LAUDATO SI

TESTO INTEGRALE DELL’ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO

  1. RIFLESSIONI SUL CAPITOLO PRIMO DELLA LAUDATO SI’
  1. riflessione di Corrado Maffia

2) riflessione di Anna Stefi da Doppiozero

3) riflessione di Isabella Piro – Città del Vaticano

4) Riflessione di Aldo Bifulco

5) Commento all’enciclica di Giovanni Lonardi

6) Riflessioni di Salvatore Fedele

7) Riflessione di Giuseppe Finaldi

8) Riflessione di Ezio Esposito

9) Riflessioni di Leonard Boff

10) Riflessioni di Gennaro Sanges

11) Riflessioni di Cristofaro Palomba

RIFLESSIONI SUL CAPITOLO II

  1. Riflessione di Salvatore Fedele
  1. Riflessioni di Corrado Maffia sul cap 1 della “Laudato sì”

Papa Francesco parte da lontano. Francesco d’Assisi è la stella, l’”esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole” e la nostra terra, casa comune, è diventata debole. “Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla”. Una nuova consapevolezza dei danni provocati dall’uomo impone una inversione di rotta, una con-versione che coniughi “la preoccupazione per la natura con la giustizia verso i poveri, con l’impegno per la società e con la pace interiore”.

Le encicliche di solito hanno il compito di fare il punto su una questione importante e la “Laudato sì” non sfugge a questa prassi.

Nella premessa, forse come atto dovuto a quella “continuità di magistero” tanto celebrata da una parte della gerarchia, il papa fa richiami a Giovanni XXIII, a Paolo VI, a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, che sull’argomento hanno speso in verità poche parole. Interessante invece il riferimento ecumenico a Bartolomeo, Patriarca di Costantinopoli.

L’idea portante è che “la natura è uno splendido libro nel quale Dio ci parla, lo stesso Dio Creatore che, nonostante i nostri errori, non ci abbandonerà mai”.

Ma “cosa sta accadendo alla nostra casa comune?” Accade che:

· la “velocità delle azioni umane contrasta con la lentezza dell’evoluzione biologica”;

· l’inquinamento, nelle sue varie forme, crea enormi squilibri ambientali;

· la “cultura dello scarto” elimina rapidamente le cose e colpisce ugualmente le persone;

· i cambiamenti climatici che preoccupano per il riscaldamento e per le gravissime ricadute sull’ambiente insieme al problema del

l’acqua e della sciagurata gestione di vastissimi territori stanno continuando a determinare perdite di biodiversità con migliaia di specie che ogni anno scompaiono;

· la crescita disordinata di immense megalopoli con decine di milioni di abitanti e con il deterioramento progressivo dell’ambiente umano e naturale colpisce in modo speciale i più deboli;

· “l’approccio ecologico diventa necessariamente un approccio sociale”. “Il grido della terra violata è diventato anche il grido dei poveri” generando una “inequità planetaria” che coinvolge intere popolazioni a vantaggio di poche comunità privilegiate.

Questa è l’analisi della situazione che, a fronte di una “reazione debole” sia degli Stati che delle comunità, richiederebbe un sussulto virtuoso molto più energico sia della politica internazionale che dei comportamenti collettivi e personali.

Il punto più qualificante di questo primo capitolo penso sia legato all’appello del punto 53, rivolto alle collettività ma anche ad ogni persona, dove papa Francesco chiama “a diventare lo strumento di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza”.

La conclusione è altrettanto significativa perché offre (finalmente, direi) il volto umile di una chiesa che “non si propone come la parola definitiva” e invita ad essere solleciti e coraggiosi perché forse il tempo è scaduto e si affida alla politica e alle scienze per la ricerca di una via di uscita.

16/03/2020 – Corrado

2)Brano tratto dall’articolo “Diario di un’insegnante on-line” di Anna Stefi pubblicato sul sito DOPPIOZERO.

“E intanto, (…), facciamo esperienza di una polis-pianeta in cui scopriamo che tutto è legato: anche di questo ce ne accorgiamo solo ora, e in modo ancora troppo confuso. (…). Oggi guardavo i boccioli in fiore sul mio balcone e pensavo che sembra quasi uno scherzo che tutto questo accada mentre là fuori la primavera esplode, come se qualcosa ci dicesse che non è vero che si sta fermando tutto, ma che anzi, semplicemente, non siamo noi i protagonisti. Dobbiamo solo stare a guardare e, paradossalmente, la responsabilità grande cui siamo chiamati come specie sembra essere quella di stare fermi”.

3) Laudato si’, l’Enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune

Un’Enciclica sull’ecologia integrale in cui la preoccupazione per la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno nella società, ma anche la gioia e la pace interiore risultano inseparabili

Isabella Piro – Città del Vaticano

L’ecologia integrale diventi un nuovo paradigma di giustizia, perché la natura non è una “mera cornice” della vita umana: questo il cuore della seconda Enciclica di Papa Francesco, “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, pubblicata il 18 giugno 2015. Suddivisa in sei capitoli, l’Enciclica raccoglie, in un’ottica di collegialità, diverse riflessioni delle Conferenze episcopali del mondo e si conclude con due preghiere, una interreligiosa ed una cristiana, per la salvaguardia del Creato.

Titolo tratto dal Cantico delle creature di San Francesco

“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra”: Francesco di Roma si pone sulla scia di Francesco d’Assisi per spiegare l’importanza di un’ecologia integrale, in cui la preoccupazione per la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno nella società, ma anche la gioia e la pace interiore risultano inseparabili. Nei sei capitoli dell’Enciclica, il Papa evidenzia che la nostra terra, maltrattata e saccheggiata, richiede una “conversione ecologica”, un “cambiamento di rotta” affinché l’uomo si assuma la responsabilità di un impegno per “la cura della casa comune”. Impegno che include anche lo sradicamento della miseria, l’attenzione per i poveri, l’accesso equo, per tutti, alle risorse del Pianeta.

1° capitolo: no alla cultura dello scarto. Tutelare diritto all’acqua

Il Papa mette in guardia dalle gravi conseguenze dell’inquinamento e da quella “cultura dello scarto” che sembra trasformare la terra, “nostra casa, in un immenso deposito di immondizia”. Dinamiche che si possono contrastare adottando modelli produttivi diversi, basati sul riutilizzo, il riciclo, l’uso limitato di risorse non rinnovabili. Anche i cambiamenti climatici sono “un problema globale”, spiega l’Enciclica, così come l’accesso all’acqua potabile, che va tutelato in quanto “diritto umano essenziale, fondamentale ed universale”, “radicato nell’inalienabile dignità” dell’uomo. Centrale, inoltre, la tutela della biodiversità perché ogni anno, a causa nostra, “scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che i nostri figli non potranno vedere”. E “non ne abbiamo il diritto”, sottolinea Francesco, evidenziando poi l’esistenza di un “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud del mondo, connesso a squilibri commerciali. “Il debito estero dei Paesi poveri – infatti – si è trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico”.

Creare sistema normativo per proteggere ecosistemi

“Il deterioramento dell’ambiente e quello della società – afferma il Papa – colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta”, spesso considerati “un mero danno collaterale”. Per questo, un vero approccio ecologico deve essere anche sociale. La soluzione, allora, non è la riduzione della natalità, ma il contrasto ad un consumismo “estremo e selettivo” di una parte della popolazione mondiale. Di fronte, poi, ad un certo intorpidimento e ad una “spensierata irresponsabilità” nell’uomo contemporaneo, urge “creare un sistema normativo” per assicurare la protezione degli ecosistemi.

4)RIFLESSIONI DI ALDO BIFULCO

Riflessioni “Laudato Sì’” 1° Cap. Un capitolo denso che affronta la problematica da innumerevoli versanti che ho riletto più volte per assorbire tutti gli stimoli possibili, per far emergere le domande che impegnano la vita comunitaria (politica, cultura, religione, educazione) e quella personale (stili di vita, spiritualità)e cercando con il “lanternino “ qualche punto che non condivido pienamente. Innanzitutto sia la premessa che l’intero capitolo sono permeati dall’ intima relazione tra i poveri e la fragilità della Terra”, che l’ambiente umano e quello naturale si degradano insieme, al punto che la questione dei rifiuti viene avvicinata alla cultura dello “scarto”, agli scartati della società. Questa problematica rappresenta l’ “inedito”, nella accezione di Ernesto Balducci. “ Il grido dei poveri e il grido della Terra “ (che è il nocciole dell’ecologia integrale) che parte con una forza dirompente si affievolisce mentre sale alle nostre coscienze, giungendo quasi come un flebile “gemito”. Sovrastato dalle problematiche incombenti dell’economia e della finanza, alleate con una presunta onnipotenza della tecnologia. Penso che il primo impegno sia quello di liberarsi dal masso ingombrante, dall’ ossessione che l’economia, la finanza e la tecnologia possano automaticamente risolvere tutti i problemi e consegnarci su un piatto d’argento una felicità piena e duratura. Allora è probabile che il “gemito” si trasformi in “sofferenza” personale”, nell’acquisizione della compassione nei confronti dell’umanità e della natura nel suo insieme, così da indurci al cambiamento, una parola che può essere ambigua se non si indica la direzione . Un approccio relazionale sincero, aperto, inclusivo, plurimo e la frequentazione dei “luoghi della natura e dell’arte che potrebbero generare stupore e meraviglia”, anziché i supermercati, le discoteche, ecc. Leggo “Siamo cresciuti pensando che eravamo proprietari e dominatori della terra, autorizzati a saccheggiarla”. Autorizzati da chi? Una interpretazione antropocentrica della Bibbia e della cultura in genere, da una economia divoratrice ed energivora, da sete di possesso insaziabile, accumulatrice , da una psicologia incerta sul futuro. Su tutto ciò è possibile lavorare , non si tratta di valori assoluti e intoccabili. Intanto dovremmo capire non solo razionalmente, ma nel profondo che , gli elementi che costituiscono i nostri corpi provengono da lontano, cucinati nella fornace stellare, li assumiamo dalla terra e dobbiamo restituirli ad essa. I cicli biogeochimici riguardano anche noi esseri umani. Se inquiniamo l’aria, i veleni ci ritorneranno con la respirazione, se avveleniamo l’acqua e il suolo, avveleniamo noi stessi con l’alimentazione. E’ una lenta eutanasia! Che però non viene deprecata, né impedita con una legislazione opportuna. Siamo fatti di Terra non è solo una bella frase!! La nostra impronta ecologica è insopportabile dalla nostra Terra. E allora si capirebbe come ha scritto già negli anni settanta, Barry Commoner nel “Cerchio da chiudere”, che la “natura non conosce rifiuti” e, quindi l’economia circolare è fondamentale. E mi sovviene l’avversione irrazionale nei confronti dei siti di compostaggio, l’indifferenza nei confronti di una corretta raccolta differenziata, l’indisponibilità a porre un freno al consumismo esasperato. Ci vorrebbe una legislazione appropriata ed incisiva ma anche un cambiamento nei principi fondamentali dell’etica e della morale. Il Patriarca Bartolomeo parla di “strutture di peccato” e Papa Francesco, mutuando il termine da Jeremy Rifkin, parla di “ecocidio”. Le religioni potrebbero avere una funzione importante nel trasferire questi concetti alle popolazioni. Sarebbe interessante fare una ricerca, attraverso, i “confessori” per sapere quante persone confessano i peccati contro l’ambiente, che hanno inquinato, che non fanno la raccolta differenziata, che sprecano cibo, e acqua…. D’altra parte è scientificamente dimostrato che il nostro modello di vita non può essere condiviso in tutto il pianeta e, prima o poi gli “esclusi dal banchetto delle nazioni faranno ressa alla porta” suscitando irritazione e respingimenti. Non credo altresì che i Sud del mondo possano accettare indefinitamente essere considerati le “pattumiere” del _Nord. E a pensarci bene un nuovo modello di sviluppo che non intacchi le risorse e non escluda i poveri , è garanzia anche della nostra sopravvivenza. L’uomo di domani si dovrà necessariamente dotare di una virtù che, come dice Ernesto Balducci, ritenevamo un “tratto dell’uomo primitivo la COSCIENZA di SPECIE e il RISPETTO del LIMITE!”. L’affermazione che “la crescita demografica sia pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale” non mi trova d’accordo, anche se non nego, che l’invito a contenere la “natalità” ai paesi in via di sviluppo possa nascondere una sorta di egoismo dettato dalla paura che questo incremento possa intaccare il “proprio livello di consumi”. Non posso dimenticare uno dei tanti libri letti con i mie studenti, nella mia lunga carriera scolastica, “Il secondo pianeta” di Colombo e Turani del 1982 che ci metteva in guardia nei confronti dell’esplosione demografica, indicando la necessità di “un secondo pianeta” per accogliere le masse di popolazioni in arrivo. Ci sono dei limiti fisici della Terra e non è possibile pensare di far posto, nel corso dei prossimi anni, a tanta gente quanta ne è arrivata dalle origini dell’umanità ai oggi. Sarebbe il caso di discuterne senza pregiudizi morali e religiosi, anche perché a tutti, e specie ai poveri e gli affamati, dovremmo assicurare una vita dignitosa e non solo la sopravvivenza.. Tale questione potrebbe anche richiamare l’auspicato livello di “biodiversità” in natura che viene opportunamente affrontato dall’enciclica . Una questione che viene trascurata , mentre qualcuno la ritiene di capitale importanza, come e , forse più, del “riscaldamento globale”. Ho letto in questi giorni un report del WWF (se qualcuno è interessato posso inoltrarglielo) la cui tesi è che le “pandemie sono l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi” e che per “tutelare la salute umana occorre conservare la biodiversità” . “Gli ecosistemi naturali hanno un ruolo fondamentale nel regolare la trasmissione e le diffusioni di malattie infettive come le zoonosi e. quindi, nel sostenere e alimentare la vita, compresa quella della nostra specie”. Per la verità, l’idea che “la biodiversità sia, nel suo complesso, uno scudo che protegge ciascuna delle specie che insieme la costituiscono, compresa la nostra” già venne fuori in una riunione della Comunità quando presentai il libro di Edward O.Wilsono “Metà della Terra. Salvare il futuro della vita”, nel quale si sosteneva di destinare metà del pianeta a un’immensa e inviolabile riserva naturale per milioni di specie vegetali ed animali. Wilson indicava anche i luoghi da preservare e tra questi, l’Amazzonia. Che strazio vedere quello che Bolsonaro sta combinando in Amazzonia, con la pretesa che è un suo territorio e può farne quello che vuole. Ci vorrebbe un Istituto internazionale, riconosciuto dai popoli, che dichiarasse alcuni luoghi “beni comuni, patrimonio dell’umanità” con il potere di proteggerli da eventuali sfruttamenti. Invece abbiamo assistiti impavidi alla creazione di alcuni organismi internazionali come il WTO e altri che difendono il potere delle multinazionali anche a danno degli stati nazionali. Mi piace però sostenere la tesi che la biodiversità abbia un valore in sé e non necessariamente funzionale alla salvaguardia della nostra specie. Un capitolo a parte merita la questione dell’acqua e domenica prossima , come ci ricorda il Venerdi di Repubblica, è la “Giornata mondiale dell’acqua”, dimostrando che la rete è un colabrodo, che il 42% va persa perché le tubazioni sono bucate o per allacci abusivi. Ma ci sono anche perdite urbane, visibili, che ci lasciano indifferenti e, invece, andrebbero denunciate. Che fine ha fatto il referendum sull’acqua pubblica? Popolo, popolare sono termini con i quali i politici ( in particolar modo i cosiddetti populisti) si sciacquano la bocca e poi si mettono sotto i piedi la “volontà popolare” espressa in modo inequivocabile con un referendum. Mi sento in conclusione fare qualche ulteriore rilevo su due questioni appena accennate. Leggo e in parte condivido che la “sapienza viene soffocata in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione”. Però non possiamo fare a meno dei “dati”, almeno per il sapere scientifico nel suo complesso. E oggi più che mai. Infine volevo solo chiarire che “ la lentezza dell’evoluzione” cui si fa riferimento non dev’essere confusa con il “gradualismo”, anche perché la teoria più accreditata di oggi è quella di un’evoluzione che procede per “salti”. Trasferendo questo concetto in ambito politico e sociale mi chiedo perché non sperare che ci possa essere, anche di fronte ad una situazione mondiale , apparentemente, disperata un “salto culturale”, “un salto di coscienza” capace di stravolgere la traiettoria che stiamo percorrendo. E mi piace intravvederlo nei “movimenti giovanili “ nascenti cui bisogna dare fiducia e sostegno. Aldo

5) COMMENTO ALL’ENCICLICA DI GIOVANNI LONARDI

Premessa Un’enciclica “sui generis”, strana per il modo di porsi. Solitamente l’enciclica si apre sempre elencando i destinatari: ai Vescovi, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici; fatti seguire subito dal tema dell’enciclica stessa. Questa è la formula di rito. Una lettera, quindi, che viene indirizzata strettamente ai credenti, elencati per ordine di posizione e impegno ecclesiale. Ma questa enciclica, almeno in apparenza, sembra non presentare alcun destinatario specifico, assumendo proprio per questo suo anonimato una valenza ed un significato sovraecclesiali, destinata ad abbracciare l’intera umanità ed ogni suo singolo componente, a partire dai più poveri, dagli indifesi, dai deboli e dagli oppressi. Un tema quest’ultimo che percorrerà trasversalmente e quasi in modo ossessivo l’intera enciclica, tradendo l’ansia pastorale e paterna di questo Papa, che va oltre i confini della Chiesa, aprendola all’universalità e dando un nuovo significato al suo essere cattolica. Non va, infatti, dimenticato che questo è il Papa del cuore, che ha indetto un giubileo della misericordia e della compassione, preoccupato per la sorte di ogni singolo uomo, credente o meno, poiché non esistono poveri di destra o di sinistra, credenti o atei, ma solo uomini la cui dignità è stata calpestata e gravemente offesa. È questo un Papa che proviene dall’America Latina, dove ha toccato con mano i disastri sociali e il degrado morale provocato da un liberismo sfrenato e sfrontato, che cerca solo i propri interessi, ignorando ogni dignità umana. Forse mai, come con questo Papa e con questa enciclica, la Chiesa ha saputo esprimere al meglio la sua cattolicità, intesa non più come confessionalità contrapposta ad altri credo, ma come universalità, che sa abbracciare l’intera umanità come un’unica famiglia, a cui il Papa parla della cura che ognuno deve avere per la casa comune. Già in questa espressione “casa comune” c’è una nota di universalità in cui la Chiesa si mette insieme agli altri, percorrendo con loro un comune cammino storico e condividendo un comune destino. Una Chiesa, quindi, che non si mette sopra agli altri, ma cammina al loro fianco. Significativo in tal senso è come si apre la Costituzione Pastorale “Gaudium et spes”, che vede una Chiesa aperta e abbracciante l’intera umanità: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. […] Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” (GS, 1). E fin da subito il Papa esprime le sue intenzioni: “Adesso, di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta […] In questa enciclica mi propongo specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune” (3). La natura di questa enciclica fa parte del Magistero sociale della Chiesa e potremmo considerarla come il terzo pilastro dopo la Rerum novarum di Leone XIII (1891), che poneva la questione operaia nei primi decenni della rivoluzione industriale e la Populorum progressio di Paolo VI (1967), che poneva la questione del sottosviluppo, definendo il progresso sociale dei popoli come il vero nome della pace. Con questa enciclica, Laudato si, si va a colmare un vuoto: quello dell’ecologia ossia del rapporto uomo-ambiente e della stretta e inscindibile solidarietà e profonda comunione che legano le due componenti del creato. 1 Il metodo affrontato è quello della denuncia del degrado attuale (I), per passare poi alla ricerca delle radici profonde di questo degrado umano-ambientale, individuato in una sfrenata se non violenta tecnocrazia, che è causata da interessi economici e finanziari (III), per poi giungere ai rimedi, specificando alcune linee di orientamento e di azione (V), che definisce come “grandi percorsi di dialogo, che ci aiutino ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando” (163). Un capitolo quest’ultimo che sembra l’agenda dettagliata di un governo sulle cose da fare e sul come farle, benché precisi, forse rendendosi conto di aver un po’ trasceso le proprie competenze, che “Ancora una volta ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica” (188). Questi tre capitoli, I, III e V, sono alternati con altri tre capitoli, il II, il IV e il VI, che vogliono essere momenti di riflessione, quasi a voler affiancare e sostenere le denunce e le proposte con un’adeguata motivazione filosofica, teologica e spirituale in genere, che spinge l’uomo a trovare le vere motivazioni in se stesso e a partire da se stesso. L’enciclica, quindi, si muove su due assi paralleli tra loro strettamente interconnessi, quasi a significare l’inscindibilità dell’attuale disastrata situazione dalla necessità di una riflessione che porti alla conversione, che qui il Papa definisce ecologica. Si ha, pertanto, denuncia, analisi e proposte, da una parte; e, dall’altra, riflessione biblico-sapienziale (II), proposta per un’ecologia integrale (IV), in cui si sottolinea il profondo e inscindibile legame di comunione che unisce l’uomo e il creato, richiamandosi in qualche modo alla precedente riflessione biblico-sapienziale, mettendo qui in rilievo e sviluppandolo il principio di solidarietà, che vede uomonatura come un tutt’uno e che forma uno dei capisaldi non solo biblici, ma anche dogmatici e senza il quale non si potrebbe comprendere la devastante azione della colpa originale, che ha modificato, degradandola, la stessa natura dell’uomo e del creato e i cui effetti sono denunciati in questa enciclica. Ed infine, il sollecito all’educazione e alla spiritualità ecologica (VI). È un’enciclica difficile da leggere perché troppo dettagliata, troppo specifica, troppo addentro alle questioni in modo talvolta minuzioso, fino a perdersi in esse. Tende, quindi, ad essere dispersiva per l’eccessiva analisi prodotta su di una questione vastissima. E proprio per questo eccesso di analisi, forse troppo meticolosa, manca, a mio avviso, di un orizzonte unitario che convogli le grandi scelte dell’umanità, indirizzandole a superare il vicolo cieco in cui si trova. Manca il concetto di storia della salvezza, che apra l’uomo alla speranza, anche se il tema della speranza e della fiducia nella capacità degli uomini non manca, benché appena accennato (61, 71, 74). Questo dovuto forse all’eccessiva preoccupazione di dire tutto, di dare un quadro sociologico, antropologico ed ecologico il più completo possibile, addentrandosi eccessivamente nelle questioni. Questo eccessivo particolarismo e questa eccessiva elencazione di problematiche sembra, da un lato, tradire l’ansia di questo Pontefice per una situazione drammatica, che vuol denunciare e rilevare in tutti i suoi aspetti; dall’altro, sembra voler fornire ai suoi successori, ai filosofi, teologi, scienziati e a tutti gli uomini di buona volontà, sensibili alla problematica, materia sufficiente per sviluppare le loro considerazioni, orientando le loro azioni. In altri termini, cerca di fornire più materiale possibile su cui lavorare, come in una sorta di foto panoramica, cercando di abbracciare per intero i problemi che oggi assillano questa umanità, quasi a testimonianza di un momento storico grave. Non va dimenticato, poi, che questa è una enciclica fondativa. La si è definita come il terzo pilastro del Magistero sociale della Chiesa ed apre ad un nuovo orizzonte, fin qui impensabile e impensato, almeno in modo sistematico e non occasionale. È comunque un’enciclica la cui unitarietà viene garantita sia dalla logica con cui il pensiero si sviluppa; sia da alcune tematiche di fondo che serpeggiano trasversalmente per ricomparire costantemente ovunque, come il tema della profonda e inscindibile solidarietà tra uomo e ambiente; il tema dei poveri, strettamente legato al degrado ambientale di cui sono spesso vittime; la critica al potere derivante dalla tecnologia finalizzata al dominio ambientale e sociale, così che viene definita tecnocrazia, cioè il potere della scienza e della tecnica sull’ambiente e sull’uomo; di conseguenza viene affermato il valore della dignità umana e dei diritti innati e propri di ogni uomo; le 2 responsabilità dell’economia, della finanza, della politica e del loro intreccio. Ed infine, una curiosità. Con sorpresa viene introdotto un neologismo: “inequità”, che si ripete per ben cinque volte (30, 36, 51, 158 e al titolo del cap. V, tra i paragrafi 47 e 48). Non si tratta quindi di un errore, così come potrebbe sembrare, inequità al posto di iniquità, ma di un nuovo termine. Letteralmente “inequità” significa ciò che non è equo, giusto e che ha come contropartita una discriminazione colpevole, ingiusta e pertanto iniqua. È molto simile a “iniquità”, ma mentre questa ha prevalentemente un senso morale, la “inequità” acquista qui un senso squisitamente sociologico. …….

CAPITOLO PRIMO QUELLO CHE STA ACCADENDO ALLA NOSTRA CASA (17-61) Si evidenzia la necessità di una riflessione e di una presa di coscienza su ciò che sta accadendo attorno a noi (17). L’eccessiva corsa del progresso tecnologico mal si combina con i lenti ritmi biologici, propri della natura (18). Vi è uno squilibrio tra il progresso tecnologico dell’uomo e il suo livello di crescita culturale, spirituale e morale (4). Ma direi, personalmente, che siamo andati oltre. La perdita di spiritualità e conseguentemente di moralità è stata rimpiazzata dalle leggi dell’economia, della finanza e della tecnologia, che hanno messo al centro non più l’uomo, ma l’interesse privato, personale e, in particolare, i soldi, attorno ai quali si è costruita e organizzata la nostra società. Un’attenzione preoccupata e di denuncia viene accentrata su sette tematiche. Si apre con la denuncia contro l’inquinamento sia atmosferico che del suolo, causato da rifiuti di ogni specie, che avvelenano la terra e la trasformano in una grande pattumiera. L’eccesso di rifiuti che nasce dalla cultura dello scarto, dell’usa e getta, che investe non solo le cose, ma anche gli uomini, che sono stati oggettificati. Un inquinamento che, a motivo delle diverse tipologie di gas emessi, creano anche un inquinamento atmosferico e con questo un cambiamento climatico, che incide non solo sugli uomini, ma anche sulla fauna e la flora. Similmente si prosegue con la questione dell’acqua. Come il clima, essa è un bene comune e non può essere privatizzata e costituire oggetto di speculazioni; la perdita della biodiversità, che impoverisce e altera gli equilibri della natura, a motivo di interventi umani motivati da interessi economici e finanziari; il deterioramento della qualità della vita umana, quale conseguenza di questo modo scriteriato di procedere nel progresso, che trova la sua espressione nel degrado di città sovraffollate, ad alta concentrazione umana, immerse nel cemento, nell’asfalto, prive di verde e sommerse spesso da rifiuti. Città il cui degrado ambientale si riflette e produce quello 4 umano. Da qui si prosegue accentrando l’attenzione sulla inequità planetaria, dedicata a quella parte del genere umano vittima di questo degrado ecologico e ambientale prodotto dagli uomini: sono i poveri, i deboli, i diseredati, le persone maggiormente colpite, poiché vivono di ambiente e di ciò che la natura offre loro, sia perché facenti parte di società tecnologicamente poco evolute, sia perché la vita le ha poste ai margini della società. Si denuncia la debolezza delle reazioni a fronte di tanto degrado e tanta sofferenza umana e ambientale; debolezza sottesa da assenza di una specifica cultura, da mancanza di leadership e di reazioni da parte di una politica, che è sottomessa agli interessi economici e finanziari. In una simile situazione si scontrano le diversità di opinioni, spesso contrapposte

6) LAUDATO SI – 1 Cap.

Fedele Salvatore Schematicamente…

Condivido con l’introduzione di Carlo Petrini:

• «la gioia di poter credere in un cambiamento rivoluzionario, e in una nuova umanità» C’è davvero bisogno di una nuova rivoluzione… …planetaria, perché “abbiamo lasciato che la nostra politica soggiacesse all’economia e l’economia alla tecnologia”. E la “rivoluzione” riguarda proprio un nuovo modo di essere “umani”, una nuova umanità. Riguarda la capacità di avere «la stessa capacità di sorprendersi e intenerirsi per la bellezza del creato propria di san Francesco». • La necessità di una nuova spiritualità, che riguarda tutti gli esseri umani e non può essere solo appannaggio delle religioni: «anche per chi vive una diversa dimensione spirituale la vita terrena deve essere necessariamente ricondotta a un rinnovato approccio di fronte alla storia del mondo». • La constatazione della prevalenza delle «relazioni povere: mere relazioni utilitaristiche tra l’uomo e le cose, ma anche tra gli uomini stessi». Dobbiamo fare lo sforzo rivoluzionario di rimettere al centro di tutto le relazioni, bene comune; i “beni relazionali” come vero capitale sociale. «La fraternità è diventata la sorella povera di libertà e uguaglianza». E vorrei sottolineare che non si tratta del generico buonismo del “volemose bene”, ma di un vero e proprio modello efficace di convivenza: se ispiriamo e conformiamo le nostre azioni, le nostre scelte politiche, imprenditoriali, educative a questo principio, questo sarà efficacemente produttore di una nuova convivenza. • Il richiamo alla “decrescita” per chi ha obiettivamente troppo e la “sobrietà” come valore universale. “Sobrio” vuol dire, etimologicamente, non-ebbro, non ubriaco. Di consumi, di apparenza, di aggressività. Vuol dire essere “in-nocenti”: incapaci di nuocere e di depredare. • La necessità di “passare all’azione”, “pensando globalmente e agendo localmente”, facendo nostro l’invito attribuito a San Francesco: «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile». Sottolineo e commento del 1° capitolo: L’insistenza sul fatto che «l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme» (48) e che «il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi (56); e quindi la ripetuta necessità di pensare ad un’«ecologia integrale»: «un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (49). • Dobbiamo finalmente abbandonare la convinzione (alla quale ha contribuito non poco la Chiesa e una certa lettura della Bibbia) secondo la quale «siamo cresciuti pensando che eravamo suoi [terra] proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla» (2). La terra, le sue ricchezze, le sue risorse, le diverse specie non possono essere pensate «solo come eventuali “risorse” sfruttabili, dimenticando che esse hanno un valore in se stesse» (33). • La “rapidizzazione” e la fiducia irrazionale nel progresso «non ha significato in tutti i suoi aspetti un vero progresso integrale e un miglioramento della qualità della vita» (18 – 19 – 46). Le stesse dinamiche dei media e dei mondi digitali hanno generato «un nuovo tipo di emozioni artificiali, che hanno a che vedere più con dispositivi e schermi che con le persone e la natura» (47) • Dobbiamo riconoscere (e agire di conseguenza) che «questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri» (30 – 52) • Nelle “agende” del mondo, delle politiche internazionali, devono trovare assolutamente più spazio queste tematiche, cercando soluzioni non solo nella tecnica e in certo modo di concepire il progresso ma anche nel cambiamento dell’essere umano (9), riconnettendo, in questo modo, l’uomo e il creato. «Ci vuole un’etica delle relazioni internazionali (51), come anche questa emergenza coronavirus ci sta insegnando. E anche la ricerca deve servirci (e in essa va investito) soprattutto «per comprendere meglio il comportamento egli ecosistemi e analizzare adeguatamente le diverse variabili di impatto di qualsiasi modifica importante dell’ambiente» (42). • E’ possibile “una nuova ascesi”: «passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi che significa imparare a dare, e non semplicemente a rinunciare (9). Dare non vuol dire necessariamente “rinunciare”, l’amore si diffonde per moltiplicazione, non per divisione o sottrazione. Nella convinzione che «il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (12).

7) Riflessione in margine alla lettura di “Laudato si’ – I Cap. di Giuseppe Finaldi

Leggere questo documento, qui ed ora, nel profondo stato di angoscia che viviamo, ne rafforza la tragica forza profetica. Il capitolo si chiude con un’apertura alla speranza, “a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi “. Poi, però, pessimisticamente, ritorna sui “sintomi di un punto di rottura … che si manifestano … in catastrofi naturali…” causate dall’aver abbandonato i fini dell’agire umano, e si chiude con la constatazione che “…l’umanità ha deluso l’attesa divina”: una condanna! Domande affioranano: Quando e come abbiamo perso la capacità di sentirci attesi? Quando e come ci siamo smarriti? C’è ancora tempo per cercare e trovare la strada dritta dei fini? E Dio, potrà superare la delusione e venirci in soccorso? C’è più – c’è mai stato? – uno spazio alla salvezza personale? Giuseppe Finaldi

8) RIFLESSIONI DI EZIO ESPOSITO

Ho letto con attenzione la premessa cell’enciclica dell’enciclica. Intanto condivido quanto detto da Corrado, Aldo e Ciro.   Nella premessa noto che Francesco ci tiene a citare 4 papi che l’hanno preceduto ( mi dispiace che non ha citato il povero e brevissimo papà Luciani di cui ricordo che disse che Dio è più madre che padre e parlò del prete Gennari simbolo del dissenso definendolo  affettuosamente “il prete coi baffi”, che nei suoi trenta giorni di pontificato mostrava di voler recepire le istanze di cambiamento nella vita della Chiesa). Queste citazioni non sono solo formalmente doverose ma riflettono il bisogno di Francesco di dimostrare una continuità con i suoi predecessori e difendersi dalle accuse addirittura di eresia che riceve dai cattolici tradizionalisti e conservatori. Bene fa’ il papa a citare il caro Giovanni XXIII come primo tra i papi a indirizzare un’enciclica a “tutti gli uomini di buona volontà” e non solo ai suoi fedeli.

Sinceramente bello e’ il paragrafo su Francesco d’Assisi che addirittura ha dato un valore mistico alla nostra madre terra. La connessione tra il grido della terra e il grido dei popoli soprattutto gli ultimi viene annunciata come l’elemento portante dell’enciclica. Sul primo capitolo non riesco ad aggiungere altro rispetto a quanto ho letto dai vostri contributi. Come stabilimmo nel nostro ultimo incontro “in  carne ed ossa” sto lavorando

9) COMMENTO DI LEONARD BOFF

Prima di qualsiasi altro commento è il caso di sottolineare alcune singolarità dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. È la prima volta che un papa affronta il tema dell’ecologia nel senso di un’ecologia integrale (quindi al di là del tema ambientale) in una forma così completa. Grande sorpresa: egli elabora il tema alla luce del nuovo paradigma ecologico, cosa che nessun documento ufficiale delle Nazioni Unite ha mai fatto. È fondamentale che il suo discorso si appoggi sui dati più certi delle scienze della vita e della Terra. Legge i dati affettivamente (con intelligenza sensibile o cordiale), poiché discerne che dietro di essi si celano drammi umani e grande sofferenza, anche da parte di madre Terra. La situazione attuale è grave, ma papa Francesco trova sempre ragioni per la speranza e per la fiducia che l’essere umano trovi soluzioni viabili. Papa Francesco non scrive in qualità di Maestro e Dottore della fede, ma come Pastore zelante che si prende cura della casa comune e di tutti gli esseri, non solo umani, che in essa abitano. Merita evidenziare un elemento che rivela la forma mentis di papa Francesco: il suo essere tributario dell’esperienza pastorale e teologica delle Chiese latinoamericane, che, alla luce dei documenti dell’episcopato latinoamericano (Celam) di Medellín (1968), di Puebla (1979) e di Aparecida (2007), fecero un’opzione per i poveri, contro la povertà e a favore della liberazione. Il testo e il tono dell’enciclica sono tipici di papa Francesco e della cultura ecologica che egli ha maturato. Mi accorgo anche, però, di come tante espressioni e modi di dire rimandino a quanto si pensa e si scrive da tempo in America Latina. Quelli della «casa comune», della «madre Terra», del «grido della Terra e grido dei poveri», della «cura», dell’interdipendenza fra tutti gli esseri, dell’«essere umano come Terra» che sente, pensa, ama e venera, dell’«ecologia integrale», e altri, sono tutti temi ricorrenti tra noi. La struttura dell’enciclica ubbidisce al rituale metodologico in uso nelle nostre Chiese e nella riflessione teologica legata alla pratica della liberazione, ora adottata e consacrata dal papa: vedere, giudicare, agire e celebrare. Fin dalle prime righe si rivela la sua fonte d’ispirazione: san Francesco d’Assisi, che l’enciclica definisce «esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale » e che «manifestò un’attenzione particolare verso i più poveri e abbandonati». Quindi si incomincia con il vedere «quello che sta accadendo alla nostra casa». Il papa afferma: «Basta però guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune ». In questa sezione egli incorpora i dati più consistenti sul cambiamento climatico, la questione dell’acqua, l’erosione della biodiversità, il deterioramento della qualità della vita umana e il degrado della vita sociale, e denuncia l’alto tasso di «inequità» planetaria, che colpisce tutti gli ambiti della vita e che vede come vittime principali i poveri. In questa stessa parte inserisce una frase che rinvia alla riflessione fatta in America Latina: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». Più avanti, aggiunge: «I gemiti di sorella terra si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo». È assolutamente coerente con quanto viene detto subito all’inizio, che «noi stessi siamo terra», nella linea del grande cantore e poeta indigeno argentino Atahualpa Yupanqui: «L’essere umano è la Terra che cammina, che sente, che pensa e che ama». Condanna poi le proposte di internazionalizzazione dell’Amazzonia, «che servono solo agli interessi economici delle multinazionali ». E troviamo un’affermazione di grande vigore etico: è «gravissima inequità quando si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale». Riconosce con tristezza: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli». Di fronte all’offensiva umana in atto contro madre Terra, che molti scienziati hanno   denunciato come l’inaugurazione di una nuova era geologica — l’Antropocene – , lamenta l’inadeguatezza dei poteri di questo mondo che, illusi, pensano che «il pianeta potrebbe rimanere per molto tempo nelle condizioni attuali», ma è un alibi che ci serve «per alimentare tutti i vizi autodistruttivi» con un «comportamento che a volte sembra suicida». Prudente, il Papa riconosce la diversità di opinioni e che «non c’è un’unica via di soluzione». È comunque «certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano» e ci perdiamo dietro la realizzazione di mezzi destinati a un accumulo illimitato a spese della giustizia ecologica (degrado degli ecosistemi) e della giustizia sociale (impoverimento delle popolazioni). L’umanità semplicemente «ha deluso l’attesa divina». La sfida urgente consiste allora nel «proteggere la nostra casa comune»; per farlo necessitiamo, citando Giovanni Paolo II, di una «conversione ecologica globale» e di una «cultura della cura che impregni tutta la società». Esaurita la dimensione del vedere, s’impone adesso la dimensione del giudicare. Il giudicare è realizzato su due fronti, uno scientifico e l’altro teologico. Partiamo dalla dimensione scientifica. L’enciclica dedica tutto il terzo capitolo all’analisi della «radice umana della crisi ecologica». Il Papa si propone qui di analizzare la tecnoscienza, senza preconcetti, accogliendo quanto essa apporta, «cose realmente preziose per migliorare la qualità della vita dell’essere umano». Non sta qui il problema. È che essa si è resa indipendente, ha sottomesso l’economia, la politica e la natura in vista dell’accumulo di beni materiali. Essa parte dal presupposto errato della «disponibilità infinita dei beni del pianeta », quando sappiamo di avere già intaccato i limiti fisici della Terra e che gran parte dei beni e servizi non sono rinnovabili. La tecnoscienza è divenuta tecnocrazia, una vera dittatura con la sua ferrea logica di dominio su tutto e tutti. La grande illusione oggi imperante è la credenza che con la tecnoscienza si possano risolvere tutti i problemi ecologici. È una via ingannevole, poiché «significa isolare cose che nella realtà sono connesse». Davvero «tutto è connesso», «tutto è in relazione»: affermazione, questa, che attraversa tutto il testo dell’enciclica come un leitmotiv: è infatti un concetto chiave del nuovo paradigma contemporaneo. Il grande limite della tecnocrazia sta nella «frammentazione del sapere» fino a «perdere il senso della totalità ». Il peggio è che in questo modo essa «non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano». Il valore intrinseco di ogni essere, per minuscolo che sia, è costantemente esaltato dall’enciclica, così come fa la Carta della Terra.traduzione dal portoghese di Pier Maria Mazzola. ll testo di Leonardo Boff riprende stralci del suo intervento in Curare madre terra. Commento all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco (Editrice Missionaria Italiana, pp. 64 euro 3,90), in libreria dal 26 giugno

10) RIFLESSIONI DI GENNARO SANGES

E’ la prima volta nella storia della cristianità che un Papa dedica una intera enciclica alla questione ambientale. E già questa è una scelta “storica” di straordinario significato. La Chiesa si fa “mater et magistra” anche del rapporto dell’uomo con la natura, da curare e rispettare e non dominare e asservire ai propri bisogni. Lo stesso comandamento fondamentale “ama il prossimo tuo come te stesso”, per la potenza distruttiva delle tecnologie che utilizziamo per l’oggi e per il domani con i conseguenti comportamenti che mettiamo in atto, deve prevedere non solo l’umanità contemporanea ma anche le generazioni future. Sintetizzo in tre le scelte di fondo operate da Papa Francesco in questo primo capitolo dell’Enciclica. a – L’assunzione dell’analisi preoccupata del mondo scientifico più avvertito da tempo sulla gravità dei guasti che si sono prodotti, e continuano a prodursi, all’ambiente e alle varie forme di vita presenti sul pianeta, attribuendone la responsabilità non a fenomeni naturali ma all’attività umana, dominata dai poteri tecno-economici e finanziari. Ecco un passaggio indicativo di questa tesi contenuto nell’Enciclica. “L’umanità è chiamata a prendere coscienza dei cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo necessari per combattere il riscaldamento globale del pianeta, accompagnato negli ultimi decenni dal costante innalzamento del livello del mare e dall’aumento di eventi climatici estremi. Ci sono altri fattori che possono concorrere al riscaldamento (vulcanismo, variazioni dell’orbita e dell’asse terrestre, ciclo solare) ma numerosi studi scientifici indicano che la maggior parte del suo aumento è dovuto alla grande concentrazione di gas serra (anidride carbonica, metano, ossigeno di azoto, etc.) emessi soprattutto a causa dell’attività umana”. b – L’individuazione della stretta connessione tra degrado ambientale e povertà, ingiustizia sociale, disuguaglianze, migrazioni climatiche. E questo, mi sembra, il nucleo centrale e fondamentale della Lettera apostolica, e ne costituisce anche la sua originalità. A sostegno di questa tesi riporto un passo dell’Enciclica. “L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera. Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. c – Una soluzione della questione ambientale su cui la Chiesa riconosce umilmente di non avere una parola definitiva, proponendo invece il dialogo tra chi intende andare avanti nel mito del progresso , affidandosi alla capacità della tecnologia di risolvere ogni problema , e chi invece ritiene improrogabile una decrescita delle attività umane. A me pare una posizione corretta, non “pilatesca”, anche perché nel corso del documento viene ribadita più volte l’esigenza che su scelte così decisive per il futuro dell’umanità vi sia sempre il primato della politica rispetto alla tecnologia e agli interessi della finanza, primato da sostenere sulla base della rivalutazione del sapere scientifico. Comunque una prova che non avremmo voluto fare ce la sta dando la terribile pandemia del coronavirus che, pur provocando tante sofferenze e tante vittime in tutto il mondo, tuttavia, con la riduzione significativa delle attività umane, sta facendo respirare il Pianeta arrecando benessere al mondo vegetale ed animale. Il documento, realisticamente, non si nasconde le difficoltà di un cambiamento che superi l’insostenibilità dell’attuale sistema mondiale e riesca a modificare negli individui e nelle comunità radicate abitudini di consumo , anche per l’indubbio potente fascino e, a volte, la stessa utilità che tante applicazioni tecnologiche realizzano. Una sfida non solo per la sopravvivenza ma anche, forse, soprattutto culturale. Speriamo che l’umanità la vinca, prima di esservi costretta, come sta succedendo per la pandemia. Nell’ipotesi che ci sia ancora tempo. A supporto di queste considerazioni cito un paio di passaggi dell’Enciclica. “Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia. La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostrano nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Nel frattempo i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Questo comportamento evasivo serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo e anche un’accresciuta sensibilità ecologica delle popolazioni non basta per modificare radicate abitudini nocive di consumo che non sembrano recedere, bensì estendersi e svilupparsi, alimentando i vizi autodistruttivi dell’essere umano”.

11) RIFLESSIONI SUL CAPITOLO PRIMO DELLA “LAUDATI SI”

Cristofaro Palomba

L’incipit del cap. 1 della Laudato sì è quantomeno sorprendente. “Le riflessioni teologiche o filosofiche sulla situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità. ”

Questa premessa  dà spazio a nuove prospettive  per  una enciclica che non fa  mistero di volersi rivogere a tutti gli uomini del pianeta, analizzando in modo scientifico  l’attuale situazione di madre terra.

Il primo elemento che viene sottolineato con forza e la “rapidizzazione”- I cambiamenti climatici ci stanno travolgendo non seguono più i mormali ritmi biologici, pur orientati per natura al cambiamento, ma avvengono in un modo rapidissimo  deteriorando la vita dell’umanità.

Questo ci porta a prendere una dolorosa coscienza di quando accade, e ci costringe a riflettere su quanto ciscuno di noi puo fare.

La presa di coscienza che questo  gravissimo inquinamento provoca   effetti  catastrofici sulla salute di tutti noi e in particolare sui poveri, provocando  migliaia di morti e   sembra quasi premonitore  di quando sta accadendo sotto i nostri occhi con  la pandemia  che stiamo vivendo.

Gli scienziati stanno studiando le correlazione fra pandemia ed inquinamento e anche se mancano ancora elementi di certezza assoluta non si può non constatare  che questo rapporto è fortemante probabile.

La tecnologia e la finanza si illudono da sole di poter dare una risposta ma spesso non fanno altro che creare ulteriori problemi.

Il concetto della “cultura dello scarto”, tanto caro a Francesco, trova in questo capitolo  ampio sviluppo ed e’ fortemenre collegato o meglio contrapposto  al concetto di “economia circolare”.

La cultura dello scarto colpisce il pianeta e con esso i più deboli ed è frutto della   cultura di tutti noi  e di una prassi politica ed  industriale che non è  minimamente  impegnata  a combattere il consumo sfrenato,   ma anzi tende ad incentivarlo ed incrementarlo  rinunciando al  recupero  e riutilizzo delle  risorse,

Comportamenti questi che stanno facendo innalzare il “riscaldamento globale” che a sua volta provoca grandi sconvolgimenti ambientali e sociali.

E’ qui,  che l’enciclica lancia la sua prima potente accusa al mondo dei ricchi che non riesce a vedere nelle migrazioni ambientali il frutto amaro degli sconvolgimenti da essi provocati. “La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile.”

Questo mancato riconoscimento porta   le società occidentali a negare accoglienza a questi profughi  ambientali negando di fatto il nesso di causalità fra inquinamento globale ,  e profonde sofferenze provocate dalla desertificazione,  inquinamento e fame,  che non sono meno distruttive di una guerra.

Questa distinzione fra profughi di guerra e profughi ambientali è una delle cause più grandi di sofferenza di migliaia di uomini, donne e bambini che premono ai confini degli stati più ricchi, i quali  non intendono modificare i trattati internazionali che riconoscono solo ai profughi di guerra il  diritto di asilo.

I paragrafi che seguono elencano puntualmente i più gavi problemi che affliggono il nostro pianeta: il “problema dell’acqua”, la perdita della biodiversità”, il “Deterioramento della qualità della  vita umana e degradazione sociale” e “ Inequità planetaria”.

Analisi approfondite e lucide che invocano interventi urgenti e rapidi.

L’aver indicato nell’Amazzonia uno dei polmoni della terra  diventa per Francesco la premessa ad intervenire subito convocando il  Sinodo  sull’Amazzonia che cercherà di dare , per quanto possibile,   alcune risposte ai gravi problemi  di questa terra e dei suoi abitanti.

Ma non si limita a questo,  il suo pensiero si spinge oltre e, rilevando come le attuali guide delle varie nazioni non sono in grado di dare risposte, chiede a tuti cli uomini di individuare nuove “leadership””  che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future.”

Sono necessarie guide che non siano sottomesse alla tecnologia e alla finanza  come purtoppo e’ successo in questi ultimi anni che hanno  visto fallire miseramente tutti i vertici sull’ambiente.

RIFLESSIONI SUL CAPITOLO SECONDO DELLA “LAUDATO SI”

  1. LAUDATO SI – 2 Cap. Fedele Salvatore

Schematicamente…Sottolineo e commento:

· Il definitivo (si spera) superamento della dicotomia “scienza-fede”, nella convinzione della «ricchezza che le religioni possono offrire per un’ecologia integrata»: «la scienza e la religione [fede] che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe» (62).

Il fatto è che, ahimè, molta pastorale e molta catechetica non ha abbandonato la pregiudiziale “creazionista”.

· La «priorità dell’essere rispetto all’essere utili» (68) e, quindi, la sottolineatura del fatto che i racconti biblici della creazione ci insegnano «l’immensa dignità di ogni persona umana» (65): è questo che vuol dire l’espressione “a immagine e somiglianza di Dio”. Mi sembra di sentire Don Milani che scrive «noi che abbiamo per unica ragione di vita quella di contentare il Signore e dimostrargli d’aver capito che ogni anima è un universo di dignità infinita» (Esperienze Pastorali, pag.222).

· L’affermazione che «la Bibbia non dà adito ad un antropocentrismo dispotico che non si interessi delle altre creature» (68). Quindi, «oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature» (67).

· La concezione “dinamica” e non statica della creazione: «lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo». Da ciò discende che «il traguardo del cammino dell’universo è nella pienezza di Dio. […] Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi» (83).

· Il “creato” è un insieme di relazioni irrinunciabili! «Tutto è in relazione, e la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (70). E qui sono molto belli e interessanti i riferimenti all’autentico modo di interpretare lo “shabbat”, l’anno sabbatico e il giubileo (71).

Inoltre, tale “famiglianza universale” e “comunione sublime” si concretizza nel fatto che «Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione» (89). Per cui «pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse». Per concludere, molto poeticamente: «Tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra» (92).

· Tuttavia «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani» (91). Questo fonda l’ecologia integrale, diversa da un generico ambientalismo che rischia di indignarsi (superficialmente) in difesa delle altre specie viventi e non «soprattutto per le enormi disuguaglianze che esistono tra di noi, perché continuiamo a tollerare che alcuni si considerino più degni degli altri», continuando, nei fatti, «ad ammettere che alcuni si sentano più umani di altri, come se fossero nati con maggiori diritti» (90).

· Bellissimo e fondamentale, a mio parere, il riferimento al «principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso» come “regola d’oro” del comportamento sociale. «Ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati» (93).

· «Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio» (84). E perciò «possiamo dire che accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte» (85). «Tutta la natura, oltre a manifestare Dio, è luogo della sua presenza» (88).