EUCARESTIA PASQUALE - Testo
Presieduta da Aldo Bifulco
Pre-Messa da leggere individualmente
Quest’anno ho pensato di derogare dalla simbologia e dai contenuti classici (almeno in parte)della liturgia pasquale per vari motivi che riporto in questo prologo che vuole essere anche un modo per fornire sinteticamente alcuni chiarimenti sulla tematica che fa da sfondo all’Eucarestia……anche per tentare di smorzare un eventuale dibattito (che si potrà e dovrà realizzare in altre circostanze) e per orientare gli interventi verso la preghiera e consentire di vivere il momento con una certa tensione spirituale. Ovviamente…ognuno, alla fine, è libero di intervenire come vuole e come sa.
Ho pensato che i questo momento fosse più opportuno dare continuità al mio discorso che si snoda anche attraverso le eucaristie che preparo e collegarmi ad una serie di contributi che sono emersi recentemente negli incontri comunitari.
E’, in qualche modo, contribuire sia pure minimamente alla tematica del Convegno delle Cdb.
Faccio riferimento alla Natura, non a prescindere dall’uomo e con la consapevolezza che non tutti i meccanismi naturali vadano imitati. Credo che, comunque, vada inaugurato un nuovo paradigma, quello dell’interdipendenza e del collegamento, dove l’etica della condivisione e della compassione deve permeare il rapporto tra gli uomini e tra essi e le cose.
In questa Eucaristia faccio riferimento ai popoli indigeni ed in particolare agli Indiani d’America, non come nostalgica proiezione verso un mondo passato o come rifiuto aprioristico di tutte le “conquiste” della vita moderna.
Sono convinto (come d’altronde è stato affermato da alcuni professoroni…)che quando ci si trova all’interno di una svolta antropologica epocale (e questo è il mio convincimento) per trovare qualche indicazione rivoluzionaria basta “pescare” nel passato più antico…. In fondo niente è mai completamente nuovo!
Mi sembra che alcuni elementi del paradigma del collegamento e della connessione planetaria siano presenti nelle culture dei popoli indigeni. Questi popoli che hanno già pagato il prezzo del colonialismo e che oggi stanno pagando il prezzo della globalizzazione dei mercati.
Il 10 Dicembre 1994 è stato inaugurato a New York il decennio internazionale dei popoli indigeni ed è (ancora) in discussione la bozza di dichiarazione universale dei diritti dei popoli indigeni presentata nel 1993. Siamo già nel 2002 ma quale eco si riscontra nella stampa e nella vita politica del mondo occidentale? Questi popoli pur essendo diversissimi tra loro per storia, cultura e modo di vivere, hanno in comune qualcosa di sostanziale: un particolare un particolare rapporto con il territorio e con l’ambiente, un rapporto che ha come obiettivo la conservazione dello stesso come base per la sopravivenza della specie. Ma il territorio per loro oltre ad essere la base della vita fisica è anche base della vita spirituale.
Mirella ci ha proposto qualche sabato fa un’omelia di Giulio Girardi che tra l’altro presentava un indigeno maya che esclamava: “ le cose che dice Gesù mi sconvolgono. Le trovo così vicine alla nostra storia, alla nostra cultura, alla nostra esperienza religiosa; ma le trovo d’altro lato così lontane dalla pratica della Chiesa che porta il suo nome. Vi è tanta assonanza tra la condanna formulata da Gesù dell’accumulazione illimitata della ricchezza, dell’egoismo che la esalta, dell’asservimento che essa genera per i popoli indigeni e per le grandi maggioranze del mondo e la condanna implicata nello spirito comunitario ed autogestionario della nostra cosmovisione e della nostra religione”.
E Rigoberta Menchù conclude il suo intervento riguardante la situazione della Colombia, sul settimanale cileno “El siglo”, in questo modo: “Dalle viscere del popolo Maya che ha sofferto il peggiore genocidio commesso in America Latina nel secolo XX, chiedo al Cuore del Cielo e della Terra che ci illumini e ci aiuti a mantenere la convinzione e la forza necessarie per costruire la pace, nonostante le avversità; che ci animi ad alimentare la certezza che la pace in Colombia è possibile nonostante la follia dei guerrafondai. Che la forza della vita trionfi sulla morte.
Mi sembra una conclusione pasquale!
Cammino con la bellezza davanti a
me.
Cammino con la bellezza alle mia
spalle.
Cammino con la bellezza sotto i
miei piedi.
Cammino con la bellezza sopra di
me.
Cammino con la bellezza intorno a
me.
Tutto è tornato alla bellezza.
(canto di Navajos)
Cantico di Daniele (Daniele 3, 57ss – modificato
un po’ nel linguaggio da un padre comboniano)
L’intero universo lodi il Signore,
tutta la creazione canti il suo nome
Loda il Signore Spirito della vita
che ha acceso il “big-bang” iniziale.
Loda il Signore Sapienza di Dio
che hai guidato l’evoluzione della materia.
Lodate il Signore spazi infiniti,
galassie, stelle e meteoriti vaganti.
Lodate il Signore sistemi solari,
soli, lune e tutti i pianeti.
Lodi il Signore la nostra terra,
l’aria, l’acqua, il fuoco e l’asciutto.
Lodate il Signore vulcani eruttanti,
graniti marmi e ogni tipo di roccia.
Lodate il Signore abissi e grotte,
stalattiti, stalagmiti e minerali del suolo.
Lodate il Signore catene montuose,
ghiacciai eterni e cime inviolate.
Lodate il Signore monti e colline,
valli, pianure e savane infuocate.
Lodate il Signore banchise polari,
foreste equatoriali e sterminati deserti.
Lodate il Signore oceani e mari,
laghi, paludi e piccoli stagni.
Lodate il Signore piante secolari,
alberi da frutto e fiori di campo.
Lodate il Signore grandi uragani,
piogge, tempeste e arcobaleni.
Lodate il Signore fulmini e tuoni,
nubi nerastre e cirri argentati.
Lodi il Signore il vento ruggente,
la dolce brezza e l’afa opprimente.
Lodi il Signore il fuoco schioccante,
la luce che emana e il suo calore.
Lodi il Signore la primavera fiorita,
le foglie verdi e l’erba nuova.
Lodi il Signore la calda estate,
il sole cocente e le fresche acque.
Lodi il Signore il fertile autunno,
i frutti raccolti e le nuove semine.
Lodi il Signore il rigido inverno,
la neve, la nebbia, la brina e il sereno.
Lodi il Signore il giorno e la notte,
la luce e le tenebre, il rumore e il silenzio.
Lodi il Signore il tempo che scorre,
i giorni, i mesi, gli anni e i secoli.
Tutta la terra benedica il Signore,
lo lodi e lo esalti nei secoli.
Lodate il Signore pesci e cetacei,
infinite forme di vita marina.
Lodate il Signore uccelli del cielo,
cantori eterni della gloria di Dio.
Lodate il Signore animali domestici,
libere fiere e miriadi di insetti.
Benedite il Signore uomini tutti,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
La Chiesa intera benedica il Signore,
lo lodi e lo esalti nei secoli.
Lodate il Signore ministri di Dio,
religiosi e laici, uomini e donne.
Lodate il Signore popoli della terra
E voi tutti credenti nel Dio della vita.
Lodate il Signore poveri e miti,
umili, oppressi e costruttori di pace.
Lodate il Signore martiri e santi,
tutti i defunti in attesa del regno.
Lodiamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo,
il Dio della vita, il Dio dell’amore.
L’intero universo benedica il Signore,
lo lodi e lo esalti nei secoli.
“Io penso che le sofferenze del tempo presente non siano assolutamente paragonabili alla gloria che dio ci manifesterà. Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui dio mostrerà il vero volto dei suoi figli. Il creato è stato condannato a non avere senso, non perché l’abbia voluto, ma a causa di che ve l’ha trascinato. Vi è però una speranza: anch’esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà dei figli di Dio. Noi sappiamo che fin ad ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce. E non soltanto il creato, ma anche noi, che già abbiamo le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perché aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che siamo suoi figli. Perché è vero che siamo salvati, ma soltanto nella speranza. E se quel che si spera si vede, non c’è più speranza, dal momento che nessuno spera in ciò che si vede. Se invece speriamo in ciò che non vediamo ancora, lo aspettiamo con pazienza.”
Il testo seguente, presente negli atti della conferenza di Stoccolma sul problema dell’ambiente, è la risposta che un capo indiano ha dato al governo degli Stati Uniti, nel 1854 quando quest’ultimo gli chiese di comperare le terre della sua gente.
LA TERRA MADRE
Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L’idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell’aria, lo scintillio dell’acqua, com’è che voi potete acquistarli?
Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago lucente di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma di boschi ombrosi, ogni raduna e ogni ronzio d’insetto è sacro nel ricordo e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che cola negli alberi porta con se il ricordo dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano il loro paese natale, quando vanno a passeggiare tra le stelle. I nostri morti non dimenticano mai questa terra magnifica, perché essa è la madre dell’uomo rosso. Noi siamo una parte della terra e la terra è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli; il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli; le coste rocciose, il verde dei prati, il colore del pony e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia. Per questo quando il grande capo bianco di Waschington ci manda a dire che vuole acquistare la nostra terra, ci chiede una grossa parte di noi. Il grande capo ci manda a dire che ci riserverà uno spazio per muoverci, affinché possiamo vivere confortevolmente fra noi. Egli sarà il nostro padre e noi saremo i suoi figli. Prenderemo dunque in considerazione la vostra offerta, ma non sarà facile accettarla. Questa terra per noi è sacra. Quest’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è solamente acqua; per noi è qualcosa di immensamente più significativo; è il sangue dei nostri padri. Se vi vendiamo le nostre terre, dovete ricordarvi che esse sono sacre. Dovete insegnare ai vostri figli che è terra sacra, e che ogni riflesso dell’acqua chiara dei laghi parla di avvenimenti e ricordi della vita del mio popolo.
Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono nostri fratelli; ci dissetano quando abbiamo sete; i fiumi sostengono le nostre canoe, sfamano i nostri figli. Se vi vendiamo le nostre terre dovete ricordarvi di insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri ed i vostri fratelli, e dovete dimostrare per i fiumi lo stesso affetto che dimostrereste ad un vostro fratello.
Sappiamo che l’uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte della terra è uguale all’altra, perché è come uno straniero che arriva di notte, e alloggia nel posto che più gli conviene. La terra non è sua amica, anzi è un suo nemico, e quando l’ha conquistata va oltre. Abbandona la tomba dei suoi avi, e ciò non lo turba. Toglie la terra ai suoi figli, e ciò non lo turba. La tomba dei suoi avi, il patrimonio dei suoi figli, cadono nell’oblio.
Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come se fossero semplicemente cose da conquistare, da prendere e vendere come si fa con le pecore e con le pietre preziose. La sua bramosia divorerà tutta la terra, e a lui non resterà che il deserto. Io non so; i nostri consumi sono diversi dai vostri. La vita delle vostre città fa male agli occhi dell’uomo rosso, ma forse l’uomo rosso è un selvaggio e non può capire.
Non esiste un posto tranquillo nelle città dell’uomo bianco; non esiste un luogo per udire le gemme schiudersi in primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto, ma forse ciò avviene perché io sono selvaggio, e non posso comprendere. Sembra che solo il rumore offenda le orecchie, e non c’è gusto a vivere se l’uomo non può ascoltare la notte, il grido solitario del caprimulgo o il chiacchierio delle rane attorno ad uno stagno? Io sono un uomo rosso e non comprendo. L’indiano preferisce il suono dolce del vento che si slancia come una freccia al di sopra dello specchio di uno stagno, e l’odore del vento stesso terso dalla pioggia meridiana o profumata dal pino. L’aria è preziosa per l’uomo rosso., giacché tutte le cose respirano la stessa aria, l’uomo bianco non sembra far cado all’aria che respira. Come un uomo per più giorni in agonia egli è insensibile al fetore.
Se vi vendiamo le nostre terre, dovete ricordare che l’aria per noi è preziosa, e che l’aria partecipa al suo soffio con tutto ciò che essa fa vivere. Il vento che ha dato il primo alito al nostro avo è lo stesso che ha raccolto il suo ultimo respiro, e se vi vendiamo le nostre terre, voi dovrete custodirle in modo particolare, e tenerle per sacre, e considerarle come luogo dove l’uomo bianco può andare a godersi il vento, che reca le fragranze del palato.
Consideriamo,la vostra offerta di acquistare la nostra terra, ma se ci decidiamo ad accettare la proposta, io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà rispettare gli animali che vivono su questa terra, come se fossero suoi fratelli. Io sono un selvaggio, e non conosco altro modo di vivere, ho visto un migliaio di bisonti imputridire sulla prateria, abbandonati dall’uomo dopo che erano stati abbattuti da un treno in corsa.
Io sono un selvaggio e non comprendo come il cavallo di fero fumante possa essere più importante dei bisonti, quando li uccidiamo solo per sopravvivere. Cos’è l’uomo senza gli animali? Se tutti gli animali sparissero, l’uomo morirebbe in una grande solitudine, poiché ciò che accade agli animali, prima o poi accade agli uomini. Tutte le cose sono connesse tra loro.
Dovete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano è fatto di ceneri dei vostri padri. Affinché i vostri figli rispettino questa terra, dite loro che essa è arricchita dalle vite della nostra gente. Insegnate ai vostri figli ciò che noi abbiamo insegnato ai nostri: che la terra è la madre di tutti noi.
Tutto ciò che di buono arriva alla terra, arriva anche ai figli della terra. Noi sappiamo almeno questo: non è la terra che appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono connesse. Tutto ciò che accade alla terra accade anche ai nostri figli. Non è l’uomo che ha tessuto la trama della vita, egli ne è soltanto il filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso.
Lo stesso uomo bianco con il quale il suo Dio si accompagna e parla di lui, come due amici insieme, non può sottrarsi al destino comune. Dopo tutto forse noi siamo fratelli. C’è una cosa che noi sappiamo, e che forse l’uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è il suo stesso Dio. Voi forse pensate che adesso lo possedete, come volete possedere le nostre terre, ma non lo potete. Egli è il Dio degli uomini, e la sua pietà è uguale per tutti, tanto per l’uomo bianco, quanto per quello rosso. Questo destino è per noi un mistero, perché non riusciamo a comprendere quando i bisonti vengono massacrati tutti, i cavalli selvatici domati, gli angoli più segreti delle foreste invase dagli uomini. Quando la vista delle colline in pieno fiore è imbruttita dai fili che parlano. Dov’è finito il bosco? E’ scomparso. Dov’è finita l’aquila? E’ scomparsa. E’ la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza.
Signore, con la mente razionale e con la mente emozionale possiamo collegarci ai popoli oppressi ed emarginati nel passato e nel presente. Essi hanno sempre avuto nella loro cultura un elevato e civile senso di rispetto nei confronti della natura e dell’equilibrio globale del pianeta Terra. Con questo ideale collegamento con i popoli altri e con la natura vogliamo avvicinarci alla mensa, ricordando le tue parole, mentre spezzavi il pane e bevevi il vino, condividendolo con i tuoi discepoli.
“Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo
che è dato per voi”.
“Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del
mio sangue per sancire un’alleanza nuova, per liberare il mondo dal grido dei
poveri e dal grido della terra. Fate questo in memoria di me”.
E prima di condividere questo pane, ricordiamoci che la tenerezza è l’affetto che doniamo alle persone e la cura che dedichiamo alla situazioni esistenziali e perciò facciamo viaggiare per l’assemblea una “carezza di pace”………………e, poi, preghiamo insieme, anche per quelli che per motivi diversi oggi non sono in mezzo a noi, con le parole che ci ha insegnato Gesù: Padre nostro…
O nostra madre terra,
o nostro padre cielo,
tessete dunque per noi un abito splendente:
sia ordito la bianca luce del mattino,
sia trama rossa la luce della sera,
sia frangia la pioggia che cade,
sia orlo l’arcobaleno che si inarca
(Cosmogonia Tewa, New Mexico).