Le nuove radici da cercare


 

Futuro Non sarà il passato - laico o cristiano - a darci la cultura comune

don ENZO MAZZI

La Costituzione europea nasce «Ispirandosi all'eredità culturale, religiosa e umanistica». Non c'è esplicito riferimento, come si sa, a radici particolari, seppure considerate nel loro valore universalistico, quali le «radici cristiane». Ne è rimasta ferita la sensibilità dei vertici dell'autorità ecclesiastica e di una parte del mondo politico cattolico. Ed è una ferita che resta aperta. Riattizzata a ogni occasione in cui lo stesso mondo cattolico si sente discriminato, come per la vicenda di Rocco Buttiglione. Purtroppo il dibattito ha seguito finora un binario morto, basato esclusivamente sulla contrapposizione polemica, incapace di portare a sbocchi positivi. Poteva essere invece l'occasione per ripensare davvero le radici profonde non solo dell'Europa o di alcune sue regioni, ma dell'Occidente nel suo insieme. Siamo ancora in tempo. Il tema delle «radici cristiane» potrebbe costituire non solo un momento forte di approfondimento del significato della fede cristiana in un mondo secolarizzato, in una società laica, ma potrebbe contribuire anche - soprattutto - a quel ripensamento complessivo della società civile, il «nuovo mondo possibile», a cui tendono i nuovi movimenti. Per far questo però non serve, anzi è deleterio, limitarsi al solo confronto fra poteri religiosi e civili, fra culture vincenti sia cristiane che laiche, fra istituzioni affermate. Occorre riscoprire anche le radici nascoste, tagliate, calpestate, invisibilmente ramificate sottoterra e germogliate epoca per epoca, ininterrottamente, nei deserti della terra, nei luoghi della emarginazione, nei territori della maledizione, fuori dalle mura, dove vengono sacrificate le vittime dei poteri dominanti.

Per farmi intendere, faccio un esempio. Dice Guastavo Zagrebelsky in una conferenza in sede istituzionale (in occasione del quarantennale dell'opera «Leggi d'Italia»): «Il testo fondativo della nostra civiltà giuridica - Antigone - è una riflessione sulla legge come deinòs. Solo così inteso, si comprende il significato del canto corale sull’uomo e le sue conquiste, collocato all’inizio dell’azione tragica e destinato a gettare sulla legge stessa una luce spaventosa di ambiguità». Dunque, dove si radica la cultura giuridica dell'occidente e dell'Europa? In Creonte o in Antigone? Nel re, Creonte appunto, che rappresenta la forza innovatrice di una società-stato proiettata a divenire potenza egemone del mondo greco, fondata su leggi pubbliche proclamate vittoriosamente alla luce del sole e garantite dall'elemento maschile della società? Oppure nella fanciulla Antigone la quale impersona il diritto profondo e stabile dei legami sociali di cui è depositario l’elemento femminile della società? In ambedue si direbbe.


Lo stesso vale ad esempio per l'umanesimo. Quale umanesimo ispira l'Europa di oggi? Quello di Erasmo, di Bruno, di Campanella o l'umanesimo dei poteri dominanti che si è affermato sul rogo degli eretici e delle streghe e quindi dimezzato? Maritain, il filosofo francese che ha inspirato e ispira tutt'ora il cattolicesimo sociale, vede continuità fra l'umanesimo rinascimentale e la crisi della società del suo tempo che in fondo è anche la crisi del mondo attuale. La tesi del filosofo francese è sposata in pieno dal cardinale Ratzinger e dal cardinale Varela. La relazione ufficiale introduttiva al secondo Sinodo dei vescovi europei, dell'ottobre 1999, fatta appunto da Varela, parla esplicitamente «dell'umanesimo immanentista» come responsabile di quella «moderna concezione» che ha portato l'uomo a credersi «il centro assoluto della realtà», da cui sono scaturiti tutti i moderni totalitarismi. Ritengo che ci sia una parte di verità in tutto questo. Una parte sola, però, perché soltanto un aspetto dell'umanesimo ha potuto svilupparsi. La complessità dell'umanesimo stesso è stata amputata dai roghi. Quali sarebbero stati gli esiti dell'umanesimo complesso, integrato dalla creatività degli eretici e dal naturalismo popolare dei maghi e delle streghe, se essi non fossero stati arsi? La domanda il filosofo cattolico dell'Umanesimo integrale non se la può porre perché lui sta dalla parte delle ragioni dei roghi: egli deve difendere l'umanesimo ortodosso contro le eresie. Ciò che vale per le radici antiche della civiltà giuridica o della cultura democratica vale anche per le radici religiose e in particolare per il cristianesimo. I servi della gleba, i contadini che in nome del Vangelo si ribellavano al dominio dei signori, laici o chierici, e venivano massacrati, fanno parte delle radici cristiane? Se ne fanno parte bisogna nominarli.

Per uscire dal generico voglio citare la grande lezione del cardinale Giacomo Lercaro che, insieme a papa Giovanni, ha segnato la fede e l'esistenza di più di una generazione di credenti. Lercaro andò a Bologna da portatore di verità contro l'errore, da missionario che induce alla conversione e alla salvezza una città che lui riteneva scristianizzata e si trovò consapevolmente coinvolto in un processo comune e condiviso di conversione che lo portò a sintonizzarsi con le forze migliori della città. La pagò cara. Fu indotto a dimettersi nel fatidico 1967-68. Lo cito volentieri perché la sua è una risposta forte alle polemiche suscitate dall'attuale Vescovo di Bologna. In una conferenza tenuta il 12 settembre 1968, poco dopo le sue dimissioni da vescovo di Bologna, disse: «A tutte le latitudini del nostro pianeta vi è un numero sempre più grande di cristiani che si sente impegnato a modificazioni radicali. A modificare radicalmente cioè un assetto sociale nel quale diviene sempre meno eccezionale e patologico e sempre più normale e fisiologico che i pubblici poteri, e i gruppi o i ceti che li detengono, agiscano secondo metodi abitualmente arbitrari e con scopi estranei o contrari alla coscienza generale. ... Non hanno (i cristiani, ndr) l'impegno inderogabile di scindere le loro posizioni da una idea e da una prassi, che, maturata nell'alveo culturale fondamentalmente occidentale, si è riflessa storicamente talora anche in espressioni della vita stessa ecclesiale, dentro e fuori del cattolicesimo e oggi macroscopicamente si impone al mondo?... Basterebbe l'occasione che ora ci è data di riscoprire questa decisiva dimensione del messaggio cristiano». Lercaro ribalta significativamente l'impostazione data dai cattolici alla polemica sulle radici cristiane dell'Europa o di alcune istituzioni periferiche. Non solo non si tratta per lui di rivendicare le radici cristiane ma addirittura è necessario «desolidarizzare» il cristianesimo dalla simbiosi con la cultura (dominante) occidentale. L'occasione a cui si riferisce Lercaro era l'attuazione del Concilio di fronte al sorgere del movimento per la pace negli anni della guerra fredda e dell'opposizione alla guerra in Vietnam. Questa occasione continua a esistere e si arricchisce di nuovi elementi: la nascita dell'Europa che vorremmo «dei popoli» e non solo di istituzioni monetarie o militari o giuridiche, il consolidamento delle autonomie locali che vorremmo aperte al mondo e solidali e non arroccate negli interessi egoistici, l'affermarsi della cultura dei diritti globali e della partecipazione dal basso, nella società e nella stessa Chiesa, il dilagare della nuova cultura di pace e del ripudio della cultura di guerra. Di questo si dovrebbe occupare, a mio avviso, il dibattito sulle «radici», più che di nominalismi i quali rendono il dibattito stesso incomprensibile a molti.