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SULLA MAFIA, ANCHE LA CHIESA A VOLTE È STATA
IN SILENZIO.
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35424. ROMA-ADISTA.
Ad oltre vent’anni dalla pubblicazione del documento Sviluppo
nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno (ottobre
1989), la Conferenza episcopale italiana torna ad occuparsi della
questione meridionale e dei suoi problemi irrisolti. Lo fa con un testo
non ancora ufficializzato, di cui Adista è
venuta in possesso, e che si intitola Per
un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno. 16 cartelle in
tutto, per richiamare “alla necessaria solidarietà nazionale, alla
critica coraggiosa delle deficienze, alla necessità di far crescere il
senso civico di tutta la popolazione, all’urgenza di superare le
inadeguatezze presenti nelle dirigenti”, ma anche per delineare il ruolo
che la Chiesa può svolgere in una realtà così difficile e complessa.
“Radici” e genesi del documento Dai contenuti, emerge chiaramente come il documento si sia ispirato al recente convegno “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud” (Napoli, 12-13 febbraio 2009) ma anche dalla Nota pastorale sulla ‘ndrangheta, intitolata Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo della Conferenza episcopale calabra (Cec) del novembre 2007 (v. Adista n. 82/07), in gran parte promossa ed elaborata dall’allora vescovo di Locri mons. Giancarlo Bregantini. La genesi del testo è stata abbastanza lunga: una prima bozza, dell’ottobre 2009, era stata sottoposta al vaglio dei vescovi; alcuni di loro avevano inviato a Roma le proprie proposte di integrazione e modifica. Una seconda bozza, approvata durante i lavori dell’ultimo Consiglio Permanente della Cei, è stata quindi sottoposta soprattutto ai vescovi del Sud Italia per un’ultima rapida revisione. Entro la metà di febbraio il documento dovrebbe vedere ufficialmente la luce. Adista è in possesso di entrambe le versioni, che differiscono in pochissimi passaggi. Una dura analisi Nella prima parte del testo si fa un’analisi della situazione sociale ed economica del Sud. E il giudizio (nonostante in questi anni i rapporti tra gerarchia e governo di centrodestra, a livello locale e nazionale, sia stato caratterizzato da grande cordialità e piena sintonia su molte rilevanti questioni) non è affatto lusinghiero: ci troviamo infatti, affermano i vescovi, “in una congiuntura di radicali e incalzanti mutamenti”. Uno sviluppo che i vescovi non esitano a definire “bloccato”: “Con rinnovata urgenza - scrivono - si pone la necessità di ripensare e rilanciare le politiche di intervento”, con attenzione particolare ai più deboli, “al fine di generare iniziative auto-propulsive di sviluppo, realmente inclusive”. Per questo i vescovi invocano “una cultura politica che nutra l’attività degli amministratori di visioni adeguate e di solidi orizzonti etici per il servizio al bene comune”. In questo senso, purtroppo, i segnali non sono incoraggianti. Tanto più che “il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e dei governatori regionali, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato” (interessante notare che nella prima bozza l’espressione era: “Non sempre ha scardinato”. Il giudizio sul ceto politico è stato quindi inasprito). In questo punto nella seconda bozza è presente un passaggio nuovo rispetto alla prima versione e che richiama la celebre formula della “opzione preferenziale per i poveri” uscita dalla Conferenza latinoamericana di Medellín del 1968, spesso tacciata dalle gerarchie ecclesiastiche di contiguità la Teologia della Liberazione: “Il Vangelo - recita la seconda bozza - ci indica la via del buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37): per i discepoli di Cristo la scelta preferenziale per i poveri significa aprirsi con generosità alla forza di libertà e di liberazione che lo Spirito continuamente ci dona, nella Parola e nell’Eucaristia”. Non solo: “Il complesso panorama politico ed economico nazionale e internazionale, aggravato da una crisi che non si lascia facilmente descrivere e circoscrivere, ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. Violenza arcaica, con mezzi d’avanguardia Le questioni economico-politiche si legano strettamente al tema della cultura della legalità: nel Sud, affermano infatti i vescovi, “accenti di particolare gravità ha assunto la questione ecologica: nel quadro dello stravolgimento del mondo dell’agricoltura, sono progressivamente venute alla luce forme di sfruttamento del territorio che, come dimostra il fenomeno delle ecomafie, spingono con evidenza a prendere in considerazione, in tutti i suoi aspetti, l’‘ecologia umana’”. Dal punto di vista culturale, in una realtà già segnata da “forme di particolarismo familistico, di fatalismo e di violenza che rendevano problematica la crescita sociale e civile” ha fatto irruzione una modernità disordinata e ancora non adeguatamente innestata nel tessuto sociale; un processo che, “paradossalmente, ha potenziato quegli antichi germi innestandovi la nuova mentalità, segnata dall’individualismo e dal nichilismo. L’assorbimento acritico di modelli comportamentali diffusi dai processi mediatici si è accompagnato al mantenimento di forme tradizionali di socializzazione, di falsa onorabilità e di omertà diffusa”.
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