
NON POSSIAMO PREGARE (un) DIO PER AVERE LA PACE.
Se preghiamo (un) Dio per avere la pace vuol dire che partiamo dalla convinzione che ce la possa regalare. Ma in questo caso non possiamo non chiederci perché per concederla non solo a noi ma anche a russi, ucraini, palestinesi, siriani curdi, bambini dello Yemen, si permetta il lusso di attendere le nostre invocazioni, lasciando che intanto PRIMA uno tsunami immenso abbia condotto a morte un’infinità di innocenti (ma anche di colpevoli).
Che Dio sarebbe un dio così narcisista e tanto spietato da aver bisogno delle nostre preghiere per concedere la pace? È la stessa domanda che ci eravamo fatti quando eravamo tentati di invocarlo per ottenere la fine della pandemia: se poteva farlo, perché non l ha fatto prima?… No, di un dio così non possiamo aver bisogno. E se un Dio teniamo nel nostro cuore come orizzonte che ci chiama a un futuro nuovo e diverso, allora – ma questo l’abbiamo già detto molte volte- se non vogliamo attribuirgli anche la crudeltà di esser così pigro, lento e narciso, non possiamo che spogliarlo dell’attributo dell’onnipotenza. E questo cambia molte cose.
Per esempio il pregare per la fine della guerra, di tutte le guerre, vuol dire magari semplicemente un’altra cosa: e cioè riconoscere pubblicamente (come fanno le chiese coi loro riti, ma anche i singoli nell’intimo della propria coscienza) che da soli non ce la facciamo, non abbiamo le forze né gli strumenti operativi, per darcela da soli questa pace. È l’ ammissione frustrante della nostra impotenza che non vuole però rinunciare a sperare. A sperare cosa? Un evento nuovo, imprevisto e imprevedibile, una congiuntura (gli antichi pensavano quella degli astri) che non siamo noi a poter decidere.
In fondo, il desiderio del Nuovo Imprevedibile è la versione laica del racconto della Resurrezione. I Vangeli quando dicono che Gesù è risorto attestano il desiderio dei discepoli non solo dell’Improbabile, ma addirittura dell’Impossibile. Tutti noi siamo, prima o poi, “desiderio dell`Impossibile”.
Che Dio sarebbe un dio così narcisista e tanto spietato da aver bisogno delle nostre preghiere per concedere la pace?
Per tragica coincidenza, le ore, i giorni in cui, frustrati e continuamente delusi dagli eventi, preghiamo per la pace (o anche solo l’auspichiamo) vengono a cadere nel tempo della Pasqua: per eccellenza suprema il tempo della Resurrezione, dell’Improbabile, dell’impossibile che tuttavia – secondo Maddalena e gli altri- accade.
Sono queste anche le ore in cui quasi tutti (cosiddetti credenti cosiddetti religiosi, ma anche cosiddetti atei, agnostici, scettici così via) ci scambiamo gli “auguri”, magari anche solo per affetto o tradizionale cortesia. Ma cosa sono gli auguri? Un’eredità della religione etrusco-latina che pretendeva di leggere nel volo degli uccelli i segni del futuro. Ma se noi oggi guardiamo al cielo gli uccelli che vediamo volare quali sono? Eccoli, indubitabilmente atroci e funesti: sono i missili che portano morte sulle scuole, sugli ospedali, sulle navi, che cancellano intere città. È questo che vedono gli àuguri oggi, cioè gli osservatori (i cronisti, le telecamere).
E allora che augùri possiamo trarre da questi voli di morte che attraversano il nostro cielo? Augùri negativi, tristi, mortali, come spesso rivelavano i sacerdoti del tempio romano. Inutile illuderci. Anche se prima o poi un cessate il fuoco dovrà pur arrivare, la guerra guerreggiata sarà ancora lunga e crudele. E la non-pace di poi richiederà decenni per smaltire gli odi sedimentati nei popoli. In fondo anche noi italiani abbiamo fatto la guerra con austriaci, tedeschi, francesi, eppure oggi non ci viene più in mente di ucciderci a vicenda…
È questo che penso: sì, facciamoci pure gli auguri, ma sapendo che non possiamo far altro che avere uno sguardo lungo, sapendo che non avverrà la pace per prodigio del cielo. Sarà una fatica lenta condotta dagli uomini e dalle donne (come si dice in linguaggio religioso) “di buona volontà”, mentre dolore lutti e atrocità continueranno a perseguitare chi oggi è vittima e speriamo non cerchi domani vendetta.
Perché la guerra, anche questa perfida guerra Putin versus Ucraina, non é nata da un giorno all’altro per la perfidia di pochi, e neppure da un anno all’altro. È anche l’esito di storie secolari in cui si mescolano fattori economici e ideologie, religioni cristiane contrapposte, caratteri e antropologie molto differenti fra loro, secolari transiti e migrazioni di popoli, conflitti di classe interni alle singole comunità nazionali, fallimenti storici e risorgenti sogni di potenza.
Non aspettiamoci perciò alcun miracolo da un giorno all’altro. E neppure illudiamoci che gli anatemi di Francesco contro armi ed armati, gli appelli in piazza e in rete per la pace, le discussioni ideologiche tra fronti contrapposti, le marce e le veglie per la pace, le perorazioni a favore dei sacri principi di civiltà e umanità (peraltro indispensabili a tener viva la speranza e magari anche l’utopia) possano far più fretta a quel magma di forze, interessi, umori collettivi, culture diversissime che con una parola chiamiamo “la Storia”.
Questa è l’unica storia che abbiamo, è qui che siamo “piantati” (come diceva don Mazzolari inchiodato nella soffitta della sua canonica nell’inverno del 44, con i tedeschi accampati al piano sottostante) e non esiste un’altra storia umana nella quale, delusi, frustrati, atterriti, amareggiati per le troppe nefandezze cui dobbiamo assistere, possiamo rifugiarci.
Anche l’uomo di Nazareth, nel Getsemani, chiese che il calice amaro gli fosse risparmiato ma poi si rese conto che neppure il suo Dio, sul quale aveva tanto contato, aveva la possibilità di allontanarlo dalle sue labbra riluttanti. E salendo al Calvario, lui che era sicuro di poter contare su legioni di angeli, non ne udì neppure il fruscio di un’ala venuta dal cielo a salvarlo.
Non crediate che io voglia indurre a una triste, passiva rassegnazione. Voglio solo dire che è proprio in epoche come questa tanto funesta che stiamo vivendo che abbiamo bisogno di una grande forza e di un immenso coraggio.
Non aspettiamoci perciò alcun miracolo da un giorno all’altro.
Pur sapendo che non siamo noi a decidere, pur afflitti da un debilitante senso di frustrazione e di impotenza, possiamo anche noi resistere senza capitolare alla disperazione, facendo quel nulla che possiamo per soccorrere il dolore e chiedere una pace che non sia capitolazione incondizionata, foriera di altre efferate repressioni e violenze. Purtroppo, così ci insegna la realtà, non possiamo sperare la più perfetta delle paci ma solo una pace ancora una volta fragile precaria e vulnerabile, ma che è pur sempre meglio di ogni guerra.
Avremo (quando? fra un anno? sarebbe già un grande risultato, probabilmente impossibile) una pace “sporca”, probabilmente meschina e anche per molti aspetti ingiusta.
Anzi, per dirla tutta, sarà solo un precario e temporaneo equilibrio fra le forze e non esattamente il Paradiso in Terra e neppure la pace eterna universale prefigurata troppo ottimisticamente da Kant più di due secoli fa.
No, non verranno miracoli dal cielo e neppure schiere di angeli a portarci la pace, non verranno geniali strateghi o capi di stato… Però non ci é negata la possibilità di attenderla per mano dell’uomo. Una pace imperfetta ma ugualmente preziosa. Non disperiamo, nonostante tutto.















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





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