
“Noi preti di periferia insegniamo la legalità dove manca lo Stato”
Pagina20/21di 40La storiaDon Ciro e gli altri “Noi preti di periferia insegniamo la legalità dove manca lo Stato”Da Venezia a Palermo i parroci “di frontiera” rimasti soli a lottare contro il degradodi Conchita Sannino Sono rimasti nei posti dove non c’erano né buone novelle, né scholae cantorum. Solo parrocchie piantate in mezzo ai bisogni, e ai senzavoce. E sono usciti sempre, di giorno e di notte: ribelli dell’aldiquà. A comporre comunità, a portare diritti e parole per dirli, illuminazione o salute, scuola o lavoro. Da preti — o suore, o frati — si sono fatti Stato. Il punto è che in quei “deserti”, anche dieci, venti o trent’anni dopo, oggi, sono i soli riferimenti. (Eppure mai soli, per i tanti che si trascinano con sé, che si danno da fare: a volte a dispetto di indifferenza, crimine, intimidazioni).Don Coluccia che ha rischiato la vita a Roma, come don Patriciello nel ghetto di Caivano o come il suo “gemello” (più silenzioso, ma non meno in trincea) di inferno napoletano: che è padre Ciro Nazzaro, paladino dei cittadini di Rione Salicelle, comune di Afragola, altro degradato alveare per 10 mila anime, cui la camorra attinge per manovali, spacciatori, killer. «Come comunità abbiamo una cooperativa che funziona, un centro polifunzionale che ci siamo ristrutturati. Ma in 33 anni che sto qui, dall’amministrazione pubblica non sono riuscito a vedere una panchina e una pensilina alla fermata del bus — allarga le braccia don Ciro — In compenso alle Salicelle abbiamo ora carabinieri, polizia, vigili del fuoco, gli voglio bene, eppure alle 3 di notte i clan fanno esplodere i fuochi di artificio, per loro segnali, e nessuno della stragrande maggioranza degli onesti può protestare: sennò ti entrano in casa, te la fanno pagare. Servono progetti di vita e sviluppo, servono scuole, insegnanti, assistenti sociali motivati. Ma lo sa che al Rione c’è il 60 per cento di dispersione? Ma non si può dire. Se lo dicono negli uffici, sottovoce».Accogliere. E dare senza aspettare. Come il 61enne don Nandino Capovilla, che a Cita, periferia di Marghera, ha creato la Casa di Amadou, l’orto biologico, per i migranti, i senza fissa dimora. «Stare con loro non è solo mensa, dormitorio, ma è distribuire insieme i pasti anche agli altri. Lei non sa quante centinaia di famiglie arrivano: la povertà aumenta, è preoccupante, anche se non grida — sottolinea don Nandino — Poi ciascuno di noi “adotta” degli altri, è un accompagnamento vero, fare della strada insieme. E lo Stato questo deve fare: ascoltare. Conoscere le esperienze, e poi investire su operatori sociali. Non solo per gli abbandonati, ma per i giovani che hanno avuto poco. Eppure, lei sa quanti ragazzi vorrebbero aiutare altri ragazzi? Esiste quella cosa bellissima che è il servizio civile: lei vede che Stato o politica lo pubblicizzano? Zero, nulla». A capo chino sugli altri, fare. Don Giacomo Panizza, bresciano doc da 50 anni in Calabria, con la sua “Comunità Progetto Sud” ha fatto germogliare servizi, cooperative di giovani, comunità terapeutiche e 18 case di accoglienza per vittime di tratta nella periferia di Lamezia Terme. Nonostante le minacce della ‘ndrangheta. «Non parlate solo di un prete, ma di tanti che con noi si adoperano, generano la promozione delle persone», premette don Giacomo, conRepubblica , 75 anni di pura umiltà e leggerezza (anche dopo l’onorificenza ricevuta da Mattarella, o il libro scritto con Fofi,Qui ho conosciuto purgatorio, inferno e paradiso , Feltrinelli, 2011). Intorno a lui, si impegnanoin mille. «Quello che serve — spiega don Panizza — non è solo l’aiuto. “Ecco, ti ho dato i soldi”. Non ci siamo. Se qui qualcuno ha bisogno di una carrozzina per disabili, noi non facciamo la raccolta fondi, ma cerchiamo di preparare insieme la documentazione, e ottenere ciò che spetta. Uscirne insieme, la chiave. Noi vogliamo essere società politica, nel basso. Mentre la politica spesso è solo: non avere sanità, non avere lavoro, non avere parità di diritti, non fare politica .Eppure dai calabresi ottiene consenso ». Si capisce quanto possa far paura un prete così. Anche quando dice, a proposito di disuguaglianze: «Per non parlare dell’Autonomia differenziata di cui sento: per me autonomia è quando partiamo da eguali servizi, non se un leone deve negoziare con gli agnelli».Stessa tigna di suor Rosetta Colombo, che dopo una vita trascorsa a mettere su centri educativi, oggi da Arghillà, ancora Calabria, dice: «Sapesse come mi arrabbio quando sento dire: ti do un bel centro servizi. Ma ad Arghillà manca ancora l’acqua, capisci?». Arghillà, agglomerato dove «all’enorme insediamento di etnie rom e sinti si sono aggiunti migranti, marocchini, e i calabresi senza più nulla. Ciò di cui si sente la mancanza è che uno Stato li metta al centro di progetti, ma come soggetti consapevoli. Ecco, l’ho visto fare, al Rione Sanità a Napoli, e lo ha fatto padre Antonio Loffredo, con la sua comunità. Eravamo in un processo. Quei ragazzi oggi sono laureati, guidano le Catacombe o musei, addestrano i piccoli, parlano di arte in varie lingue». Ha creato servizi e cultura, ma combatte su tutti i fronti anche fra’ Mauro Billetta, a Palermo, chiesa di Sant’Agnese, quartiere Danisinni: quando il “ghetto” sta non fuori ma nel cuore della bellezza, un passo da cattedrale e Palazzo dei Normanni. «Su 2 mila persone abbiamo almeno 400 bambini: e pensi, non c’era un luogo dove potessero incontrarsi, leggere, non una biblioteca comunale, le loro case sono piccole — ti illustra lui con pazienza — Lo abbiamo creato. Così come abbiamo messo su il Borgo sociale, il Villaggio per crescere». Non immobili pubblici, ma privati. L’ultima battaglia? Volevano chiudere l’unico asilo nido, decrepito. «Abbiamo offerto il progetto, il Comune alla fine lo ha adottato — ricorda fra’ Mauro — tra poco lo inauguriamo». Se il Vangelo è la loro rivoluzione, vincono ogni giorno.
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È nato nel 1950 a Cloppenburg in Bassa Sassonia nel nord-ovest della Germania. Oggi vive a Monaco di Baviera e il piu possibile anche a Ferrara. Lavora come scrittore e giornalista. E’ Segretario generale della rete globale “Giornalisti aiutano Giornalisti (www.journalistenhelfen.org) in zone di guerra e di crisi. Amante della pianura, della poesia di Attilio Bertolucci e delle canzone di Francesco Guccini.
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PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





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