VIA DALL'IRAQ

 

 

Traduzione in italiano dell'articolo di Erik Leaver sulla fine dell'occupazione USA (The Nation,11/10/04),  pubblicato da ADISTA (N 72).

10 MOTIVI PER ANDARSENE

LA FINE DELL’OCCUPAZIONE USA È IL PRIMO PASSO PER RISOLVERE LA SITUAZIONE IN IRAQ. PER DIECI OTTIME RAGIONI

L’occupazione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti è la causa della violenza, non certo la soluzione alla violenza e al crescente numero di morti che hanno fatto seguito all'invasione. Durante la rivolta guidata da Moqtada Al-Sadr a Najaf, come per le innumerevoli altre battaglie combattute all'interno dell'Iraq, le autorità di Washington hanno compiuto una errata valutazione della situazione militare e politica. L’amministrazione Bush ha strumentalizzato i combattimenti come giustificazione per il mantenimento della presenza delle forze militari straniere. Tuttavia, è precisamente la presenza delle forze militari straniere ad essere la causa principale dell'instabilità. La conclusione dell'occupazione statunitense con il rientro in patria delle truppe è oggi il primo passo per porre fine all’incubo dell'Iraq.
La maggior parte degli iracheni è d’accordo. In un sondaggio del giugno scorso, il 55 per cento di loro si è opposto alla presenza di forze Usa nell'Iraq. Mentre gli iracheni hanno incoraggiato il rovesciamento del brutale regime di Saddam Hussein, non hanno sottoscritto l'occupazione militare straniera che gli si è sostituita. Ora è tempo che gli iracheni scelgano un'alternativa. Qui ci sono 10 cogenti motivazioni per le quali gli Stati Uniti dovrebbero andare via dal Paese.

1) I costi umani continuano a crescere.
Il 7 settembre il tributo di morti pagato dai soldati degli Stati Uniti ha raggiunto quota 1.000. Il segretario della difesa Donald Rumsfeld ha riconosciuto che l'insurrezione in Iraq diventerà probabilmente ancora più violenta. Ma mentre il tributo di morti di parte americana ha prodotto titoli di giornali che hanno fatto il giro degli States, il numero crescente di morti irachene, almeno dieci volte più alto, ottiene scarsa attenzione. I militari Usa rifiutano di monitorare o persino di stimare il numero di incidenti che coinvolgono civili iracheni. Come ha detto il gen. Tommy Franks parlando della filosofia che ha ispirato il Pentagono durante il recente conflitto in Afghanistan: "non facciamo il conteggio dei corpi".

2) Gli iracheni non stanno meglio
Mentre il rovesciamento del dittatore Saddam è stato per molti iracheni un evento positivo, le vie di Baghdad ed altre città rimangono pericolose zone di guerra. L'acqua pulita, l'elettricità e perfino la benzina in questo Paese ricco di petrolio sono più scarsi che durante gli anni bui delle sanzioni economiche. Le donne affrontano nuove limitazioni e nuovi pericoli. La democrazia, la libertà ed i diritti dell'uomo sembrano ormai lontani. E l'Iraq rimane occupato da 160.000 soldati stranieri, con tutto l’oltraggio che un'occupazione militare comporta.

3) La guerra sta portando l’America alla bancarotta
Il disavanzo del bilancio federale relativo a quest'anno raggiungerà un nuovo record: 422 miliardi di dollari. Il mix portato avanti dall’Amministrazione Bush di investire massicciamente sulla guerra e di tagliare le tasse ai ricchi ha significato meno soldi per la spesa sociale. Il preventivo fiscale per l’anno 2005 dell’Amministrazione Bush propone profondi tagli ai programmi interni. Inoltre congela virtualmente i fondi per i progetti opzionali interni tranne che per la sicurezza nazionale. Fra i programmi che l’attuale amministrazione cerca di eliminare: finanziamenti alle low-income schools (scuole caratterizzate da una maggioranza di studenti provenienti da famiglie a basso reddito) ed il family literacy (progetti di alfabetizzazione rivolti all’intero gruppo familiare); il Community Development Block Grants (un programma federale che si propone di sviluppare comunità urbane vitali ed espandere le opportunità economiche locali, specie per persone di medio-basso reddito, ndT); il Rural Housing and Economic Development (progetto per lo sviluppo dell’edilizia e delle attività economiche nelle aree rurali); e gli Arts in Education grants (finanziamenti a scuole e organizzazioni no-profit per la formazione dei giovani nelle discipline artistiche).

4) I profitti di guerra della Halliburton
Il processo di ricostruzione americano dell'Iraq ha prodotto costi sia per gli iracheni che per gli statunitensi. Invece di ampliare l’autonomia di decisione degli iracheni finanziando contratti per mettere alla prova il commercio locale, impegnandosi ad attenuare l’enorme piaga della disoccupazione all'interno dell'Iraq, il governo degli Stati Uniti ha favorito le ditte Usa con forti legami politici. I maggiori contratti, del valore di miliardi di dollari, sono stati assegnati con una concorrenza limitata o del tutto assente. I revisori dei conti americani ed i mezzi di informazione hanno documentato numerosi casi di frode, spreco e incompetenza. I problemi più rilevanti hanno riguardato la Halliburton, un tempo società del vice presidente Dick Cheney e più grande destinataria dei contratti relativi all’Iraq.

5) "La coalizione internazionale" è in fuga
"La coalizione", da sempre più rilevante per il suo valore simbolico che per il suo peso militare, si sta sgretolando. Poiché l’impatto viene avvertito più a livello politico che militare, la pretesa dell’Amministrazione Bush di "guidare una coalizione internazionale" in Iraq è sempre più indifendibile. Otto nazioni hanno già lasciato la coalizione e molti altri Paesi hanno ridotto i loro contingenti. Singapore ha lasciato soltanto 33 soldati su 191 e il contingente della Moldova è sceso a 12 soldati.

6) Si è accelerato il reclutamento ad Al Qaeda
La guerra contro l'Iraq sta rendendo i cittadini degli Stati Uniti più vulnerabili agli attacchi terroristi in patria ed all'estero.

Secondo l'Istituto internazionale per gli studi strategici che ha sede a Londra e che rappresenta la fonte più conosciuta e autorevole di informazioni sul trend e le potenzialità del settore militare a livello mondiale, la guerra in Iraq ha incrementato il reclutamento ad Al Qaeda ed ha reso il mondo meno sicuro. L’Istituto stima l’attuale numero dei membri di Al Qaeda presenti nel mondo in 18.000 unità, con 1.000 attivi in Iraq e afferma che l'occupazione è diventata un "potente pretesto di reclutamento globale" per l'organizzazione; ha diviso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dai loro alleati e li ha indeboliti nella guerra contro il terrorismo.

7) La guerra sta privando le nostre comunità di personale d’emergenza
Dall'inizio delle guerre in Iraq e Afghanistan, 364.000 riservisti e truppe della Guardia Nazionale sono stati chiamati a prestare servizio militare. Solo questa primavera, 35.000 nuovi soldati della Guardia Nazionale sono stati trasferiti in Iraq. Il loro schieramento pone un onere particolarmente gravoso sulle loro comunità locali, perché molti di loro prestano servizio come personale d’emergenza, compresa polizia, pompieri e personale medico di pronto intervento. Un sondaggio condotto dal Police Executive Research Forum ha rivelato che il 44 per cento delle forze di polizia presenti nel territorio nazionale ha perso elementi in conseguenza del loro impiego in Iraq.

8) La tortura ad Abu Ghraib
L’Amministrazione Bush ha sostenuto che la liberazione degli iracheni dal giogo inumano di un dittatore era una sufficiente ragione per intraprendere un’azione militare contro quel Paese. Ora le indagini sulla tortura e sugli abusi da parte dei militari Usa sui prigionieri iracheni di Abu Ghraib ha spogliato gli Stati Uniti persino di quella traballante giustificazione. L’amministrazione Bush ha provato ad incolpare dei casi di tortura "poche mele marce", ma gli abusi sono stati diffusi, con più di 300 capi di imputazione dovuti ad episodi verificatisi in Afghanistan, Iraq o Guantánamo. Potrebbero essere molti di più, alla luce del fatto che investigatori dell'esercito hanno rivelato, all'inizio di settembre, durante un'udienza davanti al Congresso, che almeno 100 detenuti sono stati tenuti nascosti al Comitato internazionale della Croce Rossa su richiesta della Cia. Ciò faceva parte di una più ampia strategia del governo, che Human Right Watch definisce "decisioni prese dall’Amministrazione Bush per manipolare, ignorare, o aggirare le regole".

9) Molti americani si oppongono alla guerra
Sondaggi condotti nel mese di agosto del 2004 dalla Cnn/Usa Today/Gallup e dal Pew Research Center hanno mostrato una grande divisione nel Paese: il 51 per cento degli intervistati crede che "la situazione in Iraq non era tale da giustificare una guerra" e il 52 per cento disapprova il modo con cui il presidente Bush sta gestendo il conflitto. Quasi il 60 per cento ritiene che il presidente Bush "non abbia un programma chiaro per portare la crisi in Iraq ad un esito soddisfacente"

10) Nessuna "sovranità" è stata trasferita
L'occupazione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti si è conclusa ufficialmente il 28 giugno, con una cerimonia segreta a Baghdad. Ufficialmente, gli americani hanno trasferito "la sovranità completa" al governo iracheno ad interim. Ma si tratta di una sovranità di nome, non di fatto. Non soltanto 160.000 soldati rimangono a presidiare le strade, ma le "100 disposizioni" impartite dall’ex capo della Coalition Provisional Authority (CPA) Paul Bremer continuano a controllare l'economia. Anche se molti hanno pensato che la "fine" dell'occupazione avrebbe anche significato la cessazione della validità di queste disposizioni, nel suo ultimo giorno in Iraq, Bremer si è limitato a trasferire il suo potere di dare ordini a Iyad Allawi, primo ministro ad interim eletto non democraticamente e che per lungo tempo ha avuto legami con la Cia