
CAMPI “NOMADI” E QUESTIONE “ZINGARA”
La visibilità della popolazione rom in situazione abitativa di campo “nomadi”, e le conseguenti considerazioni, dipende dalla repressione, in tutte le sue forme, che riceve.
26 giugno 2018 di Dimitris Argiropoulos (*)
Si parla e si scrive di loro, “gli zingari”, ogni volta che rientrano nelle “preoccupazioni” di chi parlando di altre cose e portando avanti altri interessi, indica gli “zingari” come una criticità incancrenita, perenne e da “risolvere” con mezzi drastici e con l’uso di una certa violenza.
incancrenita, perenne e da “risolvere” con mezzi drastici e con l’uso di una certa violenza. Una violenza alla quale siamo “costretti”, vista l’impossibilità di risolvere la loro immodificabilità e adeguamento sociale.
Il campo “nomadi” di per sé è violenza. La sua istituzionalizzazione e permanenza è violenza. Si tratta di una particolare ed esclusiva abitazione pubblica che genera esclusione, stigma, separazione, povertà relazionale, razzismo e razzismo istituzionale differenzialista. Il campo “nomadi” in tutte le sue forme rappresenta l’apartheid destinato agli “zingari”, divide e disgiunge persone, famiglie e comunità rom dalle comunità e società circostanti. Scompone e spezza relazioni, possibilità e opportunità di chi ne è collocato, cristallizzando in forme folcloristiche chi, per appartenenza, è indentificato come nomade. Il binomio Zingaro uguale Nomade ha impostato, guidando, le politiche e le politiche sociali per decenni. L’Italia è il Paese dei campi, e con questa caratterizzazione è indentificata a livello internazionale ogni volta che si approcci alla questione “zingara”. Ovviamente si tratta di una caratterizzazione piena di aporie, stupore e in netta contrapposizione con i processi di deistituzionalizzazione, come per esempio quelli avuti luogo in ambito psichiatrico e con le disabilità e che, all’estero (forse più dell’Italia), si conoscono, si studiano e si ripropongono.
I campi “nomadi” sono stati creati in situazione di povertà economica e relazionale da una piccola parte della popolazione romani e successivamente sono stati istituiti e ufficializzati dagli Enti Locali, accompagnati con la costruzione di Leggi Regionali fondate sulla tutela del nomadismo, inteso come caratteristica prioritaria e unica di quella popolazione chiamata “zingara”. Il campo è un terreno alla periferia della città, dotato di opere urbanistiche e servizi igienico-sanitari per poter essere abitato da persone in stato di povertà e di cultura differente. È una situazione abitativa particolare per dare risposte istituzionali di domicilio a un bisogno di tipo abitativo espresso da persone che sono concepite a partire non dalla considerazione delle loro somiglianze ma dalla considerazione delle loro differenze. Nel campo la povertà relazionale ed economica colloca famiglie, gruppi e individui in una condizione di estremo degrado, nonché di estremo bisogno. Condizione che si autoalimenta poiché l’eccezionalità del campo è la sua “eterna provvisorietà”.
Un campo concentra una categoria di persone. Il criterio omologante è quello della categoria etnica: Il campo è omoetnico. Un campo “nomadi” nella sua modalità è di fatto un campo di concentramento. Il campo è una situazione eccezionale, straordinaria ed è concepito per dare risposte a una categoria inventata: i nomadi.
Il campo “nomadi” genera etichettamento per lo “zingaro” e passa soprattutto dal suo risiedere nel campo, stigma al quale si aggiunge l’auto-stigmatizzazione, l’interiorizzazione dello sguardo altrui, che lo giudica e lo fa sentire inadatto, inadeguato al mondo.
Abbiamo un deficit di conoscenza, che non ci permette leggere una situazione difficile e complessa, i campi “nomadi”. Conoscenza intesa come relazione diretta con chi collocato nei campi li abita e come processo di indifferenza che avvolge, travolgendo, le interazioni sociali e si estende, caratterizzandola, all’azione pubblica, alle sue politiche sociali, abitative, occupazionali e scolastiche. Abbiamo un deficit di conoscenza che non affrontiamo e che rafforza un’intenzionale ignoranza, eremica, attorno all’apartheid dei campi.
I termini che usiamo, “aree sosta” “micro aree”, “campi rom” ecc. e il pensiero, meglio dire il non pensiero, dentro al quale nascono e di cui diventano piena espressione, nascondono abilmente costruzioni sociali e istituzionali prive di riscontro nelle “soluzioni”, che di volta in volta affiorano e che si propongono come la soluzione definitiva, descritte come La Soluzione Finale, di una criticità-problema che si ingrandisce con il passare degli anni, nelle “retoriche” securitariste e del ricercato consenso dei politici. Contribuendo così alla stabilizzazione del problema stesso, il “problema” si istituzionalizza. Il suo perdurare richiede continuamente interventi sugli interventi precedenti, non si risolve, si prolunga e diventa pretesto nonché motto perpetuo di repressioni “giustificate” Il “problema” consolida l’allontanamento dall’idea che si potrà, forse, affrontare anche istituzionalmente le differenze sociali e culturali senza l’apartheid, con proposte di eguaglianza non omologanti, non soffocanti le differenze stesse. Certamente il posizionamento istituzionale sui temi della convivenza interculturale si estende dai campi “nomadi” e diventa proprio delle realtà di “proposta” trattamento e affronto delle migrazioni e delle profuganze, delle migrazioni forzate ovvero verso a tutte le realtà che, con la loro presenza, contribuiscono e di fatto hanno strutturato, in questo Paese, una realtà multi-culturale.
Abbiamo un deficit di conoscenza che non ci permette, e non ci permette pure istituzionalmente, di capire e comprendere che il “problema” è aggrovigliato dentro un paradosso ossimoro: Nomade è chi risiede in un campo “nomadi”. Abbiamo un deficit di conoscenza che diventa arroganza, insolenza, autoreferenzialità che condiziona la conoscenza, spesso è paura e le paure condizionano maggiormente la conoscenza. Gli “zingari” in situazione di campo sono considerati dalle istituzioni come “nomadi” solo quando perdono la capacità e la possibilità di spostarsi, cioè il loro “nomadismo”, esasperando analisi e prassi della contraddizione Nomadismo-Stanzialità che fa cambiare e forse miracola i nomadi, gli “zingari”, silenziando ogni ricerca, segno e sapere che cerca di problematizzarlo, ogni domanda, dubbio e constatazione che potrebbe incrinarlo per soffermarsi e spiegare la contraddizione. Si scopre che il nomadismo rom storicamente e attualmente, è prassi di resistenza, della loro resistenza per evitare la violenza subita da parte del bianco, dell’europeo. Violenza estrema, omologatrice e fisica, spesso violenza finalizzata all’eliminazione e allo sterminio. In questo va cercata la prospettiva che, rovesciando le letture, ne crea altre reimpostando la contradizione Nomadismo. Stanzialità e trovando significazione in quella di Fuga-Tregua. Ci si ferma se la violenza del bianco è gestibile, di basso profilo oppure nulla, ci si sposta anticipandola, per non subirla. Una resistenza, r-esistenza.
Abbiamo un deficit di conoscenza che non ci permette di affrontare lo straordinario che nasce generando odio e decliniamo spesso questo nostro opporsi in spettacolo, cronaca effimera, dicotomia. Il deficit di conoscenza è un deficit di progettualità, è un andare contro che pur avendo bisogno di trovare le sue forme e risultati, andrebbe rivisto. I riferimenti alla Costituzione, alle Leggi, all’Etica che trovano spazio esclusivo nell’emergenza, limitano gli orizzonti del resistere affaticano di divenire progetto. Non è lo straordinario che certamente combatto che mi preoccupa, ma l’ordinario che lo nutre e lo tesse e che lo porta ad essere una espressione eccezionale, una emergenza, creando quel consenso che permette la devastazione.
Abbiamo un deficit di conoscenza e non siamo in grado di fare politica, affermare la pluralità delle esistenze umane e la progettazione della loro possibile convivenza nelle differenze. Non siamo in grado di fare politica impostando relazioni che disconfermano, non il conflitto, ma la violenza.
(*) ripreso da www.ilmanifestobologna.it. La fonte della foto è indicata così: “(C) Luca Federico/La Presse – 14/05/2008 – Napoli, Italy: raid degli abitanti di ponticelli contro un campo rom della zona”.















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





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