La
legge sulla procreazione assistita e il significato del referendum
don
Enzo
Mazzi
Il
problema non è l'etica ma è il potere. O meglio è il connubio fra etica
e potere. E' su questo che forse sarebbe opportuna una riflessione
pregiudiziale a proposito della legge sulla procreazione medicalmente
assistita e di conseguenza sul significato del referendum. Il valore etico
più alto e sublime se imposto con la forza degenera in dominio e il
potere che lo impone diviene tirannia. Lo dice, con la chiarezza e la
competenza che gli sono proprie, Gustavo Zagrebelsky, già presidente
della Corte costituzionale: «Questo è il paradosso del costituzionalismo
del nostro tempo. Le leggi, e tra queste la Costituzione... formano come
una grandissima costruzione, ma non più solida di un castello di carte,
in quanto il loro fondamento sia posto solo in se stesse: cioè, in ultima
analisi, nel potere. Antigone ci ammonisce ancora: senza ius, la lex diventa debole e, al tempo stesso,
tirannica. La scommessa del costituzionalismo sta tutta qui: nella capacità
della Costituzione, posta come lex,
di diventare ius;
fuori dalle formule, nella capacità di uscire dall'area del potere e
delle fredde parole di un testo scritto per farsi attrarre nella sfera
vitale delle convinzioni e delle idee care, senza le quali non si può
vivere e alle quali si aderisce con calore».
Allora
si deve fare a meno delle leggi? No di certo. Ma nella società, mentre i
poteri costituiti (i Creonte della storia) fanno e applicano le leggi
secondo le regole della politica, è indispensabile che ci siano impulsi
morali e culturali, luoghi, movimenti (le Antigone) impegnati a portare la
società e l'etica costantemente «oltre» la dimensione del potere; non
necessariamente in un «oltre» che sta alle spalle, come per l'eroina
della tragedia greca, Antigone appunto, ma anche in un «oltre» che sta
perennemente davanti. «Uscire dall'area del potere», svincolarsi dai
condizionamenti e dalle costrizioni del potere, questo è il problema di
fondo dell'etica. Creonte e Antigone sono complementari. Creonte che
uccide Antigone in nome della legge uccide infine anche se stesso: «esito
radicale di morte fisica per Antigone e di morte spirituale - noi diremmo:
totale `delegittimazione' - per Creonte, rigettato dai suoi concittadini e
ripudiato perfino in casa propria, del quale alla fine `resta un nulla'».
Se sono complementari devono mantenersi accuratamente distinti. Se
Antigone, cioè se i «luoghi» dell'etica, si affidano a Creonte, cioè
alla forza, alla legge, al potere, se addirittura diventano Creonte, si
autodistruggono e annullano anche il valore della stessa legge.
Braccio
secolare dell'etica
Proprio
questo è accaduto e sta accadendo purtroppo alle agenzie culturali e
religiose che hanno voluto la legge sulla procreazione assistita e che si
oppongono al referendum. Si sono trasformate in legislatori o in lobby di
pressione sugli apparati legislativi. Hanno preteso farsi braccio secolare
dell'etica. In termini cristiani si direbbe che hanno abdicato alla
profezia disarmata per trasformarsi in potere coercitivo. Convinti di
salvare il mondo.
Il
dibattito per fortuna è aperto all'interno di questi «luoghi»
dell'etica. E non si tratta di una questione contingente. Per limitarsi al
cristianesimo bisogna dire che il problema del potere nasce con
l'esperienza stessa delle origini. Basta pensare alle tentazioni di Gesù
riportate dai Vangeli. Non si tratta nemmeno di un dibattito che opponga
base e vertice della Chiesa. E' negli stessi vertici che c'è tempesta.
Prendiamo
lo scontro aperto, per noi quasi incredibile, avvenuto nel 1999,
documentato dalla stampa, fra il cardinale Joseph Ratzinger, ora papa,
allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il
cardinale Pierre Eyt, membro della stessa Congregazione, delfino di
Ratzinger, oltre che arcivescovo di Bordeaux. Ratzinger il 27 novembre
1999 tiene una conferenza alla Sorbona su «La verità del cristianesimo»,
pubblicata in parti significative dal quotidiano Le Monde e
integralmente da La
Documentation catholique. La
sintesi del suo discorso, fine e articolato, può essere individuata nella
conclusione: «Il tentativo di restituire, in questa crisi dell'umanità,
un significato globale alla nozione del cristianesimo come religio
vera, ...
il suo contenuto, oggi come un tempo, dovrà consistere, più
profondamente, nella coincidenza tra amore e ragione ...: la ragione vera
è l'amore e l'amore è la ragione vera. Nella loro unità essi
costituiscono il fondamento vero e il fine di tutto il reale».
Il
card. Eyt non ce la fa a tacere. La posta a suo avviso è troppo alta.
Prende la penna e scrive un articolo per il quotidiano cattolico francese
La Croix. «Riconosco - egli dice - che non è consueto che un cardinale
membro della Congregazione della Dottrina della fede (Eyt stesso, ndr)
comunichi attraverso la stampa le riflessioni ispirategli da una
conferenza del cardinale prefetto. Sono molto riconoscente al card.
Ratzinger di aver sottolineato l'identificazione del Logos
e dell''amore' in san Giovanni... La mia domanda prende le mosse da quella
che io interpreto come un'omissione, una dimenticanza... non so bene... di
Ratzinger. Egli non menziona mai il 'diritto'. Ora, sotto ogni aspetto, il
diritto era una nozione centrale sia nella romanità antica sia nel
cristianesimo primitivo. Ed è noto che il diritto penale romano ha
accompagnato l'evoluzione del cristianesimo antico. Dapprima quest'ultimo
è stato vittima del diritto della spada (le persecuzioni); poi i
cristiani, certo non senza discussioni, si appellarono al 'braccio
secolare' contro i pagani, contro i barbari, contro gli eretici. Il
decreto dell'imperatore Teodosio del 27 febbraio 380, per citare il
documento più emblematico dell'epoca, stabilisce che `solo chi segue papa
Damaso (366-384) può attribuirsi il nome di cristiano cattolico'. Gli
altri incorrono `già su questa terra nel nostro [dell'imperatore]
castigo, secondo la decisione che noi abbiamo tratto dall'ispirazione
celeste'. Se dunque nell'antichità vi è stato un legame indissolubile
tra `natura, uomo, Dio, ethos,
religione', per essere fedeli alla storia, si sarebbe
dovuto collegarvi anche il diritto e il diritto
nella sua forma coercitiva e penale. Così la `razionalità'
evocata dal card. Ratzinger ottiene una figura più completa. E il nostro
rapporto con l'antichità cristiana diviene assai più complesso di quanto
la dimostrazione non lasci supporre, come pure diventa più problematica
quella che Ratzinger definisce `la forza di
convinzione del cristianesimo dei padri'. L'omissione del cardinale si
spiega con il posto relativamente marginale che, almeno in questo testo,
egli assegna al fatto culturale, pure fondamentale, costituito
dall'istituzione, e più precisamente ai `problemi istituzionali'. La sua
preoccupazione è quella di relativizzare tali questioni rispetto a una
crisi dottrinale e intellettuale più profonda. I problemi istituzionali
sono presentati come `secondari' e `derivati' se raffrontati alla
questione della verità. Al contrario, io ritengo che tutti questi
problemi siano connessi e di eguale gravità. Si richiamano l'un l'altro e
appartengono a un insieme indivisibile».
Messo
in chiaro da par suo, in maniera per noi sconcertante, che l'affermazione
del cristianesimo come religio vera et universalis
è da attribuire insieme alla forza del messaggio e alla forza non meno
determinante del diritto penale imperiale, sia romano che medioevale, il
cardinale Eyt passa al presente e afferma che oggi il cristianesimo non può
ripetere lo stesso infausto connubio col potere. Ed elenca una serie di
problemi etici a cui bisogna rispondere non con la forza della legge e del
potere ma con l'ascolto e col dialogo, fra cui: «il ruolo della donna
nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune
responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina matrimoniale,
il rapporto con le Chiese sorelle dell'Ortodossia, il bisogno di rianimare
la speranza ecumenica, il rapporto tra democrazie e valori, tra le leggi
civili e la morale».
Una
razionalità diversa
«Il
tempo che viviamo - egli conclude - è segnato da un'evoluzione profonda
della coscienza morale e giuridica. Questa evoluzione non potrebbe
apportarci qualcosa di nuovo e di più chiaro, qualcosa che si configuri
come una `razionalità' diversa da quella dell'antichità e del Medioevo?
Su questi temi, che pongono degli interrogativi profondi, la riflessione
della chiesa non può rinchiudersi nell'evocazione di un'età dell'oro,
sempre discutibile. Non possiamo, al contrario, mettere un po' più alla
prova alcune nostre concezioni e pratiche di fronte alla provocazione
della razionalità e della sensibilità di oggi e verosimilmente di
domani?». Fin qui lo scontro fra Ratzinger ed Eyt.
Ho
da riferire anche un aneddoto molto personale a proposito di cardinali
anomali.
Una
delle prima esperienze che ho fatto come parroco dell'Isolotto nel lontano
1954 è stato il funerale di un militante della sezione comunista della
zona. I parenti e «compagni» vogliono accompagnare la bara con la
bandiera rossa. Mi oppongo non in nome dell'anticomunismo ma in nome del
valore per me supremo dell'unità oltre le bandiere e le parrocchie. Vanno
dal vescovo, il cardinale Elia Dalla Costa, quello che aveva chiuso le
porte e le finestre dell'arcivescovado in faccia a Hitler e a Mussolini in
visita a Firenze, quello che poi solidarizzò con gli operai di una grande
fabbrica fiorentina, la Galileo, da essi occupata per difendere il posto
di lavoro. E il vescovo dà ragione a loro. Il cardinale mi chiamò e mi
dette una grande lezione di tolleranza. «Il valore dell'unità del popolo
a cui tieni è grande - mi disse - ma se lo imponi col potere che hai, per
il ruolo che rivesti, perde tutto il suo significato, non produce nulla,
non fa crescere la gente, non produce unità. Bisogna porsi in ascolto
delle loro istanze e avere fiducia. Sai cosa devi fare: il funerale
finisce con la bara; dopo la bara si comportino come credono». Come ho già
detto fu per me una grande lezione. Anche da lì nacque la comunità
dell'Isolotto, prima in parrocchia e poi, dal 1968, nella piazza.
Il
cardinale Eyt è morto. E' morto il cardinale Dalla Costa. Ma le loro
istanze sono molto vive e diffuse nella Chiesa. Fanno fatica ad apparire,
non hanno visibilità, hanno poca voce. Un po' per la partigianeria dei
media, un po' per paura. I cattolici devono essere informati del fatto che
in questo referendum in gioco non c'è solo una legge perversa e
violentemente punitiva per la donna e per il nascituro. In gioco c'è il
futuro dell'etica, che vuol dire della vita di tutti. In gioco c'è il
futuro delle religioni e del cristianesimo come profezia disarmata. Se si
vuole avere uno sguardo un po' più lungo del proprio naso si può dire
che in gioco c'è il futuro della liberazione del mondo, degli uomini,
delle donne, degli stessi nascituri, dal dominio globale della forza e del
potere.