerchi di sconfiggere quel sistema […] Odio per odio intensifica solo l’esistenza dell’odio e del male nell’universo. Se io ti colpisco e tu mi colpisci, e ti restituisco il colpo e tu mi restituisci il colpo, e così di seguito, è evidente che si continua all’infinito. Semplicemente non finisce mai. Da qualche parte, qualcuno deve avere un po’ di buon senso, e quella è la persona forte. La persona forte è la persona che è capace di spezzare la catena dell’odio, la catena del male» (n. 118; Sermone nella chiesa Battista di Dexter Avenue, Montgomery, Alabama, 17 novembre 1957). Questo lo ha detto nel 1957.

Vi ringrazio nuovamente per il vostro lavoro, per la vostra presenza. Desidero chiedere a Dio nostro Padre che vi accompagni e vi benedica, che vi riempia del suo amore e vi difenda nel cammino dandovi in abbondanza la forza che ci mantiene in piedi e ci dà il coraggio per rompere la catena dell’odio: quella forza è la speranza.

Vi chiedo per favore di pregare per me, e quelli che non possono pregare, lo sapete, pensatemi bene e mandatemi una buona onda. Grazie.

 

 

Da Reggio Emilia a Bruxelles per denunciare il genocidio in Congo

DA REGGIO EMILIA A BRUXELLES A PIEDI PER DENUNCIARE IL GENOCIDIO DEL CONGO La marcia nonviolenta di John Mpaliza “Basta massacri nel nome del coltane”

P. ALEX ZANOTELLI: “Le istituzioni e i media si muovano perché il Congo sta esplodendo”

 

Faccio mio questo appello, aggiungo anche, in allegato, un testo che non molto tempo fa Jon Sobrino ha scritto sulla situazione del Congo.

Noi, imperterriti e impassibili, continuiamo a martoriare l’Africa e a criminalizzare gli africani che fuggono….

 

John Mpaliza. Ingegnere informatico di 45 anni, nato a Bukavu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, da 21 anni in Italia, di cui è diventato cittadino, è il peace walking Man, il camminatore per la pace. Con l’aiuto di alcuni enti istituzionali e locali è partito da Reggio Emilia con lo scopo di arrivare a Bruxelles

(1500 km) per dire al Parlamento europeo che nel suo Paese, la Repubblica democratica el Congo, sta avvenendo un massacro gigantesco, un genocidio silenzioso. Nella zona di Beni da due anni avvengono orribili massacri contro le popolazioni di etnia Nande, massacri che sono stati definiti dall’Onu “pulizia etnica” e “genocidio”, rischio di un altro Rwanda.

Ogni giorno arrivano notizie di persone sgozzate, donne violentate e sventrate, famiglie intere massacrate e brutalmente uccise. Case sventrate.

Lo sfruttamento del Coltan, il prezioso minerale che viene utilizzato in tecnologia per la costruzione dei nostri cellulari, è alla base della violenza che si perpetra quotidianamente soprattutto sui bambini resi schiavi da questo mercato che uccide per il profitto delle multinazionali del mondo:

“Dopo il petrolio e i diamanti – spiega John – è la volta del coltan, che ha scatenato una vera corsa all’oro: da parte delle multinazionali, che si avvantaggiano di una situazione politica continuamente destabilizzata, dei clan locali e dei guerriglieri provenienti anche dai paesi vicini che lottano per il controllo delle miniere”.

“È una guerra economica e a rimetterci è la popolazione – spiega Mpaliza – io stesso ho perso molti familiari, mia sorella è ancora dispersa, ci sono milioni di profughi, bambini sfruttati nelle miniere a cielo aperto e altri arruolato come soldati. Il mio obiettivo è far conoscere questi fatti all’opinione pubblica, perché siamo tutti acquirenti di tecnologia a base di coltan e quindi corresponsabili”.

In un appello inviato alle Nazioni Unite, al Parlamento europeo, alla Corte penale internazionale di giustizia, alla Corte africana per i diritti dei popoli, Alex Zanotelli e John Mapiza chiedono che sia posto immediatamente fine a questa escalation di massacri e che la comunità internazionale intervenga per ripristinare la pace, l’armonia e una garanzia di diritti umani.

Io mi vergogno, ma non da adesso (!), di essere occidentale.

Aldo

 

CDB CASSANO NAPOLI