PREMIO NOBEL PER LA PACE A 

Shirin Ebadi

EDITORIALE. GIULIANA SGRENA: UN PREMIO NOBEL A SHIRIN E LE ALTRE

 [Dal quotidiano "Il manifesto" dell'11 ottobre 2003. Giuliana Sgrena, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu' prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza (tra cui: a cura di, La schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma; Kahina contro i califfi, Datanews, Roma; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma); e' stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso] "La vita di una donna vale come un occhio strabico di un uomo". Ma anche un occhio strabico a volte puo' avere un riconoscimento ambito come il premio Nobel per la pace. 

L'amara constatazione sulla condizione della donna in Iran e' proprio di Shirin Ebadi (come ricorda Nadia Pizzuti nel suo libro Mille giorni con gli ayatollah), l'avvocatessa iraniana che ha ricevuto ieri il riconoscimento assegnato a Oslo. Un premio inatteso quanto meritato e per nulla scontato. Sebbene il clima politico internazionale, che vede l'Iran nel mirino degli Usa, abbia indotto qualcuno a giudicare l'assegnazione del premio esclusivamente in funzione anti-Bush, sono bastate le prime dichiarazioni di Shirin Ebadi a smentire questa interpretazione riduttiva e offensiva nei confronti di molte donne che si battono, anche in Iran, per i loro diritti in piena autonomia. L'avvocatessa cinquantaseienne stava per imbarcarsi su un volo per Tehran all'aeroporto di Roissy a Parigi quando ha ricevuto la notizia. "Questo premio non appartiene solo a me ma a tutti coloro che lavorano per la democrazia e la pace in Iran" e "spero che questo Nobel dia coraggio a tutte le donne iraniane e musulmane come me, ma anche a tutte le donne", e' stata la prima reazione di Ebadi che si e' presentata alla stampa con la solita modestia ma anche coraggiosamente senza velo. Che dovra' tornare ad indossare per rientrare nel suo paese, dove il chador e' obbligatorio per tutte le donne iraniane e non, e dove e' gia' stata minacciata di morte ripetutamente, e ora lo sara' ancora di piu', come lasciano intendere gli anatemi lanciati ieri contro di lei da vari esponenti islamisti del Cairo. Ma Shirin non colloca le sue battaglie al di fuori dell'islam, anzi: "l'islam non e' incompatibile, sostiene, con i diritti dell'uomo. Si puo' essere musulmani e avere leggi che li rispettino". Ma con il suo invito ad una lettura "piu' moderna" del Corano si e' attirata le ire degli ayatollah. Gioia e orgoglio, modestia e coraggio sono la forza della prima donna musulmana a ricevere il premio Nobel. Shirin conferma la sua volonta' di continuare a battersi "contro la lapidazione, per il diritto di famiglia, per la parita', per la liberta' e per i diritti dei bambini". Senza dimenticare la sorte dei prigionieri politici "che ammuffiscono nelle carceri iraniane" e a favore dei quali si e' impegnata in qualita' di avvocato, a partire dal famoso caso dell'editore dissidente Faraj Sarkouhi, arrestato nel 1996. E poi come parte civile contro gli agenti segreti autori dell'assassinio, nel 1998, del dissidente Dariush Forouahr e della moglie Parvaneh. Shirin Ebadi era stata la prima donna a diventare giudice dell'Iran, nel 1969, ma era stata costretta ad abbandonare l'incarico in tribunale dopo la rivoluzione khomeinista, perche' i regimi islamici escludono le donne dalla gestione della giustizia in quanto ritenute troppo "emotive". Da allora ha ripiegato sull'avvocatura, professione esercitata tra mille ostacoli provocati da arresti e sospensioni. Nel 2000 era stata arrestata per aver diffuso una videocassetta con le confessioni di uno squadrista, coinvolto nelle violenze contro gli studenti, sull'attivita' degli ultraconservatori contro i riformisti. Non ha mai rinunciato alla difesa dei diritti umani - e' tra l'altro punto di riferimento in Iran di Human rights watch - e dei diritti delle donne - in un paese in cui l'eredita' delle femmine e' dimezzata rispetto a quella dei maschi e anche la loro testimonianza vale la meta', e dove, proprio nei giorni scorsi, una donna e' stata condannata alla forca per aver ucciso un poliziotto che la voleva stuprare. Per difendere i diritti dei minori aveva fondato l'Associazione per la protezione dei diritti dei bambini in Iran. Ma Shirin Ebadi, che denuncia le violazioni dei diritti dell'uomo in diversi paesi musulmani, in occasione dell'assegnazione del Nobel ha voluto sottolineare anche le preoccupazioni per la Palestina, dove la situazione e' diversa. "Si tratta di una guerra diseguale, quella delle pietre contro un'armata molto potente". E, ha aggiunto, come parlare di diritti umani in Iraq, "dove la gente non ha ne' acqua, ne' elettricita', e i bisogni elementari non vengono garantiti?". Il premio Nobel all'avvocatessa delle cause nobili ha imbarazzato Tehran. Ma non le donne iraniane che ne condividono le aspirazioni. Le prime congratulazioni a Shirin sono giunte, non a caso, da Elaheh Koulai, una delle 13 deputate del parlamento iraniano, che ha interpretato il premio come una dimostrazione del fatto che "la comunita' internazionale presta attenzione al processo di democratizzazione della societa' iraniana". Soddisfatto anche l'ayatollah dissidente Hossein Ali Montazeri. L'inattaccabilita' della militante dei diritti umani, che aveva anche condiviso le speranze di molti democratici iraniani nell'elezione di Khatami, ha indotto il governo iraniano, sebbene solo in serata e a denti stretti, a congratularsi per il premio. Con una precisazione sibillina: sperando che le opinioni di Shirin Ebadi "siano prese in considerazione all'interno come al di fuori dell'Iran". E' quello che ci auguriamo. Non sembrano invece disposti a prenderle in considerazione gli ultraconservatori di Tehran, come il presidente della Coalizione dell'associazione islamica, Assadollah Badamchiam, che ha definito l'assegnazione del premio una "infamia". Il ritorno a casa per Shirin Ebadi non sara' comunque facile.

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