
AI PRETI CHE HANNO PAURA DEI MIGRANTI
20 agosto 2019 – Penipe (Equador) don Vinicio Albanesi
Sto scrivendo dall’Ecuador in un piccolo paese delle Ande, per festeggiare i 30 anni della fondazione di una nostra Comunità di disabili, intitolata “Jesús resucitado”.
Ho seguito le vicende che hanno coinvolto il parroco di Sora per la festa di san Rocco, il 16 agosto, nell’omelia contro gli immigrati e le sue scuse. Ho riascoltato le sue parole che trascrivo letteralmente:«Voglio essere polemico; ma non sono sulle navichesivanno a soccorrere persone che hanno telefonini oppure catenine, catene al collo e dice che vengono dalle persecuzioni; quali persecuzioni? Guardiamoci intorno: guardiamo la nostra città; guardiamo la nostra patria; guardiamo le persone che ci sono accanto che hanno bisogno e io quante ne conosco; sono tante, tantissime, sono una marea di persone che si vergognano del loro stato di povertà (?) perché non si può vivere in questo modo, con queste disuguaglianze. C’è bisogno veramente di una giustizia, ma non di una giustizia a tempo, di una giustizia che diventa ingiusta. Abbiamo bisogno veramente di vivere la grazia di Dio».
Limitati e senza storia
Da confratello, le sue parole fanno rabbrividire. Con la dovuta carità, occorre però esprimere il proprio dissenso: profondo, senza sconti, perché è immagine di altri don che pensano come lui – (quanti?) -, pur sentendosi “in grazia di Dio”.
Da un punto di vista culturale, il rischio per noi preti è la banalità. Basterebbe abbonarsi a una qualche rivista missionaria (Nigrizia, Missione oggi, Mondo e missione…) per conoscere la situazione sociale, economica e politica dei paesi da dove provengono gli immigrati e cambiare opinione. Non seguendo le storie del mondo, si cade nel vociare corrente, con linguaggi da cortile e da bar.
Nel 2018 sono morti 40 preti martiri, la maggior parte dei quali in Nigeria e in Messico. Non leggendo, non aggiornandosi, non viaggiando, prevale il non pensiero, nonostante l’età. Trasferirlo in un’omelia è tragico.
Non fa storia nemmeno la memoria della nostra gente che ha vissuto migrazioni all’estero (Argentina, Venezuela, Stati Uniti…) oppure in Italia dal sud al nord: compatiti, sfruttati, derisi. Nemmeno i don del nord si ricordano della povertà, della tubercolosi, della pellagra… Se sfogliassero il libro dei defunti di qualche decina di anni fa, si accorgerebbero che un tempo morivano molti neonati per malattie comuni.I nostri ragazzi e ragazze oggi si allontanano per cercare lavoro: per gli americani, gli inglesi, i tedeschi, gli svedesi siamo “pizza e mafia”.
Parola senza passione
Religiosamente siamo diventati cantastorie. Il Vangelo – la parola di Dio – è stato ridotto a favole: la donna cananea guarita…, mi avete dato da mangiare…, il Signore protegge lo straniero…, il buon samaritano…scivolano via con ripetizioni triennali, sempre uguali, sempre più insignificanti, sempre meno vere.
Domenica scorsa abbiamo letto al Vangelo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!». Siamo, invece, diventati ripetitori. La parola di Dio si è nascosta nell’intimità di ognuno con le proprie interpretazioni. Ci è statarubata,annacquata,stravolta. È stata inghiottita nell’interpretazione superficiale corrente. Le nostre opere di carità assomigliano all’elemosina dei Principidel Rinascimento o dei liberali dell’ottocento. Addirittura siamo stati superati da alcuni manager americani che hanno richiesto più etica nel mondo delle imprese e della finanza.
Continuando di questo passo, le nostre chiese vuote andranno demolite, perché nessuno le vorrà, nemmeno a regalo: troppocostoseperessere mantenute. Pur di racimolare qualche segno di cristianità, qualcuno ha inventato, d’estate, il rinnovo del battesimo all’alba in riva al mare o il cioccolato caldo con cornetti, d’inverno. Povero Cristo che viaggia con angoscia verso Gerusalemme – racconta il Vangelo di Luca – dove l’aspettano la passione e la morte.
Un papa fastidioso
Politicamente non abbiamo più nulla da dire. Mediando, mediando è prevalso il mercantile, la finanza, gli interessi di pochi contro tutti. In compenso ore e ore di tv, di siti, di promozioni e di pubblicità per essere senza rughe, senza pancia, senza età. Ci siamo allineati a pifferai che promettono meno tasse, più pensioni, più elargizioni, con l’illusione del benessere.
Nel frattempo, c’è chi raccoglie pomodori (tra poco l’uva o le mele) a 3 euro l’ora, senza voler conoscere chi è vittima. Eppure l’economia è a somma zero: chi guadagna e chi perde. Il Vangelo indica di stare dalla parte di chi perde.
La nostra patria è il regno dei cieli elo si raggiunge con le beatitudini. Ci infastidiscono le parole del papa che richiama l’attenzione alla vita, alle migrazioni, al creato. Dicono che non sia teologo, non sia moralista, troppo populista e troppo misericordioso. Fortunatamente è evangelico e Dio lo conservi.
Difficile per noi tutti predicare il Vangelo. Paolo VI parlava di una nuova evangelizzazione. Siamo prima. La nostracultura non solo è fluida, è anche ossessiva. Il personalismo esasperato ha distrutto le radici del senso della vita. Inseguiamo sogni suggeriti da mercanti che diventano attese, per ritrovarsi nel nulla, perché si moltiplicano fino a che la natura non dica «basta così».
Non possiamo essere tolleranti: invocare sicurezze solo per noi; chiudere gli occhi al mondo che soffre, non cercare le cause del male. Nessuna rivoluzione parolaia: almeno non disperdere il senso profondo della fede che ci guida. Vale per il bene personale e per quello collettivo.
Ci salva l’umiltà
Le parole di Cristo aiutano a porre domande; a indicare ciò che è eterno e indistruttibile, a ciò che è bene, come suggerisce san Paolo: «deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12,1).
A noi spetta dare continuità tra parole e vita, tra riflessioni e comportamenti. Senza imporre, ma almeno dando testimonianza. Dio ci perdoni perché ne abbiamo almeno preso coscienza, senza impegnarci adeguatamente. Ci rimprovererà, ma l’umiltà per le nostre pochezze ci salverà.
don Vinicio AlbanesiPenipe (Equador), 20 agosto 2019















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





Commenti recenti