|
RELIGIONI
Il
Parlamento del futuro Christian Elia
|
|
|
Si
erano dati appuntamento un anno fa, nella capitale della
Catalogna. Hanno mantenuto la promessa. Ieri, 29 maggio 2005,
nella suggestiva cornice della Escola de Sant Ignaci de Sarrià
di Barcellona, si sono riuniti tutti i rappresentanti delle fedi
professate nella regione che, essendo un crocevia mondiale di
popoli e culture, finisce per essere rappresentativo di
quasi tutti i culti diffusi sulla Terra. L'occasione
era quella del Parlamento delle Religioni.
Incontrarsi per conoscersi.
Il primo consesso era avvenuto sempre a Barcellona nel luglio
del 2004. L'obiettivo della Xarxa
Catalana d'Entitats de Dialeg Interreligios, l'associazione
che ha cominciato a lavorare con gli esponenti delle fedi
professate in Catalogna per fare in modo che s'incontrassero e
si parlassero, era molto chiaro: discutere di fede, nel rispetto
reciproco, e imparare a convivere. Dalle prime tavole rotonde si
è arrivati al Parlamento, con l'impegno d'incontrarsi ogni
anno. La Escola, un edificio di mattoni rossi con una facciata
imponente, è immerso in un parco lussureggiante, nel quartiere
di Sarrià. I
viali del giardino, dalle prime ore del mattino, sono popolati
di personaggi particolari: cattolici e protestanti, ortodossi e
buddisti, scintoisti e animisti, sikh e indù, fino a islamici e
ebrei che camminano a braccetto e sorridono tra di loro. Non
mancano neanche i culti cosidetti pagani, come le streghe di
Wicca o i druidi, perchè dialogare (anche se provvedere a un
adeguato sistema di traduzioni in simultanea sarebbe stato
indicato) significa proprio questo: includere tutti con
pari dignità. I rumori e la frenesia della Barcellona
cosmopolita sono lontani, qui regna la quiete e il silenzio, tra
volti bianchi o neri ma tutti ugualmente distesi. Il centro del mondo. Non è un caso che l'iniziativa del Parlamento
sia partita dalla Catalogna e da Barcellona. Una città dove
convivono genti di tutto il mondo, con le cose in comune e con
le differenze che si possono immaginare con facilità. Questo
crea un continuo scambio di vedute, non sempre
facile. Ma Barcellona ha capito che la società futura è
questa, dove popoli, lingue e culti religiosi condivideranno le
stesse città. Questo processo è ormai inarrestabile e basta
passeggiare per le ramblas per rendersi conto che non si parla
più di futuro, ma di presente. Barcellona lo ha capito e il
Parlamento è un passo in questo senso e verso la pari dignità
di tutte le persone che abitano questa grande città. Il
Parlamento è un'idea, un progetto che si è fatto realtà in
una città che vive di notte con i suoi eccessi e la sua
trasgressione. Sacro e profano, ma così è ancora più bello. Tanto
interessante che un'iniziativa locale ha colpito le grandi
agenzie delle Nazioni Unite. L' Unesco
(l'agenzia Onu che si occupa di cultura e dialogo tra i popoli)
e l' UNDP
(l'agenzia dell'Onu che si occupa di sviluppo), da questa
edizione, sono diventati tutor dell'iniziativa. Il concetto è
che quello catalano, per il dialogo interreligioso, sia un
modello universale ed esportabile. L'incontro si snoda con una
serie di conferenze compresse (troppo compresse per chi avesse
voluto seguire un po' tutto) tra le 9 del mattino e le 18.
Video, diapositive e dibattiti si alternano a momenti di musica
tradizionale di tutte le confessioni e, in modo particolare, a
confronti con il pubblico. L’elemento in comune tra le varie
iniziative è l’approccio: qui non ha cittadinanza la
religione delle crociate, delle lapidazioni o delle
‘passioni’ truculente. Le persone che sono arrivate
all’Escola cercano gli elementi in comune, non sottolineano le
differenze. E la preghiera congiunta che apre i lavori è forse
il momento più simbolico dell’incontro tra i relatori e il
pubblico. Lontano dal cuore. Già, il pubblico. Se proprio si vuole trovare
un limite all'iniziativa è quello del senso di elitarismo che
si respirava tra le arcate ombrose della Escola, dove tutti i
convenuti si riparavano dal calore soffocante. La sensazione è
che mancassero i veri protagonisti ai quali il dialogo
interreligioso si rivolge: la gente comune. Tanti
teologi, professori universitari e religiosi con decine di
giornalisti. Ma pochi panettieri, dentisti, meccanici, tranvieri
e casalinghe. La comprensione e il rispetto verso le culture
altre, in una società civile compiuta, devono passare
necessariamente attraverso l'uomo comune che vive la convivenza
attorno ai problemi quotidiani più che in riferimento alle
dotte questioni di fede. Un primo passo di un cammino molto più
lungo e difficile dunque. Il Parlamento adesso esiste però, e
da qualche parte bisognava pur cominciare. E quando si vedono
una donna pastore protestante e un teologo islamico che, a
braccetto, scherzano con un rabbino ebreo, ci si rende conto che
questa è la strada giusta. |