Radici e speranze

TESTO DI RADICI E SPERANZE

cliccando sul titolo potrai scaricare il testo

 

“RADICI E SPERANZE”  E’ UN TESTO  CHE RACCONTA LE ORIGINI DELLA COMUNITA’ DEL CASSANO

E TUTTO IL SUO PERCORSO INTRAPRESO DAL 1968 AL 1993.

I PRIMI 25 ANNI DI RICERCA DI FEDE E DI PRASSI ALTERNATIVA  CHE

LA COMUNITA’ HA VISSUTO INTENSAMENTE CERCANDO DI INCARNARE   IL MESSAGGIO EVANGELICO

IN UNA CHIESA IN USCITA LONTANA DA INTEGRALISMI E DOGMATISMI , IN UNA DIMENSIONE DI

FEDE LAICA INCARNATA NELLA STORIA DI OGNI GIORNO.

 

oppure puoi leggerlo in rete

 

A Filomena e a Lara,
compagne indimenticate
del nostro cammino.

 Comunità cristiana di base del Cassano – Napoli

 

RADICI E SPERANZE

Dal dissenso cattolico all’ uomo planetario

 

Prefazione

Introduzione

 

Parte prima : LE RADICI E LA MEMORIA

 

CAP. 1 LA FASE GENETICA E GLI ANNI DELLE ORIGINI : 68-73

Comunità come idea

Comunità come esperienza

CAP. 2  COMUNITA’ DI FEDE E IMPEGNO POLITICO : 74 – 81

Chiesa dei poveri e lotta di classe

Gli anni del riflusso

CAP. 3 TEMPO DI ANNUNCIO : 82 – 85

Semi di fede, germogli di pace

CAP. 4  GLI ANNI DEL CONFRONTO : DALL’ 86 AD OGGI

Diversità di idee e pluralità di esperienze

SCHEDE :

“Progetto Scampia”,

“Se fossi un angelo”

“Chi beve, chi beve”

“ La foresta incantata”

“Spiragli di nuovo ecumenismo”

“Impegno ecumenico e scuola di pace”

 

Parte seconda : LE PROSPETTIVE E LE ESPERIENZE

 

CAP. 1  NUOVI ORIZZONTI CULTURALI

L’ uomo planetario non è l’ uomo occidentale

Coscienza del limite e coscienza di specie

CAP. 2  VITA COMUNITARIA E VILLAGGIO GLOBALE

CAP. 3  CONTINUARE A SOGNARE

Da un’ immagine forte ad un’ immagine debole

Comunità ed utopia

Introduzione

 

 

Il contesto delle radici. Il dissenso cattolico in Campania.

 

L’esigenza di una necessaria breve introduzione e lo scopo di raccontare, senza pretese storiche, una esperienza cristiana “forte”, anomala secondo i più, del dopo Concilio, quale quella delle Comunità Cristiane di Base, non consentono una analisi ampia, una descrizione particolareggiata dei fatti e degli accadimenti a Napoli ed in Campania.

La sostanziosa e significativa documentazione sui percorsi delle CdB e non solo di esse a Napoli, non è ne secondaria ne marginale in quanto essa rivela il vero volto del dissenso a Napoli, la serietà e la fatica con cui si è affrontato tale cammino.

Per comprenderne lo sviluppo e l’evoluzione mi pare opportuno partire un po’ da lontano per scoprire un filo rosso che, sia pure impercettibilmente, attraversò la storia di questi decenni.

Un fermento inizialmente sotto pelle, non clamoroso, ristretto ad ambienti qualificati dell’Azione Cattolica napoletana, nella seconda metà degli anni 50 dopo le dimissioni del presidente nazionale della gioventù italiana di A.C. (GIAC) Mario Rossi perché contrario ai collateralismi in difesa dell’autonomia della linea scelta, furono dimissionati dalla GIAC e dall’ufficio Professionisti di Napoli, per volontà dell’Arcivescovo Card. Marcello Mimmi, don Giacomo Nardi, don Filippo De Cicco, Pasquale Colella, Nino Lisi ed altri perché schierati sulla linea di Rossi ed accusati in occasione del congresso cittadino D.C. di far parte di una corrente filo comunista e favorevoli ad alleanze con la sinistra “atee e materialiste” (1956). Cito questo episodio, anche se in parte fu riassorbito provvisoriamente, perché lo reputo come segno degli albori di una nuova stagione, anticipo forse, della crisi che attraverserà l’A.C. non solo a Napoli.

Se l’A.C. fu la madre che partorì dirigenti per la D.C. , si deve dire, tuttavia, che a Napoli nel dopo Concilio molti tesserati, dirigenti di base, uomini e donne, preti e laici, maturarono scelte di autonomia, di lotta al collateralismo D.C., di scelte di campo nell’area che faceva riferimento al movimento operaio, agli ultimi, di reale e concreta attuazione del Vaticano II. Da ciò la spinta alla nascita di gruppi di base, di comunità,  di gruppi biblici, sociali.

E qui va ricordata l’originale ed inedita esperienza di don Mario Borrelli sugli scugnizzi a Napoli che fin dagli anni 50 conviveva con essi per le strade di Napoli  per sottrarli ad una vita sbandata e senza futuro, fondando più tardi “La casa dello scugnizzo”. Un’esperienza questa emblematica e significativa che ebbe ripercussioni internazionali, tant’è che su di lui fu fatto anche un film dal titolo “Don Vesuvio”. Per contrasti con la Curia e nella  convinzione che era difficile dialogare con le istituzioni ecclesiastiche e per sue scelte personali lasciò il ministero ecclesiale senza con ciò rinunciare ai suoi impegni a favore dei ragazzi abbandonati.

Ma per una visuale complessiva, anche se assolutamente schematica, e per meglio afferrare il senso dei fermenti sviluppatisi a Napoli e nell’area napoletana, per capire i motivi della radicalità del fenomeno delle CdB., non si può non accennare ai cosiddetti “gruppi spontanei”, provenienti principalmente da ambienti cattolici che pullularono negli anni 60. Essi offriranno, nella loro azione sociale, un’impronta inedita all’usuale routine delle opere caritatevoli ed assistenziali di tipo parrocchiale, contribuendo a superare l’ottica di rassegnazione e “spingendo” i poveri verso una presa di coscienza politica, per un impegno diretto nelle lotte. Emerge, poi, in questo campo un’autonomia e indipendenza  dai condizionamenti derivanti dalle istituzioni civili e da quelle religiose, pur manifestando un bisogno di rinnovamento ecclesiale e di cambiamento della società.

Una preminenza, dunque, ai problemi sociali nelle zone più emarginate che negli anni 60 risentivano ancora dell’abbandono in cui erano state lasciate, dello stato di disagio di estrema povertà, di miseria di intere famiglie avendo per casa delle baracche, con la esclusione di bambini/e da un normale circuito di scolarizzazione e di socializzazione.

Un breve accenno sarà sufficiente ad indicare la ricchezza e la varietà dell’impegno sociale di tali gruppi derivante anche da motivazioni di origine religiose avendo molte caratteristiche comuni: il problema della casa, la lotta per la distruzione delle baracche, la lotta alla miseria, la lotta alla invivibilità di alcune zone, l’impegno per il doposcuola per i ragazzi, per i problemi sanitari, ecc.. Da sottolineare come alcuni di essi videro la luce quando non si era ancora entrati nel vivo del Concilio.

Il gruppo “Ponte della Maddalena” è del 1962 ed inizia la sua attività con una inchiesta sulla degradazione del quartiere dove predominavano le baracche con la costituzione del comitato di quartiere i cui membri venivano eletti democraticamente.

Il gruppo “Camillo Torres”, del 1963 pur avendo inizialmente una connotazione più religiosa, allarga in seguito l’interesse verso iniziative sociali e di solidarietà verso i baraccati di via Consalvo, con dibattiti ed incontri con i partiti di sinistra, con i disoccupati, ed esplicitando dissenso per l’unità politica dei cattolici.

Un’impronta altrettanto religiosa la “Fraternità laica di Charles Foucauld” che approfondisce i temi della non violenza e della povertà.

In una delle zone più povere della città vi nasce nel 62 il gruppo “Siberia” curato soprattutto da alcune donne con carattere prevalentemente assistenziale e di alfabetizzazione con un centro sociale, doposcuola, impegno per la vaccinazione antipolio.

“Gruppo azione non violenta” – 1964 – legato al movimento pacifista di Aldo Capitini. Fu molto noto per l’azione di sensibilizzazione della città sui problemi dei baraccati, per l’obiezione di coscienza al servizio militare. Una grossa ripercussione sulla stampa locale e nazionale ebbe per il digiuno attuato dai suoi componenti a P.zza Municipio con la distribuzione di decine di migliaia di volantini per porre all’attenzione di tutti il problema dei baraccati. Non mancarono iniziative per l’obiezione di coscienza e dibattiti sulla non violenza.

“Centro sviluppo comunità” – 1965 – nel rione Traiano dove le piccole suore dell’Assunzione collaboravano per i problemi molto gravi  inerenti il quartiere.

Gruppo “Nuova frontiera” – 1967 – sempre nel rione Traiano, con impegno di doposcuola per i ragazzi , per la pace, che insieme al Movimento di Riconciliazione (M.I.R.) partecipò a Roma alla marcia contro la guerra nel Vietnam, collegandosi poi con i problemi del terzo mondo.

Gruppo “Comunità di vita cristiana” della Masseria Cardone con attività sociali, doposcuola per ragazzi,  attività religiose con linee di tendenza post-conciliari  non percepita sempre bene nell’ambiente.

Gruppo “Cenacolo” della chiesa della Rotonda al Vomero – 1965 – che curò particolarmente approfondimenti culturali, biblici e teologici. Padre Balducci e padre Diez Allegria sono stati ospiti assidui per incontri e dibattiti. Non è mancata un’attività sulla promozione sociale e dell’assistenza per i ragazzi della zona.

Nel campo Arar nella zona di Poggioreale fu istituito un doposcuola da Felice Pignataro, noto autore di murales, con la moglie e quando alle famiglie del campo furono concesse le case popolari al rione INCIS di Secondigliano, trasferì il doposcuola negli scantinati delle case popolari pubblicando un giornalino intitolato la “Zoccola”. Attualmente è presente sempre nella zona di Secondigliano con un centro di animazione GRIDAS (Gruppo Risveglio dal Sonno) con cui la comunità del Cassano è in contatto.

Da ricordare, sempre a Secondigliano, il Centro Sociale dei due fratelli Luigi e Donato Greco – medici ambedue – con lo scopo di promozione culturale del quartiere con particolare attenzione per la medicina popolare e per la sensibilizzazione della gente alla prevenzione, tramite anche  indagini,  inchieste, etc. con grosse ripercussioni non solo nella zona ma in tutta la città.

Un particolare riferimento merita Antonino Drago per il suo impegno nella lotta per la casa, per la non violenza, per l’antimilitarismo, per l’obiezione di coscienza, protagonista con altri del movimento pacifista a Napoli.

Un avvenimento che ha segnato una svolta, davanti ad un ambiente culturale cattolico ufficiale appiattito su posizioni di intransigenza dottrinale ed ideologica e poco incline ad una apertura verso le nuove realtà ed esigenze, è l’uscita a Napoli nel 1964 della rivista “Il Tetto” diretta da allora da Pasquale Colella e voluta insieme con lui da un gruppo di professionisti impegnati sul piano sociale, sul piano politico-culturale e sul rinnovamento ecclesiale. Una rivista “cattolica” libera , senza etichette, senza imprimatur, laica aperta alla collaborazione di quanti interessati ad operare per una svolta radicale di cambiamento a Napoli, nel Mezzogiorno, in Italia. Una rivista dunque tesa a portare a Napoli il dibattito sui temi del Concilio per lo più ignorati (siamo all’epoca del Card. Alfonso Castaldo, un vescovo molto attento ad amministrare bene “i beni patrimoniali” della diocesi), a battersi per l’autonomia politica dei cattolici, a lottare il sistema concordatario, ad aprire il dialogo con la sinistra. Infatti nel 1965  “Il Tetto” presentò per primo in Italia il libro “Il dialogo alla prova” – scritto a più mani – in due incontri diventati famosi: il primo con Ernesto Balducci, il secondo con Lucio Lombardo Radice, Giorgio Napolitano, Mario Gozzini. Essa si è imposta da anni come rivista nazionale nei più vari ambienti culturali, accademici, politici, giuridici, un po’ meno in quelli ecclesiali.

I postulati dell’Assise Conciliare conclusasi l’8 dicembre del 1965 non ebbero profonde ripercussioni a Napoli se non in ristretti settori del mondo ecclesiale e del laicato cattolico confermando la divisione fra chiesa di esclusiva competenza “agli addetti ai lavori” e chiesa riservata “ai fedeli”. Anche perché davanti ad una realtà religiosa radicata sì nel territorio ma intrisa di superstizione, con caratteri un po’ magici e un po’ folcloristici, si presentava una Chiesa locale statica, senza colpi d’ala, impegnata più a difendere il proprio apparato e la propria burocrazia religiosa che a coinvolgere i fedeli nelle problematiche conciliari.

Ma lentamente, grazie anche alla riforma liturgica, i fermenti di cui parlavo prima si allargano, si estendono ed acquistano una maggiore corposità di riflessioni e di contenuti, si aprono dei timidi spazi di dibattito e di confronto in qualche parrocchia più attenta e fra quanti, preti e laici, avevano seguito con interesse e convinzione il Concilio.

Due i documenti conciliari che suscitarono grande attenzione e piena accoglienza in quei credenti che auspicavano da tempo una Chiesa diversa:  a) La costituzione dogmatica “Lumen Gentium” dove il popolo di Dio acquista la sua dimensione di protagonista;  b) La costituzione pastorale “Gaudium et spes” in cui il rapporto Chiesa – Mondo non viene più inteso in contrapposizione a questo, dove si dà una visuale nuova sul rapporto fede – storia, fede – politica, sulla democrazia nella società politica escludendo ingerenze ecclesiastiche senza sostituirle con Concordati che nel documento non sono per niente auspicabili.

Il dibattito che si svilupperà sarà trainante anche perché non restò fermo, almeno per alcuni, sul piano della soddisfazione intellettuale e della condivisione psicologica. Doveva perciò sfociare nella concretezza delle scelte con la consapevolezza dell’impatto non facile che tali scelte comportavano, anche se predominava un discreto ottimismo e cresceva un timido consenso alle tesi conciliari sempre in spazi ristretti dell’ambiente ecclesiale.

Scelte di fede, comunque, coniugate con la realtà degli ultimi, degli emarginati, con le classi oppresse con cui occorreva schierarsi senza esitazioni, ed a Napoli era un’esigenza fondamentale.

L’istituzione ecclesiastica napoletana nei suoi vertici era abbastanza distante dal mondo degli ultimi, certamente non sul piano della “carità” e dell’assistenza ma lontana dallo spingerli verso una presa di coscienza politica di liberazione dalla rassegnazione e dalla sottomissione.

Entusiasmo e speranza, tuttavia, destò la venuta a Napoli del nuovo vescovo Corrado Ursi, nell’autunno del ‘66, per la sua nota apertura verso il Concilio, per la volontà espressa nel suo primo messaggio alla Chiesa di Napoli di attuarne le istanze.

Positiva ripercussione e stimolo per quei cristiani e gruppi di base già impegnati nelle lotte sociali contro la miseria e il degrado per la casa ai baraccati, ebbe il primo documento – appello (in gergo burocratico – ecclesiastico notificazione) nel febbraio ‘67 del vescovo Ursi.

“Dare una casa ai baraccati” dove, fra l’altro, si propone l’operazione “bonifica della miseria” , anche se manca una netta denuncia dell’assenza dello Stato, della speculazione edilizia cresciuta con l’assenso silenzioso della Curia, all’ombra dei partiti al potere e al governo della città.

Intanto si fa strada anche in Campania, fra gruppi e comunità ancora embrionali guidati da preti “progressisti” o “conciliari” una maggiore coscienza di partecipazione di partecipazione, di sentirsi “popolo di Dio” liberati da una Chiesa di potere  molto legata ai poteri, non tesa verso la liberazione dell’uomo da strutture repressive e sfruttatrici.

Nella dinamica del dopo-Concilio si mettono in moto una serie di fatti, di eventi, ripresi con grande evidenza dai media: il Sinodo dei cattolici olandesi, il Catechismo olandese, l’occupazione da parte di studenti del duomo di Parma che invocavano una chiesa povera, i casi dell’Isolotto a Firenze, di Oregina a Genova, di Conversano in Puglia, di Lavello  a Potenza e, poco più tardi, di S. Paolo fuori le mura a Roma, etc.

Questi fatti non erano slegati da un contesto più generale: gli avvenimenti del ‘68, le lotte del movimento operaio, la guerra del Wietnam, i sommovimenti internazionali, le lotte di liberazione in America Latina, ecc.

Le ripercussioni anche a Napoli furono molto forti, e sulla scia delle scelte e degli scritti di teologi come Kung, Schillebeex, Ranher, o di alcuni più vicini all’ambiente del dissenso in Italia come Gonzalez Ruiz, Diez Alegria, Ernesto Balducci, Arturo Paoli, Carlo Carretto, Jose Ramos Regidor, si intensificarono le riflessioni, i dibattiti, la volontà di cambiare si rafforzare e per molti furono necessarie scelte e gesti coraggiosi.

E’ durante “il regno” del Card. Ursi che nella diocesi napoletana il “dissenso cattolico” (termine giornalistico  coniato all’epoca, ma a mio avviso non dispregiativo, nè tantomeno riduttivo) si affaccia con una certa consistenza e le CdB e gruppi di base prenderanno corpo, forti anche della linea non anticonciliare del vescovo, il quale prende anche una cauta distanza dalla D.C. rifiutando un rapporto diretto con il suo gruppo dirigente.

L’apparato conservatore della curia napoletana, buona parte dei parroci e settori consistenti del clero legati a doppio filo alla D.C. con le sagrestie sedi di propaganda elettorale molto personalizzata secondo i criteri del miglior offerente, non si coinvolgono nella linea pastorale del vescovo, che comunque, non era per niente rivoluzionaria tant’è che la diocesi non è stata lambita da casi clamorosi di parrocchie ribelli.

In questo periodo, secondo i dettami conciliari, vengono costituiti  un “Consiglio diocesano presbiterale” eletto da una assemblea del clero,  un “Consiglio pastorale” diocesano dei “Presbitéri” locali il cui vicario veniva eletto dal clero ed i “Consigli pastorali” parrocchiali , tutti organi costituiti per dare una parvenza di democrazia non avendo poteri alcuni.

Ursi, per quel che vedremo in seguito, resterà sì condizionato se non prigioniero del vicario generale, il vescovo A. Zama legato a Gava e alla D.C. più conservatrice, ma non è indenne dall’affossamento del Concilio a Napoli perché mal consigliato, non determinato, forse le sue erano aspirazioni dell’animo non calate nella concretezza delle scelte da fare, spaventato di non poter gestire l’incalzare degli avvenimenti. Pressato poi dal partito cattolico che vedeva nell’autonomia delle scelte politiche dei cattolici, cavallo di battaglia delle CdB, dei gruppi cristiani di base, delle ACLI dopo il convegno di Vallombrosa e il congresso di Cagliari, una pericolosa perdita di consenso elettorale.

Un momento di forte tensione e di spaccatura fra parte del clero ed il Card: Ursi si presentò nel 1970, alla vigilia del Sinodo mondiale dei vescovi sui problemi del clero e la giustizia nel mondo (Sett./Ottobre 1971).

La CEI aveva inviato a tutte le diocesi un questionario per il clero come traccia di discussione ed in tutti i Presbitèri locali il clero si riunì per discuterla inviando le conclusioni ad una apposita commissione istituita presso la curia. Da questa fu elaborata una sintesi complessiva ed articolata, inviata in Vaticano e pubblicata “pro manuscripto” in un opuscolo che fece andare su tutte le furie Ursi, il quale pubblicamente annunciò di aver scritto a Paolo IV dichiarando che quel documento non rispecchiava il pensiero del clero napoletano.

Questa presa di posizione contribuì a demotivare quanti del clero speravano in un rinnovamento che coinvolgesse la Chiesa di Napoli, con il risultato di una profonda delusione e rassegnazione in quanti pensavano ingenuamente che i cambiamenti fossero concessi dall’alto. D’altra parte lo stesso Sinodo non fece altro, fatto salvo qualche ammodernamento, che ribadire quanto già scontato in partenza.

Sorprendenti ed interessanti, comunque, alcune conclusioni del documento del clero napoletano, con tutti i limiti della superficialità di un questionario: “I valori riscoperti dal Concilio sembrano essere: …..Chiesa come popolo di Dio….valorizzazione delle Chiesa locale…. dimensione comunitaria di Essa, per cui non ha senso parlare di una casta sacerdotale o del prete come professionista del sacro, declericalizzazione del prete con scelte di impegno politico, lavoro, stato matrimoniale o celibatario”.

In concomitanza delle conclusioni deludenti del Sinodo, si può dire come risposta, fu lanciato il movimento “7 Novembre” (data della seduta conclusiva del Sinodo) che si costituì a Roma a cui aderirono, preti, parroci e laici anche in Campania e nella diocesi di Napoli con la conseguenza di una dura repressione con ricatti economici da parte della curia. In attesa di una assemblea nazionale che fu decisa per l’aprile ‘72 per l’approvazione delle “tesi” i cui punti di prospettiva erano: le CdB in vista anche del cambiamento delle strutture clericali, la libertà di scelta del prete per il matrimonio o il celibato, il rinnovamento evangelico della Chiesa, il riferimento  al movimento operaio e agli ultimi, uno statuto, un consiglio nazionale eletto dai delegati, un esecutivo, un segretario nazionale.

Mentre non ancora vedeva la luce il movimento delle CdB nascono le prime Comunità di base o Gruppi cristiani di base su linee diversificate, ma che hanno in comune il messaggio di liberazione del Vangelo, il Popolo di Dio come protagonista dell’esperienza di Chiesa, la lotta all’unità politica dei cattolici, l’autonomia delle scelte politiche, la laicità dello Stato, l’impegno contro il Concordato.

Verrà pubblicato nel ‘69 a Firenze un Bollettino di Collegamento tra “Comunità cristiane in Italia” che servirà a far conoscere quanto accadeva in Italia e all’estero in questo campo e ad offrire riflessione bibliche, teologiche, ecc. prodotte anche dai gruppi nascenti.

Sarà intorno al Bollettino che si svilupperà un primo momento nazionale e che  preparerà  il    I Convegno Nazionale delle CdB il 23 e 24 ottobre del 1971 presso l’Aula magna della Facoltà di magistero di Roma sul tema: ”Strutture clericali: il Concordato come strumento di potere contro la liberazione del popolo di Dio, contro l’unità delle masse operaie e contadine, contro la giustizia nel mondo” (da ricordare il Sinodo mondiale dei vescovi che in quei giorni era in pieno svolgimento a Roma).

Il tema del convegno fu articolato con delle relazioni che abbracciavano l’aspetto biblico- teologico, l’impatto negativo sul piano culturale politico, sociale ed ecclesiale del Concordato.

Al convegno parteciparono alcune comunità e gruppi cristiani di base di Napoli: Comunità “Case puntellate” ,comunità “Shalom”, gruppo “Helder Camara”, comunità di base di Torre del Greco, il gruppo “Scuola di popolo di Telese”.

Fu in quella occasione che venne presentata all’Assemblea il documento inserito poi negli Atti del Convegno, di sette preti napoletani di rifiuto dell’insegnamento di religione nelle scuole pubbliche, inviato precedentemente a tutti i preti della diocesi: “Perché lasciamo l’insegnamento della religione” . Questa scelta “….è per noi essenzialmente un atto di coerenza e di fede…. siamo convinti che il Cristianesimo non si insegna, ma si vive. La testimonianza vissuta nella comunità degli uomini e la parola che l’accompagna costituiscono il primo Annuncio del Vangelo…. l’esigenza della riflessione sulla fede perché sia vitale, non può essere esplicata se non nell’ambito della comunità ecclesiale già tesa all’esistenza di fede…questo insegnamento è infatti frutto di un Concordato che, per sua natura, implica compromissioni e cedimenti…” (Ciro Castaldo, Antonio Cutolo, Ciro De Luca, Armando Poggi, Ciro Stanzione, Giovanni Tammaro, Gaetano Viscardi).

C’è da dire che antecedentemente a tale decisione, alcuni studenti degli Istituti superiori, membri delle comunità di Torre del Greco, alla vigilia dell’anniversario del Concordato – 11 febbraio 1971- indirizzarono una lettera ai rispettivi Presidi in cui chiedevano l’esonero dall’insegnamento di religione motivandone le ragioni religiose, culturali, politiche, per scelta anticoncordataria e dichiarando che non intendevano “fare entrare i genitori in questa nostra scelta….” (l’esonero per ottenerlo imponeva la firma dei genitori)  e perché “….afferma il diritto canonico che in materia di fede non esiste patria potestà….” .

Insomma siamo all’inizio delle lunghe e grandi battaglie anticoncordatarie in quanto il Concordato per le CdB era ed è visto come pietra di inciampo per una Chiesa povera senza privilegi, per una Chiesa senza potere e non legata ai poteri, pietra di inciampo per l’attuazione di uno Stato laico democratico e pluralista.

Assemblee, volantinaggi, dibattiti, prese di posizione, documenti, caratterizzeranno l’attività delle comunità e di altre realtà culturali in Campania e nella diocesi di Napoli.

E’ nel primo Convegno che si decide la costituzione di un Comitato Nazionale di Collegamento tra i gruppi e le CdB e quindi del movimento con una risoluzione operativa finale che, nell’escludere all’interno delle comunità dirigenze burocratiche e verticistiche, fissa tre obiettivi su cui riconoscersi: a) riaffermazione della piena autonomia delle coscienze e delle scelte politiche dei cristiani; b) impedire l’uso delle strutture ecclesiastiche in appoggio al referendum clerico-fascista contro il divorzio; c) intraprendere una lotta contro le strutture clericali in tutte le loro forme e in particolare contro il Concordato.

L’esigenza di un collegamento tra le diverse esperienze fu avvertita a Napoli e in Campania fra il 1970/71 per la presenza di realtà di base frammentate e un po’ confuse, pur avendo in comune elementi di coagulo e di convergenze, anche per uscire da una fase di acuto spontaneismo. Si sapeva dell’esistenza di gruppi e comunità ma non ci si incontrava. Furono intraprese alcune iniziative per conoscersi, confrontarsi, crescere, maturare insieme anche per una maggiore incisività nelle eventuali azioni unitarie.

Una grossa assemblea fu organizzata dai gruppi di Torre del Greco che maggiormente spingevano per un collegamento napoletano e campano con la partecipazione di Luigi Rosadoni (morto nel 1972), della comunità della Resurrezione di Firenze, la prima nata in Italia, insieme con il professor Francesco Maselli della comunità evangelica con cui i gruppi di Torre del Greco erano a contatto. In quei giorni Rosadoni ebbe un incontro a Portici e nella comunità “Schalom” di Napoli a cui era molto legato.

Vorrei anche ricordare un altro importante momento di coagulo per essere movimento anche in Campania. A Mercogliano alla fine di dicembre del ‘71 si tenne un incontro dibattito con padre Balducci con una presenza di molti preti e di circa 24 gruppi della Campania che per la prima volta si vedevano insieme decidendo di rivedersi il 28 gennaio ‘72 per confrontarsi e collegarsi, ed in questa occasione venne approvata una proposta operativa sul collegamento fra i gruppi e le comunità della Campania.

Il Comitato Nazionale di collegamento dei gruppi e CdB costituitosi a conclusione del I Convegno nazionale, nella riunione del 9 gennaio del 1972 propose di affidarne la segreteria tecnica nazionale al gruppo “Helder Camara” di Torre del Greco che a sua volta comunicò alle comunità di accettare il “servizio”. C’è da dire che a Torre i gruppi erano tre provenienti dall’Azione Cattolica e dalla FUCI e nel maggio del medesimo anno si unificarono in un unica comunità in via Cimaglia e la Segreteria venne perciò assunta dalla comunità stessa.

Nel contempo il 7 maggio dello stesso anno si svolsero le elezioni politiche anticipate ed a Napoli per la prima volta si ruppe il silenzio pubblicamente sull’unità politica dei cattolici e sulla scelta di campo a sinistra di alcuni cristiani con un documento pubblico che venne presentato alla città con un’assemblea presso la sede della FUCI, diffuso in città ed in altre zone della Campania, firmato da singoli da gruppi, comunità, dalla rivista “il Tetto” ecc.

Il documento si articolava in tre punti: a) libertà del cristiano di fronte alla storia; b) libertà del cristiano e scelte politiche; c) accenni sulla situazione politica. Esso si concludeva con la motivazione del proprio voto ribadendo la distinzione tra fede e scelte politiche, e,  fra l’altro, così si esprimeva: “….rivendichiamo il diritto della nostra autonomia rispetto alle analisi politiche….esprimiamo decisamente il nostro voto per le forze della sinistra di classe, consapevoli che tale voto se procurerà scandalo in alcuni, sarà l’unica espressione concreta del nostro impegno sempre a fianco degli emarginati e degli sfruttati…” (fra le liste presentate quella del Movimento Politico dei Lavoratori – MPL). Il 21 aprile del ‘72 un gruppo di nove persone fra cui Antonino Drago e due preti Fiscone Eduardo e Tammaro Giovanni occuparono la chiesa dell’ex seminario minore, sede dell’A.C. utilizzata per  il Comitato Civico zonale che era riunito per propagandare la necessità di votare D.C. suggerendo candidati ed organizzando la distribuzione di materiale propagandistico.

Il gruppo dopo due giorni di occupazione e di digiuno diffuse un documento in cui veniva denunciata la compromissione della Chiesa con il potere politico e la propaganda elettorale nei locali di molte parrocchie, non rispettando una disposizione del ‘68 del card. Ursi che  proibiva la propaganda elettorale nei locali parrocchiali. La curia il 1 maggio rispose con un comunicato a firma del Vescovo Zama di condanna di quel gesto in cui si diceva: “….l’amore dei poveri non può identificarsi con partiti e movimenti politici che professano l’ateismo e sono esplicitamente condannati dalla Chiesa….”.

Dopo le elezioni e dato precedentemente avvio alla Segreteria Nazionale, venne deciso di tenere l’incontro (il IV) del Comitato nazionale di collegamento a Napoli il 2 giugno, incontro che si tenne presso la sede provinciale delle ACLI messa a disposizione per l’occasione. Esso rivelò l’esistenza ormai di un consolidato movimento come apparve subito per la partecipazione di 150 persone provenienti da comunità presenti un po’ in tutta Italia: da Piacenza a Senigallia, dalla comunità del Vandalino di Torino alla Resurrezione e all’Isolotto di Firenze, dall’Assemblea Ecclesiale romana e S. Paolo di Roma a quelle di Modena, di Milano,  di Oregina a Genova, di Alghero, di Bari, di Lavello, di Conversano, di gruppi della Campania ecc.

In quei giorni essendo in atto a Napoli una rivolta dei detenuti nel carcere di Poggioreale fu approvato un comunicato di solidarietà con essi  “….vittime delle attuali strutture sociali….noi come cristiani non possiamo non esprimere la nostra solidarietà militante particolarmente verso i tre feriti, di cui uno moribondo….vittime di una forte repressione….”

Mi sembra interessante a questo punto e in tale contesto dare l’elenco dei gruppi e delle comunità presenti in quegli anni nell’area napoletana: comunità cristiana di base di Torre del Greco, comunità  P.zza Leonardo Napoli, comunità Shalom Napoli (nell’incontro del 2 giugno non ritrovandosi nel contenuto delle proposte si ritirò dal comitato nazionale), comunità Case puntellate della Rotonda Napoli, comunità Vomero-Arenella, comunità del Cassano Secondigliano Napoli, gruppo di via Bausan Napoli, comunità di via Caravaggio Napoli, comunità del Vico, Ponticelli, comunità S. Giovanni in Porta (il cui nucleo originario si trasferì in seguito come gruppo cristiano nella parrocchia dell’Ascensione a Chiaia), comunità di Vico Maiorano Napoli, comunità rione Amicizia Napoli, gruppo di Cupa Carbone Napoli, gruppo don Milani Portici, comunità del rione Patacca di Ercolano, gruppo Shalom di Cercola, comunità di via Caldieri  Vomero-Napoli, comunità Materdei Palma Campania già gruppo “Nuove prospettive”, Vita Comunitaria Avellino, gruppo Diamoci la mano Acerra, gruppo universitario Piano di Sorrento, comunità Terre Nuove Caserta, gruppo ecclesiale di Castelvenere Benevento, gruppo il Cenacolo Salerno. La cappella universitaria di Napoli svolse un importante ruolo di raccordo è fu sede di dibattiti biblici, teologici, sociali.

E’ evidente che col passare degli anni molte di queste esperienze si esaurirono anche per la mobilità delle persone, delle situazioni, delle circostanze, ma non è questa la sede per una analisi approfondita che richiederebbe un largo spazio.

C’è da aggiungere per completezza di informazione che nel maggio ‘73 alcuni membri della comunità di Torre del Greco si trasferirono a Napoli in via Blanch dove si aggiunsero altri provenienti da varie esperienze precedenti, costituendo così la comunità di via Blanch e la segreteria tecnica nazionale restò fissata in tale sede.

 

Alla fine di agosto del ‘73 una drammatica sciagura colpì Napoli: il colera. Anche davanti a questo terribile evento che terrorizzò e sconvolse la città, la Chiesa di Napoli per coprire le malefatte del potere politico ed economici e della D.C. dominata da Gava causa del degrado e dell’abbandono in cui la città era tenuta irresponsabilmente tacque. “La chiesa del silenzio”  dissi ad un diffuso settimanale nazionale.

Mentre il “padrino” era sottoposto a gravi accuse da forze politiche (anche da ambienti della stessa D.C.), sociali, culturali, in un documento del movimento “7 Novembre” e delle CdB. napoletane si metteva in evidenza fra l’altro: “… la logica della rapina che ha ispirato gli amministratori di Napoli con la speculazione edilizia di cui è responsabile anche la Curia per i suoli venduti, per la costruzione della Facoltà teologica a Capodimonte abbattendo una villa settecentesca in una zona vincolata, la costruzione dell’auditorium diocesano nel centro storico senza concessione edilizia, hanno portato la città sull’orlo del collasso per quanto riguarda i problemi igienico-sanitari….l’insufficienza di fogne che risalgono al periodo borbonico, l’incuria in cui sono lasciati i quartieri popolari…..Di fronte a questi problemi così gravi – continua il documento – il vescovo Ursi, dopo aver a lungo taciuto limitandosi ad una visita all’ospedale Cotugno, ha inviato ai parroci un’avvilente lettera in cui fra l’altro dice ‘siamo tutti responsabili ‘ ed esorta, insieme con i vescovi campani, le comunità parrocchiali ad educare la popolazione a curare l’igiene sia fisica che morale…. dovremo concludere che una buona lavata di piedi risolverebbe i problemi di Napoli.” Emblematico e significativo sull’argomento un articolo di “COM” dal titolo: “Napoli: sua eminenza e i vibrioni D.C.”.

Il settimanale “COM”  – giornale di controinformazione fatti e documenti sull’uomo e sulla fede – vicino alle CdB e più in generale al dissenso cattolico il cui primo numero uscì a Roma il 31 marzo del 1972 si rivelò uno strumento importantissimo di dibattito, di ricerca e anche di diffusione della linea e delle scelte delle CdB.

A Napoli fu costituita una redazione campana che vide un grosso impegno di militanza da pare dei cristiani critici per la sua diffusione. Qualche anno dopo si fonde con il settimanale evangelico “Tempi Nuovi” assumendo come testata il nome di “COM-Nuovi Tempi”, primo esperimento di settimanale ecumenico di base.

Ma dopo il colera un terremoto si scatenò nei confronti dei dirigenti giovanili dell’ A.C. napoletana (GIAC) provocato dai vertici della Chiesa di Napoli e particolarmente dal Vicario Generale il Vescovo Antonio Zama, grande amico di Gava e suo difensore nella bufera post-colera, ferreo sostenitore del potere gerarchico e della D.C. più conservatrice la quale premeva per l’allontanamento dei dirigenti giovanili. Il presidente GIAC Franco Maisto, il dirigente giovani Francesco De Notaris ed altri furono accusati “di non seguire la linea pastorale del vescovo”  perché  avevano proclamato l’autonomia, il non collateralismo, l’attuazione della scelta religiosa dell’A.C. . E mentre il Card. Ursi, assente da Napoli nel periodo estivo per due mesi, il vescovo Zama su apparente decisione di Ursi commissariò tutta l’A.C. per non dare l’impressione di voler colpire i giovani e nominò “reggente” Oreste Ciampa, Presidente diocesano, stracciando i nuovi statuti dell’A.C.

Quando si dice flussi e riflussi della storia: allora Pasquale Colella ed altri, adesso Franco Maisto ed altri con la differenza che prima si era in epoca pre-conciliare ora nel post-Concilio!

Come momento di particolare riflessione sulla situazione religiosa a Napoli e nel Sud nel dicembre ‘73 le CdB e il movimento “7 Novembre” tennero un convegno a Napoli su: ”Alienazione religiosa nel contesto socio-politico del Meridione”. La relazione introduttiva fu tenuta da Gerardo Lutte sul tema: “Il potere come antievangelo” e due gruppi di studio con due distinte problematiche “Condizione psico-sociale del prete” e “ Religiosità popolare e sviluppo della personalità” condotti rispettivamente da Piergiorgio Rauzi (sociologo di Trento) e Paolo Giannini (appassionato cultore dei fenomeni legati alle religiosità popolare).

Sul prete fu sottolineata la specificità della sua condizione nel Sud, sulla religiosità popolare si disse che quando è autentica espressione di fede delle masse popolari è per se stessa un valore. Ma quando assume forme di alienazione, di superstizione, di isterismi collettivi diventa funzionale a un certo tipo di società e di potere perché crea un alibi alla sete di giustizia dei poveri degli ultimi o diventa valvola consolatoria di evasione e di sfogo e funzionale al sistema ecclesiastico per perpetuarsi nella sua integrità così com’è per tanta parte dei cristiani “anagrafici”. Comunque il processo di liberazione parte anche di qui.

Un impegno forte ed una mobilitazione vasta fu per le CdB a Napoli ed in Campania il referendum sul divorzio del maggio ‘74. Si trattava di difendere la laicità dello Stato, una legge dello stato dalle pretese vaticane e dagli ambienti più retrogradi del mondo cattolico, di imporre alle leggi dello Stato una propria visuale confessionale, morale ed etica.

La posta in gioco era molto alta soprattutto in una realtà religiosa e politica molto precaria. Ed infatti a Napoli si costituì un “Comitato di cristiani per il NO” – il primo a formarsi in Italia in sede locale nei primi giorni di marzo – con la partecipazione delle CdB, giovani aclisti, rivista “Il Tetto”, movimento “7 Novembre”, segreteria nazionale Cristiani per il socialismo, preti, evangelici, tanti singoli  cristiani, ecc. Il documento del Comitato si articolava in vari punti con particolare riferimento alla situazione napoletana e campana: a) Fede e testimonianza; b) Divorzio libertà di coscienza e pluralismo; c) Contro l’ integrismo; d) La laicità dello stato; e) Il significato politico; f) I mali della famiglia: “….la cui crisi nel Sud va ricercata nel modello di sviluppo che ha causato emigrazione, precarietà del posto di lavoro, disoccupazione e sottooccupazione, carenza dei servizi sociali, subordinazione della donna, sfruttamento del lavoro minorile, religiosità alienante”. Il documento si concludeva con un appello alla Chiesa napoletana “a non permettere l’uso delle strutture ecclesiastiche per la propaganda elettorale essendo questa una battaglia politica non religiosa”.

Il documento fu presentato ufficialmente da chi scrive in qualità di Coordinatore del comitato di cristiani per il NO all’apertura della campagna elettorale del movimento radicale per i diritti civili, presente fra gli altri Marco Pannella, al cinema Delle Palme di Napoli e distribuito poi a migliaia di copie nella città, nella provincia, in Campania, davanti alle chiese, alle scuole etc. con dibattiti,i ncontri culturali, tavole rotonde, comizi.

Non si fece attendere la reazione della curia con un comunicato a firma sempre del vescovo Zama “… Un sedicente comitato di cristiani per il No ha diffuso volantini per la propaganda divorzista…mentre gli italiani sono chiamati ad esprimere il loro giudizio su una legge che tocca insidiandoli fondamentali principi morali….”

Le minacce, i ricatti economici contro preti che esprimevano il loro voto di coscienza per il NO non mancarono. Franco Brescia, della comunità del Vomero, che, oltre alla partecipazione ad incontri, dibattiti, molto si era impegnato per raccogliere firme di adesione di preti per il NO, fu allontanato dalla parrocchia di S. Gennaro al Vomero dove era viceparroco con la proibizione di predicare e confessare e minacciato di riduzione allo stato laicale perché anche “diffusore di idee socialiste incompatibili con la dottrina della Chiesa”.

Evidentemente anche a Napoli bisognava dare un esempio soprattutto dopo la “sospensione a divinis” (27 aprile) di dom Giovanni Franzoni. Da tutta la Campania giunsero attestati di solidarietà e di condanna della gravissima decisione presa dalla Congregazione dell’Ordine dei benedettini, e Franzoni divenne un punto di riferimento anche a Napoli per le CdB, per tanti cristiani e preti, da allora divenne “un po’ di casa”.

Nel 1973 nasce il movimento “Cristiani per il Socialismo” (CPS) che ebbe il battesimo ufficiale con il I Convegno nazionale che si tenne nel settembre a Bologna, coinvolgendo anche a Napoli moltissimi cristiani, cattolici, evangelici, ACLI, CdB napoletane, “Il Tetto”. Si apre una stagione, di incontri, dibattiti, interventi, sul rapporto fra marxismo e cristianesimo e sul significato della presenza dei cristiani nella sinistra. Giulio Girardi studioso ed esperto in tale campo, Giovanni Franzoni, Domenico Jervolino, Pasquale Colella, Sergio Sorrentino, Domenico Pizzuti, Rolando Palazzeschi, Marcello Vigli, Filippo Gentiloni ed altri portarono degli specifici contributi agli incontri che si andavano sviluppando a Napoli sui temi specifici che i  CPS affrontavano e che, in un certo senso, condussero al secondo Convegno nazionale dei CPS che si tenne a Napoli dal 1/4 Nov: del ‘74 alla mostra d’Oltremare. Il tema che rispecchiava una problematica molto dibattuta allora fu impostato su: “Movimento operaio, questione cattolica, questione meridionale”, con un numero speciale del “Tetto” in preparazione al convegno.

La relazione introduttiva spaziava dai nuovi termini della questione meridionale ai nuovi termini della questione cattolica, dalla religiosità popolare alle prospettive di un possibile blocco antagonista nel Sud. Due tavole rotonde con interventi di prestigio contribuirono a sviluppare un dibattito impegnativo: 1) “Movimento operaio e questione meridionale; 2) Fede e impegno politico. Un convegno con una partecipazione imprevista di 2500 persone e che videro le comunità napoletane e tanti “compagni” farsi carico dell’aspetto organizzativo che costò tanta fatica molta responsabilità e qualche soddisfazione per aver condotto a buon fine una impresa certamente ardua.

Le singole comunità napoletane oltre a riflettere e a confrontarsi autonomamente al loro interno sulla “Parola”, su argomenti che investivano la teologia, l’ecclesiologia, il significato della riappropriazione, la propria prassi sacramentale, il rapporto fede-politica nelle contingenze storiche che si presentavano, si incontravano insieme per scambiarsi le rispettive riflessioni, per un pluralistico arricchimento e per ricercare un percorso comune.

In tal modo fu possibile costruire un articolato convegno napoletano il 15/16 maggio 1976 presso la sede della FLM su: “Comunità di base come Chiesa locale”.

Una consistente relazione ricca di analisi e riflessioni, preparata dal collegamento napoletano delle CdB aprì il convegno e che è opportuno ricordare. Le comunità cristiane alle origini, riflessioni su testi neotestamentari, approccio e commento dei documenti più importanti del Vaticano II, situazione ecclesiale e chiesa e potere a Napoli: i beni immobili, i terreni, le proprietà ricavate da una indagine presso il catasto (un lungo e nutrito elenco ); Chiesa e politica, rapporti con la D.C., con il clan gavianeo, il clientelismo, forte denuncia delle infiltrazioni camorristiche dentro il potere politico ed economico con il silenzio e la neutralità della gerarchia napoletana; la realtà sociale e scolastica, la situazione politica a Napoli, il significato della presenza delle CdB.

Tre interventi significativi di confronto e di verifica in altri contesti ambientali e sociali caratterizzarono il convegno. Agostino Zerbinati della comunità di Oregina – Genova “Sulla riappropriazione dei ministeri”  in quella comunità; Peppino Coscione “Sulla riappropriazione della Parola” nella comunità di Conversano – Bari; Marco Bisceglia “Sull’esperienza di fede nelle lotte dei contadini e dei braccianti” nella comunità di Lavello – Potenza.

Nei due gruppi di lavoro si sviluppò il dibattito : a)Riappropriazione dei gesti sacramentali; b) Le comunità napoletane all’interno delle lotte di liberazione in riferimento anche al particolare contesto di alienazione religiosa e politica.

Tra le conclusioni operative sono da annotare: l’intensificazione rapporti con il retroterra cattolico, la lotta anticoncordataria con la pratica del matrimonio anticoncordatario, la diffusione dell’esonero dell’ora di religione, un comunicato di denuncia dell’ingerenza della CEI per le elezioni politiche del 20 giugno. Una partecipazione di 300 persone con qualche gruppo nuovo, qualche comunità parrocchiale, molti singoli resero il Convegno costruttivo vivace e propositivo.

Al liceo “Sannazzaro”, dal momento che nessuna iniziativa era partita  da parte della Chiesa napoletana, le CdB organizzarono un incontro dibattito il 17 dicembre del ‘76 su “Evangelizzazione e promozione umana: riflessioni e prospettive a Napoli”. Intervennero Renato Cervo delle CdB napoletane Ciro Sarnataro direttore dell’ufficio catechistico diocesano, Mario Forte capogruppo D.C. al comune di Napoli.

“Esperienze di democrazia di base nella Chiesa italiana” fu il tema del IV Convegno nazionale delle CdB che si svolse a Napoli dal 23 al 25 aprile 1977 al Palazzetto dello sport per le assemblee generali e al Maschio Angioino per le commissioni di lavoro.

Un convegno dialetticamente molto vivace per la ripercussione nelle comunità e nello stesso svolgimento dei lavori della crisi sociale che si attraversava e della richiesta emergente di una nuova qualità della vita sotto la spinta dei giovani e delle donne, e sui bisogni di autonomia e di democrazia che venivano espressi dai movimenti di base davanti ai tentativi di colpevolizzazione e di emarginazione.

Una curiosità di cronaca che rivela la tensione esistente e il particolare clima che si viveva nel Paese specialmente in città. Una manifestazione nazionale di protesta a Napoli nel pomeriggio del 23 aprile con uno sterminato ,corteo di giovani, circoli giovanili, donne, disoccupati organizzati, lavoratori, gruppi autogestiti ecc. con problemi di ordine pubblico con la polizia, attraversò la città bloccando completamente per ore i trasporti e il traffico causando grossi disagi e forti ritardi anche ai partecipanti al Convegno creando un po’ di nervosismo ed anche una discreta euforia.

Le comunità napoletane, a parte l’enorme sforzo organizzativo per la partecipazione di oltre 800 persone con la presenza intorno alle 150 comunità e gruppi, portarono al Convegno un loro specifico contributo sui temi proposti. La comunità di via Caravaggio portò un riflessione sul battesimo avendo deciso di battevate due bambini e una bambina della comunità: Chiara di 2 anni, Emiliano di 15 mesi e Luca di 10 mesi “…non li abbiamo battezzati subito perché avevamo già acquisito che il battesimo non può essere un fatto automatico che si ripete semplicemente per tradizione…per noi il segno battesimale con cui il bambino è inserito nella comunità cristiana acquista significato e valore dall’impegno di essa nel percorso del processo di liberazione….” . Anche un bambino di 4 mesi, Luca, della comunità del Cassano, la quale aveva precedentemente costruito una propria riflessione sul battesimo “come presentazione del bambino alla comunità” aveva deciso per il battesimo al Convegno. Durante l’Assemblea Eucaristica tutti i partecipanti lessero la preghiera preparata per il battesimo dalle due comunità: “Signore di fronte a questi bambini simbolo della vita che nasce, noi ci interroghiamo sul senso della nostra esistenza sul senso della nostra partecipazione alla condizione degli uomini a partire dagli ultimi, sulla condizione della donna….Chiara, Emiliano, Luca e Luca noi vi battezziamo nel nome del Dio liberatore degli uomini, nel nome di Cristo che ha speso la vita per tutti, nel nome dello Spirito che vivendo in voi si oppone alle forze della distruzione e della morte”. Un lungo applauso di augurio e di speranza confermò un segno di riappropriazione e di liberazione.

Come tutte le CdB anche quelle napoletane, pur vivendo in una realtà sociale ed ecclesiale di forte tensione, non hanno scelto come linea di intervento quella della pregiudiziale contrapposizione. In occasione del Convegno della Chiesa napoletana su: ”Evangelizzazione e promozione umana” che si tenne dal 18 al 20 marzo del 1977, le CdB fecero richiesta di parteciparvi.

La risposta della Curia non sorprese in quanto fu sottolineata da essa che si accedeva per invito e non poteva esserne consentito l’estensione “a gruppi organizzati del dissenso non in comunione con la Chiesa o meglio con il vescovo”.

Tuttavia, alcuni delle CdB riuscirono ad ottenere per vie traverse e quindi non ufficialmente, a livello molto personale, l’invito a parteciparvi. Essi furono presenti attivamente ai lavori delle  otto commissioni con interventi stimolanti, calibrati ma chiari, suscitando su alcuni problemi consensi, ma anche molti dissensi. Emersero comunque molti fermenti nella base dei convegnisti: dalla rottura dell’unità politica dei cattolici alla fine del collateralismo con la D.C., alla denuncia della compromissione della Chiesa napoletana con la classe politica e con alcuni potentati economici, alla denuncia dell’emarginazione della donna fino ad sostenere che il popolo di Dio deve essere Chiesa di comunione e non di organizzazione, Chiesa di profezia e non di pietismo.

Purtroppo le sintesi dei lavori di gruppo venuti fuori dai dibattiti sono state incanalate, nell’assemblea conclusiva,  minimizzate in un contesto diluito e “ortodosso”.

La constatazione della presenza a Napoli delle CdB, di gruppi di base, di militanti di Cristiani per il socialismo, della rivista “Il Tetto” ed altre realtà similari, spinse il Card. Ursi, a chiusura del Convegno, a proporre la costituzione di una apposita “commissione” per avviare un dialogo ”tra la Chiesa della perfetta comunione e quella cosiddetta del dissenso”. A parte il rifiuto della distinzione fra Chiesa della comunione e Chiesa del dissenso, sia per motivi teologici ed ecclesiali sia perché così si tendeva indirettamente ad istituzionalizzare il dissenso, le CdB, “Il Tetto” e gli altri mostrarono grosse perplessità su una iniziativa di tal genere.

Tuttavia questo segno di apertura fu accettato come fatto positivo da non respingere nell’ottica di un dialogo di speranza ed alla commissione fu data una diversa denominazione “commissione per una più piena comunione nella Chiesa napoletana”, la cui presidenza fu affidata dal Card. Ursi al prof. Boris Ulianich e al delegato arcivescovile dell’A.C. don Armando Dini (oggi vescovo di Avezzano) con la presenza anche del Preside della Facoltà teologica don Andrea Milani.

Fu assicurato dallo stesso Ursi al prof. Ulianich, condizione posta fin dal primo incontro dalle varie realtà presenti, che le conclusioni venissero espresse in un documento da pubblicare sul settimanale diocesano “Nuova Stagione” e su altri organi della Curia, per informare e coinvolgere tutta la comunità ecclesiale. Ma, haime ! quel documento – stilato il 26 maggio ‘78 – non venne mai pubblicato, nè fu data comunicazione alcuna , su cui cadde il silenzio totale (il documento si trova in appendice al libro).

La conferma che quella commissione fu creata più per tacitare i fermenti emessi in seno al convegno che per rendere un servizio alla Chiesa locale, si ebbe nel giugno del 1980 (siamo già sotto il regno di Giovanni Paolo II) con la decisione del vescovo di Napoli di comminare “la sospensione a divinis” a Franco Brescia, prete operaio e animatore della CdB del Vomero. Recita la lettera del vescovo: “….perché ti sei candidato per le prossime consultazioni elettorali e, per giunta, in una lista del P.C.I.”. Siamo alle elezioni amministrative dell’8 giugno 1980 e Brescia si candidò come indipendente nella lista del P.C.I. per la circoscrizione Vomero. Ma c’è un’altra motivazione nella lettera, a dir poco sconcertante, “….osavi celebrare ancora l’Eucarestia e perfino in un luogo di culto non cattolico”. Infatti la comunità del Vomero, cacciata dalla parrocchia, fu ospitata e lo tuttora, per l’assemblea eucaristica nei locali della chiesa valdese al Vomero.

La CdB italiane in un comunicato di denuncia per la decisione di Ursi e di solidarietà a Brescia, così stigmatizzavano le sue parole: “…per il Card. Ursi l’ecumenismo è più effusione di paternalistico sentimento di supremazia…”, mentre le CdB napoletane evidenziavano: “che l’impegno reale con i poveri con scelte politiche specifiche “….è sottoposto ai ricatti del potere religiose che tenta di reprimere ogni espressione di fede all’interno dei processi di liberazione…” ; e la rivista “Il Tetto” in una nota redazionale di condanna fra l’altro osservava “…quando i fatti sono quelli che sono, non ci si può consentire affermazioni di natura ecumenica quali si vanno propagandando nelle occasioni più o meno ufficiali della vita diocesana…” Senza dire poi che a Napoli si era in presenza, già dalle precedenti elezioni amministrative, di una giunta comunale di sinistra, ed i tentativi in atto di impedirne la riproposizione erano molti ed evidenti soprattutto in taluni ambienti cattolici.

Le CdB napoletane si interrogarono su “Comunità cristiana e prassi Eucaristica” in un altro convegno l’8 e 9 dicembre ‘79 presso i locali delle FLM.

Un Convegno non numeroso come quello del ‘76 anche per la conclusione di alcune esperienze, comunque, segno di una volontà di confronto su un argomento centrale della riflessione biblico-teologica e di prassi delle CdB e della comunità ecclesiale nel suo complesso, in rapporto anche al vissuto eucaristico nella Chiesa locale.

In quell’anno si svolgeva nella Chiesa napoletana il Sinodo, per cui nella nota introduttiva al Convegno si precisava che “…esso non voleva essere un controsinodo, ma momento dell’essere comunità-Chiesa che si confronta con tutto ciò che ci circonda e che quindi si riappropria del processo di rinnovamento…”.

La relazione di apertura del biblista Giuseppe Barbaglio si incentrò sulla prassi eucaristica delle comunità cristiane alla luce del capitolo II della I lettera ai Corinti. Seguirono le riflessioni di alcune comunità sulla propria prassi eucaristica (problema molto discusso allora la presidenza del prete o meno): via Blanch, Vomero, p:zza Leonardo, Cassano. Quest’ultima merita una particolare citazione per l’ampio contributo offerto avendo diviso al suo interno il lavoro di approfondimento su quattro aspetti: la propria storia eucaristica, le fonti bibliche, la vita delle prime comunità cristiane e i padri della Chiesa, la prassi attuale delle CdB.

Due gruppi di studio caratterizzarono il Convegno: 1) Come la comunità tramite la prassi eucaristica si rapporta al vissuto e ai processi di liberazione; 2) Riappropriazione da parte della comunità della prassi eucaristica: parole, segni, ministeri.

I verbali furono letti nell’Assemblea Eucaristica con l’approvazione di una lettera di adesione alla marcia antimissilistica che si tenne a Napoli il 9 dicembre: “…il tema del Convegno sull’Eucaristia centrale per noi credenti, ci impedisce di partecipare alla marcia antimissili, ma essendo l’Eucaristia segno di pace, di non violenza come cristiani opponiamo il nostro deciso rifiuto a qualsiasi tipo di armamento e di violenza…riteneteci fisicamente presenti alla manifestazione”.

Questa adesione è solo un’espressione significativa di un costante impegno delle CdB napoletane per la Pace, contro il nucleare, per l’ambiente fino alla costituzione a Napoli di un Coordinamento ecumenico per la Pace di cui fanno parte credenti di varie confessioni religiose non credenti, e della Scuola di Pace condotta e gestita con efficacia dalla comunità del Cassano e dal coordinamento ecumenico.

“Natale 1980: Non dimenticare il terremoto” è il documento diffuso il 18 dicembre dalle CdB napoletane dopo il terremoto del 23 novembre.

“Fame di case, senzatetto vecchi e nuovi, speculazioni, disoccupazione, sottoccupazione, emigrazione, sfruttamento, emarginazione sociale e culturale, riesplosione del clientelismo dei fenomeni camorristici e mafiosi sono sotto gli occhi di tutti” Il documento si articola poi in quattro punti: 1)L’atteggiamento della Curia napoletana: si condannava il rifiuto del vescovo e della curia di mettere a disposizione, su richiesta del Comune e dello stesso Commissario governativo, per accogliere provvisoriamente i terremotati i locali inutilizzati di proprietà della Curia – numerosi nel centro storico – di conventi vuoti, di chiese non aperte al culto…” La curia ha espresso il suo rifiuto temendo una implicita requisizione dei propri beni ,  ribadendo così indirettamente il privilegio riservato ai beni ecclesiastici dal Concordato….” dimenticando “ lo spirito con cui i credenti hanno donato alla comunità cristiana i loro beni perché fossero utilizzati a beneficio dei bisognosi”.

2) Il messaggio del Card. Ursi : “lo stesso messaggio del vescovo di Napoli elude i problemi reali della gente, non denuncia le responsabilità di coloro che hanno lasciato il Sud in uno stato di abbandono, di degrado del territorio, la speculazione edilizia…”.

3)La cultura contadina e la strumentalizzazione della religiosità popolare nel Sud: “….l’istituzione ecclesiastica ha strumentalizzato ed usato la cultura popolare e contadina, ricca di fermenti alternativi, sviluppando un senso di sottomissione con riti magici e sacrali invece di promuovere un processo di liberazione dal potere e dalla cultura dominante…”.

4) Le CdB, la ricostruzione e il riscatto del Sud: “I problemi della ricostruzione impongono l’esigenza di un reale protagonismo delle masse popolari per abbattere il fenomeno della camorra, della mafia dilagante e del potere clientelare affinchè la ricostruzione del Sud sia l’inizio della rifondazione di una comunità civile liberata da una sfruttamento secolare. La vuota solidarietà dei messaggi, l’assistenza suppletiva, la religiosità rassegnante, l’uso della religiosità popolare come valvola di sfogo non sono certamente strumenti per contribuire alla rinascita del Sud…”.

E’ da ricordare, infine, la polemica fra le CdB e il settimanale diocesano “Nuova Stagione” che in un articolo dell’8 marzo ‘81 accusava le comunità di “menzogne farisaiche” a proposito del documento sopra citato. Senza annotare invece che l’incontro per una minima collaborazione fra il Sindaco di Napoli Valenzi, esponenti della Curia ed il Card. Ursi avvenne il 30 dicembre 1980 dopo un’ampia campagna di stampa e dietro pressione della pubblica opinione scandalizzata ed irritata per l’atteggiamento della Curia, anche per quanto avevano reso di pubblico dominio le CdB.

Per affrontare i problemi al dopo terremoto, dopo un anno dall’evento, in una visuale più globale, sul piano sociale politico e geografico nella prospettiva della ricostruzione, si tenne a Napoli il 7 e 8 novembre 1981 un seminario su :”La questione cattolica nel Mezzogiorno fra terremoto e ricostruzione”, organizzato da “Il Tetto”, dalla Segreteria nazionale “Cristiani per il socialismo”, dal  collettivo redazionale di COM-Nuovi Tempi e dalle CdB napoletane.

Fra le relazioni presentate anche quella delle comunità dal titolo :”La religiosità e l’istituzione ecclesiastica” in riferimento alla presenza e all’atteggiamento della Chiesa napoletana nel dopo sisma, sul ruolo del rinnovamento al suo interno e sull’apporto che potrebbe dare, secondo le CdB, al cambiamento della situazione politica, culturale e sociale della realtà napoletana.

Non si può non ricordare a tale proposito la presentazione,bcon un seminario, il 17 e 18 gennaio ‘81, presso la Camera di commercio di Napoli del n. 100 de “IL Tetto” per il grosso ruolo svolto da esso a Napoli, come voce autorevole della città per continuare ad essere un punto di riferimento. L’incontro verteva intorno ad un argomento significativo ed interessante: “fare rivista nella società civile e religiosa del Mezzogiorno”. Nei due giorni di dibattito portarono il loro, contributo numerosi esponenti del mondo politico e culturale credenti e non fra cui: Domenico Jervolino Boris Ulianich, Giuseppe Galasso, Valentino Parlato, Raniero La Valle, Filippo Gentiloni, Giovanni Franzoni.

Il referendum “sull’aborto” del 17/18 marzo del maggio 1981, vide le Cdb egualmente schierate come per il divorzio contro l’abrogazione della 194, certamente in un contesto diverso, anche perchè la D.C. non si impegnò sulla linea con cui scese in campo per il referendum sul divorzio, per non sposare in toto l’integralismo del “movimento per la vita” e della gerarchia cattolica.

Le CdB napoletane diffusero  con un ciclostilato un’ampia riflessione dopo il messaggio pasquale del vescovo Ursi che intervenne grossolanamente colpevolizzando quanti/e si pronunciavano o intendessero votare per il. NO.

Il documento delle CdB inizia molto duramente “….Per denunciare la strumentalizzazione in atto delle coscienze dei credenti….le Cdb riaffermano la distinzione fondamentale tra il messaggio di liberazione che il Vangelo propone e gli aspetti ideologici che si sono sovrapposti: religione fatta a misura del maschio… le CdB napoletane denunciano altresì il ricorso strumentale di moltissimi operatori sanitari all’obiezione di coscienza favorendo così, nel Sud in particolare, il perpetuarsi dell’aborto clandestino….la parziale vanificazione nelle regioni meridionali dell’attuazione della 194 nel boicottaggio continuo da parte di forze clericali dei “consultori familiari pubblici”, per favorire quelli cattolici che con la loro ideologia impediscono una vera educazione in materia di anticoncezionali, di contraccezione…con questo referendum il “movimento per la vita” , la gerarchia ecclesiastica dimostrano di voler ricacciare indietro le conquiste di questi anni dei movimenti di liberazione delle donne e spingere le donne del Sud ad esprimere consenso e sottomissione al potere religioso e politico….”.

Si costituì poi a Napoli un coordinamento “cattolici per il NO” che, fra le altre iniziative, distribuì migliaia di copie anche davanti alle chiese di un volantino: “ Lettera aperta di cattolici a cattolici” in cui si spiega “perchè noi cattolici voteremo No all’abrogazione della legge 194.

Una battaglia a Napoli e nel Sud, difficile, non cruenta, ma dura e incerta.

A distanza di alcuni anni di vita del movimento delle CdB napoletane, si affacciavano al loro interno, come era naturale per i processi che andavano maturando e per la presenza dei figli, interrogativi nuovi ad esigenze reali sul comunicare e trasmettere “l’annuncio di fede” ai bambini, ma non solo ad essi, in un contesto sociale e culturale dove predominava  un modello di religiosità poggiato su schemi tradizionalisti, rassicuranti e magico-sacrali.

Quali metodi, quali contenuti nella differenza poi tra il vissuto, le scelte personali e la realtà dei propri figli e di credenti adulti esterni alla vita delle CdB. Quale il ruolo della comunità nella presentazione della fede, nel rifiuto della ideologizzazione della fede e nella complessa distinzione tra religione e fede.

Questi interrogativi e la ricerca della strada da percorrere, sempre provvisoria, spinsero le CdB napoletane con la partecipazione de “Il Tetto” a confrontarsi sulla loro prassi di “annuncio” sotto l’aspetto comunitario e sui problemi dell’educazione religiosa istituzionalizzata nella Chiesa e nello Stato, ad organizzare il 25 e 26 febbraio del 1983 a Napoli un seminario presso l’Aula magna dell’Istituto d’arte, sulla catechesi avendo per tema: “Educazione religiosa: esperienza di base e problemi istituzionali”.

L’introduzione fu tenuta da Giovanni Franzoni sull’ educazione religiosa e sull’esperienza catechetica della comunità di S. Paolo che distinse in tre fasi: la prima, all’interno della basilica di S. Paolo fuori le mura, caratterizzata dal “non autoritarismo”; la seconda coincise grosso modo con l’uscita dalla basilica di S. Paolo,  inserendo il problema dell’educazione religiosa nel quadro più vasto dell’educazione generale; la terza fu chiamata laboratorio di ricerca.

Cinque comunità napoletane portarono la loro esperienza di catechesi che fece emergere le linee portanti dei rispettivi itinerari catechetici così sintetizzabili. Per la comunità del Cassano: la comunità non può non annunciare ai propri figli; per la comunità di Via Blanch: la catechesi come scambio educativo; per le comunità del Vomero e di via Caldieri: iniziazione ad una testimonianza; per la comunità di Palma Campania: la catechesi? annunciare con la propria vita.

Una tavola rotonda, coordinata da Gerardo Capone delle CdB, su :” Educazione religiosa ed istituzione” a cui parteciparono Anna Maria Marenco come esponente del CIDI, Salvatore Ricciardi pastore valdese, Pasquale Colella direttore de “Il Tetto” ed il prof: Boris Ulianich presente al seminario portò un suo autorevole contributo.

Le relazioni delle comunità, la sintesi degli interventi della tavola rotonda, l’arricchente dibattito complessivo furono riportati sul bollettino già “Nuove prospettive” della comunità di Palma Campania e che era stato assunto, da qualche anno, come voce delle comunità di base campane, la cui vita, purtroppo, fu di breve durata.

Gli anni 1984/85 caratterizzati dall’infausto evento del ”Nuovo Concordata” di Craxi e dalle sue conseguenze, vedono le CdB napoletane come in tutt’ Italia, impegnate in incontri pubblici, dibattiti, volantinaggi nel respingere anche questo Concordato peggiorativo, sotto alcuni aspetti, di quello del ‘29, per motivarne la inaccettabilità sia sul piano ecclesiale, perchè contrario alla lettera e allo spirito del Vangelo e dello stesso concilio Vaticano II, sia sul piano della laicità dello Stato. Non potendo elencare le varie iniziative mi sembra opportuno accennarne due, le più emblematiche. Il 16 marzo ‘84 a Napoli un incontro pubblico organizzato dalle CdB napoletane e da “Il Tetto” : “Il nuovo Concordato fra Stato e Chiesa, significato di un dissenso” introdotto da Pasquale Colella e Domenico Iervolino con tre relatori di spicco: Il. Prof. Boris Ulianich, il Prof. Gustavo Minervini e Gianni Gennari teologo e giornalista.

Il 20 novembre dello stesso anno, per affrontare un aspetto scottante del nuovo Concordato, fu organizzata a Napole dalle Cdb, da “Il Tetto” e dalla CGIL scuola, la presentazione del volume :” Religione e scuola” (Nuova Italia ed.) di Anna Maria Marenco e Marcello Vigli, per interrogarsi su :”Quale insegnamento della religione nella scuola pubblica?” Oltre alla presenza degli autori parteciparono all’incontro in qualità di relatori il Sen. Pietro Valenza della commissione P.I. del Senato, il Prof. Francesco Casavola Preside della Facoltà di giurisprudenza dell’ università Fredericiana, il Prof Dario Missaglia della Segreteria nazionale CGIL -Scuola.

Il 16 dicembre ‘85 fu firmata l’intesa Falcucci-Poletti (ministro della P.I. l’una, presidente della CEI l’altro) che, pur dichiarando facoltativo l’insegnamento della religione confessionale, prevedeva la collocazione dell’ora di religione cattolica all’interno dell’orario scolastico obbligatorio, suscitando vibrate proteste, denunce, ricorsi etc. Attraverso decreti, leggi, circolari ministeriali, sentenze, si addivenne nel 1986 “all’avvalersi o non avvalersi” .

Su questa possibilità di scelta le Cdb napoletane, la Federazione delle Chiese evangeliche Italiane, la Federazione Nazionale Insegnanti Scuola Media, “Il Tetto” e con l’adesione di significative realtà come il Dipartimento di Scienze relazionali e della comunicazione – Sezione Pedagogia – dell’Università di Napoli, la CGIL- Scuola Campania , il CIDI, la FGCI, FGIS, FGIR, FGEI, ecc. organizzarono il 27 maggio 1986 un pubblico dibattito su :”Religione a scuola SI?  NO? Come e perché”. Le ragioni di laici e credenti per  il superamento della religione cattolica nella scuola pubblica fu il canovaccio del dibattito cui parteciparono Luisa Calogero La Malfa presidente nazionale FINSM, Giovanni Franzoni, Gianni Long valdese, della segreteria della Camera dei Deputati.

E nell’ottobre ‘86 anche a Napoli le CdB, “Il Tetto”, con gli evangelici, forze laiche culturali  politiche, sindacali diedero vita al locale “Comitato Scuola e Costituzione”.

Un anno intenso quello del 1984 per le CdB napoletane non ferme sulle problematiche italiane ma coinvolte anche nella solidarietà con i popoli dell’America Latina: Salvador, Nicaragua, etc. ed anche nell’approfondimento della teologia della liberazione.

“Il 20 aprile 1984, venerdì santo”,  come recita l’invito-volantino diffuso -” le CdB, la rivista “Il Tetto”, in occasione della Pasqua segno di liberazione dell’uomo da ogni forma di oppressione, si ritroveranno per incontrarsi con Benito Tobar già collaboratore della segreteria di Oscar Arnulfo Romero, Il Vescovo assassinato, profeta di liberazione di El Salvador, che parlerà su: attuali sviluppi della lotta di liberazione del popolo salvadoregno”, con l’introduzione della Prof.ssa Giuliana Martirani della Lega Internazionale per i Diritti e la Liberazione dei popoli.

Il 29 novembre dello stesso anno un altro incontro delle CdB e de “IL Tetto” con Arturo Paoli, già vice assistente nazionale della GIAC, attualmente impegnato fra i poveri dell’America  Latina, su: “Teologia della liberazione una sfida per la cultura occidentale”.

Non mancarono nell’84 incontri all’interno del collegamento campano delle CdB per riflettere sulla continuità  dell’impegno, sulla validità della linea seguita, sulle difficoltà incontrate, sulla scarsa incisività nella comunità ecclesiale, sui problemi drammatici che Napoli viveva protesa ad affrontarli. Di uno di questi incontri ne riferisce COM-Nuovi Tempi nel n.10 del 16 maggio ‘84 che, per l’importanza dei contenuti, viene riportato nell’appendice  di questo volume.

Molta attenzione fu riservata dalle CdB della Campania all’ VIII Convegno Nazionale e II Europeo – dopo il I svoltosi in Olanda nel maggio dell’ 83 con la partecipazione di una rappresentanza napoletana. – “Fede cristiana: impegno nella liberazione” fu il tema del Convegno che si tenne a Torino dal 24 al 28 aprile ‘85, dove fu presente una folta delegazione delle CdB napoletane. Esse si prepararono con due incontri di approfondimento, il primo in gennaio a Napoli su “Cristiani di base europei nelle lotte di liberazione”, il secondo in marzo a Palma Campania presso la comunità “Materdei” (sempre presente in tutti gli incontri e convegni nazionali e locali) su :” Comunità di base come Chiesa che nasce dal basso”. La sintesi di questa riflessione comune fu  portata e diffusa al Convegno dove si evidenziano le difficoltà che un impegno di fede incarnato nella storia incontra per la specificità di una realtà del Sud. Il documento, che rivela una situazione sociale politica ed ecclesiale di quegli anni, è altamente significativo per cui viene riportato nell’appendice del volume.

Nel giugno del 1987 arriva a Napoli il nuovo vescovo  Michele Giordano e le CdB, sentendosi parte della Chiesa napoletana, pronte come sempre ad instaurare un dialogo di confronto con il nuovo vescovo e con tutta la comunità ecclesiale approntano un documento di saluto, di accoglienza e di riflessione teologica su un evento importante per la Chiesa napoletana :”Le CdB napoletane salutano il nuovo vescovo” il documento  – riportato in appendice – inviato alla sede vescovile, al settimanale diocesano “Nuova Stagione” , alla stampa, ai media radio-televisivi, volutamente ignorato, fu distribuito al clero ed ai partecipanti del corteo di insediamento. Se la venuta del vescovo Ursi a Napoli destò nell’immediato delle speranze, anche se andate deluse, per un rinnovamento conciliare a Napoli, il vescovo Giordano fin dal suo primo impatto con la città, non solo non ha riacceso quelle lontane speranze, ma le ha del tutto spente, chiuso nella sua “pompa” istituzionale, ignorando completamente il Concilio Vaticano II come ormai dimostrano questi 9 anni di governa della diocesi.

“Donne  e uomini per una terra di speranza. Esperienze di Chiesa senza potere in una società in trasformazione e di fronte alla crisi delle istituzioni”, è la tematica proposta per il IX Convegno Nazionale delle CdB che si svolse a Napoli presso il  Maschio Angioino e l’Istituto Universitario Navale dal 29 aprile al 1 maggio 1989.

La scelta di Napoli da parte del collegamento nazionale delle comunità fu un segno tangibile di coinvolgimento nelle lotte del Sud e delle speranze che comunque emergevano. Nell’introduzione al volume degli Atti del Convegno Enzo Mazzi della comunità dell’Isolotto esprime con chiarezza e lucidità i motivi del convegno a Napoli: “….E’ stato importante che si sia fatto questo Convegno come tappa di un cammino coerente di ricerca dei segni della speranza….ed è stato importante che un tale Convegno si sia fatto a Napoli…l’osservatorio emblematico di Napoli indica un futuro di speranza in una inversione del senso di marcia a tutti i livelli, materiali, culturali, spirituali….tutti ci dobbiamo riconoscere responsabili delle estreme difficoltà in cui si sono dibattute le comunità del Sud d’Italia. Non siamo stati capaci di intaccare la separatezza fra nord e sud. Le abbiamo lasciate sole….”

Interesse e grande attenzione suscitò nei partecipanti al convegno, particolarmente per quelli provenienti dalle varie parti d’Italia, l’intervento di Isaia Sales deputato della Regione Campania, impegnato sul fronte anticamorra ed autore del libro “La Camorra, le camorre”,  su: “Impegno di lotta alla camorra: una testimonianza” .

Anche in questa occasione le CdB napoletane portarono una loro riflessione sulla locale realtà ecclesiale, sociale e politica e sulle difficoltà dell’impegno delle CdB nel contesto napoletano (Vedi gli atti del Convegno).

Due fatti accaduti durante il Convegno mi preme evidenziare, che potrebbero essere percepiti come fatti di cronaca ma che di cronaca non sono, perchè espressione, da un lato, di un ambiente politico amministrativo a dir poco prepotente e fazioso, e, dall’altro, espressione di rifiuto di qualsiasi dialogo da parte del vescovo della diocesi.

Il primo fatto: il sindaco di Napoli, il socialista Pietro Lezzi, comunicò il giorno prima del Convegno – 28 aprile – alla Segreteria nazionale la revoca della concessione, ottenuta nel novembre ‘88 con lettera ufficiale firmata dallo stesso sindaco, della Sala dei Baroni per il pomeriggio del 29 aprile perchè doveva essere utilizzata per una improvvisa manifestazione del PSDI con la presenza del Segretario nazionale, costringendo così tutti i partecipanti a trasferirsi in una sala attigua non adatta a contenere i 500 presenti al Convegno.

Il secondo fatto: le CdB napoletane si premurarono tramite due loro rappresentanti a portare nelle sede vescovile l’invito accompagnato da una lettera da consegnare a mano al vescovo in cui fra l’altro si diceva: “…..le CdB napoletane sentendosi parte integrante della Chiesa che è in Napoli, saranno liete se Lei vorrà partecipare al Convegno, nei momenti che crederà più opportuni per portarci un suo contributo…”.

La lettera fu ritirata dalla portineria e su di essa cadde il più assoluto silenzio.

 

Un avvenimento di indubbio interesse e di vasta portata e che vide in prima fila noti esponenti del potere politico allora dominante a Napoli e a livello nazionale, alcuni dei quali saranno accusati più tardi di corruzione e di rapporti con la camorra, fu la visita a Napoli di Giovanni Paolo II dal 9 al 13 novembre 1990.

Le CdB napoletane e la rivista “Il Tetto” si sentirono interpellate da questo momento forte, non del tutto da esse condiviso, che coinvolgeva tutta la Chiesa napoletana, e non solo essa, per cui resero pubblico una loro riflessione: “Per la visita a Napoli di Giovanni Paolo II” che fu inviata a tutte le parrocchie della diocesi, alle associazioni cattoliche, culturali, a movimenti di base, alle forze sindacali, sociali etc. Il documento è riportato in appendice.

Le CdB che non hanno mai preteso di essere le sole protagoniste di un discorso di cambiamento e non hanno mai cercato di richiudersi in se stesse, intervennero insieme con la rivista “Il Tetto” con un documento di parziale condivisione, senza con ciò tacere sulle diversità, davanti ad una novità di atteggiamento, di analisi e di proposte del vescovo di Napoli Giordano per la sua lettera del novembre ‘92 : “Per una speranza possibile prossima futura” inviata ai cittadini ed ai loro rappresentanti .

In essa , fra l’altro si da rilievo alla difesa della legalità ed alla necessità dell’impegno dei credenti ai vari livelli per il rinnovamento della politica a Napoli”. Purtroppo, per la libertà che ci caratterizza”, nota il documento de “Il Tetto” e delle CdB: “…. dobbiamo osservare che nella lettera è assente una severa e specifica autocritica da parte della Chiesa napoletana sul decadimento della politica, della corruzione, del clientelismo, del voto di scambio, in quanto tutto ciò è anche conseguenza di un rapporto privilegiato fra Chiesa e partito cattolico, fra Chiesa e potere…. si rivela così necessario ed urgente passare dalle affermazioni di principio alle opzioni concrete, uscendo anche da una generica neutralità….più che compiti di supplenza anche a Napoli la Chiesa deve testimoniare il messaggio evangelico con un impegno di “servizio” nella società….essere Chiesa povera, dei poveri…”.

“Ne padri ne maestri – Percorsi di autonomia e responsabilità” è l’articolato tema dell’ XI Seminario Nazionale che si tenne a Vico Equense dal 30/31 ottobre 1 novembre 1993, con la grossa sorpresa di una partecipazione imprevista che mise alla prove le CdB napoletane per l’organizzazione, superando ottimamente l’emergenza.

Interessanti i temi giornalieri. Il primo giorno discussione sugli interrogativi che le comunità si ponevano, “gli orizzonti in cui ci muoviamo”  l’intervento di Giovanni Franzoni.

Il tema del secondo giorno: “Fra i mille nomi di Dio superando i catechismi” con due relazioni: “Dio la violenza delle immagini” di Ermanno Genre docente alla Facoltà valdese; “Religioni: la prepotenza degli assoluti” di Ortensio da Spinetoli, teologo e biblista, autore di numerose pubblicazioni.

Il tema del terzo giorno: “Nei luoghi dell’uguaglianza e della differenza, intrecciando autonomia e responsabilità”. A conclusione del Seminario due interventi  Giuliana Martirani del MIR e Bruno Morandi, sociologo, impegnato nei movimenti di base su: “Progettando nuovi spazi di libertà”.

La comunità del Cassano portò al Seminario un notevole contributo: “ Vivere le prospettive di fede cogliendo il fascino della diversità” , frutto di una lunga riflessione che continuò anche dopo il Seminario allargandone ed approfondendene il discorso a partire dall’inizio della propria esperienza, causa ed effetto della pubblicazione di questo volume.

E a conclusione di questa lettura di un percorso che non è solo del cosiddetto dissenso, ma che tocca aspetti di un altro volto della Chiesa di Napoli e della stessa città, mi pare significativo, anche per motivi culturali, ricordare la tesi di laurea di Davide Palumbo studente napoletano, discussa alla Facoltà di lettere e filosofia dell’ Università Federico II di Napoli in Storia del Cristianesimo:” La comunità cristiana di base di S. Paolo in Roma” (1968-1985), nell’anno accademico 1990-91 avendo come relatore il  Prof. Boris Ulianich.

Davide Palumbo, pur non essendo direttamente coinvolto nei movimenti post-conciliari, ha sentito l’interesse per il rinnovamento della Chiesa, consapevole dell’importanza di tale processo e delle sue ripercussioni.

Emblematica la comunità di base di S. Paolo che, in certo modo, nasceva all’ombra del Vaticano il cui animatore era ed è l‘ex abate di S. Paolo fuori le mura Giovanni Franzoni.

La tesi di laurea riscosse vasto consenso e si rivelò un testo di documentazione utile per futuri sviluppi di approfondimento e stimolo per non dimenticare. La comunità di S. Paolo, dopo che Palumbo ebbe rivisitato ed adattato il testo,  curò la pubblicazione del libro “Fuori le mura” con prefazione del vescovo L. Bettazzi ( ed. Borla marzo 1994).

Il volume venne presentato a Napoli il. 21 febbraio 1995 presenti oltre l’Autore, il Prof .B. Ulianich, Pasquale Colella, Domenico Pizzuti, Luciano Deodato pastore valdese, e lo stesso Giovanni Franzoni. La presentazione oltre alla curiosità storica si prefiggeva di lanciare un segnale per rimettere in moto energie sopite deluse o distratte anche a Napoli.

Bisogna rendere merito alla comunità del Cassano, che senza leaders carismatici, ha colto l’occasione della sua lunga vita, lunga davanti alle tante esperienze cristiane e non di questi anni sconvolgenti, andate disperse, per aver deciso la pubblicazione di un volume che riportasse le riflessioni e gli interrogativi che la comunità si è posta sul futuro non solo di se stessa, ma del patrimonio e dell’esperienza delle CdB, per i tempi che sono cambiati, i tempi della Chiesa, della società, della politica.

E le nuove generazioni, che non hanno vissuto dentro l’animo questo travaglio, e non sono passati attraverso l’esperienza del dissenso, potranno accettare, se l’accetteranno la proposta di una “Chiesa altra” ?

Quale sarà il cammino di domani, quale continuità con il passato ed il presente ?

Un patrimonio forte, comunque, esiste come si evince anche da queste pagine introduttive e che le nuove generazioni non potranno ignorare, ma che certamente leggeranno in modo diverso da noi “vecchi del dissenso” da cui potranno far scaturire, se convinti, nuove vie e nuovi cammini.

 

 

Parte prima

 

 

 

 

LE RADICI E LA MEMORIA

 

 

Parte I. Cap. 1

 

 

 

 

Senza speranza l’insperabile non si troverà

Eraclito di Efeso

 

 

 

LA  FASE  GENETICA  E  GLI  ANNI  DELLE  ORIGINI

 

 

La comunità come idea

 

Da molti anni un’idea forte guida il nostro cammino.

Si è profondamente radicata in noi e si è realizzata, nel tempo, in maniera diversa, ma progressivamente più ricca. Quest’idea è stata per noi la forza, la speranza, l’utopia. Ha nutrito la nostra visione del mondo e il nostro modo di essere nel mondo. Un’ idea-progetto, un tentativo senza modello (rimasto tale nel corso di questi 25 anni), una pura possibilità. Ma il possibile fa parte del reale, è il fermento in grado di sovvertire l’esistente, l’elemento imprevedibile della realtà.

Descrivere come e quando sia nata questa idea è impresa ardua e forse anche sterile. Comunque in generale, siccome nulla nasce dal nulla, si può senz’altro affermare che essa sia maturata all’interno di quella straordinaria temperie spirituale e culturale determinata, in campo religioso, dal Concilio Vaticano II e, in campo sociale, dalla contestazione del ’68 – ’69. Eventi decisivi e straordinariamente fecondi che hanno liberato il potere creativo dell’immaginazione: in quel periodo “l’immaginazione è stata momentaneamente messa in libertà”.[1]

La letteratura sull’argomento è ormai ampia;[2] essa sembra sostanzialmente convergere, per quanto riguarda la genesi delle prime esperienze comunitarie, su un punto: le numerose comunità, sorte alla fine degli anni ‘6O, hanno tentato di riattivare e di realizzare, anche se in forma miniaturizzata, quella liberazione radicale proclamata ad alta voce durante il ’68, senza esiti e riscontri politicamente significativi. Se a questo si aggiunge la forte delusione per il mancato reale rinnovamento, dopo il Concilio, della Chiesa e delle sue strutture tradizionali, del tutto inadeguate alle nuove esigenze, si delinea facilmente il terreno in cui vengono alla luce le prime Comunità di base.

 

 

La comunità come esperienza

 

Tutto questo, però, è fin troppo noto e fin troppo generico perché riesca a delineare i tratti specifici della nostra esperienza.

Essa concretamente nacque nel 1967 quando, nella coscienza di un piccolo gruppo di amici provenienti dall’Azione cattolica, la tensione antistituzionale andò a saldarsi con il desiderio di creare una piccola comunità in cui poter parlare della propria fede ed esprimerla, nel rapporto diretto e costante con la Bibbia e nell’impegno concreto al servizio degli ultimi e dei più deboli. Anche se la visione retrospettiva può essere ingannevole, in assenza di documenti inerenti a questa primissima fase, è possibile affermare che fin dall’inizio fosse chiara in noi l’esigenza e la coscienza di voler dar vita ad una esperienza comunitaria, cristiana e di base. Naturalmente l’espressione CdB è storicamente posteriore ed è collegata alla nascita vera e propria del movimento, avvenuta lentamente fra il 1968 e il 1971, anno del primo convegno, tenuto a Roma il 23 – 24 ottobre sul tema del Concordato.[3]

Se questo è senz’altro vero, a livello embrionale, però, già nella fase genetica della nostra esperienza era di fatto presente la consapevolezza di essere  a) Comunità  b) cristiana  c) di base.

 

  1. a) Infatti, in contrasto con l’anonimato, il verticismo e la burocrazia della struttura parrocchiale da cui provenivamo, si costituì un gruppo affettivamente coeso in cui i singoli si sentivano legati gli uni agli altri da una comune esigenza, da una comune idea e da una comune speranza ed animati da un’autentica tensione al confronto ed alla ricerca. La comunità – si ripeteva spesso – avrebbe dovuto, innanzitutto, “liberare la persona“, valorizzare a pieno ogni individuo, aiutandolo a prendere coscienza di quei condizionamenti sociali che sono talmente connaturati in noi da sfuggire ad ogni analisi individuale.

 

  1. b) Un altro punto fermo era, inoltre, il riferimento a Cristo ed alla Bibbia. Cristo va cercato all’interno dell’esperienza e della storia umana: questa tesi ci appariva in tutta la sua rivoluzionaria verità. Cercare Cristo significa porsi all’interno della storia ed impegnarsi perché la società tenda incessantemente alla meta della sua pienezza e della sua realizzazione. Naturalmente questo nuovo modo di rapportarsi a Cristo ci fece comprendere l’inalienabile necessità di un legame sempre più intenso con i poveri, gli oppressi e gli umili, cioè con coloro che avrebbero potuto veramente essere protagonisti di un progetto di trasformazione globale della realtà. Ciò portò alla ricerca di un nuovo modo di coniugare la fede e la politica, non più partendo dalla fede per ricavarne indicazioni di scelta politica, ma dalle lotte a fianco degli ultimi per ritrovare il senso genuino della fede e della vita comunitaria.

In questo contesto s’inserisce l’adozione della prospettiva marxista, a dire il vero avvenuta in modo non ideologico, ma funzionale e metodologico. Su questo aspetto vale la pena ricordare come emblematica per noi fosse, in quel periodo, la posizione di Don Lorenzo Milani enunciata nella famosa lettera al giovane comunista di San Donato, Pipetta: “é un caso – affermava Don Milani – che tu mi trovi a lottare con te contro i signori…..ma il giorno che avremo installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò“. Questa posizione, senz’altro presente nella nostra coscienza, ha contribuito, nel corso del tempo, a determinare un uso strumentale e critico dell’ideologia marxista.

 

  1. c) Infine, un ultimo elemento qualificante la nostra originaria esperienza era la consapevolezza di essere di base, non tanto dal punto di vista della composizione sociale della comunità, quanto per le caratteristiche di spontaneità, di comunione e di autogestione fin dall’inizio presenti. Capimmo, in quegli anni, che un’autentica esperienza di chiesa sorge dal basso, può esistere solo all’interno di una logica di servizio, avendo come riferimento decisivo la Parola di Dio.

Leggendo la Bibbia ed osservando la realtà nella sua complessità e nelle sue contraddizioni, ci rendemmo gradualmente conto che lo spirito di profezia nasce alla base, come contestazione dell’esistente ed invenzione di un futuro nuovo. “Dio è nella base”: tale era il titolo di un noto testo pubblicato nel 1970 da José-Maria Gonzàlez-Ruiz, con cui l’autore intendeva dare avvio ad una vera e propria  teologia della base.[4]

Un atteggiamento nuovo andava, quindi, affermandosi lentamente anche in campo teologico, una grande inversione di tendenza: invece di partire dai soli dati della Scrittura e della rivelazione, come tradizionalmente faceva la teologia classica, si parte dall’esperienza della base, dalle istanze di riscatto e di liberazione dei popoli oppressi, degli ultimi e dei deboli che non fanno storia. Ciò nel tentativo di dare voce alle parole profetiche tante volte soffocate e pieno svolgimento alle speranze ed alle utopie ad esse collegate. [5]

Come comunità di base ci sentivamo, pertanto, sempre più legati a tutte quelle esperienze sociali, politiche ed ecclesiali, dovunque esse fossero, miranti alla valorizzazione piena dell’uomo. Il cammino della nostra liberazione – ci sembrava sempre più evidente – è profondamente intrecciato ai cammini di liberazione di tutti gli uomini.

Il nostro essere di base, inoltre, si é espresso, sin dall’inizio, in un’organizzazione comunitaria centrata sull’intensità dei rapporti interpersonali e sulla ricchezza della comunicazione orizzontale fra i vari membri della comunità che, pur provenendo da zone ed ambienti diversi e lontani della città, si sentivano vicini e legati da un comune progetto e da una comune speranza. Tale provenienza eterogenea dei protagonisti dell’originaria esperienza comunitaria ha difatti impedito il radicamento del gruppo all’interno di uno specifico ambito territoriale, ma non ha ostacolato l’impegno nel sociale a fianco dei più deboli, subito avvertito come elemento qualificante di un’esperienza di fede che si lasci provocare dalla storia.

La comunicazione realizzatasi, quindi, nel nucleo originario della comunità può essere definita senz’altro di base, in quanto non filtrata dalla presenza condizionante di un leader. La comunità, che non é nata intorno ad un prete, si é organizzata subito in modo libero e spontaneo, cercando di superare il criterio della delega e l’idea stessa di ruoli prestabiliti ed istituzionalizzati, elementi che finiscono per annullare la libera espressione degli individui e delle loro capacità. Pertanto cominciò immediatamente a delinearsi l’immagine di una comunità in cui ogni persona, con le sue possibilità ed i suoi carismi, contribuisse alla crescita comune. Capimmo con chiarezza come i carismi non sono necessariamente manifestazioni straordinarie, ma normali; non sono uniformi, ma multiformi; non sono limitati ad una cerchia ristretta e privilegiata di persone, ma appartengono a tutti e devono essere al servizio di tutti: per questo il massimo carisma è l’amore.[6]  Nessuno può pensare di essere al di sopra della comunità, di concentrare e monopolizzare nelle proprie mani la pluralità dei carismi, neanche il sacerdote. All’interno della comunità si creano le condizioni perché il prete riscopra pienamente se stesso, con le sue prospettive, i suoi carismi, le sue esigenze di equilibrio psichico. Fra i preti che, nel corso degli anni, sono entrati in contatto con noi, alcuni hanno fatto questa esperienza. Hanno cercato naturalmente di ridefinire il proprio ruolo e di interrogarsi sulla propria identità, interagendo dialetticamente con le dinamiche comunitarie, con esiti ideali ed esistenziali talora sofferti, ma sicuramente essenziali per la vita e la crescita di tutta la comunità.

 

 Parte I.  Cap. 2 

 

 

 

 

Contempla le cose pur lontane per la mente sicuramente vicine.

                                     Parmenide di Elea

 

Tutta la vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che trascinano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella prassi umana e nella comprensione di questa prassi.

Karl Marx – VIII Tesi su Feuerbach

 

 

 

COMUNITA’ DI FEDE E IMPEGNO POLITICO : DAL ’74 ALL’ ’81

 

 

Chiesa dei poveri e lotta di classe

 

Gli anni ’70 sono caratterizzati da una lunga serie di avvenimenti, specie in Italia, di segno contraddittorio che, di volta in volta, riaccendono la speranza in una società riappacificata, dove anche i più deboli ritrovano dignità e cittadinanza, oppure presagiscono concreti pericoli per le libertà individuali e per la tenuta democratica del Paese.

La vivacità e la drammaticità di quegli anni investono anche la chiesa, tant’ è che sono gli anni in cui il cosiddetto “dissenso cattolico” si manifesta in modo articolato e militante nel tessuto sociale, per una società veramente democratica e, nel tessuto ecclesiale, per una chiesa veramente evangelica.

Le comunità cristiane di base partecipano di questo risveglio delle coscienze promosso in ambito laico dagli avvenimenti socio-politici del ’68 europeo, e in ambito religioso, dal Concilio Vaticano II.

Anche a Napoli le cdb sono presenti in modo significativo e la nostra comunità ne è testimone.

Proveremo a raccontare quegli anni da un osservatorio particolare come è quello di una piccola comunità di fede che si oppone alle scelte della “grande chiesa”, spesso dettate solo da opportunità politiche, che dissente da una prassi religiosa cristallizzata e premurosa di difendere a tutti i costi consuetudini non sempre evangeliche.

Anche da parte del dissenso, però, si commettono errori, così come non mancano contraddizioni che meriterebbero un ulteriore approfondimento, e  su cui molto, peraltro,  è stato scritto.

Una premessa è d’ obbligo, perché ci fa capire non solo il clima di quegli anni, ma anche la mentalità dei vertici istituzionali ecclesiastici .

La chiesa, se si fa eccezione della breve parentesi conciliare, continua ad essere considerata, di fatto, come un corpo granitico, piramidale, formato dai fedeli, dal clero e dalle alte gerarchie.

Ogni voce “fuori dal coro” preoccupa solo se è voce “clericale”, perché minaccia dall’ interno l’ ordine costituito; quando invece è voce di “semplici” cristiani, che tentano strade diverse di attualizzazione del messaggio evangelico, essa è sordidamente ignorata.

Ne consegue, da parte dei fedeli, tranne casi particolari, che l’ esperienza religiosa è vissuta in modo passivo, delegando completamente alle gerarchie ogni decisione che riguarda i fatti ecclesiali. Tale atteggiamento di passività è comunque favorito dal clero e accettato come norma dai fedeli. In tal modo si esclude a priori, da ambo le parti, ogni intervento laico nel merito della teologia, della interpretazione delle Scritture e della prassi tradizionale consolidata.

La novità di quegli anni è la capacità di singole persone e gruppi di ripensare le posizioni ecclesiastiche facendo propria la cultura laica di disobbedienza civile e il metodo marxista di interpretazione della realtà. Ai fini dell’ esperienza di fede, poi, determinante è il collegamento con le chiese latino-americane, la cui carica profetica dà grande vitalità alle cdb italiane.

Tutto questo va realizzandosi in un clima politico e sociale di grandi cambiamenti strutturali che vede i sindacati dei lavoratori vincenti nella rivendicazione dei loro fondamentali diritti ed il P.C.I., con Enrico Berlinguer segretario, raggiungere i massimi storici di consenso elettorale. Tante vittorie democratiche, intanto, sono contrastate da poteri più o meno occulti, che con gravi attentati (dalla strage di piazza Fontana a Milano del ’69 all’ assassinio di Aldo Moro del ’78 ad opera delle Brigate Rosse) segnano tragicamente quel periodo.

Agli inizi degli anni settanta la Comunità si consolida come gruppo omogeneo per età (media 20/22) anni e cultura (in gran parte universitari, provenienti dall’ Azione cattolica).

Non ci restano appunti delle riunioni di quegli anni, incontri lunghi ed appassionati in cui “mancava un tavolo per scrivere”. Tutti erano coinvolti nella ricerca di una nuova identità, attentissimi ai rapporti interpersonali, ai temi politici ed ecclesiali di attualità.

Le elezioni politiche del ’72, con la nascita del Movimento politico dei lavoratori (MPL) di Livio Labor, ex presidente delle ACLI, segnano la prima incrinatura dell’ unità politica dei cattolici.

Nella chiesa è vivacissimo il dibattito sulla libertà di coscienza dei credenti. Il rapporto fede-politica polarizza l’ attenzione e suscita una salutare dialettica, a volte dai toni anche aspri. Si contrappongono non solo un diverso modo di intendere la presenza della chiesa nella società, ma anche un diverso modo di intendere la chiesa in quanto tale.

Le cdb partecipano alla discussione rivendicando da un lato la libertà dei cattolici come cittadini, che possono avere opzioni politiche diversificate, dall’ altro il diritto come credenti ad una chiesa autenticamente evangelica, chiesa dei poveri, con e per i poveri.

Ricordiamo che in questo periodo non c’è Facoltà teologica che non assegni tesi di ricerca su questi problemi e sul fenomeno del “dissenso ecclesiale”.

Le esperienze delle comunità dell’ Isolotto a Firenze, di San Paolo a Roma e di Lavello nel Sud, sono le più emblematiche e trainanti del panorama italiano.

Tutte nascono da una situazione di denuncia sociale, in cui è riduttivo intravedere motivi strettamente legati alla fede. L’ abate di San Paolo fuori le mura, Giovanni Franzoni, entrerà nell’ occhio del ciclone dopo la pubblicazione della lettera pastorale “La terra è di Dio”, che mette a nudo le mire speculative nella città di Roma.

L’ anno successivo, la goccia che farà traboccare il vaso è la risposta alla notificazione della Conferenza dei vescovi a votare SI al referendum sul divorzio, dal titolo “Il mio regno non è di questo mondo”, dove si afferma la libertà di voto per i cristiani, smascherando la grande mistificazione in atto.

La sospensione “a divinis” di  Franzoni è la riprova che questa Chiesa non tollera voci di dissenso alle sue disposizioni; tutto, alla fine, viene ricondotto ad un problema di obbedienza.

Se quello di Roma è il caso più eclatante, saranno a decine i sacerdoti sospesi in tutta Italia perchè hanno fatto della loro fede la motivazione profonda per l’ impegno nella storia.

Anche a Napoli diversi preti non sfuggiranno alle maglie della disciplina ecclesiastica. Fra i tanti ricordiamo Franco Brescia, animatore della cdb del Vomero, Ciro Castaldo, Antonio Cutolo e Cristoforo Palomba.

L’ impegno profuso nella campagna referendaria, da ambo le parti in contesa, dà il senso della posta in gioco, che certamente non è quella della stabilità della famiglia, come sbandierato dagli antidivorzisti. Vengono coinvolti partiti, sindacati, chiese, associazioni, mezzi di informazione…; si può tranquillamente affermare che nessun personaggio pubblico, così come nessuna espressione della intellighenzia nazionale rimane estranea alla partita in gioco.

Nel marzo ’77 un evento importante per la nostra comunità è certamente rappresentato dal convegno diocesano “Evangelizzazione e promozione umana”, che fa seguito ad analogo convegno nazionale svoltosi a Roma l’ anno precedente.

La presenza delle cdb napoletane, portatrici di nuove istanze in riferimento al ruolo politico-sociale della chiesa post-conciliare, alla teologia e alla prassi di fede, crea interesse ed  risonanza nell’ opinione pubblica tali da indurre il cardinale Corrado Ursi ad istituire una “Commissione diocesana per il dialogo con il dissenso”.

La Commissione avrà pochissime occasioni di incontro con le cdb, che peraltro subito ne evidenziano i limiti e le ambiguità.

Nel novembre dello stesso anno le cdb saranno presenti al convegno “Comunità ecclesiale e territorio” e porteranno un volantino di presentazione  da cui si evidenzia in modo chiaro la situazione venutasi a creare ed i relativi punti di vista.

Questi convegni segnano l’ incontro della nostra comunità con un gruppo di suore del Sacro Cuore che vive in un appartamento in un rione popolare a Mianella (tipico esempio di periferia degradata di Napoli) e che ci farà scoprire una esperienza religiosa (tutt’ ora viva ed operante) ricca di solidarietà evangelica e partecipazione alla condizione dei più deboli.

Da allora la nostra comunità trova ospitalità presso i locali della parrocchia di Mianella.

L’ amicizia delle Sorelle ci metterà in contatto non solo con don Carlo De Angelis e don Ciro De Marco, rispettivamente parroco e vice-parroco -due persone carissime oltre che disponibilissime-, ma anche con Stefano Cavallotto, religioso e teologo, che condividerà il cammino della comunità fino al 1989.

E’ proprio con Stefano che inizia nel ’78 una ricerca sull’ Eucarestia che farà da battistrada al Convegno regionale delle cdb del dicembre ’79 : “Comunità cristiana e prassi eucaristica”.

 

 

SCHEDA

 

Circolo 4 giornate: una scelta di campo

 

Nel 1974 su iniziativa di un gruppo di aderenti alla comunità, conosciuta ormai a Napoli come “Comunità del Cassano” per il riferimento logistico nell’omonima strada, nasce il circolo politico culturale “4 giornate”.

Fin dagli esordi il nucleo promotore si allarga con l’inserimento di compagni non facenti parte della Comunità ma sensibili alle proposte del movimento del dissenso ecclesiale. Questa componente “storica”, composta da militanti della sinistra politica e sindacale, si fa promotore della costituzione del circolo “..quale strumento di partecipazione della gente del quartiere alla elaborazione ed alla gestione di iniziative politiche, sociali e culturali, nonchè quale sede di confronto tra forze e gruppi democratici e di sinistra operanti nella realtà locale su temi di interesse generale e su aspetti della vita del quartiere”.[7]

Nei primi anni della sua vita il circolo raccoglie decine di aderenti che, nella quasi totalità, sono residenti nel quartiere di Capodichino o nelle zone limitrofe, differenziandosi così da iniziative contemporanee di altri gruppi che si spostano verso quartieri periferici o degradati per svolgere lavoro di testimonianza ed impegno politico sociale.

Campi di azione concreta del Circolo sono alcune iniziative esemplari:

adesione ed impegno militante in occasione del referendum abrogativo della legge sul divorzio;

lotta al carovita anche mediante la pratica  dell’autoriduzione delle bollette ENEL e SIP e la lotta per la costituzione di mercatini rionali;

sensibilizzazione culturale attraverso l’impegno nelle 150 ore per il recupero scolastico, cineforum, sostegno scolastico, organizzazione di dibattiti sull’unità della sinistra anche in occasione di campagne elettorali, di mostre-dibattito ed inchieste sulla condizione della donna;

lotta alla disoccupazione attraverso solidarietà militante alle fabbriche locali minacciate dai licenziamenti (es. LEM. Calzaturificio Cavaliere, ecc…) e ospitalità logistica offerta al comitato disoccupati organizzati “01”;

promozione di un comitato unitario di lotta per l’apertura di un presidio ospedaliero zonale (Nuovo Pellegrini);

organizzazione di manifestazioni e di forme di solidarietà (raccolta viveri, medicinali, indumenti e sottoscrizioni popolari) a favore del popolo palestinese in lotta per la propria autodeterminazione.

In definitiva il Circolo 4 giornate rappresenta un’occasione di crescita e maturazione politica unitaria di sinistra per decine e decine di compagni, molti dei quali sono poi diventati dirigenti di organizzazioni politiche e sindacali. Esso conclude la sua attività all’inizio degli anni’80, lasciando progressivamente il campo a gruppi emergenti della “nuova sinistra”. Il prevalere di una volontà di direzione egemone da parte di singole organizzazioni nei confronti di un’esperienza di base costruita in maniera volontaristica ha sicuramente accelerato la fine di una delle poche iniziative di lotta unitaria e largamente partecipata del quartiere di Capodichino.

 

 

Gli anni del riflusso

 

Il periodo che segue è segnato da quel fenomeno politico-sociale che sarà definito “riflusso”; riflusso nel privato dopo il fallimento dei grandi progetti enunciati all’ indomani dei successi elettorali del P.C.I. e del “disperato” tentativo delle Brigate Rosse di dare una soluzione armata al disagio sociale.

Per aiutare a ricordare il clima di quegli anni riportiamo solo alcuni fatti : 1978, assassinio di Aldo Moro;  uccisione del sindacalista Guido Rossa a Genova; 1980, assassinio di G. Bachelet all’ università di Roma; giugno dello stesso anno, tragedia dell’ aereo nei cieli di Ustica; ancora agosto dello stesso anno, strage della stazione di Bologna; 1981, gli inquietanti sequestri Cirillo a Napoli e D’ Urso a Genova, e l’ attentato al papa; 1982, “suicidio” del banchiere Calvi a Londra.

Anche il versante ecclesiale è funestato da episodi che hanno tutti il senso della restaurazione: inizia nel ’79 il processo a Schillebeekx; nell’ ’80 toccherà a Hans Kung e a Leonard Boff; ma la censura colpirà inevitabilmente tutti coloro vicini alla teologia della liberazione, o che in modi diversi pongono il problema dell’ autorità e libertà nella chiesa.

L’ assassinio il 24 marzo ’80 di monsignor  Oscar Romero segnerà a fuoco le cdb dell’ America latina, dell’ Europa, ed anche la nostra.

Un clima pesante, quindi, che emarginerà sempre più le esperienze di base, che tuttavia resistono.

Si arriva così ad un altro appuntamento storico : quello del referendum sulla legge 194 – interruzione volontaria della gravidanza- che era stata approvata nel ’78.

Si ripresentano i fantasmi del ’74 a proposito del referendum sul divorzio. Si ricostituisce l’ alleanza fra le destre politiche e la maggioranza dei vescovi italiani, attenti ad imporre soluzioni che discendono deduttivamente dalla “fede”, intaccando la stessa laicità dello Stato e offendendo la coscienza, la libertà e la maturità dei credenti.

Da un documento delle cdb napoletane del 24 aprile 1981
leggiamo :

“…Il 17 maggio non saremo chiamati a decidere se è lecito o no l’ aborto, ma a scegliere se conservare o meno una legge che, con tutte le sue carenze, resta comunque un primo tentativo di risposta alla diffusa pratica dell’ aborto clandestino , alla secolare dipendenza della donna da una cultura maschilista, al suo isolamento sociale e culturale di fronte ad una gravidanza non voluta, alla disinformazione in materia sessuale e contraccettiva. Cancellare la legge 194 significa annullare ogni traccia di tutela sociale della maternità, lasciando al codice penale, ai “cucchiai d’ oro”, al confessionale ed alle mammane il problema della gravidanza non desiderata”.

Come per il referendum sul divorzio, si creano due schieramenti contrapposti, che evidenziano la portata sociale e politica della battaglia elettorale in atto.

Anche in questa occasione vince il fronte democratico, ma la storia successiva ci insegnerà che il percorso ad ostacoli continua e che la democrazia non è mai data una volta, e per sempre.

 

Parte I. Cap. 3

 

 

 

 

E’ solo quando tutte le parole sono esaurite
che ci si comincia a parlare”

Stanislaw Jerzy Lec

 

 

 

TEMPO DI ANNUNCIO. 82-85

 

 

Semi di fede, germogli di pace

 

Il riferimento alle Comunità dell’ America Latina e alla Teologia dellaLiberazione ha accompagnato il movimento delle CdB italiane sin dal suo nascere.

Le motivazioni di fondo e la carica ideale, malgrado la differente composizione sociologica e la diversità culturale e politica, erano e sono pressocchè identiche.

Infatti l’ ispirazione alla prassi delle prime comunità cristiane, l’ attualizzazione del messaggio nella situazione storica particolare, la prospettiva della liberazione a partire dagli ultimi e dagli oppressi, sono elementi comuni.

In fondo ci si inserisce nel solco di tutte quelle esperienze, per quanto limitate ed emarginate, della storia della Chiesa che per abbracciare le ragioni dei poveri si sono trovate automaticamente in opposizione anche con il potere ecclesiale.

Questo riferimento, negli anni ’80, per la nostra Comunità si traduce in attenzione viva e partecipe, diventa momento forte, assieme al lavoro per la pace e la catechesi, delle nostre discussioni e soprattutto del nostro impegno.

Dopo la stagione della pratica politica a fianco degli operai, nei circoli di quartiere, nelle lotte di piazza, si fa più stretto il legame con le esperienze di lotta per la liberazione dei popoli oppressi e , in particolare, per i popoli dell’ America Latina e per i Palestinesi.

Sarà stata anche importante l’ emozione e la suggestione dell’ esperienza di Mons. Romero, ma non ci pare determinante per spiegare questo cambiamento di rotta, questa inversione di tendenza.

Qualcuno ha definito gli anni ’80 “gli anni di fango”, altri “gli anni perduti”, i partiti non fanno “più politica”, disperdono il patrimonio ideale e si inaridiscono alla ricerca del potere fine a se stesso.

Ci si domandava se la “passione fosse davvero finita”.

Le brigate rosse, le massicce infiltrazioni mafiose nel tessuto sociale, la violenza diffusa, avranno avuto il loro peso, ma, forse, maggiore responsabilità è da attribuirsi al craxismo, capace di sfiancare ogni tensione ideale.

Tutti parlano della morte delle ideologie, e ciò verrà indicato come la ragione essenziale che porterà alla fine degli anni ottanta all’ evento certamente positivo della caduta del Muro di Berlino.

Probabilmente, però, quelli che non “amano andare in pensione”, che hanno bisogno di dare libero sfogo alla “passione politica”, giammai sopita, debbono orientare la propria azione verso nuovi spazi e nuovi orizzonti.

Spostare l’ ago dell’ attenzione oltre le frontiere dello spazio e del tempo, ove è possibile ritrovare la freschezza degli ideali che contrariamente alle ideologie non vogliono morire.

Riscopriamo la fratellanza con i popoli dove c’ è ancora la speranza di sovvertire una situazione atavica e costruire esperienze significative, sogniamo la pace planetaria nella sua pienezza e contribuiamo a far sbocciare “germogli di pace” nella nostra realtà.

Scopriamo la marcia Perugia-Assisi con i nostri ragazzi, diventiamo promotori di tante manifestazioni a livello cittadino e regionale, entriamo organicamente a far parte del variopinto arcipelago pacifista, ci sentiamo interrogati attivamente da esperienze e proposte alternative (commercio equo e solidale, boicottaggi, obiezioni di coscienza, obiezione fiscale, ecc.) che nascono attorno a noi.

Come spesso accade il “tanto lontano” e il “tanto vicino” si incontrano e così la comunità, non i contraddizione con il discorso generale affrontato, avverte fortemente anche la necessità di un impegno più concreto nei confronti del nostro “prossimo a noi più vicino” : i nostri figli.

Anche l’ esperienza della catechesi segna una svolta nella vita della comunità che, dopo aver orientato in modo quasi esclusivo l’ impegno e la riflessione nell’ ambito politico, è costretta a ripensare valori e contenuti lasciti sospesi nella memoria.

Questa volta è la nostra storia, la presenza dei bambini che ci sollecita a riprendere le radici del nostro cammino.

Ci accorgiamo che quelle parole e quelle frasi, magari ricorrenti nei nostri discorsi e vaganti nelle nostre menti acquistano improvvisamente valore e significati nuovi e inaspettati.

Ancora oggi siamo convinti che la catechesi (come forse ogni altro momento di comunicazione) è un banco di prova che continuamente mette in crisi le nostre sicurezze e richiede una verifica della nostra vita.

Per la verità i primi spunti e le prime riflessioni teoriche circa la problematica dell’ educazione religiosa dei bambini risalgono al 1975, quando la Comunità affrontò la tematica del Battesimo come “presentazione”.

Allora ci esprimemmo in questi termini: ” Il problema dell’educazione religiosa si prospetta come un ambito specifico del più complesso problema dell’educazione in generale. Il bambino deve essere protagonista, per quanto è possibile, della  ricerca religiosa e non oggetto di indottrinamento acritico, dovrà essere aiutato ed educato al superamento della logica a due valori “buono-cattivo”, “giusto-ingiusto”, dogmatica e riduttiva. Il contenuto della sua esperienza religiosa sarà il lavoro di ricerca della Comunità, nei confronti della quale egli si pone in rapporto dialettico fin dalla nascita: la sua “Presentazione” alla Comunità ne problematizza, infatti, ulteriormente l’esperienza di fede arricchendola di nuove prospettive e  contenuti e, allo stesso tempo, pone alla Comunità il problema della partecipazione della nuova persona alla vita e all’esperienza già in atto”.

Intanto l’impossibilità storica di vivere una esperienza di vita comune  limita  soltanto a momenti occasionali i tentativi di educazione comunitaria. Con il passare degli anni, mentre da un lato la Comunità prende sempre più coscienza della centralità dell’annuncio come momento profetico e vivificante, dall’altro diventa pressante, per motivi chiaramente indotti dalla scuola e dalla realtà esterna, la domanda religiosa dei nostri bambini.

Non abbiamo, peraltro, mai pensato di delegare ad altri la gestione dell’educazione religiosa, nè tantomeno all’ istituzione scolastica, che dovrebbe avere altri compiti e altre finalità, consapevole che il luogo privilegiato per l’esperienza di fede è la Comunità.

Nasce quindi un intenso dibattito sull’opportunità di un intervento programmato a livello religioso e sulla eventuale prassi da adottare per realizzarlo ( nella Comunità esistevano posizioni differenziate che arrivavano anche a negare l’utilità di un intervento catechetico). Si porta avanti contemporaneamente una ricerca sul tema della catechesi attraverso le fonti bibliche, i Padri della Chiesa e i documenti conciliari, contributi scientifici  e la prassi delle altre Comunità di base. Questa ricerca non fornì, in generale, contributi rilevanti: dalla Bibbia emerge la centralità dell’annuncio, ma nessuna prassi educativa concreta. La Chiesa, invece, ritenendo l’esigenza religiosa come un bisogno naturale e innato nell’uomo, ha sempre considerato il bambino primario e docile oggetto di indottrinamento acritico, attraverso una catechesi nozionistica, gestita sia a livello parrocchiale che scolastico.

Neanche il Concilio, per tanti versi sensibile alle attuali problematiche scientifiche, ha tenuto in considerazione le più recenti acquisizioni delle scienze umane a proposito del fatto religioso. D’altro canto le esperienze delle altre comunità di base ci hanno dimostrato che una prassi di catechesi non solo era auspicabile, ma in molte situazioni, già di fatto realizzata.

A questo punto, pur permanendo qualche posizione di dissenso, la Comunità, prendendo  atto delle conclusioni del dibattito  e  della ricerca, decide di attuare un intervento specifico e programmato di catechesi, ribadendo a se stessa che tale intervento non è da ricollegarsi ad un bisogno innato dei fanciulli, ma è l’espressione di questa intuizione fondamentale : la Comunità non può non annunciare, non può non rivolgersi ,innanzitutto, ai propri figli.

Il nostro intervento, rivolto a bambini di età intorno ai sette anni, dovrà assumere le seguenti caratteristiche :

  1. a) Annuncio non neutrale, come non neutrale è il messaggio e la pratica di Cristo.
  2. b) Riferimento al Cristo scoperto e vissuto in Comunità in questi anni, attraverso una costante attenzione alle fonti bibliche e ai fatti della storia.
  3. c) Presentazione non di idee astratte , ma di una persona concreta, Gesù di Nazareth, nato in un certo tempo, in un certo luogo, che ha fatto scelte precise .
  4. d) Riferimento a Cristo che, pur incarnandosi nella storia, non si esaurisce in essa.
  5. e) Carattere propositivo e problematico dell’annuncio, finalizzato a fornire ai bambini il materiale indispensabile su cui poter esercitare le proprie capacità critiche ( la creatività non è mai ex nihilo, ma è sempre elaborazione originale di un materiale preesistente).
  6. f) Annuncio non finalizzato necessariamente alla prassi sacramentale.
  7. g) Apertura a bambini non appartenenti alla Comunità, che consenta al gruppo di incontrarsi con un realtà parrocchiale emarginata e disponibile al dialogo.
  8. h) Si esclude l’uso di un testo precostituito ed estraneo alla dinamica del gruppo. Un testo, se dovrà esserci, sarà l’espressione del nostro lavoro redatto alla luce dei contributi dei bambini.
  9. I) Catechesi come occasione per stimolare nei bambini la scoperta delle proprie potenzialità espressive e comunicative. Tutto ciò nella consapevolezza che questa esperienza vuole essere soltanto una prima proposta per i bambini.

Il nostro obiettivo è che in seguito intorno ad essa , i bambini, diventati più maturi e motivati, possano costruire una ipotesi di lavoro e di ricerca che li veda finalmente protagonisti in prima persona.

I nostri ragazzi sono stati effettivamente protagonisti della loro ricerca  nel cammino della fede. Dopo qualche anno di laboratorio, con la presenza di un adulto, il gruppo si è definito con storie e prassi autonome rispetto alla comunità dei “vecchi”; chiaramente i legami sono forti e gli intrecci naturali.

Guardando la realtà di oggi possiamo dire che quella esperienza di catechesi non è stata nè opprimente nè banale; in ambedue i casi i ragazzi avrebbero maturato un rifiuto netto nei confronti del discorso comunitario. Anche se con tante difficoltà la comunità non ha invece perso i legami con le nuove generazioni ed attualmente non soffre di “sindrome senile”, anzi …

Il discorso della catechesi si è quindi sviluppato ciclicamente; si sono formati nuovi gruppi di bambini nei confronti dei quali la comunità, sempre attenta e sensibile, è intervenuta senza apportare variazioni notevoli, nei contenuti e nei metodi, al lavoro svolto nel 1982, ma arricchendo il suo intervento di tutte le acquisizioni fatte nel corso degli anni.
Parte I. Cap. 4

 

 

 

 

 “Un grappolo d’uva ne vede un altro ed è subito maturo.

Proverbio bizantino, citato dal Elias Canetti

 

 

 

GLI ANNI DEL CONFRONTO : DALL’ 86 AD OGGI

 

 

Diversità di idee, pluralità di esperienze

 

 

Il periodo dall’86 in poi si configura come una fase in cui nella Comunità si accentuano gli elementi del confronto con le altre esperienze, mentre la dinamica interna è fortemente caratterizzata dall’articolazione dell’impegno e degli interessi, e dalla valorizzazione delle differenze.

La Comunità perde quei caratteri di compattezza e di univocità, e risponde in modo differenziato alla diversità degli impulsi ed alle sollecitazioni che si agitano nel suo interno. Questo travaglio è vissuto,  pero’, non come momento di frammentazione ma, al contrario, come un elemento di vitalità complessiva  e come ricchezza collettiva , nella misura in cui le esperienze particolari vengono socializzate durante gli incontri settimanali  e negli scambi interpersonali. La complessità di questa fase si ripercuote anche nelle forme di visibilità della Comunità, nel senso che questa è riconosciuta all’esterno piu’ per manifestazioni settoriali ( talvolta addirittura condotte da singoli ), piuttosto che come Comunità di fede nella sua dimensione collettiva. E’ in questo contesto che nascono alcune iniziative che avranno una notevole ricaduta sul territorio, quali: il Coordinamento Ecumenico per la Pace ed il Disarmo, la Scuola di Pace, il recupero scolastico a Scampia  – quartiere ghetto fra i piu’ degradati della città -, il Forum Antirazzista e la costituzione, sempre a Scampia, di un circolo della Legambiente.

L’incontro nel 1986, e la successiva integrazione, con la Comunità napoletana di via Blanch, al di là di alcuni momenti iniziali di difficoltà dovuti al differente cammino di esperienze, costituisce un positivo fattore di crescita nella pluralità delle posizioni, divenendo un ulteriore stimolo di riflessione e di ricerca per una fede sempre piu’ matura.

A maggio del 1986 la  Comunità è presente a Frascati all’VIII seminario nazionale delle c.d.b. su :”Testimonianza di fede della comunità cristiana e il problema dell’educazione religiosa dei bambini”. Il meeting ha vasta eco sui mezzi di informazione perchè è ancora viva , in questo periodo, la polemica sul diritto di avvalersi o meno dell’insegnamento confessionale  della religione cattolica  nelle scuole pubbliche . Il 27 dello stesso mese si svolge ,  a Napoli, un interessante dibattito   su “Religione a scuola, come e perchè” ed il 29 ottobre  si costituisce il comitato “Scuola e Costituzione”. A parte l’evidente significato politico, l’interesse  è rivolto soprattutto all’aspetto pedagogico e di annuncio di fede del seminario.E’ da sottolineare come la Comunità del Cassano sia  tra quelle che maggiormente vogliono che questo problema  venga posto al centro dell’attenzione delle c.d.b. italiane.

Il 1989 è l’anno in cui  Stefano Cavallotto , teologo, religioso, che ha condiviso per circa un decennio il cammino del “Cassano”, lascia la Comunità per trasferirsi all’Università romana di Tor Vergata dove assume l’incarico di ricercatore presso la cattedra di Storia del Cristianesimo. La sua presenza , oltre a portare un notevole contributo alla lettura biblica ed alla prassi eucaristica, coincide con un periodo di forte impegno sociale e civile. Sono gli anni in cui si sviluppa,per la verità  non solo in Italia, un grande movimento per la pace ed il disarmo.

Sul versante “religioso” ed ecumenico  inizia un cammino di riflessione e di mobilitazione delle coscienze che durerà alcuni anni e che avrà come tappe “storiche” la I^ Assemblea Ecumenica Europea di Basilea (1989) e l’Assemblea mondiale di Seul (1990).

Gli anni dall’86 ad oggi sono  anni difficili  ma carichi di avvenimenti così importanti da sconvolgere non solo la mappa geo-politica del pianeta ma anche il modo di pensare di ognuno . A guardarli da lontano, pero’, sono anche pieni di speranza e di aspettative. La stessa caduta del muro di Berlino rappresenta per tutti  uno sguardo lanciato su di un mondo fino ad allora  per lo piu’ sconosciuto. Il segno della vitalità  si evidenzia dalla contemporanea presenza , insieme al gruppo storico degli adulti , di tre realtà giovanili, tra i 5 ed i 23 anni.

La vita della Comunità, oltre a produrre impegno civile, ha ora come leit motiv la lettura biblica che rimane, anche se con modalità sempre diverse negli anni, ispiratrice di riflessioni e fonte di motivazione per la maggior parte dei componenti . L’eucaristia è agape fraterna e memoria del Signore.

La Comunità è tutto questo insieme. Non è possibile comprenderne le profonde  motivazioni se non si incastrano i vari pezzi del puzzle. Del resto  è una fede la “sua”  che viene da lontano e che non è solo bibbia o  eucaristia, così come non è solo impegno culturale e civile. Sono oltre 25 anni che il “Cassano” va  affermando che il rapporto conflittuale fede-politica, fede-storia, fede-cultura, fede-religione non ha piu’ ragione di essere a favore di una fede che proclami la centralità dell’uomo come fu per Gesù di Nazaret. E’ pur vero che rimangono aperte tutte le questioni che sono state all’origine della nascita delle Comunità cristiane di base anche se tanti passi verso la laicità dello Stato e della società sono stati compiuti, così come tante idee forti delle c.d.b.  sono state fatte proprie dalla Chiesa istituzionale e dalle innumerevoli associazioni che compongono l’arcipelago cattolico italiano.

 

 

 

 

 

 

 

 

SCHEDA

 

 Progetto Scampia: un tempo per tacere, uno per parlare

 

Scampia è un  insediamento che “…non puo’ considerarsi il risultato di una progettazione organica e unitaria, bensì l’incontrollato compromesso nel tempo di scelte architettoniche ed urbanistiche differenziate ed inscritte in una strutturazione progettuale preesistente, spesso con esse palesemente in contrasto” [8]

L’ideazione della 167 di Secondigliano- detta Scampia- intende dare una risposta alla logica di favorire  l’insediamento nella cintura periferica a nord di Napoli di strati popolari piccoli e medi allo scopo di decongestionare il centro cittadino ed offrire quartieri abitativi  periferici qualitativamente ottimali. In realtà è accaduto che per il sovrapporsi di revisioni al piano originario, il quartiere si presenta inadeguato  ad accogliere la consistenza numerica degli abitanti oggi presenti  sia dal punto di vista delle infrastrutture  che da quello dei servizi più elementari.

A Scampia si nota dappertutto un senso di incompletezza e di inadeguadezza. La mancanza di occupazione, i bassi livelli di scolarità, la cronica carenza di luoghi di aggregazione, costituiscono, in genere, occasione di reclutamento di manovalanza per il crimine organizzato.

E’ il caso di ricordare i vari insediamenti che si sono succeduti dopo il terremoto dell’80. In quel periodo molte famiglie provenienti dal centro storico  di Napoli si sono riversate a Scampia, trascinandosi dietro situazioni di grave deprivazione culturale e sociale. Spesso ai minori non abbienti manca tutto per cui diventano facile preda della camorra che offre loro “protezione”, “valori”,  “impunità” e denaro[9].

In un contesto del genere è facilmente ipotizzabile un’alta incidenza di abbandoni , ripetenze e ritardi   scolastici. Il fenomeno della dispersione scolastica si è imposto negli ultimi  anni all’attenzione dell’opinione pubblica per la grande rilevanza che il problema ha assunto nell’Italia meridionale[10]. A Napoli siamo addirittura all’emergenza; in modo particolare a Scampia. Qui sono stati avviati vari progetti per ridurre il fenomeno, tentando un recupero dei ragazzi in difficoltà di apprendimento. Su sollecitazione  di ex dirigenti del Movimento Aspiranti  dell’Azione Cattolica  ritrovatisi in un incontro annuale al quale hanno partecipato anche alcuni membri della comunità del Cassano è nato il “Progetto Scampia”, sostenuto inizialmente anche dalla Fondazione  ”G. Pastore”. Nato nel 1992, esso ha inteso muoversi all’interno di una dimensione “micro” non soltanto per una realistica valutazione delle forze messe in campo, ma anche per una precisa scelta culturale che intende privilegiare  non il clamore pubblicitario  dell’iniziativa , ma l’effettiva possibilità di gestirla  con puntualità e di verificarla con rigore.

Si è partiti dal presupposto che il recupero è un fatto sociale e non solo scolastico e percio’ si è prospettata un’azione  coordinata tra Istituzioni, forze sociali e volontariato.

L’obiettivo è stato ed è, dunque, un recupero globale e la presa di coscienza della propria dignità, cercando di far scattare negli utenti meccanismi motivazionali.

Si è inteso, da una parte, superare logiche assistenzialistiche e,  dall’altra, evitare la finalizzazione ad obiettivi strumentali come il proselitismo. Una garanzia, a tale riguardo,  è stato il tentativo di coinvolgere gruppi di ispirazione culturale e sociale diversi.

L’esperienza è diretta a bambini con deficit di apprendimento, individuati da assistenti sociali, e che vivono in condizioni gravemente precarie, in un quartiere “…dove la realtà non lascia spazio alla fantasia e la propria casa diventa un luogo da cui evadere alla ricerca di quell’affetto per tanto tempo negato”[11] .

Il gruppo di operatori è costituito da adulti e giovani della Comunità che assicurano una presenza di tre volte la settimana in sedi non fisse ( ARCI, OASI  del BUON PASTORE, FREMPA, ecc…).Le attività  riguardano il doposcuola pomeridiano, le visite guidate, le periodiche verifiche sul lavoro svolto, i contatti con gli insegnanti dei ragazzi per coordinare l’intervento di recupero.

L’esperienza, malgrado inevitabili momenti di crisi,  puo’ ritenersi sostanzialmente positiva, perchè ha consentito ad alcuni ragazzi analfabeti di iniziare una normale attività scolastica, ad altri di concludere  con successo il ciclo dell’obbligo e alla maggior parte l’acquisizione di una maggiore autostima e la coscienza delle proprie potenzialità.

Attualmente è in atto  un progetto di rete nell’area di Scampia,  in collaborazione con altri gruppi  che operano nel volontariato. Esso consentirà  a tutti di lavorare in sinergia, mettendo insieme le risorse del quartiere.

Un primo passo verso  un proficuo coordinamento  delle forze in campo è stato  la diffusione di una lettera aperta “UN TEMPO PER TACERE, UN TEMPO PER PARLARE”  con la quale si  invitava l’associazionismo di Secondigliano  ad interrogarsi sulla tragedia del 23 gennaio 1996  conseguenza del crollo  di un intero fabbricato e la  perdita di vite umane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

————————————————————

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“ Se fossi un angelo” 

 

Si avvia una fase di particolare attenzione alle componenti giovanili della Comunità.Con i ragazzi del Cassano già dal 1988 sono iniziati una serie di incontri sul tema “Pace, giustizia, Salvaguardia del Creato”.

Le riflessioni scaturite dagli incontri si concretizzano nel recital “Se fossi un angelo”, rappresentato il 7 gennaio dell’89 a Mianella ed il 25 aprile al teatro dell’Istituto don Bosco  alla Doganella in occasione di una marcia , organizzata dal Coordinamento Ecumenico per La Pace ed il Disarmo, diretta all’areoporto militare di Capodichino. A Pasqua  dello stesso anno al cinema Barone di Melito lo stesso recital sarà utilizzato come iniziativa “alternativa” e “laica” al precetto pasquale di una scuola media.

A settembre del 1989 le riflessioni su “Pace e sue interconnessioni con i temi dell’ecumenismo” culminano nel I° Campo giovani dal titolo “Per capire e rispettare le differenze tra i cristiani”, al quale partecipano vari rappresentanti di Paesi allora in guerra, come il Libano. A giugno del 1990 parte il II° Campo giovani dal titolo “Allarghiamo i nostri orizzonti alle altre grandi religioni”.

A novembre seminario sul tema “Fondamenti dell’ecologia e temi di Seul” e successiva adesione di gruppo alla campagna “Salaam Ragazzi dell’olivo” con l’adozione di Kalil, un ragazzo palestinese.

Per sostenere tale iniziativa sarà rappresentato in due sale  cittadine, l’atto unico di E.De Filippo “Quei figuri di tanti anni fa”.

La guerra del Golfo, dell’ agosto del 1991, vede i giovani partecipare attivamente alle iniziative del Coordinamento Ecumenico per la Pace e della Scuola di Pace. A giugno del ‘92 si svolge il III° Campo giovani  dal titolo “Noi e la Bibbia”.

Dopo queste tre esperienze matura, non solo nel nostro gruppo, l’idea di un incontro nazionale dei giovani delle c.d.b. italiane. Così a settembre 1992 si svolgerà a S.Severa (Roma)il primo campo nazionale   sulle problematiche della nonviolenza. A settembre del 1993, a Monteforte Irpino (Av) il II Campo nazionale verterà su “Gli spazi della nonviolenza – ai confini delle c.d.b.”.

A settembre del ‘94, l’appuntamento è  a Pinerolo (TO)  per il III° Campo su “Giovani – fede – politica “. Quest’ultima Kermesse segna una battuta d’arresto nella crescita, come gruppo, dei giovani. Anche il loro rapporto con  gli “adulti” della Comunità incontra difficoltà generazionali e di contenuti, espressione forse di un disagio piu’ generale dei nostri tempi.

 

 

 

 

 

“Chi beve, chi beve”

 

A partire dal 1992 un altro gruppo di ragazzi si viene a formare in Comunità. Esso farà un percorso  diverso dal precedente  per la eterogeneità del gruppo, costituito per la maggior parte  non da figli di persone appartenenti al Cassano, in età adolescenziale, e che pone tout-court una serie di esigenze ben recepite dagli attuali animatori. La prima “necessità” è quella  di far “conoscere” tra loro i ragazzi e “creare” il gruppo, circostanza questa sconosciuta in precedenza perchè il primo nucleo di bambini era  cresciuto insieme . La storia peculiare di questo gruppo ha ribaltato il cammino fatto in precedenza, ponendo in primo piano i temi dell’amicizia, della solidarietà  e della giustizia sociale.Solo nell’ultimo anno è nata l’esigenza, posta direttamente dai ragazzi, di riflettere sui contenuti della comunità, pur rivendicando la propria autonomia, a partire da un approccio con il vangelo e una piu’ consapevole partecipazione a momenti significativi comuni come l’eucarestia. Occasione di  riflessione ed approfondimento  dei percorsi intellettuali  dei giovani sono stati  i cinque Campi che essi hanno tenuto presso il  “Villaggio Evangelico” di Monteforte  Irpino  (Av).  Il primo su: “La Comunità come esperienza di vita”; il secondo sulla “Nonviolenza”; il terzo su: “Sessualità come valore”; il quarto sulla “Intolleranza”, nella sua accezione più vasta, ed il quinto sulle “Parole chiave: comunità-cristiana-di base”.Il gruppo  sarà protagonista, a luglio del ‘94, di un recital intitolato “Chi beve, chi beve…perchè Napoli rinasca in un mondo più libero e più giusto”. Esso è il frutto di  una serie di motivazioni che si sono susseguite e intrecciate nel corso del suo allestimento. L’idea nasce all’interno delle iniziative promosse per il venticinquennale della Comunità del Cassano alle quali si sovrappone la volontà di sottolineare pubblicamente la speranza generata in tanta gente dall’insediamento della nuova giunta di sinistra al Comune di Napoli.

Lo slogan  del recital è: salvare Napoli per salvare il mondo. In che modo?  Recuperando le proprie radici e la propria cultura; prendendo coscienza dei guasti e delle ferite determinate dal potere, ma anche dai difetti e delle potenzialità che ancora caratterizzano i napoletani; opponendosi a progetti separatistici ed evitando atteggiamenti campanilistici perchè Napoli non è il mondo, ma è nel mondo; rimboccandoci le maniche e lavorando per costruire il futuro sulla nostra storia. Tutto il recital è permeato, in modo leggero, senza enfasi, dal motivo della festa , ieri come nostalgica memoria, oggi come momento di incontro e di lotta (Carnevale a Scampia), domani come sogno e speranza di un mondo nuovo tutto da costruire.

Il successo della rappresentazione è tale da meritare, nel maggio del 1996, il primo premio al concorso “Marco Mascagna”, promosso dall’Associazione italiana per l’educazione sanitaria e patrocinato dal Comune di Napoli.

 

 

 

 

“La foresta incantata”

 

Per consentire agli adulti di riunirsi senza “fastidi”, e per favorire la socializzazione dei piu’ piccoli, nel 1992 si avviano una serie di incontri con i bambini dai 5 ai 10 anni .Ben presto pero’ si pensa di rendere settimanali le riunioni , riempendole di contenuti e inviando semplici messaggi attraverso attività operative come il gioco, il colorare, il disegnare, il fare cartelloni, ecc. Il tema prescelto, di facile decodificazione e vicino alla realtà dei  bambini è: “L’amore e il rispetto per la natura che ci circonda”. L’anno successivo si continua a sviluppare questo argomento anche se il discorso diviene piu’ ampio e consapevole, intorno al messaggio che : “E necessario vivere come valori importanti” : 1) l’amore ed il rispetto per gli altri; 2) l’amicizia; 3) la solidarietà.

Ancora una volta il gioco e l’attività operativa  sono i mezzi ritenuti piu’ idonei per inviare ai bambini messaggi educativi. Essi partono dalla costruzione di sagome di vari animali e inventano, settimana dopo settimana, una storia fantastica, che ha come personaggi gli animali costruiti . Infine  realizzano un loro libretto intitolato “La foresta incantata”.

Via via che i bambini crescono si pensa di sviluppare un tema piu’ specifico e un po’ piu’ impegnativo, come :”La diversità in chiave positiva”. Chi è diverso da noi (fisicamente, culturalmente, socialmente) spesso spaventa e allontana. Come spesso la storia  e, purtroppo, anche la cronaca , insegnano, la diversità viene ritenuta un male da eliminare.

Invece cio’ che è diverso da noi  puo’ arricchirci ed allargare i nostri orizzonti. Il nostro mondo è formato da ambienti diversi, da animali diversi, da piante diverse, da uomini differenti per cultura, religione, razza, lingua. Vi è  un filo conduttore che unisce e collega tutta questa varietà. La complessità è una ricchezza che va conosciuta, apprezzata, salvaguardata. La consapevolezza dell’importanza della solidarietà è l’inizio di un cammino educativo che si puo’ intraprendere insieme ai bambini.

In pratica il lavoro  viene svolto partendo dall’osservazione del “Planisferio”, per scoprire i vari continenti  con i diversi popoli. Si  osservano i vari ambienti della terra  con la ricchezza della flora e della fauna che li caratterizza.

Alcune volte si lascia che la fantasia dei ragazzi scorra libera di esprimersi con disegni, lavoretti o piccoli pensieri su argomenti appena accennati. Si esaminano i vari popoli, soffermandosi brevemente  sulle loro religioni, mettendone in rilievo le differenze, ma anche i valori comuni.

Nell’anno in corso, invece, dopo una riflessione interna alla Comunità, ricollegandosi alle motivazioni ed alle esperienze già avute  con i bambini di un tempo, ora giovani, si è  deciso di introdurre anche il tema “religioso”, sentito come occasione per piu’ ampie e laiche riflessioni. Si è partiti dall’Esodo, inteso come cammino verso la libertà degli Ebrei. Ci si è soffermati sulla loro condizione di schiavi in Egitto, paragonando quella condizione alle  tante altre forme di schiavitu’ che l’uomo, nel corso della sua storia, ha subito e continua a subire.

Da questa esperienza la Comunità ha dedotto che il suo atteggiamento verso i bambini, e verso l’educazione religiosa è radicalmente mutato rispetto al passato.  Superati i timori di pericolosi “indottrinamenti” esso appare piu’ maturo, piu’ aperto, piu’  libero da condizionamenti, in una parola, piu’ laico.

 

 

 

Spiragli di nuovo ecumenismo

 

 

La tensione verso una rapporto ecumenico  con “altre” realtà di fede ha permeato in tutti questi anni la storia della Comunità. Quando si affronta  il tema dell’ecumenismo, pero’, bisogna necessariamente fare la distinzione tra una forma di ecumenismo che nasce e vive nella base delle chiese. L’ecumenismo  ufficiale ha una sua storia che procede a piccoli passi tra mille difficoltà e veti incrociati;  si susseguono incontri , seminari e scambi ad altissimi livelli che troppo spesso nei fatti  tradiscono le buone intenzioni  enunciate. E’  l’ecumenismo “dottrinale”, del confronto che tenta la quadratura del cerchio e che nei momenti cruciali evidenzia pregiudizi nient’ affatto superati. Basti pensare che dal 1948 esiste un Consiglio Mondiale delle Chiese e, nonostante il Concilio Vaticano II (1962/65), nel 1975 la Chiesa Cattolica confermava ufficialmente di non voler divenire membro effettivo – vedi quarto rapporto del gruppo misto di lavoro. Par.II) e questa posizione di diniego non  è stata sinora superata.

Come interpretare questo “ chiamarsi fuori “ se non come il rifiuto di riconoscere eguale dignità ad ogni chiesa persino nell’ambito della stessa fede in Cristo Gesù?  E come è pensabile  un rapporto con le altre fedi quando si è così sicuri di possedere la verità tutta intera? L’ecumenismo delle religioni forse non porta da nessuna parte perchè le istituzioni non negano se stesse; cio’ non toglie merito, comunque, agli sforzi in atto che prefigurano una unità che si realizzerà solo in una prospettiva escatologica.

In questi anni di impegno comunitario si è sperimentato che l’idea di ecumenismo è direttamente collegata all’idea di Chiesa; cio’ implica una semplice ma fondamentale considerazione: se Cristo è venuto per  liberare da ogni schiavitu’, anche le chiese, insieme, devono in primo luogo servire l’uomo, tempio dello Spirito.

A distanza di 30 anni dal Vaticano II, dopo gli sconvolgimenti epocali di cui si è testimoni, si puo’ affermare che Dio appartiene a tutti, a tutte le fedi e a tutte le culture.

In questi ultimi decenni l’orizzonte ecumenico si è quindi spostato dal dialogo interconfessionale cristiano all’incontro con le altre grandi religioni. La fede, ogni fede, nasce nell’uomo da un messaggio annunciato da altri , da una Parola letta, da un’ esperienza mistica o di vita; viene accettata, interiorizzata e vissuta. La fede riconosce Dio che pone in primo luogo la libertà di coscienza di ogni uomo. La religione, invece, si impossessa di Dio ed è visceralmente gelosa del proprio Dio, tanto che costruisce templi e tabernacoli per non farlo scappare; prepara sacerdoti per stargli a guardia; emana una serie interminabile di leggi per definirlo, rispettarlo, temerlo e pregarlo, ma soprattutto la religione, e questo è l’aspetto piu’ deleterio, vuole mediare il rapporto fra Dio e l’uomo e lo fa spesso assoggettando cio’ che l’uomo ha di piu’ prezioso: la propria libertà di coscienza.

L’ecumenismo, invece, deve essere un cammino da fare insieme, dove tutti riconoscono di non possedere la verità per intero e sono alla ricerca di altri pezzi di verità.

La chiesa, se è concepita sempre più come “assemblea”, “popolo di Dio” e non come corpo istituzionale, potrà solo trarre beneficio dalla tensione ecumenica che porterà ad una nuova identità cristiana che mai potrà essere vissuta come uno steccato che separa  da altre fedi. Questa nuova identità, se da una parte evita accostamenti con mode intellettuali e con religiosità esotiche che possono configurarsi come nuove forme di alienazione, dall’altra prevede un rapporto con l’istituzione ecclesiale e con la teologia che promana da quella istituzione. Senza cedere, ovviamente, ad alcuna soggezione, ma con grande onestà ed umiltà. Necessaria è anche la ricerca di nuovi segni e simboli che siano espressioni concrete di condivisione  reale tra gli uomini, respingendo la fastosità di certe liturgie cattoliche e delle chiese orientali: ogni gesto, ogni canto, ogni parola sembra imbalsamata in una spasmodica ritualità che divide il popolo dai sacerdoti. A volte si ha la netta impressione che quella ritualità altro non sia che la riconferma del delirio di onnipotenza delle chiese che parlano di dialogo ma si presentano ognuno, senza mezzi termini, come l’unica depositaria della verità. Per superare questa tendenza è necessario  che le componenti piu’ sensibili delle chiese di ogni fede e cultura si incontrino in un “ecumenismo di base” che attraversi trasversalmente ogni istituzione e che anticipi la Speranza. Per molti rivoli questa Speranza si fa strada ed è già visibile in associazioni internazionalmente  riconosciute come Pax Christi, il MIR, la Comunità di Taizè; in Italia è attivo il segretariato laico attività ecumeniche (SAE), mentre presso ogni diocesi è istituito un Ufficio per l’ecumenismo ed il dialogo con la partecipazione attiva dei laici. Ma la novità degli ultimi anni è costituita dalla nascita di Coordinamenti ecumenici locali intorno a problemi specifici come la pace, l’immigrazione, le emarginazioni nuovi modelli di sviluppo, campagne nord/sud.

Il compito che attende il movimento è quello di creare le condizioni affinché ogni uomo si prepari per un mondo dai limiti sempre piu’ stretti e dominato dalle tecnologie, dove aumenteranno i flussi migratori delle popolazioni piu’ povere e dove le culture e le fedi si troveranno sempre più fianco a fianco. Quest’uomo del futuro dovrà accelerare il processo di relativizzazione delle proprie certezze, essere disponibile a farsi provocare e correggere dall’altro, ma soprattutto dovrà convincersi che non è data altra possibilità che prendersi per mano e camminare insieme.

 

 

 

 

 

 

 

SCHEDA –

 

 

Impegno  ecumenico e  Scuola di Pace

 

A Napoli, da circa 15 anni, opera attivamente un movimento ecumenico di base che riunisce , nell’impegno civile, credenti di diverse religioni e confessioni cristiane. Esso prende forma nel 1981 come “Comitato campano per  il disarmo e la pace”. E’ l’anno in cui si evidenzia la consapevolezza del pericolo della proliferazione atomica . L’Europa, in primavera, comincia ad essere percorsa da consistenti cortei di pacifisti. In Italia memorabili rimangono : la marcia Perugia-Assisi del 27 settembre, (100 mila persone), Comiso del 10 ottobre (30 mila persone) e la  prima grande manifestazione nazionale di Roma del 24 ottobre (500 mila partecipanti).

Il 21 ottobre è il giorno della prima marcia per la pace  a Napoli, che si conclude  alla Galleria Umberto I con la partecipazione di Ermes Ferraro della segreteria nazionale della LOC ( Lega obiettori di coscienza) e dell’abate  di S.Paolo fuori le mura,  Giovanni Franzoni.

Dal 25 al 31 ottobre 1981 si svolge  la “Settimana  per la pace”  con una nutrita  presenza  di movimenti laici e religiosi.

Il Cassano, in quell’occasione si fa promotrice di un’assemblea pubblica, il 22 novembre, presso il cinema Tripoli di Secondigliano.

Iniziative analoghe, come quella del 17 marzo 1982, vengono  prese anche sul fronte della lotta alla camorra, a testimonianza che l’impegno per la pace non è solo contro gli armamenti, ma contro ogni forma di oppressione.

Significativo è anche il convegno del 1987 “I cristiani e le sfide del 2000: pace, sviluppo e ambiente” con la presenza di Ernesto Balducci.

Ricordiamo anche l’impegno ed il grande contributo offerto  dal compianto Emilio Nitti, evangelico valdese, e di coloro che sono stati,  e sono ancora, l’anima del  movimento, come Donata de Andreis, Giuliana Martirani e Tonino Drago.

Dopo una fase di stallo di alcuni anni il  Comitato “risorge” come “Coordinamento ecumenico per la pace ed il disarmo” in segno di protesta contro il progetto che prevede di ampliare e spostare  la base U.S. Navy da Bagnoli a Capodichino. Tra i primi animatori del rinnovato coordinamento: Samuele Ciambriello, Nicola Lella e Fedele Salvatore.

Alla fine del ‘90 la crisi del Golfo, con la conseguente invasione del Kuwait da parte dell’Iraq ed il successivo  intervento armato statunitense , sotto l’egida dell’O.N.U., apre una fase nuova nei rapporti internazionali ormai egemonizzati dall’unica superpotenza rimasta sullo scacchiere mondiale dopo il crollo dell’impero sovietico.”Diviene evidente a tutti che l’operazione desert storm-scrive Ernesto Balducci-  “ lungi dall’essere un’ operazione di polizia rappresenta il punto piu’ alto di una logica di dominio  dell’occidente che, ancora una volta,  sceglie le vie della distruzione  proponendo se stesso come totalità”.

Si richiede  dunque, a tutt’oggi, una riflessione seria sul ruolo dell’ O.N.U. , produzione e commercio, detenzione ed uso delle armi, autonomia e diritto dei popoli, modelli di sviluppo e loro impatto ambientale, ruolo delle ideologie e delle religioni, rapporti Nord/Sud del mondo. Tanta materia impone  nel ‘90 la necessità di istituire un ulteriore luogo di approfondimento. Nasce  la “Scuola di Pace”, una delle poche esperienze ecumeniche, ancora altamente vitali e completamente autogestita, esistenti in Italia,  che  riesce ad avere continuità di lavoro e di partecipazione sia di docenti che di studenti delle scuole napoletane di ogni ordine e grado. Le tematiche affrontate e le metodologie adottate sono capillarmente diffuse mediante  una pubblicazione annuale: “Quaderni della scuola di pace”.
Parte seconda

 

 

 

 

LE PROSPETTIVE E LE SPERANZE

 

 

Parte II.Cap. 1

 

 

 

 

Sognai che il cervo illeso
chiedeva perdono al cacciatore deluso

Nemer Ibn el Barud, citato da J.L. Borges

 

 

 

NUOVI ORIZZONTI CULTURALI

 

 

L’ uomo planetario non è l’ uomo occidentale

 

Il movimento delle C.d.B. non ha nè le caratteristiche, nè le finalità di un movimento politico e sociale e per tale motivo non ha mai inteso esprimere linee politiche e sociali proprie, nè definire un progetto specifico ed autonomo, al di fuori delle dinamiche  complessive che caratterizzano la società nella sua globalità e nel suo divenire.

Le comunità stanno, comunque, dentro il processo in modo dialettico e diversificato, perchè la fede non può prescindere dall’impegno nella storia e dalla relazione con l’altro: così da scongiurare il ripiegamento narcisistico su se stesse e , nel contempo, la fuga intimistica che hanno poco da spartire con la sequela del Cristo.

L’ attuale periodo storico è ritenuto da tutti una fase di transizione, una svolta epocale, un momento, forse, di mutamento antropologico e ciò genera forte incertezza, ma induce anche a profonde riflessioni. Anche noi ci sentiamo in mezzo al guado e , pur nella limitatezza e nella provvisorietà che ci caratterizza, avvertiamo forte l’esigenza di interrogarci sulla cultura, la politica, l’economia, il volontariato, la comunicazione, l’ecologia. Potremo così prefigurare possibili scenari di evoluzione, non tanto per adattarci, ma per orientare la nostra vita senza tradire le aspirazioni utopiche che ci muovono e per fornire il nostro piccolo contributo in una certa direzione.

C’è il rischio, infatti, che la complessità stessa delle problematiche renda invisibile le radici della ingiustizia e soffochi l’emergere dei reali bisogni, anche perchè il  “potere forte”  ha la capacità di produrre conoscenze  a sua immagine e somiglianza dove il limite tra vero e falso, autentico e arbitrario si fa sempre più labile e difficile da individuare.

Verso la fine degli anni sessanta, quando siamo nati come comunità, fummo scossi dal libretto dell’ Ed. GRIBAUDI[12] ” La collera dei poveri “,  che metteva a nudo l’ipocrisia di un certo cristianesimo dominante ,vissuto come un’evasione egoistica celata talvolta da qualche intervento sporadico ed epidermico che sviliva il valore autentico della carità. Si affermava che  ” Gesù, venendo a salvare dal di dentro, ci ricorda che la storia, cammino degli uomini verso il Regno, va presa sul serio in tutti i suoi valori. Il cristiano, quindi, non è uno che si mette sulla sponda del fiume, ma si getta nella mischia, o meglio, resta nella mischia ” .

Da allora si sono succeduti avvenimenti sconvolgenti: la frantumazione dell’impero sovietico, lo smembramento di stati, l’esaurimento della spinta propulsiva della classe operaia – ma dopo trent’anni si torna a parlare di POVERI in modo ancora più angosciante.

Il “Rapporto sullo sviluppo umano 1996 delle Nazioni Unite” [13]   ci ricorda  che i poveri sono aumentati del 17% e che i patrimoni posseduti  da  358  persone equivalgono al reddito congiunto di paesi in cui risiede  il 45% della popolazione umana  – 2 miliardi e 300 milioni di persone.

Lo stato di povertà dilaga e spinge nel recinto degli esclusi anche strati sociali nuovi : pensionati con un reddito che sfiora la soglia della miseria e i cosiddetti working poors, lavoratori e lavoratrici con un salario totalmente insufficiente. Le analisi, le lotte, le manifestazioni, i trattati non hanno impedito che la divaricazione tra ricchi e poveri diventasse sempre più profonda.

Il grande linguista Noam Chomsky in un suo saggio afferma che “finita la guerra fredda i veri nemici restano i poveri, i poveri che vogliono derubare i ricchi ” [14].

Fa impressione che dati statistici così sconvolgenti non inquietino l’opinione pubblica: meglio esorcizzare il problema e dare credito al miraggio di  “un posto al sole” .

Non è un caso che perdonismo e garantismo siano invocati a favore dei maggiori responsabili della violenza storica e dello sfascio nazionale, personaggi, comunque, che il vorace sensazionalismo dei mass media può utilizzare per solleticare la morbosa attenzione dell’opinione pubblica. Le vittime, chi ha subito le conseguenze, sono attori secondari, semplici comparse in questa grande scenografia.

Non è un caso il ripetersi dissennato di condono verso abusivi, evasori fiscali e portatori di illegalità, a fronte di una calcolata indifferenza verso le richieste dei ceti meno abbienti.

Assistiamo attoniti e perplessi, ma purtroppo, senza capacità progettuale, all’inedito ed enorme spostamento di risorse dal lavoro dipendente e dai pensionati alle rendite finanziarie e patrimoniali ed ai profitti. E in questo gioco delle parti, in un mondo alla rovescia c’è perfino chi scomoda Gandhinel suo progetto a difesa dell’egoismo e dell’accumulazione.

Gli indicatori classici dell’economia, intanto segnalano una crescita enorme della produttività e della ricchezza: una crescita senza aumento dell’occupazione. E’ evidente che le trasformazioni tecnologiche e l’organizzazione del lavoro hanno determinato una crescita che, paradossalmente, distrugge posti di lavoro, concentra ricchezza e genera povertà diffusa.

Il capitalismo del secolo scorso, pur considerando gli operai soltanto strumenti, era inclusivo; oggi genera espulsione ed esclusione.

” La Banca Mondiale  – afferma Alex Zanotelli – nel suo rapporto sulla povertà, per la prima volta nella storia, ha avuto il coraggio di dire che per il mercato un miliardo di esseri umani sono inutili, non hanno futuro, non potranno avere lavoro, sono cancellati. Ora se un miliardo di persone lo sacrifichiamo al Moloch  del denaro, allora questa è pura idolatria…” [15].

E l’idolo dei nostri tempi è proprio il mercato, il principio regolatore unico ed assoluto a cui tutti debbono inchinarsi.

Il pluralismo culturale la varietà dei costumi, la diversità delle razze e delle religioni vengono tollerate e spesso anche valorizzate -ma di fronte all’Economia, appariamo ingessati, ingabbiati, orientati in una sorta di “pensiero unico”. Di fronte al Mercato la diversità politica si attenua, le tensioni si smorzano, un  lugubre sentimento di rappacificazione si profila nell’aria… basta non considerare gli esclusi dal banchetto, quelli lasciati fuori alla porta !

In verità sono molte le voci che non si rassegnano, specie quelle che condividono pienamente la realtà dei paesi poveri. Il Vescovo Casaldiga dice: ” Il mercato totale e onnipotente sta trasformando il mondo in una compravendita “.

Arturo Paoli ,in un recente convegno, con grande partecipazione ha affermato che l’ultimo sbocco della società liberale è stata la ideologizzazione della libertà che ha prodotto un idolo anonimo, senza palpito; questo mercato crudele è frutto della più grande ed impietosa dittatura  che ci rende incapaci di reazioni umane, questo mercato assoluto rappresenta il nostro super Io crudele ancor più pericoloso per la sua pretesa universalità.

La GLOBALIZZAZIONE dei Mercati è un dato inconfutabile che ha ridotto enormemente il potere dei singoli Stati nel controllo dell’economia, generando distacco , allargando le distanze e vanificando la forza delle organizzazioni territoriali. La caduta del WELFARE STATE, in questo contesto appare irrefrenabile. Siamo entrati in un’epoca nuova dove alla mondializzazione dell’economia non è seguito un corrispondente ed efficace processo di mondializzazione della politica. Attualmente la politica ha perso il suo primato e forse uno degli obiettivi più importanti dei prossimi cinquant’anni sarà quello di rendere più incisive e più democratiche le grandi istituzioni internazionali.

La complessità e la globalità di questi processi generano certamente impotenza e incertezza e spingono realtà piccole, come la nostra, a ripiegarsi e chiudersi nel proprio recinto. Questo pericolo può essere scongiurato se ci convinciamo che anche una piccola goccia può avere un ruolo se rimane in una relazione attiva con tutte le altre che costituiscono l’immenso oceano della società.

Intanto noi stiamo vivendo una sorta di cosciente schizofrenia sul piano politico. Abbiamo abbandonato l’ adolescenziale ricorso alle spinte rivoluzionarie tout court che spesso rappresentano fughe in avanti di un mondo  borghese  che  non  considera  che  gli  effetti  di  un eventuale  fallimento possano ricadere essenzialmente sulla povera gente. Abbiamo la consapevolezza che la politica immediata ci impone scelte di compromesso e avvertiamo la responsabilità di cercare convergenze che , nell’oggi, siano meno gravose per i ceti più deboli. Ma ci appare chiaro che la nostra è più che mai una scelta non definitiva, una momentanea scelta di direzione che non ci soddisfa, perchè non ci accontentiamo del paradigma economicista.

Ancora  una  volta  risulta per noi più che mai  attuale la lettera di Don Milani a Pipetta.

Abbiamo il dovere, perciò, di individuare i punti di riferimento culturali e  politici  che  incominciano  a  strutturare  la  speranza e ad  organizzare l’utopia.

Non è la globalizzazione dell’economia che ci attrae, ma “l’uomo planetario” – una umanità partecipativa che sappia trascendere il proprio particolare e scoprire il “fratello universale”.

In questo progetto ci sono di consolazione le parole di Ernesto Balducci: ” Noi stiamo vivendo questa nuova fase costituente che potrebbe dare vita ad una forma di umanità all’altezza della crisi, in grado cioè di trasformare le circostanze della catastrofe in nuove condizioni di crescita”.

E’ evidente che l’ UOMO PLANETARIO non è l’UOMO OCCIDENTALE: è finita l’epoca dei popoli eletti!

L’occidente deve smetterla di credere che sia il luogo della civiltà, di pretendere di esportare con tutti i mezzi il suo modello esistenziale. Nessuna cultura, nella straordinaria complessità mondiale, può da sola rispondere in modo soddisfacente alle ISTANZE dell’ UMANITÀ’ INTERA.      ” La situazione contemporanea, contrassegnata da un pluralismo di culture, filosofie, stili di vita, rende il cammino verso l’armonia più urgente che mai,  se non ci si vuole accontentare della rigidità di un sistema unico o della dispersione in mille esperienze frammentarie” [16].

Il pluralismo è un aspetto della coscienza del limite che deve caratterizzare l’uomo del prossimo millennio. Questo orizzonte culturale deve permeare la nostra modalità di impegno, la nostra militanza, ma anche i nostri stili di vita. Occorre perciò individuare gli interlocutori privilegiati (mondo pacifista e non violento, mondo ecologista, volontariato sindacalismo  non  corporativo  e  burocratizzato … )  e , pur  avendo la consapevolezza   che   alcune   scelte   potranno   avere   una    ricaduta  generale  solo  se  statisticamente  significative,   non   dobbiamo  avere timore di essere minoranza -una minoranza, mai separata.

Il primo ambito da riconsiderare è il LAVORO, che la cultura dominante ci ha fatto interiorizzare come valore  connesso  all’accumulazione dei beni. “Tutta l’avventura capitalista è un’orribile sfacchinata distruttiva che dev’essere riequilibrata”.

La nostra epoca -apogeo della tecnocrazia- non ha reso l’uomo più autonomo e più pronto e capace di risolvere da solo i propri problemi. Egli è un tecnofago, un consumatore della tecnica e in misura molto minore un vero e proprio tecnico. La tecnologia è stata forse l’artefice principale della vertiginosa crescita economica, ma ciò non si è tradotto in lavoro per tutti e nessun uomo può vivere con l’enorme masso psicologico della dipendenza. Ovviamente non si intende demonizzare la tecnologia che comunque ci ha liberato dal peso di una fatica opprimente, che ha liberato il nostro tempo ( ma che ce ne facciamo ? ). Dovrebbe scaturire logica la riduzione dell’orario di lavoro – obiettivo comunque da perseguire non solo per dare una prima risposta al problema della disoccupazione, ma anche per potere usare il tempo liberato in impegni più realizzanti e gratificanti.

L’incertezza del lavoro è, forse, la fonte principale del disagio giovanile, che è rafforzato dall’apparente anomalia che vede l’aumento della produzione distruggere posti di lavoro.  Nella società  post- fordista il teorema che collega crescita e occupazione è smentito dai fatti, ma forse bisogna anche riconsiderare che i concetti di  “posto di lavoro” e “attività lavorativa”  non sono necessariamente coincidenti. Anche la flessibilità del lavoro appare un mezzo non sufficiente per aprire nuove prospettive. Occorre tanta fantasia, molta creatività e un sistema strutturale che smuova e liberi queste energie, ma garantisca consulenza e assistenza nel difficile e nuovo cammino dell’autonomia.

Nella società civile emergono delle esperienze interessanti che , a torto sono considerate marginali, come cooperative, associazioni non profit, botteghe del commercio equo e solidale, consumo etico… Si tratta di esperienze autonome,  indipendenti non tributarie dello stato e che si stanno  sviluppando  a  livello   internazionale.   A  sostegno di queste   esperienze che fanno della relazione, della  reciprocità e della qualità il

loro principio regolativo è fondamentale lo sviluppo della Banca Etica che ci consente di conoscere la destinazione e l’uso del nostro denaro.

Questo principio dovrebbe essere sotteso anche al normale prelievo fiscale- il fisco è un istituto che, sfrondato dall’eccesso di burocratizzazione e sottratto alla cattiva gestione,  è indispensabile in una società civile che voglia praticare la solidarietà istituzionale e garantire un minimo di equilibrio e di sopravvivenza sociale. Non è il caso di parlare di “Qualità fiscale” ?

A tale riguardo la Chiesa Cattolica dovrebbe recitare un forte “mea culpa”

per la pretesa del privilegio della defiscalizzazione che assieme al clima artificioso favorevole alle donazioni ha praticamente sottratto ingenti somme dalle casse dello Stato. Anche l’ 8 per mille, perchè deve nel suo percorso fermarsi necessariamente nelle mani della Chiesa, quando potrebbe essere destinato direttamente nei luoghi dove si organizza praticamente la solidarietà?

 

 

Coscienza del limite e coscienza di specie.

 

Si FA LUCE, tra mille nuvole,  una  nuova prospettiva  che  richiede il  ridimensionamento  del  paradigma  culturale  che  ha caratterizzato il    liberismo    selvaggio ,  incentrato   su   una   ferrea  e  feroce competizione  come  se  si  potesse  trapiantare rigidamente il darwinismo  scientifico in campo sociale. Fortunatamente questa pretesa scientificità  comincia  a  barcollare  perchè  sono parecchi gli scienziati a ritenere la  ” cooperazione ” come una forza importante nella spinta evolutiva.

Altro cambiamento di orizzonte che deve verificarsi in tutti i campi, filosofico, scientifico e comportamentale, è il passaggio dalla prospettiva della “quantità” a quella della “qualità”, dove l’estetica, i rapporti  tra gli individui, la creatività, la salute e il benessere rappresentano un campo di impegno che deve sostituire quello della accumulazione dei beni.

Leonard    Boff   denuncia:  ”  …  la  logica  dell’accumulazione lineare mondialmente integrata del capitale esige ogni due giorni una Hiroshima – Nagasaki di vittime umane, cioè 155-180 mila morti per fame e degrado. Una realtà di genocidio continuo… “[17].

L’ideologia dell’esclusione e la sistematica eliminazione di parte del genere umano deve scuotere chi, in modo spregiudicato, si adopera per l’abbattimento dello stato sociale. I giusti rilievi nei confronti della pratica del  facile assistenzialismo non possono essere l’alibi per instaurare una società iniqua e squilibrata. In questa realtà dove già per molti l’emergenza è quotidiana regola di vita, il volontariato strutturato diventa sempre  più  indispensabile   strumento per difendere e organizzare i poveri. Il volontariato va definendosi come nuovo “soggetto politico”, perchè portatore di una nuova visione del mondo estranea al tradizionale gioco dei partiti. Deve ovviamente legittimarsi da sè con il proprio impegno ed esperienza , pur sollecitando norme e leggi favorevoli, non deve farsi imbrigliare dalla burocrazia e dal pericolo del collateralismo che è sempre in agguato.

Il volontariato deve rifiutarsi di fare da alibi all’istituzione o di raccogliere soltanto i “cocci della società”, ma deve impegnarsi a dare voce e rappresentanza a chi non ha voce e a spingere la società civile verso il mutamento, cercando di rimuovere le cause che generano l’emarginazione.

Il volontariato può diventare la sorgente per trasformare nella vita  normale e quotidiana i valori della solidarietà; esso rappresenta infatti un modo di approcciarsi alla realtà, alle persone senza alcuna finalizzazione ( anche di tipo religioso ). E’ il luogo della gratuità e perciò pervasivo e fuori dal tempo. Il volontariato non è fare beneficenza, ma giocare parte di sè e di uno dei parametri di cui siamo più

gelosi: il  “proprio tempo”  (  interessante  a  riguardo  è l’esperienza  proposta dal Comune di Perugia intitolata: la Banca del Tempo ).

E’ evidente che coniugando questo modo di utilizzare il proprio tempo con la riduzione dell’orario di lavoro ci si incammina verso una società e un sistema di valori esattamente opposti a quelli che sostengono l’attuale modello. Bisogna scavare in altre civiltà per trovare  qualcosa  di  simile  – le culture indigene dell’ America per esempio. “Una persona maja lavora 53 giorni all’anno per alimentare una famiglia di cinque persone e negli altri giorni condivide la vita della comunità nella costruzione di scuole, templi e partecipa nella gratuità della vita, delle feste, del teatro e della convivenza “.

L’ ostacolo principale risiede nel convincimento che la civiltà sia solo espressione dell’Occidente e conseguentemente la pretesa di universalizzare un modello di vita che obblighi all’omologazione e all’assoggettamento oppressivo.

Bisogna  scardinare   l’imperialismo   culturale  e  rivedere  il   modello sviluppista.

Lo “sviluppo” è figlio della cultura deterministica che delinea un percorso evolutivo unico rispetto al quale non si può che essere in anticipo o in ritardo.

L’altra faccia della medaglia è il “sottosviluppo”, parola introdotta nel 1949 da Truman che così indicava e riduceva le diverse condizioni di vita del sud. Il sottosviluppo da denominazione si è trasformato in giudizio di condanna, premessa per la colonizzazione. L’Occidente ha costruito il suo dominio sul sistema di valori che si configura nel concetto di “progresso” che trova linfa nell’ economia, nella tecnica e in un certo tipo di scienza.

Un sistema di valori lineare, basato sull’accumulo, la velocità, la quantità, la crescita, la certezza e perciò subdolamente globale, pervasivo e incontestabile. I miti di questa società tecnologica sono: ” la crescita materiale senza limiti, la fiducia cieca nella scienza e nella capacità illimitata della natura”.

In questa logica l’unico indicatore di progresso è il PIL, quello relativo alla produttività, falsamente ritenuto oggettivo e scientifico. E’ un indicatore non del benessere, ma del costo e che esclude chi non ha reddito. Una guerra, un terremoto, una catastrofe ambientale sono un segno positivo per il PIL (!).

L’approccio riduzionista, abbastanza in crisi nell’attuale dibattito scientifico, la  fa ancora da padrone nell’organizzazione sociale e nell’orientamento politico. Ma questa visione  non ha radici nel passato remoto e non può essere proiettata in un futuro prossimo – è una visione che considera il parametro tempo in modo piuttosto ristretto. Non considera che il tempo biologico e quello storico seguono ritmi diversi. Non tiene conto che “il tempo tecnologico è inversamente proporzionale al tempo entropico e il tempo economico inversamente proporzionale a quello biologico” [18] .  Ma il  tempo  non  può essere capovolto: il nostro modo  vivere, di consumare, di comportarsi, decide la velocità del processo entropico, la velocità con cui viene dissipata l’energia utile e, in ultima analisi, il periodo di sopravvivenza della specie umana.

L’uomo -oggi- ha il potere di intervenire direttamente sul processo evolutivo, ma paradossalmente si sta allontanando da quel concetto  di  “fraternità comune” interna ad ogni specie che si traduce nell’instaurazione di azioni tendenti alla sopravvivenza collettiva della specie.  Ecco perchè occorre recuperare quello che si dice “coscienza di specie”.

In questa prospettiva rientrano il concetto di limite e quello di rinnovabilità; la convinzione che le risorse non sono inesauribili e che non possiamo spendere oggi quello che è riservato alle generazioni future.

E’ questa una scienza che non si pone nella logica di dominare la natura, ma di capirla e di vivere in armonia con essa, che non rifiuta la tecnologia, ma  non assolutizza la macchina, che crea anche nuovi materiali, ma non dimentica i bisogni primari dell’uomo.

“Il mondo in cui viviamo – afferma Balducci – è un mondo  che è governato da dei processi di onnipotenza meccanica… in questa epoca il sistema ha introdotto la macchina come elemento mediatore nei rapporti tra l’uomo e la natura e nei rapporti tra l’uomo e la società… Ebbene in questa rivoluzione non è stata la coscienza l’elemento primario a cui ci si è riferiti come al principio inventivo del futuro, ma è stata la struttura creata dalle scoperte scientifiche e dalle applicazioni tecniche”.

Il presupposto della società sviluppista è quello di diffondere il ” virus dell’ insoddisfazione ” e quindi il crescente bisogno   di  consumare  beni per lo più  non necessari, beni  che  vengono  imposti  dalle  imprese   indipendentemente dall’impatto ambientale ( c’è già chi afferma che TELEPOLIS, la nuova città telematica, la città a distanza è ormai il nostro destino!).      Recentemente la parola sviluppo (per molti irrinunciabile) è stata addolcita dall’aggettivazione “sostenibile”. Sono invece tanti a ritenere che bisogna parlare di “società sostenibile”, società che nasca dalla riconversione ecologica del nostro modello economico e sociale. Si parla anche di “stato stazionario” che, a prescindere dalla suggestione delle parole, non vuol dire immobilismo, ritorno alla candela e negazione della ricerca scientifica. Significa, nvece, promuovere una simbiosi tra uomo e natura, un sistema basato su flussi rinnovabili di energia e materia in modo da controllare il ritmo della crescita  e la distruzione delle risorse.      Ecco perchè Boff sostiene che :” La sfida principale di questi anni è la denuncia profetica e chiara dell’immensa e sanguinosa esclusione che paesi interi, classi sociali intere, milioni di persone patiscono. La seconda grande sfida è quella ecologica -che è connessa alla prima- su cui convergono sia il Nord che il Sud del mondo perchè il pericolo è comune all’umanità intera”.

Bisogna allora smettere di banalizzare la questione ecologica come se si trattasse dell’idea fissa di fastidiosi conservazionisti che si preoccupano solo di verde e di animali  in via di estinzione. L’ecologia è una nuova visione del mondo, è un nuovo modo di intendere le relazioni tra gli uomini e tra questi e l’intero universo che ha implicazioni sul piano dell’organizzazione politica ed economica. Ma per questo occorre un’inversione radicale dell’impostazione culturale antropocentrica, superando l’atteggiamento prometeico che l’uomo ha avuto nei confronti della natura. Occorre superare, cioè, la cosiddetta “etica del cow boy” o “della frontiera”, che vede nella conquista, nella colonizzazione e urbanizzazione rapida della natura selvaggia il segno distintivo del progresso, sotto la spinta del mito dell’abbondanza.

Appare alquanto pretestuosa e presuntuosa la concezione che vuole l’intero universo finalizzato alla nascita dell’Homo sapiens; un processo complesso, iniziato più di 15 miliardi di anni fa, sarebbe così tutto orientato all’evento accaduto nell’ultimissima ora della vita dell’ universo. Ciò giustificherebbe l’ottica del dominio e l’utilizzazione avida e sfrontata dei beni della terra. Ci pare più logico e sano, invece, pensare che tutte le forme di vita, a livello individuale, ma soprattutto nella versione di gruppo e perfino il cosiddetto mondo inanimato abbiano un valore in sè, indipendentemente dall’uomo.

Questo pensare inaugura una nuova alleanza con la creazione e l’uomo, creatura tra le creature, nel segno del rispetto e della fraternità condivide con gli altri esseri “l’avventura planetaria e cosmica”.

L’abolizione della centralità dell’uomo s’inquadra anche nella visione cosmologica che è emersa dal dibattito scientifico più recente. Una visione non fissista, non statica, ma in movimento. Il cosmo intero è in processo tutta la realtà è in movimento e la storia umana è un piccolo tratto di questo processo. La visione di una realtà evolutiva in divenire è un dono che gli scienziati hanno fatto all’umanità e ci permette di “abbandonare l’idea della Terra statica e del Sole eterno” e con essa una cultura rigida e ordinata ripiegata su sè stessa.

Questa da noi indicata è una ecologia profonda, non di superficie e non consente “nel grande ballo in maschera di fine millennio” a tutti di vestirsi strumentalmente di verde. Un’ecologia che  comunque, anche nel piano concreto, può avere un’immediata ricaduta positiva nell’interesse di specie.

La profondità di questa impostazione esige comunque la formulazione di un’etica nuova  dove il rispetto della dignità della persona e il benessere di tutti gli uomini devono convivere con il benessere delle generazioni future e il rispetto della vita animale e vegetale. Esige anche una diversa impostazione della politica perchè dimensione planetaria e tempi lunghi non sono parametri facilmente digeribili da una politica che vuole muoversi secondo i canoni classici.

Un’ulteriore domanda si affaccia alla nostra considerazione: come conciliare questa visione con una realtà urbana così profondamente mutata.

Siamo ormai avvolti da una grande rete telematica e televisiva, ma come usufruire degli indubbi vantaggi sfuggendo alle insidie della manipolazione e del monopolio? Tra queste maglie anche le realtà piccole devono fare capolino e allora occorre prefigurare modi diversi di visibilità. L’accesso ai mass media sarà fondamentale per avere voce nella società?

Comunicare, comunque, significa scambiare con gli altri il significato delle  proprie esperienze, uscire  dal proprio egocentrismo per cercare di capire e farsi capire. E’ evidente che ciò imporrà una rivisitazione del linguaggio a tutti i livelli e anche del nostro.

La comunicazione “a distanza” non può sostituire ciò che per noi è vitale: la relazione reale e palpitante con l’altro. La dimensione dell’ alterità non è facoltativa; non saremmo uomini, ma solo robot.

Arturo Paoli dice che ” siamo condannati all’amore, non c’è altra soluzione per l’uomo e l’amore vero è alterità”.

Come ogni esperienza umana, anche la nostra Comunità, come lo stesso Movimento delle C.d.B., se non vuole esaurirsi deve fare i conti con questi  che evidentemente impongono scelte, cambiamenti di stili, un ripensamento  della propria identità e della propria organizzazione, la ricerca di senso,  ricerca di nuovi compagni di strada.

Ancora Balducci: ” Se noi lasciamo che il futuro venga da se, come sempre è venuto e non ci riconosciamo altri doveri che quelli  che avevano i nostri padri, nessun futuro ci sarà concesso. Il nostro segreto patto con la morte a dispetto delle nostre liturgie civili e religiose avrà il suo svolgimento definitivo. Se invece noi decidiamo, spogliandoci di ogni costume di violenza, anche di quello divenuto struttura della mente, di morire al nostro passato e di andarci incontro l’un l’altro con le mani colme delle diversità ereditate, per stringere tra noi un patto che bandisca ogni arma e stabilisca i modi della comunicazione creaturale, allora sapremo il senso del frammento che ora ci chiude nei suoi confini”.

Nel popolo in cammino, alla ricerca dell’unico vero Dio, avvertiamo la dolcezza della relatività e del limite di essere frammento ed è bello constatare che tante idee e valori sono incarnati  in molteplici piccole realtà vicine e lontane da noi.

 

 

 

Parte II. Cap. 2

 

 

 

 

Inutile è il libro
quando la parola è priva di speranza

Edmod Jabès

 

 

VITA COMUNITARIA E VILLAGGIO GLOBALE

 

 

Nuove prospettive, nuove tensioni si vanno via via sviluppando nella comunità in modo implicito e naturale.

I dibattiti e le riflessioni di questi ultimi anni vanno delineando anche nell’operatività una “comunità nuova”, che non rinnegando l’iter degli anni trascorsi ne fa tesoro e da questi parte per nuove esperienze di fede più laicizzate  e desacralizzate.

Non è facile nè semplice esplicitare tutte le tensioni che la comunità esprime in questo momento (il documento che la comunità presentò a Vico Equense nel seminario del 1993 ne è una testimonianza, perché in esso più che certezze si esplicitavano tensioni e filoni di ricerca), ma certamente si possono intravedere delle strade che pur nelle diverse sensibilità dei membri della comunità emergono e si consolidano.

E’ stata certamente abbandonata l’idea di una comunità idilliaca e di una comunità “pregiudizialmente contro”.

Si va affermando una comunità con un forte dibattito, una forte dialettica, con diversi modi di intendere la fede, una comunità più reale, più ricca e vivace, dove il “cuor solo ed un’anima sola….” non sono un’immagine oleografica ma una grande ricchezza nella “diversità”.

Un’acquisizione generalizzata è che la fede non è uno “stato permanente” ma è e sarà una continua ricerca di senso, con cadute, incertezze e dubbi. La fede cieca ci appare sempre più assurda dal momento che abbiamo sperimentato che la fede è sempre accompagnata da incredulità.

La fede è riconoscimento dei nostri limiti, è anche inquietudine, ma senza angosce, perché deve, comunque, essere inserita in un progetto di liberazione.

Il Dio a cui facciamo riferimento è il Dio unico per tutti e liberatore, il Dio amore.

A questo Dio, probabilmente, dobbiamo togliere le maschere che la cultura e le istituzioni hanno sovrapposto nel tempo.

Non ci convince il Dio sostanziale, personale e trinitario dalla filosofia e della teologia; facciamo riferimento al Dio di Gesù.

La nostra motivazione di fede trova la sua linfa nel messaggio di Cristo e nella sua testimonianza più che nella Chiesa che ci appare un’istituzione non in continuità con l’ecclesia, la comunità appartenente alla sequela di Cristo.

Come intendere la presenza di Dio nella storia? A questo interrogativo ci pare giusta l’indicazione di Bonheffer (?) che bisogna vivere  come se Dio non esistesse, perché l’ uomo deve assumersi nella libertà la piene responsabilità del suo percorso.

Questa libertà interiore caratterizza la nostra comunità dove il “dialogo” e il “confronto” sono veri e serrati. Perché la nostra si possa presentare come una vera comunità aperta occorre un grande sforzo culturale in modo che ogni fede diversa dalla nostra abbia la stessa attenzione, bisogna osare di più rispetto ad un discorso sull’ecumenismo.

Una proiezione futura dell’esperienza di fede deve necessariamente andare nel senso del rispetto, del confronto, del dialogo e della valorizzazione delle differenze. L’incontro fra le fedi mette inevitabilmente in crisi l’assolutezza di ciascuna visione religiosa e, per i cristiani, l’unicità della salvezza in Cristo. Queste affermazioni possono apparire sconvolgenti, ma, costituiscono il punto di partenza per una autentica prospettiva ecumenica.

“E’ venuto il tempo – dice Balducci – di dire che il vero ecumenismo non è quello che mira alla riconciliazione dei credenti con i credenti, è quello della riconciliazione dell’uomo con l’uomo” (Balducci – L’uomo planetario – p. 30).

Occorre sostituire ad una cultura essenzialmente analitica una visione sistemica per meglio cogliere le sollecitudini che ci vengono dai vari mondi culturali e religiosi. E’ la premessa questa perché “l’incontro” avvenga nell’accettazione e nel rispetto e non certamente nell’appiattimento delle “differenze”.

Il “villaggio globale”, di cui tanto oggi si parla, va costruito a partire da ciascuno di noi lavorando alla ricerca della “verità” che è sminuzzata in tutte le esperienze di fede e non.

Bisogna, tuttavia, evitare di ridurre il dialogo ad un problema di conoscenza “teorica” ma farlo diventare un confronto di base vero, che cerca tutti i punti di incontro privilegiando il nostro essere “uomini tra gli uomini” e dove l’essere “cristiano” non diventi una categoria che divide ma un segmento di esperienza che arricchisce.

Tutto ciò, inoltre, non vuol dire abbandonare il nostro universo culturale, ma metterlo in gioco nella sua globalità, mettendo in crisi tutte le acquisizioni e i concetti volti alla cristallizzazione e alla creazione di “assoluti” presupposti per integrismi e “poteri forti”.

E’ necessaria oggi una ricerca a tutto campo senza remore come premessa ad una fase di forte creatività alla ricerca di un nuovo universo simbolico.

E’ necessario predisporsi ad un pluralismo anche conflittuale ma che tuttavia vede l’altro non come l’antagonista ma come un compagno di viaggio.

Solo così sarà possibile accettare anche le idee più “sconvolgenti” per trovare in esse quanto di positivo e creativo c’è.

In questo sforzo assume forte peso il ruolo della “comunità”, luogo di confronto e di maturazione  dove anche gli elementi apparentemente contraddittori (conflittualità, tolleranza, pluralismo, complementarietà, diversità, uguaglianza, ecc.) si possono coniugare creando una palestra di confronto, di tolleranza, di rispetto, per far crescere la nuova dimensione di “uomo planetario” costruttore di una nuova società di pace e di tolleranza.

Tutto ciò apre una nuova prospettiva del “fare” superando la logica narcisista del “pensare per pensare”. Il fare ci permette di mettere in crisi e controllare perfino le nostre pulsazioni biologiche e permette una costante autovalutazione  “….Non chi dice Signore Signore……ma chi fa….”.

Il dare con generosità può e deve diventare una nuova dimensione dell’essere comunitario, forse recuperando un aspetto fra noi molto più sentito agli inizi della nostra esperienza.

Bisogna evitare il “dotto” scontro fra ideologia e prassi, omogeneizzando i due momenti, facendo della comunità il luogo del confronto ma anche il luogo delle scelte comuni al di là delle scelte individuali, facendo si che diventino momenti di testimonianza comunitaria dove pur nell’utopia della fede, prevalga l’esigenza di realizzare il “possibile”, preoccupandosi di avere un profondo rispetto per le scelte dei singoli in una visione non escludente.

Le diversità, infatti, sono segno di ricchezza della comunità.

Ciò favorirà un fattivo confronto con la generazione dei giovani che non hanno percorso la nostra strada, ma si sono avvicinati alla nostra esperienza senza le nostre premesse culturali e con aspettative e prospettive diverse.

Sarà in questo caso necessario saper “ascoltare” per capire e poter trovare gli spazi di un nuovo protagonismo dei giovani ricco di entusiasmo e creatività.

Un profondo cambiamento di atteggiamento va maturando anche nei confronti della lettura Biblica. Alla fase, ancora in atto di riappropriazione dei testi, va sostituendosi gradualmente un atteggiamento meno sacrale verso il testo, che al pari di altri libri religiosi è espressione dell’esperienza religiosa di un popolo e come tale della stessa valenza degli altri. Ciò detto, la comunità non intende rinunciare al suo patrimonio culturale biblico/evangelico ma, partendo da esso, trova la forza per cercare di superare gli attuali confini della nostra religiosità, che in un mondo ed in una realtà sempre più integrata e ricca di interscambi, comporta certamente la rinuncia ad ogni forma di assolutismo culturale e in primo luogo a quello della “religione per eccellenza” e del Libro “unico, ispirato, infallibile”.

L’Eucaristia, momento forte della vita comunitaria, va assumendo via via nuovi significati e nuove forme. Dall’ Eucaristia, nei primi anni, vissuta con la presenza di un prete, al digiuno eucaristico fonte di riflessione e di approfondimento. Dall’Eucaristia senza prete, fatta propria da “una comunità senza prete”, all’Eucaristia dai nuovi significati.

I segni vanno adattati alle nuove  acquisizione della comunità, e in quanto segni le devono esprimere nel modo più chiaro possibile.

Non mancano le paure di chi non crede più in un “segno”, che, ben strutturato nel tempo, non può che essere motivo, a suo dire, di divisione tra chi crede e chi non crede.

Lo sforzo, comunque,  della comunità è grande, perché ogni volta che questo “segno” viene vissuto esprima nei gesti e nelle parole quello che la comunità sente in quel momento. I testi manifestano tutto il travaglio e le sensibilità di chi prepara l’Eucaristia, i significati divengono sempre più diversificati per ogni membro della comunità; resta, comunque, una grande tensione in tutti, che vedono in quel segno un momento di grande fratellanza e condivisione, che nel nome di Gesù si allarga oltre i ristretti limiti del piccolo gruppo comunitario e che guarda lontano al “Villaggio globale” degli uomini.

Questo “Villaggio globale” che sollecita nuovi atteggiamenti culturali, nuove comunicazioni, nuovi contatti,  ha in se i rischi della virtualità, come tutta la comunicazione contemporanea. In essa manca un contatto reale (cfr. relazione di Beniamino Placido – Seminario di Ancona 1995), contatto che ci era sembrato talmente importante all’inizio della nostra esperienza da farci spesso teorizzare la forza e la bellezza del piccolo gruppo, della piccola comunità, ma questo sforzo culturale va fatto, è un rischio che va corso perché al di là delle comunicazioni virtuali, non si può negare una nuova dimensione dell’universo con una diversa concezione degli spazi e  una forte mobilità dei popoli con grandi interscambi sociali , culturali e religiosi.

 

Parte II. Cap. 3

 

 

 

 

L’umanità in marcia verso il futuro dà un senso alla mia vita personale: che non ne avrebbe più nessuno se questo flusso s’interrompesse….La mia vita personale può spegnersi in qualsiasi momento, a patto di lasciare dietro di sé la vita di tutti….Io desidero una cosa sola: che gli uomini continuino a marciare, che gli uomini continuino a vivere[19].

[Carlo Cassola]

 

 

Andiamo via, creatura mia,

via verso l’Altrove.

Lì ci sono giorni sempre miti

e campi sempre belli.

 

La luna che splende su chi

là vaga contento e libero

ha intessuto la sua luce con le tenebre

dell’immortalità.

 

Lì si incominciano a vedere le cose,

le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,

là le canzoni reali-sognate sono cantate

da labbra che si possono contemplare.

 

Il tempo lì è un momento d’allegria,

la vita una sete soddisfatta,

l’amore come quello di un bacio

quando quel bacio è il primo.

 

Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia, ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,

non di rematori, ma di sfrenate fantasie.

Oh, andiamo a cercar l’Altrove![20]

[Fernando Pessoa]

 

 

 

 

CONTINUARE A SOGNARE

 

 

Comunità    Comunicazione    Interrelazione

 

Alcune riflessioni sulle modalità della comunicazione all’interno della comunità e sulla loro evoluzione nel corso degli anni sono senz’altro utili per cogliere le diverse immagini e i diversi modi d’essere del gruppo nella lunga marcia che ha scandito i vari periodi della sua vita.

La comunità, nella fase originaria[21], era senza dubbio caratterizzata da una forte omogeneità affettiva e culturale, che si traduceva naturalmente in un fitto tessuto di relazioni interpersonali. Un peso decisivo veniva dato alla qualità dei rapporti fra i membri del gruppo, al tempo vissuto insieme, al fatto d’essere uniti. L’impossibilità e l’incapacità di attuare realmente e in modo pieno la comunione dei beni ed un progetto di vita comune erano vissute con un senso di perdita e di sconfitta. La comunità andava, quindi, gradualmente costruendo un’immagine forte di se stessa, come luogo reale per tentare un’esperienza umana alternativa di liberazione della persona e di superamento dell’individualismo, un’esperienza privilegiata nella sua unicità. Inconsapevolmente venivano, pertanto, in gran parte rimossi gli elementi di attrito e di conflitto che avrebbero potuto offuscare tale immagine e minare il processo di coesione. La comunicazione era funzionale alla conferma reciproca. Nel dialogo gli interventi erano spesso semplicemente di sostegno e di supporto agli interventi dell’altro, presi, come eravamo, dal desiderio di costruire qualcosa di nuovo e, nello stesso tempo, dal timore di disperdere ciò che stavamo costruendo. Vi era la Comunità, vi era un pensiero della comunità che prendeva forma delineandosi con chiarezza, anche nell’interazione con il pensiero delle altre comunità, e vi era un forte desiderio di conformarsi a questo pensiero, di contribuire alla coesione ed alla stabilità del gruppo, evitando sterili quanto inutili polemiche. PerchÈ sconvolgere e rimettere continuamente in discussione ciò che la comunità, con tanta sofferenza, andava costruendo?

Pertanto, per molti anni, abbiamo vissuto, all’interno del gruppo, una sorta di svalutazione del silenzio. Non è vero che chi non parla non ha nulla da dire. Il silenzio è ricco di significati che spesso abbiamo perduto, e ancora oggi tante volte perdiamo, prigionieri di una sorta di ebbrezza della parola, che ci ha impedito di pensare il silenzio, condizione indispensabile dell’ascolto e del dialogo[22].

Anche se può sembrare strano, si può dire, dunque, che la forte omogeneità di ideali e di esperienze, oltre che generazionale, che ha caratterizzato per molto tempo la vita del gruppo, ha reso difficile, all’interno, una comunicazione autentica di tipo dialettico e non ha favorito il passaggio e la circolazione delle idee all’esterno. La comunità, in una sorta di autocompiacimento di gruppo, gratificante, ma poco fecondo, viveva in uno stato di pace e di illusoria unanimità, luogo unico e privilegiato, da difendere e da proteggere a tutti i costi.

Nel corso del tempo, però, gradualmente molte cose sono cambiate. Dalla spontanea, ma irriflessa omogeneità culturale ed affettiva della fase originaria, si è passati ad una situazione complessa, dove coesione e stabilità sono frutto di equilibri mutevoli e di tensioni dinamiche. L’attuale, significativa presenza di giovani, ragazzi e bambini costituisce, da qualche anno, un forte elemento di vitalità, spezzando la tradizionale omogeneità generazionale ed offrendo occasioni disparate di riflessione e di ricerca. Pertanto, da una comunicazione, per così dire, bloccata, si é passati ad una comunicazione di tipo dialettico, la sola a rendere possibile la circolazione delle idee all’esterno.

Da un’immagine forte, si é passati ad un’immagine debole della comunità.

Il gruppo di ricerca teologica del Piemonte e della Lombardia, nel 1982, così si esprimeva: “La comunità si configura non come il luogo delle risposte, ma come il luogo della riflessione e della verifica….Non ha ricette da dare sui problemi della prassi quotidiana, ma offre solo compagnia….E ogni volta, assolto il suo compito, sparisce nel flusso della vita, per risorgere là dove evidente ne sarà il bisogno. Una comunità talmente relativa al mondo che si rende visibile, e vive, solo quando si rischia di perdere una parte del senso che la vita può avere. La povertà e la precarietà sono la vita di questa comunità” [23].

In ogni caso, però, nonostante la forte relativizzazione del concetto stesso di comunità che in questa pagina viene realizzata, alla domanda: “Ha ancora senso la comunità?” viene data una risposta chiara e ineludibile: “La chiamata di Dio è una chiamata ad un esistere partecipato e condiviso. Una fede senza comunità è una fede che ha rinunciato una volta per sempre a un rapporto con la storia. Senza comunità la fede è anche senza storia…Rischiando di farsi comunità la fede rischia il suo rapporto con la storia e la comunità può diventare un luogo di speranza”[24].

Comunque, paradossalmente, nella comunità divenuta adulta e definitivamente aperta al mondo, la nostra fede non diventa più solida e ricca come conseguenza di un reciproco conforto, ma sempre più debole e precaria, sottoposta al vaglio del processo critico e nell’impatto inevitabile con la pluralità delle culture e delle fedi.

 

 

La comunità come utopia

 

Negli ultimi tempi una nuova sensibilità e nuove idee hanno guidato il nostro cammino, allargando l’orizzonte di riflessione finora delineato.

Gli ideali della reciprocità e della gratuità, che dall’origine hanno ispirato le relazioni interne alla comunità (abbiamo bisogno gli uni degli altri per scoprire e vivere la nostra speranza), stanno diventando principi ermeneutici dal respiro cosmico. Una nuova antropologia e una nuova visione del mondo vanno lentamente costituendosi. Appare sempre più chiaro come ogni elemento della realtà, ogni evento, ogni situazione influenzi, in modo complesso, la totalità del cosmo. Stiamo comprendendo che viviamo in un universo fondamentalmente partecipativo, dove tutto interagisce e dove acquista pienamente senso la dimensione utopica, la dimensione che riguarda quegli eventi che non stanno in nessun luogo, cioè che non sono legati da un rapporto di causalità diretta con il presente. Perde sempre più senso, invece, la visione deterministica e meccanicistica della realtà, secondo la quale una cosa ha valore solo se possiamo risalire alla sua causa e prevederne gli effetti[25]. Di conseguenza il problema cruciale dell’antropologia attuale può porsi in questi termini: come recuperare e valorizzare la dimensione comunitaria e cosmica dell’uomo a partire dalla compiuta realizzazione della sua dimensione individuale. Ciò è possibile solo riscoprendo l’essenza autentica della reciprocità, che non è quella meccanica del do ut des, ma quella liberante della gratuità e del disinteresse. E probabilmente proprio nel terreno della gratuità e del disinteresse gli uomini e le comunità possono ancora trovare la linfa per continuare a vivere, sognare e stare insieme.

Inoltre, l’avvento della società dell’informazione, la cosiddetta società globale, ha rivelato, in modo inaspettato ed inquietante, la complessità del reale. Siamo entrati in contatto con altri universi culturali. Le differenze si sono liberate. Abbiamo capito che nessuna cultura, nessuna religione è depositaria esclusiva della verità. Se le diverse culture e le varie religioni sono i luoghi in cui gli uomini hanno realizzato, nel corso della storia, la ricerca della verità, nessuna cultura e nessuna religione possiede, però, tale verità in modo esclusivo ed assoluto. Allo stesso modo, se la comunità è il luogo della speranza, nessuna comunità può pensare di esaurire tale speranza. In un mondo di culture plurali, ogni sistema singolo di concetti e di valori rivelerà necessariamente la propria finitezza, la propria parzialità e relatività; ogni singola esperienza comunitaria, anche se bella e gratificante, rivelerà sempre più la sua storicità e contingenza.

La speranza primordiale di tutta la storia riguarda una genuina comunità del genere umano, interamente pervasa di spirito comunitario. Questa speranza è oggi più che mai attuale. L’esigenza di procedere verso una comunità mondiale, una vera e propria cosmopoli, è fortemente avvertita e da più parti auspicata[26]. Certamente, però, questa speranza dal respiro cosmico non annulla l’ineludibile necessità di un’effettiva vita comunitaria, di una vita di relazione segnata dalle esperienze della condivisione, della gratuità e del disinteresse.

Solo che il senso della comunità risulta, in quest’ottica, chiaramente ridefinito. Oggi più che mai la comunità si presenta come un’idea regolativa, uno spazio non materiale, un modello ideale.

“Comunità è là ove la comunità avviene”, afferma nitidamente Martin Buber[27].

La comunità non può essere mai più per se stessa. Essa appartiene sempre a qualcosa che la supera, appartiene all’umanità, all’universo intero.

“La Chiesa è Chiesa soltanto se esiste per altri”, affermava Dietrich Bonhoeffer, legando questa idea alla peculiarità dell’essere di Cristo. In Cristo si realizza “un rovesciamento completo dell’essere dell’uomo per il fatto che Gesù esiste per altri, esclusivamente. L’esserci-per-altri di Gesù è l’esperienza della trascendenza!….Fede é partecipare a questo essere di Gesù”[28]. La fede, quindi, non è una credenza a difesa di qualcosa, un legame che divide l’esistenza, ma la forza dirompente che rimuove incessantemente contenuti e legami. Allo stesso modo la comunità di fede cessa di essere chiusa comunità di alienante salvezza, essa è tale solo se esiste-per-gli-altri: i nostri amici, le persone a noi prossime, ma anche le future generazioni; la nostra realtà e i luoghi della nostra storia, ma anche i luoghi a noi più remoti, il pianeta tutto e l’intera biosfera, segnano il nuovo orizzonte della vita, dell’azione e della relazione, ove l’uomo può essere veramente uomo e continuare a sognare sapendo di sognare.

“Mi sono destato di colpo in mezzo a questo sogno, ma solo per rendermi cosciente che appunto sto sognando e che devo continuare a sognare se non voglio perire: allo stesso modo in cui il sonnambulo deve continuare a sognare, per non piombare a terra” [29].

 

BIBLIOGRAFIA

Balducci: “L’uomo planetario”, ECP

”      ” La Terra del tramonto” , ECP

  1. Boff : “Grido della Terra, grido dei Poveri”, Cittadella Ed.
  2. Paoli: ” La radice dell’uomo” , Morcelliana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

”   RADICI  &  SPERANZE  “

 

 

         Questo libro è un omaggio alla costanza e alla caparbietà di un gruppo di persone che da più di 25 anni non si stancano di confrontarsi e di cercare dentro e fuori di sé le ragioni più profonde della propria esistenza.

            L’elemento fondante della Comunità è da individuare nella ricerca di una fede non alienante, rispettosa della dignità umana, liberata da tutte le incrostazioni  della storia. Una  fede adulta, non data una volta e per sempre, che mette in conto cadute, incertezze, inquietudini, ma senza angosce; che acquista senso quando è liberazione dell’uomo da ogni forma di schiavitù;         che ha un riferimento costante in Gesù di Nazareth , nel suo messaggio, nella sua testimonianza.

            E’  forte la convinzione che la Comunità , pur nei limiti e nelle contraddizioni che la caratterizzano, è tale solo se ESISTE-PER-GLI-ALTRI : i nostri amici, le persone a noi prossime, ma anche le future generazioni. La nostra realtà e i luoghi della nostra storia, ma anche i luoghi a noi più remoti, il pianeta tutto e l’intera biosfera, segnano il nuovo orizzonte della vita, dell’azione e della relazione, ove l’uomo può essere veramente uomo e CONTINUARE A SOGNARE SAPENDO DI SOGNARE.

 

 

[1] H. Marcuse, Saggio sulla liberazione, Milano, l968.

[2] Cfr, fra i più significativi, R. Sciubba – R. Sciubba Pace, Le comunità di base in Italia, Roma, l976 (il primo volume è dedicato alla   storia delle cdb, il secondo alla ‘mappa del movimento’); Massa e Meriba, a cura delle Comunità di base del Piemonte e della Lombardia, Torino, l98O; F. Perrenchio, Bibbia e Comunità di base in Italia, Roma, l98O.

[3] Il tema del Convegno era il seguente: “Strutture clericali: il Concordato come strumento di potere contro la liberazione del popolo di Dio, contro l’unità delle masse operaie e contadine, contro la giustizia nel mondo”. Parteciparono 380 persone, appartenenti a 38 comunità.

[4] Cfr  J. M. Gonzàlez-Ruiz, Dio é nella base, Assisi, 1970.

[5] Cfr G. Gutierrez, Teologia della liberazione, Brescia, 1972.

[6] Paolo, 1 Cor.  13.

[7] dal documento costitutivo.

 

[8] ANDRIELLO: Vivere e cambiare nella 167 di Secondigliano, Napoli -Ed. LAN, 1986 pag.183

[9]   OSSERVATORIO SULLA CAMORRA, Fuorni- Salerno, ed. Metafora, n.1 – Sett. 1991

[10] G. Lombardo: “ Drop-out scolastico nella scuola dell’obbligo in un quartiere periferico di Napoli:Scampia”. Tesi di Laurea, ottobre 1992.

[11] Tiziana Sanges: “Teorie e metodi in Psicologia di Comunità”. Tesi di laurea, Marzo 1996.

 

[12] Autori Vari: ” La collera dei Poveri “, Ed. Gribaudi

[13] L’ UNITA’ 17/07/1996

[14] AVVENIMENTI 14/02/1996

[15] AVVENIMENTI 27/12(1995

[16] Achille Rossi: “Pluralismo e armonia”, Ed. L’Altra PAGINA

[17] AVVENIMENTI 26/06/1996

[18] Enzo Tiezzi: “Tempi storici, tempi biologici” Ed. Garzanti

 

[19]  C. Cassola, Colloquio con le ombre, Rizzoli, Milano, 1982, p. 7.

 

 

[20]  F. Pessoa, Il violinista pazzo, Mondadori, Milano, 1995, p. 21.

[21]   Cfr. cap. I del presente volume.

 

[22]  Su questa tematica Cfr. AA.VV., Il silenzio, La Locusta, Vicenza, 1987; M. Baldini, La tirannia e il potere della parola, Armando, Roma, 1981.

 

[23] Gruppo di ricerca teologica del Piemonte e della Lombardia, Radicalità di una fede povera, Editrice Tempi di Freternità, Torino, 1982, pp. 28-29.

[24] Gruppo di ricerca teologica del Piemonte e della Lombardia, op. cit., p. 28 (il grassetto è nostro).

 

[25]  Cfr. M. Corbo, I conflitti fra le generazioni, in Quaderni della Scuola di pace, Coordinamento ecumenico per la Pace e il Disarmo – Napoli, Edizioni Qualevita, Aquila, 1996, pp. 49 e sgg.

 

[26] Cfr. M. Harris, La nostra specie, Rizzoli, Milano, 1991, pp. 366-368; E. Balducci, La terra del tramonto, Edizioni Cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (FI), 1992, pp. 194 e sgg.

[27] M. Buber, Il principio dialogico, Edizioni Paoline, Milano, 1993, p. 312.

[28] D. Bonhoeffer, Resistenza e Resa, Edizioni Paoline, Milano, 1988, pp. 462-463.

 

[29] F. Nietzsche, La gaia scienza, Mondadori, Milano, 1971, p. 75.