
CI HA LASCIATO JAQUES GAILLOT
CI HA LASCIATO JACQUES GAILLOT: VESCOVO IN USCITA, PROFETA SCOMODOIngrandisci carattere Rimpicciolisci carattere
“Elettrone libero”, “vescovo dei margini”, a capo di una diocesi fantasma dopo la sua estromissione dalla quella reale di Evreux, il vescovo Jacques Gaillot, morto mercoledì 12 aprile a Parigi, all’età di 87 anni, è stato una delle figure più controverse e popolari della chiesa francese del post-concilio.
Nato nel 1935 a Saint-Dizier, in Francia, licenziato in teologia e diplomatosi presso l’Institut de liturgie parigino, Gaillot fu ordinato nel 1961. Dopo una rapida ascesa nella gerarchia ecclesiale, fu nominato vescovo della diocesi di Evreux nel 1982, dove rimase fino al 1995, quando papa Giovanni Paolo II lo sollevò dall’incarico a motivo di alcune sue prese di posizione a favore dell’ordinazione di uomini sposati, oltre che a favore dei divorziati risposati. La “punizione” così inflitta a un vescovo popolare, mediatico e progressista suscitò grande scalpore in Francia, con numerose manifestazioni di sostegno. A Évreux diverse migliaia di persone parteciparono alla messa di addio del vescovo, il 22 gennaio 1995.
Mons. Gaillot fu poi degradato a vescovo in partibus infidelium della diocesi di Partenia (Mauritania), scomparsa dalla geografia cattolica nel V secolo e definita perciò diocesi “fantasma”. Gaillot, nondimeno, ne seppe assumere il ministero in maniera effettiva, trasformandola in un vero e proprio strumento di difesa degli esclusi dalla società (tra le altre cose, fondò e fu co-presidente dell’associazione Droits Devant!, che lotta contro le situazioni di precarietà e di esclusione).
Papa Francesco lo ricevette in udienza privata nel settembre del 2015. Così il ricordo dell’incontro, nelle parole del vescovo francese: «Ero in una stanza riservata alle visite della Casa Santa Marta; a un certo punto, una porta si è aperta: era il papa che entrava, semplicemente. L’incontro è avvenuto in modo familiare, senza protocollo. È veramente un uomo libero. A un certo punto si è alzato e ha detto: c’è un fotografo? Siccome non c’era, abbiamo scattato una foto con un cellulare».
Il catalogo Queriniana ospita due suoi interessanti saggi:
– Lettera agli amici di Partenia (1996)
– Ecco le cose in cui credo! (1998)
In ricordo di quel “vescovo in uscita” ante litteram, lasciamo a lui la parola, con due brevi estratti dai suoi testi. Sono gli incipit dei due libri, e dicono molto di uno stile pastorale che sarebbe bene non far passare di moda.
Partenia non ha confini
Cari amici di Partenia, non so se ci rimarrete male, ma molta gente ha cominciato a non prendervi sul serio. Non è colpa di nessuno. Il vostro nome ha la risonanza che può avere un peplo antico, una conquista romana, e nel 1995 di centurioni se ne vedono pochi. Tuttavia, e malgrado il senso di umorismo che mi si riconosce, non ho la pur minima intenzione di scherzare. Questa volta proprio no.
Dodici anni fa non avevo creduto, subito, alla mia nomina a vescovo di Évreux. Ero più giovane, avevo meno pesi sulle spalle… e la lettera, posata sulla mia scrivania, con il sigillo della nunziatura, non mi aveva convinto se non dopo una lettura attenta. Ma ora – e anche senza la lettera – la mia mente non è stata sfiorata dal dubbio nemmeno per un solo istante. Questa certezza proveniva da Roma, donde io tornavo, e da tre giudici-prelati che, il giorno prima, mi erano apparsi tutt’altro che persone in vena di scherzare [si trattava di mons. Bernardin Gantin, prefetto della Congregazione dei vescovi, mons. Jean-Louis Tauran, segretario della medesima Congregazione, e dell’arcivescovo argentino Jorge Mejía, segretario per le relazioni della Santa Sede con gli Stati].
Il seguito geografico fu leggermente più fantasioso. Anche se già…
Vi ripeto, non prendetevela a male, ma Partenia è da secoli che non figura più sulla faccia della terra, e nel mondo moderno – mi dicono – neanche nei quiz televisivi. L’ignoranza non frena l’impazienza. Per giorni e giorni tutti andarono a tentoni, in pubblico e sulla stampa, esaminando carte e mappamondi, pronti a puntare l’indice sul luogo misterioso. Io non fui l’ultimo a rimanere sconcertato: l’enciclopedia Larousse mi aveva dato informazioni a suo tempo su Évreux, ma stavolta…
Risultai “trasferito” dapprima in una certa Parthenay, nel dipartimento Deux-Sèvres, con grande gioia di un mio nipote di cui diventavo vicino. Poi Partenia andò in esilio in Mauritania, andò a insabbiarsi nel deserto. Prima di fissarsi, infine, su una carta dell’Africa settentrionale cristiana risalente al V secolo e rispolverata da alcuni dotti geografi.
Dunque abbiamo fatto un po’ fatica a ritrovarvi. L’ingratitudine del tempo ha fatto di voi degli scomparsi, degli invisibili, annegati in una sorta di Atlantide della fede. Il vostro nome, oggi affiancato al mio, risorge dal fondo della storia, come un miraggio funesto, un’oscura chimera uscita dalla gerla di un castigamatti. Ora, il fatto è che voi per me esistete. Non ne faccio una questione di luogo, di dimensione o di storia. Voi non siete né una diocesi fantasma né una diocesi perduta, ancora meno una diocesi da riconquistare. Voi non siete una diocesi. Per me, amici di Partenia, voi siete il mondo. Ovunque vi troviate: in terre islamiche o altrove, nelle prigioni o nei salotti, alla mia porta o a migliaia di chilometri. Un mondo come io lo amo, di vasto orizzonte, senza pastoie e senza barriere. Un mondo per l’Uomo, per il Vangelo. È così che io vi vedo. Ovunque e in nessun luogo. Ed è vedendovi così che oggi vengo verso di voi.

Vi diranno che io faccio il viaggio per costrizione. È vero. Francamente, io non avrei pensato a Partenia da solo. Ma posso anche affermare che ho avuto la possibilità di scelta. Sotto l’apparenza delle dimissioni volontarie, mi si proponeva di rimanere a Évreux. Come vescovo “emerito”, in altre parole onorario o senza alcun ruolo. Io non ebbi, ad essere sinceri, alcun merito nel rifiutare. Mi piacciono le rose del giardino del vescovado, ma non a tal punto da ridurmi a passare tutto il giorno a potare rose. Ho optato, quindi, per essere “vescovo rimosso”. Certo, è una parola davvero brutta. Dalla risonanza autoritaria. Ma aveva almeno l’attrattiva dell’ignoto. Non sapevo che cosa significava, che cosa ne sarebbe risultato, una volta che “rimosso” fosse stato messo insieme a “vescovo”…
È bene precisare che agli occhi degli archeologi del Vaticano, voi non rappresentate né una onorificenza né una ricompensa. Ancor meno una promozione. Essi hanno attinto alle loro riserve, e hanno trovato un luogo inameno che legasse bene con sanzione. Quella che mi avevano inflitto i prelati di Roma. Tanto vale confessarlo fin da ora: io sono l’oggetto di una “correzione fraterna”. Una persona punita. Un vescovo punito. Un prodotto raro… che, a leggere il comunicato ufficiale, è in pari tempo anche un incapace.
Nell’atmosfera tesa e glaciale in cui operarono i miei giudici, non dovette apparire nemmeno un angolino di cielo azzurro: uno può avere la coscienza chiara e la fede che fa tutt’uno con il proprio corpo, ma venire a sapere in meno di mezz’ora che dopo dodici anni di responsabilità pastorale non ti sei dimostrato capace di «esercitare il ministero di unità che è il primo dovere di un vescovo»… e che «in considerazione di ciò, noi abbiamo deciso che domani, a partire dalle ore dodici, lei sarà sollevato dalle sue responsabilità di Évreux», può assestare un duro colpo al tuo morale. Lo confesso senza vergogna: nelle ore che seguirono, il nome di Partenia mi appariva come un colpo basso supplementare, come una terra lontana sperduta nelle nebbie dell’oblio, una terra di esilio segnata dal sigillo dell’infamia.
Mi perdonerete, cari amici di Partenia, questa reazione a base di emozione e di disillusioni? È una reazione che non è più la mia.
Non è più la mia perché, come diceva Martin Luther King, io ho fatto un sogno: quello di poter portare la parola del Vangelo a tutti e dappertutto. Quello di poter scendere in campo, di andare nella strada, nei mass media e negli altri luoghi di corruzione senza temere di peccare per aver frequentato cattive compagnie. Quello di poter “uscire” senza preoccuparmi di sapere se sono in casa mia o se sto calpestando il terreno di uno dei miei confratelli. Quello di non dover più temere i fulmini della Santa Sede per – è una citazione – «i miei frequenti viaggi fuori della mia diocesi».
La mia diocesi? Partenia non ha confini…**
LE FIGARO’
Jacques Gaillot avait occupé la fonction d’évêque d’Evreux de 1982 à 1995.
Monseigneur Gaillot, évêque contestataire qui a défendu la cause des divorcés, des homosexuels et des immigrés, au sein de l’Eglise, est mort mercredi à l’âge de 87 ans, a appris l’AFP auprès de la Conférence des évêques de France. Jacques Gaillot est décédé à Paris mercredi après-midi, à la suite d’une maladie fulgurante, a précisé à l’AFP un proche de l’évêque. «Il est mort apaisé, serein, entouré de ses proches», a ajouté la même source.
Le diocèse d’Evreux avait indiqué récemment que Mgr Gaillot souffrait d’un cancer du pancréas. Evêque d’Evreux pendant 13 ans (1982-1995), le Vatican lui avait retiré sa charge en janvier 1995, en raison de ses positions non orthodoxes au sein de l’Eglise. Médiatique, il détonne et agace en haut lieu, jusqu’à ce que le Vatican, «désorienté», demande aux évêques de France de faire le ménage chez eux.
Défenseur «des exclus et des sans-abris»
Après son éviction du diocèse d’Evreux, il est nommé à titre honorifique évêque «in partibus» de Partenia, un diocèse de Maurétanie disparu au Vème siècle. Mgr Gaillot fait alors de ce diocèse «virtuel» un instrument de défense des exclus (sans-papiers, SDF, etc). En septembre 2015, il avait été reçu par le pape François pendant près d’une heure, devant lequel il avait défendu la cause des divorcés, des homosexuels et des immigrés. «Au delà de certaines prises de position qui ont pu diviser, nous nous rappelons qu’il a surtout gardé le souci des plus pauvres et des périphéries», a déclaré mercredi soir à l’AFP la CEF.
Mgr Gaillot était né le 11 septembre 1935 à Saint-Dizier (Haute-Marne), fils de négociants en vins. Il était licencié en théologie et diplômé de l’Institut de liturgie, et fut ordonné prêtre en mars 1961, après avoir été mobilisé 28 mois en Algérie. «Jusqu’à encore récemment, il continuait à aller voir des prisonniers en prison, et était toujours président honoraire de Droits Devant!, association de défense des exclus et des sans-abris, qu’il avait créé notamment avec Jacques Higelin et le Professeur Schwartzenberg», a indiqué à l’AFP un proche de l’évêque.La rédaction vous conseille















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





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