AZIONI PER LA PACE 

IMMAGINI DELLA GUERRA IN IRAQ

INDICE
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bullet 15-16 ottobre! STAND UP CONTRO LA POVERTA'! ALZIAMOCI PER GLI OBIETTIVI DI SVILUPPO DEL MILLENNIO!
bullet Appello al Presidente Ciampi contro i privilegi fiscali alle confessioni religiose
bulletVincere la paura per costruire la pace
bulletPax Christi a Caserta per la VI giornata del dialogo Cristiano Islamico
bulletA FIANCO DI CINDY SHEEHAN E DEI PACIFISTI STATUNITENSI     
bullet"Voglia di PACE i Bambini palestinesi incontrano quelli israeliani
bullet      attraverso i coetanei ercolanesi "
bulletMITING DEI GIOVANI A CASERTA - APPELLO PER LA LIBERAZIONE DI CLEMENTINA
bulletMARCIA PERUGIA ASSISI 2005
bulletPRESENTATA A MONTECITORIO LA LEGGE PER I CORPI CIVILI DI PACE
bulletDATI CHE FANNO PENSARE - CAMPAGNA DI AMNESTY INTERNATIONAL
bullet"LA GUERRA E' LA MALATTIA NON LA SOLUZIONE" - DI E. DREWERMANN
bulletUNA CANZONE DI PACE 
bulletLA RETE LILLIPUT PER L'OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI
bulletLA MIA SPESA PER LA PACE
bulletForum di Londra - Appello dell'Assemblea dei Movimenti Sociali 
bulletBANDIERE CONTRO IL MURO
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MA SAN FRANCESCO ERA PACIFISTA

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Lettera inviata da Alex Zanotelli al presidente James Wolfensohn

bulletIV Parlamento delle Religioni
bulletUNA DELIBERA DELLA REGIONE CAMPANIA SULLA INTEGRAZIONE ETNICA E RELIGIOSA
bulletConsultazione preparatoria del V Forum Sociale Mondiale (FSM) 2005
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Il  12 novembre celebreremo la terza giornata ecumenica per il dialogo cristianoislamico.

bulletPAX AMERICANA O PAX CHRISTI?(Thomas Michel S.J. su Mosaico 5/04)
bulletVERI EROI  SCONOSCIUTI - UCCISI 5 MEMBRI DI "MEDICI SENZA FRONTIERE"
bulletL'Italia dice no a Bush - APPELLO DEL TAVOLO DELLA PACE
bulletSe tutti disertassero....
bulletTorture - Lettera di Ettore Masina
bulletAppello per una mobilitazione straordinaria per la pace
bulletSuor Kathy Long - Lettere dal carcere
bulletFate come Zapatero! E date un chiaro sostegno all´Onu.
bulletManifestazione per la pace a Roma - Foto
bulletRIFLESSIONE. BRUNETTO SALVARANI: PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO
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"LA GUERRA DISSENNATA, ILLEGALE, IMMORALE"

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SEAN PENN: UN PADRE DI FAMIGLIA AMERICANO CONTRO LA GUERRA  

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MESSAGGIO DI ALEX ZANOTELLI.

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Una preghiera e una parola di pace

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COSTRUIRE POLITICHE DI PACE 

 

 

 

 COMUNE DI ROMA

 FRANCA ECKERT COE

 Consigliera delegata del Sindaco

 alle Politiche della Multienicità

  APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CARLO AZEGLIO CIAMPI
      contro i privilegi fiscali per le confessioni religiose e a danno dei cittadini

Signor Presidente,

lo scorso 12 ottobre il Governo ha ritirato dalla Camera dei Deputati, dopo che era stato già approvato al Senato, il Disegno di Legge di conversione del D.L. 17 agosto 2005 n. 163 recante disposizioni urgenti in materia di “infrastrutture” che all’art. 6 prevede l’estensione dell’esenzione dall’ICI agli immobili della Chiesa Cattolica anche ove si esercitino attività commerciali.

Ora la stessa normativa, integrata con l'estensione dei medesimi benefici fiscali anche alle altre confessioni religiose e alle organizzazioni no-profit, è stata ripresentata per l'approvazione in Parlamento.

Riteniamo che in tale eventualità verrebbe violato il principio costituzionale della parità di diritti di tutti i cittadini, visto l’obbiettivo di privilegiare fiscalmente -in nome di un presunto ruolo sociale- le confessioni religiose ed altre organizzazioni private rispetto a tutte le altre categorie imprenditoriali che esercitano le medesime attività commerciali. Ma la violazione è tanto più stridente in quanto lo stesso ruolo sociale e relativa esenzione dall'ICI non viene però riconosciuto alle madri e padri di quelle famiglie che, in base alla nostra Costituzione, sono la cellula fondante della società Italiana.

Abbiamo inoltre la ragionevole certezza che tale esenzione dall’ICI, che comporterà cospicue riduzioni di introiti nelle casse comunali in aggiunta ai già gravi tagli previsti per gli Enti locali dalla nuova finanziaria, verrà compensata con nuove imposizioni a carico dei contribuenti.

Noi, firmatari di questo Appello, ci rivolgiamo quindi a Lei, quale garante e custode della Costituzione e anche come nostro “concittadino onorario” , invitandoLa a vigilare, come Suo costante e apprezzatissimo costume, affinché non si affermi la disparità di trattamento fra i cittadini e affinché vengano tutelati i valori della laicità dello Stato rispettando le esigenze religiose in altre forme e non con intollerabili privilegi.

La “Consulta per la Libertà di Pensiero e la Laicità delle Istituzioni” della città di Roma

Cittadini che aderiscono all’Appello

Cognome

Nome

Luogo e data nasc. 

Residenza

Firma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vincere la paura per costruire la pace
Nonostante la paura il popolo del dialogo c’è. La festa e l’incontro fra cristiani e musulmani continuano alla riscoperta delle comuni radici abramitiche e di un dialogo che deve e può riguardare tutte le religioni.
Comunicato stampa n. 7 del 5 Novembre 2005

A distanza di una settimana dalla celebrazione della Quarta Giornata ecumenica del dialogo cristianoislamico del 28 ottobre 2005, possiamo dire con soddisfazione che le iniziative svolte hanno di nuovo messo in luce come la voglia di pace e di incontro fra le persone di diversa religione e cultura non è stata fiaccata dalle reiterate campagne di odio e di istigazione alla violenza razzistica che da alcuni anni caratterizza la realtà politico-sociale del nostro paese e del mondo intero e che proprio in questi ultimi giorni ha di nuovo fatto sentire la sua voce. Come già nelle altre passate edizioni, gli incontri sono andati molto al di la di quelli che noi stessi abbiamo segnalato o direttamente organizzato. Alcune agenzie di stampa, come il SIR, hanno parlato di “migliaia di iniziative” non tanto per indicare un numero preciso bensì per segnalare come la giornata ecumenica del dialogo cristianoislamico legata all’ultimo venerdì del Ramadan sia ormai entrata nelle consuetudini degli uomini e delle donne di pace del nostro paese. Le iniziative hanno riguardato realtà importanti come Roma e Torino, ma anche tante piccole e medie città del nostro paese come, solo per citarne alcune, Desio, Caserta, San Severo(Fg), Carrara, Padova, Bolzano, Cento, Firenze, Cuneo, Carpi, Bari. Bologna, Genova, Novellara, Pescara,
Napoli - Fiorano(Mo), Venezia-Mestre, Chieri (To), Pinerolo(To), Galliera(Bo), Città di Castello (PG), Verona, Avellino, Novellara(Re), Reggio Calabria, Faenza , Sesto Calende (Va), Cagliari.... Dappertutto l’affluenza è stata consistente. I profeti di guerra e di sventura non sono riusciti a fiaccare la volontà di pace e di dialogo che anima gli uomini e le donne del nostro paese. Dappertutto si è ricordata la felice coincidenza fra la celebrazione della giornata e il quarantesimo anniversario della promulgazione del documento “Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II sul dialogo interreligioso. In molte occasioni gli incontri sono stati caratterizzati proprio in senso interreligioso ed in alcune realtà comincia a farsi strada l’idea di promuovere giornate di dialogo interreligioso che coinvolgano tutte le religioni presenti sul territorio.
Rimandiamo al sito www.ildialogo.org per i già numerosi e significativi resoconti delle iniziative svolte.
Abbiamo altresì la segnalazione che iniziative analoghe alla nostra si stanno sviluppando anche in altri paesi europei come la Francia, dove è programmata una settimana di incontri fra cristiani e islamici di cui daremo segnalazione prossimamente. Iniziative continuano a svolgersi anche in questo mese sempre nell’ambito della Quarta Giornata Ecumenica del dialogo cristianoislamico,
Anche quest’anno le iniziative sono servite per fare il punto di un lavoro svolto e per programmare iniziative future. In molte realtà comincia ad essere praticato con costanza l’incontro fra cristiani e musulmani anche nei periodi di festa specificamente cristiani come il Natale e la Pasqua. Non sono solo i cristiani che vanno in visita alle moschee ma anche i musulmani che vanno in visita alle chiese e si confrontano e riscoprono le comuni radici abramitiche. Sono in programma infatti iniziative comuni sia per il prossimo Natale che per la prossima Pasqua (per info dettagliati vedi il sito
www.ildialogo.org). La festa e l’incontro continuano. Gli uomini e le donne del nostro paese e del mondo vogliono la pace e si organizzano per realizzarla e promuoverla. Segnaleremo con appositi comunicati stampa le prossime iniziative comuni che dureranno tutto il prossimo anno e fino alla Quinta Giornata del prossimo ramadan che cadrà il 20 ottobre del 2006.
Formuliamo a tutti i più sinceri auguri di
Shalom - Salaam - Pace Il comitato organizzatore
--------- Notizie Utili --------- Sottoscrivono e promuovono l’appello le seguenti riviste e associazioni a cui ci si può rivolgere e per adesioni o segnalazione di iniziative ADISTA Via Acciaioli n.7 - 00186 Roma Telefono +39 06 686.86.92 +39 06 688.019.24; Fax +39 06 686.58.98 E-mail info@adista.it http://www.adista.it Confronti
Roma, 06 4820503; 06 48903241; fax 06 4827901; redazione@confronti.net http://www.confronti.net/ CEM - Mondialità,
Via Piamarta 9 - Brescia 25121; tel 030-3772780; fax 030-3772781 ; e - mail: cemmondialita@saveriani.bs.it http://www.saveriani.bs.it/cem Cipax - Centro interconfessionale per la pace,
Via Ostiense 152, 00154 Roma; tel./fax 06.57287347; e.mail: cipax-roma@libero.it ; www.romacivica.netcipax. EMI - EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA Via di Corticella 181 - 40128 Bologna tel. 051326027 - fax 051327552 Ufficio Stampa: stampa@emi.it www.emi.it "Forum Internazionale Civiltà dell’Amore" Via Roma, 36 02100 RIETI Tel. 0746. 750127 fax: 0746. 751776 Email: forum@forumreligioni.it il dialogo - Periodico di Monteforte Irpino,
Via Nazionale, 51 83024 Monteforte Irpino (Avellino) tel. 3337043384 Sito: http://www.ildialogo.org/ Email: redazione@ildialogo.org
Isla Negra & Isola Nera - Casa di poesia e Letteratura,
Via Caprera, 6, 08045 Lanusei - www.giovannamulas.it - poesia@argentina.com
La nonviolenza è in cammino Foglio quotidiano del Centro di ricerca per la pace di Viterbo, Direttore responsabile: Peppe Sini.Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it Missione Oggi Via Piamarta 9 - Brescia 25121 tel 030-3772780 ; fax 030-3772781 e - mail: missioneoggi@saveriani.bs.it http://www.saveriani.bs.it/Missioneoggi Mosaico di Pace,
Via Petronelli n.6 70052 Bisceglie (Bari), tel. 080/3953507 fax: 080/3953450, email: info@mosaicodipace.it, Sito: http://www.mosaicodipace.it Notam, Lettera agli Amici del Gruppo del Gallo di Milano Corrispondenza: Giorgio Chiaffarino - Via Alciati, 11 - 20146 MILANO e-mail: notam@sacam.it - web: www.ildialogo.org/notam QOL, una voce per il dialogo tra le religioni e le culture,
Piazza Unità d’Italia 8 42017 NOVELLARA (RE), tel.0522-654251; fax 059-650073; E Mail: torrazzo@libero.it http://www.qolrivista.it Tempi di Fraternità,
Torino , c/o Centro Studi "Domenico Sereno Regis" - Via Garibaldi 13,10122 Torino - tel. 0141- 218291 ; 011 - 9573272 ; fax 02700519846, http://www.tempidifraternita.it/ tempidifraternita@tempidifraternita.it Volontari per lo Sviluppo Corso Chieri, 121/6, 10132 - Torino Tel. : 0118993823; Fax : 0118994700 redazione@volontariperlosviluppo.it http://www.volontariperlosviluppo.it/

Agnese Ginocchio
http://www.agneseginocchio.it Per l’elenco completo dei firmatari dell’Appello, per tutti i materiali ad esso relativi e per le iniziative in corso si può visitare il sito: http://www.ildialogo.org/ Email: redazione@ildialogo.org
Sabato, 5 Novembre 2005

 promuove la:
   IV Giornata del Dialogo ecumenico CristianoIslam
     
 "Siamo consapevoli che non con gli armamenti ,ma solo attraverso
percorsi di comprensione verso l'unica Verità in comune con tutte le Religioni,
e quindi attraverso percorsi di dialogo e di collaborazione,si potranno 
costruire strade durature alla Pace..."
Così recita una parte del comunicato diffuso da Pax Christi -Movimento
internazionale per la Pace-della sezione di Caserta -che aderendo alla IV Giornata
ecumenica del Dialogo cristianoislamico,  il 28 Ottobre promuoverà nel nostro Capoluogo 
un importante  iniziativa ,presso la cappella del seminario (adiacente al duomo di Caserta a dx),
a partire dalle ore 18,30 ,per la quale è prevista la presenza di esponenti delle comunità e
dell'associazionismo impegnato della nostra  provincia ,con la partecipazione e l'intervento
dell'Imam della Moschea di S.Marcellino:“ Hidouri  Nasser Ben  Hammar “e dell’
autorevole Padre Vescovo di Caserta :S.E. Mons. “Raffaele NOGARO “.
L'appello per la IV Giornata del dialogo cristianoislamico che cade nell'ultimo
venerdi del ramadan del mese di ottobre ,è stato lanciato da Giovanni Sarubbi direttore
del Comitato nazionale promotore della IV Giornata del dialogo cristianoislamico .
Il tema di quest'anno è:" Vincere la Paura per costruire la Pace" .L'incontro di Caserta
promosso da Pax Christi al quale aderisce anche il Comitato Caserta città di Pace ,
di cui Pax Christi è membro,sarà coordinato dai prof : Stefano Angelone e Rosa D'Andrea .
Sarà inoltre presentato  anche il canto ufficiale realizzato per  IV Giornata del dialogo cristianoislamico,
voluto dal comitato nazionale , già pubblicato sul sito web dello stesso (www.ildialogo.org) dal titolo:
"Verità e Nonviolenza",composto dalla cantautrice per la Pace Agnese Ginocchio
(www.agneseginocchio.it). Particolarmente significativo,quest'appuntamento perchè il 28 ottobre 
di quest'anno 2005 cade anche il 40° anniversario della promulgazione della dichiarazione
Nostra Aetate, sulle relazioni della chiesa con le religioni non-cristiane del Concilio Vaticano
 II, che ha aperto la strada del dialogo interreligioso in particolare con l'Islam e l'Ebraismo .
 
(Fonte: Pax Christi-Caserta-info: 0823/326228 )
CINDY SHEEHAN  

A fianco di Cindy Sheehan e dei pacifisti statunitensi contro la guerra Cindy Sheehan è madre di Casey, un soldato statunitense morto in Iraq. 

Ogni giorno, nel mondo troppe madri provano il suo stesso dolore. Ma Cindy lo ha.vissuto in un modo che ha costretto molti a ripensare a questa guerra,cui forse si rischia di abituarsi: si è accampata di fronte al ranch dove Bush stava trascorrendo le sue "brevi" vacanze ed ha chiesto di essere ricevuta dal presidente. Avrebbe voluto chiedergli, visto che le colossali bugie sulle armi di distruzione di massa sono ormai state smascherate, perché e per che cosa èmorto Casey. Inutile dire che Bush, non potendo rispondere che Casey è morto per difendere il ruolo americano di potenza imperiale mondiale, i profitti dei petrolieri, la lobby statunitense delle armi, ha rifiutato di riceverla. Ma Cindy ha ricevuto la solidarietà di numerose organizzazioni pacifiste che si sposteranno con lei di fronte alla casa bianca, e daranno vita, il 24settembre, ad una grande manifestazione per esigere il ritiro dei soldati statunitensi e la fine della guerra. II 24 settembre saremo quindi in piazza con i pacifisti statunitensi; ribadiremo ancora una volta la nostra solidarietà a tutte le vittime della guerra, ricordando che si tratta per la maggior parte di civili iracheni; e rinnoveremo la nostra richiesta di immediato ritiro dei soldati italiani.

-Fondo Sociale Europeo ;M.P.I.
-Direzione Generale per le relazioni Internazionali -Ufficio Scolastico Regionale ;
 -Città di Ercolano ;
 
il -"2° CIRCOLO di ERCOLANO   "F.GIAMPAGLIA"-
 
 organizza la : -Manifestazione conclusiva di fine anno/
 
Programma Operativo Nazionale 2004-
 
     attraverso i coetanei ercolanesi "
 
Venerdi 10 Giugno 2005  ore 21:00-  2° Circolo - Via del Corallo   Ercolano(NAPOLI)
 
Sul tema :"TRA UCCIDERE E MORIRE esiste una terza via:vivere" (Christa Wolf)
     
 Saranno presenti:
 
Onorevole :LUISA MORGANTINI Eurodeputato Presidente"Donne in Nero";
Dott.Nino Daniele-Sindaco di Ercolano;
Prof.ssa Luisa Bossa-Consigliere regionale
Dott.ssa Angela Cortese-Assessore politiche scolastiche,formative e pari opportunità della Provincia di Napoli;
Dott.ssa Isadora D'Aimmo-Assessore alla Pace,immigrazione e cooperazione internazionale della provincia di Napoli;
Agnese Ginocchio-cantautrice per la Pace;
 
Con l'Adesione : Dott.Alberto Bottino-Direttore generale Direzione Scolastica Regionale Dott.ssa Margherita Dini Ciacci-Presidente dell'Unicef
 
Si ringraziano:
 
 I bambini;Il Consiglio di circolo;I docenti;Il personale ATA; Coop.Masaniello mercato dei fiori;Antonio Curzio;
Le "Donne in nero"Napoli;Assopace-Napoli;Le Associazioni delle Donne di Ercolano;
 
-Durante la manifestazione sarà lanciato l'appello per la liberazione di Clementina Cantoni,la volontaria dell'Ass.internazionale ong:Care International,
  rapita da diverse settimane,di cui ancora non si sanno notizie-
Il Dirigente Scolastico :Dott.ssa "Giovanna Tavani" (info/contatti ufficio-scuola 081/7773133 )

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Comunicato stampa(Spiegazione e significato della manifestazione)

 

Il giorno 10 giugno 2005 alle ore 21.00 presso il 2° Circolo di Ercolano si terrà la manifestazione conclusiva “Voglia di pace: i bambini palestinesi incontrano i bambini israeliani attraverso i coetanei ercolanesi”. Il progetto è stato coofinanziato dalla comunità europea nell’ambito del Pon misura 3.1 per le zone a massimo rischio di esclusione sociale e culturale. Ercolano e nello specifico il quartiere di Pugliano nel quale è ubicata la scuola, presenta una realtà molto difficile in cui convivono clan camorristici spesso “in conflitto” cruento tra loro. Per questo motivo abbiamo deciso di porre l’attenzione sullo scenario di guerra  arabo-palestinese, sui diritti negati, per confrontarlo con il nostro quotidiano e sul ruolo che ognuno riveste per diventare messaggero di pace.

A tale progetto hanno lavorato 50 bambini e 23 mamme che attraverso la navigazione in internet  si sono documentati sul conflitto tra Palestina e Israele e sul ruolo delle associazioni pacifiste per poter elaborare delle riflessioni personali e propositive.

L’impegno delle mamme e dei bambini  ha consentito la realizzazione dei seguenti prodotti:

1.      Cortometraggio realizzato dai bambini “Una speranza in più” che,attraverso un viaggio fantastico, fa un parallelo tra  il dolore provocato ai bambini dalla guerra e quello causato dai “bulli di quartiere”. Un percorso su binari paralleli che giunge alla stessa conclusione: ricercare atteggiamenti costruttivi nei confronti della pace.

2.      Rappresentazione teatrale realizzata dai bambini “Guerre parallele” che analizza le problematiche di tre famiglie: palestinese, israeliana ed ercolanese in “guerra”. Culture diverse che, comunque, trovano una chiave unica di speranza per superare le barriere dei conflitti e diffondere suoni di pace.

3.      Cortometraggio realizzato dalle mamme “Voci di donne voci di pace” che superando i confini simbolici e non della guerra mettono a confronto i due mondi (Ercolano – mondo medio orientale) focalizzando l’attenzione sulla frase di Christa Wolf  “Tra uccidere e morire esiste una terza via: vivere” più volte messa in evidenza dalle “Donne in nero”. Le mamme in questo cortometraggio hanno voluto porre l’attenzione sul ruolo delle donne che combattono ogni giorno, in tanti modi, la guerra con messaggi ed azioni di pace anche a costo della propria vita come ad esempio Rachel Corrie: i sogni di pace non si possono spezzare se nel mondo esistono donne ed uomini che trasformano le idee in azioni di pace. La cantautrice  per la pace Agnese Ginocchio canterà la storia di Rachel accompagnata dai bambini e dalle mamme, centrando il suo messaggio sulla considerazione che la guerra non può essere accettabile per raggiungere la pace.

Sarà presente l’Onorevole Luisa Morgantini eurodeputato Presidente “Donne in nero” .

Per eventuali chiarimenti ed informazioni contattare il Dirigente Scolastico Prof.ssa Giovanna Tavani  :ufficio-scuola 081/7773133.Ercolano,

 

                    06/06/2005                                              Il Dirigente Scolastico

 

                                                                                 Prof.ssa Giovanna Tavani

 

  l'appello per la Liberazione di Clementina Cantoni

 
 
Durante i due giorni della 5^ edizione del" Meeting dei Giovani" di Caserta (4-5 Giugno P.zza Pitesti)
sul tema di quest'anno"Beati i miti perchè erediteranno la terra"
organizzato dal centro della Pastorale giovanile nella figura di d.Nicola Lombardi,
dopo l'Intervento per la Pace dei testimonial dell'Ass. nazionale Ong -Un ponte per :Simona Torretta (una delle due ragazze che furono rapite in Iraq e poi liberate)e Domenico Chirico ,è stato lanciato l'appello  per la liberazione di Clementina Cantoni,
la giovane volontaria dell'Ass. ong: Care International rapita da alcune settimane ,di cui ancora non si sanno notizie.
L'appello è stato lanciato e rilanciato più volte dai portavoce della Pastorale Giovanile diocesana (il 4 Giugno),
da s.e.mons. Raffaele Nogaro( figura di spicco impegnata in modo particolare per la pace)durante il suo saluto finale ai testimonial,dai volontari di Un ponte per(Simona Torretta e Domenico Chirico)e infine della cantautrice della pace Agnese Ginocchio(rappresentando Pax Christi-movim.per la pace), che alla presenza di Simona Torretta ,Domenico Chirico, di mons.Nogaro e di d.Nicola Lombardi,ha dedicato la sua canzone(già pubblicata sulle liste nazionali pace)"Donne in cammino..Liberate la Pace!", scritta durante il periodo del rapimento delle due Simone e a loro dedicata.
All'appello per la liberazione di Clementina Cantoni è seguito come consenso del pubblico e dei presenti un grande applauso,come una forte voce di richiamo che all'unanime da Caserta Città per la Pace lungo tutto il nostro teritorio partenopeo,si è innalzata in volo per chiedere al mondo la liberazione della giovane volontaria!
 
(Fine Comunicato)
 
___________________________________
segue comunicato 2:
 
[Testimonianze-Per Clementina Cantoni da: Agnese Ginocchio-cantautrice per la Pace -impegnata a favore dei  Diritti Umano-sociali-ambientali,nel Movimento per la Pace , la Nonviolenza e contro le mafie(:Comitato Caserta Città di Pace,Pax Christi,Libera,Peacelink,Emergency,Lillliput,Missionari Comboniani,Mov.Nonviolento,Mir,Acli, Comitato civico difesa acqua ,etc..)etc...Reduce dalle diverse esperienze musicali a carattere nazionale(leggi bio sul suo sito).La musica mespressione del suo Canto Libero ,è il risultato finale dei suoi percorsi,ricerche e impegno quotidiano sulle strade della Pace. Il suo sito è : www.agneseginocchio.it   Per info/contatti scrivere a: info@agneseginocchio.it  ]
 
 
 
dedicata a :
" CLEMENTINA  CANTONI"
 
 
" LIBERATE LA PACE
LIBERATE LE DONNE DI PACE
LIBERATE CLEMENTINA CANTONI,
    Donna e Volto di Pace !"
 
 
 
Volto di Donna
Volto di Pace
Volto di Speranza
Volto di Libertà
 
Eterna Giovinezza dell'animo!
 
Volto di Colei che incanta  e  unisce il cuore gli uomini ,
per Amore del servizio.
Volto di Donna
proiettato nell'Arcobaleno dell'Estate ,
 
 
 
che si erge dalle cascate inondanti
scaturite dai monti ,che scendono imponenti tra le pianure ,
per fecondare la terra  e  il  deserto inaridito dalle guerre .
 
Volto di Donna ,chiaro e  trasparente ,
sguardo terso come il cielo,
Innocente e dolce , semplice e profondo,
che accompagna il volo
della bianca Colomba della Pace...
 
Docile e mite Compagna della Nonviolenza!
 
 
 
Innalzeremo per Te  il Canto dell'Amore,
la Danza e la Festa dell'Amicizia fra i popoli,
la Voce della  Speranza degli ultimi e dei piccoli ,
mentre sorge l'Aurora dopo la lunga  notte !
 
Sulle note Arcobaleno della mia chitarra 
io per Te ,Compagna di Strada ,
per Te ,Donna in cammino e Volto  di Pace ,
troverò Forza,Coraggio, Audacia nell' alzare forte la mia voce
e cantare ancora una volta :

"LIBERATE LA PACE
LIBERATE  le  DONNE  di  PACE
LIBERATE -CLEMENTINA CANTONI-"
 
 
Donna Arcobaleno e Volto della Pace ...
affinchè Tu possa ritornare fra noi presto !"
 
Ciao  Clementina!

 

 

MARCIA PERUGIA ASSISI

 
Cari Amici,
 
Vi invitiamo ad aderire alla Marcia Perugia-Assisi per la giustizia e la pace che si svolgerà domenica 11 settembre 2005 alla vigilia di un importante vertice delle Nazioni Unite. Tre giorni dopo, infatti, i capi di stato di tutto il mondo si riuniranno a New York per decidere sulla lotta alla povertà e la riforma dell’Onu. Un’agenda troppo importante per essere lasciata nelle mani dei governi che sono, in buona misura, responsabili delle drammatiche condizioni in cui versa l’umanità e della grave crisi dell’Onu.  

La Marcia Perugia-Assisi dell’11 settembre sarà parte di una giornata mondiale di mobilitazione contro la miseria e l’ingiustizia, la guerra e l’unilateralismo lanciata a Porto Alegre da numerose organizzazioni della società civile di tutto il mondo.  

La Marcia ha tre slogan e un obiettivo. I tre slogan sono: “Mettiamo al bando la miseria e la guerra. Riprendiamoci l’Onu. Io voglio. Tu vuoi. Noi possiamo.” L’obiettivo è quello di dare voce a quanti si battono per un cambiamento radicale della politica estera e della difesa del nostro paese, per dare all’Italia un governo di pace.  

La Marcia Perugia-Assisi sarà preceduta dalla 6a Assemblea dell’Onu dei Popoli e dalla 2a Assemblea dell’Onu dei Giovani che si svolgeranno rispettivamente a Perugia e a Terni dall’8 al 10 settembre. Maggiori informazioni saranno disponibili nei prossimi giorni.

Nel frattempo vi rinnoviamo l’invito ad inviare subito la vostra adesione.  

Con i più cordiali saluti.
 



    
Flavio Lotti                                     Grazia Bellini
Coordinatore nazionale                              Coordinatrice nazionale

Tavola della Pace <flavio@perlapace.it> 

 

INIZIATIVE. 

MAO VALPIANA: PRESENTATA A MONTECITORIO LA PROPOSTA DI LEGGE PER I CORPI CIVILI DI PACE 

[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: mao@sis.it) per questo intervento. Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle della nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive ed opera come assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di intervento nel sociale"), e' membro del comitato di coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; un suo profilo autobiografico, scritto con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4 dicembre 2002 di questo notiziario] 

Nella sala della sacrestia della Camera dei deputati, a Montecitorio, si e' svolto il 25 maggio un seminario promosso dalla "Rete Corpi Civili di Pace", per presentare la proposta di legge n. 5812, "Disposizioni per il riconoscimento dei congedi per la partecipazione a missioni organizzate nell'ambito dei corpi civili di pace" (prima firmataria l'on. Tiziana Valpiana, con l'adesione di Giovanni Bianchi, Ruzzante, Boato, Pistone, Grandi, Ruggeri, Bandoli, Bielli, Bimbi, Bulgarelli, Calzolaio, Cima, Crucianelli, Maura Cossutta, Deiana, De Simone, Fumagalli, Giacco, Giulietti, Griffagnini, Kessler, Mascia, Mantovani, Luca', Provera, Russo Spena). "Una proposta - ha spiegato Tiziana Valpiana, capogruppo del Prc nella Commissione affari sociali della Camera - sottoscritta da un gran numero di parlamentari, che accoglie una richiesta che arriva diffusamente dalla societa' civile: dare spazio, attuazione e riconoscimento istituzionale alla difesa civile, non armata e nonviolenta". La finalita' della proposta di legge e' anche quella di creare un riconoscimento e un sostegno istituzionale attorno alla proposta della difesa nonviolenta. I Corpi civili di pace, che gia' operano da anni in situazioni di crisi, dal Kosovo alla Bosnia, da Israele-Palestina allo Sri Lanka, sono un'applicazione concreta dei principi costituzionali di "difesa della patria" e di "ripudio della guerra". Il lavoratore che chiedera' di partecipare ad interventi di Corpi civili di pace sulla base della legge oggi presentata si vedrebbe garantito un periodo frazionabile di almeno dodici mesi di aspettativa non retribuita dal proprio impiego, sia pubblico che privato, conservando altri istituti come l'anzianita', le ferie, la tredicesima e i contributi previdenziali figurativi. * Al seminario di presentazione del disegno di legge sono interventi Alberto L'Abate (presidente dell'Italian Peace Research Institute - in sigla: Ipri-), e Nanni Salio (segretario dell'Ipri), che hanno illustrato il ruolo positivo dei Corpi civili di pace nella soluzione nonviolenta dei conflitti, e come essi siano un'efficace articolazione della societa' civile costituiti da professionisti e volontari, qualificati e preparati per intervenire in situazioni di crisi attraverso gli strumenti della difesa popolare nonviolenta e della diplomazia popolare. Particolarmente significativa la partecipazione del ministro Carlo Giovanardi (ministro ai rapporti con il Parlamento, con delega per il Servizio civile) e dell'on. Massimo Palombi (direttore dell'Ufficio nazionale per il servizio civile), che hanno dimostrato un reale interesse al progetto e una sostanziale condivisione, auspicandone l'approvazione, come un possibile arricchimento e completamento delle esperienze di servizio civile allestero, per poter affiancare ai giovani anche personale volontario adulto, con esperienze e specifica formazione. Nel corso del seminario si e' anche cercato di articolare il concetto stesso di Corpi civili di pace attraverso corsi di formazione o missioni in luoghi a rischio per prevenire i conflitti, sulla base di progetti da presentare al "Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta" e sottoporre all'approvazione dell'Ufficio nazionale per il servizio civile. * Della "Rete Corpi Civili di Pace", promotrice dell'iniziativa, fanno parte un cartello d'associazioni: Associazione per la pace, Berretti Bianchi, Movimento Nonviolento, Casa per la pace di Milano, Centro studi difesa civile, Movimento Internazionale della Riconciliazione, Gavci, Obiettori Forlivesi, Operazione Colomba, Pax Chisti, Pbi, Rete Lilliput Bologna, Sisp e Servizio Civile Internazionale.

DATI CHE FANNO PENSARE

Ogni minuto che passa una persona muore uccisa da un'arma da fuoco. Eppure ogni hanno vengono prodotte 8 milioni di armi leggere di cui almeno il 60% finisce nelle mani di civili. Nel mondo sono in circolazione quasi 700 milioni di armi. In questo stesso mondo, con queste stesse armi, ogni anno almeno 500.000 esseri umani vengono ammazzati e 300.000 bambini soldato sono costretti ad imbracciare e usare armi da guerra come se fossero giocattoli. Decine di conflitti vengono sostenuti e alimentati dal traffico incontrollato dei prodotti dell'industria militare. Milioni di persone pagano a caro prezzo le scelte sbagliate dei rispettivi governi, che spendono sempre più denaro per produrre o acquistare armi anziché sostenere programmi di sviluppo economico e lotta alla povertà. 

Amnesty international chiede urgentemente il tuo impegno per fermare il traffico incontrollato di armi nel mondo! La foto-petizione "The Million Faces" è un nuovo modo di fare campagne. 

Amnesty International sta raccogliendo foto di persone di tutto il mondo. L'obiettivo è quello di raggiungere un milione di adesioni entro il 2006, quando i governi si riuniranno alla conferenza delle nazioni Unite per discutere il problema della diffuzione delle armi. Aderisci anche tu, mettici la faccia! Potrai inserire e rivedere la tua foto su http://www.controlarms.org/million_faces/en/index.php/register

 

 

GUALTIERO VIA:

 LA RETE LILLIPUT PER L'OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI

 [Dalla mailing list del Gruppo di lavoro tematico (in sigla: glt) su nonviolenza e conflitti della Rete Lilliput (per contatti: glt-nonviolenza@liste.retelilliput.org) riprendiamo il seguente articolo scritto per "Formiche di pace" e disponibile anche nella home page del sito della Rete Lilliput. Gualtiero Via (per contatti: gualtierov2000@yahoo.it), educatore e costruttore di pace, e' particolarmente impegnato nell'esperienza della Rete di Lilliput, del cui gruppo di lavoro tematico sulla nonviolenza e i conflitti e' una delle personalita' piu' note e prestigiose] La straordinaria espansione che il movimento contro la guerra ha conosciuto negli ultimi tre anni e' e resta uno dei fatti politici di maggior rilievo da tenere presente da parte di chi vuole operare per un mondo diverso, fondato sulla pace e sulla giustizia. Molti, anche nelle fila del movimento contro la guerra, hanno reagito con disillusione, sfiducia, senso di impotenza al fatto che nonostante le imponenti mobilitazioni in tante capitali del mondo, le spinte alla guerra non si siano potute fermare, a partire dalla minacciata e poi attuata aggressione all'Iraq da parte degli Usa. 

Come Rete Lilliput, pur avendo investito per quanto era nelle forze e con profonda convinzione nelle mobilitazioni contro la guerra, abbiamo sempre avuto chiaro che la lotta per un mondo di pace e giustizia e' una lotta di media e lunga durata, non di breve durata: e' una lotta contro un intero sistema - economico come politico e culturale - e non contro la singola decisione - o strategia - di una singola potenza. La guerra e' il frutto, cioe', non solo delle scelte consapevoli di elite al potere in determinate nazioni: essa e' anche il frutto di modelli di consumo e modelli di relazioni fra stati ed aree economiche, che tutti ci vedono in misura minore o maggiore coinvolti, se non complici. La novita' piu' importante a noi pare stia nel fatto che la consapevolezza di questa natura "sistemica" del problema della guerra e della pace sta diventando patrimonio comune di un numero sempre piu' largo di persone, gruppi, associazioni, settori di societa' civile.

 Questa presa di coscienza sta avvenendo al Nord come al Sud, all'Est come all'Ovest: il movimento contro la globalizzazione neoliberista e' stato ed e' un veicolo importante di questa consapevolezza, ma non e' il solo. Ora, in questa situazione, le persone, i gruppi, le comunita' che sentono come non piu' sufficiente un impegno per la pace che sia puramente "dimostrativo" sono destinate a crescere. 

Non basta "dimostrare" esternamente dei si' alla pace e dei no alla guerra, come potevano essere le bandiere di pace alle finestre, e lo scendere in strada a manifestare contro nuove minacce di guerra: tutto questo ha avuto una grande importanza, ma non basta. Cosi' come e' vero che la democrazia non puo' essere banalizzata come il mettere una scheda in un'urna ogni quattro o cinque anni, perche' la cittadinanza e' invece un rapporto attivo e reciproco, in cui "si vota tutti i giorni", allo stesso modo la pace la si costruisce - la si deve costruire - tutti i giorni, nella propria esperienza quotidiana di cittadini, uomini o donne, di persone, di congiunti, vicini di casa, studenti, lavoratori, eccetera. In assenza di esperienze, tradizioni, strumenti, questo genere di appelli si risolverebbe facilmente in un puro volontarismo individuale - certamente nobile, ma probabilmente poco efficace. 

Noi sappiamo pero' che invece di tradizioni, esperienze e strumenti ne esistono, e proprio la "domanda di pace" diffusa e' la sfida con cui esse tradizioni, strumenti, eccetera devono mettersi in gioco. Questo, anche, e' il senso dell'impegno nonviolento e "per un'economia di giustizia" della Rete Lilliput. L'accento sul patrimonio di esperienze, tradizioni, strumenti disponibili non va inteso in senso chiuso e "passatista": a volte l'esperienza e la cooperazione fra forze diverse hanno consigliato la necessita' di dare vita a nuovi strumenti, ad hoc, per conseguire determinati risultati - e' il caso per esempio della Rete Italiana Disarmo, (www.disarmo.org) nata a valle della positiva esperienza delle mobilitazioni a difesa della legge 185/90 sul commercio delle armi. 

* Una tradizione di assoluta importanza nel quadro della lotta per una societa' di pace e giustizia e' quella della disobbedienza civile e nonviolenta, antimilitarista. Le forme di protesta e rifiuto del sistema militare piu' note, piu' diffuse e piu' praticate storicamente sono state l'obiezione di coscienza al servizio militare e l'obiezione alle spese militari. Per decenni, l'azione nonviolenta, consapevole, in opposizione al militarismo nel nostro paese si e' espressa fondamentalmente nell'obiezione di coscienza al servizio militare e alle spese militari. 

Ora, queste due forme di disobbedienza nonviolenta negli ultimi anni hanno alquanto perso di centralita' fra gli strumenti noti e diffusi di azione per la pace e contro la guerra. Non e' questa la sede per analizzare le diverse ragioni di questo fatto, su cui potremo ragionare insieme, mediante questo bollettino o altri strumenti. Quello che ci preme esprimere e' la nostra convinzione che la "domanda di pace" di cui sopra sia una domanda di strumenti realistici ma anche nei quali vi sia coerenza fra mezzi e fini, strumenti che possano dar vita a vere e proprie campagne politiche, diffuse, ma che richiedano, consentano, vorrei dire esaltino, il ruolo di ciascuno, e anche solo del singolo. 

In questo spirito, e riconoscendoci nei suoi obiettivi sia generali che specifici, noi della Rete Lilliput abbiamo dato la nostra adesione convinta alla Campagna di obiezione alle spese militari, diffondendone i materiali nei luoghi della Rete (nodi locali, gruppi di lavoro, associazioni) e sollecitandone il sostegno in tutte le sedi (coordinamenti, "tavole della pace" locali o provinciali, eccetera).

LIBRI. 

ENRICO PEYRETTI PRESENTA 

"LA GUERRA E' LA MALATTIA NON LA SOLUZIONE" 

DI EUGEN DREWERMANN 

[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey@libero.it) per questo intervento. Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori del foglio telematoco "La non violenza è in cammino", ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e una recente edizione aggiornata e' nei nn. 791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org. Una piu' ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15 novembre 2003 di questo notiziario. 

Eugen Drewermann e' un illustre teologo e psicoterapeuta; tra le sue opere segnaliamo almeno: Psicoanalisi e teologia morale; Il vangelo di Marco; Psicologia del profonde e esegesi (due volumi); Parola che salva, parola che guarisce; Il cammino pericoloso della redenzione; Il messaggio delle donne, L'essenziale e' invisibile; I tempi dell'amore; Cenerentola; Il tuo nome e' come il sapore della vita; Il cielo aperto, Parole per una terra da scoprire; tutte presso la Queriniana, Brescia; Guerra e cristianesimo, la spirale dell'angoscia, Raetia, Bolzano; La fede inversa di Eugen Drewermann, Edizioni La Meridiana, Molfetta 2033; La guerra e' la malattia non la soluzione, Claudiana, Torino 2005] Di questo libro di Drewermann (Eugen Drewermann, La guerra e' la malattia non la soluzione, introduzione di Gianni Vattimo, Editrice Claudiana, Torino 2005, pp. 208, euro 17,50) oserei correggere il titolo: non piu' "La guerra e' la malattia, non la soluzione", ma, addirittura, "L'esercito e' la malattia, non la soluzione". 

Molti sono i temi di questo lavoro appassionato del famoso psicoanalista e teologo cattolico: guerra e terrorismo, tecnica e terrore, l'immagine del nemico, l'islam, il pacifismo, Israele e palestinesi, il fondamentalismo, la cultura di pace, i maschi e la guerra, la nonviolenza, le religioni e la pace, guerra giusta, guerra santa, psicoterapia e violenza, educazione alla pace. Ogni tema e' discusso in dialogo-intervista con Juergen Hoeren, con apertura di orizzonti, sguardo all'attualita' seguita all'11 settembre (l'edizione originale e' del 2002), liberta' critica, impegno umano di liberazione, e forte senso evangelico. 

Drewermann indica che il discorso della montagna di Gesu' e' praticabile nella storia. Ma dicevo dell'esercito. Per poter fare la guerra bisogna plasmare gli uomini con lo stampino dell'esercito, che non e' diverso dalla disumanizzazione del fanatico. E' questo il tema psicologico piu' insistito nel libro. "L'esercito, il servizio militare, non consiste in null'altro se non attivare il lato criminale presente negli stessi esseri umani, che viene poi istruito e strumentalizzato per combattere la criminalita' (sia internazionale, sia interna). Cosi', pero', non ci se ne libera, ma la si rende eterna" (p. 58). Papa Pio XII affermo' che "nessun cattolico avrebbe avuto il diritto di rifiutare il servizio militare appellandosi alla sua coscienza", e teologi cattolici illustrarono nel Parlamento tedesco questa opinione, che un cattolico responsabile deve essere (le parole sono di Drewermann) "disponibile a fare la guerra", deve "imparare a uccidere a comando" (pp. 54-55). Dopo, la coscienza cattolica ha fatto un cammino. Nell'addestramento militare "non e' solo importante distruggere l'autostima, bisogna anche abbattere l'inibizione a uccidere... L'esercito e' un'arcaica e barbara orda di uomini, un ostacolo alla civilta'" (p. 62). "Cio' che produce l'esercito non e' sicurezza, ma una paranoia reale, un apocalittico Armageddon, la perpetuazione nella storia del mondo di Caino e Abele" (p. 70). "E' chiaro che, attraverso questo comportamento [la guerra Usa in risposta all'11 settembre] i terroristi troveranno conferme piuttosto che smentite riguardo alla loro visione dell'Occidente... Ripeto, ogni guerra e' di per se stessa terrorismo" (p. 75). Non sono "realiste" le persone che pretendono di stabilire la "pace" con la minaccia di omicidi di massa: "ai miei occhi si ha a che fare con potenziali stragisti, con criminali del piu' alto rango, con terroristi di Stato, con pazzi di ogni tipo" (p. 73). "Non appena viene pronunciata la parola guerra, qualsiasi mezzo viene giustificato... Leggiamo, per esempio, che dobbiamo distruggere i talebani "con tutti i mezzi"... Nulla e' cosi' santo da rendere tutto il resto giustificabile, altrimenti avremmo fatta nostra la mentalita' dei terroristi. A quel punto l'ideologia dello Stato sarebbe identica a questa mentalita' e con essa intercambiabile. Sarebbe la stessa follia della coscienza" (p. 99). Riguardo al conflitto Israele-Palestina, Drewermann osserva che l'apporto delle religione renderebbe possibile "un discredito dell'intero, folle apparato militare, che in effetti gia' solo attraverso la sua esistenza assorbe tutti gli elementi capaci di cultura... C'e' una carenza di parole nel nostro mondo che ci chiude. La violenza e' una lingua sostitutiva motivata dal rifiuto del dialogo" (pp. 102-103). "La guerra... non e' degna di noi. Ripeto: dovremmo rimuovere in primo luogo i campi di addestramento militare, il lavaggio del cervello fatto nelle caserme di ogni citta', e non solo presso i terroristi in Afghanistan. Bisognerebbe cominciare qui, da noi" (p. 112). "Rispettando l'obbligo dell'obbedienza all'esercito, gli esseri umani vengono del tutto annullati come persone in quanto essi si identificano completamente con la centrale di comando. A questo si aggiunge il fatto che viene creato un pensiero sostitutivo, non piu' soggetto al controllo emozionale" (p. 120). L'autore mostra con vari esempi atroci di quali nefandezze normali in guerra diventano capaci i soldati eccitati ad uccidere, privati dei normali sentimenti umani. "La sola realta' dell'esercito uccide quotidianamente molti piu' esseri umani di quanti non ne possiamo 'salvare'" (p. 122). Sento qui l'eco del grande Kant: "La guerra fa piu' malvagi di quanti ne toglie di mezzo". Il grande valore dell'islam autentico, e delle altre religioni monoteistiche, e' l'affermazione che "Dio e' grande", che e' "piu' grande del potere stabilito". Allora, chiede Drewermann: "Che cosa accadrebbe se ci fossero esseri umani che dichiarassero: proprio perche' Dio e' piu' grande, non prendo ordini per andare in guerra, non prendo ordini per fare il soldato?" (p. 143). Ecco la grande possibilita' e responsabilita' delle religioni, forza eversiva della violenza, liberatrice di umanita' nella storia. Forza non usata. Forza non creduta. Dio e' assoggettato ai poteri stabiliti. "La violenza distrugge moralmente colui che la utilizza". Fatto l'esempio attuale di un soldato istruito ad essere un killer professionista, l'autore chiede: "Quanti sensi di colpa lo assaliranno? E se non ne ha piu', ancora peggio. 

Quante reazioni della sensibilita' umana devono essere state eliminate in lui, affinche' possa essere un assassino?" (p. 153). "Chiunque faccia il soldato deve essere pronto a utilizzare veramente le cose che gli sono state insegnate in caserma. L'epoca delle scuse morali e' finita" (p. 160). L'esistenza dei cappellani militari, che assicurano la "consolazione morale" dei soldati, pone il problema: o "religione di popolo", confortato ad obbedire ai potenti, oppure religione profetica, percio' critica dei poteri assolutizzati, e dunque istigante il popolo alla indipendenza morale e alla possibile disobbedienza, percio' perseguitata dai potenti e, probabilmente, rifiutata dalla maggioranza succube (cfr p. 161). A proposito dei famosi esperimenti di Milgram (dimostrazione che persone normalissime per rispettare l'autorita' e la scienza diventano potenziali assassini), scrive Drewermann: "Nell'esercito non viene semplicemente fatto affidamento a questa 'obbedienza media', ma l'obbedienza viene addestrata duramente, con paura e sotto giuramento, affinche' di fronte ai superiori tutto questo venga continuamente automatizzato in gesti di sottomissione" (p. 174). Richiamando Freud (ma qui c'e' un errore: non si tratta della lettera ad Einstein, che e' del 1932, ma del saggio del 1915), per il quale "la morale del singolo e' ormai molto superiore alla 'morale' dei potenti", e Einstein nel 1950, per il quale "l'uccidere in guerra non si differenzia per nulla da un omicidio efferato", Drewermann aggiunge: "Tuttavia, raramente si troveranno omicidi con una considerazione di se' pari a quella dei soldati" (p. 175). Drewermann riferisce l'impressionante testimonianza di un soldato statunitense in Vietnam (1). Era quasi impazzito per le conseguenze interiori dei suoi omicidi a decine, commessi in guerra. Guarito da un monaco buddhista, ora e' monaco lui stesso. Egli riconosce "che il mondo in cui aveva vissuto e' follia pura: addestrare esseri umani a uccidere... e il peggiore aspetto di questa follia e' che esiste una societa' che non solo non vuole alcuna riflessione su queste presunte necessita', ma che le vieta". Il cristianesimo occidentale e' impreparato a curare "questa follia apparentemente normale, perche' si tiene ancora troppo allineato all'autorita' statale" (pp. 181-184). Il primo dei cinque punti che Drewermann propone per educarci alla pace e' la necessita' di liberarci dall'ostacolo che sta "nella disponibilita' all'obbedienza, nella capacita' di cedere la propria responsabilita', di richiamarsi a ordini dati da altri" (p. 185). "Caratteristica dell'essere soldato e' il fatto che egli si debba annullare come soggetto per essere disponibile all'annullamento di 'materiale umano' insito nel nemico, e all'omologazione nella propria truppa" (p. 187). "L'esercito e' la condizione marginale o di catastrofe della vita civile, e tanto piu' a lungo questo sopravvive, tanto piu' diviene catastrofe per tutta la nostra vita" (p. 189). Ha scritto Teresa Sarti, di Emergency: "Finche' la guerra sara' tra le opzioni possibili, la guerra ci sara'" ("Il manifesto", 12 marzo 2004). La principale alternativa alla guerra che Drewermann propone e' il dialogo profondo, preveggente, preventivo, autocritico, col "nemico". Solo la parola seria guarisce i rapporti umani. 

* Vorrei terminare con una orrenda esperienza personale, che ho gia' riferito in numerosi articoli e in piu' di un libro. Il 29 marzo 1996, durante un dibattito sulla guerra in un teatro torinese, pieno di studenti di scuola media superiore, il generale Carlo Jean, allora come oggi alto comandante militare, disse letteralmente (prendevo appunti sotto dettatura): "Nell'esercito e' necessaria la disciplina... perche' combattere significa uccidere. Occorre l'esecuzione automatica dell'ordine". Ora, dove c'e' esecuzione automatica non c'e' coscienza, dunque non c'e' piu' un essere umano. Mi pento di non avere denunciato il generale per corruzione di minorenni. Le tesi di Drewermann (che gia' anticipava Kant, a proposito di eserciti permanenti) sulla disumanizzazione dei soldati, imposta per usarli come strumenti di omicidio, e' confermata da un alto militare italiano. 

* Note 1. Si tratta, con tutta evidenza, di Claude Thomas, venuto piu' volte in Italia, di cui abbiamo qualche scritto, come l'opuscolo Un cammino di liberazione. Dalla guerra in Vietnam alla pace nel cuore, pubblicato da La Rete di Indra, Roma 1996 (per richieste: e-mail: indra@alfanet.it, tel.: 068079090). Ne ha parlato anche "L'Unita'" del 6 maggio 1997.

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CHI COMPRA VOTA  
Votate ogni volta che fate la spesa,
ogni volta che schiacciate il telecomando,
ogni volta che andate in banca
sono voti che date al sistema.
(Alex Zanotelli, missionario)

 

A più di un anno di distanza, la guerra in Iraq continua; ora ci sarà il lento cammino verso la normalizzazione, la ricostruzione e la democrazia … così ci dicono.

Questa guerra non l’abbiamo fermata. 

Nonostante le mille manifestazioni e i milioni di bandiere della Pace che hanno sventolato dai nostri balconi, non siamo riusciti a far prevalere le ragioni della vita ed il Diritto Internazionale.

Siamo convinti di una cosa però: che chi ha avuto interessi in questa guerra, che ci ha guadagnato e ci guadagnerà non avrà più il nostro supporto economico. Perché se le guerre si fanno per motivi economici, per conquistare nuove immense fonti di risorse naturali o nuovi mercati per continuare a fare affari, allora noi lanceremo un messaggio forte e chiaro: “I vostri prodotti sono ottenuti anche favorendo una politica che crede nell'idea di "guerra preventiva" Noi non ci stiamo”.

Ecco perché, aderendo alla campagna nazionale promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, proponiamo ai cittadini di:

  1. eliminare dalla spesa alcuni prodotti di multinazionali che hanno avuto un ruolo determinante nella campagna elettorale e/o rifornito gli eserciti delle Amministrazioni dei paesi che stanno adottando politiche di guerra;

  2. aumentare i consumi di prodotti del Commercio Equo e Solidale.

Il nostro è un messaggio di Pace Preventiva, per scongiurare che altri conflitti vengano innescati nel mondo nel nome della sicurezza e della libertà.

Il nostro è un messaggio che chiede a chi detiene la maggior parte della ricchezza di adottare comportamenti più etici in tutto il processo produttivo, compreso lo scaffale del grande centro commerciale in cui andiamo a fare la spesa: noi, i consumatori, abbiamo un grande potere ogni volta che acquistiamo un prodotto piuttosto di un altro. 

E se facciamo sapere le motivazioni che ci portano a determinate scelte, allora dovranno ascoltarci … e cambiare.

Vogliamo “far girare un’economia” sana, nei principi e nel pieno rispetto della dignità umana, un’economia che non getti le basi della disuguaglianza, dello sfruttamento e dell’ingiustizia che poi portano inevitabilmente a tensioni che si vuol fare credere che possano essere risolte solo con le guerre.

 

A tutti coloro che ripudiano la guerra come mezzo per la risoluzione dei conflitti internazionali,  che chiedono il pieno rispetto dell'articolo 11 della Costituzione italiana,  che trovano aberrante l'idea di guerra preventiva diciamo:

 

Aderisci subito come individuo!

Aderisci subito anche come gruppo di appoggio!

 
Dal 15 maggio 2003 ad oggi hanno aderito
2519 persone e 62 gruppi/associazioni.
 

"La mia spesa per la Pace" è una Campagna che nasce in un preciso ambito territoriale, la provincia ovest di Milano ed è a livello locale che conta di avere risultati visibili in termini di diminuzione delle vendite dei prodotti di cui si consiglia il non acquisto e di aumento delle vendite dei prodotti del Commercio e Equo e Solidale.

Dal luglio 2004, il sito internet della Campagna è stato aperto all'adesione da parte di gruppi di altre parti d'Italia, interessati a portare avanti la Campagna nel proprio territorio. Per ovvi motivi, al momento è nettamente preponderante la quota di adesioni raccolta nella provincia di Milano (puoi vedere qui il quadro territoriale delle adesioni). Ciò dimostra che è possibile ottenere risultati significativi: se in tutta Italia si fossero raccolte adesioni come nei paesi dove la Campagna ha avuto maggior successo il numero totale di aderenti sarebbe superiore a 900.000!

 

Tutta la documentazione relativa alla Campagna, compresi i materiali di approfondimento e per la diffusione,  è disponibile sul sito www.lamiaspesaperlapace.it
 
Fate girare la voce tra le vostre conoscenze e tra i gruppi affini con i quali avete contatti!

 

Pensiamo globalmente - Agiamo localmente ...

Campagna "La mia spesa per la Pace"

info@lamiaspesaperlapace.it
www.lamiaspesaperlapace.it
Sergio Colombo, Tel. e fax 029024617 - Cell. 3486502703

 

Londra 17.10.04 

Appello dell'Assemblea dei Movimenti Sociali 

Veniamo da tutte le campagne e dai movimenti sociali, "no vox", organizzazioni, sindacati, organizzazioni per i diritti umani, organizzazioni di solidarietà internazionale, movimenti contro la guerra e per la pace e femministe. Veniamo da tutte le regioni dell'Europa per partecipare a Londra alla terza edizione del Social Forum Europeo. Siamo molti, e la nostra forza e' la diversità. 

Oggi la guerra rappresenta la faccia piu' vera e piu' crudele del neoliberalismo. 

La guerra e l'occupazione dell'Iraq, l'occupazione della Palestina, il massacro in Cecenia e le guerre dimenticate in Africa stanno schiacciando il futuro dell'umanità. La guerra in Iraq fu giustificata dalle menzogne. Oggi l'Iraq e' umiliato e distrutto. Gli iracheni sono prigionieri della guerra e del terrore. L'occupazione non può mai portare libertà, né migliori condizioni di vita. Al contrario, oggi chi sostiene le tesi dello 'scontro tra civiltà è più forte. 

Noi stiamo combattendo per il ritiro delle truppe di occupazione dall'Iraq, per una sospensione immediata dei bombardamenti e per l'immediata restituzione della sovranità al popolo iracheno. 

Noi sosteniamo i movimenti Palestinesi e Israeliani impegnati per una pace giusta e duratura. Seguendo i pronunciamenti della Corte Internazionale di Giustizia dell'ONU e il voto unanime nelle nazioni europee all'Assemblea Generale dell nazioni unite noi chiediamo la fine dell'occupazione israeliana e lo smantellamento del Muro che crea Apartheid. 

Richiediamo sanzioni politiche ed economiche verso il governo di Israele se esso continuerà a violare le leggi internazionali e i diritti umani del popolo palestinese. Per queste ragioni ci mobilitiamo per una settimana internazionale di azione contro l'apartheid dal 9 al 16 Novembre e per le giornate Europee di Azione per il 10 e 11 Dicembre, Anniversario della Dichiarazione dell'ONU sui Diritti Umani. 

La destabilizzazione del clima globale mette un'ipoteca senza precedenti sul futuro dei nostri bambini e dell'umanità; noi sosteniamo l'impegno delle organizzazioni ambientaliste per una azione internazionale sul Cambiamento Climatico nel 2005. 

Sosteniamo le campagne contro gli Organismi Geneticamente Modificati e per agricoltura, cibo e ambiente sani. Nel Febbraio 2005 confluiamo nelle azioni di protesta contro il vertice Nato a Nizza. Ci opponiamo al governo globale e alle politiche neoliberali del G8, e quindi ci impegniamo a mobilitarci in forma massiccia in occasione del vertice G8 del Luglio 2005 in Scozia. 

Noi vogliamo un'altra Europa che rigetti il sessismo e la violenza contro le donne e ribadisca il diritto a scegliere se abortire. Noi sosteniamo la giornata internazionale di mobilitazione contro la violenza contro le donne il 25 Novembre. Noi sosteniamo la mobilitazione per celebrare la Giornata Internazionale delle Donne l'8 Marzo. Sosteniamo l'iniziativa europea del 27/28 maggio a Marsiglia proposta dalla Marcia Mondiale delle Donne. 

Noi siamo contro il razzismo e l'Europa Fortezza e per i diritti umani dei migranti e i richiedenti asilo; per la libertà di movimento: per la cittadinanza di residenza e la chiusura dei centri di detenzione. Ci opponiamo alla deportazione dei migranti. Proponiamo una giornata di azione il 2 Aprile 2005 contro il razzismo, per la libertà di movimento e per il diritto di residenza come alternativa a un Europa basata sull'esclusione e lo sfruttamento. 

Dal momento che la bozza del trattato per la Costituzione Europea sta per essere ratificato, noi rivendichiamo i diritto dei popoli europei ad essere consultati direttamente. La bozza non incontra le nostre aspirazioni. Questo trattato costituzionale consacra il neo liberalismo come dottrina ufficiale dell'Unione Europea, fa della competizione la base della legge della legge e di tutte le attività umane della comunità europea; ignora completamente gli obiettivi di società ecologicamente sostenibile. 

Questo trattato costituzionale non garantisce uguali diritti, la libera circolazione dei popoli e la cittadinanza per tutti coloro che vivono nei paesi, qualunque sia la sua nazionalità; da alla Nato un ruolo per la politica di difesa ed estera europea, e spinge per la militarizzazione dell'UE. 

Infine mette il mercato prima della marginalizzazione della sfera sociale e quindi accelera la distruzione dei servizi pubblici. Stiamo combattendo per un'Altra Europa. Le nostre mobilizzazioni portano con loro la speranza di un Europa dove l'insicurezza lavorativa e la disoccupazione non hanno parte. Stiamo combattendo per un'agricoltura vitale controllata dagli stessi agricoltori, un'agricoltura che preservi il lavoro e difenda la qualità dell'ambiente e la produzione di cibo come bene pubblico. 

Noi vogliamo aprire l'Europa al mondo, con il diritto all'asilo, la circolazione libera della gente e la cittadinanza per tutti coloro che vivono nei paesi. Domandiamo eguaglianza sociale reale tra uomini e donne con salario uguale. 

La nostra Europa rispetterà e promuoverà la diversità culturale e linguistica e rispetta il diritto all'autodeterminazione e permette ai differnti popoli europei di decidere sul loro futuro in maniera democratica. Siamo impegnati per un'Altra Europa che rispettosa dei diritti dei lavoratori e garantisca loro un salario decente e un alto livello di protezione sociale,. 

Siamo impegnati contro le leggi che costruiscono instabilità con nuovi modi di lavoro precari. Stiamo lavorando per un Europa che rifiuta la Guerra, un continente di solidarietà internazionale e una società ecologicamente sostenibile. 

Combattiamo per il disarmo, contro le armi nucleari e contro le basi militari USA e NATO. Sosteniamo tutti coloro che rifiutano il servizio militare.

 Rigettiamo la privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni come l'acqua. Stiamo combattendo peri diritti umani, sociali, economici, politici e ambientali per sconfiggere e superare il ruolo del mercato, la logica del profitto e la dominazione del terzo mondo attraverso il debito. Rifiutiamo l'uso della "guerra contro il terrorismo" per attaccare i diritti civili e democratici e criminalizzare il dissenso e i conflitti sociali. 

Il Movimento Europeo Sociale sostiene le mobilitazioni nazionali del movimento italiano per il 30 Ottobre a Roma per caratterizzare il trattato Costituzionale Europeo - contro guerra, liberalizzazione e razzismo, per ritirare le truppe dall'Iraq e per un'altra Europa. 

Il Movimento Europeo Sociale sostiene la mobilitazione in Barcellona contro il vertice di Zapatero, Chirac e Schroder sulla Costituzione Europea del Gennaio 2005. Sosteniamo la mobilitazione dell'11 Novembre 2004 contro le direttive Bolkestein. Dal momento che la nuova Commissione Europea millanta in modo biasimevole un alto profilo nelle politiche liberiste, noi dobbiamo far partire un processo di mobilitazione in tutte le nazioni europee per imporre il recupero di tutti i diritti individuali, sociali, politici, economici, culturali ed ecologici per i maschi e le femmine. 

Per aiutare tutti i popoli europei a connettersi con questo processo, dobbiamo costruire un movimento che non tenga in nessun conto delle nostre differenze e dei gruppi con tutti gli sforzi dei popoli europei che sono coinvolti nella lotta contro il neo liberalismo Europeo. 

Il 20 Marzo 2005 è il secondo anniversario dell'inizio della guerra contro l'Iraq. 

Il 22 e il 23 Marzo il Concilio Europeo si incontra a Bruxelles. 

Noi chiediamo mobilitazioni nazionali in tutte le nazioni Europee. 

Noi convochiamo una dimostrazione centrale a Bruxelles il 19 marzo contro la guerra, il razzismo e contro l'Europa neo liberale, contro la privatizzazione, contro il progetto Bolkestein e contro l'attacco all'orario di lavoro; per un'Europa dei diritti e della solidarietà tra i popoli. 

Noi chiediamo a tutti i movimenti sociali e i sindacati Europei a scendere in strada quel giorno.

BANDIERE DI PACE

CONTRO IL MURO DELLA VERGOGNA IN PALESTINA

 

BANDIERE 

CONTRO IL MURO 

IN 

PALESTINA

Le bandiere sono state preparate presso il GRIDAS e faranno parte di una grande bandiera che verrà posta sul muro della vergogna che separa Israele dalla Palestina

 

MA SAN FRANCESCO ERA PACIFISTA
Intervista alla storica Chiara Frugoni
NELLO AJELLO

"Fini sbaglia lui era per l pace senza eccezioni" replica la sua più autorevole studiosa
"Il santo ammetteva l´uso delle armi per legittima difesa", ha detto Fini ad Assisi
Il documento a cui si rifà il vicepresidente è stato scritto due anni dopo la morte del santo
Fra lui e la Chiesa spiccano differenze sostanziali, anche a proposito delle Crociate.


«Quella di Francesco di Assisi fu sempre una pace senza se e senza ma», dice Chiara Frugoni, la massima studiosa italiana del Santo, autrice di volumi molto apprezzati, da Vita di un uomo: Francesco d´Assisi a Francesco e l´invenzione delle stigmate, ambedue editi da Einaudi. Invitata a commentare il «messaggio agli Italiani», pronunziato l´altro ieri da Gianfranco Fini alle celebrazioni francescane di Assisi («San Francesco non condannò mai l´uso delle armi per la legittima difesa»), la scrittrice lo definisce così: «Un´operazione ambigua, perché suggerisce l´ipotesi che con le armi e con la guerra Francesco avesse fatto qualche compromesso».


Una lettura politica, insomma, della lezione francescana?
«Una lettura erronea, direi. Nel testo di Fini, c´è una confusione evidente. Per evitare la quale - a patto di volerlo - bastava poco: uno sguardo alle Lettere di Francesco, alle Regole da lui elaborate, al Testamento. Ne emerge che la pace è l´atto costitutivo della sua dottrina e della sua azione. Ciò non esclude che un certo numero di frati francescani abbia poi potuto sedersi nei tribunali dell´Inquisizione. E´ tanto più essenziale, perciò, operare una distinzione fra Francesco e il francescanesimo. Ecco che cosa manca, fra l´altro, al "messaggio" di cui parliamo».


Per sostenere che quello di san Francesco fu un pacifismo relativo, e che egli non dissuase alcuno dal portare armi almeno come legittima difesa, il vicepresidente del Consiglio si rifà a un documento del terzo ordine francescano, emanato nel 1228, confermato poi da papa Niccolò IV. Vi si leggeva che l´uso di armi era consentito in caso di «difesa della Chiesa romana, della fede cristiana, della terra», e con il consenso dei superiori.
«E´ un documento che con Francesco non c´entra nulla. C´è una svista temporale. Nel 1228 il Santo era morto già da due anni, e la conferma da parte di Niccolo IV si sarebbe avuta addirittura sullo scadere del secolo XIII. Di fatto, in nessuna delle Regole di san Francesco, né in quella "non bollata", né in quella "bollata" (che ottenne cioè l´imprimatur pontificio nel 1223), si parla mai di armi. E ciò, in un´epoca irta di guerre, - fra Assisi e Perugia, fra Papa e Imperatore, per non parlare delle Crociate -, suonava quasi incomprensibile. Lo stesso saluto francescano - "Pax et bonum", "Pax huic domui", pace e bene, pace a questa casa - spingeva molti contemporanei a considerare i primi francescani dei puri folli».


Nel messaggio di Fini si legge, fra l´altro, che Francesco riportò la pace fra Chiesa e Stato.
«Non direi proprio. Egli era del tutto fuori da ogni gioco di potere. I suoi frati chiedevano ai rappresentanti politici del tempo lettere di presentazione o di privilegio che li aiutassero a svolgere la loro missione. Ma nel suo testamento san Francesco proibisce esplicitamente una simile pratica».


Si può considerarla una prova di ciò che oggi si direbbe il suo «anticonformismo»?
«Se ne trovano molte altre».


Anche nei riguardi delle autorità ecclesiastiche?
«Certamente. Fra lui e la Chiesa ufficiale spiccano differenze sostanziali. La Chiesa predicava la Crociata. Prescriveva, di fatto, che in ogni funzione religiosa si parlasse male degli infedeli: era consuetudine chiamarli "figli di cani". Lo stesso papa Innocenzo III definiva Maometto "bestia sporcissima". Nel corso di ogni messa si raccoglievano offerte per la Crociata».


E Francesco che fa?
«Non attacca la Chiesa, ma la contesta nei fatti. Per cominciare, considera quel genere di elemosine danaro sottratto ai poveri. E non inveisce contro gli infedeli. Anzi. In Egitto nel 1219, al tempo della V Crociata, chiede ai combattenti cristiani di smettere ogni atto di guerra. Ma non gli danno retta. Allora, essendosi fatto ricevere dal sultano Malik Al Kamil, non si limita a fargli una predica. Rimane lì molti mesi. E quando, colpito dall´accoglienza ricevuta, torna fra i confratelli, metterà nella sua regola che i frati vadano dai Saraceni, abitino con loro, non aizzino liti né dispute. "Se possibile - raccomanda - parlate loro di Cristo. In caso contrario siate disposti anche a morire". Ciò, rifacendosi al "porgete l´altra guancia" del Vangelo, rientra in pieno nel magistero di Francesco, che consiste nel divulgare la parola di Cristo in maniera mite, semplice, umana. Il contrario del missionario, che è sicuro della propria fede e la vuole imporre».


Fini definisce il francescanesimo un «movimento religioso ascetico».
«Francesco non era un asceta. Ammirava il creato. Amava il cibo, purché consumato con parsimonia. Quando sta per morire chiede a una matrona romana, sua amica spirituale: "Portami quei mostacciòli, che mi piacciono tanto!". E lei glieli offre. In un tempo in cui tutti sono molto osservanti quanto a regole ed astinenze, dice ai suoi: "Se vi offrono un pollo di venerdì, mangiatelo, perché è essenziale che percepiate la carità di chi lo offre". Un novizio, dedito a digiunare per sacrificio, una certa notte si sente morire. Lui, Francesco, lo rimprovera: "Non fare più così". Poi fa accendere le lucerne e indice una cena con tutti i frati. Quando si trova in Egitto, Francesco viene raggiunto da un frate, inviatogli per informalo di certi sintomi di dissoluzione del suo Ordine. Il messaggero trova il Santo mentre, in compagnia dei suoi confratelli, sta consumando un pasto di carne. Ed è di venerdì».


Un´ulteriore prova di santa duttilità, si direbbe.
«Più precisamente un richiamo alla lezione di san Paolo contro la precettistica intesa come obbligo invalicabile: "La lettera uccide e lo spirito vivifica"».


Ma torniamo alla sostanza politica del "messaggio". Dimostra che non è facile modernizzare la lezione di san Francesco a livello dell´attuale guerra al Saraceno. A meno di non voler commettere qualche arbitrio.
«Le rispondo con un episodio. Al presepe allestito in una notte di Natale nel paese di Greccio, san Francesco fa collocare soltanto un bue e un asino. E pronunzia un discorso trascinante, quello che sarà detto della "nuova Betlemme". Nell´allegoria presepiale, il bue rappresenta gli ebrei e i saraceni, l´asino i pagani e gli eretici. Mangiando insieme il fieno, metafora dell´ostia sacra, essi troveranno la pace. Cristo, in sostanza, è venuto a redimere tutti, a pari condizioni. Basta ascoltarne il messaggio d´amore. Non occorre partecipare a Crociate. La Terrasanta è dovunque».

da Repubblica, 6-10-04________________________

 

 

Lettera inviata da Alex Zanotelli al presidente James Wolfensohn e al direttore esecutivo italiano Biagio Bossone della Banca Mondiale.

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Gentile dott. Wolfensohn e dott. Bossone,

nel giorno del sessantesimo compleanno della Banca mondiale mi rivolgo a Lei, ed ai rappresentanti italiani nell'istituzione che Lei dirige. Il mio non è un biglietto di auguri. Vorrei ricordarvi quali sono le responsabilità e le cose che ci si aspetta da una istituzione che raggiunge questa età.

La Banca mondiale investe 30 miliardi di dollari l'anno con il mandato specifico di alleviare la povertà e avrebbe tutto il potenziale di creare con questi soldi servizi sanitari, educativi, programmi agricoli ed infrastrutture adeguate per i più poveri del mondo. Invece mi accorgo con rammarico che continua a finanziare progetti energetici di sfruttamento dei combustibili fossili nei paesi poveri, spesso condotti dalle multinazionali più ricche del mondo, come la Shell o la BP o l'Agip, che hanno dimostrato nel corso degli ultimi decenni di non avere alcun impatto sulla lotta alla miseria. Più dell'80% dell'energia prodotta, con i prestiti della Banca ai governi o direttamente alle imprese, è infatti esportata, usata dai paesi ricchi, inclusa l'Italia. Non serve ai poveri! Forse ancora più grave è il fatto che i soldi investiti dalla Banca in questo settore hanno lasciato una scia di disastri ambientali e sociali enormi, dalle fuoriuscite di cianuro in Perù o Kyrghizistan alle espropriazioni delle terre e l'inquinamento delle scarse risorse acquifere nei progetti petroliferi del Ciad. Gli esempi abbondano. Sessant'anni dovrebbe essere l'età della saggezza. La Banca Mondiale invece sta ostinatamente recitando ancora il mantra della «crescita economica» ai critici delle sue politiche sostenendo che i progetti petroliferi o minerari aiuteranno inevitabilmente i poveri. Ma non è stato ormai dimostrato che 1.5 miliardi di persone, nei 50 paesi al mondo, dipendenti maggiormente da petrolio, gas e miniere, vivono con meno di 2 $ al giorno? Perché la Banca Mondiale non vuole trarre le dovute conseguenze dai dati degli ultimi 40 anni che rivelano che paesi del Sud del mondo con poche risorse naturali hanno visto una crescita due o tre volte maggiore di quelli ricchi di risorse?

Sono constatazioni che prendo dal rapporto Extractive industry review (Eir), preparato dall'autorevole Emil Salim, frutto di tre anni di ricerche e analisi in tutto il mondo, anche con il coinvolgimento della società civile Internazionale e delle popolazioni colpite dagli effetti disastrosi dei progetti.

Le raccomandazioni di questo rapporto sono a mio giudizio un'opportunità immensa per bloccare una volta per sempre i finanziamenti da parte della Banca per l'estrazione di petrolio e carbone a vantaggio soltanto delle grandi multinazionali e dei consumatori del nord del mondo e potenziare invece i finanziamenti necessari per progetti reali di lotta alla povertà.

Questo rapporto dimostra oggettivamente che la Banca non ha portato sviluppo quando ha investito solo sui combustibili fossili, ma ha creato più povertà, debito e conflitti.

Nei suoi 60 anni di attività la Banca mondiale ha sostenuto compagnie petrolifere con un passato equivoco ed in paesi a regimi dittatoriali. In paesi con scarsa democrazia, nessuna trasparenza e poco rispetto per i processi legali, investire in petrolio, gas e progetti minerari ha portato pochi benefici ai poveri, ma anzi ha aggravato la loro situazione. Mi preoccupa molto la paurosa distruzione dell'ambiente che i progetti promossi dalla Banca provocano. E questo è strettamente legato alla crescente pauperizzazione. Lo hanno capito le migliaia di sfortunati che ogni giorno muoiono vittime di progetti di sviluppo sbagliati. Perché, a sessant'anni, la Banca mondiale si ostina a non capirlo?

Dall'anno della firma della Convenzione sul clima (1992) non è diminuita infatti la percentuale di risorse finanziarie dei paesi del Nord - finanziatori della Banca mondiale - che confluiscono nel settore estrattivo.

Ma i poveri non sono i più vulnerabili ai cambiamenti climatici? So che numerosi studi sostengono che un innalzamento della temperatura di più di due gradi al di sopra delle medie del periodo pre-industriali avrà rischi maggiori sui poveri. Non si tratta di impedire ai paesi poveri di usare le loro risorse. Credo che petrolio, gas e miniere non siano prodotti fini a se stessi, ma mezzi per provvedere energia nella lotta contro la miseria. E se questo non avviene la Banca mondiale deve ripensare tutto il modello di sviluppo.

Sessant'anni di disastri, pagati soprattutto dai poveri, sono più che sufficienti!
Forse la raccomandazione più importante del rapporto è che la Banca mondiale dovrà ridurre progressivamente fino all'annullamento, gli investimenti nella produzione petrolifera entro il 2008, ed eliminare fin d'ora i sussidi per il carbone. La Banca dovrà devolvere parte di queste risorse finanziarie liberate a favore di investimenti per le energie rinnovabili, progetti di riduzione delle emissioni di gas, investimenti in tecnologia pulita e in conservazione dell'efficienza energetica. Il mercato mondiale riceverà così un segnale importante che i soldi della più grande agenzia di sviluppo al mondo non andranno più a finanziare le grandi imprese petrolifere multinazionali.

I paesi ricchi e finanziatori della Banca mondiale, come l'Italia, devono invertire la rotta di 360 gradi e iniziare a premiare quei paesi che rispettano i diritti l'ambiente - condizioni essenziali per una vera lotta alla povertà - e non coloro che chiedono garanzie finanziarie per coprire il rischi con soldi pubblici.

Sessant'anni è il momento giusto per fare un bilancio. O oggi la Banca inizia a diventare più saggia e a imparare dai disastri del passato, o è meglio che vada in pensione. Centinaia di organizzazioni, movimenti di base, religiosi, parlamentari che in tutto il mondo chiedono alla Banca mondiale ed ai suoi direttori esecutivi di adottare le raccomandazioni del rapporto Eir. È questione di vita o di morte per due miliardi di uomini e donne che non hanno futuro!

 

IV Parlamento delle Religioni

Barcellona, 7-13 Luglio

Verso la fine del secolo scorso, nel 1893, nasceva a Chicago la prima esperienza di dialogo interreligioso, per iniziativa di 80 leaders, seppure con la significativa autoesclusione di mussulmani, buddisti ed anglicani. Cento anni più tardi, nel 1993, a Chicago confluivano più di 8000 rappresentanti di tutte le religioni. Celebre la dichiarazione finale, in cui si affermava che "tutti siamo responsabili nella ricerca di un ordine mondiale migliore…Ci sentiamo nella specialissima condizione di dover promuovere il bene dell’umanità intera e del pianeta terra. Non ci sentiamo migliori degli altri , però siamo fiduciosi che la secolare saggezza delle nostre religioni sarà capace di aprire nuovi orizzonti".

Sotto questo auspicio iniziava nel 1999 il III Parlamento delle Religioni in terra sudafricana (Città del Capo), che aveva visto cadere anni prima il muro dell’Apartheid. In quell’occasione, a contatto con la determinazione di tanti cristiani e persone di fede nel frantumare in modo non violento una delle più disumane imposizioni, ad opera chiese che si auto proclamavano cristiane, leaders e teologi delle varie religioni non potevano fare a meno di confrontarsi sia con i problemi delle spiritualità più sovversive, sia con le iniziative di solidarietà e di impegno creativo promosse dalle diverse religioni.

Sulla scia di queste originali esperienze di dialogo interreligioso, si è svolto nella città di Barcellona, in un Parco-Forum attrezzato in maniera mirabile, il IV Parlamento delle Religioni (7-13 Luglio), sponsorizzato dall’UNESCO, con la partecipazione di più di 8000 teologi, ricercatori e leaders spirituali provenienti da 75 nazioni.

Osservando la qualità degli incontri informali, la cordialità e il rispetto sia dei relatori come dei congressisti, si faceva fatica a pensare di essere alla vigilia di quel fenomeno vaticinato (o desiderato?) come "scontro di civiltà" da miopi analisti dell’impero nordamericano. Ancor più stridente era il contrasto fra tali pre-visioni e il programma dettagliato del Parlamento, contenuto in un ponderoso libro di 258 pagine, consulta-vademecum di tutti i partecipanti per orientarsi tra centinaia di autorevoli esperti, nonché di sessioni distribuite in una ventina di aule e auditorium, in gran parte dotate di traduzione simultanea in tre lingue.

Nelle prime ore del mattino (dalle 8 alle 9) il Parlamento offriva l’opportunità di fare esperienze spirituali e meditative "intra-religiose", proprie delle diverse religioni: dagli indigeni americani, alle preghiere secondo Santa Teresa o Thomas Merton, a celebrazioni taoiste, tibetane, induiste, gandhiane, o cristiano-eucaristiche.

Nel corso della mattinata erano previste due sessioni "interreligiose" ( 9,30- 11: 11,30-13), imperniate su tre aspetti fondamentali del dialogo interreligioso: 1) quello più squisitamente teologico, filosofico e interculturale; 2) quello connesso alla ricerca dei valori comuni delle religioni e alle difficoltà dell’incontro interreligioso; 3) e quello relativo al modo con cui i credi si confrontano e risolvono problematiche socio-politico.economiche, o conflitti interetnici e interreligiosi.

Dopo il pranzo, che con la colazione e la cena erano abbondantemente e affabilmente omaggiati dalla comunità Sikh in una affollatissima tenda nel recinto del Forum, iniziavano le "sessioni di impegno interreligioso", dedicate all’analisi di esperienze e attività locali, nei più diversi settori di crisi o di povertà. Se le iniziative dominanti ruotavano attorno al binomio guerra-pace, non meno avvincenti erano quelle storie documentali imperniate sul più variegato attivismo sociale e sulla solidarietà interreligiosa.

Di particolare rilievo sono state alcune sessioni dedicate al rapporto fede-scienza secondo le differenti cosmovisioni teologiche, soprattutto per quanto attiene alla connessione tra mistica e livello psico-neurologico e alle recenti acquisizioni della fisica quantistica.

Accanto agli eventi promossi a latere del Parlamento si debbono menzionare i "Simposi", della durata di uno o più giorni, come quelli sul conflitto in Terra Santa, , tra Islam e Occidente, sull’educazione inter-fedi, religioni ed istituzioni internazionali, fedi e media, chiese ed AIDS.

Molto frequentato e ricco di spunti originali è stato il Simposio su "Teologia della liberazione interreligiosa e interculturale", animato da teologi e docenti di fama internazionale, come Raimundo Panikkar, Paul Knitter, Juan José Tamayo, Tarik Ramadan, Diego Irarrázabal, José María Vigil e Raúl Formet-Betancourt.

All’interno di queste note schematiche, sarebbe interessante valutare le convergenze e i limiti della IV sessione catalana del Parlamento delle Religioni. Riguardo alle prime, c’è un sostanziale consenso sul fatto che:

bulletle religioni debbono prendere atto che la violenza, la povertà, l’intolleranza religiosa, le malattie, la globalizzazione a profitto di pochi e il maltrattamento della terra costituiscono una sfida, alla quale esse debbono e possono dare una risposta urgente. Più volte sono state riportate le frasi dell’ateo A. Malraux: "Il terzo millennio sarà spirituale o non ci sarà il terzo millennio", e dell’ex segretario dell’ONU, Dag Hammarskjöld: "Se il mondo non fa esperienza di un nuovo rinascimento spirituale, la civiltà si estinguerà".
bulletQuello che salva non è la religione, ma l’amore, la compassione, la solidarietà effettiva. Un amore senza aggettivi qualificativi, come cristiano, mussulmano o buddista. Un amore senza brevetti o dogmi, capace di apportare al mondo pace, giustizia, bontà e unità. Un amore che costituisca la radice di un’etica universale, come ribadito da H. Küng, etica che deve essere la "prima teologia", dato che non c’è nulla di più peccaminoso che far soffrire milioni di persone, come ha ribadito Irarrázabal, presidente dell’Associazione ecumenica dei teologi del Terzo mondo.
bulletTutte le religioni riconoscono la necessità di abbandonare quel paradigma patriarcale, sessista, esclusivista e intransigente che le hanno contrassegnate nel passato, per passare alla comprensione del legame tra "totalità" e la "santità"; tra la "spiritualità" e il "servizio"; tra la "divinità" e l’umanità".
bulletLa violenza delle religioni non può essere attribuita ad esse in quanto tali, ma agli uomini che la interpretano o la manipolano. Se è vero che dalle religioni vengono azioni tra le più nobili dell’umanità, non è meno vero che esse hanno commesso le maggiori atrocità della storia. Occorre riconoscere, ha detto R. Panikkar, che l’Islam è stato più tollerante del cristianesimo. In ogni caso tutte le religioni debbono interiorizzare e insegnare la non violenza come strumento essenziale per resistere e depotenziare la violenza imperante.
bulletIl Parlamento rimane uno strumento straordinario per conoscere, apprezzare e collegarsi con esperti, associazioni e istituzioni scientifiche o religiose di grande interesse e valore.

Tra i limiti del Parlamento delle Religioni ne vanno segnalati almeno due: il primo riguarda l’elevato costo dell’iscrizione (350 euro), che ha certamente scoraggiato quanti non erano sovvenzionati da organismi ufficiali. La seconda insufficienza è più strutturale e riguarda la difficoltà da parte delle religioni di passare dal piano enunciativo a quello propositivo e pragmatico. Stante la gravità della situazione mondiale, peraltro ampiamente riconosciuta, la debolezza dell’impianto del Parlamento permane come un handicap che ci auguriamo sia presto superato, anche al di fuori dello stesso Parlamento, come stanno ad indicare prossimi appuntamenti in diverse parti del mondo, primo tra tutti il Social Forum di Porto Alegre, del gennaio prossimo.

 

Luigi De Paoli

 

 

PRESA DI POSIZIONE DELLA COMUNITA' DEL CASSANO

Una delibera che offre motivi di riflessione per vivere la ricchezza delle diversità….

Una recente delibera della Giunta Regionale della Campania - proposta dall’Assessora Adriana  Buffardi – autorizza i dirigenti scolastici, là dove se ne avvertisse l’esigenza,  a celebrare nelle scuole non solo le festività cattoliche ma anche il Capodanno cinese, la Pasqua ebraica e l’ultimo del  Ramadan islamico per “favorire l’integrazione  etnica e religiosa”.

 

Su questa delibera si sono registrate a livello nazionale e locale varie e contrastanti prese di posizioni non solo di intellettuali, ma anche di quanti, a fronte di un problema che  ormai è sentito e vissuto in molte comunità locali, sanno di dover dare  risposte nuove per governare comunità sempre più multietniche.

 

Come Comunità cristiana di base del Cassano esprimiamo una valutazione positiva perché la delibera ci sembra sostenuta da una corretta  visione laica e pluralista, che, nel riconosce le differenze culturali e religiose, ne consente concretamente l’esercizio senza esclusioni confessionali.

Il richiamo delle nostre comunità educanti al rispetto delle diversità etniche, culturali e religiose, esercitato dalle istituzioni,  è certamente un fatto rilevante  che dà un forte contributo per aprire nuove strade a  percorsi, sempre difficili, di integrazione  e di accettazione delle diversità, unica strada per il  futuro di società sempre più pluricolturali e multireligiose. 

Ciò detto non possiamo esimerci dal sottolineare che tale posizione  è del tutto insufficiente alla realizzazione della piena integrazione, civile e sociale, delle popolazioni immigrate, di fronte alle difficili, a volte vergognose, condizioni di vita e di lavoro in cui versano tante persone e, soprattutto, bambini immigrati, anche in Campania, pur in presenza di delibere istituzionali così lungimiranti e culturalmente avanzate.

E’ questo iato che bisogna colmare, e che va denunciato sempre e dappertutto; ma ciò non sminuisce l’impegno delle istituzioni ad ispirare  giuste azioni volte ad informare leggi, norme, prassi ai valori della civile convivenza, del riconoscimento e valorizzazione delle differenze culturali e religiose, dell’uguaglianza e parità di diritti e doveri.

E’ certamente questa la strada per costruire una nuova Europa dei popoli tesa alla costruzione di un mondo di fratellanza e di pace.

Comunita’ cristiane di Base del Cassano Napoli

                                               

Consultazione preparatoria del 

V Forum Sociale Mondiale (FSM) 2005

Alle Associazioni e Organizzazioni

Oggetto: Consultazione preparatoria del V Forum Sociale Mondiale (FSM)

Cari amici,

nei giorni scorsi è stato avviato il processo di preparazione del V Forum Sociale Mondiale (FSM) che si svolgerà a Porto Alegre, Brasile, dal 26 al 31 di gennaio del 2005.

Come potete vedere dalla lettera del Segretariato internazionale del FSM che vi alleghiamo, si tratta di un processo totalmente nuovo basato sulla più ampia partecipazione delle organizzazioni della società civile mondiale.

Il Segretariato del FSM 2005 ha preparato un questionario consultivo per assicurare la più vasta partecipazione possibile al processo di selezione degli argomenti da discutere durante il prossimo Forum Sociale Mondiale. Questo potrà essere fatto attraverso il sito web www.consultafsm.org.br dove –seguendo le istruzioni allegate- potrete compilare la scheda in cui segnalare i principali argomenti di cui, secondo voi, il FSM si dovrebbe occupare, in generale e nel particolare.

In questa fase del processo preparatorio, vorremmo chiedervi di unirvi a noi nel sostenere l’impegno per la pace proponendo i seguenti tre argomenti da discutere durante il FSM:

1. la riforma e la democratizzazione dell’Onu e delle altre Istituzioni Internazionali (obiettivi e piano d’azione);

2. il rafforzamento del movimento per la pace e i diritti umani (valori, obiettivi e strategie per il 2005);

3. la lotta contro la miseria e le responsabilità dei governi (gli obiettivi di sviluppo del Millennio,…).

La segreteria della Tavola della pace registrerà queste proposte e lavorerà per facilitarne il più vasto e rappresentativo sostegno possibile dato che crediamo che questi siamo alcuni degli argomenti di discussione più rilevanti da affrontare durante il FSM.

A questo riguardo, a breve, potrete ricevere altre proposte per poter lavorare insieme.

Con i migliori saluti

Flavio Lotti

Coordinatore nazionale della Tavola della pace

Perugia, 5 luglio 2004

Compagn@ di cammino:


questa lettera inaugura il processo di mobilitazione per il V Foro Sociale Mondiale (FSM) che si svolgerà a Porto Alegre, Brasile, dal 26 al 31 di gennaio del 2005. Verrà inviata in diverse lingue, a migliaia di organizzazioni che hanno partecipato alle edizioni precedenti del FSM (Porto Alegre 2001,2002 e 2003 e Mumbai nel 2004) e a tutti i Fori Regionali e Tematici che si sono realizzati prima. In seguito si potrà inviarla anche alle differenti liste di distribuzione dei differenti Social Forum Locali e Nazionali coinvolti, dando a questa la massima diffusione anche attraverso altri mezzi di comunicazione.

Vi è una ragione speciale per cui vi contattiamo con così largo anticipo. Stiamo preparando un cambio importante per il V Forum Sociale Mondiale. Vorremmo mantenere la particolarità dell’evento ma, allo stesso tempo, trasformarlo in uno spazio più capace di facilitare i collegamenti e le azioni comuni tra coloro che vi partecipano. Per questo è necessario perfezionare tanto il processo di definizione delle “grandi attività” (le Conferenze, Panels, Testimonianze e Tavole di Discussione e Controversie, posizioni del Consiglio Internazionale), quanto l’iscrizione di “attività autogestite” (centinaia di seminari e di workshops, che possono essere proposti da qualsiasi organizzazione iscritta all’incontro).

Come tutto quello che avviene nell’ FSM, questo passo in avanti sarà possibile solo con l’ampia partecipazione di tutti, inclusa la vostra. Questo nuovo processo inizia ora. Un questionario consultivo, che sarà disponibile via internet per tutte le organizzazioni impegnate nel FSM, ci servirà ad identificare i temi che le organizzazioni ritengono importanti sviluppare durante l’edizione 2005 del FSM, e quali attività intendono sviluppare a Porto Alegre 2005. queste risposte daranno vita ad un calendario di partecipazioni da qui ai prossimi 8 mesi. Contiamo sulla vostra partecipazione!

Saluti, dal Segretariato internazionale del FSM

Verso il FSM2005:

la nuova impostazione del FSM è stata delineata durante una riunione del Consiglio Internazionale che si è tenuta in Italia, a Passignano sul Trasimeno, dal 4 al 7 aprile 2004. Segue un riassunto delle principali novità:

1. Reale possibilità di unione tra seminari e workshops;
2. Consultazioni preliminari sui temi e le attività del FSM2005;
3. Gruppi di lavoro che facilitino l’unione;
4. “Grandi Attività” definite partendo dalle consultazioni;
5. Ci si augura autonomia e diversità durante tutto il processo del FSM;
6. Programma definito entro novembre;
7. Ora, tutto dipende da noi


1. Reale possibilità di unione tra seminari e workshops:

una delle ragioni principali della riuscita del FSM risiede nella sua forma non-centralizzata. Nei nostri incontri, qualsiasi entità iscritta può esprimere le sue idee, lotte e progetti, all’interno dei seminari e dei workshops liberamente organizzati. Inoltre, dal momento che non vi è una dichiarazione finale, non viene stabilita una gerarchia tra le diverse cause. Questa amalgamazione tra diversità permette al FSM di unire, intorno allo sforzo comune di superare il neoliberismo, una gamma sempre più grande di movimenti. Nel 2001 sono state realizzate 420 attività autogestite. Nel 2004, questo numero salì a 1200. Questo entusiasmo verso la diversità si manterrà e rafforzerà sempre. Allo stesso tempo, nel 2005, la possibilità di organizzare seminari e workshops autonomi sarà un diritto di tutti coloro i quali saranno iscritti a partecipare al Forum.

Comunque, è importante permettere questo diritto e permettere che, la gente e le organizzazioni interessate a lottare per il medesimo obbiettivo, possano effettivamente incontrarsi ed articolare tra di loro dei piani d’azione comuni durante il FSM. Nel processo di preparazione verso Porto Alegre 2005, vorremmo moltiplicare i meccanismi capaci di garantire questo diritto.

Il primo di questi è l’informazione. Quest’anno, alla registrazione dei seminari o dei workshops, ogni organizzazione verrà poi informata, attraverso l’area del sito web del Forum, su quali sono le altre attività autogestite già previste sullo stesso tema. Le stesse informazioni potranno essere ottenute anticipatamente per mezzo del sistema di ricerca nel formulario che abbiamo già completato. Il sistema allo stesso tempo fornirà i contatti, gli indirizzi e.mail e i numeri di telefono delle organizzazioni responsabili delle iniziative.

L’idea è quella di permettere che il dialogo e i contatti tra quelli che lottano per un mondo nuovo inizi prima del FSM. Si spera che questo porti, in molti casi, a unificare i seminari e i workshops, o a coordinarli tra loro. Il risultato sarà: attività più ricche, più diversificate e capaci di generare alternative ed azioni. Si vorrebbe, chiaramente, evitare ripetizioni e ridondanze. È controproducente per le nostre lotte e frustrante per migliaia di persone che vanno al FSM che il dibattito su alcuni temi centrali venga disperso in molte attività che non hanno un senso comune.

L’unione (la fusione o il coordinamento) delle attività è, comunque, un processo volontario ed autogestito. Nessuno sarà obbligato a rinunciare alle sue proposte di seminari o workshops per favorire una unificazione con la quale non si trova in accordo. Il diritto di mantenere le attività programmate inizialmente, nel caso in cui, un tentativo di unificazione non sia benvenuto, sarà sempre assicurato.

2. Consultazioni preliminari sui temi e le attività del FSM2005

Lo sforzo di facilitare dialoghi e contatti è cominciato a maggio con questa lettera la quale verrà inviata a migliaia di organizzazioni mondiali che hanno partecipato a una delle edizioni del FSM, dei Forum Tematici, Regionali e Locali. Attraverso un questionario consultivo, che sarà disponibile nell’Internet, vorremmo raccogliere due informazioni essenziali per iniziare il programma e definire l’impostazione del prossimo FSM: i temi e le battaglie che ogni organizzazione vorrebbe affrontare a Porto Alegre e i punti che ci si ripropone di trattare effettivamente nei seminari e nei workshops che vengono proposti.

Non si tratta di affrettare le iscrizioni dei seminari e dei workshops, perché nella maggior parte dei casi le organizzazioni non hanno ancora definito quello che faranno a Porto Alegre 2005. Non sarà neppure obbligatorio per partecipare all’incontro rispondere a questo questionario. Tuttavia, quelli che lo faranno aiuteranno il FSM2005 a fare un salto in avanti.

Si potrà rispondere alla consulta via internet a partire dalla fine di maggio. Le informazioni andranno ad arricchire una grande banca dati sulle attività del FSM2005. tutti avranno accesso alle informazioni presenti in questa banca dati. Le organizzazioni che non hanno la possibilità di utilizzare internet potranno utilizzare la posta. In questo caso un gruppo dell’ufficio del segretariato del FSM in Brasile inserirà le risposte manualmente nella banca dati.

Un sistema di consultazione amichevole permetterà di verificare, in un secondo momento, quello che le specifiche organizzazioni stanno proponendo e elencherà tutte le organizzazioni interessate a realizzare attività sullo stesso tema e farà seguire i contatti delle organizzazioni.

3. Gruppi di lavoro che facilitino l’unione

La banca dati comune permetterà che, per propria iniziativa, ogni organizzazione possa indicare le unioni che intende realizzare. Ma, in alcuni casi, gruppi di lavoro che chiameremo gruppi di aggregazione potranno facilitare questo processo. Questi si costituiranno a partire da luglio.

I gruppi di aggregazione saranno creati per trattare temi per i quali vengono previste molte attività e per i quali, quindi, il lavoro di unione ed organizzazione dei seminari e dei workshops appare più complesso. La commissione di Metodologia e Contenuti e Tematiche del Consiglio Internazionale del FSM coordinerà questo processo, ma allo stesso tempo questo sarà, inizialmente, autogestito.

Per ogni tema, i gruppi di aggregazione saranno formati dalle proprie organizzazioni che sono interessate ad organizzare i seminari e i workshops, o da una parte di loro in accordo con le altre. Il suo compito sarà quello di proporre, sempre in una forma inclusiva e nel pieno rispetto di tutte le diversità, l’agenda delle molteplici attività previste a Porto Alegre.

Si supponga, per esempio che, alcune decine di organizzazioni indichino, in risposta al questionario, che intendono promuovere attività sul tema della pce, trattandolo da diversi punti di vista. In giugno, la Commissione di Metodologia e Temi e Contenuti del CI inizieranno a contattare queste organizzazioni proponendo di formare un gruppo di aggregazione. Dal momento in cui la proposta viene accettata il gruppo si prenderà alcune settimane per presentare una agenda comune. La prima sfida sarà quella di proporre un insieme di seminari e workshops di nuova qualità; nell’incorporare molti punti di vista questi saranno più ricchi, diversi, capaci di proporre alternative.

4. “Grandi Attività” definite partendo dalle consultazioni

I gruppi di aggregazione non si limiteranno a proporre unioni e articolazioni all’interno dei Seminari e dei Woprkshops che i partecipanti intendono realizzare. Nel 2005, le “grandi attività” (conferenze, panels, testimonianze e tavole rotonde di dialogo e discussione), che sino al 2003 sono state definite solo dal CI, verranno definite a partire dalle consultazioni.

Torniamo al nostro esempio. Per arricchire di più l’agenda sul tema dell apce, il gruppo di aggregazione costituito per trattare questo tema potrà programmare – solo per semplificare – Testimonianze di persone impegnate nella lotta alla guerra, una Conferenza, un Panel o una tavola rotonda di dialogo e discussione.

La nuova metodologia incorpora, tra i diversi elementi, le innovazioni introdotte nel IV Forum Sociale Mondiale, di Mumbai, dove le reti internazionali – e non il Comitato Organizzativo Indiano – ha costruito parte delle Grandi Attività. L’obiettivo ora è quello di radicalizzare questo cambio di impostazione. Dopo di che verranno definiti dai molteplici attori politici i grandi eventi che saranno naturalmente connessi ai Workshops e ai Seminari.

5. Ci si augura autonomia e diversità durante tutto il processo del FSM

Le iscrizioni formali ai seminari e ai workshops inizieranno ad agosto. Nel registrare la propria attività ogni organizzazione avrà come riferimento la prima proposta dell’agenda già elaborata dai diversi gruppi di aggregazione, che inizieranno a lavorare a luglio con le risposte arrivate del questionario. Saranno chiaramente visibili sul sito del FSM. Sarà possibile verificare se veramente includono le differenti visioni riguardo ogni tema proposto. Avrete tempo per proporre eventuali aggiunte o cambiamenti. I gruppi di aggregazione continueranno a lavorare anche nel momento in cui si faranno le iscrizioni.

Sarà sempre possibile vedere tutte le attività che vengono proposte e contattare i suoi organizzatori. In casi di aggregazione, il sistema permetterà alle organizzazioni di accedere e modificare la propria iscrizione, per registrare una nuova attività risultante o, nel caso, per cancellare la propria registrazione.

Come potete vedere, ci auguriamo che l’autonomia e la diversità caratterizzino l’intero processo del FSM. Le unioni – tanto quelle che due o più organizzazioni possono fare direttamente quanto quelle che gruppi di lavoro vanno articolando – rispetteranno totalmente i principi di partecipazione, dialogo permanente, pluralità di pensiero.

Stimoleremo fortemente questo sforzo per costruire un Forum Sociale comunque orientato alla costruzione di alternative e azioni comuni. Lavoreremo per promuovere incontri preparatori di differenti tipi. Vorremmo offrire tutte le opportunità affinché la vostra organizzazione possa, a Porto Alegre, passare dall’IO al NOI. Ancora ripetiamo: nessuna aggregazione sarà imposta. Quelli che lo desiderano, potranno mantenere, durante tutto il processo, attività non unificate, o unificate senza l’interferenza dei gruppi di aggregazione.

6. Programma definito entro novembre

La nuova metodologia cerca di creare le condizioni per risolvere uno dei problemi più sentito dal Forum Sociale Mondiale: la mancata diffusione di informazioni prima dello svolgersi delle attività.

La fase di iscrizione e aggregazione finale delle attività durerà tre mesi: da agosto a ottobre. In questo periodo si definiranno, per intanto, oltre ai seminari e ai workshops le “grandi attività” proposte dai gruppi di aggregazione. Così che, a novembre, sarà possibile presentare via internet, una prima versione del programma – tuttavia ancora soggetta a piccole aggiunte e correzioni. Ogni organizzazione potrà vedere le attività che si realizzeranno e alle quali partecipare e iniziare, con molta più forza, il processo di convocazione e di preparazione del viaggio a Porto Alegre.

7. Ora, tutto dipende da noi!

I cambiamenti verso cui ci stiamo avviando sono soprattutto una scommessa. Siamo convinti che, dopo quattro edizioni, sia ora possibile realizzare un Forum che conservi totalmente le sue caratteristiche di diversità, e che oltre a questo sia maggiormente capace di facilitare la formulazione di alternative e la costruzione di azioni comuni.

Niente potrà essere possibile in senso contrario. Vi proponiamo di impegnarvi per il Forum Sociale Mondiale 2005 sin da ora. Stampa e distribuisci questa lettera e il questionario di consultazione; invialo tramite internet ad altri membri di organizzazioni alle quali appartieni (discuti le questioni con questi) e a tutte le organizzazioni che sai che hanno partecipato o sono interessate a partecipare al FSM ma che non hanno ricevuto la lettera perché non disponiamo dei contatti di tutti. Se possibile, stampa questa lettera e il formulario allegato, e spediscila alle organizzazioni che conosci che si identificano con il FSM ma che non hanno un indirizzo di posta internet.

A partire dall’inizio di giugno, risponderemo a questi e li stimoleremo quelli che tu hai contattato perché facciano lo stesso. Seguiranno sulle pagine web del FSM i risultati delle consultazioni generali. Contatta le altre organizzazioni interessate ad affrontare i temi che anche a te interessa trattare. Valuta la possibilità di partecipare ad un gruppo di aggregazione. Siamo a vostra disposizione per chiarire qualsiasi dubbio.

Poco più di otto mesi ci separano da Porto Alegre 2005. Siamo impegnati a costruire un Forum Sociale Mondiale che rimanga nella mente di tutt@ per aver fatto fare un passo avanti alla lotta per un mondo nuovo.

Cordiali saluti,

il segretariato del Forum Sociale Mondiale

Come si compila il “consultation form” (questionario consultivo)?


1. Cliccate la pagina www.consultafsm.org.br . Cliccate poi sul campo“First time filling out the questionnaire-consultation” (prima compilazione del questionario consultivo). Questa prima parte riguarda le informazioni dell’organizzazione che prenderà parte al forum. Compilate i campi richiesti, i campi con l’asterisco * dall’1 al 9 sono obbligatori. Una volta terminato cliccate su “Save”(salva). Alla conferma dei dati completi controllate attentamente le informazioni che avete fornito. Cliccate “confirm” (conferma) nel caso in cui i dati siano corretti o “modify” (modifica) qualora le informazioni non fossero corrette. Il sistema manderà alla vostra email un messaggio con il codice dell’organizzazione e la password.

2. Solo quando avrete compilato il form e avrete dato la conferma dei vostri dati di identificazione potrete compilare le “questions”(domande) 1 e 2. Potrete compilare le vostre risposte e inoltrarle o salvare i dati che avete apposto ed uscire per completarle in seguito. In questo caso, con il codice dell’organizzazione e la password che avete ricevuto via email, dovreste essere in grado di accedere al form cliccando su “Completing, checking and/or modifying data of the questionnaire-consultation”(completare/controllare e/o modificare i dati del questionario consultivo).

3. Per compilare le domande, cliccate su question 1 o question 2. Dovete compilare tutti i campi. Potete inserire tutte le risposte che credete. Per poterlo fare cliccate su “Adding another answer”(aggiungere un’altra risposta), che apre la finestra di un altro campo. Le risposte precedenti saranno mostrate alla fine del form. Se siete nella question 1 e volete rispondere alla question 2 cliccate “save and exit”(salva e esci). Se volete continuare a rispondere cliccate “Save and go to question 2”(salva e vai alla question 2) o direttamente su “Question 2”. Se siete in Question 2 e volete compilare la Question 1 subito dopo, cliccate direttamente su “Question 1”.

Per modificare le vostre risposte :

Cliccate www.consultafsm.org.br . Cliccate poi su Completing, checking and/or modifying data of the questionnaire-consultation (completare/controllare e/o modificare i dati del questionario consultivo). Vi comparirà la pagina dell’ identificazione dell’organizzazione. Inserite nei campi preposti il codice dell’organizzazione e la password precedentemente ricevuti via email della persona responsabile del form e cliccate “Send”(invia). Avrete così accesso ai dati dell’organizzazione e se volete potrete modificarli. Se aveste dimenticato la vostra password, inserite la email della persona incaricata alla compilazione del form nello spazio apposito e cliccate “Send”(invia).
Se desiderate modificare le risposte date nelle questions 1 e 2, cliccate nello spazio corrispondente per accedere alle risposte date precedentemente. Cliccate su “modify”(modifica) e riscriveteli come volete. Per cancellare una risposta cliccate su “Delete”(cancella).

Per consultare altre risposte:

Cliccate su www.consultafsm.org.br. Poi cliccate su “Search in answers database”(cerca le risposte sul database). Scegliete una delle seguenti opzioni : cerca una delle parole chiave (Search only in the "keywords" field); ricerca generale nell’intero database (General search on database as a whole); ricerca la lista delle organizzazioni completa e le loro risposte (check the complete list of organizations and their answers) o ricerca avanzata (advanced search).

Per ulteriori informazioni:

Tel. +390755736890
Email: info@perlapace.it
http://www.tavoladellapace.it

 

Il prossimo 12 novembre celebreremo la terza giornata ecumenica per il dialogo cristianoislamico.

È dal 2001, subito dopo gli attentati dell’ 11 settembre, che un consistente gruppo

di cristiani di tutte le chiese esistenti nel nostro paese e di musulmani è tenacemente

impegnato a sostenere il dialogo   cristianoislamico e ad opporsi alla crescente

islamofobia che viene fomentata ad arte per giustificare il cosiddetto

.scontro di civiltà., teorizzato dai sostenitori della .guerra infinita..

Per la terza volta diremo a tutti che appartenere ad una qualsiasi fede religiosa è

incompatibile con l.odio per altre religioni   e che il dialogo altro non è che la concretizzazione

del comandamento del non uccidere. che tutte le religioni hanno

scritto nei propri codici etici e morali.

Per la terza volta grideremo forte la nostra vocazione alla pace, la nostra intransigente

difesa del creato contro ogni politica di riarmo bellicista che distrugge risorse

naturali e impoverisce miliardi di esseri umani..

Per la terza volta diremo che chi vuole il dialogo ha il dovere di preparare il dialogo,

come chi vuole la pace deve costruire la pace. E pace e dialogo si costruiscono

giorno per giorno, nel rapporto costante con qualsiasi essere vivente qualsiasi sia

la sua religione, l.ideologia, la nazionalità il colore della pelle.

Cercheremo, come negli scorsi anni, di fare di questa terza giornata del dialogo

cristianoislamico un momento di stimolo del dialogo interreligioso in generale. In

particolare, e vista la situazione oggi esistente soprattutto nel medio oriente, cercheremo

di fare di questa giornata un momento per l.avvio di un .tri-dialogo.

che veda impegnati ebrei, cristiani e musulmani, le tre religioni monoteiste che

discendono dal comune padre Abramo.

L’apertura di un tri-dialogo che coinvolgesse le tre religioni abramitiche costituirebbe

una spinta decisiva verso un più generale e diffuso dialogo intereligioso

che spingesse tutte le religioni a sconfessare in modo netto e senza equivoci chi

dalla guerra trae profitti.

Finora questo tri-dialogo è stato limitato ad alcuni importanti incontri che le componenti

giovanili delle tre religioni monoteistiche italiane hanno realizzato negli

ultimi due anni. E’ un buon segno su cui occorrerà continuare ad impegnarsi nel

prossimo futuro. Ma molto lavoro c.è ancora da fare.

C.è ancora troppa diffidenza reciproca su cui soffiano i nemici della pace che cercano

di ottenere l.appoggio di ogni singola religione alle proprie politiche belliciste,

facendo leva sul nazionalismo e sul fondamentalismo che è presente in tutte

le religioni.

Ma gli uomini e le donne di Dio possono dimostrare con la loro azione che le religioni,

quando sono testimonianza della ricerca di Dio da parte dell.umanità, non

hanno motivo per odiarsi perché Dio, qualsiasi sia il nome con cui lo chiamiamo,

non appartiene ad alcuna religione ed ognuno non può far altro che testimoniare

agli altri quello che è il proprio livello di comprensione del mistero che

chiamiamo Dio. Chi è innamorato di questa ricerca non potrà mai odiare chi compie

la stessa ricerca, qualsiasi sia il proprio punto di partenza, la propria cultura,

le proprie tradizioni. Le guerre le fanno le persone in carne ed

ossa e oggi come ieri i soldati sono per lo più mercenari, che vendono la propria

vita per un pugno di dollari o di euro che siano.

E noi crediamo fermamente che il dialogo fra le religioni ed in particolare fra

quelle abramitiche può aiutare le persone a liberarsi della paura del diverso che

nella storia è sempre stata usata per distruggere la pace e favorire le guerre.

Dialogare, quindi, per prendere coscienza delle proprie responsabilità davanti a Dio

ed all.umanità. E ogni momento di dialogo fra le religioni è un contributo a che

l.'umanità butti fuori le guerre dalla storia.

Le due giornate del dialogo cristianoislamico e le tante manifestazioni per la pace

che abbiamo alle nostre spalle ci dicono che il popolo della pace e del dialogo è

più forte di qualsiasi tentativo di criminalizzazione di una specifica religione o

dell’odio razziale. Il futuro appartiene alla pace ed al dialogo: è questa la speranza

per la quale siamo impegnati a lavorare.

Giovanni Sarubbi

 

 

PAX AMERICANA O PAX CHRISTI?(Thomas Michel S.J. su Mosaico 5/04)

Le proteste di Ft. Benning (cfr. Mosaico di pace del mese scorso) sono la dimostrazione che il movimento cattolico per la pace negli Stati Uniti non è limitato a un ristretto gruppo di "fanatici disadattati", ma si è esteso allo scuole, alle parrocchie e agli ordini religiosi. Sebbene solo un numero limitato di vescovi cattolici abbia partecipato attivamente al movimento negli Stati Uniti, nessuno vi è rimasto insensibile. Nel 1998 cinquantaquattro vescovi statunitensi hanno tatto un appello pubblico al Congresso chiedendo la fine delle sanzioni contro il popolo iracheno.

Il più conosciuto tra i vescovi americani per la sua difesa della pace è il vescovo settantatreenne Thomas Gumbleton di Dotroit. Come fondatore e primo presidente di Pax Christi negli USA, Gumbleton ha appoggiato per anni molte cause impopolari, difendendo i prigionieri cubani, gli afro-americani vittime della discriminazione, i cattolici gay e, più recentemente, gli americani musulmani perseguitati e arrestati senza processo. Si è opposto agli arsenali nucleari, alla Guerra del Golfo del 1991, alle sanzioni contro l’Iraq, al bombardamento dell’Afghanistan e alla guerra contro l’Iraq.

 

Una nazione pacifica?

Egli à tra i vescovi cattolici, anche il più acuto analista della politica estera statunitense. Nel luglio del 2002 ha affermato che ai cristiani americani oggi si offre la possibilità di scegliere o di appoggiare la pax americana o la pax Christi. Il vescovo ricorda che George Bush, annunciando il bombardamento dell’Afghanistan, affermò: ‘Siamo una nazione pacifica! ... Questa è la vocazione degli Stati Uniti la nazione più libera al mondo, una nazione costruita su valori fondamentali che rifiutano l’odio, rifiutano la violenza. rifiutano gli assassini e rifiutano il male". Eppure, continua il vescovo, dal 1945, questa nazione "Pacifica" è stata di fatto in guerra e ha bombardato la Cina (1945-1946, 1950-1953), la Corea (1950, 1953), il Guatemala (1954, sostenendo una guerra "a bassa intensità" in cui duecentomila persone hanno perso la vita), l’Indonesia (1958), Cuba (1959-1960), lo Zaire (1964), il Perù (1965), il Laos (1964-1973), il Vietnam (1961-1973), la Cambogia (1969-1970), Grenada (1983), la Libia (1986), El Salvador (in un conflitto "a bassa intensità" per tutti gli anni Ottanta), il Nicaragua (sempre negli anni Ottanta), Panama (1989), l’Iraq (1991-2004), la Bosnia (1995), il Sudan (1998), la Jugoslavia (1999) e, ai tempi del suo intervento, l’Afghanistan.

Secondo il vescovo Gumbleton, la pax Americana inseguita oggi non è il risultato dell’11 settembre, ma è già stata proposta sin dal 1992 in documenti strategici da Cheney, Wolfowitz e altri individui influenti dell’attuale amministrazione statunitense, L’obiettivo della politica estera statunitense è, in breve, "mantenere la posizione degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale e non permettere ad altre superpotenze di emergere". Concretamente questo significa "preparazione militare", "attacchi preventivi", "controllo delle risorse primarie" come il petrolio, e rifiuto degli accordi internazionali come il trattato sui missili antibalistici, il trattato per la completa sospensione dei test nucleari, gli accordi di Kyoto, il trattato per l’eliminazione delle mine terrestri, e l’autorità del tribunale Penale Internazionale nel giudicare i criminali di guerra. In breve, il militarismo è insito negli obiettivi politici dell’attuale amministrazione USA.

 

Il ruolo dei gesuiti

In quanto principale ordine religioso maschile degli Stati Uniti, che possiede alcune dello più prestigiose scuole e università cattoliche del Paese oltre a una rete di scuole per i poveri delle aree urbane, i gesuiti sono stati una delle comunità religiose maggiormente influenzate dall’esempio o dall’ispirazione dei fratelli Berrigan. L’attivista gesuita John Dear, arrestato più di settantacinque volte per proteste antibelliche, combina il pacifismo cristiano con l’impegno sociale e le attività accademiche. Ha scritto diciassette libri su pace e giustizia, ha lavorato in centri di accoglienza per i senzatetto, in mense per i poveri e centri sociali, e ha scontato diversi anni in carcere. Dopo il suo arresto per aver tentato di trasformare a martellate un caccia-bombardiere in aratro in una base aerea, il giornale locale ha scritto: "il sistema di giustizia penale ha moltissimi criminali autentici di cui preoccuparsi. Si concentri su coloro che danneggiano il mondo, non su quelli che cercano di salvarlo".

Joseph Mulligan, uno dei quattro gesuiti arrestati nella protesta contro la SOA (la Scuola di guerra),a Ft. Benning, iniziò uno sciopero della fame durante il primo giorno di reclusione. Annunciò in una dichiarazione pubblica le sue richiesto e obiettivi: che il Congresso statunitense chiuda la SOA e rinunci alla sua politica di addestramento di dittatori, assassini e torturatori latino-americani; che il governo statunitense interrompa L’addestramento e l’equipaggiamento di forze armate in America Latina; che le truppe statunitensi si ritirino dall’Iraq in modo che la popolazione irachena possa governare autonomamente il Paese; che il governo statunitense e quello dell’Honduras rendano pubbliche tutte le informazioni su Fr. James Carney, un gesuita americano scomparso in Honduras nel 1983 dopo aver operato come cappellano per un gruppo di ribelli.

Alcuni diplomati presso la SOA dell’esercito delle Honduras sono stati coinvolti nella scomparsa di Carney e sospettati della sua tortura e del suo assassinio.

Il coinvolgimento di gesuiti in proteste nonviolente va al di là del ristretto numero di singoli profeti. La rete di scuole e università gesuite ha forse avuto un’importanza più significativa per l’ampliamento del movimento pacifista. La fondazione della Family Teach-In nelle università gesuite e nella maggior parte delle scuole superiori è stata una base istituzionale per la formazione di una nuova generazione di attivisti. La manifestazione dello scorso novembre a Ft. Benning annoverava duemilacinquecento studenti e professori di istituzioni gesuite con un programma che andava ben oltre la chiusura della SOA ma si estendeva alla pena di morte, alle guerre in Irak e in Afghanistan, al conflitto in Colombia finanziato dagli Stati Uniti, al problema della fame e al conflitto israelo-palestinese.

 

Nell’America di Bush

L’importanza del movimento pacifista cattolico risiede nel rifiuto delle convinzioni di comodo di molti americani che gli Stati Uniti siano la più perfetta incarnazione del mondo di virtù civili, con una missione divina di guidare il mondo verso una pax americana di pace, giustizia e prosperità. Questa visione, propagandata da molti politici, comprese figure chiave dell’amministrazione attuale di Washington, adotta un immaginario biblico per ritrarre gli americani come "eletti" da Dio, destinati a diffondere la pax americana. Per esempio, nel suo messaggio sullo Stato dell’unione nel 2003, il presidente Bush ha dichiarato: "C’è potere, un potere miracoloso, nella bontà nell’idealismo e nella fede del popolo americano". La frase è tratta da un noto inno evangelico che recita: "C’è potere, un potere miracoloso nel sangue dell’Agnello". Nel discorso del presidente, il sangue dell’Agnello, riferito a Gesù Cristo, è stato sostituito dalla bontà, l’idealismo e la fede del popolo americano". I cattolici, come gli ebrei, gli afro-americani, gli ispanici e poi i gruppi immigrati quali i musulmani, tutti coloro che hanno spesso patito la discriminazione e a volte la persecuzione negli Stati Uniti, tendono a essere scettici e sospettosi delle dichiarazioni di "religione civile". L’artificiosa costruzione mentale di una "eredità giudaico-cristiana" è stata ideata per estendere il dominio della religione nazionale, per coinvolgere cattolici ed ebrei, oltre alla tradizione protestante, numerosamente maggiore. Tuttavia questi gruppi non possono dimenticare che il patriottismo americano ha spesso nascosto atteggiamenti tendenti alla xenofobia, all’odio e al razzismo. Il Ku Klux Klan era solito tenere i suoi raduni sotto una bandiera americana ben spiegata.

Il movimento pacifista cattolico, dal tempo di Dorothy Day in poi, ha cercato vigorosamente di distinguere tra il messaggio cristiano, che è universale e non è legato ad alcuna nazionalità, e la "fede nazionale" che, come tutte le forme di religione fondamentalista, è suscettibile di manipolazione per fini politici e geopolitici.

Questo spiega la prontezza di molti membri del movimento a impegnarsi in atti di disobbedienza civile e di resistenza non-violenta alla pubblica autorità legalmente costituita.

La consistenza numerica dell’attivismo cattolico per la pace non è mai stata molto ampia, anche quando si è inserito nel più vasto movimento di protesta nonviolenta, come nel caso della Campagna per l’uguaglianza razziale e per l’opposizione alla guerra in Vietnam, sia riuscito a influenzare la politica governativa e anche ad abolire leggi ingiuste. Originatosi da quei settori della Chiesa cattolica che non rivestono posizioni di potere, il movimento pacifista ha sostenuto una critica implicita di quelle persone (vescovi e politici) che ritiene abbiano compromesso i veri valori cristiani in favore delle ambigue pietà della religione civile. I vescovi e i politici, trovatisi in mezzo, hanno oscillato da una parte e dall’altra. Nei mesi antecedenti la guerra in Iraq i vescovi hanno fatto delle dichiarazioni secondo le quali la guerra proposta non corrispondeva alle condizioni di guerra giusta secondo l’insegnamento cattolico. Eppure, quando si è intrapresa la guerra e tutti gli americani sono stati chiamati ad appoggiarla, i vescovi sono rimasti in silenzio. Si prevede che questa ambiguità, che ha caratterizzato la risposta della Chiesa cattolica alle autorità civili e alla religione nazionale, continui negli anni futuri.

 

 
Medici Senza Frontiere sotto shock per  l'uccisione di 5 dei suoi operatori 
in Afganistan

5 operatori di Medici Senza Frontiere sono stati  uccisi, mentre percorrevano la strada 
che collega Khairkhana a Qala-I-Naw,  nella provincia di Badghis, il 2 giugno. Si tratta di:



Hélène de Beir, belga, coordinatore di progetto  - Willem Kwint, olandese, logista - 
Egil Tynaes, norvegese, coordinatore  medico - Fasil Ahmad, afgano, traduttore - 
Besmillah, afgano, autista.

                                

                              L'intervento umanitario è messo a dura prova

 

Hélène, Willem, Egil, Fasil e Besmillah sono  stati barbaramente uccisi mentre portavano
 assistenza umanitaria in una delle  regioni più remote dell'Afganistan. Lontani da Kabul, 
dalla capitale dove  ormai si parla di un ritorno alla normalità, i cinque operatori di Medici  
Senza Frontiere hanno trovato la morte in un'imboscata. E' ancora presto per  capire come 
siano andate esattamente le cose e per verificare le  rivendicazione finora arrivate. Ma una 
cosa è drammaticamente chiara: in  Afganistan l'azione umanitaria è seriamente 
compromessa.

QUESTI SONO GLI EROI VERI.... MA LA STAMPA E LA TELEVISIONE NON HANNO 
SPAZIO  PER LORO.... SOLO QUALCHE RARO TRAFILETTO...

 

Hélène de Beir, 29 anni, lottava con passione per i diritti della gente di 

tutto il mondo. Dopo aver studiato relazioni internazionali e legge a 

Washington, Bologna e Bruxelles, si era specializzata in materia di aiuti 

umanitari. Aveva lavorato in Costa d'Avorio e Iraq come esperto di affari 

umanitari per MSF, prima di diventare coordinatore di progetto a Badghis, 

Afghanistan, nel maggio 2004. Con il suo enorme impegno e con la sua voglia di 

darsi da fare era diventata una forza trainante in un progetto difficile. Lo 

spirito positivo e l'allegria di Hélène hanno fatto di lei una collega molto 

amata. Dietro il suo giovane aspetto era una donna forte che sapeva 

esattamente quello che voleva. Hélène avrebbe compiuto 30 anni il 16 giugno. 

La sua morte ci ha colpito duramente. Il nostro pensiero è rivolto alla sua 

famiglia e al suo fidanzato. 

Egil Tynaes, 62 anni, lavorava come medico senior alla Municipal Outdoor 

Clinic di Bergen, in Norvegia. Nei periodi di congedo dal lavoro metteva 

spesso la sua esperienza di medico al servizio delle popolazioni bisognose in 

altre parti del mondo. Nel 2002 aveva lavorato per MSF a Baharak, in 

Afghanistan e poi aveva continuato a Badghis dal marzo 2004. Qui lavorava a un 

progetto per la tubercolosi e addestrava lo staff medico. Egil era riuscito 

come nessun altro a stabilire un contatto vero con i pazienti afghani. Era 

vicinissimo alle persone ed era riuscito a guadagnarsi la loro fiducia. Si 

sentirà molto la mancanza delle sue soluzioni creative e delle sue idee 

originali. Ma ancora di più mancherà il suo cuore appassionato e il suo 

carattere sensibile. Egil lascia moglie, tre figli e cinque nipoti. 

 

Pim Kwint, 39 anni, voleva aiutare i bisognosi. Aveva messo in stand by la sua 

società di IT per lavorare per MSF. Aveva portato con sé una montagna di 

esperienza tecnica e di Information Technology. Dal giugno 2003 faceva il 

logista a Badghis, in Afghanistan. Desiderava enormemente dare un contributo e 

sembrava aver trovato la sua vocazione. Pim era la persona ideale per lavorare 

in circostanze difficili, sempre desideroso di darsi da fare per gli altri e 

felice di sporcarsi le mani. Aveva un'energia inesauribile e un grande senso 

di responsabilità. Riusciva sempre a motivare lo staff locale e a rincuorare i 

suoi colleghi e quindi era diventato un membro indispensabile del team. Pim 

sarebbe dovuto rientrare a casa tra due settimane, accolto dalla famiglia, 

dagli amici e dalla fidanzata. Siamo devastati dalla sua morte. 

 

Besmillah lavorava come autista per MSF a Badghis, Afghanistan, dall'ottobre 

2003. Essendo un abile autista nonché meccanico, era un elemento importante 

dello staff afghano. Dava un forte sostegno ai suoi colleghi stranieri, non 

solo come fonte di informazioni e di consigli ma anche per la sua personalità 

tranquilla e entusiasta al tempo stesso.L'opera di MSF nel suo paese gli era 

particolarmente cara. Riteneva che fosse molto importante che le cure mediche 

di base fossero accessibili al popolo afghano e tutti i giorni copriva 

instancabilmente distanze immense tra i diversi progetti. Siamo scioccati 

dalla sua morte. Durante la sua collaborazione con MSF Besmillah era diventato 

papà, orgoglioso, di una bambina. 

 

Fasil Ahmad lavorava solo da due settimane come interprete per MSF a Badghis, 

in Afghanistan. Dopo una lunga ricerca, il team di Badghis era molto 

soddisfatto di aver trovato in Fasil un traduttore afghano qualificato. E' 

tragico che abbia dovuto pagare con la vita la sua collaborazione. 

Partecipiamo al dolore della sua famiglia e dei suoi amici. 

   

             Newsletter n°10

             4 giugno 2004   

 

Nel nome dei diritti umani
l’Italia dice no alla politica di Bush
alle sue guerre e alle sue torture

Appello della Tavola della pace

La visita in Italia del presidente Bush, alla vigilia delle elezioni europee e amministrative del 12 e 13 giugno, è destinata a dividere gli italiani in un momento particolarmente delicato della vita democratica del nostro paese.

Per questo il governo Berlusconi che l’ha invitato si è assunto una grave responsabilità politica.

Creare un clima di tensione e di contrapposizione ideologica alla vigilia delle elezioni fa male all’Italia e agli italiani, all’Europa e agli europei.

Da tempo il governo italiano ha rinunciato a promuovere una politica di pace mettendo il nostro paese in balìa della politica unilaterale e alle guerre di Bush ed esponendolo a gravi rischi. Per questo non possiamo restare in silenzio.

La nostra profonda gratitudine all’America che sessanta anni fa contribuì alla liberazione del nostro paese dal nazifascismo è rimasta intatta nel tempo.

Tuttavia non possiamo accettare che questo fatto storico e i sentimenti di gratitudine del popolo italiano verso gli Stati Uniti possano essere usati per coprire gli orrori della guerra e le responsabilità di chi ha trascinato il mondo in una drammatica spirale di guerre e terrorismo, ha indebolito la democrazia, ha colpito l’Onu e stracciato la sua Carta, ha violato i diritti umani e il diritto internazionale che un tempo, grazie al Presidente F. D. Roosevelt e a sua moglie Eleonora, aveva contribuito a creare.

Strumentalizzare il giusto moto di riconoscenza agli Stati Uniti per la liberazione dell’Italia nel tentativo di attenuare la profonda indignazione popolare per la politica esercitata dall’attuale amministrazione americana è un fatto grave e inaccettabile.

Il nostro no a Bush e alla sua inopportuna visita è anche un sì ad un’alleanza rafforzata e rinnovata con l’America pacifica, responsabile e solidale che abbiamo imparato a conoscere.

Ci sentiamo solidali con quella grande parte della società civile americana ferita dalle politiche interne e internazionali di questa amministrazione, duramente colpita dai tagli alle politiche sociali, allarmata per il crescente antiamericanismo che si diffonde nel mondo.

Ci sentiamo impegnati a costruire insieme a loro nuovi piani di cooperazione per rispondere alle responsabilità globali che ci appartengono, per promuovere i diritti umani e la democrazia, per sradicare la miseria e la guerra, per rafforzare e democratizzare l’Onu e le istituzioni internazionali che possono contribuire a rendere il mondo più giusto e sicuro per tutti.

La visita del presidente George Bush sia l’occasione per fare, tutti insieme, una riflessione sul mondo che ci circonda, sulla pace, sui diritti umani, sulla democrazia, sulla giustizia sociale e sul nostro ruolo di cittadini italiani, di cittadini europei e di cittadini del mondo.

Invitiamo tutti coloro che possono a dare vita, in ogni parte d’Italia, ad incontri, veglie, dibattiti, fiaccolate e manifestazioni il 3 giugno alla vigilia della visita del presidente Bush.

Invitiamo tutti, cittadini e istituzioni, ad esporre dal 2 al 4 giugno la bandiera della pace dalle finestre delle case, delle scuole, dei luoghi di lavoro, dai Comuni, dalle Province e dalle Regioni.

Parliamo al presidente Bush con gesti e impegni concreti di pace e di nonviolenza.

Costruiamo insieme un’Italia e un’Europa di pace: solidale, nonviolenta, democratica e federalista.

L’Italia e l’Europa hanno disperato bisogno di persone impegnate a “fare pace”. Alle elezioni europee e amministrative del 12 e 13 giugno votiamo persone decise a mettere la pace al centro della politica, capaci di prendersi cura dei problemi del mondo prima che possano travolgere anche noi. La scelta è nelle nostre mani.

Tavola della pace

31 maggio 2004
 

Giudizio contro Camilo Mejia 

* Il pubblico ministero generale l'accusa di "abbandonare" i suoi uomini MIAMI / AFP Il sergente di origine centroamericano Camilo Mejía, in giudizio dal tribunale davanti ad una Corte Marziale statunitense per diserzione, "abbandonò i suoi uomini" rifiutandosi di ritornare in Iraq dopo un permesso di 15 giorni di permanenza negli Stati Uniti, quanto riaffermato giovedì scorso dal pubblico ministero militare. Questo è un caso di "diserzione" afferma davanti ad una giuria militare il pubblico ministero, capitano A.J Balbo, nella Corte Marziale di Fort Stewart (Georgia) sud-est dello Stati Uniti. "Questo è il caso di un capo squadrone che abbandona i suoi uomini quando più avevano bisogno" di lui, aggiunse, citato nell'edizione elettronica di The Miami Herald. Mejía, 28 anni, di nazionalità nicaraguense e costaricano, è residente legale in Stati Uniti da 10 anni e si arruolò poco dopo nell'esercito statunitense del suo arrivo al paese. Il sergente optò per non ritornare in ottobre passato in Iraq, considerando "illegale" la guerra ed avere assistito, come dichiarò, a maltrattamenti contro prigionieri irachene. Mejía si dichiarò posteriormente obiettore di coscienza. "Venni, negli Stati Uniti, in permesso, e decisi di non ritornare, in Iraq, perché misi in dubbio la legalità costituzionale ed internazionale della guerra e perché mi sentivo opposto moralmente alle cose che aveva visto là come soldato", disse in conversazione telefonica con l'AFP prima dell'inizio del giudizio. In caso di essere colpevole di diserzione, la condanna prevista è di un anno di prigione, degradato ed escluso dell'Esercito per brutta condotta. Prima delle alffermazioni del pubblico ministero, una giuria di otto membri fu scelta giovedì in questo processo, integrato per ufficiali o soldati per decidere se Mejía è o non dichiarato reo di diserzione.

Lettera di Ettore Masina

Orribili immagini di sevizie inflitte da soldati (e soldatesse) americani ai prigionieri iracheni detenuti nel carcere di Abu Ghraib che fu la "Casa delle torture" durante il regime di Saddam: corpi violati, psiche spezzate, persone che non potranno più dimenticare che anche le democrazie hanno i loro carnefici. Su "La Repubblica" Alberto Flores d'Arcais commenta: "Sono le foto della parte oscura di questa guerra (…), foto che mostrano gli eccessi di pochi e che fanno male a molti". Che vergogna per il giornale considerato organo della sinistra moderata e intellettuale del nostro Paese!. Ogni parola di quella frase è il goffo tentativo di ridurre la gravità dei fatti ma è anche una più o meno deliberata menzogna. "Questa" guerra, infatti, come tutte le guerre, ha soltanto parti "oscure". Un esercito d'occupazione, tanto più se convinto di appartenere a una razza superiore e di essere protagonista di uno "scontro di civiltà", usa, sempre e dovunque, la tortura come arma contro i ribelli. Le "Ville Tristi" dei nazisti e dei fascisti, gli elettrodi adoprati dai paràs francesi in Algeria e da nostri soldati nella Somalia del 1984, le "gabbie di tigre" allestite da sudvietnamiti e da americani, le violenze compiute dagli uomini del Mossad israeliano sui prigionieri palestinesi, le sevizie attuate dall'esercito britannico nell'Ulster sono documenti del legame inscindibile fra guerra e tortura. In chi viene mandato a uccidere rischiando di essere ucciso si opera inevitabilmente un mutamento culturale, antropologico,. un decadimento etico che nessuna retorica patriottica può nascondere. E' anche per questo che la Costituzione italiana ripudia la guerra, è anche per questo che si riduce a povera cosa, a illusione o ipocrisia, ogni tentativo di parlare di missione "di pace" in una zona in cui è in corso una vero e proprio conflitto armato.

E si tratta davvero di "eccessi di pochi"? Posto davanti alle prove delle torture, Bush ha detto: "Non è il modo in cui l'America si comporta, non è il modo di servire la nostra patria nella causa della libertà". Peccato che egli sia il Comandante in Capo di un esercito che, in nome della "civiltà cristiana" e della "sicurezza della democrazia" tiene aperte basi in cui la tortura non solo è prevista come arma di dominio ma anche insegnata "scientificamente" agli alleati. A Fort Benning, in Georgia, l'"Istituto dell'emisfero occidentale per la cooperazione alla sicurezza", WHISC, è accusato da molte Chiese di essere una "scuola di assassini". Difeso strenuamente da Pentagono e Casa Bianca., è l'erede della ignobile Escuela de las Americas nella quale furono addestrati dittatori militari come gli argentini Leopoldo Galtierii e Roberto Viola, il boliviano Banzer, il panamense Noriega, l'haitiano Cedras, il paraguayano Stroessner, il guatemalteco Rios Montt, il salvadoregno D'Aubuisson e centinaia di ufficiali poi coinvolti, nei loro paesi, nelle peggiori violazioni dei diritti umani: l'assassinio dei 6 gesuiti dell'UCA, tanto per dire. E Guantanamo? Sotto la bandiera stelle-e-strisce da due anni si fanno a pezzi tutte le convezioni internazionali - e 600 persone senza difesa. Private degli stimoli sensoriali, rinserrate in gabbie concepite da veri e propri genî del sadismo, costrette a raccomandarsi per essere portate in catene alle latrine, prive di ogni difesa legale, queste persone vengono disgregate psichicamente dal silenzio assoluto sul tempo della loro detenzione; e in molte hanno già tentato il suicidio: una pagina orribile nella storia della democrazia americana. Un tocco di humour noir nella vicenda di Abu Ghraib? A mostrare l'ottusità e il sadismo fondamentalista del clan di Dobliù Bush, l'ultima notizia è che a riportare legge, ordine e "correttezza" nella prigione irachena sarà, per l'appunto, un ex comandante del lager di Guantanamo!

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Avendo bene in vista le immagini giunte da Abu Ghraib, mi piacerebbe sentirle commentare dai deputati leghisti e da quelli di Forza Italia che pochi giorni fa, discutendosi alla Camera l'introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale, hanno votato un emendamento secondo il quale si può parlare di tortura soltanto quando le sevizie sono "reiterate". Uno dei benemeriti parlamentari padani (e mica uno degli ultimi: un vice presidente del Senato!) ha detto l'altra sera a un Battista un po' meno prono del solito che quando c'è da scegliere fra un poliziotto e un delinquente, lui, anche per "volere del popolo", sceglierà sempre il poliziotto. Sfugge, a quel molto disonorevole, una elementare verità: fintanto che l'imputato non è stato condannato non lo si può dichiarare delinquente mentre è certissimamente delinquente un poliziotto-torturatore. Riscalda il cuore che un sindacato di polizia (il Silp-Cgil) dichiari che l'emendamento approvato dalla Camera non è a favore ma contro gli agenti della polizia perché con esso "si evoca la falsa immagine di forze dell'ordine pronte a rinunziare a quel principio di legalità che è la prima ragione della loro esistenza".

Una riflessione angosciosa è invece imposta dal fatto che a votare l'emendamento non è stata soltanto la Lega e da Alleanza Nazionale ma anche da Forza Italia. La Lega rappresenta purtroppo - ormai lo sappiamo - l'ignoranza e la grettezza di una larga parte di opinione pubblica che ritiene superfluo qualunque principio di legalità che non sia quello di difesa della propria "roba". Per questa gente, come ha dimostrato un'altra sciagurata vicenda parlamentare, sarebbe legittima difesa l'uso delle armi contro chi minaccia non già un individuo ma le sue cose. Tutta la storia della Lega, dimostra come essa sia di fatto una realtà "regressiva" della nazione. Il suo inno non è "Va pensiero…", ma una versione bellicista de "La me bela Madunina", in cui "il napoli", "el terùn" e tanto più "el negher" sono i nuovi barbarossa demolitori della civiltà; e la scissione da Roma ladrona e dal Sud infingardo è il vero ideale sotterraneo, da perseguire prima o poi Quanto ad Alleanza Nazionale non basta certo l'acqua di Fiuggi né quella del Giordano (sponda israeliana) per avare la sua discendenza da un regime poliziesco nel senso peggiore de termine; e difatti l'onorevole Fini era a Genova al momento della durissima repressione antigiovanile. Ma Forza Italia pretende di presentarsi diversamente: è il partito del presidente del Consiglio, pietra d'angolo portante di una formazione politica che si vanta di chiamarsi "Casa della libertà"; ha portato in parlamento tutti gli avvocati del Cavalier Berlusconi, ed uno di essi, Pecorella, è addirittura il presidente della Commissione Giustizia della Camera. Eppure quell'emendamento è stato compattamente votato dai forzisti. Ha detto Pecorella "Non è facile a tutti i deputati comprendere il significato di un emendamento". Ha ragione: non a tutti i deputati. Ha detto anche, Pecorella: "Non potevamo ferire la compattezza della maggioranza"; e dunque, ancora una volta, la compattezza della maggioranza risulta più importate della civiltà giuridica, dei fondamenti stessi della libertà.

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Avvicinandosi il giorno delle elezioni, cresce in me - e certamente in moltissimi altri - un profondo disagio. Da un lato abbiamo la sensazione che ormai ciò che chiamavamo politica (dibattito, scelte. azioni, risultati) sia ormai soltanto un ricordo, una bandiera lacera su un deserto senza oasi. I partiti "della sinistra di governo" hanno rinunziato alle loro sedi periferiche di discussione ma non alla propria burocrazia, essa è stata numericamente ristretta ma risulta pur sempre dominante nelle decisioni. Le beghe fra portavoci, il bilancino usato per vicende di enorme importanza (la guerra!), le ultime vicende del "triciclo" (con le scelte di miserabili candidature: quella di Formentini, ex sindaco leghista di Milano, di Vittorio Dotti, ex avvocato di Berlusconi, di forzisti siciliani che hanno annusato odor di bruciato etc. ), tutto ciò lascia intendere, ben più che il ragionevole tentativo di raccogliere il consenso di qualche elettore moderato, il disprezzo per la sensibilità degli elettori tradizionali. Non basta: la cosiddetta "società civile" e lo stesso movimento pacifista non sono esenti da tentazioni fondamentaliste; la sinistra "di opposizione" non riesce a liberarsi da un certo settarismo e via dicendo. Dall'altra parte la "Casa delle libertà" morde il freno del Cavaliere che la obbliga a votare leggi impopolari, lo morde ma non lo spezza: è un esercito napoleonico sulle sponde (forse!) della Beresina ma non mostra ancora l' intenzione di bruciare le bandiere. Al contrario, il Condottiero di Arcore cerca di infondere ottimismo alle sue truppe vantando come trionfi le rovinose riforme adottate dal suo governo. La realtà è che ha smantellato ampi settori delle conquiste sociali dei lavoratori, condannato al precariato un'intera generazione, ferito a morte la ricerca scientifica, messo allo sbando l'insegnamento nelle scuole dell'obbligo, eroso il sistema sanitario e minacciato quello previdenziale, consentito e anzi teorizzato il comportamento cannibalesco degli industriali, con relativa crisi economica e aumento delle "nuove povertà"; ha incessantemente lottato contro la magistratura; giustiziato con un colpo alla nuca i nostri rapporti con i paesi arabi mediterranei (siamo costretti a rimpiangere Andreotti!); messo sull'attenti i nostri soldati davanti ai comandanti americani e inglesi in Iraq e in Afghanistan;. ridotto a carta straccia l'articolo 11 della Costituzione; e non solo, ma questa Carta fondamentale dello Stato l'ha continuamente assaltata con leggi costruite a suo uso e consumo. All'ombra del suo sorriso porcellanato, che grazie ai miliardi guadagnati e a quelli non pagati allo Stato, campeggia in tutte le strade da enormi tabelloni, è andata sviluppandosi. - e non poteva essere diversamente - una sottocultura fatta di strizzate d'occhio fra i potenti e i loro clienti (laici ed ecclesiastici), di luoghi comuni affermati come valori, di televisione-spazzatura, di preoccupanti "carinerie" ai militari e soprattutto di imbavagliamento della libertà dell'informazione. Se tutto ciò non è ancora "regime" (io penso che ormai lo sia), certamente lo diventerà in un futuro prossimo, a meno che la politica italiana non riceva dall'elettorato un deciso scossone, un profondo rimescolamento di carte.

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Immersi nel desolante panorama politico italiano, noi proviamo due tentazioni masochiste. La prima è, ovviamente, quella di non andare a votare: facciamoglielo vedere ai professionisti della politica che ormai ci hanno nauseato con i loro pasticci; mostriamogli che ormai li consideriamo tutti eguali nelle loro malversazioni economiche o ideologiche; "MANDIAMOLI TUTTI A CASA!". Ancora una volta la scelta della rabbia; e la rabbia è la caricatura dell' l'indignazione, la rabbia è la posizione dell'ubriaco che torna a casa e sfascia ciò che trova e picchia moglie e figli perché è tanto infelice: mentre l'indignazione è il sentimento che ti impedisce di stare con le mani in mano davanti agli spettacoli dell'indecenza politica. "Loro" non se ne andranno a casa a meno che noi non li cacciamo con il nostro voto. I nobili cuori di chi si ritira sulle isole del suo inerte disgusto sono altrettanti chiodi piantati nella bara della democrazia le cui assi sono già state piallate.

La seconda tentazione che io avverto come pericolosa è quella di andare a votare "turandoci il naso". E' l'antica proposta di Montanelli, che conosceva bene la mente e il cuore della borghesia italiana. Sì, gli attacchi alla democrazia sono imminenti e dunque bisogna andare a votare e votare una parte politica che ci disgusta perché ormai la caricatura di una storia gloriosa. ma serve a sbarrare la strada al nemico alle porte.. Voteremo con un disgusto che rasenta la disperazione. Voteremo come riluttante dovere; ma, subito dopo il nostro voto, torneremo all'amarezza dell'inerzia.

Io credo che anche questa tentazione vada rimossa. Non si può respirare al 50 per 100, a meno di essere colpiti da una patologia grave. Viviamo un momento della storia repubblicana in cui certi valori vanno recuperati dalle discariche in cui l'avidità feroce del Cavaliere li ha gettati, un ignobile "revisionismo storico" li ha lordati, la subcultura del privilegio e del superfluo, della competizione e del cinismo della cosiddetta realpolitik cerca di seppellirli per sempre. Per quanto certe battaglie possano sembrare perdute per sempre e la tv del monopolio berlusconiano e i giornali "allineati" si incarichino di ripetercelo all'infinito, non è vero che le avversità, la durezza dei tempi e la seduzione della propaganda possano impedirci di diventare (o di ritornare ad essere) protagonisti della politica.

So bene, per anni ed anni di esperienza, quanto ciò sia difficile - e spesso, molto spesso, alla fine, impossibile. E tuttavia la "politica" non è una "cosa sporca" (può diventarlo; in molti giorni e luoghi certamente lo è, ma non sempre, non dovunque), "politica" significa avvenire dei nostri figli, aria che respiriamo, cielo e natura che contempliamo, respiro delle nostre famiglie, scuole in cui si diventa non consumatori (Alex Zanotelli lo dice più rudemente: "tubi digerenti") ma protagonisti di diritti e di doveri, per la serenità nostra e degli altri; giustizia che non si arrende allo strapotere dei ricchi e dei loro avvocati; politica estera di pace e di condivisione di beni, invece che di contingenti militari.

Senza partecipazione attiva alla politica, il nostro futuro è quello di una disperata sazietà, di una asfissia etica che diventa assassinio di speranze. Come tutti i vecchi della mia età, io vengo da un tempo in cui, alle scuole elementari, eravamo in pochi a portare scarpe anziché zoccoli, a dieci anni e anche prima molti dei nostri compagni sparivano dai banchi per andare a lavorare; e decine di migliaia di loro padri, per sfuggire alla miseria, partivano, per una paga da bracciante, a combattere (cioè a uccidere e a rischiare di essere uccisi) nelle guerre del fascismo: Etiopia, Spagna… O, a centinaia di migliaia, emigravano in paesi dei quali conoscevano appena il nome, mentre la tubercolosi devastava intere popolazioni delle valli alpine, delle periferie cittadine e dei "cantoni neri" del Sud.

Se qualcosa è mutato, non è perché i Potenti lo abbiano graziosamente concesso. E' perché quattro o cinque generazioni di italiani non hanno accettato di essere soggetti passivi della storia, povere ombre nella luce abbagliante del progresso capitalista. Hanno pagato, sempre duramente, spesso molto duramente, i loro ideali ma non hanno mollato, neppure quando era evidente che si rischiava la morte. Non possiamo, non dobbiamo dimenticare questa storia nazionale, ben più vera di tanta retorica.

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Che fare, allora? Io credo che innanzi tutto dobbiamo cercare e diffondere informazioni sulla realtà, senso critico per leggerle e soprattutto consapevolezza delle nostre personali responsabilità, senza cedere a un miserabile "buonsenso" che ci suggerisce: "Tu non conti niente, ormai hanno vinto i Potenti". Credo che dobbiamo riprendere con maggiore energia la difesa della Costituzione e delle sue istituzioni: non soltanto respingendo attacchi e pretese di "miglioramenti" che ne stravolgerebbero la carica ideale ma anche rifiutando le lusinghe di un qualunquismo becero che, anche "da sinistra", ridicolizza il parlamento, quasi che esso non sia l'ultima barriera contro lo strapotere dei ricchi. Credo che dobbiamo partecipare attivamente (ma sì, diciamolo!) alla campagna elettorale: contro l'assenteismo e a favore di quei candidati che conosciamo come persone degne. Credo che dobbiamo moltiplicare reti, circoli, associazioni in cui il nostro "io" si arricchisca in un "noi". Credo che l'aria aperta dei "girotondi" ci faccia respirare più gioiosamente ma che sia necessario vivere anche al chiuso di biblioteche, di corsi di formazione, di seminari, di dibattiti e non solo di revivals. Credo che sia indispensabile la cultura degli affetti che ci aiuta a sperare e quella delle amicizie che le nostre speranze apre "all'esterno".

Credo… Sì, credo in voi, care amiche e cari amici. E vi ringrazio

ettore masina

 

APPELLO DE "IL DIALOGO"

"redazione" <redazione@ildialogo.org>

Sab, 17 Apr 2004 0:03:34

Appello per una mobilitazione straordinaria per la pace

Cari Amici, Care Amiche,

come tutti/e sapete la situazione della guerra in Iraq e nelle altre zone di guerra, si va facendo sempre più drammatica. Nonostante le manifestazioni del 20 Marzo scorso, il business della guerra sembra proseguire a ritmo serrato. La questione degli ostaggi e l’uccisione di uno di essi rende ancora più drammatica una situazione già grave. Sta crescendo il tentativo di trasformare il conflitto in atto in una guerra di religione o “scontro di civiltà” che dir si voglia. Sta crescendo in Europa ed in Italia l’islamofobia.

Come sostenitori del dialogo interreligioso ed in particolare del dialogo cristianoislamico siamo preoccupati per il precipitare della situazione.

Ci rivolgiamo così a tutti voi che insieme a noi avete condiviso l’appello ecumenico per la giornata del dialogo cristianoislamico affinché si dia corso ad una mobilitazione straordinaria di tutte le persone di buona volontà. La scorsa settimana Pax Christi ha dato vita ad un’importante iniziativa di pace. Bisogna continuare su quella strada.

I signori della guerra hanno dalla loro mezzi potenti, armi di distruzione e di persuasione di massa. Noi dobbiamo invece avere fiducia “nella nostra debolezza”, nei nostri mezzi poveri, nella nostra capacità di fare appello al cuore delle persone, qualsiasi sia la loro religione o nazionalità.

Vi chiediamo così di dar vita, a partire da domenica 18 aprile, a tutte le iniziativa locali che riterrete opportuno per stimolare l’opinione pubblica ed i responsabili della politica nazionale e locale a perseguire politiche di pace, in ottemperanza dell’art. 11 della nostra Costituzione, fra cui il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq e da tutti i luoghi dove non vi sia la presenza dell’ONU, promuovendo il dialogo interreligioso ed in particolare l’incontro fra le tre grandi religioni monoteistiche, l’ebraica, la cristiana, l’islamica.

Molte le iniziative “povere” che possiamo mettere in campo. Proviamo ad elencarne qualcuna.

-          Stampare un volantino che chieda pace e rispetto della costituzione e portarlo nel proprio mercatino rionale, nel supermercato, nella propria scuola,sul proprio posto di lavoro;

-          Chi è parroco o religioso cristiano potrebbe suonare le campane con modalità diverse dal solito spiegando il perché ai propri parrocchiani e dedicare la propria omelia alla pace ed al dialogo fra le religioni, fino a quando non vi siano concreti segni di pace. Chi è Imam o rabbino potrebbe fare iniziative analoghe presso la propria comunità;

-          Ci si può “vestire” con la bandiera della pace ed andare in giro per le vie del centro distribuendo volantini;

-          Ci si può incatenare davanti alle prefetture, distribuendo volantini, chiedendo di incontrare il prefetto per spiegare i motivi del proprio gesto;

-          Si può visitare una moschea o una sinagoga o una chiesa cristiana per promuovere incontri fra i rappresentanti locali delle religioni e ribadire, con un documento, che le religioni sono per la pace e contro la guerra in tutte le sue manifestazioni;

-          Si può promuovere un digiuno a staffetta, piantando una tenda nella piazza principale del proprio paese e distribuendo volantini che spieghino i motivi dell’iniziativa;

-          Chi vive a Roma può organizzare presidi permanenti davanti alle ambasciate o ai consolati dei paesi in guerra chiedendo di essere ricevuti dagli ambasciatori per chiedere iniziative di pace e dialogo;

-          Si può mettere al proprio balcone la bandiera per la pace e portare ovunque su di se un segno che indichi la propria contrarietà alla guerra e la propria volontà di pace.

 

E’ necessario rimettere in movimento il popolo della pace. Siamo sicuri che con l’aiuto di tutti sarà possibile dare all’Italia ed al mondo un avvenire di pace.

Shalom – Salaam – Pace

I promotori della giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico

 

Li, 16-04-2004

 

preziosa informazione (tratta da Jesus, aprile 2004) relativa alle lotte che alcuni/e statunitensi/e hanno ingaggiato contro istituzioni del loro paese. Finché ci sono persone così al mondo, possiamo ragionevolmente sperare. 

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Suor Kathy Long

LETTERE DAL CARCERE
di Mauro Castagnaro
  

Domenicana e pacifista, ha preso parte a una protesta nonviolenta contro la "Scuola degli assassini" dell’esercito Usa. L’irruzione nella zona "off limits" di Fort Benning le è costata tre mesi di reclusione: una testimonianza evangelica, anche dietro le sbarre della prigione.
  

«Sono stata accusata di un reato penale, ma non mi sento una criminale e mi dichiaro non colpevole. Le mie azioni, basate sulla fede, sono state nonviolente e derivano da una lunga tradizione domenicana di predicazione della verità, in difesa di coloro che vengono colonizzati e dominati con durezza da poteri stranieri. Io non ho nulla da nascondere, ma so che c'è molto di celato tra le attività della Soa, questa famosa scuola di assassini. Il Dipartimento della difesa, il Pentagono e il Governo degli Stati Uniti hanno nascosto la verità per anni. Il mio oltrepassare quella linea sulla proprietà di Fort Benning è spirituale, una teologia pratica di resistenza nonviolenta per salvare delle vite da coloro che vengono addestrati in questo istituto di guerra. Cammino sulle orme di Gesù Cristo, che ci sfida a essere portatori di pace, ci chiede di abbracciare la croce e cercare la verità».

Così cominciava, il 28 gennaio 2003, l ‘autodifesa di suor Kathleen Long, religiosa della Congregazione domenicana del Santissimo Rosario di Sinsinawa, condannata a scontare tre mesi di carcere nella prigione federale di Pekin, nell’Illinois, per essere penetrata, con altre 95 persone, tra cui 7 suore, anch’esse tutte arrestate, nel perimetro dell’Istituto dell’emisfero occidentale per la cooperazione alla sicurezza (Whisc), già Scuola delle Americhe (Soa) dell’esercito degli Stati Uniti. Da questo centro di addestramento sono usciti molti dittatori latinoamericani, dagli argentini Leopoldo Galtieri e Roberto Viola al boliviano Hugo Banzer, dal panamense Manuel Noriega all’haitiano Raoul Cedras, dal paraguayano Alfredo Stroessner al guatemalteco Efrain Rios Montt e centinaia di ufficiali regolarmente coinvolti nelle peggiori violazioni dei diritti umani registratesi nel subcontinente, come la strage dei 6 gesuiti dell’Università centroamericana (Uca) di San Salvador, ammazzati nel 1989 insieme a due donne di servizio dai soldati del Battaglione Atlacatl, una "unità d’elite" specializzata nella lotta antiguerriglia già protagonista, otto anni prima, del massacro di El Mozote, in cui furono trucidati quasi mille contadini.

Suor Long è un’attivista dell’Osservatorio della Scuola delle Americhe (Soa Watch), fondato da padre Roy Bourgeois, ex veterano del Vietnam e oggi religioso di Maryknoll, che dal 1990 ogni anno, in occasione dell della strage della Uca, organizza proteste davanti al Whisc reclamandone la chiusura. D’altro canto, religiose e religiosi delle maggiori congregazioni sono sempre più in prima fila in quell’"altra America" pacifista, che si oppone alla politica imperiale e alla guerra preventiva del presidente Bush. 
E non solo a parole.


Suore e frati organizzano marce e sit-in, veglie di preghiera e digiuni, promuovono il boicottaggio delle imprese del complesso militare industriale e premono sul Congresso, violano le installazioni dell’esercito e dell’aviazione. Praticano con rigore la resistenza nonviolenta, si tratti di mettere fuori uso un missile Trident, rifiutarsi di pagare le tasse destinate alle spese belliche o superare la zona off limits della base navale di Vieques, sull’isola di Portorico. E ne accettano le conseguenze. Qui una fede senza compromessi si sposa con la cultura anglosassone della disobbedienza civile e con quel femminismo che invita ad agire «in prima persona» e «a partire dal proprio corpo». Così suor Long si è trovata a festeggiare il 25° anniversario dei propri voti dietro le sbarre.

Durante la detenzione le è stato permesso di scrivere solo una lettera la settimana, ma questi testi testimoniano una serena e lucida radicalità evangelica. In esse si intrecciano un forte afflato spirituale e una solida coscienza politica, tenute assieme da una sensibilità spiccatamente femminile che sa indignarsi davanti alle ingiustizie e mostrare compassione verso chi le subisce, siano le vittime della repressione militare in Centroamerica o le compagne di prigione.

L’esperienza del carcere è per suor Kathy una tappa in un «viaggio di fede e resistenza» iniziato nel 1992, quando, con un gruppo di consorelle, assunse l’impegno di «resistere alle attuali manifestazioni di ingiustizia agendo nella fede, attraverso la preghiera, lo studio e la conversione personale. In collaborazione con altri ci impegneremo in azioni di resistenza nonviolenta. La nostra resistenza, fondata sulla fede, ci consentirà di cercare, creativamente, soluzioni alternative per dare vita a relazioni e strutture nuove». Perciò «la mia detenzione è una presa di posizione religiosa e basata sulla fede contro l’impero americano che si espande nel mondo. Quando rifletto sulle Scritture lette in questa Pasqua, sento la conferma di questo. Sono alla ricerca di una direzione e della saggezza di Dio. Il mio tempo di servizio qui è una pubblica dimostrazione della forza trovata in un Dio misericordioso. Non posso interpretare quanto dice Gesù nel Vangelo di Giovanni "la pace sia con voi" come la necessità di costruire un mondo col potere delle armi di distruzione di massa detenuto dagli Stati Uniti».

L’impegno antimilitarista è prima di tutto una scelta etica cristiana: «La mia fedeltà è a Cristo, non al Governo americano. Come Oscar Romero ha predicato, "niente è più importante della vita umana". Né oleodotti petroliferi né imperi militari e poteri politici. Come Chiesa – popolo di Cristo – noi accogliamo la vita umana come dono e benedizione del Signore».


A ciò segue una critica della politica estera statunitense dal punto di vista degli esclusi: «Ho oltrepassato il perimetro a Fort Benning nel tentativo di attirare l’attenzione sulla Soa e indurre il nostro Governo a chiudere questa scuola di tortura e repressione. Sono stata arrestata perché coinvolta in attività politiche. Ma, come dice, monsignor Romero, "il sangue dei poveri va oltre ogni politica". Io ho manifestato il mio dissenso con la nonviolenza perché sono venuta a sapere delle vittime. Accetto tre mesi di prigione per onorarle. Questa è la teologia della resistenza che abbraccio. Sono sicura che la violenza in Colombia potrebbe fermarsi se gli Stati Uniti cambiassero la loro politica estera. Il denaro inviato in Colombia non serve a sradicare la droga, ma sta uccidendo vittime innocenti. Attivisti, responsabili di associazioni, religiosi sono presi di mira perché promuovono il rispetto dei diritti umani. E il Whisc-Soa continua ad addestrare i soldati colombiani e i loro capi. I contadini sono bersagliati come i loro raccolti, gli animali e le fattorie dalle fumigazioni aeree che servono, si dice, per distruggere le piantagioni di coca, ma si estendono ben oltre queste. Il Governo americano continua a finanziare il Plan Colombia, ignorando i ben noti abusi dei diritti umani dell’esercito colombiano. C’è il petrolio in Colombia, non solo in Iraq!».

Lotta e contemplazione vanno di pari passo: «Un’azione di resistenza nonviolenta è basata sull’accettazione delle conseguenze. La nonviolenza attiva mi ha portato a dissentire dal militarismo della politica estera degli Usa in America latina. Sono contro l’addestramento militare del personale alle tecniche di guerra di bassa intensità. In questa Pasqua ho riletto gli Atti degli Apostoli, raccogliendo la sfida di abbracciare il Gesù risorto e il messaggio evangelico dell’amore, della verità, della compassione e della giustizia. Il Gesù che seguo mi ha portato a rompere il silenzio sull’addestramento dei militari americani al Whisc-Soa. La mia condanna è segno di un uso oltraggioso del sistema penale. Questo periodo di carcere mi permetterà di denunciare con forza la violenza impartita dentro i cancelli di Fort Bennig. Il silenzio è stato rotto dagli arresti. Le sentenze sembrano essere un modo per farci stare zitti e spaventarci. Ma noi non abbandoneremo la lotta finché la "Scuola degli assassini" non sarà chiusa». E d’altra parte, «stare nella prigione di Pekin è la volontà del Signore per me in questo momento. Questi tre mesi sono una vera esperienza di contemplazione. Qui vedo più chiaramente il mio servizio come un e un dono agli altri dei frutti di questa contemplazione».


In prigione suor Long sperimenta, con stupore, impotenza e dipendenza, ma riesce a ritrovare libertà interiore: «Non ho nessun potere per adattare o cambiare le regole che determinano la mia quotidianità. La punizione è la minaccia per la loro violazione. Mi rendo conto sempre più chiaramente dei limiti nei quali vivo. Tuttavia mi sento libera nello spirito. Posso scegliere ogni minuto come stare qui, come vivere, come accettare me stessa, come rapportarmi con gli altri. Io ho scelto la nonviolenza come stile di vita. Ciò si è espresso nell’apertura a tutte le nuove persone che sono entrate nella mia vita. Ci sono 276 donne e 30-40 guardie e impiegati. Nessuno qui è "nemico". Il nemico che affronto è la violenza sistematica perpetrata dalla "Scuola degli assassini", l’eccessivo militarismo della politica estera degli Usa, che abusa degli esseri umani nel mondo, in particolare in America latina. Tutto ciò va contro il Gesù nonviolento di cui celebro la Pasqua».

C’è poi la riflessione, in cui si sente l’eco del pensiero femminista, sul proprio ruolo e sulla solidarietà tra donne: «Oggi, durante una preghiera, ho condiviso la mia vulnerabilità, perché lavorando tanti anni in parrocchia durante la Settimana Santa mi sono sempre sentita in una posizione di autorità e di potere. Ora non lo sono: sono una che riceve. Qui comanda il sistema carcerario, anche se sono le detenute che in questi primi giorni mi stanno aiutando a orientarmi. Dipendo da loro per tutto. Sono così care e generose con me. Sono immersa in una comunità di donne che cercano la giustizia e il cambiamento nelle loro vite, lottano perché separate dai loro figli, combattono economicamente nella nostra società. Vivendo in mezzo a questo sistema oppressivo vedo donne incoraggiarsi a vicenda e cooperare affinché esso non uccida il loro potere personale. Parlare, condividere emozioni, ridere, cantare, giocare a carte o a softball sono tutte strategie per praticare la nonviolenza. Intorno è tutta una preghiera! Dio è in mezzo a noi!».


La stessa spiritualità è vissuta al femminile: «Mi sento circondata dallo Spirito del Signore da quando sono qui. L’amore delicato di Sophia mi sostiene e mi guida in questa esperienza unica di ministero. In questa Pentecoste io sento lo Spirito di Dio, la saggezza di Sophia che mi chiama».

Progressivamente cresce anche la critica degli aspetti vessatori dell’apparato carcerario: «Qui a Pekin i tentativi di intimidazione continuano. Il sistema penale è un controllo militaresco delle persone. Questa prigione federale è piena di donne accusate di crimini nonviolenti. Le pressioni psicologiche sono nella norma. Il controllo e la manipolazione sembrano far parte del manuale di addestramento degli impiegati. Ma io lo accetto. Io sono qui perché un mondo di giustizia e speranza possa essere costruito».

Più avanti la denuncia si fa più circostanziata: «A Pekin la vita è opprimente per tutte le donne detenute. Essere qui è una forma di punizione. Al di là della sentenza, ogni giorno lo staff della prigione cerca tutti i modi per irritarci, dominare e opprimerci. Le inutili regole e i regolamenti vengono cambiati secondo il capriccio dei responsabili. Nulla è mai logico o utile. Il sistema di questa prigione è un modello militaristico e non di ristabilimento della giustizia. L’assistenza sanitaria è pessima. Il benessere e la salute delle prigioniere non sono importanti. Una donna ha avuto due piccoli attacchi di cuore per aver ricevuto dai medici una dose eccessiva di insulina. L’organizzazione medica è un altro aspetto di questo ambiente oppressivo».


Qualche settimana dopo suor Kathy racconta: «Alcune donne sono arrivate qui da altre prigioni, con capi di vestiario acquistati altrove. Ora a Pekin le autorità dicono che possiamo indossare solo abiti venduti qui. Così è stato detto loro di comprarne di nuovi e spedire a casa quelli delle altre carceri. Questa istituzione pretende conformismo, uniformità, anche se l’Ufficio dei prigionieri vende diversi tipi di abbigliamento per i detenuti ed essi sprecano i soldi perché sono obbligati a comprarli».

Alla vigilia della fine della pena conclude: «Da quando sono qui, ho visto le maggiori ingiustizie proprio nel sistema. La scorsa settimana sei donne sono state punite per un problema legato a ciò che devono pagare. Per la maggior parte di loro nella sentenza è prevista una multa, le cui rate vengono detratte ogni mese dall’Ufficio dei prigionieri direttamente dal loro conto. Questa volta un impiegato ha spostato per via telematica la cifra dal fondo delle detenute a quello della prigione, ma per una differenza di orario tra il pagamento e il deposito i soldi non erano disponibili in quel momento e il computer ha rifiutato l’operazione. Così le sei donne sono state spostate dai loro letti nella stanza comune e si vedranno tagliate le paghe per 30 giorni. A una delle donne mancava solo un centesimo! E dovrebbe andare via tra sei giorni! Qui a Pekin niente ha una logica. Molte di noi hanno offerto quel centesimo, ma non ci è stato permesso di darlo».

A volte la realtà esterna fa drammaticamente breccia nelle mura della prigione: «Abbiamo appena appreso che il nipote di una detenuta è stato ucciso a Baghdad. Era un militare. Che tragedia». E tuttavia non manca lo spazio per qualche considerazione divertita: «Sono una delle poche detenute a non avere un tatuaggio!».

Suor Long ha potuto contare, durante la detenzione, sul forte sostegno della Congregazione. Il maestro dell’Ordine dei domenicani, padre Carlos Azpiroz, scrive, riferendosi anche ad Ardette Platte, Carol Gilbert e Jackie Hudson, le tre consorelle condannate a pene comprese tra 30 e 41 mesi di carcere per essere penetrate nel perimetro della base militare di Greely, in Colorado, dove sono custoditi i missili Minuteman a testata nucleare, e aver inscenato un "sabotaggio" cercando di "disabilitare" un ordigno con piccoli martelli: «Le vostre azioni simboliche e le vostre posizioni per un mondo senza guerre sono state per me una splendida messa in pratica del messaggio cristiano. Come Gesù vi siete dimostrate disponibili a soffrire affinché l’azione profetica e un mondo nuovo possano realizzarsi. 
A nome dell’Ordine ti ringrazio per la tua poderosa predicazione».


Arresti e processi non hanno comunque fermato la lotta. Nel novembre scorso oltre 10 mila persone, tra cui diverse centinaia di gesuiti, religiosi di altre congregazioni ed esponenti di diverse confessioni cristiane, hanno dato vita alla più grande manifestazione davanti alla Soa, chiedendo pure il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq. Anche questa volta una cinquantina di presenti hanno realizzato un’azione di disobbedienza civile, violando il perimetro dell’installazione, sono stati arrestati e condannati a diversi mesi di carcere, che stanno ancora scontando. Tra essi ci sono un pastore presbiteriano e cinque religiosi cattolici, tra cui padre José Mulligan, gesuita impegnato con le comunità ecclesiali di base in Nicaragua e nel far luce sulla morte di padre James "Guadalupe" Carney, che – ironia della sorte! – era stato addestrato nella Soa prima della II Guerra mondiale e che nel 1983 fu torturato e fatto scomparire, dopo essersi unito a un gruppo di guerriglieri locali, da militari honduregni usciti dallo stesso centro di formazione.

Mauro Castagnaro
(ha collaborato Laura Ferrari

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COMUNICATO STAMPA

Ad un mese dalla straordinaria giornata del 20 marzo
la Tavola della pace invia al Parlamento
un nuovo documento sul ruolo dell´Onu in Iraq.

Fate come Zapatero!

E date un chiaro sostegno all´Onu.


Ostaggi: la Tavola della pace ringrazia e incoraggia il religioso islamico iracheno Al Kubeissi che aveva partecipato alla Marcia Perugia-Assisi del 12 ottobre 2004.

Ad un mese dalla grande manifestazione contro la guerra in Iraq del 20 marzo la Tavola della pace rilancia l´appello per una svolta radicale della politica italiana in Iraq e invia al Parlamento un nuovo documento sul ruolo dell´Onu in Iraq.

"E´ già passato un mese dalla straordinaria giornata del 20 marzo che ha visto un milione di italiani chiedere un cambio radicale della politica italiana in Iraq. E´ passato un mese e nulla è cambiato nella politica del governo italiano", ha dichiarato Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. "La guerra invece è diventata sempre più estesa e crudele. L´Italia, volente o dolente, è stata risucchiata nel vortice della guerra e il governo Berlusconi continua imperterrito ad eseguire gli ordini della Casa Bianca cercando di nascondere il proprio fallimento dietro il dolore e l1angoscia per le vittime e gli ostaggi italiani."

"L´Italia faccia come Zapatero", insiste Flavio Lotti. "Ringraziamo il Primo Ministro spagnolo per aver dato avvio al ritiro dall´Iraq del contingente spagnolo. Onorando questo impegno elettorale la Spagna eviterà nuove inutili vittime e costringerà le forze occupanti a rivedere la propria politica fallimentare.

Basta con la retorica e le menzogne. Questo è il tempo in cui bisogna dare corpo ad una svolta radicale a favore dell´Onu che deve poter disporre di un mandato chiaro e delle risorse necessarie per attuarlo."

La Tavola della pace, infine, ringrazia e incoraggia il religioso islamico iracheno Abdel Salam Kubaisi, che ,su invito di Pax Christi, aveva partecipato alla Marcia per la pace Perugia-Assisi del 12 ottobre scorso, per gli sforzi che sta facendo per ottenere la liberazione degli ostaggi italiani. (Da oggi pomeriggio sono disponibili le sue foto alla Marcia).

Segue il documento "Il ruolo dell1Onu in Iraq.

Ufficio stampa

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Il ruolo dell´Onu in Iraq

Guerra, avventura senza ritorno: mai come in questo momento, il monito lanciato da Papa Wojtyla nel 1991 è carico di drammatica attualità.
Il tragico disordine in Iraq che caratterizza il cosiddetto dopoguerra (!) trionfalmente decretato dal Presidente Bush segna il fallimento di un´operazione che, razionalmente, ragionevolmente e responsabilmente, non avrebbe mai dovuto essere intrapresa.
Rifiuto dell´occupazione militare e dei piani americani di ricostruzione, crescente pratica terroristica, intrinseca debolezza e incapacità del cosiddetto governo provvisorio, diffuso atteggiamento di non collaborazione delle popolazioni, grave peggioramento delle condizioni di vita degli iracheni sono fattori tra loro interconnessi che alimentano la spirale della violenza e dell´ingovernabilità.
La perdurante occupazione militare ripete e amplifica i caratteri della guerra preventiva che l´ha originata, cioé di flagrante violazione del vigente Diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.
Dare centralità al ruolo delle Nazioni Unite e ripristinare la legalità internazionale rimane un imperativo ineludibile, anche se la sua pratica traduzione nell´attuale contesto iracheno si presenta sempre più ardua e complessa. Occorre assolutamente evitare che il ruolo dell´ONU sia percepito dalle popolazioni locali e dall´opinione pubblica mondiale in funzione di ratifica di un "fatto compiuto" e quindi di legittimazione a posteriori di una forza multinazionale che mantiene integralmente l´identità illegittima di forza occupante. Occorre pertanto evitare che il ruolo dell´ONU sia mischiato con le gravissime responsabilità di natura penale e politica delle potenze occupanti.
Chi ha sferrato la guerra preventiva e quanti vi si sono, più o meno esplicitamente, coinvolti non possono pretendere che l´opinione pubblica accetti la tesi secondo cui l´ammissione del palese fallimento dell´operazione bellica e il ritiro delle forze occupanti comporterebbe l´automatico riconoscimento della vittoria in capo al terrorismo.
Il tentativo di identificare il fallimento della guerra preventiva con la vittoria del terrorismo maschera in realtà il tentativo di oscurare le crescenti responsabilità legali, penali, politiche e morali di chi ha violato il Diritto internazionale. È un modo ripugnante di ricattare la buona fede dell´opinione pubblica mondiale la quale, anche con le massicce dimostrazioni del 20 marzo, è determinata nel ribadire la sua radicale opposizione al terrorismo così come alla guerra.
Perché il ruolo dell´ONU sia efficace occorre che il suo esercizio nel territorio iracheno avvenga senza i condizionamenti delle potenze occupanti e sia quindi percepito come imparziale e genuinamente rappresentativo della volontà di pace e di giustizia della comunità internazionale. Per questo all´Onu deve essere affidato un mandato chiaro e le risorse necessarie per realizzarlo. In questa prospettiva va interpretata la Risoluzione 1511 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la quale assume come prioritario il diritto di autodeterminazione del popolo iracheno e all´esercizio di questo diritto subordina il ruolo di una "forza multinazionale sotto comando unificato". Va sottolineato che nella Risoluzione non è precisato di quale forza multinazionale e di quale comando unificato trattasi. Di certo, questi non possono essere le forze occupanti e il loro comando, perché illegittime al pari dell´operazione che le ha installate nel territorio. Le forze occupanti devono pertanto essere ritirate e una eventuale nuova Risoluzione dovrà essere più esplicita e coerente con i dettami della legalità internazionale.
Compito delle Nazioni Unite è dunque far sì che il popolo iracheno si esprima liberamente sul proprio futuro mediante una consultazione popolare che legittimi l´entrata in funzione di una assemblea costituente genuinamente rappresentativa. In questa prospettiva ravvicinata il ruolo dell´ONU è di supervisionare l´effettuazione della consultazione popolare, compiendo un atto di fiducia nel popolo iracheno e di rispetto dei suoi più  autentici e antichi valori di civiltà, non cancellati da decenni di regime dittatoriale.
Occorre altresì che il programma di ricostruzione economica sia esso stesso sotto la diretta autorità delle Nazioni Unite e sia accompagnato da un progetto che dia occupazione alle forze lavoratrici dell´Iraq.

Tavola della pace, 19 aprile 2004

MANIFESTAZIONE PER LA PACE A ROMA

 

RIFLESSIONE. BRUNETTO SALVARANI: PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO 

[Ringraziamo Brunetto Salvarani (per contatti: b.salvarani@carpi.nettuno.it) per questo intervento. Brunetto Salvarani, teologo ed educatore, da tempo si occupa di dialogo ecumenico e interreligioso, avendo fondato nel 1985 la rivista di studi ebraico-cristiani "Qol"; ha diretto dal 1987 al 1995 il Centro studi religiosi della Fondazione San Carlo di Modena; saggista, scrittore e giornalista pubblicista, collabora con varie testate e fa parte del Comitato "Bibbia cultura scuola", che si propone di favorire la presenza del testo sacro alla tradizione ebraico-cristiana nel curriculum delle nostre istituzioni scolastiche; e' direttore della "Fondazione ex campo Fossoli", vicepresidente dell'Associazione italiana degli "Amici di Neve' Shalom - Waahat as-Salaam", il "villaggio della pace" fondato in Israele da padre Bruno Hussar. Ha pubblicato vari libri presso gli editori Morcelliana, Emi, Tempi di Fraternita', Marietti, Paoline]

 Nel novembre 2001, a poche settimane dai tragici attentati terroristici dell'11 settembre, un gruppo di cristiani di svariate confessioni (cattolici, evangelici, ortodossi), responsabili di ordini missionari, islamologi, intellettuali e educatori idearono un appello ecumenico affinche' quanto era purtroppo accaduto non mettesse in discussione le iniziative di partnership fra cristiani e musulmani in corso. Con un obiettivo concreto, e controcorrente nei confronti del clima socioculturale imperante nell'Europa di quei mesi: la proclamazione di una Giornata da dedicare espressamente al dialogo interreligioso, e soprattutto al dialogo cristianoislamico. Senza negare le oggettive difficolta', decisamente in aumento. L'esito fu consolante, a parere di chi, come me, era tra i promotori della cosa: oltre un centinaio di iniziative lungo tutta la penisola, l'operazione "moschee aperte", piu' di mille adesioni raccolte, e - soprattutto - la sensazione che la strada intrapresa fosse inevitabile quanto corretta. Ecco perche' abbiamo deciso di riproporre quell'esperienza, puntando ad una seconda Giornata ecumenica del dialogo cristianoislamico, il 21 novembre 2003 e nei giorni successivi, di nuovo in coincidenza dell'ultimo venerdi' di Ramadan dell'anno islamico 1424 (per ulteriori informazioni si veda il sito: www.ildialogo.org), a imitazione dell'invito di Giovanni Paolo II per il 14 dicembre 2001. * Certo, non sarebbe realistico nascondermi e nasconderci che l'obiettivo e', oggi piu' di ieri, quotidianamente messo in discussione, dalla cronaca nazionale di costume (se cosi' vogliamo chiamare, ad esempio, la triste vicenda del crocifisso di Ofena) a quella nera, con attentati sempre piu' crudeli che si ripetono ora dopo ora, con lo scopo lampante di scoraggiare quanti - e sono tanti, nonostante tutto - non si lasciano piegare alla logica dello scontro di civilta', della guerra infinita, delle chiusure identitarie e fondamentalistiche. La paura e' grande, senza dubbio: ma farsi intimidire e smettere la pur difficile pratica del dialogo, e qui in particolare del dialogo cristianoislamico, equivarrebbe di fatto a dar ragione ai terroristi, a chi usa le bombe al posto dell'accoglienza e del confronto, a chi strumentalizza le parole religiose e lo stesso nome di Dio profanando radicalmente le une e l'altro. Ecco perche', proprio in una situazione come quella attuale, nella Giornata ecumenica e' necessario gridare che occorre piu' coraggio e piu' dialogo, non meno coraggio e meno dialogo. Anzi, che occorre un autentico salto di qualita' nel dialogo interreligioso, che non puo' piu' essere considerato un ambito per specialisti o per pochi, non un generico verbo buonista o un invito al semplicistico "volemose bene", ma un caso serio e un tema decisivo per le varie comunita' di fede: sul quale investire con fatica la propria vita, studiando, discutendo, pregando, chiedendo a Dio di illuminarci e di illuminare la terra, in questa tremenda ora della prova. Il cammino e' tutto in salita. A me, cattolico laico, confortano la prassi evangelica di Gesu' e la memoria del Concilio, la pedagogia dei gesti di Giovanni Paolo II e la firma della "Charta Oecumenica" europea. Mi pare significativo, del resto, che questa nostra iniziativa, che prevede decine di appuntamenti in tutte le principali citta' del nostro Paese, non riesca a "bucare" il mondo dell'informazione (salvo benemerite eccezioni, che confermano la regola). E' qui contraddetta, infatti, la regola aurea dell'uomo che morde il cane: in una fase che viene sempre piu' percepita come un'anteprima di uno scontro finale tra occidente cristiano e islam, dovrebbe pure far notizia il fatto che, spontaneamente e senza particolari benedizioni dall'alto, una piccola tradizione, quella della Giornata ecumenica del dialogo, abbia gia' messo radici, dimostrando il bisogno diffuso del dialogo. Che, in questi giorni, molte moschee e centri islamici vengano aperti a chiunque per la cerimonia della rottura del digiuno. Che si facciano dibattiti e incontri tra cristiani e musulmani. Che centinaia di donne e uomini continuino a sottoscrivere l'appello al dialogo, nonostante la nostra struttura di organizzatori sia quanto mai povera e priva di mezzi. Credo che tutto cio' dovrebbe incuriosire... A quanti, domani, donne e uomini di buona volonta', parteciperanno alle varie iniziative pubbliche, a quanti digiuneranno e devolveranno il denaro risparmiato a opere di solidarieta', ai monasteri e alle parrocchie e ai centri islamici che pregheranno per la pace tra le fedi, grazie di cuore e buon cammino. Non facciamoci scoraggiare. * Personalmente, tra le intenzioni della mia preghiera e del mio digiuno ho inserito la prossimita' profonda alle comunita' ebraiche d'Italia, di Israele e di tutta la diaspora, in modo speciale dopo gli attentati alle sinagoghe di Istanbul, perche' chi si impegna nel dialogo interreligioso e' chiamato a farlo a tutto campo: il mio 21 novembre 2003, ultimo venerdi' di Ramadan 1424, e' anche una Giornata per la liberta' di religione e contro ogni forma di antisemitismo, di islamofobia e di razzismo. Con la fiducia e la speranza che contraddistinguono ogni figlia e ogni figlio di Dio, un cordiale abbraccio di pace - shalom - salaam. Brunetto Salvarani

 

APPELLO PER LA PACE  

"LA GUERRA DISSENNATA, ILLEGALE, IMMORALE"

Le chiese degli U.S.A. e della Gran Bretagna

"Un popolo non alzerà la spada contro un altro popolo, e non si eserciteranno più nell’arte della guerra" (Is.2,4)

Poiché gli appelli all’azione militare contro l’Iraq da parte dei nostri due governi continuano, nonostante la nuova apertura di Saddam ad ispezioni Onu sulle armi, ci sentiamo spinti dalla visione profetica di pace a pronunciare una parola per mettere in guardia i nostri governi e i nostri popoli. Siamo rappresentanti di tradizioni diverse nell’ambito delle comunità cristiane, dalle tradizioni della guerra giusta alla tradizione pacifista.

Come leader di queste comunità negli Stati Uniti e nel Regno Unito, siamo convinti che una guerra preventiva contro l’Iraq, particolarmente nell’attuale situazione, non possa essere giustificata. Ciononostante riteniamo che l’Iraq debba essere disarmato delle armi di distruzione di massa, e che debbano essere accuratamente perseguiti percorsi alternativi alla guerra.

Che non ci siano ambiguità: consideriamo Saddam Hussein e il suo regime in Iraq come una reale minaccia per il suo popolo, per i Paesi confinanti, e per il mondo. L’utilizzo da parte sua, già in passato, di armi di distruzione di massa, e di continuo sviluppo impresso ad esse, è di grande preoccupazione per noi.

La questione è come rispondere a questa minaccia. Crediamo che il governo Iracheno abbia il dovere di fermare la sua repressione interna, di porre fine alle minacce alla pace, di abbandonare i suoi sforzi nel moltiplicare armi micidiali, e di rispettare il legittimo ruolo delle Nazioni Unite nel controllare che ciò venga eseguito. Ma le nostre nazioni e la comunità internazionale devono perseguire questi fini in modo coerente, con principi morali, saggezza politica, e in conformità al diritto internazionale. Come cristiani, cerchiamo di essere guidati dalla visione di un mondo in cui le nazioni non tentano di risolvere i problemi internazionali facendo la guerra ad altre nazioni. E’ un antico principio cristiano per il quale tutti i governi e i cittadini devono adoperarsi, al fine di evitare la guerra.

Perciò sollecitiamo i nostri governi, specialmente il presidente Bush e il primo ministro Blair, a mettere in opera mezzi alternativi per disarmare l’Iraq delle sue armi più distruttive. La cooperazione diplomatiche con le Nazioni Unite nel rinnovare ispezioni sulle armi rigorosamente efficaci e ad ampio raggio, legate ad una graduale eliminazione delle sanzioni, può portare al disarmo dell’Iraq senza i rischi e i costi dell’attacco militare.

Non crediamo al fatto che la guerra preventiva contro l’Iraq sia l’ultima risorsa, che possa efficacemente preservare dalle uccisioni di civili, che possa essere dichiarata con la dovuta autorità internazionale e che possa prevedibilmente sfociare in un risultato proporzionato ai costi. E non è chiaro se la minaccia di Saddam Hussein non possa essere contenuta in altri modi meno costosi. Un attacco all’Iraq potrebbe costituire un precedente per una guerra preventiva, destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente e dar fuoco alle polveri del terrorismo. Noi, perciò, crediamo che la guerra contro l’Iraq non possa essere giustificata con il principio della "guerra giusta", e che sarebbe illegale, dissennata e immorale.

Illegale

Sia che ci opponiamo alla guerra, sia che l’accettiamo con riluttanza solo come ultima risorsa, il governo Usa non ha presentato un’adeguata giustificazione ad essa. L’Iraq non ha attaccato né direttamente minacciato gli Stati Uniti, né è evidente che le sue armi di distruzione di massa pongano una minaccia urgente ai Paesi confinanti o al mondo. Non è una conseguenza credibile degli attacchi dell’11 settembre. In base al diritto internazionale, tra cui la Carta della Nazioni Unite, l’unica circostanza per la quale i singoli Stati possono invocare l’autorità di dichiarare guerra è la difesa da un attacco armato. Nella dottrina cristiana della guerra giusta, ci sono condizioni rigorose anche per un atto di legittima difesa. La guerra preventiva da parte di uno Stato contro un altro non è permessa né dalla legge né dalla dottrina.

Se gli Stati Uniti dessero il via ad un’azione militare contro l’Iraq senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, creerebbero un pericoloso precedente che potrebbe minare le fondamenta della sicurezza internazionale. E nell’ambito dei nostri governi nazionali, il Congresso degli Stati Uniti e il Parlamento inglese devono veder rispettato il ruolo che ad essi compete nell’autorizzare qualsiasi azione militare contemplata.

Dissennato

Le potenziali conseguenze sociali e diplomatiche di una guerra contro l’Iraq la rendono politicamente dissennata. Gli Stati Uniti e il Regno Unito potrebbero agire completamente isolati. Molte nazioni, tra cui i nostri alleati europei e gran parte del mondo arabo, si oppongono con forza a questa guerra. Iniziare una pesante guerra in un’area del mondo già gravemente sconvolta potrebbe destabilizzare i governi e aumentare l’estremismo politico del Medio Oriente e oltre. Butterebbe benzina sul fuoco della violenza che già sta consumando la regione. Esacerberebbe l’odio antiamericano e produrrebbe nuove reclute per gli attacchi terroristici contro Stati Uniti e Israele.

Una guerra unilaterale minerebbe anche la continua cooperazione politica necessaria per la campagna internazionale volta a isolare le reti terroristiche. Gli Stati Uniti potrebbero anche vincere la battaglia contro l’Iraq e perdere la campagna contro il terrorismo. La conseguenza potenzialmente pericolosa e assai caotica di una guerra contro l’Iraq richiederebbe anni di occupazione, investimenti ed un alto tasso di cooperazione internazionale, nessuna delle quali è ancora stato adeguatamente pianificata o almeno presa in considerazione. Il popolo iracheno stesso ha un ruolo importante nel creare un resistenza nonviolenta all’interno del Paese con l’appoggio internazionale.

Immorale

Siamo particolarmente preoccupati per i costi umani della guerra. Se la strategia militare comprende attacchi aerei di massa e guerriglia urbana nelle strade di Baghdad, decine di migliaia di civili innocenti potrebbero perdere la vita. Questo da solo rende un attacco militare inaccettabile moralmente. Inoltre, il popolo iracheno continua a soffrire gravemente gli effetti della Guerra del Golfo, il decennio di sanzioni che ne è derivato, e la trascuratezza e l’oppressione di un dittatore brutale. Invece di infliggere ulteriore sofferenza ad essi con una guerra costosa, dovremmo assisterlo nella ricostruzione del suo Paese e nell’alleviare le sue sofferenze. Riconosciamo anche che in ogni conflitto gli incidenti tra forze che attaccano possono essere molto numerosi. Questa potenziale sofferenza delle nostre società deve condurre ad una prudente cautela.

Riaffermiamo la nostra speranza religiosa in un mondo in cui "un popolo non alzerà la spada contro un altro". Preghiamo affinché i nostri governi siano guidati da principi morali, dalla saggezza politica e dagli standard di legalità e desistano dai loro propositi di guerra.

(42 leader religiosi degli Usa e Gran Bretagna)

 

 

SEAN 

PENN

CONTRO 

LA GUERRA

 

SEAN PENN: UN PADRE DI FAMIGLIA AMERICANO CONTRO LA GUERRA


[Questo intervento del noto attore cinematografico americano e' apparso come
inserzione a pagamento sul "Washington Post"; lo riprendiamo nella
traduzione italiana apparsa sul quotidiano "Il manifesto" del 19 ottobre
2002]


Buongiorno, Mr Bush.
Sono un padre di famiglia americano.
Come lei, mi ritengo un buon patriota. Come lei, sono rimasto inorridito
dagli eventi dell'anno scorso, preoccupato per la mia famiglia e il mio
paese. Tuttavia, non credo in una opposizione semplicistica e incendiaria
tra bene e male. Credo che il nostro e' un grande mondo pieno di uomini,
donne, bambini che lottano per mangiare, amare, lavorare, proteggere le
proprie famiglie, le proprie convinzioni e i propri sogni.
Mio padre, come il suo, e' stato decorato nella seconda guerra mondiale. Mi
ha insegnato a credere profondamente nella Costituzione e nel Bill of
rights, che dovrebbero essere applicati a tutti quegli americani che si
sacrificano per mantenerli vivi, e in linea di principio a tutti gli esseri
umani.
Molte delle azioni da lei compiute e da lei proposte sembrano violare ogni
principio fondante di questo paese di cui lei e' presidente: l'intolleranza
del dibattito ("o con noi o contro di noi"), l'emarginazione delle voci
critiche, la diffusione della paura attraverso una vuota retorica, la
manipolazione dei media e il ruolo della sua amministrazione nella
distruzione delle liberta' civili, tutte queste cose contraddicono il fulcro
stesso di quel patriottismo a cui lei si richiama.
Guardi da vicino i suoi piu' accesi sostenitori sui media. Osservi la paura
nei loro occhi quando le loro voci urlanti di appoggio fanno riecheggiare
quella sottocorrente di rabbia e panico, storicamente disastrosa, che si
cela dietro un "discorso forte e chiaro". Quanto lontani siamo ormai dal
capire cosa vuol dire uccidere un uomo, una donna, un bambino, tanto lontani
siamo dal comprendere il significato dei "danni collaterali" inflitti a
centinaia di migliaia di esseri umani.
Il suo uso delle parole, "questa e' una guerra di tipo nuovo", e' spesso
accompagnato da un sorriso strano. Mi preoccupa il fatto che lei ci stia
chiedendo di dimenticare tutte le precedenti lezioni di storia e di seguirla
in futuro ciecamente. Mi preoccupa perche', nonostante tutte le sue migliori
intenzioni, un enorme surplus economico e' stato dissipato.
La sua amministrazione ha praticamente accantonato tutte le principali
preoccupazioni di natura ambientale e di conseguenza il messaggio che
cogliamo e' che, poiche' lei sembra voler sacrificare i bambini del mondo,
vorrebbe sacrificare anche i nostri. So che questo potrebbe non essere il
suo scopo ma la prego, signor Presidente, ascolti Gershwin, legga Stegner,
Saroyan, i discorsi di Martin Luther King. Si ricordi dell'America. Si
ricordi dei bambini iracheni, dei nostri bambini e dei suoi.
Non ci puo' essere giustificazione per le azioni di al Qaeda. Mai.
Ne' benevolenza per la depravazione criminale del tiranno Saddam Hussein.
Certo, solo un grande paese come il nostro puo' porre fine a un modello
secondo cui alle bombe si risponde con le bombe, alle mutilazioni con le
mutilazioni, all'assassinio con l'assassinio.
Ma i principi non possono essere incautamente o avidamente abbandonati
facendo finta di difenderli.
Non e' facile evitare la guerra garantendo al contempo la sicurezza
nazionale. Ma lei si ricordera' che noi americani abbiamo una volta avuto un
piccolo problema missilistico con Cuba. La cautela del presidente Kennedy (e
quella del comandante del sottomarino nucleare, Arkhipov) sono esempi da
seguire. Le armi di distruzioni di massa sono chiaramente una minaccia al
mondo intero in qualsiasi mano esse si trovino. Ma come americani, dobbiamo
chiederci, dal momento che la capacita' di sviluppare tali armi da parte di
Saddam Hussein non minaccia solo il nostro paese (e in realta' la sua
tecnologia non sembra in grado di arrivare ad un tale livello di
sofisticatezza), come mai allora gli Stati Uniti, guidata dalla sua
amministrazione, sono in schiacciante minoranza tra le nazioni del mondo a
predisporre un attacco preventivo contro l'Iraq?
Detto semplicemente, signor presidente, lasciamo rientrare gli ispettori,
che sono in grado di annullare ogni capacita' offensiva dell'Iraq.
Guadagniamo tempo, garantiamo i nostri principi sia all'interno che
all'esterno dei nostri confini e domandiamo a noi stessi l'ingegnosita' di
essere la piu' grande forza diplomatica del pianeta, forse della storia del
pianeta.
La risposta verra'. Lei e' un uomo di fede, ma la sua sciabola sta scuotendo
la fiducia che molti americani hanno di lei.
Capisco che deve essere tremendo e sconcertante essere nei suoi panni in
questo momento. Come padre di due bambini che vivranno in un mondo il cui
futuro dipende anche dalle scelte di oggi, non ho altra scelta che credere
che lei alla fine si distinguera' per essere un gran presidente. La storia
le ha offerto questa opportunita'.
Per cui la prego, signor presidente, risparmi all'America un retaggio di
vergogna e terrore. Non distrugga il futuro dei nostri bambini. Noi la
sosterremo. Lei deve sostenere noi, i suoi concittadini americani e
l'umanita' intera.
Ci difenda dal fondamentalismo all'estero, ma non finga di non vedere il
fondamentalismo della limitazione delle liberta' civili, dell'eccessiva e
pericolosa liberta' d'azione del presidente attraverso gli atti del
Congresso, e della convinzione erronea e pervasiva che questo paese abbia il
"destino manifesto" di essere il gendarme del mondo.
Sappiamo che gli americani sono impauriti e arrabbiati. Tuttavia,
sacrificare soldati americani o civili innocenti in un attacco preventivo
senza precedenti contro una nazione sovrana, puo' essere una terapia
temporanea. Dall'altra parte, se lei avra' fiducia nel meglio del nostro
paese e riuscira' a rappresentare gli Stati Uniti come un potente e
coscienzioso paese, lei potra' trionfare sul lungo periodo.
Ci porti su questa strada, signor presidente, e saremo con lei.
Sinceramente suo
Sean Penn

NO ALLA GUERRA !

I tamburi di guerra all'Iraq diventano sempre più incalzanti. Se non è oggi, sarà a gennaio, ma gli Usa quella guerra la vogliono. È possibile che il governo Berlusconi voglia trascinare il nostro Paese in questa avventura.

Dobbiamo dire no a una guerra all'Iraq e bollarla come «illegale e immorale». Ma dobbiamo dirlo in tanti, in tutte le città di questo Paese.

Per questo proponiamo a tutti i cittadini (l'idea è nata dentro la Rete di Lilliput) di esporre al davanzale della propria casa (l'importante è che sia visibile) la bandiera della pace o un pezzo di stoffa bianco con scritto "No alla guerra".

Sarà un vero ed effettivo processo di crescita democratica del popolo italiano.

Più tardi verrà lanciata una giornata in cui, in tutte le città italiane, la gente dirà il suo no alla guerra portando in piazza le bandiere o i pezzi di stoffa bianchi. (Si pensa al 10 dicembre, Giorno dei diritti umani). Se l'attacco avverrà prima, quella giornata verrà anticipata.

Tutto questo verrà lanciato a Roma venerdì prossimo, 27 settembre 2002, in Campidoglio.

È l'ora di rimetterci in piedi.

(ALEX ZANOTELLI)

 

Una preghiera e una parola di pace

Cristiani ecumenici sul conflitto Israele-Palestinesi

E’ da quel tragico 11 settembre del 2001 che un gruppo di credenti di fede cristiana, appartenenti a chiese di diversa tradizione, cattolici e protestanti, si incontra insieme per pregare per la pace. Abbiamo cominciato con il soffermarci sull’attentato in Usa e sulla guerra in Afganistan, e sin dall’inizio abbiamo ritenuto la risposta militare all’aggressione terroristica come una risposta inadeguata, inumana e sbagliata. Oggi, senza che si siano ancora placate le armi in quell’area, ci troviamo davanti ad un pericoloso aggravamento del conflitto fra palestinesi ed israeliani.

Ci chiediamo: quale epilogo può avere questo conflitto? Per quanto tempo ancora la vita dei civili israeliani dovrà essere scandita dalla cieca minaccia degli attentati suicidi? E viceversa come si può ritenere l’umiliazione violenta del popolo palestinese come una soluzione giusta? Quale peccato stiamo commettendo perché il conflitto risulti così privo di sbocchi? Non è forse venuto il momento di “ritornare al nostro Dio” manifestando chiari segni di pentimento per quanto sta avvenendo?

Innanzitutto noi chiediamo nel nome dell’unico Dio che tutti, ebrei, musulmani e cristiani, adoriamo, che si arrivi subito ad un cessate il fuoco perché la parola ritorni alla trattativa e al dialogo. Questo per evitare che al vasto oceano di male se ne aggiunga dell’altro e sempre più profonda diventi la ferita inferta a tanta parte della popolazione.

In questo momento temiamo fortemente per la incolumità del presidente Yasser Arafat. La sua morte fisica e politica non darebbe nessun contributo alla soluzione del conflitto. Eliminarlo sarebbe un delitto gravissimo, e un passo ulteriore verso un allargamento del conflitto. Scongiuriamo dunque Sharon e tutti i cittadini di Israele di resistere a questa terribile tentazione. Le armi dei terroristi in Palestina, come in ogni altro posto del mondo, non possono essere spuntate che con la ricerca di compromessi politici accettabili dai contendenti. Non ci sembra ci siano alternative al fatto che questi due popoli debbano vivere l’uno affianco all’altro. O impareranno a vivere assieme o rischieranno di morire assieme con una lunga ma inesorabile agonia fisica, culturale,  spirituale e politica.

In questi giorni il nostro pensiero è rivolto ai tanti pacifisti della comunità internazionale che in particolar modo in Palestina, stanno cercando senza mezzi e protezioni, di impedire il dilagare della violenza. I pacifisti israeliani, palestinesi e di altri paesi meritano il sostegno, l’attenzione politica e il rispetto di tutti. In questa tragica ora di follia, sono tra i pochi a mostrare di avere un briciolo di sapienza divina.

A tutti i cristiani, e dunque anche a noi stessi, l’appello ad un’urgente conversione alla nonviolenza di Gesù In particolare chiediamo a tutti di astenersi dall’uso di un linguaggio propagandistico e violento, antisemita o anti islamico, che demonizza l’avversario e chiude le porte all’azione riconciliatrice dello Spirito Santo.

All'Europa e agli USA chiediamo di ritornare a dare importanza all'Onu, l'unico organismo internazionale che può gestire l'enormità dei problemi del mondo senza rendere infinite le stragi da una parte e dall'altra.

Il Signore, Santo e Misericordioso,

abbia pietà di noi e ci guidi verso un urgente e giusto ravvedimento.

A cura del Coordinamento ecumenico per la pace e il disarmo- Ogni martedì alle ore 19 – via Foria 93

 

 

 

Nel 1988 a Gerusalemme ovest sette donne israeliane scesero in piazza vestite di nero per ‘gridare’ con il proprio silenzio contro l’occupazione dei territori palestinesi da parte del loro governo. Da allora le Donne in Nero di Israele hanno continuato, insieme ad altri gruppi pacifisti israeliani e internazionali, a costruire ponti di pace e a tessere relazioni con donne palestinesi cercando insieme percorsi di convivenza per divenire DUE POPOLI per DUE STATI. Questa pratica ha dato vita ad un modello di relazioni e di resistenza assunto da tutti coloro che rifiutano la guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti e che sono contro ogni militarismo.

Solo la costruzione di relazioni e solidarietà che riconoscano differenze e specificità può portare ad una pace giusta e duratura.

 

 

 
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