
Il crepuscolo di Papa Francesco
James Carroll
Quando nove anni fa Jorge Mario Bergoglio fu eletto alla cattedra di San Pietro, nessuno immaginava che la sedia avesse le ruote. Ultimamente, però, Papa Francesco è stato visto più spesso su una sedia a rotelle che su un trono dorato – un problema di mobilità che ha scatenato speculazioni su un’altra dimissione papale. La prospettiva che Francesco si unisca a Benedetto XVI come secondo Papa emerito ha fatto agitare le lingue dei pettegolezzi vaticani, ma per il momento i sussurri degli addetti ai lavori rimangono speculazioni prive di fondamento. Tuttavia, l’apparente declino della salute e l’età avanzata di Papa Francesco (ha 85 anni) suggeriscono che stia entrando nel crepuscolo del suo pontificato, un momento in cui uno sguardo indietro al significato del suo governo può sembrare appropriato.
Qualsiasi valutazione di questo pontificato deve partire dallo stupefacente impatto positivo che Bergoglio ha avuto sulla Chiesa e sul mondo intero semplicemente in virtù non solo della sua attraente personalità, ma della sua palpabile bontà. La straordinaria effusione di affetto da tutto il mondo che lo ha accolto per la prima volta al momento della sua elezione non si è mai spenta, anche se le sfide della sua posizione hanno inevitabilmente complicato il modo in cui viene visto. All’inizio, l’evidente carisma del nuovo Papa è stato rafforzato da azioni e dichiarazioni che promettevano un pontificato che avrebbe cambiato il mondo e in modi importanti ha mantenuto la promessa. Seguendo la tradizione cattolica, si è opposto all’aborto e potrebbe appoggiare la decisione della Corte Suprema di rovesciare la sentenza Roe v. Wade, ma non ne ha mai fatto un punto focale. Invece, Francesco è diventato il fermo campione dei migranti assediati, un sostenitore della tolleranza per i discriminati, un critico del populismo xenofobo, un feroce oppositore del capitalismo del libero mercato che impoverisce legioni di persone, un sostenitore della mitigazione del cambiamento climatico, un difensore della scienza, un critico convinto della guerra.
Tale difesa ha fatto guadagnare a Francesco dei nemici, soprattutto all’interno della Chiesa, che sta vivendo una propria guerra culturale. I burocrati samurai della Curia romana, la struttura di governo del Vaticano, hanno rallentato gli sforzi del Papa non solo nello snellire l’amministrazione ma anche nel ripulire le corruzioni finanziarie. Alla fine dell’estate, Francesco illustrerà l’aspetto della sua Curia riformata – una trasformazione che includerà la possibile nomina di laici e donne come capi ufficio. Naturalmente, alcuni cattolici, tra cui vescovi e cardinali, che ancora rifiutano fermamente gli sforzi di riforma iniziati una generazione fa con il Concilio Vaticano II, hanno accolto le sue iniziative con critiche aperte, persino con sfida.
Ma sulla sfida più urgente che la Chiesa cattolica romana deve affrontare, Francesco è stato, ahimè, un difensore dello status quo disfunzionale, non un sostenitore della riforma necessaria e urgente. Al momento della sua elezione, Francesco si è trovato innanzitutto di fronte all’autodistruzione morale di una Chiesa dilaniata da scandali incessanti di preti che abusano di bambini e di vescovi che proteggono i predatori invece delle vittime. Le corruzioni del clericalismo – un ministero celibatario di soli uomini al servizio non del Vangelo o del popolo, ma del potere imperiale della gerarchia – erano state messe a nudo in tutto il mondo. Il clericalismo, radicato nelle pretese soprannaturali del prete cattolico, che lo distinguono da tutti gli altri, era la fonte generatrice delle sacrileghe trasgressioni clericali. Il problema era il potere, e lo è ancora. E Francesco alla fine ha schivato la lotta.
Nient’altro è paragonabile all’obbligo del nuovo Papa di affrontare l’illegalità che infetta il sacerdozio e la gerarchia, e con la sua dichiarazione del 2019 Vos Estis Lux Mundi (“Voi siete la luce del mondo”), è stato salutato dall’establishment ecclesiastico per aver fatto proprio questo. Ma i difetti fatali del decreto nella sua risposta all’insabbiamento degli abusi dei preti sui bambini e su altre persone sono stati presto evidenti: le sue nuove strutture di responsabilità non richiedevano alcuna divulgazione pubblica, non imponevano alcuna denuncia alle autorità civili a meno che la legge civile non lo richiedesse, e non richiedevano alcuna partecipazione dei laici nel giudizio sui crimini di preti e vescovi. Il difetto più evidente (e che protegge i chierici) della Vos Estis è che impone l’auto-polizia ecclesiastica: i vescovi che indagano sui loro colleghi vescovi; la denuncia dei crimini dei preti non alle autorità civili, ma agli uffici ecclesiastici da tempo complici; il Vaticano da solo a determinare le punizioni. Chi sa quanti prelati complici sono stati in qualche modo disciplinati da questa politica? A tre anni di distanza, con il periodo di prova di Vos Estis terminato il 1 giugno, il Vaticano non ha rivelato nulla sui vescovi indagati, accusati o puniti in base alle sue procedure. Le regole dell’omertà.
Papa Francesco ha denunciato il clericalismo, la malignità che ingenera, ma non ha fatto nulla per sradicare le sue fonti nel ministero maschile, sessualmente repressivo e nel sistema autoritario di potere ecclesiastico a cui quella cultura clericale è essenziale. E Francesco non ha fatto nulla per fare i conti con la misoginia che sta alla base dell’insegnamento cattolico su tutto, dal controllo delle nascite alla biologia della riproduzione allo scopo del matrimonio. Le nozioni disumane sulla sessualità, nate da un’errata lettura della storia di Adamo ed Eva e rafforzate da teologi come Sant’Agostino, sono al servizio della sottomissione femminile. Questa supremazia maschile è moralmente equivalente alla supremazia bianca. Eppure, per i funzionari della Chiesa e per la maggior parte dei cattolici, rimane incontrastata.
Francesco ha definito il tema dell’ordinazione femminile una “porta chiusa” e ha detto un sonoro “No!” ai sacerdoti sposati. Quando, ad esempio, i vescovi della regione pan-amazzonica hanno votato a stragrande maggioranza nel 2019 per chiedergli di ammettere al ministero i diaconi sposati come modo per superare la grave carenza di preti della regione, Francesco ha rifiutato persino di rispondere alla richiesta. I vescovi dell’Amazzonia, cioè, gli hanno presentato un’occasione d’oro per fare un passo, seppur piccolo, verso lo smantellamento della cultura tossica del clericalismo – un’opportunità che nasce dal basso, che affronta un grave problema pastorale e che fa avanzare un diaconato, una forma sussidiaria degli ordini sacri, che i suoi immediati predecessori avevano già proposto come strumento di cambiamento. In effetti, questo approccio avrebbe potuto anche aprire la strada all’ammissione delle donne ai ranghi degli ordinati. Ma Francesco ha lasciato intatto il ministero maschile e celibe, e con esso l’anima del clericalismo – la piramide del potere ecclesiastico, la struttura degli abusi.
Ecco la tragica ironia: ciò di cui il mondo aveva più bisogno da Jorge Mario Bergoglio quando nove anni fa indossò la mitica tonaca bianca non era il suo intervento empatico in questioni secolari, per quanto urgenti, ma il suo fermo sostegno alle riforme all’interno della Chiesa cattolica. Non riuscendo in questo intento, egli rafforza all’interno del cattolicesimo le tendenze e i valori che più osteggia al di fuori di esso. Francesco inveisce contro la disuguaglianza, eppure la disuguaglianza definisce l’essere della Chiesa. È il tribuno dei poveri, ma proteggendo lo status di seconda classe delle donne, sostiene un motore mondiale di povertà.
Negli anni trascorsi da quando Francesco è diventato Papa, la democrazia stessa è stata sottoposta a un assedio senza precedenti. Persino gli Stati Uniti si stanno dimostrando vulnerabili a questo pericolo. Le riforme avviate dal Concilio Vaticano II di Papa Giovanni XXIII rappresentavano un tentativo, da tempo in atto, della Chiesa cattolica di riconciliarsi con i valori democratici. Ciò è stato fortemente simboleggiato dai cambiamenti nella Messa cattolica, ora celebrata nelle lingue di tutti i giorni anziché in latino e centrata non su altari ma su tavoli. Il patriarcato cominciò a cedere il passo alla democrazia. Ma proprio per questo motivo, il movimento è stato ostacolato da prelati protettori del potere. La loro ostruzione è continuata senza sosta per mezzo secolo.
Se Francesco avesse effettivamente rivitalizzato quelle riforme ecclesiastiche ben avviate – l’uguaglianza per donne e uomini, un laicato potenziato, un ministero sacramentale di servizio invece che di dominio – sarebbe emerso come ciò di cui il mondo ha più bisogno in questo momento, un profeta del bene comune democratico. Pensate: più di un miliardo di cattolici, che attraversano ogni confine del pianeta, finalmente arruolati a pieno titolo – in virtù delle rinnovate strutture della loro stessa istituzione – nella lotta per l’uguaglianza umana, sancita dall’autogoverno. Radicato non nel sogno moderno del liberalismo democratico, ma nello spirito di solidarietà radicale visto per la prima volta in Gesù Cristo, questo sarebbe un recupero religioso più che una rivoluzione politica. Invece, la Chiesa cattolica, nel suo irriducibile rafforzamento del potere clericale, è bloccata sul lato sbagliato della grande richiesta morale del XXI secolo.
Il fatto che una figura coraggiosa come Papa Francesco abbia finora fallito in questa grande responsabilità mette a nudo la profonda disfunzione del clericalismo, che sta uccidendo la Chiesa e tradendo Gesù Cristo. Le esitazioni del Papa sono segni della pressione a cui è stato sottoposto, non solo dai suoi nemici reazionari, ma anche dalla sua stessa vita nel ministero. È prigioniero del clericalismo che denuncia in linea di principio, ma non in pratica. Data la portata del suo rifiuto intenzionale, c’è da chiedersi: quest’uomo è semplicemente un autocrate nel cuore?
Coloro che amano Papa Francesco dovrebbero pregare che questa figura complicata risolva la sua ambivalenza in favore del cambiamento anche nel suo papato in declino, comunque si concluda. Ma il fatto che tale trasformazione sia stata alla sua portata, in questi nove anni, offre una sorta di speranza. Dopo tutto, Francesco ha nominato una maggioranza significativa dei cardinali che avranno il potere di eleggere il suo successore. Anche se è poco probabile, il meglio del suo spirito potrebbe continuare a vivere. Ciò dipenderà, tuttavia, più dalla volontà del popolo che dalla determinazione degli ecclesiastici. Ispirati da ciò che il papa argentino ha promesso, i cattolici ostinatamente fedeli, abbracciando un anticlericalismo dall’interno, possono ancora insistere sulla realizzazione di quella promessa. L’eloquio umile, egualitario e profondamente speranzoso con cui Papa Francesco ha iniziato può ancora essere la luce guida della Chiesa, andando avanti.
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Articolo pubblicato il 26.06.2022 nel sito Politico Magazine (www.politico.com )
Traduzione di Paola Lazzarini Orrù















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





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