
Eugenio Melandri, sempre a fianco degli ultimi
29 ottobre 2019
Missionario poi parlamentare europeo, sospeso a divinis a causa della candidatura. Era stato appena reintegrato nella Chiesa cattolica una settimana fa, dopo 30 anni
Se pure, stando alla consapevolezza della nostra costitutiva finitudine oltre che alla parola sapiente del Qohelet, c’è un tempo per ogni cosa, resta difficile comprendere se questo – segnato dalla morte di Eugenio Melandri – sia il tempo di piangere un amico che ora è altrove o quello di rendere grazie per la vita buona e piena che gli è stata concessa. Sì, perché mi riesce faticoso sottrarmi alla suggestione che dalla sua esistenza (le sue tante esistenze, vorrei dire) sarebbe semplice ricavare la trama di un film; e di un film, nonostante tutto e a dispetto del Drago che l’ha aggredito un anno e mezzo fa, a lieto fine.

Appena una settimana prima di domenica 27 ottobre, infatti, Eugenio ha celebrato la sua seconda prima messa – rubo la definizione a don Zeno di Nomadelfia, un prete suo corregionale e come lui ripieno di radicalismo evangelico – dopo trent’anni, nella sua Romagna, circondato dall’affetto degli amici di sempre e dei missionari saveriani, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale. Grazie all’intercessione di papa Francesco e del neocardinale Matteo Zuppi, si è scritto: e se tecnicamente l’osservazione è senz’altro corretta, credo sia legittimo sostenere che non si è trattato di riabilitare un figlio prodigo smarritosi lungo una via sbagliata, ma piuttosto di restituire alla sua dimensione più autentica una chiesa finalmente in grado, roncallianamente, di re-imboccare la strada della medicina della misericordia e non quella del bastone e della condanna. Dando un’altra prova provata, fra parentesi, che il pellegrinaggio di Bergoglio per le esperienze profetiche della cattolicità italiana che lo ha condotto a Loppiano e Nomadelfia, a Barbiana e Bozzolo, non è stato un belletto a poco prezzo per recuperare consensi, bensì l’indicazione di una traiettoria precisa di come oggi sia possibile vivere la pur faticosa radicalità evangelica; quel papa che, un anno fa, a Santa Marta, ti aveva stretto forte la mano mentre emozionatissimo gli raccontavi di te, e che, sorridendo, ti aveva detto: “Hai fatto bene!”.
Del resto, Eugenio è stato sempre, in tutti i suoi giorni, un missionario, come aveva scelto di essere. Lo divenne, beninteso, in una stagione storica e culturale in cui le ragioni tradizionali della missione ad gentes stavano sbriciolandosi: per cui si trattava, per rimanere fedeli al dettato delle Beatitudini, di salpare con la propria barca in mare aperto, senza più la protezione delle antiche formule che avevano raccontato la realtà, dalla chiesa società perfetta a fuori della chiesa non c’è salvezza. Così, è stato per lui normale sparigliare le carte dirigendo il mensile Missione oggi mescolando le battaglie pacifiste e quelle ecologiste con un Gesù controcorrente, umanissimo e combattente; farsi eleggere al Parlamento europeo, pagando consapevolmente il prezzo di una sospensione a divinis e una riduzione allo stato laicale, e portare lì le sue lotte contro il commercio delle armi (penso al tuo libro del 1988 Bella Italia, armate sponde), per un’Europa dei popoli e per una rinnovata cooperazione internazionale; recarsi in una Sarajevo assediata con cinquecento compagni, fra cui il vescovo don Tonino Bello, per proclamare la profezia di una pace impossibile a occhi umani; inventarsi campagne e riviste, da Senza confine a Chiama l’Africa a Solidarietà internazionale, per ripetere, una volta di più, l’urgenza di sguardi ampi e vedute lunghe, in questo tempo malato di narcisismi, razzismi e individualismi senza fine. No, caro Eugenio, non sei stato un prete rosso, come ti hanno definito quei media che hanno bisogno di titoli a effetto, ma, semplicemente, un prete e un missionario vero, sin da quando partisti dalla tua Brisighella, disposto a tutto per testimoniare con il tuo stile di vita le due ragioni che ti hanno mosso costantemente: la forza storica dei poveri e l’audacia incapace di compromessi del vangelo. Gracias a la vida, allora, come ti piaceva siglare i tuoi resoconti della lotta contro il Drago, per averti incrociato, esserti stato vicini e voluto bene.
Con un forte, forte abbraccio. Hai fatto bene!















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





Commenti recenti