(il
manifesto
10 marzo
2010 p.
1)
Questo
montante
dilagare
dello
scandalo
della
pedofilia
nel
cuore
della
istituzione
ecclesiastica
cattolica
a tutte
le
latitudini
pone
gravissimi
problemi
al senso
di
appartenenza
ecclesiale
in
settori
sempre
più ampi
del
cattolicesimo
mondiale.
Il
potere
ecclesiastico,
che per
lunghi
anni ha
cercato
colpevolmente
di
nascondere
il
fenomeno
dietro
una
cortina
di
silenzio,
sembra
aver
capito
che il
tempo
dell’onnipotenza
del
mondo
del
sacro è
ormai
finito.
L’abito
talare,
lo
zuccotto
rosso o
la tiara
papale
non
garantiscono
più la
immunità
di
fronte
alla
giustizia
terrena.
E il
potere
della
informazione
ha
stracciato
definitivamente
il "velo
del
tempio"
penetrando
impudicamente
nelle
oscurità
delle
sacrestie,
dei
collegi
cattolici,
dei
conventi,
e
perfino
dei
palazzi
apostolici.
Di
fronte a
un
quadro
così
complesso,
che
richiederebbe
tanta
saggezza,
capacità
di
rinnovamento
e
lungimiranza,
è
sconcertante
che i
massimi
vertici
della
gerarchia
cattolica
si
attardino
ancora
nel
riproporre
i vecchi
schemi
della
unicità-perennità
della
Chiesa e
del
centralismo-assolutismo
del
papato.
E che
continuino
a
guardare
con
sospetto
a ciò
che si
muove
alla
base
della
Chiesa e
a
tentare
ancora
la via
ormai
anacronistica
della
repressione
verso lo
sviluppo
del
conciliarismo.
"Ogni
volta
che
nella
Chiesa
si
affronta
un
periodo
di
declino
- ha
detto il
Papa
ieri -
si
affaccia
anche un
utopismo
spiritualistico",
che
porta
alcuni a
sognare
la
nascita
di una
"altra
Chiesa".
Una
sorta di
"utopismo
anarchico",
come
quello
ispirato
nel
Medioevo
da
Gioacchino
da
Fiore,
si
insinuò
nel
Concilio
Vaticano
II, ma
"grazie
a Dio i
timonieri
saggi
della
barca di
Pietro
hanno
saputo
difendere,
con le
novità
del
concilio,
anche
l'unicità
della
Chiesa".
Quello
che il
papa
vede
come un
pericolo
è da
molti
ormai
considerato
come
l’unica
possibilità
di
futuro
per una
fede
cristiana
liberata
da
dominio
medioevale
del
sacro.
Gioacchino
da
Fiore,
vissuto
nella
seconda
metà del
XII
secolo,
monaco
del
monastero
cistercense
di
S.Giovanni
in
Fiore,
nella
Sila, si
rese
interprete
delle
attese
delle
classi
umili di
quel
tempo. A
cominciare
già
dagli
inizi
del
secondo
millennio
era
avvenuta
una
grande
trasformazione
della
società
feudale:
il
declino
del
sistema
di
dipendenza
della
servitù
della
gleba e
la
nascita
di
comunità
di
villaggio
dotate
di una
certa
autonomia
e
formate
da
contadini
non più
servi
della
gleba.
Questo
porta
una
nuova
cultura,
la
cultura
della
cooperazione
e della
solidarietà.
E’ in
questo
clima
che il
monaco
cistercense
Gioacchino
da Fiore
lancia
l’annuncio
della
liberazione
da tutti
i poteri
che in
diversi
modi
dominano
dall’alto
e
l’avvento
di una
società
dello
Spirito
e
dell’amore
universale.
Un
annuncio
che in
diverso
modo
nutrirà
tutte le
rivoluzioni
moderne,
come ci
dicono
molti
storici
autorevoli.
Tracce
della
profezia
di
Gioacchino
da Fiore
si
possono
ritrovare
nel
modernismo
a cui
guardava
con
simpatia
papa
Giovanni
e nei
movimenti
della
liberazione
post-moderna
come ad
esempio
nella
riflessione
di un
Teillard
De
Chardin,
nelle
comunità
di base
e nella
Teologia
della
liberazione.
Altro
che
utopismo
anarchico.
E’ il
futuro
che si
delinea.
Utopismo
lontano
dalla
realtà
appare
piuttosto
questa
insistenza
nel
blindare
la
Chiesa
nel
bunker
del
sacro
illudendosi
che in
tal modo
essa
possa
sfuggire
alle
sfide
della
secolarizzazione.
Gli
orrori
della
pedofilia
così
come
tutto il
marcio
che
emerge
dal buio
degli
spazi
sacri
non si
può più
affrontare
con
quell’assolutismo
gerarchico
che è la
radice
stessa
dei mali
della
Chiesa.
Occorre
aprire
porte e
finestre
allo
Spirito
che
alimenta
i "segni
dei
tempi".
Enzo
Mazzi