Dai Comboniani
Immagino che molti di voi conoscono il gruppo italiano “africa
amica”' un gruppo che nato alcuni anni fa scambia ora “ottime”
conoscenze ed informazioni sull'Africa ...e ve lo dico visto che
un piccolissimo percorso con la partecipazione alle elezioni
come monitor per la UE (Burundi, Zambia, Congo, Nigeria, Togo)
mi pare di averlo fatto dentro questo complicatissimo
continente... ora dopo la crisi del Kenia sta girando molto
materiale scritto da ottimi giornalisti keniani che danno
un'idea molto puntuale di ciò che sta accadendo ora in questo
paese ...mi è parso interessante anche per chi non conosce molto
l' Africa l'articolo che vi invio uscito sul The Guardian
14/1/2008
e tradotto in tempo reale dal 'pool di traduttrici
informatiche di africa group'... buona lettura annalisa
La violenza in
Kenya può essere orribile, ma non è una barbarie senza senso.
La
fantasia dell'Occidente di un'Africa esotica compromette la
comprensione delle reali ragioni di un conflitto in un paese in
via di sviluppo.
Madeleine Bunting 14, 01, 2008 The Guardian
Toccherà
a Kofi Annan, domani, arrivare in una Nairobi tesa, seguendo i
passi dell'Arcivescovo Desmond Tutu e di John Kufuor, presidente
del Ghana e capo dell'Unione Africana, giunti la scorsa
settimana, e dei diplomatici statunitensi e dell'ex presidente
della Sierra Leone, la settimana prima.
Mentre i
turisti abbandonano le spiagge del Kenya, il paese è
tragicamente diventato la prima destinazione di un nuovo tipo di
visitatore - il mediatore internazionale. Ma dopo tutto, sono
riusciti soltanto ad ottenere ciò che è stato descritto come un
"minibreak", impacchettando
frettolosamente
le
loro
valigie
con
nulla
da
mostrare
al
rientro
per
i
loro sforzi.
Il Kenya
è bloccato in un pericoloso stallo, senza nessun punto di
accordo tra Mwai Kibaki, che ha rivendicato la presidenza dopo
le recenti elezioni contestate, e il suo oppositore, Raila
Odinga, dal quale avviare le negoziazioni sulla divisione del
potere. Il paese si sta tenendo forte (bracing itself) questa
settimana, mentre i Membri del Parlamento appena eletti stanno
per insediarsi nelle loro poltrone, e ci sono timori che
"scazzottate" possano scoppiare anche all'interno del
parlamento. L'Orange Democratic Movement di Odinga minaccia di
riportare i suoi sostenitori per le strade, per manifestare
contro quella che essi credono un'elezione truccata da parte di
Kibaky.
A Londra
e a Washington, per non menzionare Kampala e Kigali, si è vicini
al panico. Londra ha bisogno che il Kenya sia un successo
africano: dona al paese aiuti per 175 milioni di sterline
all'anno. Gli Stati Uniti hanno bisogno che il Kenya sia un
alleato stabile per la loro strategia post 11/09 - è una base
strategica vitale per il Corno d'Africa, lo Yemen, il Golfo e
l'Africa orientale. Nel frattempo, i vicini senza sbocco sul
mare hanno bisogno del Kenya come ponte per l'economia mondiale;
già le riserve di carburante stanno terminando in Uganda e il
commercio attraverso il porto di Mombasa si è
interrotto. Nessuno sta sottostimando le dimensioni di tale
crisi.
Mentre i
diplomatici occidentali e i funzionari degli aiuti stanno
silenziosamente stringendo i denti in una combinazione tra
frustrazione e ansia, la storia nei media - con poche eccezioni
come Peter Kimani, un giornalista keniota su openDemocracy.net,
è stata semplice: totale confusione. Così è come la storia è
stata dipinta: il pacifico Kenya che conosciamo e amiamo dalle
foto delle nostre vacanze è improvvisamente esploso in una
tribale barbarie senza senso.
Ci sono
due vecchi elementi che sottostanno a questa prospettiva. C'è la
persistente fantasia occidentale di esotismo che proiettiamo
sull'Africa, ma le pacifiche e palmate spiagge dei nostri album
di vacanze (li ho anche io) sono la creazione della nostra
immaginazione da turisti, che ci distoglie da ciò che non
possiamo o vogliamo capire. Queste non hanno niente a che fare
con il cambiamento, tumultuoso, rapido e violento della realtà
keniota negli ultimi anni.
Secondariamente, la copertura dimostra quanto velocemente
l'occidente ritorna al razzismo. Perché la parola "tribale" è
solo usata in riferimento all'Africa? Perché non si parla delle
tribù belghe o di quelle del Medio Oriente? No, solo in Africa
la violenza inter-etnica è classificata come "antica",
immutabile tribalismo, associato nella concezione europea alla
barbarie e all'irrazionalità.
E' una
lingua di auto-congratulazione - noi siamo civilizzati, gli
africani no. Come, altrimenti, le ridicole analogie con il
Ruanda sarebbero potute emergere? Kenya e Ruanda hanno due
storie, relazioni etniche ed economie politiche completamente
diverse. Ma ciò viene messo da parte come irrilevante, e
l'implicazione è che la violenza africana è tutta semplicemente
la stessa. E' come se qualcuno avesse dichiarato che i sobborghi
parigini in fiamme nel 2005 fossero la nuova Bosnia.
La
confusione nasce dall'ignoranza. In Gran Bretagna, un miscuglio
affascinante di White Mischief, Elspeth Huxley's The Flame Trees
of Thika e un safari sono bastati per "conoscere" il paese. Ma
il Kenya è una società complessa con 48 diversi gruppi etnici e
il più alto numero di rifugiati interni in Africa, costituiti in
maggioranza da Somali e Sudanesi. Possiede alcune delle più
grandi baraccopoli dell'Africa e la sua popolazione cittadina,
ampiamente disoccupata, combatte per assicurarsi alcuni dei
guadagni del recente boom economico. E' difficile non immaginare
un paese negoziando una tale
insicurezza cronica e un rapido sconvolgimento sociale ed
economico senza conflitti di interesse che si infiammano. E' per
questo che uno dei vicini osservatori del Kenya come David
Anderson, professore di politica africana all'Università di
Oxford, non è particolarmente sorpreso dalle violenze delle
scorse settimane.
Uno dei
più importanti e recenti lavori di Anderson è stata l'analisi di
come la violenza sia divenuta parte della vita economica e
politica del Kenya. Nei sobborghi più poveri, dove il crimine è
endemico e la polizia è inefficace e corrotta, le bande hanno
proliferato. Esse esigono tangenti da commercianti locali e il
loro modo di lavorare non è molto diverso da quello della
polizia o da quello di compagnie di sicurezza private.
Così come il
successo dei tuoi affari dipende dal pagamento di queste bande,
così in politica il tuo successo dipende dalla tua abilità di
mobilitare il sostegno delle "ali giovanili" (youth wingers).
Giovani uomini disoccupati vengono usati per proteggere i
sostenitori e intimidire gli oppositori. Il loro lavoro può
andare da strappare i poster di un oppositore a dare fuoco ad un
intero quartiere. Essendo il prezzo della politica keniota
salito alle stelle, i politici non possono letteralmente
permettersi di perdere e le bande sono parte della strategia che
assicura che ciò non avvenga. Inoltre, c'è la possibilità che le
bande usino lo schermo della politica per raggiungere i propri
traguardi. Questa "economia della violenza", come la descrive
Anderson, può mobilitare un profondo risentimento lungo le linee
etniche. Eldoret, la scena del terribile massacro avvenuto in
una chiesa questo mese, è famoso come un punto caldo/critico.
Questa è la regione dove i Kikuyu, il principale gruppo etnico
che è stato privilegiato (have done the best) fin
dall'indipendenza, ottenne la terra negli anni 60 spodestando i
Kalenjin - una rivalità che è rimasta irrisolta da sempre.
Quello che si
può trarre in conclusione con la politica del Kenya è una
combinazione del locale e del globale – Odinga stava
pianificando di copiare le dimostrazioni di massa ucraine nel
caso di una sconfitta elettorale già lo scorso Novembre. Ma
chiamando i suoi sostenitori (e le sue bande) nelle strade ha
dato libero sfogo a momenti di frustrazione e rabbia, alcuni dei
quali risalgono a dispute di vecchia generazione per la terra,
mentre altri sono più recenti, provocati dalla classe media dei
Kikuyu che si è arricchita sotto la presidenza di Kibaki.
Le
violenze che ne risultano sono certamente barbariche - è stato
riportato che dei bambini sono stati ributtati nella chiesa di
Eldoret durante l'incendio - ma non si tratta di una qualità
africana primordiale per l'essere selvaggi. In uno studio sulla
spaventosa violenza in Africa degli ultimi anni, "La guerra
civile non è una cosa stupida" (Civil War is Not a Stupid
Thing), l'autore, il professore Christopher Cramer, sostiene
che, su un continente che ha vissuto più guerre a partire dal
1990 che durante l'intero secolo
precedente, la violenza può essere una forma di comunicazione
come ultima risorsa. Quando tutti gli altri canali per ricercare
la giustizia in un regime corrotto sembrano essersi esauriti,
alcuni vedranno la violenza come l'unico modo per proteggere i
loro interessi. Questo non fa della violenza qualcosa di giusto,
ma nemmeno fa si che sia necessariamente qualcosa senza senso.
Può anch'essa avere la sua propria terribile razionalità. Ciò a
cui stiamo assistendo in Kenya - e in altri paesi instabili in
via di sviluppo - è come gli esseri umani si comportano quando
si trovano di fronte al tipo di insicurezza cronica che la
globalizzazione sta covando nel mondo. Lo sconvolgimento
alimenta paure in cui vecchie e seppellite identità diventano
una polizza di assicurazione - chi si prenderà cura di te? - o
ti tramutano in vittima. Il risultato è sempre tragico e questo
è ciò che sta rendendo molti kenioti così ansiosi.