
Papa Giacomo
don Vitaliano della Sala
È il mattino di Pasqua del 2035.
Sul balcone c’è il papa per la tradizionale benedizione Urbi et Orbi. Ma c’è poco di tradizionale in questa benedizione pasquale. Innanzitutto insieme al papa cattolico, ci sono i capi e i rappresentanti di tutte le confessioni cristiane, compreso il nuovo patriarca di tutte le Russie Alessio, che testimoniano i tanti passi avanti fatti nel cammino ecumenico; ormai, dopo secoli di controversie, la data della Pasqua è unica per tutti i cristiani (in realtà ci sono piccoli gruppi, soprattutto tra gli ortodossi e i cattolici, che fanno resistenza); spiccano tra i vescovi cattolici presenti, le prime donne consacrate lo scorso anno dal papa, mentre gli ortodossi non hanno ancora deciso, ma la discussione è aperta e il confronto fraterno.
Nemmeno il luogo è tradizionale. Il rito si tiene a Gerusalemme, che ha ospitato lo storico incontro ecumenico durante la Settimana Santa, che ha visto le liturgie più sacre concelebrate insieme dai leader religiosi. In realtà, il papa cattolico, già da tre anni, ha abbandonato il balcone di san Pietro, la finestra del palazzo apostolico e i privilegi legati al suo essere Capo di Stato, e ha intrapreso un pellegrinaggio tra le varie comunità cristiane “per confermarle nella fede”, viaggia con aerei di linea e senza seguito e papamobile, niente a che vedere con i vecchi viaggi apostolici; il Vaticano, poi, è diventato un grande museo, e solo raramente la basilica di san Pietro ospita liturgie papali; anche le varie Congregazioni della Santa Sede, in piena fase di profonda trasformazione, hanno quasi tutte smobilitato dalle mura leonine per trasferirsi altrove.
Il papa “felicemente regnante” si chiama Giacomo, come il suo predecessore quando era arcivescovo di Bologna, quel cardinal Giacomo Lercaro che improvvisamente, nel lontano 1968, lasciò la guida della diocesi di san Petronio, ufficialmente “per motivi di salute”, in realtà la sua fu una vera “rimozione”. Secondo don Giuseppe Dossetti – che lo aveva accompagnato al Concilio Vaticano II – alle insolite “dimissioni” contribuirono “più motivi e più agenti: una certa base di responsabili a cui non piaceva la riforma liturgica alla quale Lercaro aveva incisivamente contribuito; alcuni vertici che erano preoccupati per le sue insistenze sull’importanza delle chiese locali; infine, non come unica causa, ma certo come goccia che ha fatto traboccare il vaso, il suo insegnamento sulla pace”. Il 1° gennaio 1968, infatti, l’omelia della messa per la “giornata della pace” fu una forte condanna ai bombardamenti Usa sul Vietnam, “di fronte al male” tuonò il cardinale, “la via della Chiesa non è la neutralità, ma la profezia”. Un mese dopo, l’arcivescovo di Bologna riceveva forti pressioni vaticane a “dimettersi” dal governo della diocesi. Una vera e propria “destituzione” senza precedenti, della quale, forse ingiustamente, fu incolpato Paolo VI, probabilmente ignaro della vicenda, voluta invece fortemente da ambienti reazionari vaticani che, anzi, attraverso Lercaro volevano colpire proprio il “progressista” papa Montini. Punire le aperture del cardinale di Bologna fu il modo per dare una lezione a tutti coloro che, ispirati dal Concilio,
studiavano e cominciavano a realizzare cambiamenti nelle chiese locali, che “scandalizzavano” coloro che, soprattutto nella Curia romana, si auguravano e brigavano per un riassorbimento delle “novità conciliari”.
Gli ambienti fondamentalisti della Curia vaticana, impauriti dalla fecondità del Concilio che intendevano sterilizzare, «volevano impedire», scrive lo storico Alberto Melloni, «che la Chiesa italiana potesse liberarsi della tiepidezza politicante che di lì a poco l’avrebbe esiliata per molto tempo dal papato». Con la “punizione” del cardinal Lercaro l’operazione anticonciliare delle destre ecclesiastiche e politiche, in parte andò a segno. Con la sua “silenziata” uscita di scena sarà quasi del tutto interrotto o ritardato il processo di radicale rinnovamento ecclesiale in atto nella chiesa italiana. Fino all’arrivo a Bologna come arcivescovo, nel 2015, di don Matteo Zuppi, nominato nel 2022 anche Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Dopo il Giubileo del 2025 e la morte del papa emerito Benedetto XVI, papa Francesco ha rinunciato anche lui al pontificato, non prima di aver introdotto la sua ultima riforma: non sarà più il Collegio dei cardinali – che probabilmente verrà abolito – ad eleggere il vescovo di Roma, ma rappresentanti delle varie Conferenze episcopali. I voti del conclave sono andati ai cardinali Luis Antonio Tagle e Matteo Maria Zuppi, che infine è stato eletto papa, metafora della voglia diffusa di realizzare quella “Chiesa in uscita” sognata dal suo predecessore. La scelta del nome, Giacomo, è una sorta di santa vendetta per l’ingiustizia subita dal cardinal Lercaro, e un tardivo risarcimento alla maggioranza dei cattolici per i continui ritardi nella realizzazione delle “riforme” iniziate dal Concilio.
Mentre papa Giacomo pronuncia le sue prime parole dalla loggia delle benedizioni, stranamente irrompe in sottofondo, confusamente, come da una radio in lontananza, la voce del cardinale Gualtiero Bassetti che augura buon lavoro al nuovo presidente dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Zuppi.
Improvvisamente mi sveglio: stavo solo sognando. Un gran bel sogno!
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Testo pubblicato nel n. 20 di “Adista Notizie” del 4.6.2022















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





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