MORATORIA SULL’ABORTO

ULTIMA VIOLENZA ALLE DONNE

LA Repubblica, 28.01.08

 

 

GUSTAVO ZAGREBELSKY

 

In una concezione non dogmatica ma (auto)critica della democrazia, quale è propria di ogni spirito laico, nessuna decisione presa è, per ciò stesso, indiscutibile. Il ri­fiuto della ri-discussione è per ciò stesso una posizione dog­matica, che può nascondere un eccesso o un difetto di sicu­rezza circa le proprie buone ra­gioni. Questo, in linea di prin­cipio, riguarda dunque anche la legge sull'interruzione vo­lontaria della gravidanza, "la 194", che pur ha dalla sua due sentenze della Corte costitu­zionale e un referendum po­polare.

Ma una discussione costrut­tiva e, mi sia permesso dire, onesta è il contrario delle paro­le d'ordine a effetto, che fanno confusione, servono per "cro­ciate " che finiscono per mette­re le persone le une contro le altre. Lo slogan "moratoria dell'aborto", stabilendo una "stringente analogia" (cardi­nal Bagnasco alla Cei, il 21 gen­naio) tra pena di morte e abor­to, accomunati come assassinii legali, ha sì riaperto il pro­blema, ma in modo tale da ria­prire anche uno scontro socia­le e culturale che vedrebbe nientemeno, schierali i fautori della vita contro i fautori della morte: i primi, paladini dei va­lori cristiani; i secondi, intossi­cati dal famigerato relativismo etico. Insomma, alle solite, un nuovo fronte di quello scontro di civiltà, che molti insofferenti dellla difficile tolleranza,  mentre dicono di paventarlo, lo auspicano.

Siamo di fronte, come si è detto, a una "iniziativa amica delle donne"? Vediamo. La questione aborto è un intrec­cio di violenze. Innanzitutto, indubitabilmente, la violenza sull'essere umano in forma­zione, privato del diritto alla vita.

Ma, in numerose circostanze, ci può essere violenza nella gravidanza stessa, questa volta contro la donna, quando la salute ne sia minacciata, non solo nel corpo ma anche nella mente, da sentimenti di colpa o di sopraffazione, solitudi­ne, indigenza, abbandono. La donna incinta, nelle condizioni normali, è l'orgoglio, onorato e protetto, della società di cui è parte; ma, nelle situazioni anormali, può diventarne la vergo­gna, il peso o la pietra dello scandalo, scartata e male o punto tollerata. D'altra parte, non solo la gravidanza, ma l'aborto stesso, percepito come via d'uscita da situazioni di necessità senza al­tro sbocco, si traduce in violenza anche verso la donna, costretta a privarsi del suo diritto alla maternità.

C'è poi un potenziale di somma vio­lenza nella capacità limitata delle società uma­ne ad accogliere nuovi nati. La naturale finitez­za della terra e delle sue risorse sta contro la pressione demografica crescente e la durata della vita umana. L'iniqua ripartizione dei beni della terra tra i popoli, poi, induce soprattutto le nazioni più povere a politiche pubbliche di li­mitazione della natalità che si avvalgono, come loro mezzo, dell'aborto.

Violenze su violenze d'ogni origine, dunque: violenza della natura sulle società; delle società sulla donna; della donna su se stessa e sull'es­sere indifeso ch'essa porta in sé. E' certamente una tragica condizione quella in cui il concepi­mento di un essere umano porta con sé un tale potenziale di violenza. Noi forse comprendia­mo così il senso profondo della maledizione di Dio: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravi­danze» (Gen. 3,22). Si potrebbe dire che l'abor­to, nella maggior parte dei casi, è violenza di de­boli su più deboli, provocata da una violenza anteriore. Ma questa è la condizione umana, fi­no a quando essa patisce la crudeltà della natu­ra e l'ingiustizia della società; una condizione che nessuna minaccia di pene anche severissi­me, con riguardo all'ultimo anello della catena, quello che unisce la donna al concepito, ha mai potuto cambiare, ma ha sempre e solo sospin­to nella clandestinità, con un ulteriore carico di umiliazione e violenza, fisica e morale.

In questo quadro, che molte donne conosco­no bene, che cosa significa la parola moratoria? Dove si inserirebbe, in questa catena di violen­za? La domanda è capitale per capire di che co­sa parliamo.

Una cosa è chiedere alle Nazioni Unite di condannare i Paesi che usano l'aborto come strumento di controllo demografico e di sele­zione "di genere". Un celebre scritto del premio Nobel Amartya Sen, pubblicato sulla New York Review of Books del 1991, ha richiamato l'atten­zione sul fatto che «più di 100 milioni di donne mancano all'appello». Si mostrava lo squilibrio esistente e crescente tra maschi e femmine in Paesi come l'India e la Cina (ma la questione ri­guarda tutto l'estremo Oriente: quasi la metà degli abitanti del pianeta). Si prevede, ad esem­pio, che in Cina, nel 2030, l'eccesso di uomini sul "mercato matrimoniale" potrebbe raggiun­gere il 20%, con drammatiche conseguenze so­ciali. Le ragioni sono economiche, sociali e culturali molto profonde, radicate e differenziate. Le cause immediate, però, sono l'aborto selet­tivo e l'infanticidio a danno delle bambine, ol­tre che l'abbandono nei primi anni di vita. In quanto, però, vi siano politiche pubbliche di in­centivazione o, addirittura, di imposizione, la richiesta di "moratoria" ha certamente un sen­so. Si interromperebbe la catena della violenza al livello della cosiddetta bio-politica, con ef­fetti liberatori.

E diverso, in riferimento alle società dove l'a­borto non è imposto, ma è, sotto certe condi­zioni, ammesso. "Moratoria" non può signifi­care che divieto. Per noi, sarebbe un tornare a prima del 1975, quando la donna che abortiva lo faceva illegalmente, e dunque clandestina­mente, rischiando severe sanzioni. Questo esi­to, per ora, non è dichiarato. I tempi paiono non consentirlo. Ci si limita a chiedere la "revisione" della legge che "regola" l'aborto. Ma l'obbietti­vo è quello, come la "stringente analogia" con l'abolizione della pena di morte mostra e come del resto dice il card. Bagnasco: «Non ci può mai essere alcuna legge giusta che regoli l'aborto».

Qual è il punto della catena di violenza che la "moratoria" mira a colpire? E' l'ultimo: quello che drammaticamente mette a tu per tu la don­na e il concepito. Isolando il dramma dal con­testo di tutte le altre violenze, è facile dire: l'i­nerme, il fragile, l'incolpevole deve essere pro­tetto dalla legge, contro l'arbitrio del più forte. Ma la donna, a sua volta, è soggetto debole ri­spetto a tante altre violenze psicofisiche, mora­li, sociali, economiche, incombenti su di lei. La legge che vietasse l'aborto finirebbe per cari­carla integralmente dell'intero peso della vio­lenza di cui la società è intrisa: un peso in molti casi schiacciante, giustificabile solo agli occhi di chi concepisce la maternità come preminen­te funzione biologico-sociale che ha nell'apparato riproduttivo della donna il suo organo: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze», appunto. Si comprende, così, che la questione dell'aborto ha sullo sfondo la concezione pri­maria delle donne come persone oppure come strumenti di riproduzione. E si comprende al­tresì la ribellione femminile a questa visione della loro sessualità come ufficio sociale.

«La condizione della donna gestante è del tutto particolare» e non è giusto gravarla di tan­to peso, ha detto la Corte costituzionale in una sua sentenza del 1975, la n. 27. Convivono due soggetti, l'uno dipendente dall'altro, entrambi titolari di diritti, potenzialmente in contraddi­zione: tragicamente, la donna può diventare nemica del concepito; il concepito, della don­na. Da un lato, sta la tutela del concepito fon­data sul riconoscimento costituzionale dei di­ritti inviolabili dell'uomo, «sia pure con le par­ticolari caratteristiche sue proprie», trattando­si di chi «persona deve ancora diventare». Dal­l'altro, sta il diritto all'esistenza e alla salute della donna, che «è già persona». Il riconoscimento pieno del diritto di uno si traduce necessaria­mente nella negazione del diritto dell'altro. Per questo, è incostituzionale l'obbligo giuridico di portare a termine la gravidanza, "costi quel che costi"; ma, per il verso opposto, è incostituzio­nale anche la pura e semplice volontà della donna, cioè il suo "diritto potestativo" sul concepito (sent. n. 35 del 1997).

Si sono cercate so­luzioni, per così dire, intermedie, ed è ciò che ha fatto "la 194", prevedendo assistenza sanitaria, limiti di tempo, ipotesi specifiche (stupro o malformazioni) e procedure presso centri ad hoc che accompagnano la donna nella sua de­cisione: una decisione che, a parte casi partico­lari (ragazze minorenni), è sua. La donna, dun­que, alla fine, è sola di fronte al concepito e, se­condo le circostanze, può essere tragicamente contro di lui. Qui, una mediazione tra i due di­ritti in conflitto (della donna e del concepito) non è più possibile: aut aut.

Le posizioni di principio sono incompatibili, oggi si dice "non negoziabili": l'autodetermi­nazione della donna contro l'imposizione del­lo Stato; la procreazione come evento di rile­vanza principalmente privata o principalmen­te pubblica; la concezione del feto come sog­getto non ancora formato o come persona umana in formazione; la legge come strumen­to di mitigazione dei disastri sociali (l'aborto clandestino) o come testimonianza di una vi­sione morale della vita.

 Alla fine, il vero contra­sto è tra una concezione della società incentra­ta sui suoi componenti, i loro diritti e le loro re­sponsabilità, e un'altra concezione incentrata sull'organismo sociale, i cui componenti sono organi gravati di doveri, anche estremi. Si vede il dissidio, per così dire, allo stato puro nel caso della scelta tra la vita della madre e quella del fe­to, quando non possibile salvare e l'una e l'al­tra: la sensibilità non cattolica più diffusa dice: prevalga la vita della donna, persona in atto; la morale cattolica dice: prevalga la vita del nasci­turo, persona solo in potenza.

Secondo le circostanze. Sul terreno delle cir­costanze, a differenza di quello dei principi, è possibile lavorare pragmaticamente per ridur­re, nei limiti del possibile, le violenze generatri­ci di aborto. Educazione sessuale, per preveni­re le gravidanze che non si potranno poi soste­nere; giustizia sociale, per assicurare alle giova­ni coppie la tranquillità verso un avvenire in cui la nascita d'un figlio non sia un dramma; occu­pazione e stabilità nel lavoro, per evitare alla donna il ricatto del licenziamento; servizi so­ciali e sostegni economici a favore della libertà dei genitori indigenti. Dalla mancanza di tutto questo dipende l'aborto "di necessità", che - si dirà - è però una parte soltanto del problema. Ma l'altra parte, l'aborto "per leggerezza", tro­verà comunque le sue vie di fatto per chi ha i mezzi di procurarselo, indipendentemente dalla legge. In ogni caso, non è accettabile che di necessità e leggerezza si faccia un unico fa­scio a danno dei più deboli, spinti dalla neces­sità, e li si metta sotto la cappa inquisitoriale della criminalizzazione e delle intimidazioni morali, come l’equiparazione dell'aborto all'o­micidio e della donna al l'omicida. La sorte dei concepiti non voluti si consumerà ugualmente, nel comfort delle cliniche private o nella solitu­dine, nell’umiliazione e nel rischio per l'incolu­mità. L'esito del referendum del 1981 che, a grande maggioranza (il 68 %) ha confermato "la 194", dipese di certo dal ricordo ancora vivo di ciò che era stato l'aborto clandestino. Ci si può augurare che non se ne debba rifare l’esperienza, per ravvivare il ricordo.