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Le nuove radici da cercare
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Futuro Non sarà il passato - laico o cristiano - a darci la cultura comune don ENZO MAZZI La
Costituzione europea nasce «Ispirandosi all'eredità culturale, religiosa
e umanistica». Non c'è esplicito riferimento, come si sa, a radici
particolari, seppure considerate nel loro valore universalistico, quali le
«radici cristiane». Ne è rimasta ferita la sensibilità dei vertici
dell'autorità ecclesiastica e di una parte del mondo politico cattolico.
Ed è una ferita che resta aperta. Riattizzata a ogni occasione in cui lo
stesso mondo cattolico si sente discriminato, come per la vicenda di Rocco
Buttiglione. Purtroppo il dibattito ha seguito finora un binario morto,
basato esclusivamente sulla contrapposizione polemica, incapace di portare
a sbocchi positivi. Poteva essere invece l'occasione per ripensare davvero
le radici profonde non solo dell'Europa o di alcune sue regioni, ma
dell'Occidente nel suo insieme. Siamo ancora in tempo. Il tema delle «radici
cristiane» potrebbe costituire non solo un momento forte di
approfondimento del significato della fede cristiana in un mondo
secolarizzato, in una società laica, ma potrebbe contribuire anche -
soprattutto - a quel ripensamento complessivo della società civile, il «nuovo
mondo possibile», a cui tendono i nuovi movimenti. Per far questo però
non serve, anzi è deleterio, limitarsi al solo confronto fra poteri
religiosi e civili, fra culture vincenti sia cristiane che laiche, fra
istituzioni affermate. Occorre riscoprire anche le radici nascoste,
tagliate, calpestate, invisibilmente ramificate sottoterra e germogliate
epoca per epoca, ininterrottamente, nei deserti della terra, nei luoghi
della emarginazione, nei territori della maledizione, fuori dalle mura,
dove vengono sacrificate le vittime dei poteri dominanti.
Per
uscire dal generico voglio citare la grande lezione del cardinale Giacomo
Lercaro che, insieme a papa Giovanni, ha segnato la fede e l'esistenza di
più di una generazione di credenti. Lercaro andò a Bologna da portatore
di verità contro l'errore, da missionario che induce alla conversione e
alla salvezza una città che lui riteneva scristianizzata e si trovò
consapevolmente coinvolto in un processo comune e condiviso di conversione
che lo portò a sintonizzarsi con le forze migliori della città. La pagò
cara. Fu indotto a dimettersi nel fatidico 1967-68. Lo cito volentieri
perché la sua è una risposta forte alle polemiche suscitate dall'attuale
Vescovo di Bologna. In una conferenza tenuta il 12 settembre 1968, poco
dopo le sue dimissioni da vescovo di Bologna, disse: «A tutte le
latitudini del nostro pianeta vi è un numero sempre più grande di
cristiani che si sente impegnato a modificazioni radicali. A modificare
radicalmente cioè un assetto sociale nel quale diviene sempre meno
eccezionale e patologico e sempre più normale e fisiologico che i
pubblici poteri, e i gruppi o i ceti che li detengono, agiscano secondo
metodi abitualmente arbitrari e con scopi estranei o contrari alla
coscienza generale. ... Non hanno (i cristiani, ndr) l'impegno
inderogabile di scindere le loro posizioni da una idea e da una prassi,
che, maturata nell'alveo culturale fondamentalmente occidentale, si è
riflessa storicamente talora anche in espressioni della vita stessa
ecclesiale, dentro e fuori del cattolicesimo e oggi macroscopicamente si
impone al mondo?... Basterebbe l'occasione che ora ci è data di
riscoprire questa decisiva dimensione del messaggio cristiano». Lercaro
ribalta significativamente l'impostazione data dai cattolici alla polemica
sulle radici cristiane dell'Europa o di alcune istituzioni periferiche.
Non solo non si tratta per lui di rivendicare le radici cristiane ma
addirittura è necessario «desolidarizzare» il cristianesimo dalla
simbiosi con la cultura (dominante) occidentale. L'occasione a cui si
riferisce Lercaro era l'attuazione del Concilio di fronte al sorgere del
movimento per la pace negli anni della guerra fredda e dell'opposizione
alla guerra in Vietnam. Questa occasione continua a esistere e si
arricchisce di nuovi elementi: la nascita dell'Europa che vorremmo «dei
popoli» e non solo di istituzioni monetarie o militari o giuridiche, il
consolidamento delle autonomie locali che vorremmo aperte al mondo e
solidali e non arroccate negli interessi egoistici, l'affermarsi della
cultura dei diritti globali e della partecipazione dal basso, nella società
e nella stessa Chiesa, il dilagare della nuova cultura di pace e del
ripudio della cultura di guerra. Di questo si dovrebbe occupare, a mio
avviso, il dibattito sulle «radici», più che di nominalismi i quali
rendono il dibattito stesso incomprensibile a molti. |