
Dopo Sprar, la Chiesa in campo. La sfida della diocesi di Locri
Reportage. Dopo Sprar, la Chiesa in campo. La sfida della diocesi di Locri
Antonio Maria Mira inviato a Locri sabato 12 gennaio 2019
Da Monasterace a Caulonia, da Sant’Ilario a Gioiosa Jonica, la lunga fila di chi non ha più una casa. Ma anche degli operatori italiani senza lavoro
Dopo Sprar, la Chiesa in campo. La sfida della diocesi di Locri
Chiudono o si svuotano gli Sprar della Locride. E non solo quello più famoso di Riace, ma tutti i 12 centri di accoglienza e integrazione dell’area ionica reggina. È la grave conseguenza del decreto sicurezza che permette l’accesso agli Sprar solo a chi ha avuto riconosciuto l’asilo. Gli altri restano fuori. A partire da quelli col permesso di soggiorno per motivi umanitari, ora abolito. Non entrano e così gli Sprar, che qui in Calabria hanno ripopolato paesini e creato posti di lavoro, vanno verso il fallimento. Anche se si vorrebbe trasferire in queste strutture parte degli immigrati della baraccopoli di San Ferdinando.
Per ora con risultati zero. Così si muove la Diocesi di Locri-Gerace fornendo agli immigrati usciti dagli Sprar o mai entrati quei servizi di integrazione che lo Stato non garantisce più. Ancora una volta la preziosa supplenza della Chiesa al fianco dei più deboli e fragili. È il progetto di prevenzione e inclusione ‘Insieme si può’ promosso dalla Caritas diocesana in collaborazione col Centro diocesano per la Pastorale familiare ‘Amoris laetitia’ e il Centro di aggregazione ‘Fiori gioiosi’ dell’Associazione comunità Papa Giovanni XXIII. Un progetto che integra gli immigrati e aiuta i calabresi.
Perché i giovani stranieri dopo una specifica formazione opereranno anche a favore delle famiglie con figli disabili. Una risposta allo slogan ‘prima gli italiani’. Il progetto della durata di otto mesi è per ora partito con quattro giovani, uno dei quali sordomuto per una bomba in Libia, che altrimenti sarebbero finiti per strada o nella baraccopoli di San Ferdinando.
Poi si proseguirà con altri quattro. Una piccola, ma preziosa iniziativa, finanziata dalla Diocesi con propri fondi, in una situazione che sta diventando drammatica per il sistema Sprar. Anche per i tanti posti di lavoro che si stanno perdendo. Basta scorrere i numeri e tutto appare con chiarezza.
Lo Sprar di Ardore ha già dovuto chiudere ma altri si stanno svuotando perché dopo il decreto Salvini non arriva più nessuno. In quello di Monasterace, gestito dal Consorzio Goel, i posti finanziati dal ministero fino al 31 dicembre 2020 sono 25 ma quelli in realtà occupati sono solo 3. Due sono in uscita oggi, il terzo il 13 gennaio.
Se non ne arriveranno altri ben 12 persone perderanno il lavoro. Va appena meglio nello Sprar di Caulonia, gestito dalla cooperativa Pathos. I posti assegnati dal ministero sono 75, quelli occupati 70 ma 40 di loro dovranno lasciare il progetto nelle prossime due settimane. Dipendenti a rischio 16.
A Sant’Ilario dello Jonio, ente gestore cooperativa Eurocoop, tutti e 19 gli immigrati accolti, su 25 posti assegnati, usciranno entro il 24 aprile. A rischio 9 posti di lavoro. Così in tutti gli Sprar. Molto particolare la vicenda di Gioiosa Ionica, 46 presenti su 75 posti. Alcuni in proroga in attesa dei documenti, ma una volta arrivati dovranno uscire. L’ultimo ingresso è stato ad agosto con due persone. «Poi – ci dice il sindaco Salvatore Fuda – il 19 dicembre la prefettura di Reggio Calabria ci ha comunicato l’inserimento di dieci immigrati provenienti dalla baraccopoli di San Ferdinando. Ma non è arrivato nessuno. Quindi, dopo una settimana, come prevede la legge, l’inserimento è decaduto».
Cosa è successo? «Abbiamo chiamato la prefettura che ci ha detto che hanno avuto difficoltà a rintracciare i ragazzi. Ora stanno nuovamente facendo il lavoro di chiamata per chiedere se vogliono entrare negli Sprar. E faranno un nuovo invio. Ma molti di loro anche se hanno la possibilità non si vogliono inserire. Se hanno già la protezione preferiscono restare là dove c’è lavoro. Mentre qui lavoro non c’è. E ora è a rischio anche quello dei nostri 16 operatori».
E il sindaco si sfoga. «Il decreto sta provocando di fatto uno svuotamento. Così alla fine diranno che non c’é più l’esigenza degli Sprar. E tutti finiranno nei Cas e nei Cara o li manderanno alla fortuna nelle grandi città a occupare qualche luogo abbandonato. Poi toccherà ai sindaci occuparsene come problema di sicurezza».
E allora diventa davvero preziosa l’iniziativa della diocesi che, si legge nel progetto, vuole «fornire due risposte, una dove l’immigrazione diventa risorsa e sostegno per tutti, anche per i più deboli sempre più dimenticati dal sistema, l’altra di aiuto e sostegno ai migranti in cerca di una nuova dignità». Inoltre, si legge ancora, «coinvolgere i giovani migranti in percorsi formativi di sensibilizzazione alla disabilità è un ulteriore elemento d’inclusione sociale, dimostrando al territorio intero che insieme, indipendentemente dalla nazionalità, è possibile dare risposte anche alle molte famiglie di minori diversamente abili che vivono in condizioni di indigenza».
E i risultati dopo poche settimane già si vedono come ci spiega Silvia Ali, referente del progetto. «Sono una spugna, hanno una voglia di apprendere incredibile. E lo fanno fianco a fianco con ragazzi disabili, con molti momenti comuni».















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





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