LAUDATO SI

TESTO INTEGRALE DELL’ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO

RIFLESSIONI SUL CAPITOLO I

1 riflessione di Corrado Maffia

2) riflessione di Anna Stefi da Doppiozero

3) riflessione di Isabella Piro – Città del Vaticano

4) Riflessione di Aldo Bifulco

5) Commento all’enciclica di Giovanni Lonardi

6) Riflessioni di Salvatore Fedele

7) Riflessione di Giuseppe Finaldi

8) Riflessione di Ezio Esposito

9) Riflessioni di Leonard Boff

10) Riflessioni di Gennaro Sanges

11) Riflessioni di Cristofaro Palomba

RIFLESSIONI SUL CAPITOLO II

  1. Riflessione di Salvatore Fedele
  2. Riflessione di Aldo Bifulco
  3. Riflessioni diCarmen Minucci
  4. Riflessioni di Corrado Maffia
  5. Riflessioni di Cristofaro Palomba

RIFLESSIONI SUL CAP. III

  1. Riflessione di Salvatore Fedele
  2. Riflessioni di Aldo Bifulco
  3. Riflessione di Carmen Minucci

RIFLESSIONI SUL CAPITOLO IV

  1. Riflessioni di Salvatore Fedele
  2. Riflesioni di Aldo Bifulco

RIFLESSIONI SUL CAP. V

  1. Riflessioni di Salvatore Fedele
  2. Riflessioni di Aldo >Bifulco

RIFLESSIONI SUL CAP VI

  1. Riflessioni di Salvatore Fedele
  2. Riflessioni di Aldo Bifulco

CAPITOLO I

  1. Riflessioni di Corrado Maffia sul cap 1 della “Laudato sì”

Papa Francesco parte da lontano. Francesco d’Assisi è la stella, l’”esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole” e la nostra terra, casa comune, è diventata debole. “Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla”. Una nuova consapevolezza dei danni provocati dall’uomo impone una inversione di rotta, una con-versione che coniughi “la preoccupazione per la natura con la giustizia verso i poveri, con l’impegno per la società e con la pace interiore”.

Le encicliche di solito hanno il compito di fare il punto su una questione importante e la “Laudato sì” non sfugge a questa prassi.

Nella premessa, forse come atto dovuto a quella “continuità di magistero” tanto celebrata da una parte della gerarchia, il papa fa richiami a Giovanni XXIII, a Paolo VI, a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, che sull’argomento hanno speso in verità poche parole. Interessante invece il riferimento ecumenico a Bartolomeo, Patriarca di Costantinopoli.

L’idea portante è che “la natura è uno splendido libro nel quale Dio ci parla, lo stesso Dio Creatore che, nonostante i nostri errori, non ci abbandonerà mai”.

Ma “cosa sta accadendo alla nostra casa comune?” Accade che:

· la “velocità delle azioni umane contrasta con la lentezza dell’evoluzione biologica”;

· l’inquinamento, nelle sue varie forme, crea enormi squilibri ambientali;

· la “cultura dello scarto” elimina rapidamente le cose e colpisce ugualmente le persone;

· i cambiamenti climatici che preoccupano per il riscaldamento e per le gravissime ricadute sull’ambiente insieme al problema del

l’acqua e della sciagurata gestione di vastissimi territori stanno continuando a determinare perdite di biodiversità con migliaia di specie che ogni anno scompaiono;

· la crescita disordinata di immense megalopoli con decine di milioni di abitanti e con il deterioramento progressivo dell’ambiente umano e naturale colpisce in modo speciale i più deboli;

· “l’approccio ecologico diventa necessariamente un approccio sociale”. “Il grido della terra violata è diventato anche il grido dei poveri” generando una “inequità planetaria” che coinvolge intere popolazioni a vantaggio di poche comunità privilegiate.

Questa è l’analisi della situazione che, a fronte di una “reazione debole” sia degli Stati che delle comunità, richiederebbe un sussulto virtuoso molto più energico sia della politica internazionale che dei comportamenti collettivi e personali.

Il punto più qualificante di questo primo capitolo penso sia legato all’appello del punto 53, rivolto alle collettività ma anche ad ogni persona, dove papa Francesco chiama “a diventare lo strumento di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza”.

La conclusione è altrettanto significativa perché offre (finalmente, direi) il volto umile di una chiesa che “non si propone come la parola definitiva” e invita ad essere solleciti e coraggiosi perché forse il tempo è scaduto e si affida alla politica e alle scienze per la ricerca di una via di uscita.

16/03/2020 – Corrado

2)Brano tratto dall’articolo “Diario di un’insegnante on-line” di Anna Stefi pubblicato sul sito DOPPIOZERO.

“E intanto, (…), facciamo esperienza di una polis-pianeta in cui scopriamo che tutto è legato: anche di questo ce ne accorgiamo solo ora, e in modo ancora troppo confuso. (…). Oggi guardavo i boccioli in fiore sul mio balcone e pensavo che sembra quasi uno scherzo che tutto questo accada mentre là fuori la primavera esplode, come se qualcosa ci dicesse che non è vero che si sta fermando tutto, ma che anzi, semplicemente, non siamo noi i protagonisti. Dobbiamo solo stare a guardare e, paradossalmente, la responsabilità grande cui siamo chiamati come specie sembra essere quella di stare fermi”.

3) Laudato si’, l’Enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune

Un’Enciclica sull’ecologia integrale in cui la preoccupazione per la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno nella società, ma anche la gioia e la pace interiore risultano inseparabili

Isabella Piro – Città del Vaticano

L’ecologia integrale diventi un nuovo paradigma di giustizia, perché la natura non è una “mera cornice” della vita umana: questo il cuore della seconda Enciclica di Papa Francesco, “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, pubblicata il 18 giugno 2015. Suddivisa in sei capitoli, l’Enciclica raccoglie, in un’ottica di collegialità, diverse riflessioni delle Conferenze episcopali del mondo e si conclude con due preghiere, una interreligiosa ed una cristiana, per la salvaguardia del Creato.

Titolo tratto dal Cantico delle creature di San Francesco

“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra”: Francesco di Roma si pone sulla scia di Francesco d’Assisi per spiegare l’importanza di un’ecologia integrale, in cui la preoccupazione per la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno nella società, ma anche la gioia e la pace interiore risultano inseparabili. Nei sei capitoli dell’Enciclica, il Papa evidenzia che la nostra terra, maltrattata e saccheggiata, richiede una “conversione ecologica”, un “cambiamento di rotta” affinché l’uomo si assuma la responsabilità di un impegno per “la cura della casa comune”. Impegno che include anche lo sradicamento della miseria, l’attenzione per i poveri, l’accesso equo, per tutti, alle risorse del Pianeta.

1° capitolo: no alla cultura dello scarto. Tutelare diritto all’acqua

Il Papa mette in guardia dalle gravi conseguenze dell’inquinamento e da quella “cultura dello scarto” che sembra trasformare la terra, “nostra casa, in un immenso deposito di immondizia”. Dinamiche che si possono contrastare adottando modelli produttivi diversi, basati sul riutilizzo, il riciclo, l’uso limitato di risorse non rinnovabili. Anche i cambiamenti climatici sono “un problema globale”, spiega l’Enciclica, così come l’accesso all’acqua potabile, che va tutelato in quanto “diritto umano essenziale, fondamentale ed universale”, “radicato nell’inalienabile dignità” dell’uomo. Centrale, inoltre, la tutela della biodiversità perché ogni anno, a causa nostra, “scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che i nostri figli non potranno vedere”. E “non ne abbiamo il diritto”, sottolinea Francesco, evidenziando poi l’esistenza di un “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud del mondo, connesso a squilibri commerciali. “Il debito estero dei Paesi poveri – infatti – si è trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico”.

Creare sistema normativo per proteggere ecosistemi

“Il deterioramento dell’ambiente e quello della società – afferma il Papa – colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta”, spesso considerati “un mero danno collaterale”. Per questo, un vero approccio ecologico deve essere anche sociale. La soluzione, allora, non è la riduzione della natalità, ma il contrasto ad un consumismo “estremo e selettivo” di una parte della popolazione mondiale. Di fronte, poi, ad un certo intorpidimento e ad una “spensierata irresponsabilità” nell’uomo contemporaneo, urge “creare un sistema normativo” per assicurare la protezione degli ecosistemi.

4)RIFLESSIONI DI ALDO BIFULCO

Riflessioni “Laudato Sì’” 1° Cap. Un capitolo denso che affronta la problematica da innumerevoli versanti che ho riletto più volte per assorbire tutti gli stimoli possibili, per far emergere le domande che impegnano la vita comunitaria (politica, cultura, religione, educazione) e quella personale (stili di vita, spiritualità)e cercando con il “lanternino “ qualche punto che non condivido pienamente. Innanzitutto sia la premessa che l’intero capitolo sono permeati dall’ intima relazione tra i poveri e la fragilità della Terra”, che l’ambiente umano e quello naturale si degradano insieme, al punto che la questione dei rifiuti viene avvicinata alla cultura dello “scarto”, agli scartati della società. Questa problematica rappresenta l’ “inedito”, nella accezione di Ernesto Balducci. “ Il grido dei poveri e il grido della Terra “ (che è il nocciole dell’ecologia integrale) che parte con una forza dirompente si affievolisce mentre sale alle nostre coscienze, giungendo quasi come un flebile “gemito”. Sovrastato dalle problematiche incombenti dell’economia e della finanza, alleate con una presunta onnipotenza della tecnologia. Penso che il primo impegno sia quello di liberarsi dal masso ingombrante, dall’ ossessione che l’economia, la finanza e la tecnologia possano automaticamente risolvere tutti i problemi e consegnarci su un piatto d’argento una felicità piena e duratura. Allora è probabile che il “gemito” si trasformi in “sofferenza” personale”, nell’acquisizione della compassione nei confronti dell’umanità e della natura nel suo insieme, così da indurci al cambiamento, una parola che può essere ambigua se non si indica la direzione . Un approccio relazionale sincero, aperto, inclusivo, plurimo e la frequentazione dei “luoghi della natura e dell’arte che potrebbero generare stupore e meraviglia”, anziché i supermercati, le discoteche, ecc. Leggo “Siamo cresciuti pensando che eravamo proprietari e dominatori della terra, autorizzati a saccheggiarla”. Autorizzati da chi? Una interpretazione antropocentrica della Bibbia e della cultura in genere, da una economia divoratrice ed energivora, da sete di possesso insaziabile, accumulatrice , da una psicologia incerta sul futuro. Su tutto ciò è possibile lavorare , non si tratta di valori assoluti e intoccabili. Intanto dovremmo capire non solo razionalmente, ma nel profondo che , gli elementi che costituiscono i nostri corpi provengono da lontano, cucinati nella fornace stellare, li assumiamo dalla terra e dobbiamo restituirli ad essa. I cicli biogeochimici riguardano anche noi esseri umani. Se inquiniamo l’aria, i veleni ci ritorneranno con la respirazione, se avveleniamo l’acqua e il suolo, avveleniamo noi stessi con l’alimentazione. E’ una lenta eutanasia! Che però non viene deprecata, né impedita con una legislazione opportuna. Siamo fatti di Terra non è solo una bella frase!! La nostra impronta ecologica è insopportabile dalla nostra Terra. E allora si capirebbe come ha scritto già negli anni settanta, Barry Commoner nel “Cerchio da chiudere”, che la “natura non conosce rifiuti” e, quindi l’economia circolare è fondamentale. E mi sovviene l’avversione irrazionale nei confronti dei siti di compostaggio, l’indifferenza nei confronti di una corretta raccolta differenziata, l’indisponibilità a porre un freno al consumismo esasperato. Ci vorrebbe una legislazione appropriata ed incisiva ma anche un cambiamento nei principi fondamentali dell’etica e della morale. Il Patriarca Bartolomeo parla di “strutture di peccato” e Papa Francesco, mutuando il termine da Jeremy Rifkin, parla di “ecocidio”. Le religioni potrebbero avere una funzione importante nel trasferire questi concetti alle popolazioni. Sarebbe interessante fare una ricerca, attraverso, i “confessori” per sapere quante persone confessano i peccati contro l’ambiente, che hanno inquinato, che non fanno la raccolta differenziata, che sprecano cibo, e acqua…. D’altra parte è scientificamente dimostrato che il nostro modello di vita non può essere condiviso in tutto il pianeta e, prima o poi gli “esclusi dal banchetto delle nazioni faranno ressa alla porta” suscitando irritazione e respingimenti. Non credo altresì che i Sud del mondo possano accettare indefinitamente essere considerati le “pattumiere” del _Nord. E a pensarci bene un nuovo modello di sviluppo che non intacchi le risorse e non escluda i poveri , è garanzia anche della nostra sopravvivenza. L’uomo di domani si dovrà necessariamente dotare di una virtù che, come dice Ernesto Balducci, ritenevamo un “tratto dell’uomo primitivo la COSCIENZA di SPECIE e il RISPETTO del LIMITE!”. L’affermazione che “la crescita demografica sia pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale” non mi trova d’accordo, anche se non nego, che l’invito a contenere la “natalità” ai paesi in via di sviluppo possa nascondere una sorta di egoismo dettato dalla paura che questo incremento possa intaccare il “proprio livello di consumi”. Non posso dimenticare uno dei tanti libri letti con i mie studenti, nella mia lunga carriera scolastica, “Il secondo pianeta” di Colombo e Turani del 1982 che ci metteva in guardia nei confronti dell’esplosione demografica, indicando la necessità di “un secondo pianeta” per accogliere le masse di popolazioni in arrivo. Ci sono dei limiti fisici della Terra e non è possibile pensare di far posto, nel corso dei prossimi anni, a tanta gente quanta ne è arrivata dalle origini dell’umanità ai oggi. Sarebbe il caso di discuterne senza pregiudizi morali e religiosi, anche perché a tutti, e specie ai poveri e gli affamati, dovremmo assicurare una vita dignitosa e non solo la sopravvivenza.. Tale questione potrebbe anche richiamare l’auspicato livello di “biodiversità” in natura che viene opportunamente affrontato dall’enciclica . Una questione che viene trascurata , mentre qualcuno la ritiene di capitale importanza, come e , forse più, del “riscaldamento globale”. Ho letto in questi giorni un report del WWF (se qualcuno è interessato posso inoltrarglielo) la cui tesi è che le “pandemie sono l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi” e che per “tutelare la salute umana occorre conservare la biodiversità” . “Gli ecosistemi naturali hanno un ruolo fondamentale nel regolare la trasmissione e le diffusioni di malattie infettive come le zoonosi e. quindi, nel sostenere e alimentare la vita, compresa quella della nostra specie”. Per la verità, l’idea che “la biodiversità sia, nel suo complesso, uno scudo che protegge ciascuna delle specie che insieme la costituiscono, compresa la nostra” già venne fuori in una riunione della Comunità quando presentai il libro di Edward O.Wilsono “Metà della Terra. Salvare il futuro della vita”, nel quale si sosteneva di destinare metà del pianeta a un’immensa e inviolabile riserva naturale per milioni di specie vegetali ed animali. Wilson indicava anche i luoghi da preservare e tra questi, l’Amazzonia. Che strazio vedere quello che Bolsonaro sta combinando in Amazzonia, con la pretesa che è un suo territorio e può farne quello che vuole. Ci vorrebbe un Istituto internazionale, riconosciuto dai popoli, che dichiarasse alcuni luoghi “beni comuni, patrimonio dell’umanità” con il potere di proteggerli da eventuali sfruttamenti. Invece abbiamo assistiti impavidi alla creazione di alcuni organismi internazionali come il WTO e altri che difendono il potere delle multinazionali anche a danno degli stati nazionali. Mi piace però sostenere la tesi che la biodiversità abbia un valore in sé e non necessariamente funzionale alla salvaguardia della nostra specie. Un capitolo a parte merita la questione dell’acqua e domenica prossima , come ci ricorda il Venerdi di Repubblica, è la “Giornata mondiale dell’acqua”, dimostrando che la rete è un colabrodo, che il 42% va persa perché le tubazioni sono bucate o per allacci abusivi. Ma ci sono anche perdite urbane, visibili, che ci lasciano indifferenti e, invece, andrebbero denunciate. Che fine ha fatto il referendum sull’acqua pubblica? Popolo, popolare sono termini con i quali i politici ( in particolar modo i cosiddetti populisti) si sciacquano la bocca e poi si mettono sotto i piedi la “volontà popolare” espressa in modo inequivocabile con un referendum. Mi sento in conclusione fare qualche ulteriore rilevo su due questioni appena accennate. Leggo e in parte condivido che la “sapienza viene soffocata in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione”. Però non possiamo fare a meno dei “dati”, almeno per il sapere scientifico nel suo complesso. E oggi più che mai. Infine volevo solo chiarire che “ la lentezza dell’evoluzione” cui si fa riferimento non dev’essere confusa con il “gradualismo”, anche perché la teoria più accreditata di oggi è quella di un’evoluzione che procede per “salti”. Trasferendo questo concetto in ambito politico e sociale mi chiedo perché non sperare che ci possa essere, anche di fronte ad una situazione mondiale , apparentemente, disperata un “salto culturale”, “un salto di coscienza” capace di stravolgere la traiettoria che stiamo percorrendo. E mi piace intravvederlo nei “movimenti giovanili “ nascenti cui bisogna dare fiducia e sostegno. Aldo

5) COMMENTO ALL’ENCICLICA DI GIOVANNI LONARDI

Premessa Un’enciclica “sui generis”, strana per il modo di porsi. Solitamente l’enciclica si apre sempre elencando i destinatari: ai Vescovi, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici; fatti seguire subito dal tema dell’enciclica stessa. Questa è la formula di rito. Una lettera, quindi, che viene indirizzata strettamente ai credenti, elencati per ordine di posizione e impegno ecclesiale. Ma questa enciclica, almeno in apparenza, sembra non presentare alcun destinatario specifico, assumendo proprio per questo suo anonimato una valenza ed un significato sovraecclesiali, destinata ad abbracciare l’intera umanità ed ogni suo singolo componente, a partire dai più poveri, dagli indifesi, dai deboli e dagli oppressi. Un tema quest’ultimo che percorrerà trasversalmente e quasi in modo ossessivo l’intera enciclica, tradendo l’ansia pastorale e paterna di questo Papa, che va oltre i confini della Chiesa, aprendola all’universalità e dando un nuovo significato al suo essere cattolica. Non va, infatti, dimenticato che questo è il Papa del cuore, che ha indetto un giubileo della misericordia e della compassione, preoccupato per la sorte di ogni singolo uomo, credente o meno, poiché non esistono poveri di destra o di sinistra, credenti o atei, ma solo uomini la cui dignità è stata calpestata e gravemente offesa. È questo un Papa che proviene dall’America Latina, dove ha toccato con mano i disastri sociali e il degrado morale provocato da un liberismo sfrenato e sfrontato, che cerca solo i propri interessi, ignorando ogni dignità umana. Forse mai, come con questo Papa e con questa enciclica, la Chiesa ha saputo esprimere al meglio la sua cattolicità, intesa non più come confessionalità contrapposta ad altri credo, ma come universalità, che sa abbracciare l’intera umanità come un’unica famiglia, a cui il Papa parla della cura che ognuno deve avere per la casa comune. Già in questa espressione “casa comune” c’è una nota di universalità in cui la Chiesa si mette insieme agli altri, percorrendo con loro un comune cammino storico e condividendo un comune destino. Una Chiesa, quindi, che non si mette sopra agli altri, ma cammina al loro fianco. Significativo in tal senso è come si apre la Costituzione Pastorale “Gaudium et spes”, che vede una Chiesa aperta e abbracciante l’intera umanità: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. […] Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” (GS, 1). E fin da subito il Papa esprime le sue intenzioni: “Adesso, di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta […] In questa enciclica mi propongo specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune” (3). La natura di questa enciclica fa parte del Magistero sociale della Chiesa e potremmo considerarla come il terzo pilastro dopo la Rerum novarum di Leone XIII (1891), che poneva la questione operaia nei primi decenni della rivoluzione industriale e la Populorum progressio di Paolo VI (1967), che poneva la questione del sottosviluppo, definendo il progresso sociale dei popoli come il vero nome della pace. Con questa enciclica, Laudato si, si va a colmare un vuoto: quello dell’ecologia ossia del rapporto uomo-ambiente e della stretta e inscindibile solidarietà e profonda comunione che legano le due componenti del creato. 1 Il metodo affrontato è quello della denuncia del degrado attuale (I), per passare poi alla ricerca delle radici profonde di questo degrado umano-ambientale, individuato in una sfrenata se non violenta tecnocrazia, che è causata da interessi economici e finanziari (III), per poi giungere ai rimedi, specificando alcune linee di orientamento e di azione (V), che definisce come “grandi percorsi di dialogo, che ci aiutino ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando” (163). Un capitolo quest’ultimo che sembra l’agenda dettagliata di un governo sulle cose da fare e sul come farle, benché precisi, forse rendendosi conto di aver un po’ trasceso le proprie competenze, che “Ancora una volta ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica” (188). Questi tre capitoli, I, III e V, sono alternati con altri tre capitoli, il II, il IV e il VI, che vogliono essere momenti di riflessione, quasi a voler affiancare e sostenere le denunce e le proposte con un’adeguata motivazione filosofica, teologica e spirituale in genere, che spinge l’uomo a trovare le vere motivazioni in se stesso e a partire da se stesso. L’enciclica, quindi, si muove su due assi paralleli tra loro strettamente interconnessi, quasi a significare l’inscindibilità dell’attuale disastrata situazione dalla necessità di una riflessione che porti alla conversione, che qui il Papa definisce ecologica. Si ha, pertanto, denuncia, analisi e proposte, da una parte; e, dall’altra, riflessione biblico-sapienziale (II), proposta per un’ecologia integrale (IV), in cui si sottolinea il profondo e inscindibile legame di comunione che unisce l’uomo e il creato, richiamandosi in qualche modo alla precedente riflessione biblico-sapienziale, mettendo qui in rilievo e sviluppandolo il principio di solidarietà, che vede uomonatura come un tutt’uno e che forma uno dei capisaldi non solo biblici, ma anche dogmatici e senza il quale non si potrebbe comprendere la devastante azione della colpa originale, che ha modificato, degradandola, la stessa natura dell’uomo e del creato e i cui effetti sono denunciati in questa enciclica. Ed infine, il sollecito all’educazione e alla spiritualità ecologica (VI). È un’enciclica difficile da leggere perché troppo dettagliata, troppo specifica, troppo addentro alle questioni in modo talvolta minuzioso, fino a perdersi in esse. Tende, quindi, ad essere dispersiva per l’eccessiva analisi prodotta su di una questione vastissima. E proprio per questo eccesso di analisi, forse troppo meticolosa, manca, a mio avviso, di un orizzonte unitario che convogli le grandi scelte dell’umanità, indirizzandole a superare il vicolo cieco in cui si trova. Manca il concetto di storia della salvezza, che apra l’uomo alla speranza, anche se il tema della speranza e della fiducia nella capacità degli uomini non manca, benché appena accennato (61, 71, 74). Questo dovuto forse all’eccessiva preoccupazione di dire tutto, di dare un quadro sociologico, antropologico ed ecologico il più completo possibile, addentrandosi eccessivamente nelle questioni. Questo eccessivo particolarismo e questa eccessiva elencazione di problematiche sembra, da un lato, tradire l’ansia di questo Pontefice per una situazione drammatica, che vuol denunciare e rilevare in tutti i suoi aspetti; dall’altro, sembra voler fornire ai suoi successori, ai filosofi, teologi, scienziati e a tutti gli uomini di buona volontà, sensibili alla problematica, materia sufficiente per sviluppare le loro considerazioni, orientando le loro azioni. In altri termini, cerca di fornire più materiale possibile su cui lavorare, come in una sorta di foto panoramica, cercando di abbracciare per intero i problemi che oggi assillano questa umanità, quasi a testimonianza di un momento storico grave. Non va dimenticato, poi, che questa è una enciclica fondativa. La si è definita come il terzo pilastro del Magistero sociale della Chiesa ed apre ad un nuovo orizzonte, fin qui impensabile e impensato, almeno in modo sistematico e non occasionale. È comunque un’enciclica la cui unitarietà viene garantita sia dalla logica con cui il pensiero si sviluppa; sia da alcune tematiche di fondo che serpeggiano trasversalmente per ricomparire costantemente ovunque, come il tema della profonda e inscindibile solidarietà tra uomo e ambiente; il tema dei poveri, strettamente legato al degrado ambientale di cui sono spesso vittime; la critica al potere derivante dalla tecnologia finalizzata al dominio ambientale e sociale, così che viene definita tecnocrazia, cioè il potere della scienza e della tecnica sull’ambiente e sull’uomo; di conseguenza viene affermato il valore della dignità umana e dei diritti innati e propri di ogni uomo; le 2 responsabilità dell’economia, della finanza, della politica e del loro intreccio. Ed infine, una curiosità. Con sorpresa viene introdotto un neologismo: “inequità”, che si ripete per ben cinque volte (30, 36, 51, 158 e al titolo del cap. V, tra i paragrafi 47 e 48). Non si tratta quindi di un errore, così come potrebbe sembrare, inequità al posto di iniquità, ma di un nuovo termine. Letteralmente “inequità” significa ciò che non è equo, giusto e che ha come contropartita una discriminazione colpevole, ingiusta e pertanto iniqua. È molto simile a “iniquità”, ma mentre questa ha prevalentemente un senso morale, la “inequità” acquista qui un senso squisitamente sociologico. …….

CAPITOLO PRIMO QUELLO CHE STA ACCADENDO ALLA NOSTRA CASA (17-61) Si evidenzia la necessità di una riflessione e di una presa di coscienza su ciò che sta accadendo attorno a noi (17). L’eccessiva corsa del progresso tecnologico mal si combina con i lenti ritmi biologici, propri della natura (18). Vi è uno squilibrio tra il progresso tecnologico dell’uomo e il suo livello di crescita culturale, spirituale e morale (4). Ma direi, personalmente, che siamo andati oltre. La perdita di spiritualità e conseguentemente di moralità è stata rimpiazzata dalle leggi dell’economia, della finanza e della tecnologia, che hanno messo al centro non più l’uomo, ma l’interesse privato, personale e, in particolare, i soldi, attorno ai quali si è costruita e organizzata la nostra società. Un’attenzione preoccupata e di denuncia viene accentrata su sette tematiche. Si apre con la denuncia contro l’inquinamento sia atmosferico che del suolo, causato da rifiuti di ogni specie, che avvelenano la terra e la trasformano in una grande pattumiera. L’eccesso di rifiuti che nasce dalla cultura dello scarto, dell’usa e getta, che investe non solo le cose, ma anche gli uomini, che sono stati oggettificati. Un inquinamento che, a motivo delle diverse tipologie di gas emessi, creano anche un inquinamento atmosferico e con questo un cambiamento climatico, che incide non solo sugli uomini, ma anche sulla fauna e la flora. Similmente si prosegue con la questione dell’acqua. Come il clima, essa è un bene comune e non può essere privatizzata e costituire oggetto di speculazioni; la perdita della biodiversità, che impoverisce e altera gli equilibri della natura, a motivo di interventi umani motivati da interessi economici e finanziari; il deterioramento della qualità della vita umana, quale conseguenza di questo modo scriteriato di procedere nel progresso, che trova la sua espressione nel degrado di città sovraffollate, ad alta concentrazione umana, immerse nel cemento, nell’asfalto, prive di verde e sommerse spesso da rifiuti. Città il cui degrado ambientale si riflette e produce quello 4 umano. Da qui si prosegue accentrando l’attenzione sulla inequità planetaria, dedicata a quella parte del genere umano vittima di questo degrado ecologico e ambientale prodotto dagli uomini: sono i poveri, i deboli, i diseredati, le persone maggiormente colpite, poiché vivono di ambiente e di ciò che la natura offre loro, sia perché facenti parte di società tecnologicamente poco evolute, sia perché la vita le ha poste ai margini della società. Si denuncia la debolezza delle reazioni a fronte di tanto degrado e tanta sofferenza umana e ambientale; debolezza sottesa da assenza di una specifica cultura, da mancanza di leadership e di reazioni da parte di una politica, che è sottomessa agli interessi economici e finanziari. In una simile situazione si scontrano le diversità di opinioni, spesso contrapposte

6) LAUDATO SI – 1 Cap.

Fedele Salvatore

Condivido con l’introduzione di Carlo Petrini:

• «la gioia di poter credere in un cambiamento rivoluzionario, e in una nuova umanità» C’è davvero bisogno di una nuova rivoluzione… …planetaria, perché “abbiamo lasciato che la nostra politica soggiacesse all’economia e l’economia alla tecnologia”. E la “rivoluzione” riguarda proprio un nuovo modo di essere “umani”, una nuova umanità. Riguarda la capacità di avere «la stessa capacità di sorprendersi e intenerirsi per la bellezza del creato propria di san Francesco». • La necessità di una nuova spiritualità, che riguarda tutti gli esseri umani e non può essere solo appannaggio delle religioni: «anche per chi vive una diversa dimensione spirituale la vita terrena deve essere necessariamente ricondotta a un rinnovato approccio di fronte alla storia del mondo». • La constatazione della prevalenza delle «relazioni povere: mere relazioni utilitaristiche tra l’uomo e le cose, ma anche tra gli uomini stessi». Dobbiamo fare lo sforzo rivoluzionario di rimettere al centro di tutto le relazioni, bene comune; i “beni relazionali” come vero capitale sociale. «La fraternità è diventata la sorella povera di libertà e uguaglianza». E vorrei sottolineare che non si tratta del generico buonismo del “volemose bene”, ma di un vero e proprio modello efficace di convivenza: se ispiriamo e conformiamo le nostre azioni, le nostre scelte politiche, imprenditoriali, educative a questo principio, questo sarà efficacemente produttore di una nuova convivenza. • Il richiamo alla “decrescita” per chi ha obiettivamente troppo e la “sobrietà” come valore universale. “Sobrio” vuol dire, etimologicamente, non-ebbro, non ubriaco. Di consumi, di apparenza, di aggressività. Vuol dire essere “in-nocenti”: incapaci di nuocere e di depredare. • La necessità di “passare all’azione”, “pensando globalmente e agendo localmente”, facendo nostro l’invito attribuito a San Francesco: «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile». Sottolineo e commento del 1° capitolo: L’insistenza sul fatto che «l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme» (48) e che «il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi (56); e quindi la ripetuta necessità di pensare ad un’«ecologia integrale»: «un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (49). • Dobbiamo finalmente abbandonare la convinzione (alla quale ha contribuito non poco la Chiesa e una certa lettura della Bibbia) secondo la quale «siamo cresciuti pensando che eravamo suoi [terra] proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla» (2). La terra, le sue ricchezze, le sue risorse, le diverse specie non possono essere pensate «solo come eventuali “risorse” sfruttabili, dimenticando che esse hanno un valore in se stesse» (33). • La “rapidizzazione” e la fiducia irrazionale nel progresso «non ha significato in tutti i suoi aspetti un vero progresso integrale e un miglioramento della qualità della vita» (18 – 19 – 46). Le stesse dinamiche dei media e dei mondi digitali hanno generato «un nuovo tipo di emozioni artificiali, che hanno a che vedere più con dispositivi e schermi che con le persone e la natura» (47) • Dobbiamo riconoscere (e agire di conseguenza) che «questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri» (30 – 52) • Nelle “agende” del mondo, delle politiche internazionali, devono trovare assolutamente più spazio queste tematiche, cercando soluzioni non solo nella tecnica e in certo modo di concepire il progresso ma anche nel cambiamento dell’essere umano (9), riconnettendo, in questo modo, l’uomo e il creato. «Ci vuole un’etica delle relazioni internazionali (51), come anche questa emergenza coronavirus ci sta insegnando. E anche la ricerca deve servirci (e in essa va investito) soprattutto «per comprendere meglio il comportamento egli ecosistemi e analizzare adeguatamente le diverse variabili di impatto di qualsiasi modifica importante dell’ambiente» (42). • E’ possibile “una nuova ascesi”: «passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi che significa imparare a dare, e non semplicemente a rinunciare (9). Dare non vuol dire necessariamente “rinunciare”, l’amore si diffonde per moltiplicazione, non per divisione o sottrazione. Nella convinzione che «il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (12).

7) Riflessione in margine alla lettura di “Laudato si’ – I Cap. di Giuseppe Finaldi

Leggere questo documento, qui ed ora, nel profondo stato di angoscia che viviamo, ne rafforza la tragica forza profetica. Il capitolo si chiude con un’apertura alla speranza, “a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi “. Poi, però, pessimisticamente, ritorna sui “sintomi di un punto di rottura … che si manifestano … in catastrofi naturali…” causate dall’aver abbandonato i fini dell’agire umano, e si chiude con la constatazione che “…l’umanità ha deluso l’attesa divina”: una condanna! Domande affioranano: Quando e come abbiamo perso la capacità di sentirci attesi? Quando e come ci siamo smarriti? C’è ancora tempo per cercare e trovare la strada dritta dei fini? E Dio, potrà superare la delusione e venirci in soccorso? C’è più – c’è mai stato? – uno spazio alla salvezza personale? Giuseppe Finaldi

8) RIFLESSIONI DI EZIO ESPOSITO

Ho letto con attenzione la premessa cell’enciclica dell’enciclica. Intanto condivido quanto detto da Corrado, Aldo e Ciro.   Nella premessa noto che Francesco ci tiene a citare 4 papi che l’hanno preceduto ( mi dispiace che non ha citato il povero e brevissimo papà Luciani di cui ricordo che disse che Dio è più madre che padre e parlò del prete Gennari simbolo del dissenso definendolo  affettuosamente “il prete coi baffi”, che nei suoi trenta giorni di pontificato mostrava di voler recepire le istanze di cambiamento nella vita della Chiesa). Queste citazioni non sono solo formalmente doverose ma riflettono il bisogno di Francesco di dimostrare una continuità con i suoi predecessori e difendersi dalle accuse addirittura di eresia che riceve dai cattolici tradizionalisti e conservatori. Bene fa’ il papa a citare il caro Giovanni XXIII come primo tra i papi a indirizzare un’enciclica a “tutti gli uomini di buona volontà” e non solo ai suoi fedeli.

Sinceramente bello e’ il paragrafo su Francesco d’Assisi che addirittura ha dato un valore mistico alla nostra madre terra. La connessione tra il grido della terra e il grido dei popoli soprattutto gli ultimi viene annunciata come l’elemento portante dell’enciclica. Sul primo capitolo non riesco ad aggiungere altro rispetto a quanto ho letto dai vostri contributi. Come stabilimmo nel nostro ultimo incontro “in  carne ed ossa” sto lavorando

9) COMMENTO DI LEONARD BOFF

Prima di qualsiasi altro commento è il caso di sottolineare alcune singolarità dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. È la prima volta che un papa affronta il tema dell’ecologia nel senso di un’ecologia integrale (quindi al di là del tema ambientale) in una forma così completa. Grande sorpresa: egli elabora il tema alla luce del nuovo paradigma ecologico, cosa che nessun documento ufficiale delle Nazioni Unite ha mai fatto. È fondamentale che il suo discorso si appoggi sui dati più certi delle scienze della vita e della Terra. Legge i dati affettivamente (con intelligenza sensibile o cordiale), poiché discerne che dietro di essi si celano drammi umani e grande sofferenza, anche da parte di madre Terra. La situazione attuale è grave, ma papa Francesco trova sempre ragioni per la speranza e per la fiducia che l’essere umano trovi soluzioni viabili. Papa Francesco non scrive in qualità di Maestro e Dottore della fede, ma come Pastore zelante che si prende cura della casa comune e di tutti gli esseri, non solo umani, che in essa abitano. Merita evidenziare un elemento che rivela la forma mentis di papa Francesco: il suo essere tributario dell’esperienza pastorale e teologica delle Chiese latinoamericane, che, alla luce dei documenti dell’episcopato latinoamericano (Celam) di Medellín (1968), di Puebla (1979) e di Aparecida (2007), fecero un’opzione per i poveri, contro la povertà e a favore della liberazione. Il testo e il tono dell’enciclica sono tipici di papa Francesco e della cultura ecologica che egli ha maturato. Mi accorgo anche, però, di come tante espressioni e modi di dire rimandino a quanto si pensa e si scrive da tempo in America Latina. Quelli della «casa comune», della «madre Terra», del «grido della Terra e grido dei poveri», della «cura», dell’interdipendenza fra tutti gli esseri, dell’«essere umano come Terra» che sente, pensa, ama e venera, dell’«ecologia integrale», e altri, sono tutti temi ricorrenti tra noi. La struttura dell’enciclica ubbidisce al rituale metodologico in uso nelle nostre Chiese e nella riflessione teologica legata alla pratica della liberazione, ora adottata e consacrata dal papa: vedere, giudicare, agire e celebrare. Fin dalle prime righe si rivela la sua fonte d’ispirazione: san Francesco d’Assisi, che l’enciclica definisce «esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale » e che «manifestò un’attenzione particolare verso i più poveri e abbandonati». Quindi si incomincia con il vedere «quello che sta accadendo alla nostra casa». Il papa afferma: «Basta però guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune ». In questa sezione egli incorpora i dati più consistenti sul cambiamento climatico, la questione dell’acqua, l’erosione della biodiversità, il deterioramento della qualità della vita umana e il degrado della vita sociale, e denuncia l’alto tasso di «inequità» planetaria, che colpisce tutti gli ambiti della vita e che vede come vittime principali i poveri. In questa stessa parte inserisce una frase che rinvia alla riflessione fatta in America Latina: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». Più avanti, aggiunge: «I gemiti di sorella terra si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo». È assolutamente coerente con quanto viene detto subito all’inizio, che «noi stessi siamo terra», nella linea del grande cantore e poeta indigeno argentino Atahualpa Yupanqui: «L’essere umano è la Terra che cammina, che sente, che pensa e che ama». Condanna poi le proposte di internazionalizzazione dell’Amazzonia, «che servono solo agli interessi economici delle multinazionali ». E troviamo un’affermazione di grande vigore etico: è «gravissima inequità quando si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale». Riconosce con tristezza: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli». Di fronte all’offensiva umana in atto contro madre Terra, che molti scienziati hanno   denunciato come l’inaugurazione di una nuova era geologica — l’Antropocene – , lamenta l’inadeguatezza dei poteri di questo mondo che, illusi, pensano che «il pianeta potrebbe rimanere per molto tempo nelle condizioni attuali», ma è un alibi che ci serve «per alimentare tutti i vizi autodistruttivi» con un «comportamento che a volte sembra suicida». Prudente, il Papa riconosce la diversità di opinioni e che «non c’è un’unica via di soluzione». È comunque «certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano» e ci perdiamo dietro la realizzazione di mezzi destinati a un accumulo illimitato a spese della giustizia ecologica (degrado degli ecosistemi) e della giustizia sociale (impoverimento delle popolazioni). L’umanità semplicemente «ha deluso l’attesa divina». La sfida urgente consiste allora nel «proteggere la nostra casa comune»; per farlo necessitiamo, citando Giovanni Paolo II, di una «conversione ecologica globale» e di una «cultura della cura che impregni tutta la società». Esaurita la dimensione del vedere, s’impone adesso la dimensione del giudicare. Il giudicare è realizzato su due fronti, uno scientifico e l’altro teologico. Partiamo dalla dimensione scientifica. L’enciclica dedica tutto il terzo capitolo all’analisi della «radice umana della crisi ecologica». Il Papa si propone qui di analizzare la tecnoscienza, senza preconcetti, accogliendo quanto essa apporta, «cose realmente preziose per migliorare la qualità della vita dell’essere umano». Non sta qui il problema. È che essa si è resa indipendente, ha sottomesso l’economia, la politica e la natura in vista dell’accumulo di beni materiali. Essa parte dal presupposto errato della «disponibilità infinita dei beni del pianeta », quando sappiamo di avere già intaccato i limiti fisici della Terra e che gran parte dei beni e servizi non sono rinnovabili. La tecnoscienza è divenuta tecnocrazia, una vera dittatura con la sua ferrea logica di dominio su tutto e tutti. La grande illusione oggi imperante è la credenza che con la tecnoscienza si possano risolvere tutti i problemi ecologici. È una via ingannevole, poiché «significa isolare cose che nella realtà sono connesse». Davvero «tutto è connesso», «tutto è in relazione»: affermazione, questa, che attraversa tutto il testo dell’enciclica come un leitmotiv: è infatti un concetto chiave del nuovo paradigma contemporaneo. Il grande limite della tecnocrazia sta nella «frammentazione del sapere» fino a «perdere il senso della totalità ». Il peggio è che in questo modo essa «non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano». Il valore intrinseco di ogni essere, per minuscolo che sia, è costantemente esaltato dall’enciclica, così come fa la Carta della Terra.traduzione dal portoghese di Pier Maria Mazzola. ll testo di Leonardo Boff riprende stralci del suo intervento in Curare madre terra. Commento all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco (Editrice Missionaria Italiana, pp. 64 euro 3,90), in libreria dal 26 giugno

10) RIFLESSIONI DI GENNARO SANGES

E’ la prima volta nella storia della cristianità che un Papa dedica una intera enciclica alla questione ambientale. E già questa è una scelta “storica” di straordinario significato. La Chiesa si fa “mater et magistra” anche del rapporto dell’uomo con la natura, da curare e rispettare e non dominare e asservire ai propri bisogni. Lo stesso comandamento fondamentale “ama il prossimo tuo come te stesso”, per la potenza distruttiva delle tecnologie che utilizziamo per l’oggi e per il domani con i conseguenti comportamenti che mettiamo in atto, deve prevedere non solo l’umanità contemporanea ma anche le generazioni future. Sintetizzo in tre le scelte di fondo operate da Papa Francesco in questo primo capitolo dell’Enciclica. a – L’assunzione dell’analisi preoccupata del mondo scientifico più avvertito da tempo sulla gravità dei guasti che si sono prodotti, e continuano a prodursi, all’ambiente e alle varie forme di vita presenti sul pianeta, attribuendone la responsabilità non a fenomeni naturali ma all’attività umana, dominata dai poteri tecno-economici e finanziari. Ecco un passaggio indicativo di questa tesi contenuto nell’Enciclica. “L’umanità è chiamata a prendere coscienza dei cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo necessari per combattere il riscaldamento globale del pianeta, accompagnato negli ultimi decenni dal costante innalzamento del livello del mare e dall’aumento di eventi climatici estremi. Ci sono altri fattori che possono concorrere al riscaldamento (vulcanismo, variazioni dell’orbita e dell’asse terrestre, ciclo solare) ma numerosi studi scientifici indicano che la maggior parte del suo aumento è dovuto alla grande concentrazione di gas serra (anidride carbonica, metano, ossigeno di azoto, etc.) emessi soprattutto a causa dell’attività umana”. b – L’individuazione della stretta connessione tra degrado ambientale e povertà, ingiustizia sociale, disuguaglianze, migrazioni climatiche. E questo, mi sembra, il nucleo centrale e fondamentale della Lettera apostolica, e ne costituisce anche la sua originalità. A sostegno di questa tesi riporto un passo dell’Enciclica. “L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera. Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. c – Una soluzione della questione ambientale su cui la Chiesa riconosce umilmente di non avere una parola definitiva, proponendo invece il dialogo tra chi intende andare avanti nel mito del progresso , affidandosi alla capacità della tecnologia di risolvere ogni problema , e chi invece ritiene improrogabile una decrescita delle attività umane. A me pare una posizione corretta, non “pilatesca”, anche perché nel corso del documento viene ribadita più volte l’esigenza che su scelte così decisive per il futuro dell’umanità vi sia sempre il primato della politica rispetto alla tecnologia e agli interessi della finanza, primato da sostenere sulla base della rivalutazione del sapere scientifico. Comunque una prova che non avremmo voluto fare ce la sta dando la terribile pandemia del coronavirus che, pur provocando tante sofferenze e tante vittime in tutto il mondo, tuttavia, con la riduzione significativa delle attività umane, sta facendo respirare il Pianeta arrecando benessere al mondo vegetale ed animale. Il documento, realisticamente, non si nasconde le difficoltà di un cambiamento che superi l’insostenibilità dell’attuale sistema mondiale e riesca a modificare negli individui e nelle comunità radicate abitudini di consumo , anche per l’indubbio potente fascino e, a volte, la stessa utilità che tante applicazioni tecnologiche realizzano. Una sfida non solo per la sopravvivenza ma anche, forse, soprattutto culturale. Speriamo che l’umanità la vinca, prima di esservi costretta, come sta succedendo per la pandemia. Nell’ipotesi che ci sia ancora tempo. A supporto di queste considerazioni cito un paio di passaggi dell’Enciclica. “Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia. La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostrano nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Nel frattempo i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Questo comportamento evasivo serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo e anche un’accresciuta sensibilità ecologica delle popolazioni non basta per modificare radicate abitudini nocive di consumo che non sembrano recedere, bensì estendersi e svilupparsi, alimentando i vizi autodistruttivi dell’essere umano”.

11) RIFLESSIONI SUL CAPITOLO PRIMO DELLA “LAUDATI SI”

Cristofaro Palomba

L’incipit del cap. 1 della Laudato sì è quantomeno sorprendente. “Le riflessioni teologiche o filosofiche sulla situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità. ”

Questa premessa  dà spazio a nuove prospettive  per  una enciclica che non fa  mistero di volersi rivogere a tutti gli uomini del pianeta, analizzando in modo scientifico  l’attuale situazione di madre terra.

Il primo elemento che viene sottolineato con forza e la “rapidizzazione”- I cambiamenti climatici ci stanno travolgendo non seguono più i mormali ritmi biologici, pur orientati per natura al cambiamento, ma avvengono in un modo rapidissimo  deteriorando la vita dell’umanità.

Questo ci porta a prendere una dolorosa coscienza di quando accade, e ci costringe a riflettere su quanto ciscuno di noi puo fare.

La presa di coscienza che questo  gravissimo inquinamento provoca   effetti  catastrofici sulla salute di tutti noi e in particolare sui poveri, provocando  migliaia di morti e   sembra quasi premonitore  di quando sta accadendo sotto i nostri occhi con  la pandemia  che stiamo vivendo.

Gli scienziati stanno studiando le correlazione fra pandemia ed inquinamento e anche se mancano ancora elementi di certezza assoluta non si può non constatare  che questo rapporto è fortemante probabile.

La tecnologia e la finanza si illudono da sole di poter dare una risposta ma spesso non fanno altro che creare ulteriori problemi.

Il concetto della “cultura dello scarto”, tanto caro a Francesco, trova in questo capitolo  ampio sviluppo ed e’ fortemenre collegato o meglio contrapposto  al concetto di “economia circolare”.

La cultura dello scarto colpisce il pianeta e con esso i più deboli ed è frutto della   cultura di tutti noi  e di una prassi politica ed  industriale che non è  minimamente  impegnata  a combattere il consumo sfrenato,   ma anzi tende ad incentivarlo ed incrementarlo  rinunciando al  recupero  e riutilizzo delle  risorse,

Comportamenti questi che stanno facendo innalzare il “riscaldamento globale” che a sua volta provoca grandi sconvolgimenti ambientali e sociali.

E’ qui,  che l’enciclica lancia la sua prima potente accusa al mondo dei ricchi che non riesce a vedere nelle migrazioni ambientali il frutto amaro degli sconvolgimenti da essi provocati. “La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile.”

Questo mancato riconoscimento porta   le società occidentali a negare accoglienza a questi profughi  ambientali negando di fatto il nesso di causalità fra inquinamento globale ,  e profonde sofferenze provocate dalla desertificazione,  inquinamento e fame,  che non sono meno distruttive di una guerra.

Questa distinzione fra profughi di guerra e profughi ambientali è una delle cause più grandi di sofferenza di migliaia di uomini, donne e bambini che premono ai confini degli stati più ricchi, i quali  non intendono modificare i trattati internazionali che riconoscono solo ai profughi di guerra il  diritto di asilo.

I paragrafi che seguono elencano puntualmente i più gavi problemi che affliggono il nostro pianeta: il “problema dell’acqua”, la perdita della biodiversità”, il “Deterioramento della qualità della  vita umana e degradazione sociale” e “ Inequità planetaria”.

Analisi approfondite e lucide che invocano interventi urgenti e rapidi.

L’aver indicato nell’Amazzonia uno dei polmoni della terra  diventa per Francesco la premessa ad intervenire subito convocando il  Sinodo  sull’Amazzonia che cercherà di dare , per quanto possibile,   alcune risposte ai gravi problemi  di questa terra e dei suoi abitanti.

Ma non si limita a questo,  il suo pensiero si spinge oltre e, rilevando come le attuali guide delle varie nazioni non sono in grado di dare risposte, chiede a tuti cli uomini di individuare nuove “leadership””  che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future.”

Sono necessarie guide che non siano sottomesse alla tecnologia e alla finanza  come purtoppo e’ successo in questi ultimi anni che hanno  visto fallire miseramente tutti i vertici sull’ambiente.

RIFLESSIONI SUL CAPITOLO SECONDO DELLA “LAUDATO SI”

  1. LAUDATO SI – 2 Cap. Fedele Salvatore

Schematicamente…Sottolineo e commento:

· Il definitivo (si spera) superamento della dicotomia “scienza-fede”, nella convinzione della «ricchezza che le religioni possono offrire per un’ecologia integrata»: «la scienza e la religione [fede] che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe» (62).

Il fatto è che, ahimè, molta pastorale e molta catechetica non ha abbandonato la pregiudiziale “creazionista”.

· La «priorità dell’essere rispetto all’essere utili» (68) e, quindi, la sottolineatura del fatto che i racconti biblici della creazione ci insegnano «l’immensa dignità di ogni persona umana» (65): è questo che vuol dire l’espressione “a immagine e somiglianza di Dio”. Mi sembra di sentire Don Milani che scrive «noi che abbiamo per unica ragione di vita quella di contentare il Signore e dimostrargli d’aver capito che ogni anima è un universo di dignità infinita» (Esperienze Pastorali, pag.222).

· L’affermazione che «la Bibbia non dà adito ad un antropocentrismo dispotico che non si interessi delle altre creature» (68). Quindi, «oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature» (67).

· La concezione “dinamica” e non statica della creazione: «lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo». Da ciò discende che «il traguardo del cammino dell’universo è nella pienezza di Dio. […] Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi» (83).

· Il “creato” è un insieme di relazioni irrinunciabili! «Tutto è in relazione, e la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (70). E qui sono molto belli e interessanti i riferimenti all’autentico modo di interpretare lo “shabbat”, l’anno sabbatico e il giubileo (71).

Inoltre, tale “famiglianza universale” e “comunione sublime” si concretizza nel fatto che «Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione» (89). Per cui «pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse». Per concludere, molto poeticamente: «Tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra» (92).

· Tuttavia «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani» (91). Questo fonda l’ecologia integrale, diversa da un generico ambientalismo che rischia di indignarsi (superficialmente) in difesa delle altre specie viventi e non «soprattutto per le enormi disuguaglianze che esistono tra di noi, perché continuiamo a tollerare che alcuni si considerino più degni degli altri», continuando, nei fatti, «ad ammettere che alcuni si sentano più umani di altri, come se fossero nati con maggiori diritti» (90).

· Bellissimo e fondamentale, a mio parere, il riferimento al «principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso» come “regola d’oro” del comportamento sociale. «Ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati» (93).

· «Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio» (84). E perciò «possiamo dire che accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte» (85). «Tutta la natura, oltre a manifestare Dio, è luogo della sua presenza» (88).

2) RIFLESSIONE DI ALDO BIFULCO SUL CAP II DELLA LAUDATO SIR

E’ un capitolo che, sostanzialmente, coinvolge soprattutto i credenti, anche se non mancano alcune affermazioni che possono interagire col pensiero laico.: “la scienza e la religione , che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe”.  In un progetto teso a riparare i danni prodotti da una certa visione del mondo è necessario ricorrere “alle diverse ricchezze  culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità”.  Il paradigma della connessione, dell’interdipendenza “tutti gli essere viventi sono uniti da legami invisibili  e formano una sorta di famiglia universale” è uno dei fondamenti dell’ecologia e in questo capitolo   lo si attribuisce ad un principio intrinseco al progetto creativo di Dio. Ne deriva, in ogni caso, che tutto ciò che determina una rottura di questo equilibrio in un luogo, la desertificazione, la deforestazione e gli incendi in Amazzonia,  la scomparsa di tante specie,  si riflette anche a distanza e coinvolge l’intero sistema  terra . Anche se la responsabilità viene addossata, genericamente all’intera umanità, non possiamo  non fare le opportune distinzioni tra le diverse classi sociali, tra gli stati ed anche tra le generazioni.  L’Enciclica riporta la posizione dei vescovi della Nuova Zelanda che si sono chiesti “ cosa significa il comandamento –non uccidere- quando un venti per cento della popolazione consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere?’”

Uno dei termini ricorrenti in questo capitolo che mi ha particolarmente colpito è ARMONIA.

Essa è, secondo la Laudato Sì’, il risultato di tre relazioni vitali connesse: con Dio, il prossimo , la terra.  “Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio. Ogni creatura ha un suo posto, un suo ruolo, teso a  costruire l’armonia del creato”. “ Tutto è CAREZZA di DIO!”

Questo non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità.

Dio, infatti, ha dotato  l’uomo della libertà, ponendo dei limiti alla Sua “onnipotenza”, creando un mondo bisognoso di sviluppo  e di cura e, quindi, trasferendo in lui la responsabilità di “una creazione che continua”, attraverso la logica del servizio, facendolo diventare co-creatore.  Succede però che, spesso, l’uomo, investendosi di un potere illimitato, praticamente sostituendosi a Dio, non riconoscendosi come creatura, agisce rompendo questa armonia. E questa è una colpa dell’uomo, a prescindere dal suo credo, i cristiani, storicamente, ma anche nella realtà odierna, hanno contribuito e contribuiscono  a rompere  questo equilibrio che appare sempre più fragile.   Non è un caso che Bergoglio, abbia voluto assumere il nome “Francesco”,  forse  per darsi il compito  di avviare un processo  teso a  ricucire “la frattura tra l’uomo e la terra” e  provare a ristabilire l’armonia.

Mi sono ricordato che nella mia nutrita biblioteca c’è un libro (ancora impacchettato…e ce ne sono tanti!) di Edward O.Wilson “L’armonia meravigliosa”, con un sottotitolo intrigante “dalla biologia alla religione la nuova unità della conoscenza” (occorra che lo legga!).

Intanto mi suggerisce una domanda: L’etica , nei suoi principi,  che dovrebbero  regolare la relazione tra gli uomini e tra essi e l’ambiente è  frutto della ragione oppure è intrinseca  alla natura  dell’uomo, una sorta di “legge naturale” che potremmo far risalire a Dio?  Una legge percepita dalla coscienza , ma che può essere liberamente accolta o respinta.  E poi mi chiedo se non sia possibile prefigurare un ‘ “Etica Mondiale”, sostenuta  – mi pare- anche da Hans Kung,  condivisa dalle religioni universali, ma anche dal pensiero laico? Un’etica i cui valori fondanti e condivisi, capaci di orientare la vita delle persone e le legislazioni, siano quelli a favore dei diritti umani, della libertà, della giustizia, della nonviolenza e della pace, della conservazione della terra nella sua struttura armonica.

Un’altra questione che mi sollecita la lettura del capitolo è come conciliare la Creazione di Dio  con le teorie scientifiche della nascita dell’universo, della terra  e della vita e la sua evoluzione?  Basta l’affermazione che ho sentito in una conferenza di Carlo Molari “Dio fa che le cose si facciano!”, mutuata forse dal pensiero di Theilhard de Chardin? E che senso ha parlare di “creazione che continua” ? E’ da escludere la possibilità che Dio intervenga nella storia? Arturo Paoli nel libretto “Il cuore del Regno” afferma :”Io non sono pessimista, credo nella presenza dello Spirito di Dio  nella storia e quindi c’è sempre la possibilità di una rinascita”  Allora, in questo caso, potrebbe avere un senso non solo la preghiera di lode e di ringraziamento ma anche quella di richiesta.

 Solo in qualche parte avverto un po’ di indulgenza nei confronti del Cristianesimo (in quanto religione) che conterrebbe al suo interno un compito particolare nella salvaguardia del creato ( e che dire allora dei buddisti?).  Non possiamo dimenticare la storia antica e recente, dei danni determinati nei confronti dell’ambiente e dell’umanità. L’ideologia  capitalistica, assunta da certi partiti e da un’ economia che fa del “mercato un idolo assoluto” e  della proprietà privata un diritto inalienabile, mi pare sia stata  per molto tempo appoggiata o, almeno, tollerata dalla chiesa. Non dimentichiamo la politica coloniale  e l’etica della frontiera  o del “cow-boy”   dell’America e di tanti paesi che   fanno del  Cristianesimo la loro bandiera.

 Per il resto tutto il capitolo è permeato da concetti e affermazioni  che vanno in tutt’altra direzione , sconfessando nella pratica  le false ideologie che hanno corrotto il cuore dell’uomo.

 Alcune assunzioni, come la “Terra è di Dio” e  il richiamo al “riposo della terra” e al “giubileo”  hanno fatto sì che il mio pensiero andasse al caro Giovanni Franzoni che, per  le sue elaborazioni e le sue scelte,  è stato  emarginato  ed ha  subito tante ingiustizie.

Mi piace riportare qualche brano, tratto dalla Bibbia, di grande suggestione e bellezza.

“ E quando, cammin facendo, troverai sopra  un albero o per terra  un nido di uccello, con uccellini o uova  la madre che sta covando, non prenderai la madre che è con i figli!” (Dt22,4.6).

E ancora “ Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete fino ai margini del campo, né raccoglierete ciò che resta da spigolare dalle messi; quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli e non raccoglierai gli acini caduti: li lascerai  per il povero e il forestiero (Lu 19, 9-10)”. Forse questo brano avrà ispirato “il caffè sospeso” tipico della generosità napoletana. Lasciare riposare la terra vuol dire assicurarne la fertilità anche per quelli che verranno.  E quanto sia assurda la coltura intensiva che sfrutta la terra, dovendola poi  avvelenare con pesticidi e concimi chimici, fino a renderla sterile! Come viene poco considerato il lavoro indispensabile del contadino! La società si è organizzata, a mio avviso scandalosamente, attribuendo salari e paghe sproporzionate ad altri mestieri  in rapporto a quello che viene attribuito a chi coltiva la terra.  Anche noi dovremmo riflettere se siamo veramente disposti a regolare la nostra spesa considerando la provenienza dei prodotti e il lavoro di quelli che li producono e non lesinare il “giusto prezzo”, nel rapporto diretto con essi. Mi addolora molto riscontrare il fallimento, totale o parziale, di alcune esperienze che vengono ancora indicate esemplari  per un nuovo modello di economia.  I GAS, Gruppi solidali d’acquisto, sembrano spariti, la Bottega “O’ Pappece” di Via Mezzocannone ha chiuso e l’acquisto di prodotti a Km 0 è rimasto solo una bella aspirazione.

Detto questo vorrei chiudere questa mia riflessione sul capitolo intitolato “il vangelo del creato” con le parole beneauguranti, dei vescovi del Giappone:

“Percepire ogni creatura che canta l’inno della sua esistenza è vivere con gioia nell’amore di Dio e nella speranza”.   La speranza di instaurare, sin da ora il Regno di Dio , il vero centro del messaggio di Gesà , un Regno che consiste come spesso ha ripetuto Arturo Paoli,  prendendo spunto ancora da Theilhard de Chardin,  nell’ AMORIZZARE il mondo.

Aldo

3) CARMEN MINUCCI  COMMENTO AL CAP. II DELLA LAUDATO SI’

ciao! Ho appena finito di leggere il tuo commento al secondo capitolo dell’enciclica e per certi versi l’ho sentito in sintonia con i pensieri che mi ha ispirato il vangelo di domenica prossima.

Gesù si presenta a noi con umiltà, con empatia per chi soffre e così dovremmo essere noi con i fratelli e con il creato.

Riguardo al nostro ruolo nel creato, su questa terra, credo fermamente che noi siamo solo un tassello tra i tanti tasselli, purtroppo siamo un tassello velenoso e distruttivo, poco armonico con gli altri, più tossico di un parassita perché con le scoperte e le invenzioni accumulate nei secoli non abbiamo quasi più nessun nemico naturale, se non che spunti un piccolo, piccolissimo virus (10-150 nm di diametro; un nm corrisponde ad un miliardesimo di m) a sparigliare le carte per tutta la specie umana.

Manca, e questo mi fa molto male, l’educazione al rispetto dell’altro, delle altre forme di vita, del pianeta su cui fortunosamente ci siamo ritrovati a vivere. Il Pianeta blu, se ci penso mi salgono le lacrime agli occhi per come lo stiamo devastando.

Quello che manca oggi a tanti è l’EMPATIA, il sapersi mettere nei panni dell’altro, il saper sacrificarsi per la sopravvivenza degli altri, del creato tutto.Se l’empatia nei confronti dei nostri simili è poco diffusa, quella nei confronti del creato, in senso lato, è veramente merce rara.

Tempo fa uscendo dalla Stazione Zoologica vidi una bambina, che “pascolava” in villa con la madre, tirare e rompere vandalicamente e sadicamente le foglie di una piccola palma in un’aiuola della villa, mi sentii male per quella pianta come se stessero dilaniando le mie stesse membra, non potei non rimproverare quella bambina facendola riflettere su come si sarebbe sentita lei se avessero fatto a lei ciò che stava facendo a quella creatura indifesa.

Se ci penso ancora mi rattrista quell’episodio…

L’unico modo per aumentare l’empatia negli Homo sapiens è quella di sollecitarla nei bambini fin dalla più tenera età grazie ad insegnanti motivati ed ematici…Sarà possibile o solo un’utopia la mia? Forse pretendo troppo dalla scuola, ma mi sembra l’unico antidoto all’imbarbarimento umano.

4) CORRADO MAFFIA CAP II LAUDATO SI

Le mie riflessioni giungono in ritardo rispetto a quelle di Aldo e Fedele che ho letto, condivido pienamente e che non evidenzierò per evitare inutili ripetizioni.

Il secondo capitolo inizia chiedendosi perché chiamare in causa le convinzioni di fede che prevedono l’idea di un Dio creatore, continua rapportando la scienza con la religione e ne auspica l’incontro in vista di soluzioni che non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà, tutto questo in vista di una ecologia integrale.

Vengono così introdotti in poche righe questioni millenarie come il rapporto scienza-fede, scienza-religione (che non ritengo siano intercambiabili), prassi di pensiero, come quella di interpretare e prassi politiche, come quella di trasformare; meno problematico il termine di ecologia integrale già introdotto nel primo capitolo.

Come si noterà in seguito, la questione appena accennata tra evoluzionismo e creazionismo, molto complessa, non sarà sciolta, anzi al punto 75 è ribadita una spiritualità che contempla Dio onnipotente e creatore, anche se Padre.

Tralascio per brevità gli interrogativi a cui ho fatto riferimento per cercare il terreno comune di confronto. Ci illumina al riguardo il punto 64: se il solo fatto di essere umani muove le persone a prendersi cura dell’ambiente e dei fratelli e sorelle più fragili (ecologia integrale), i cristiani avvertono che i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede. Viene quindi enunciato, e mi sembra molto importante questa affermazione, in modo solenne e convincente che l’impegno ecologico è parte integrante della fede cristiana.

Il punto 67 mi sollecita perché riporta in sintesi il racconto di Genesi 1,28 (di soggiogare la terra) e di Genesi 2,15 (di coltivare e custodire la terra). Papa Francesco raccomanda di contestualizzare e interpretare in modo corretto le scritture schierandosi decisamente a favore del brano di Genesi 2,15. Personalmente condivido in pieno la scelta e pongo anche un interrogativo: i due racconti distinti della creazione (scaturenti da due diverse fonti) sono espressioni letterarie e quindi soggette al metodo ermeneutico o invece non sono che due modi diversi, fin dalle origini, di intendere e di vivere il rapporto con la natura? E questo ci riporta anche al complessissimo tema della composizione delle scritture e della loro acquisizione canonica, ma è altro discorso da affrontare a parte.

Ma il punto centrale del secondo capitolo lo ritrovo nell’insistenza sul tema della relazione e dell’armonia sottolineato anche da Aldo e Fedele. Mi piace riportare:

che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri. La rottura di queste relazioni determina disarmonia e peccato.

Tutto è in relazione. Noi non siamo lo scopo finale delle altre creature.

La terra è una eredità comune e il diritto universale al suo uso è “la regola d’oro” del comportamento sociale, e il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale.

28/04/2020 – Corrado

5) RIFLESSIONI CAP II LAUDATO SI CRISTOFARO PALOMBA

Il cap ii della “ laudato si” porta un titolo emblematico “ Il Vangelo della creazione”  quasi a dire l’universo è la Buona novella per tutti gli uomini chiamati a custodirla e difenderla  e coltivarla.

Il richiamo alla spiritualità e alle forme più disparate di cultura e religione  è un tentativo da parte di Francesco  di rivolgersi, in questo capitolo, al mondo dei credenti perchè diano delle risposte particolari per prendersi cura della natura.

Il testo non scioglie il vecchio nodo fra creazionisno ed evoluzionismo, ma moderandolo nella terninologia, ci spinge  ad una rilettura dei capitolo della Genesi dove questi  testi simbolici ci inducono a profondi insegnamenti per meglio intendere il rapporto uomo- natura.

Stigmatizzando false inerpretazioni dei testi biblici ci invita a tener  ben presente che non siamo i dominatori del cosmo ma i  coltivatori e custodi.

Il prendersi cura viene esplicitato rileggendo testi biblici che si soffermano su norme che sono rivolte  agli altri esseri umani ma a tutte le forme di vita (paragrafo 68- 69 – 70)

Il racconto, in particolare, di Caino  al quale Dio chiede: “Dov’è  Abele tuo fratello”   rappresenta  come l’uomo operando una grave rottura trascura l’impegno di “coltivare “ relazioni corrette con il prossimo e con la terra “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”.

Tutto questo fa pensare, oggi,  a quanto sta avvenendo  in Amazzonia dove per meglio sfuttare la foresta vengono scacciati gli indios ed uccisi i loro rappresentanti. Quei territori insanguinati ed inquinati gridano vendetta contro lo sruttamento intensivo dei suoli.

Belli sono i richiami ai ritmi imposti all’uomo per rispettare la natura, ritmi che nelle normative del popolo ebraico si concretizzano con lo Shabbat (settimo giorno di riposo), l’anno Sabbatico che si celebrava ogni sette anni , nel quale si dava riposo alla terra e l’anno Giubilare, anno  del perdono universale e della liberazione della terra.

Tutto questo rappresenta per tutti una presa di coscienza  per  la condivisione dei frutti della terra con i più poveri.

L’amore di Dio per la natura e le cose ( par. 80 – 81 – 82 ) stimola l’uomo che “benchè supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pienamente spiegabile dell’evoluzione di altri sistemi aperti. Francesco comunque sente l’esigenza di precisare che l’uomo in ogni caso ha un valore “peculiare”  che implica la sua tremenda responsabilità e che la terra in ogni caso non può essere divinizzata e per questo deve essere protetta per la sua fragilità.

Dal percorso così elaborato ne scaturisce che la terra è una eredità comune. Questa destinazione universale della terra e dei suoi beni  impone il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale. Anzi, dice di più, la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il principio della proprietà privata, ed ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata.

Questo capitolo, rivolto in particolar modo ai credenti , non poteva concludersi senza richiamarsi alla figura di Gesù che nella sua esperienza di Dio fra noi ha amato la natura vivendo come uomo fra gli uomini, sottolineando come ha vissuto gran parte della sua vita lavorando come falegname.

CAPITOLO III

  1. Riflessioni di Fedele Salvatore

Sottolineo e commento:

· «A nulla ci servirà descrivere i sintomi, se non riconosciamo la radice umana della crisi ecologica»    (101).

Mi pare fondamentale questa introduzione al capitolo: troppo spesso ci soffermiamo a descrivere e

condannare i sintomi, le “conseguenze”, senza andare a considerare l’eziologia, le cause dei disastri che avvengono (vedi anche l’attuale situazione per il Covid-19). E rincorriamo le emergenze. Potremmo dire, anche in questo caso, che “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. «Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica» (109).

· La globalizzazione del paradigma tecnocratico, partendo dal «falso presupposto che “esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti”» (106)

Tale paradigma si fonda sull’idea di dominio, «dominio nel senso estremo della parola» (108), e pervade ogni ambito della vita, fino ad «esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. [fino al punto che] la finanza soffoca l’economia reale» (109). E proprio la finanziarizzazione dell’economia, con alle spalle il paradigma tecnocratico, è alla base delle più profonde crisi del nostro tempo, che non sono solo crisi economiche, appunto.

E’ una questione di potere! «In quali mani sta e in quali può giungere tanto potere? E’ terribilmente

rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità» (104).

· Tutto ciò anche perché «l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza» (105). Così come è mancato lo sviluppo dell’«autocoscienza dei propri limiti» (105). «Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli» (116), «per questo è giunto il momento di prestare nuovamente attenzione alla realtà con i limiti che essa impone, i quali a loro volta costituiscono la possibilità di uno sviluppo umano e sociale più sano e fecondo » (116). Questa affermazione mi pare fondamentale: in questo senso si può parlare di “decrescita felice”, nel senso del ritorno ad un mondo nel quale abbiano importanza i valori della sobrietà, delle relazioni semplici, dell’interesse per i beni comuni…

«Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane» (114).

· E’ necessario, quindi, «uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico. Diversamente anche le migliori iniziative ecologiste possono finire rinchiuse nella stessa logica globalizzata» (111).

· Ritorna, quindi, a ribadire la necessità di una ecologia integrale, che si fonda su una corretta antropologia: «non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo.   

Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia   » (118). E di qui la necessità di ritornare a (o andare verso) una “rivoluzione antropologica” che metta/rimetta al centro le corrette relazioni, l’etica, la “spiritualità”: «se la crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali» (119).

· Una “rivoluzione” che veda il superamento del “relativismo pratico” «in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati» (122), che accompagna la globalizzazione del paradigma tecnocratico.

Una logica relativistica dell’”usa e getta” ad ogni livello, per cui si comprende come «quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare» (123). Purchè, aggiungerei, questo non ci porti alla cultura dei “valori irrinunciabili”, che tanti danni ha fatto, soprattutto tra i “militanti cattolici”, in questi ultimi decenni.

· «In qualunque impostazione di ecologia integrale, che non escluda l’essere umano, è indispensabile integrare  il valore del lavoro         » (124). Mi sembra molto interessante e importante questa affermazione: il lavoro non è una merce, ma un valore!

​o E’ la continuazione della creazione: «gli operai e gli artigiani “assicurano la creazione eterna” (Sir. 38,34)» (124)

o Una concezione del lavoro che, benedetttnamente, è «intrisa di senso spirituale», «ci rende più

capaci di cura e di rispetto verso l’ambiente, impregna di sana sobrietà la nostra relazione con il

mondo» (126).

o Un lavoro che diventa “capitale sociale”, «ossia quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di

rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile». Per cui «rinunciare ad investire sulle

persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società» (128).

· Un’indicazione molto concreta e appropriata riguarda la necessità (l’”indispensabilità”) di «promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale» con l’impegno e la responsabilità, per le autorità, di «adottare misure di chiaro e fermo appoggio ai piccoli produttori e alla diversificazione della produzione»(129).

2) RIFLESSIONE SUL CAP III DI ALDO BIFULCO

In questo momento storico è un’impresa un po’ ardua muovere critiche alla tecnologia.  Il progresso della medicina e della scienza che ampliano la conoscenza e consentono di trovare antidoti nei confronti delle malattie, il miglioramento di alcune modalità di produzione e dei mezzi di trasporto, le facilitazioni determinate nella vita domestica, nonché gli strumenti di comunicazione che hanno accorciate le distanze consentendo anche, il telelavoro, la telemedicina , la didattica  a distanza, sono dovute essenzialmente all’avanzamento della tecnologia.  Che dire poi della robotica e dell’intelligenza artificiale.  Ma è tutto oro quello che luccica? L’enciclica, nella sua prima parte, mi sembra che tratti con adeguato equilibrio questo argomento, ma non può esimersi dal criticare il “paradigma tecnocratico” che ha  assunto un potere assoluto e globale, condizionando, non sempre positivamente, la vita della  gente, la salute della terra e il futuro delle generazioni.

– Lo scoppio delle bombe ad Hiroshima e Nagasaki con il loro lascito di morti e distruzioni, non hanno interrotto la corsa agli armamenti e al loro potere distruttivo; gli arsenali militari sono ampiamente attrezzati per  distruggere  più volte la terra nel suo complesso. Esiste, quindi, una “tecnologia della morte” che minaccia ogni forma di vita , in ogni angolo del globo.

– Ma anche il nucleare civile, promettendo ricchezza diffusa ed energia illimitata, ha fatto il suo tempo, e i danni provocati dalle radiazioni, nonché i costi dello smaltimento delle centrali dismesse, sono esorbitanti.

.-Il “delirio tecnologico” non  rispetta neppure lo “scrigno che custodisce l’informazione genetica”, consegnando ad alcuni il potere di controllare e pilotare alcune forme di vita, con imprevedibili e pericolose conseguenze del nostro divenire. “Il 16  giugno 1980 una decisione  della corte suprema degli S.U. stabiliva la brevettabilità di microorganismi e altre forme viventi, configurando così un –diritto privato biologico-, sconcertante nella sua implicazione etico-giuridica di assoggettamento formale  non delle singole creature alla signoria dell’uomo, ma addirittura dei meccanismi della creazione” (da L’Uomo antibiologico” di Aldo Sacchetti).

E che dire della “pirateria dei semi” da parte delle multinazionali e dell’assurda pretesa di condizionare per sempre l’agricoltura dei popoli da parte della Monsanto inserendo il gene terminator nei semi .

– Non si può assolvere la tecnologia per un certo “sviluppo industriale” che sta sconvolgendo l’equilibrio ecologico con conseguenze significative per la salute delle popolazioni di oggi e delle future generazioni, proponendo l’assurdo dilemma, salute o lavoro.

-L’acquisizione dei dati personali nei potenti network non solo è un attacco alla privacy, ma può condizionare e orientare i consumi, ma anche la democrazia e la selezione dei lavoratori.

– La tecnologia della comunicazione, di indubbia utilità,  che però spesso si traduce  nella semplice “trasmissione” unidirezionale, con la sovrabbondanza di informazioni, non sempre corrette, può disorientare i fruitori.

– Perfino l’apparente “innocente cellulare” che è diventato  una necessità vitale,  modificando stili di vita, sequestrando l’attenzione  e il tempo, sfugge a qualche considerazione preoccupante..  Una sorta di mutazione antropologica si sta verificando, soprattutto, nei giovani  che vede “ il dito indice  prevalere perfino sul cervello!!”

Questa rincorsa allo smartphone di ultima generazione, così diffusa a livello planetario, non può durare all’infinito perché i minerali come il coltan non sono inesauribili. Intanto la loro acquisizione sta generando devastazioni e instabilità , con migliaia di morti, in territori  come il Congo che sarebbe dal punto di vista geologico  un “cratone”, paradossalmente un’area rigida e stabile non soggetta  ai sommovimenti tettonici che caratterizzano, invece,  tante aree del pianeta.

.- C’ è un aspetto che mi preme sottolineare ,ulteriormente, e che mi pare non sia presente nel capitolo che stiamo analizzando: il “disordine entropico”. Un tema caro a Ernesto Balducci che, nella “Terra del Tramonto”, afferma: “L’ultima fase della civiltà, quella industriale è riuscita a realizzare un modello di vita il cui segno più generalizzato è un alto livello di consumi e, quindi, un alto coefficiente entropico” “L’occidente, in particolare, è un’umana struttura dissipativa che assorbe energia viva e la restituisce degradata”.  Ricordo che già, nel 1986, nei seminari pomeridiani che si tenevano al Liceo “Brunelleschi “ di Afragola volli invitare il nostro amico “docente di storia  della fisica “ all’Un. FedericoII, Antonino Drago per trattare il tema ”ENTROPIA: una nuova concezione del mondo”.  Sembra ineluttabile che il Cosmo e, quindi la Terra , siano destinati ad una “morte entropica”.  L’Entropia è la “freccia del tempo”. Siccome non possiamo “Fermare il tempo!”, bisogna decidere se accelerare o decelerare questa evoluzione.  La scienza e la tecnica non possono tirarsi fuori con la pretesa della “neutralità”.

 Nell’enciclica si legge: “L’antropocentrismo moderno, paradossalmente, ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà, perché questo essere umano <non sente più la natura né come norma valida, né come vivente rifugio La vede senza ipotesi, obiettivamente, come spazio e materia in cui realizzare un’opera nella quale gettarsi tutto, e non importa che cose ne risulterà>”.

A mio parere bisogna considerare il rapporto tra “coscienza di specie” e antropocentrismo.

Il principio che guida una specie è la sua salvaguardia nel tempo, soprattutto attraverso l’atto riproduttivo. Da questo punto di vista diciamo che è ragionevole che l’uomo sia “antropocentrico”, come il leone “leonocentrico” e la formica “formicocentrica”.  Ma l’eccesso di “antropocentrismo”, non riconoscendo la trama che tiene uniti gli essere viventi, può risultare controproducente e spingere alla concentrazione di potere e al dominio. Portato agli estremi, potrebbe determinare un’irrazionale forma di individualismo ed egoismo, a livello personale, che contraddice il messaggio evangelico, dove si evidenzia che“io sono gli altri”. Se devo essere sincero preferisco il “biocentrismo” all’antropocentrismo.   Ma mi domando se sia necessaria questa rincorsa a posizionarsi  al “centro” in un universo in espansione, un universo dinamico ed evolutivo dove sfugge ogni concezione di “centro”?

Il crescente esodo dalle campagne per raggiungere l’auspicato centro, ha determinato il fenomeno dell’urbanizzazione con guasti evidenti sulla vivibilità, la sostenibilità, il lavoro di cura del territorio.

Centralizzare è la parola d’ordine nel mondo della produzione, dell’economia., della politica. Allora si eliminano i presidi ospedalieri diffusi capillarmente sui territori per concentrare la sanità  solo in megastrutture, spinti più che dal benessere della gente,  da una maldestra concezione dell’economia. E ne stiamo pagando le conseguenze.

Le fabbriche si fondono e si spostano, confinando i processi produttivi solo in determinati luoghi, o addirittura in determinati paesi.  In nome di un presunto efficientismo, si genera disoccupazione ed una mobilità crescente con grandi sacrifici per le persone ed un incremento dell’inquinamento.

Non sarebbe più conveniente avere modalità diversificate di produzione energetica e sparse in ambiti territoriali sfruttandone le specifiche caratteristiche? Con grande risparmio dal punto di vista termodinamico, ma anche più coerente  con una democrazia autentica.

Non parliamo poi dei mostri sacri della modernità, i templi del consumismo eretti per onorare l’idolo “mercato”.  Vediamo continuamente chiudere tanti piccoli negozi, tante botteghe di artigianato, che costituivano “gli occhi sulla città”, ma anche luoghi della creatività e della tessitura relazionale, fagocitati da megastrutture, i supermercati, spesso vere brutture architettoniche, negazione della fantasia. Al loro interno ci sentiamo “aggrediti dai salumi, dai formaggi, dai dolciumi, da quel fragore assordante di cose che atrofizza la facoltà di scegliere”, truccate e imbellite con inutili ed esagerati imballaggi che alimentano quella montagna di rifiuti così difficile da smaltire. Surrogati per sopportare il “vuoto esistenziale”. Non oso immaginare cosa lasceranno, in caso di fallimento; un territorio devastato, un consumo di suolo inutilizzabile, tante famiglie nella disperazione. Quando uscì, tempo fa, il libro di Schumacher “Piccolo è bello”, dai soloni dell’economia, della finanza e della politica fu trattato  con frettolosa sufficienza.

Il Mercato che prometteva, “il paradiso in terra”, una ricchezza diffusa, e l’uguaglianza tra i cittadini, ha, invece, concentrato “ricchezza e potere” in poche mani, alimentando una disparità abnorme nei livelli vita, con sacche di solitudine e disperazione.

La modernità sembra aver sostituito il Dio della Bibbia, con il Mercato, un idolo senza palpito e senza cuore, una religione spietata dal potere abbagliante, molto pericolosa per la sorte della gente e della terra.

Ne consegue la questione del lavoro trattata in modo esemplare dall’enciclica.

Il lavoro è una necessità vitale per l’uomo, per “prendersi cura dell’esistente e provvedere alla coltivazione per la produzione di frutti”, ma anche per esercitare la creatività e contribuire alla “creazione continua” di Dio. Il lavoro in tutte le forme è intriso di spiritualità. Allora una priorità della politica e dell’economia dev’essere l’accesso al lavoro per tutti. Un lavoro a misura d’uomo, che non lo abbrutisca  e gli conceda il tempo per una vita piena  e gioiosa. “ Lavorare meno, lavorare tutti…con l’aggiunta lavorare meglio” può rappresentare uno slogan ancora efficace e da sostenere . L’introduzione delle macchine non deve assolutamente sortire la “fine del lavoro”, diventato il titolo di un importante testo di Rifkin. Ci sono, a mio avviso, tante possibilità di lavoro, se si passa dal paradigma della quantità a quello della qualità, la manutenzione del territorio e delle strutture, il lavoro di cura e di relazione, lo sviluppo della cultura e delle arti, la ricerca….

E poi c’è l’immenso comparto dell’agricoltura che può essere decisivo, specie se facciamo riferimento a una grande varietà di sistemi di piccola scala che possono nutrire la popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti. Un’agricoltura liberata da pesticidi e concimi chimici che stanno rendendo sterili tante aree del pianeta e sterminando gli insetti impollinatori indispensabili alla riproduzione delle piante e alla  produzione dei frutti.

Quando Ciro ha manifestato il desiderio di interessarsi dell’apicoltura due pensieri sono sorti nella mia mente: a) l’enorme varietà di piante e dei loro specifici impollinatori che si sono sviluppati con un processo di coevoluzione determinando dei meccanismi incredibili, di mirabile bellezza; b) la notizia che alla grave penuria di api la tecnologia stia pensando di intervenire creando un robot apiforme”(!!)

L’illusione dell’onnipotenza della tecnologia è figlia della megalomania dell’uomo.

Eppure ci può essere una tecnologia dolce, un prodotto meraviglioso della creatività umana, che consenta uno sviluppo integrale e sostenibile.

Come dice l’enciclica ciò non è possibile se essa si separa dall’etica.

Allora mi piacerebbe che potesse rientrare nelle laudi di S.Francesco e poter dire. Laudato si’ per nostra sorella tecnologia!

Aldo Bifulco 

3) RIFLESSIONE DI CARMEN MINUCCI

Caro Aldo, solo ora mi sono resa conto di non aver mai inviato questa mia mail a suo tempo…. Ho aggiunto giusto una considerazione alla luce della fase 2 che stiamo vivendo……..Grazie per aver condiviso le tue riflessioni.

Come ti dicevo avevo iniziato a leggere l’enciclica alla sua uscita e la cosa mi entusiasmò non poco, mi sentii come un diapason che vibra in accordanza con le note della melodia….

Il grande spirito ecologico che pervade l’enciclica fu portato ad esempio, all’epoca della sua uscita, dal Presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn in una delle sue conferenze a cui intervennero anche alcuni Ministri dell’allora governo Renzi. L’Enciclica ha dato un assist eccezionale agli scienziati che studiano il nostro pianeta nelle sue fitte reti relazionali tra organismi e ambiente. 

Nonostante questo, come anche tu hai notato, lo sguardo al mondo è sempre un po antropocentrico, si richiama alla cura della Terra per il bene dell’Umanità, per la sua sopravvivenza. 

Noi siamo solo un tassello, il più deleterio purtroppo, di tutti gli ecosistemi evolutisi sul pianeta Terra. 

L’ aver mangiato dall’albero della Conoscenza ci ha resi cinici, ci siamo autonominati padroni e manipolatori del creato senza alcuna empatia nei confronti del Giardino in cui ci siamo scoperti a vivere.

Papa Francesco ci fa riflettere sulla necessità di riscoprirci creatura tra le creature.

I potenti del mondo non sembrano aver accolto questo messaggio, le varie Convenzioni sul Clima sottoscritte negli ultimi decenni sono state sconfessate e disattese “ignorantemente” da Trump, e da chi ha seguito il suo esempio, con gravi conseguenze per tutto il pianeta. 

Quello che manca oggi è l’educazione all’Ecologia, manca la profonda convinzione di essere parte integrante di un equilibrio sempre più fragile e a rischio. Manca la consapevolezza che non ci sarà, o forse non c’è già più, la possibilità di tornare indietro. 

Se anche da Oggi riuscissimo a invertire la rotta (riducendo al minimo le emissioni di CO2, smettendo di bruciare la Foresta Amazzonica, riducendo al  minimo il nostro impatto sul pianeta) ci assesteremmo su un nuovo punto di equlibrio , qualitativamente peggiore rispetto a Ieri in termini di biodiversità e livelli di inquinamento dell’aria, delle acqua e e dei  terreni, ma sarebbe comunque un punto di ripartenza. 

Dobbiamo sperare nelle nuove generazioni, in giovani come Greta Tumberg ma soprattutto in educatori capaci di trasmettere i valori presenti nell’Enciclica

I tanti Seminari di Ecologia al Liceo hanno nutrito, grazie a Aldo, la mia adolescenza e quella di tanti altri studenti, offrendoci orizzonti più ampi su cui riflettere e contribuendo a renderci la persone che siamo oggi.

Papa Francesco nel suo “E’ l’amore che apre gli occhi” (il titolo in lingua originale “Il vero potere è nel servizio” è ancora più pregnante!) parla dell’importanza degli educatori e di essere educatori di valori. Della necessità di rendere gli uomini, i poveri soprattutto, consapevoli attori della loro vita, soddisfacendo non solo i loro bisogni primari ma anche promuovendo la loro emancipazione.

Gli indigeni dell’Amazzonia, pur nella loro semplicità, sono ben consapevoli dell’Importanza delle foreste per la loro sopravvivenza, forse perchè, diversamente da noi, vivono a stretto contatto con la natura e da essa dipendono per la loro vita quotidiana.

L’avvio della fase 2 sta già facendo svanire i benefici effetti del blocco delle attività produttive. Abbiamo avuto la straordinaria occasione,con il blockdown, di sperimentare come sarebbe infinitamente più a dimensione delle altre creature il mondo senza le nostre deleterie attività. Ovviamente l’egoismo della nostra specie è più forte della necessità di ridurre il nostro impatto sugli ecosistemi. 

Voglio sperare che riusciremo a cambiare rotta…. ma non ne sono troppo convinta…

Buona domenica e buona festa della mamma a tutti!

Carmen

CAPITOLO IV

1 Riflessioni di Salvatore Fedele

innanzitutto una sottolineatura di due affermazioni fortemente legate alla nostra strettissima attualità:

«non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (139). Nell’attuale situazione di crisi dovuta alla pandemia di Covid-19 stiamo (speriamo) comprendendo che non si tratta di crisi sanitaria nel senso stretto del termine, ma di una vera e propria crisi del nostro modello di sviluppo che ha serie implicanze anche “ambientali”. E speriamo di comprendere che solo mettendo in discussione tale modello ne potremo uscire (seppure con le ossa rotte).

«diventa indispensabile dare ai ricercatori un ruolo preminente e facilitare la loro interazione» (140). Una ricerca indirizzata non alla massimizzazione dei profitti di pochi, come nell’attuale sistema di capitalismo globalizzato, ma alla “salvaguardia degli ecosistemi”, perché «quando si parla di “uso sostenibile” bisogna sempre introdurre una considerazione sulla capacità di rigenerazione di ogni ecosistema nei suoi diversi settori e aspetti» (140). Una ricerca che, evidentemente, ha bisogno di migliori risorse e più ampi investimenti economici.

Una “ecologia integrale” che è fondata sulla convinzione che «gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale» (137) e che, quindi assume tutti gli aspetti della nostra vita:

Un’ecologia «ambientale, economica e sociale» (138) che «ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita» (139);

Un’«ecologia economica, capace di indurre a considerare la realtà in maniera più ampia», superando “automatismi” e “omogeneizzazioni” dei processi economici e produttivi (141);

Un’ecologia che, allo stesso tempo sente «attuale la necessità impellente dell’umanesimo» (141) per una «visione più integrale e integrante» (141);

Un’ecologia sociale che «è necessariamente istituzionale» (142): che riguarda, quindi, i diversi sistemi politici e amministrativi, le legislazioni, le pratiche di governo;

Un’ecologia “culturale”, in base alla quale «bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale» (143). Con una attenzione privilegiata alle culture locali, perché «gli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata [tendono] a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità» (144), laddove, invece, «è necessario assumere la prospettiva dei diritti dei popoli e delle culture» (144), perché «la scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale. L’imposizione di uno stile egemonico di vita legato a un modo di produzione può essere tanto nocivo quanto l’alterazione degli ecosistemi» (145). Questo passaggio sull’”ecologia culturale” mi pare straordinario, in barba anche a tanti “ambientalismi” di moda e a tanto immobilismo dei governi oltre le loro dichiarazioni di principio e i documenti ufficiali.

Un’«ecologia della vita quotidiana» (147). Questo è il “passaggio” che sento più vicino alla nostra esperienza di comunità locale di Scampia e al nostro progetto “Pangea”.

«I limiti ambientali sono compensati nell’interiorità di ciascuna persona, che si sente inserita in una rete di comunione e di appartenenza» (148), rendendo tale rete una «esperienza di salvezza comunitaria», che, come ben sappiamo dalla nostra esperienza locale, «spesso suscita reazioni creative per migliorare un edificio o un quartiere» (149).

I “corollari” di questa concezione dell’ecologia della vita quotidiana, diventano, allora, la necessità di curare gli spazi pubblici (151), l’opportunità di «preservare alcuni spazi nei quali si evitino interventi umani che li modifichino continuamente» (151), la necessità di «avere una casa propria», che «ha molta importanza per la dignità delle persone» (152), la «necessità di dare priorità ai trasporti pubblici» (153).

  • Una «ecologia umana», che «implica anche qualcosa di molto profondo: la necessaria relazione della vita dell’essere umano con la legge morale inscritta nella sua propria natura» (155).
  • «L’ecologia umana è inseparabile dalla nozione di bene comune», che richiede l’applicazione del «principio di sussidiarietà», la «pace sociale», la «giustizia distributiva» (156). E nelle attuali condizioni mondiali, con un’evidente crisi del modello capitalistico-consumistico, «il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri» (158).
  • Non è più possibile parlare di uno sviluppo sostenibile «senza una solidarietà fra le generazioni» (159). Pensare che abbiamo questa terra non in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri figli, vuol dire che «non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia» (159). Per cui «non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi […] perchè ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra» (160).

2 RIFLESSIONI DI ALDO BIFULCO

UN’ECOLOGIA INTEGRALE

Il fulcro dell’enciclica sta in questo capitolo. E’ il motivo per cui è stata scritta che si riassume nelle parole, suggerite da Leonard Boff : Il grido dei poveri e il grido della terra!

Nell’impostare la didattica, durante la mia lunga carriera scolastica, non mi sono mai fatto ingabbiare dalla rigidità del cosiddetto “programma ministeriale”, adattandolo alle esigenze delle varie classi con cui mi andavo ad interfacciare,  al contesto territoriale e anche a determinati valori che intendevo proporre.  La Botanica non era prevista, ma avendo avviato la costruzione di un “giardino” non ne potevo fare a meno e così l’ecologia. E mi aiutavo per gli approfondimenti con seminari pomeridiani. 

Il termine “ecologia” nasce con Ernst Haeckel nel 1866, che la considera “ scienza  dell’insieme dei rapporti degli organismi col mondo circostante”. Col tempo l’ecologia è diventata una  disciplina con tantissimi contributi e articolazioni dal punto di vista scientifico. Però io volevo dilatarne il significato sperando che orientasse l’approccio culturale degli studenti ed investisse il loro stile di vita. Sulla lavagna, una volta, a lettere cubitali scrissi “ECOLOGIA della MENTE”, “ECOLOGIA del CUORE”.  Entrò il Preside, rimase sorpreso e si annotò la frase sul suo taccuino. Non so quante volte la sciorinò nei collegi dei docenti.

Nell’impostare i presupposti del Circolo “la Gru”, un circolo nato a Scampia, un quartiere degradato dal punto di vista ambientale e sociale, ci era chiaro che bisognasse coniugare la lotta contro la devastazione del territorio con quella dell’impoverimento delle classi sociali subalterne, a livello locale e globale.  Dalla fertile penna di Felice Pignataro, uscì istantaneamente, quello che è il logo del Circolo. Una gru metallica, simbolo del lavoro dell’uomo, sormontata da una gru uccello, per ricordare il rispetto della natura.

In questo bellissimo capitolo, l’ecologia, viene declinata in tanti modi, ambientale, economica, sociale, ecologia culturale, della vita quotidiana, che tiene conto della giustizia tra le generazioni, insomma :l’ECOLOGIA INTEGRALE!

La chiarezza del capitolo mi induce a trattare solo (ma non sono pochi) alcuni aspetti che secondo me sono importanti.

AMBIENTALISMO ed ECOLOGIA.  Apparentemente sinonimi, ma non sono la stessa cosa.

Non possiamo considerare “la natura come una mera cornice della nostra vita”.  Intanto perché anche noi siamo natura. Allora l’ecologia, necessariamente, include una visione del mondo che mette in crisi l’attuale modello di sviluppo, il tipo di economia, le modalità di produzione, che si ponga il problema di eliminare la povertà e la fame, per restituire la dignità agli esclusi  e mentre propone la cura della terra si impegna per costruire un mondo pacifico e la fratellanza universale. L’ambientalismo rimane in superficie non va all’origine dei problemi. In qualche modo propone la “politica del rattoppo” e un po’ come i “pompieri” che intervengono per spegnere gli incendi, ma non intervengono sulle cause.   Non è un caso che un certo ambientalismo è sposato anche dalla “destra”.  Spesso propone, essenzialmente di guardare al proprio intorno per costruire un ambiente sano e bello per il proprio godimento,  anche perché così aumenta il valore commerciale delle proprie abitazioni. Anche a Scampia ci sono tendenze verso questa tipologia di ambientalismo ( ovviamente da non condannare per i suoi effetti pratici, ma semplicemente per definirne i limiti). E’ per questo che in un convegno mi sono permesso di dire che “l’ecologia non è il giardinaggio”! Ma il giardinaggio è una gran bella cosa. Che rabbia, però, vedere il colore “verde” assunto per colorare le camicie e le casacche della Lega! Pia Pera, una grade ecologista, recentemente scomparsa dice che il “giardino è senza confini e che esiste un unico giardino, quello planetario”. Allora non è possibile conciliare una politica ambientale  con  una prospettiva razzista.

ECOLOGIA ed ECONOMIA. Ci dovrebbe essere una stretta relazione, anche considerando il  riferimento alla “casa”  presente  nei due termini. Mentre l’ecologia tiene conto della “complessità” e propone un approccio sistemico, l’economia si è incamminata vero il “pensiero unico”, obbligando, praticamente  tutti i popoli a confrontarsi con questo unico modello. L’attuale “economia globalizzata” è degradante, ingiusta, incompatibile con la vita del pianeta e dei popoli.  Chiunque non sia ipnotizzato dalla propaganda neoliberista si rende conto della nocività del “capitalismo globale”. Purtroppo tranne poche frange non si ha il coraggio di sostenere questa tesi, in ambito istituzionale, e nei consessi locali e internazionali.

Papa Francesco è uno dei pochi leader internazionali che ha avuto il coraggio con la perentoria affermazione  “L’ECONOMIA che UCCIDE” dicondannare la ricaduta negativa sulla gente dell’attuale  modello economico.. Non posso dimenticare la meraviglia di Maurizio Landini, l’attuale leader della CGIL, durante l’Incontro Mondiale dei Movimenti popolari con Papa Francesco ebbe ad esclamare ”Possibile che debba venire in Vaticano per ascoltare qualche parola contro il capitalismo?”

Non è che manchino ipotesi alternative elaborate da  eminenti economisti, anche premi Nobel che, da tempo, prefigurano altre possibili economie.  (Questo è un argomento da sviluppare!).

Roberto Mancini nel suo libro “Trasformare l’Economia” ne enuclea alcune,  “l’Economia del dono”, “L’Economia di comunità”, “La Bioeconomia e la decrescita”, “L’economia del bene comune” “L’Economia di comunione ed economia civile” L’economia solidale e partecipativa”…..

Per tutte queste è necessario, in ogni caso, cambiare la “prospettiva”.

La QUESTIONE FISCALE.  Volgarmente, parliamo di “tasse”.  Non mi pare che sia presente nell’enciclica, ma io lo ritengo un argomento cruciale, specie in questo momento storico, in cui si parla di “ripartenza”, dopo la pandemia.  L’odore dei soldi è un richiamo delle mafie, ma anche dei soliti “furbetti” che, a prescindere da un autentico bisogno, cercano di sfruttare le dinamiche a proprio vantaggio, sottraendo risorse per i “veri emarginati”.  Nessuno vuole pagare le tasse, ma tutti pretendono servizi e accampano diritti. I populisti ne fanno un loro elemento di propaganda, con indubbio successo, anche se, poi, non indicano dove recuperare risorse e cosa ancora più grave, facendo proposte generaliste, contravvenendo al principio costituzionale della proporzionalità.  L’equità fiscale e la redistribuzione del reddito di cui spesso si parla sono interconnesse.  Un ministro, pochi anni fa, fu messo in croce per aver esclamato “le tasse sono belle!”. Ma io mi sentii in obbligo di fargli eco all’interno di una celebrazione eucaristica dai Gesuiti. Qualcosa si muove in questo senso? Mi sono capitate sottomano due lettere sul Venerdì di Repubblica, nella posta di Michele Serra , che condivido completamente (e mi piacerebbe leggerle con voi) che pongono in modo corretto la  questione ed una comincia così “ Papa Francesco ha detto che – i fenomeni dell’evasione fiscale e dell’elusione fiscale prima di essere illegali sono atti che negano la legge basilare della vita, il reciproco soccorso” . In un’altra lettera un pensionato, con una pensione di 1568 € ,  si dichiara pronto a versare il 5% della  sua pensione, per il bene del paese e come contributo alle future generazioni.

In questo momento storico, bisognerebbe aprire il varco ad un’altra parolina per tanto tempo impronunciabile, pena la lapidazione,.:la PATRIMONIALE.

Se non vogliamo scandalizzarci per la concentrazione della ricchezza in poche mani e l’aumento delle sacche di povertà dobbiamo prospettare politiche che adottino limiti alle accumulazioni, ai megastipendi e alle pensioni d’oro. Straordinario, in questi giorni, il paniere calato da un balcone di una strada di Napoli con la scritta “Chi ha metta e chi non ha prenda”!

I BENI COMUNI  e  la GIUSTIZIA tra le GENERAZIONI.

Ugo Mattei nel suo libretto “I Beni comuni”, mette in guardia nei confronti di una pratica politica che per far fronte alle necessità contingenti, predispone la vendita di beni della collettività, trasferendone la proprietà ai privati. Non possono essere considerati una merce da mettere sul mercato.  D’altra parte li dobbiamo considerare come un patrimonio che appartiene anche alle future generazioni.   E non si parla soltanto di palazzi, castelli, luoghi d’arte, ma anche di isole, montagne, foreste, spiagge, perfino fondali oceanici e come ci richiama il nostro Franzoni  in “Anche il cielo è di Dio”, l’etere, lo spazio attorno alla terra.  Pensiamo alla rete internet privatizzata che sta determinando enormi accumulazioni di ricchezze in pochissimi soggetti. E proprio Franzoni ritiene che non si possa consentire  l’attività predatoria del primo occupante nei confronti di beni che appartengono all’umanità intera (direi anche a nessuno!) e che ne possono condizionarne l’esistenza e, quindi, prefigurare “un diritto internazionale” con forza obbligante che contrasti questa logica.

“Se la terra ci è donata , non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista  di efficienza e produttività per il profitto individuale”

Mi sembra che la prima volta che si faccia ricorso in modo chiaro alle generazioni future a livello internazionale, sia nel 1987, nell’ambito delle Nazioni Unite, una seduta presieduta dal norvegese Brundtland, in cui emerge il concetto di “sviluppo sostenibile”. Un principio che viene richiamato spesso anche se, a mio parere, si muove sempre all’interno del paradigma sviluppista. Se non mettiamo in crisi i concetti di crescita e la logica consumistica, noi continueremo ad accumulare un debito nei confronti della terra e delle generazioni future L’anticipazione costante dell’Over Shoot Day   lo misura, nella sua drammaticità. Altro che “eredità” e “assicurazioni sulla vita”!. Mi sembra che la politica si interessi solo del “debito pubblico” come indice dello stato economico di un paese.

Ed a proposito di “debito” non possiamo dimenticare il “cosiddetto debito estero” , accumulato (si fa per dire) dai popoli in via di sviluppo,  generato dallo sfruttamento, perpetrato nel tempo, dai paesi dominanti e dal neocolonialismo imperante. Un autentico furto che tiene in soggezione ( per non dire in schiavitù) tanti paesi terzomondiali. E non mi pare che sia in programma l’auspicato “condono” da parti di alcuni. Però recitiamo quotidianamente “…rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori…”.  Impunemente proclamiamo …la NOSTRA  CONDANNA!

Esistono “ beni comuni” meno estesi e più prossimi a noi: i mezzi  di traporto pubblico,  il tessuto urbano, i parchi, perfino i condomini ( perché non considerare l’esperienza dei condomini solidali?) che non vengono vissuti come beni comuni ma come  luoghi che non richiedono un uso responsabile,  anzi che possono essere vandalizzati..

In questo contesto mi piace ricordare il “Progetto Pangea “, una piccola esperienza locale, un percorso di formazione alla nonviolenza e alla cura dei beni comuni a Scampia,  che cerca di promuovere un duplice patto intra e intergenerazionale, assumendo  l’imperativo di unire il più possibile (rete), con l’obbiettivo di salvaguardare il territorio, creare un modello di pacifica convivenza  ed esaltare frammenti di bellezza anche in un contesto degradato.

Aldo Bifulco

CAPITOLO V

  1. RIFLESSIONE DI SALVATORE FEDELE

Schematicamente… …sottolineo e commento:

Tutto il capitolo è segnato da due parole: “dialogo”, con la necessità di individuare «grandi percorsi di dialogo che ci aiutino ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando» (163). Poiché «la gravità della crisi ecologica esige da noi tutti di pensare al bene comune e di andare avanti sulla via del dialogo che richiede pazienza, ascesi e generosità, ricordando sempre che “la realtà è superiore all’idea”» (201). E “politica”, quella alta, quella lungimirante, scevra da ogni mira elettoralistica contingente.

  • Un dialogo che più che sulla condivisione delle conseguenze dannose dei nostri stili di vita deve essere imperniato sulle «proposte a partire da una prospettiva globale, perché «l’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune» (164), «per incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e collettive» (177).
  • I negoziati internazionali non avanzano in maniera significativa perché «i paesi privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale» (168) in quanto nessuno dei grandi paesi (che sono causa dell’attuale crisi ecologica) vuole assumersi l’onere di «sopportare i costi maggiori della transizione energetica» (165) e, quindi, non risulta possibile raggiungere «accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci» (166).
  • I vertici internazionale si susseguono con enunciazioni di principi senza la capacità politica di prendere decisioni vere. «I principi enunciati continuano a richiedere vie efficaci e agili di realizzazione pratica» (168), e sempre più «abbiamo bisogno di un accordo sui regimi di governance per tutta la gamma dei cosiddetti beni comuni globali» (174), che mettano insieme contemporaneamente «la riduzione dell’inquinamento e lo sviluppo dei paesi e delle regioni povere» (175). «La struttura politica e istituzionale non esiste solo per evitare le cattive pratiche, bensì per incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e collettive» (177).

Indispensabile, a questo proposito, diventa, allora, «lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare» (175).

  • La necessaria lungimiranza politica è offuscata e frenata dalla «miope costruzione del potere», alla ricerca di risultati immediati e rispondendo a interessi elettorali (178); invece «è indispensabile la continuità, giacché non si possono modificare le politiche relative ai cambiamenti climatici e alla protezione dell’ambiente ogni volta che cambia un governo» (181).

«I migliori dispositivi finiscono per soccombere quando mancano le grandi mete, i valori, una comprensione umanistica e ricca di significato, capaci di conferire ad ogni società un orientamento nobile e generoso» (181). Ecco perché «bisogna abbandonare l’idea di “interventi” sull’ambiente, per dar luogo a politiche pensate e dibattute da tutte le parti interessate» (183), con «processi politici trasparenti e sottoposti al dialogo» (182), nel quale un ruolo fondamentale devono avere gli «abitanti del luogo» e, quindi, con una grande spazio per la partecipazione (183).

  • La politica intesa in tal senso, in dialogo con l’economia, deve, perciò, porsi «decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana» (189), abbandonando le logiche del breve termine e dell’interesse privato (184), perché «la redditività non può essere l’unico criterio da tenere presente» ((187) e «la protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici» (190), e perché «gli sforzi per un uso sostenibile delle risorse naturali non sono una spesa inutile, bensì un investimento che potrà offrire altri benefici economici a medio termine» (191).
  • Ecco perché «abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione più ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale» (197), che ripensi «la totalità dei processi» (197) fino a «pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi» […] «è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita» (193).

Si tratta, allora, semplicemente di «ridefinire il progresso», perché «il principio della massimizzazione del profitto […] è una distorsione concettuale dell’economia» (195), «uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso». Bisogna «cambiare il modello di sviluppo globale» (194).

  • Per fare tutto ciò è anche indispensabile un dialogo tra le religioni orientato alla cura della natura, un dialogo tra le scienze stesse e un dialogo aperto e rispettoso tra i diversi movimenti ecologisti, senza lotte ideologiche (201)

2) RIFLESSIONI DI ALDO BIFULCO

 Alcune linee di orientamento e di azione

In questo capitolo sento riverberare lo slogan della Legambiente “ Pensare globalmente e agire localmente”, che è stato, poi, assunto nelle analisi di molti studiosi e nei vari movimenti.  Per la verità a me piacerebbe fare una correzione “Pensare e agire globalmente e localmente”.  La globalizzazione intesa come “onnimercantilizzazione” del mondo ha determinato enormi guasti “distruggendo lo stato-nazione, svuotando la politica della sua sostanza, accumulando minacce enormi sull’ambiente, corrompendo l’etica e distruggendo le culture”.  Purtuttavia se il Pianeta è Patria comune dell’Umanità, l’interdipendenza ci obbliga a pensare ad un Progetto Comune.   Le “pandemie”, “gli sconvolgimenti climatici”, ma anche la “pace e la fame nel mondo”e  “ l’accesso all’acqua potabile”, esigono risposte globali e mettono a nudo le spinte sovraniste e i furori nazionalistici. Ad esempio per contrastare le pandemie, se non vogliamo curare solo i sintomi, rincorrendo l’individuazione di nuovi medicinali e vaccini da aggiornare continuamente (e si parla solo di questo!), dobbiamo andare alle cause e ci accorgiamo che bisogna preservare le foreste e la biodiversità (problemi globali).  Ciò malgrado non possiamo trascurare l’impegno locale perché è qui che può nascere una maggiore responsabilità, un forte senso comunitario, una speciale capacità di cura e una creatività più generosa, un profondo amore per la propria terra, come pure quello che si lascia ai figli e ai nipoti.  Ci si chiede, allora, se sia possibile operare alla tutela e alla valorizzazione di identità, tradizioni e realtà locali, pur all’interno dell’orizzonte della globalizzazione.  Alle soglie del duemila con un’operazione lessicale, per provare a dare una risposta a questo  interrogativo, si introdusse il vocabolo GLOCALISMO (come passa il tempo!). La globalizzazione è nata sotto una cattiva stella: con l’egemonia culturale occidentale e la direzione sostanziale degli S.U, tutta sbilanciata sul versante economico e mercantile. Forse ricordiamo tutti come la globalizzazione dell’economia fosse presentata con toni messianici e gli organismi inaugurati, il GATT e il WTO (una sorta di organismi burocratici a cui i governi praticamente hanno delegato la gestione dei propri affari economici) come strumenti che avrebbero dovuto determinare una prosperità mondiale senza precedenti. Sappiamo com’è andata a finire: la ricchezza concentrata in poche mani, mentre le sacche di povertà si sono diffuse e moltiplicate.  Inoltre sono state condizionate e distrutte le economie locali di alcuni paesi. Forse la sapienza e la cultura originaria di alcuni popoli sottomessi potrebbe essere un’ancora di salvezza.  Basta confrontare le farneticanti affermazioni di Trump e quelle piene di senso di giustizia e di tenerezza di Mujica.

Piuttosto che “morte delle ideologie” bisognerebbe parlare di capitolazione nei confronti di un’unica ideologia: il neoliberismo esasperato.  Un modello basato sulla competizione, sul consumismo sfrenato e sull’accumulazione dei capitali. Gli uomini ossessionati dalla struttura sociale del capitalismo furono affascinati dall’idea della “competizione naturale” che porta alla sopravvivenza del più adatto, del più efficiente, inaugurando una sorta di “darwinismo sociale”.  Chissà cosa avrebbe pensato il povero Darwin?  Ma alcuni biologi, più moderni,  come Margulis e Sagan hanno evidenziato che, in biologia, i meccanismi di cooperazione vivono in equilibrio con quelli competitivi. Anzi essi considerano la cooperazione e la mutua dipendenza fra tutte le forme di vita, come aspetto centrale dell’evoluzione.  La vita ha preso il sopravvento sul globo non tanto con la lotta, quanto con le interrelazioni (simbiosi). Anche l’ipotesi Gaia di Lovelock vede la terra come un super- organismo vivente con un’intricata rete di mutua dipendenza cooperativa. Allora la vita non è solo una lotta di competizione, ma anche un trionfo della cooperazione e della creatività. Uscendo dall’ambito puramente biologico, dobbiamo considerare che c’è anche un’evoluzione di tipo culturale e civile. E se escludiamo le degenerazioni naziste, capaci di introdurre l’eugenetica e l’eliminazione del più debole e malato, il pensiero dominante (almeno a parole ) concepisce una società che sia attrezzata a difendere gli ultimi, gli indifesi, i diversamente abili.

Secondo il mio parere bisogna abbattere questi pre-concetti, questi pre-giudizi culturali se vogliamo prendere in considerazione la spinta che ci viene dalla Laudato Si’, che partendo dall’acquisizione di un’etica universale, dal riconoscimento di diritti universali, prefigura un’Autorità Politica Mondiale. Siamo nel regno del possibile o si tratta solo di utopia?

E questo sarebbe particolarmente utile nei confronti della questione ambientale. Non sono mancati i vertici internazionali (sarebbe interessante fare uno studio di tutti gli incontri internazionali che si sono susseguiti nel tempo per capire se e quali passi avanti sono stati compiuti), come per esempio il Vertice della Terra celebrato nel 1992 a Rio de Janeiro dove si dichiara “ che gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo sviluppo sostenibile”, alla Conferenza delle N.U. , Rio +20 del 2012 sulla riduzione dei gas serra e le successive Cop 21 di Parigi del 2015 e la Cop 24 di Katowice del 2018…tutte che si limitano a dichiarazioni di principio, ma sostanzialmente deludenti per quanto riguarda i risultati concreti. Colpa, soprattutto, degli Stati di maggiore peso nell’economia mondiale e, in particolar modo, degli S.U. che non intendono ritoccare gli stili di vita degli americani, che avendo un’impronta ecologica di gran lunga superiore agli altri paesi, sono quelli che più di tutti diffondono gas climalteranti. Incoscienza ed egoismo all’interno di una cornice che si autodefinisce “grande democrazia”. Nemmeno il grido di allarme degli scienziati, sostenuto da studi rigorosi e dalla pubblicazione di dati che prefigurano scenari pericolosi, avviati  da più di 50 anni, è riuscito a smuovere la superficialità dei politici e l’indifferenza della gente, Paradossalmente una fragile fanciulla, per giunta affetta da una malattia genetica, Greta Thunberg, con le sue parole infuocate, una insospettabile tenacia, è riuscita a creare un movimento mondiale e a generare imbarazzo perfino nelle sedi più alte della diplomazia internazionale.   L’Enciclica riporta anche qualche esperienza positiva come la Convenzione di Basilea sui rifiuti pericolosi e quella di Vienna per la protezione dello strato dell’ozono che è riuscito ad imporre agli stati il non utilizzo dei CFC (clorofluorocarbri), determinando un risultato positivo a livello globale. In generale però, gli accordi internazionali non riescono ad avanzare a causa delle posizioni di Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali, mentre i livelli delle emissioni dei gas inquinanti non accennano a diminuire. Mi sembra veramente inqualificabile la proposta di addossare i costi ambientali a tutti i paesi, un po’ come quello che succede con le Multinazionali e le grandi  aziende   per le quali è lecito (?!) che “profitti siano privati” mentre i “costi siano pubblici”.  Purtroppo la politica, succube dell’economia e della finanza, ha perduto i valori etici e le finalità per la quale è nata. Paolo VI affermava che “la politica è la forma più alta e concreta della carità”. Il “potere politico”, sempre più spesso si è fatto soggiogare da quello criminale e la corruzione si è diffusa come la zizzania, così difficile da estirpare. Al punto che Papa Francesco ha sentito il bisogno di gridare “peccatori si, corruttori mai!”, perché la corruzione si riflette in modo disastroso sulla vita delle comunità. La logica di potere ha completamente soppiantato l’ottica di servizio. La prova più sconcertante sta nel ricorso ossessivo ai “sondaggi”, alla valutazione degli umori della gente, acquisendo gli algoritmi necessari e così modulare la proposta politica cercando il facile consenso, a prescindere dalla sua sostenibilità. Confidando sulla memoria corta degli elettori, quella sorta di alzheimer collettivo, che fa dimenticare le posizioni contradittorie, le malefatte e la condotta ipocrita. Si tratta, per lo più, di gente senza idee, senza un progetto e senza coerenza. Mi pare che Churchill dicesse che” Il politico diventa uomo di stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni”.La grandezza politica consiste, specie nei momenti difficili, nell’operare sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine”.   Un’accurata e, direi scientifica, disinformazione, mezze verità o mezze bugie, pillole di veleno, fake news, date in pasto, attraverso i media ed i social, creano quell’atmosfera di consenso subdolo, che viene contrabbandato come adesione popolare. La trasparenza e la democrazia diretta sono tutt’altra cosa. Questo abuso di termini come popolo e popolare a mio avviso sono pericolosi, se nascono sull’onda di una martellante disinformazione e facendo leva su quelle insane spinte egoistiche sedimentate nel cuore degli uomini. Ricordo con tristezza e rabbia la vicenda del sito di compostaggio a Scampia!

Ho orientato la mia riflessione su questi aspetti, ma non sottovaluto l’indicazione di principi importanti e indicazioni concrete presenti nell’Enciclica.

L’adozione del “principio di precauzione”, di fronte ad opere che non siano sostenute da certezze scientifiche.

Accompagnare sempre ogni progetto produttivo dalla “valutazione dell’impatto ambientale” e coinvolgere nelle scelte le popolazioni locali, indicando costi e benefici, attraverso una corretta informazione.

La necessità della transizione energetica, dall’uso dei combustibili fossili, verso le energie rinnovabili.

Razionalizzare il trattamento dei rifiuti, sostenendo, il riciclaggio, sottraendone la gestione dalle mani della criminalità organizzata.

Incentivare un’agricoltura sana e diversificata , praticando la rotazione agraria e il riposo della terra.

Mi piace molto la parte finale che richiama l’auspicato dialogo tra religioni e scienze, già accennato all’inizio dell’Enciclica: “ i principi etici che la ragione è capace di percepire possono riapparire sempre sotto diverse vesti e venire espressi con linguaggi differenti, anche religiosi”.

Aldo Bifulco

CAPITOLO VI

  1. Riflessione di Salvatore Fedele

La bellezza e la profondità di questo capitolo mi appaiono legate alle tre parole-chiave che lo attraversano: educazione, spiritualità, sobrietà. Un’educazione “estetica” (la bellezza!) che passa attraverso e comporta necessariamente una “conversione ecologica” che non può portare ad un ambientalismo di maniera giustapposto ai comportamenti consumistici ma a un nuovo stile di vita; uno stile di vita caratterizzato dalla sobrietà, per la quale «meno è di più» (222); uno stile di vita sobrio che diventa profetico e contemplativo (222), diventa spiritualità, che non è un “fuggire dal mondo” ma, anzi, sperimentare una piena comunione con esso.

  • L’«ossessione per uno stile di vita consumistico» (204), figlia del paradigma tecno-economico, «fa credere a tutti che sono liberi finchè conservano una pretesa libertà di consumare» (203), in un costante smarrimento di identità e fini. «Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini» (203).
  • La considerazione del destino comune «ci obbliga a cercare un nuovo inizio» (207). Quanto mai attuale questa esortazione, in questo tempo nel quale, dalla quarantena-quaresima delle nostre case, contempliamo e ci interroghiamo sulla “fine” per re-imparare “i fini” (“La fine è il mio inizio”, per parafrasare il bellissimo libro-testamento di Tiziano Terzani).
  • «Per questo ci troviamo davanti ad una sfida educativa» (209) che non può essere soltanto di tipo “informativo” ma deve essere capace di «dare forma ad uno stile di vita» (211).
    • Un’educazione che deve essere “estetica”, per uscire dal «pragmatismo utilitaristico» (215);
    • Un’educazione che ci porta ad «assumere il compito di avere cura del creato con piccole azioni quotidiane» (“pensare globalmente, agire localmente”) (211) e che va praticata quotidianamente nei diversi ambiti educativi: scuola, famiglia, mezzi di comunicazione, catechesi e altri (213);
    • Un’educazione che deve «restituirci il senso della nostra dignità» (212), con «una creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano» (211);
    • Un’educazione che «dovrebbe disporci a fare quel salto verso il Mistero, da cui un’etica ecologica trae il suo senso più profondo» (210).
  • «La crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore» (217) che ci porta a vivere una “spiritualità ecologica” «non disgiunta dal proprio corpo, né dalla natura o dalle realtà di questo mondo, ma piuttosto vive con esse e in esse, in comunione con tutto ciò che ci circonda» (216), lasciando «emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo» (217). Le sue caratteristiche sono:
    • La riconciliazione e un rapporto sano con il creato (218);
    • È una conversione comunitaria: «ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali» (219);
    • È una esperienza “mistica”, perché «non fuggiamo dal mondo né neghiamo la natura quando vogliamo incontrarci con Dio» (235); in questo senso, «il mistico sperimenta l’intimo legame che c’è tra Dio e tutti gli esseri e così “sente che Dio è per lui tutte le cose”» (234);
    • È una spiritualità che ci impegna a riscoprire il valore del “sabato” non come legame legalistico a delle prescrizioni religiose, ma come «giorno del risanamento delle relazioni dell’essere umano con Dio, con se stessi, con gli altri e con il mondo», nella convinzione che «il riposo è un ampliamento dello sguardo che permette di tornare a riconoscere i diritti degli altri» (237).
  • Se la svolta dev’essere per una “ecologia integrale”, allora il riferimento è necessariamente al nostro stile di vita: «non basta più parlare solo dell’integrità degli ecosistemi. Bisogna avere il coraggio di parlare dell’integrità della vita umana, della necessità di promuovere e di coniugare tutti i grandi valori» (224). Uno stile di vita profetico e contemplativo che ha le caratteristiche della sobrietà:
    • «capacità di godere con poco» (222); «capaci di dare spazio ad altri piaceri, […] trovando soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nella musica e nell’arte, nel contatto con la natura, nella preghiera» (223);
    • Uno stile di vita fondato sulla «pace interiore», «equilibrato», un «atteggiamento del cuore» (226), «unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita» (225);
    • Uno stile di vita «che implica capacità di vivere insieme e di comunione», per cui «possiamo parlare di una fraternità universale» (228), nella quale «vale la pena essere buoni», senza «perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia», spezzando, così, «la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo» (229);
    • Uno stile di vita siffatto ha una forte valenza e un forte potere civile e politico, fondato sull’amore sociale, che «ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società» (231) e sviluppi un nuovo tessuto sociale, sia a livello locale che a livello mondiale (232); una “cura” che, come ancora ci insegnano questi giorni di sofferenza, non può essere solo quella medico-sanitaria, ma che ha a che fare con il “to care”, con il “prendersi cura”, e anche con l’”I Care” di Barbiana: mi interessa, mi sta a cuore; mi interessi, mi stai a cuore!

2) Riflessioni – di Aldo Bifulco

EDUCAZIONE e SPIRITUALITA’ ECOLOGICA

Questo capitolo presenta due aspetti che, forse hanno qualche punto in comune, ma che io intendo trattare in modo separato, dando maggiore spazio al secondo aspetto che mi coinvolge particolarmente.

Educazione

La questione ambientale, in tutte le sue sfaccettature, interessa tutti i popoli della Terra e le diverse generazioni: lo spazio e il tempo si incrociano. “Nessuno si salva e si salverà da solo”!  E’ necessario perciò sviluppare un grande progetto educativo che sappia coniugare teoria e prassi e riesca a diffondersi in tutte le stratificazioni della società e coinvolga tutte le (con una brutta parola!) “agenzie educative”.

“L’analfabetismo ecologico” è molto diffuso nei diversi ambiti, ma anche fra gli adulti e, perfino in settori della cultura orientati, in modo specialistico, in altri versanti, dedicando scarsa attenzione alla questione ambientale, e comunque sempre in modo frammentario e superficiale: bisognerebbe indossare l’abito dell’umiltà e procedere in un cammino di “coeducazione”.

Le esperienze portate avanti dalla Comunità, dalla Scuola di Pace e dal Circolo “la Gru” (specie nel percorso più recente- il Progetto Pangea), vanno in questa direzione. La “lettera al Cardinale” che abbiamo prodotto a conclusione di questo studio della “Laudato SI’”, con la quale lo invitiamo a farsi promotore di un grande progetto di catechesi sulle tematiche ecologiche, prendendo spunto dalle sollecitazioni presenti nell’Enciclica, da diffondere in ambito parrocchiale, tra gli istituti religiosi, nei seminari e tra i movimenti, rappresenta la deriva operativa logica di questo nostro percorso, che non vuole essere un semplice arricchimento culturale. Papa Francesco fa cenno al coinvolgimento della Chiesa tutta, in modo esplicito, nei paragrafi 213 e 214 di questo capitolo.

Va da sé che anche le famiglie, le associazioni di volontariato, e, soprattutto, la scuola hanno un compito particolare nell’educazione ambientale al fine di promuovere una “cittadinanza ecologica”. Sarebbe bello che ogni territorio potesse esprimere “una comunità educante”, in cui tutte le realtà potessero agire in modo sinergico, con momenti di condivisione e riflessione comune.

Nelle scuole l’educazione ambientale dovrebbe coinvolgere e permeare i diversi aspetti disciplinari e non essere relegata ad un capitolo del programma di scienze.  E poi dovrebbe attivare “ la mente e il cuore”; la conoscenza scientifica dei principi dell’ecologia dovrebbe essere sostenuta da forti sollecitazioni della sfera emotiva.  E poi alla indispensabile crescita teorica si dovrebbe accoppiare, possibilmente, momenti di attività pratica, perché l’esperienza concreta lascia una traccia indelebile nella “carne” dei ragazzi. Facendo ricorso alla mia quarantennale carriera scolastica devo confessare che sono stato fortunato, per aver trovato dei colleghi disponibili ad inserire nella programmazione collegiale l’educazione ambientale  (ricordo che l’offerta delle tracce dei temi in classe, conteneva alcune con implicazioni ecologiche, preparate insieme), per aver avuto degli studenti splendidi, motivati, con una quota di entusiasmo che li rendeva disponibili, anche fuori dalle strettoie scolastiche e di essermi trovato in una condizione ambientale particolare che ci ha permesso di costruire un’oasi (Il “Giardino del Liceo”) al servizio del territorio. Tutto ciò ha permesso anche a me, che avevo solo alcuni rudimenti universitari, di crescere sul piano culturale e, soprattutto, nella sensibilità naturalistica.

Non bisogna nascondere la gravità del momento storico che stiamo vivendo ai ragazzi e ai giovani, magari spinti dalla preoccupazione di impressionare troppo i soggetti da educare, edulcorando così la pillola, negando la verità e favorendo l’irresponsabilità.  La coscienza ecologica deve tradursi in nuove abitudini e in uno stile di vita che consenta di sfuggire alla tenaglia del consumismo che ci travolge nel vortice degli acquisti spesso superflui o inutili.  Le nostre case traboccano di cose di cui, oggi, forse vorremmo liberarci, ma non abbiamo la giusta determinazione per poterlo fare. La “sobrietà felice” deve ancora far breccia nelle nostre esistenze. “Si può avere bisogno di poco e vivere molto, soprattutto, quando si è capaci di dare spazio ad altri piaceri e si trova soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nelle attività di cura, nella musica, nell’arte, nel contatto con la natura e, per i credenti, anche nella preghiera”. L’educazione, in qualche modo, dovrebbe mettere in discussione gli stili di vita, che la moda e la cultura consumistica impone in modo subdolo. Cominciare presto anche a considerare importante l’impegno civile nella società, per approdare, avendo l’età e la possibilità, a guardare la politica ( con la P maiuscola) come la forma più alta di partecipazione al miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità.  Riscoprire il valore della gratuità e la logica del dono, nelle esperienze di solidarietà, disponendosi a cogliere il volto dell’altro diverso da noi, che si presenta e reclama giustizia. Bellissima l’espressione di un laico, L.Pintor, a tale riguardo “ vale un’intera vita chinarsi perché un altro, cingendoti il collo possa rialzarsi”.

Bisognerebbe inserire in questo percorso educativo anche l’aspetto estetico e l’arte.

La “bellezza” crea stupore e meraviglia. Il pensiero va immediatamente a quell’incredibile personaggio, Ezio Bosso, strepitoso musicista e poeta che ci ha appena lasciati “l’arte e la bellezza sono contagiose: con esse possiamo cambiare il mondo”.

Spiritualità

Contrariamente a come pensavo mi accorgo che ci può essere continuità tra i due aspetti. E parto dalla bellezza, come viene espressa nel libro di E.Balducci “S.Francesco” (che richiamerò più volte):”Una dinamica , secondo la quale  l’amore non nasce dalla bellezza delle cose che si amano, ma al contrario le cose hanno bellezza perché si amano”.  Mi accorgo di esser vissuto nei luoghi della città e provincia, che “oggettivamente” sono tra i più brutti, considerando lo splendore complessivo della città di Napoli; partendo, dal Vasto, per arrivare al Cassano e a Scampia, passando per Afragola. Li ho accettati e mi sono affezionato come “luoghi del mio vivere” e…piano piano ho scoperto delle potenzialità e mi sono immerso nella cura, con la voglia di far emergere dei “frammenti” di bellezza. E dovunque la storia mi abbia portato ho cercato di radicarmi perché l’impegno non è “la virtù dell’istante”, ma ha senso se si proietta nel tempo. La fatica del quotidiano, la determinazione a superare gli ostacoli, contribuiscono alla costruzione di un’etica che non si riduca ad una “mera parentesi emotiva”.

E’ stato lungo il periodo di incubazione, prima di approdare, almeno nel desiderio, ad una forma di spiritualità che possa dare significato a questo ultimo squarcio della mia vita.

Questo approdo è stato lungo e faticoso e, credo, che non sia definito perché rimangono dubbi ed inquietudini, ma sono sostanzialmente contento, lo accolgo come il mio Kairos.

Per un tratto sostanzioso della mia traiettoria di vita, coincidente soprattutto con il periodo dell’università, il mio rapporto con le scienze è stato tutto di “testa”, fortemente razionalista, quasi meccanicistico, accumulando un deposito di nozioni e di concetti senza anima, senza incanto. Fortemente separato dalla mia esperienza e con la mia fede vacillante.

Paradossalmente l’incontro con la scuola e gli studenti mi ha consentito di rivedere sotto un’altra luce alcuni nuclei fondamentali delle scienze come l’evoluzione e l’ecologia, e mi ha costretto ad incontrare  l’astronomia e la cosmologia (non faceva parte del mio piano di studio della Facoltà di Biologia, mentre era presente nell’itinerario del Liceo Scientifico) che hanno rappresentato una svolta. Per essere più convincente e credibile nel progetto educativo che si andava piano piano dipanando era necessario che mi immergessi totalmente nel mondo naturale. Quante scoperte, quanta bellezza che mi era stata negata. Ho capito che quella natura, presentata come luogo della lotta, del conflitto, della competizione era anche piena di “parole d’amore”! E poi l’incontro con tanti maestri di vita che hanno aperto la mia mente e il mio cuore ad una fede sgombra da dogmatismi, dottrine , leggi  e precetti che, forse creano “ordine ma non la prossimità, con i fratelli e le cose” che è “ una qualità dell’uomo spirituale”. Un cristianesimo dinamico ed evolutivo, che non crea steccati nei confronti delle altre religioni e dei non credenti, che non giudica e condanna, aperto alla “fratellanza universale”.  Lo studio, le scienze, hanno cominciato a coinvolgere anche la sfera emotiva e la “compassione” riservata quasi completamente ai “compagni di specie” si è allargata anche al mondo animale e vegetale.

L’evoluzione mi è parsa molto più ricca di significato ed ho capito che non si esauriva nella lotta competitiva e selettiva con l’eliminazione del più debole, ma che la cooperazione era altrettanto importante per la sopravvivenza. E che l’errore e l’imperfezione potevano risultare come “scatti evolutivi”.

La composizione atomica dei viventi non differiva dal mondo inanimato e che la struttura  dei viventi era sostanzialmente determinata solo da venti aminoacidi e quattro/cinque basi azotate, le consonanti e le vocali  dell’alfabeto biologico. Una profonda unità emergeva viaggiando nell’infinitamente piccolo per poi esplodere in una meravigliosa diversità.

L’antropologia studiando l’evoluzione della specie umana e confrontando i dati derivanti dai vari patrimoni genetici ha smontato completamente la questione delle razze, facendo emergere un meticciato diffuso. In fondo siamo tutti un po’ meticci.

 A mio avviso l’ecologia è “la scienza delle relazioni”; l’interdipendenza funzionale negli ecosistemi, le catene e le reti alimentari con tante connessioni tra produttori, consumatori e decompositori e il rapporto con le fonti energetiche, l’acqua e il mondo inanimato con i diversi cicli biogeochimici,  determinano una complessa trama relazionale.

E’ veramente sorprendente, straordinario il “modello di riconciliazione con il creato di S.Francesco”, una vera grazia, in un periodo piuttosto oscuro per le scienze, “ l’aver  esteso la relazione con le altre creature e il mondo circostante, suscitando quella sublime fratellanza in maniera così luminosa”.

Se ci spostiamo dalla Terra al Cosmo, le più moderne conquiste scientifiche, ottenute anche grazie agli strumenti che la tecnologia ha messo a disposizione, ci consegnano una cosmovisione suggestiva che anche negli scienziati, dichiarati atei (Einsten), producono un “forte sentimento di religiosità cosmica”.

Andiamo con ordine. Il nostro è un universo in espansione nato circa 14 miliardi di anni dallo scoppio (Big bang) di  un nocciolo estremamente denso e caldo. Da quell’istante è partito un processo evolutivo che ha portato prima alla trasformazione dell’energia in materia con la sintesi dei nuclei e poi degli atomi, e successivamente alla diversità di corpi celesti che navigano in una materia oscura, galassie, stelle, pianeti, buchineri ecc. La Terra è un corpo estremamente piccolo all’interno del sistema solare e il sole è una stella di media grandezza all’interno di una galassia che contiene 100 miliardi di soli, e nell’universo esistono miliardi di galassie e tutto il resto. In questa immensità cosa rappresenta la specie umana? Ed io cosa rappresento?

Altra considerazione. Gli atomi che costituiscono il mio corpo hanno più miliardi di anni e sono nati all’interno dell’esplosione di una supernova (Tiamat) che ha dato origine al nostro sole. Quegli atomi chissà quale cammino hanno fatto, forse son passati per una roccia, una pianta, un dinosauro, prima di concentrarsi nel mio corpo e chissà quale sarà il loro destino quando finirà la mia esistenza terrena. Quanti motivi per riconoscere quella parentela universale che Francesco, autentico precursore, ha cantato in quell’”alleluia cosmico” che è il Cantico delle Creature.

La specie umana sembra essere il culmine (almeno per ora) “dell’ascesa evolutiva della vita verso forme di coscienza, riflessione e spiritualità, in cui la materia organizzata, autopoietica, arriva a sentire, a riflettere, a riempirsi di meraviglia, a contemplare, a venerare, ad adorare”.

E. Cardenal affema: “Siamo idrogeno cosmico che giunge a contemplare la meraviglia dell’idrogeno del cosmo”.

E riporto approssimativamente il pensiero di qualcuno di cui non ricordo il nome “ l’uomo non è altro che terra che cammina, pensa e adora”.

Credere di essere separati, svincolati dal resto del mondo è stato un errore del passato che, ancora, in certi ambiti persiste.  “La materia tende verso la vita e la complessità, verso la coscienza e la spiritualità”.

Sulla scorta di queste affermazioni desidero chiarire una questione che si è aperta all’interno di questo percorso comunitario: “salvare il pianeta, salvare l’umanità”!

E’ indubbio che Gaia, la terra intesa come superorganismo, nei suoi 3,8 miliardi di esistenza abbia subito alcune discontinuità, ma avendo una forte resilienza ha sempre ritrovato un nuovo equilibrio. La Terra, nella sua evoluzione, ha subito cinque “estinzioni di massa” o “transizione biotica”, con intervalli di milioni di anni, ma anche da piccole estinzioni, tutte causate da diversi fattori, come per esempio l’impatto con grandi asteroidi. Le conseguenze catastrofiche hanno determinato la scomparsa di molte specie viventi, ma il pianeta nel suo complesso è sopravvissuto, con caratteristiche diverse. Di fronte all’emergenza climatica non sono pochi gli scienziati che avvertono la possibilità di una prossima eventuale sesta estinzione di massa molto diversa dalle altre per l’inequivocabile radice antropogenica.  E sarà propria la specie che si è autodefinita Homo sapiens, sapiens a subirne le conseguenze mettendo a repentaglio la sua stessa sopravvivenza. E per questa ragione qualcuno vorrebbe ridefinirla Homo demens. Mi piace riportare, a questo punto un brano scritto da Konrad Lorenz:” L’uomo è soltanto un effimero anello nella catena  delle forme viventi. Ci sono ragioni per pensare che egli sia soltanto un gradino nella scala che porterà ad un essere realmente umano”. Almeno lo speriamo, prima che sia troppo tardi.

Allora dobbiamo impegnarci perché l’umanità è in pericolo, non il pianeta, che ritroverebbe una sua nuova e diversa dimensione. Certamente, ma se consideriamo l’arsenale nucleare che la follia umana ha costruito mi domando se sarà proprio così? Per la verità questo ragionamento non mi piace molto. Ho già sostenuto che una quota di “antropocentrismo” (preferisco chiamarlo “coscienza di specie”) è connaturato con l’uomo che deve primariamente salvaguardare la sua sopravvivenza, ma non vorrei che un eccesso di antropocentrismo scacciato dalla porta rientrasse dalla finestra. Non ci importa la sorte delle altre specie viventi?  Continuiamo a vedere la natura e le altre specie viventi  solo in funzione dell’uomo? Che non hanno un valore in sé? Che ne facciamo, allora, del nuovo paradigma della connessione che vorremmo inaugurare. E come la mettiamo con la tensione oblativa nei confronti di ogni creatura che pensiamo debba essere il substrato della nuova spiritualità ? L’ecologia profonda che in qualche modo contiene l’ecologia integrale di papa Francesco si sposa, invece, con la visione della interdipendenza che abbraccia in unica salvezza l’intero pianeta.

Nelle ultime pagine del libro “Il giardino del Liceo: un ponte tra le generazioni” che ho scritto, all’indomani del pensionamento, per riflettere sulla mia esperienza scolastica, affronto brevemente la questione della “spiritualità”: “ La spiritualità è lo spazio della libertà interiore, il campo della creatività. Non esiste una sola spiritualità, ma quella cui faccio riferimento non si identifica tout court con quella convenzionale delle chiese e delle religioni storiche che hanno relegato l’universo, la natura e la vita concreta quotidiana fuori dal campo dell’esperienza spirituale”.

Meglio di me ne parla L.Boff :”Spiritualità è percepire i messaggi che l’universo ci invia;è catturare il segreto che unisce tutti gli esseri, facendo sì che siamo un cosmo e non un caos(…). Spiritualità è ogni attività e comportamenti umani che trovano il loro centro nella vita, non nella volontà di potenza, di accumulo o di piacere, ma nella promozione di tutto ciò che alla vita è legato”.

Ovviamente per chi è credente, come me, dialogare con la propria interiorità significa mettersi in ascolto di Dio, un Dio inteso come Energia suprema che permea l’intero universo creando una trama di relazioni che unisce tutte le cose. Una relazione attraversata da un amore incommensurabile. Nella tradizione biblica andrebbe studiato il rapporto con la natura. Comunque non se ne fa cenno nei 10 Comandamenti e le 14 “opere di misericordia tradizionali, sette corporali e sette spirituali, come ci ricorda Josè Maria Vigil, non fanno riferimento all’ecologia: la natura, le piante, gli animali, l’acqua e l’aria, secondo la tradizione non sono oggetto di misericordia. Perfino le Beatitudini, che rappresentano una bussola per la fede, mi pare che non contengano un riferimento esplicito alla natura. Si tratta di una questione che va studiata in modo più approfondito.

L’intuizione e la testimonianza di S.Francesco ma anche le tesi, molto articolate, di Teillhard de Chardin mettono in stretta connessione, le creature (tutte, non solo  l’umanità) con il Creatore, che le avvolge in una matrice d’amore. E Teillhard si spinge a dire che “non siamo esseri umani che hanno un’esperienza spirituale, ma siamo esseri spirituali che hanno un’esperienza umana”.

Come a farci percepire “il divino” che è in noi. Certo senza una “mistica” che ci animi, senza un impulso interiore non è facile entrare in questa prospettiva. Possiamo metterci in cammino, avere l’animo disponibile…ma, avverto, almeno per me, che si tratta di un traguardo ancora lontano e che richiede la pazienza e… l’aiuto di Dio.

Francesco ha vissuto in pienezza questa esperienza, ma ha lasciato una traccia , perciò – come dice E. Balducci,  “più che un uomo del passato, è un uomo del futuro”.

Nella parte conclusiva della Laudato Si’, quella che recupera la prassi sacramentale all’interno di questa prospettiva,  ho trovato alcune belle affermazioni, direi, poetiche “L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare ad incontrarlo in tutte le cose”.

Anche la Trinità viene letta  come immagine della relazione tra le creature. Per questo ”quando contempliamo con ammirazione l’universo nella sua grandezza e bellezza, dobbiamo lodare tutta la Trinità”.

Alla luce dei ragionamenti che hanno caratterizzato questi capitoli anche l’incarnazione di Gesù può assumere un valore che trascende l’espiazione del peccato  e ancora, una volta, secondo Balducci “è l’adempimento della gloria della creazione”.

Per la mia salute psichica e per la gioia dell’intelletto, è stato fondamentale constatare che, almeno in questo contesto, è superato l’atavico conflitto tra scienza e fede religiosa, anzi pare che “la scienza e la spiritualità possano camminare insieme, mano nella mano”.

Nella mia vita ho sempre cercato di trovare una sintesi tra scienza e fede e, sorprendentemente, la trovo in questo tratto ultimo del mio percorso. E per dare consistenza a questo approdo lascio parlare Matthew Fox “La scienza ci fornisce, ci fornisce una nuova storia cosmica riguardo alle nostre origini. E’ una storia sacra che ci riempie di meraviglia quando la ascoltiamo. E’ una storia di doni, perché tutti noi proveniamo da una discendenza di doni cosmici.”

Ed ecco come M.Fox ce la racconta:

All’inizio c’era il dono,

E il dono era con Dio, e il dono era Dio.

E il dono venne a porre la sua tenda in mezzo a noi,

dapprima nella forma della palla di fuoco primordiale,

che bruciò senza sosta per 750.000 anni

e nel suo immenso forno cosmico forgiò adroni e leptoni.

Questi doni riuscirono a stabilizzarsi abbastanza

per dare alla luce le prime creature atomiche:

l’idrogeno e l’elio.

Un miliardo di anni di rimescolamenti e ribollimenti,

e i doni dell’idrogeno e dell’elio

diedero alla luce le galassie – e queste galassie vive,

rotanti, vorticanti, crearono triliardi di stelle,

luci celesti e fornaci cosmiche,

che a loro volta crearono altri doni

esplodendo violentemente, enormi supernove,

brucianti di luce e più radiose di miliardi di stelle.

Un dono dopo l’altro, un dono che crea un altro dono,

doni che esplodono, doni che implodono,

doni di luce, doni di oscurità.

Doni cosmici e doni sub-atomici.

Tutto che gira e ruota in un vortice,

nasce e muore,

nell’ambito di un vasto piano segreto,

che era esso stesso un dono.

Una di queste supernove esplose a modo suo

e produsse nell’universo un dono unico

che più tardi, nel tempo, altre creature

avrebbero chiamato”Terra”,

la loro casa.

Anche la biosfera fu un dono,

che avviluppava la Terra di bellezza e dignità

fornendole il giusto livello di protezione

dalle radiazioni del sole

e dal freddo cosmico. E dalla notte eterna.

Questo pianeta speciale venne così incastonato

come un gioiello

nel suo posto preciso, un posto squisito,

alla distanza di 100 milioni di miglia

dalla sua stella madre, il sole.

Sorsero altri doni, mai vista prima nell’universo:

rocce, oceani, continenti,

creature multicellulari che si muovevano di forza propria.

Nasceva la vita!

I doni che prima avevano preso la forma

della palla di fuoco,

dell’elio, delle galassie e delle stelle, delle rocce e dell’acqua,

ora prendevano la forma della vita!

La vita era un nuovo dono dell’universo,

era un nuovo dono dell’universo.

Fiori di ogni colore e profumo, alberi che stavano diritti.

Foreste che offrivano possibilità di prosperare

a tutti i tipi di esseri.

Esseri che strisciano e che si arrampicano.

Esseri che volano, che saltano e che nuotano.

Esseri che corrono su quattro zampe.

E, alla fine, esseri che stanno in piedi su due zampe sole,

e che camminano. E che hanno pollici opponibili per creare

ancora di più, mettendo al mondo ancora altri doni.

L’essere umano stesso divenne un dono,

ma anche una minaccia,

perché il suo potere creativo era unico sia nel suo potenziale distruttivo

come nel suo potenziale di guarigione.

Come avrebbero usato gli umani questi doni?

Che direzione avrebbero preso?

La Terra attendeva una risposta, e sta ancora aspettando.

Sta tremando.

Vennero diversi maestri e maestre, incarnazioni del divino,

che sorsero dalla Terra:Iside e Esiodo,  Buddha e LaoTzu

Mosè e Isaia,

Sara e Ester, Gesù e Paolo, Maria e Ildegarda, (Maometto l’ha dimenticato?)

il capo Seattle e Buffalo Woman.

Vennero per insegnare le strade umane della compassione.

Ma la Terra continuò ad attendere

per vedere se l’umanità era un dono o una maledizione.

E tremava.

Vi è mai successo di donare qualcosa e poi pentirvene?

La Terra si meraviglia e aspetta,

perché il dono è stato fatto carne

e si trova in mezzo a noi, dappertutto,

ma noi perlopiù non ce ne accorgiamo.

Lo trattiamo non come un dono,

ma come un oggetto.

Un oggetto da usare, abusare, schiacciare sotto i piedi-

Crocifiggere addirittura.

Ma a coloro che lo ricevono come un dono,

è promessa ogni cosa.

Saranno chiamati figli e figlie del dono,

saranno figli e figlie della grazia.

Per tutte le generazioni.

A chi è all’origine di questa storia evolutiva molti hanno dato il nome  “CASO”, io preferisco

chiamarlo “DIO”!

Aldo Bifulco