
“Non chiediamo a Dio di arrestare l’epidemia, ma liberiamo energie d’amore”
ALBERTO MAGGI
Alcuni santi sono stati imbattibili nella loro protezione, per esempio è difficile anche solo intaccare il primato assoluto di San Rocco, protettore delle epidemie, alla pari con la “santa dei casi impossibili”, santa Rita da Cascia. E l’elenco è lungo, non c’è malattia che non abbia il suo santo protettore. Come ricorda su ilLibraio.it il biblista Alberto Maggi, affidarsi all’intercessione di questi santi era, per i credenti nei secoli passati, l’unico rimedio (o quasi) per essere protetti da malattie, infezioni, epidemie. Venendo alla difficilissima situazione di queste settimane, “non c’è da supplicare Dio perché non mandi o arresti i suoi flagelli, perché non è lui l’autore, ma occorre collaborare attivamente con il Creatore, per la realizzazione del suo progetto sull’umanità sapientemente descritto nel Libro della Genesi” – La riflessione su “Dio e la peste”
Dio e la peste
Erano stati ormai quasi dimenticati. Se ne stavano ancora silenti e immobili nelle loro nicchie, confinati nel passato, quei santi che un tempo avevano svolto un ruolo talmente importante da oscurare persino la potenza di quel Dio al quale “nulla è impossibile” (Lc 1,3). Il Padreterno era considerato troppo lontano, i santi erano più vicini. Di Dio si aveva timore, nei santi confidenza. Dal Signore ci si aspettava i castighi, dai santi la protezione. Erano queste le effigie e le statue dei santi protettori, ognuno per la sua specialità, e ognuno per il proprio campanile, spesso in concorrenza tra un paese e l’altro.
Alcuni santi sono stati imbattibili nella loro protezione, per esempio è difficile anche solo intaccare il primato assoluto di San Rocco, specializzato per la peste e protettore delle epidemie, alla pari con la “santa dei casi impossibili”, santa Rita da Cascia. Tra questi, in maniera abusiva, si era inserito anche il martire San Sebastiano. Non c’entrava nulla con la peste, ma le ferite causate dalle frecce scagliate nel suo corpo, furono viste come i bubboni provocati dalla pestilenza.
E l’elenco è lungo, non c’è malattia che non abbia il suo santo protettore. Affidarsi all’intercessione di questi santi era, per i credenti nei secoli passati, l’unico rimedio per essere protetti da malattie, infezioni, epidemie. Poi a mano a mano che le scoperte scientifiche fecero grandi passi in avanti, (basta pensare l’invenzione, verso il XVII secolo, del microscopio), migliori condizioni igieniche, abitazioni più salubri, la creazione degli ospedali, la scoperta dei vaccini, fecero sì che gradualmente questi santi, pur rimanendo nell’affetto e nella devozione popolare, tornassero gradualmente a riposare nelle loro nicchie, muti custodi di un passato dove religiosità, superstizioni, credenze pagane si mescolavano assieme.
Un tempo lontano, dove si faceva più ricorso alla loro intercessione, insieme con quella delle varie madonne, piuttosto che rivolgersi, come Gesù aveva insegnato, direttamente al Padre (“Voi dunque pregate così: Padre nostro…”, Mt 6,9), un Dio che “sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (Mt 6,7).
Mentre per pregare Dio occorreva situarsi in un luogo sacro, sinagoga o tempio, per pregare il Padre non c’è bisogno, si può restare nel proprio ambito, “quando tu preghi, entra nella tua camera” (Mt 6,6). Il destino di questi santi è stato identico a quello di una delle celebrazioni più importanti del passato, in un mondo prevalentemente agricolo, dove in aprile si svolgevano le processioni delle rogazioni, pressanti suppliche a Dio perché facesse piovere sui campi. Si dice, un poco irriverentemente, che sono state le irrigazioni a porre fine alle rogazioni… in realtà, con il perfezionarsi del servizio meteorologico, non c’è alcun bisogno di pregare per chiedere che cada la pioggia, basta osservare il meteo; se c’è una vasta area di alta pressione, si può pregare con tutta la fede possibile, ma non cadrà una sola goccia d’acqua. Era quello un mondo, dove tutto quel che accadeva si riteneva provenisse da Dio, sia il bene sia il male. Del resto, come insegnava la Bibbia, “Bene e male, vita e morte, tutto proviene dal Signore” (Sir 11,14), ed era credenza comune che non “avviene forse nella città una sventura che non sia causata dal Signore?” (Am 3,6).
Per questo non c’era dubbio che la peste fosse un castigo, una maledizione mandata da Dio contro il popolo peccatore. Il capitolo ventotto del Libro del Deuteronomio, contiene una cinquantina di maledizioni scagliate contro i trasgressori del volere divino, e tra queste si legge che “Il Signore ti attaccherà la peste, finché essa non ti abbia eliminato dal paese” (Dt 28,21). La peste era usata come una minaccia sempre pendente sul popolo se non obbediva (“manderò in mezzo a voi la peste”, Lv 26,25), e quando questa arrivava, erano dolori: “il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato, da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone”. Poi, per fortuna, “il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo devastatore del popolo: Ora basta! Ritira la mano!” (2 Sam 24,15-16). Se era Dio l’autore della peste, l’unico rimedio era mostrarsi pentiti dei propri peccati, digiunare, cospargersi il capo di cenere e vestire di sacco (Lc 10,13), offrirgli sacrifici sperando fossero a lui graditi.
Gesù, “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), ha presentato un volto completamente diverso del Signore. È un Padre che è amore, e continuamente offre il suo amore agli uomini, indipendentemente dal loro comportamento. Nel Padre non c’è castigo, ma solo perdono. Il suo amore è talmente gratuito da essere “benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35). Sembrava che la comunità cristiana avesse finalmente capito questo, e compreso che in caso di calamità non c’è da rispolverare statue da portare in processione (con il progresso ora questi santi sono persino caricati su aerei che, come se fossero dei canadair, sorvolano il territorio in una sorta di disinfestazione spirituale). No, non c’è da supplicare Dio perché non mandi o arresti i suoi flagelli, perché non è lui l’autore, ma occorre collaborare attivamente con il Creatore, per la realizzazione del suo progetto sull’umanità sapientemente descritto nel Libro della Genesi (Gen 1-2), dove l’autore non descrive un paradiso irrimediabilmente perduto, da dover rimpiangere, ma profetizza un paradiso da costruire, realizzando la piena armonia delle creature con il creato e il suo Creatore.
Un appello questo, da sempre pressante e urgente, come scrive Paolo nella Lettera ai Romani, perché “l’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”, una creazione che “geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,19.22). Non c’è da chiedere a Dio che arresti la peste, ma c’è da rimboccarsi le maniche e liberare nuove inedite energie d’amore e di generosità capaci di arginare il male, nella certezza di essere “più che vincitori” (Rm 8,37), perché “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5), e mai vinceranno.















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





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