|
|
LA COSTITUZIONE ITALIANA DALLA PARTE DEI DEBOLI Costituzionalizzare l'umanità - di Tonino Palmese
|
|
QUADERNO N.15 |
La Costituzione della Repubblica italiana è la legge fondamentale dello Stato italiano. Fu approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, il 27 dicembre 1947. Fu pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 298, edizione straordinaria, del 27 dicembre 1947.
È entrata in vigore il primo gennaio 1948. Composizione e struttura Direttrici fondamentali Nelle linee guida della Carta è ben visibile la tendenza all’intesa e al compromesso dialettico tra gli autori. La Costituzione mette l’accento sui diritti economici e sociali e sulla loro garanzia effettiva. Si ispira anche ad una concezione antiautoritaria dello Stato con una chiara diffidenza verso un potere esecutivo forte e una fiducia nel funzionamento del sistema parlamentare. Non mancano importanti riconoscimenti alle libertà individuali e sociali, rafforzate da una tendenza solidaristica di base. Fu possibile, anche, grazie alla moderazione dei marxisti, ratificare gli accordi lateranensi e permettere di accordare una autonomia regionale tanto più marcata quanto più le minoranze erano radicate nelle isole e nelle regioni con forti minoranze linguistiche. I principi fondamentali Secondo la dottrina la Costituzione è caratterizzata da alcuni principi non revisionabili fondamentali che ne hanno ispirato la redazione. Principio personalista La Costituzione accoglie la tradizione liberale e giusnaturalista2 nel testo dell’art. 2: in esso infatti si dice che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Tali diritti sono considerati diritti naturali, non creati giuridicamente dallo Stato ma ad esso preesistenti. Tale interpretazione è agevolmente rinvenibile nella parola “riconoscere” che implica la preesistenza di un qualcosa. Tale impostazione, stimolata dalla componente d’ispirazione cattolica dell’assemblea costituente, fu il frutto di una sentita reazione al totalitarismo e alla concezione hegeliana dello Stato che in esso si propugnava. Principio pluralista È tipico degli stati democratici. Pur se la Repubblica è dichiarata una ed indivisibile, sono riconosciuti i diritti dell’uomo nelle formazioni sociali (art. 2), la libertà associativa (art. 18), la libertà delle confessioni religiose (art. 8), dei partiti politici (art. 49) e dei sindacati (art. 39). È riconosciuta altresì anche la libertà delle stesse organizzazioni intermedie, e non solo degli individui che le compongono, in quanto le formazioni sociali meritano un ambito di tutela loro proprio. In ipotesi di contrasto fra il singolo e la formazione sociale cui egli è membro, lo Stato non dovrebbe intervenire. Il singolo, tuttavia, deve essere lasciato libero di uscirne. Principio lavorista Ci sono riferimenti già agli artt. 1 e 3. Il lavoro non è solo un rapporto economico, ma anche un valore sociale. Non serve ad identificare una classe. È anche un dovere, ed eleva il singolo. Nello stato liberale la proprietà aveva più importanza, mentre il lavoro ne aveva meno. I disoccupati, senza colpa, non devono comunque essere discriminati. Principio democratico Già gli altri tre principi sono tipici degli stati democratici, ma ci sono anche altri elementi a caratterizzarli: la preponderanza di organi elettivi e rappresentativi; il principio di maggioranza ma con tutela della minoranze (anche politiche); processi decisionali (politici e giudiziari) tendenzialmente trasparenti. Parte prima La parte prima è composta da 42 articoli, e si occupa dei diritti e dei doveri dei cittadini. Rapporti civili dall’articolo 13 al 28 Le libertà individuali: gli articoli dal 13 al 28 affermano che la libertà è un valore sacro, che il domicilio è inviolabile, che ogni cittadino può soggiornare e circolare liberamente. Le libertà collettive: gli articoli dal 17 al 21 affermano che i cittadini italiani hanno il diritto di riunirsi e di associarsi liberamente; che ogni persona ha il diritto di professare liberamente il proprio credo; che ogni individuo è libero professare il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di comunicazione. Rapporti etico-sociali dall’articolo 29 al 34 la famiglia gli articoli dal 29 al 31 affermano che la repubblica italiana riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, e afferma anche che è di dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli. la salute l’art. 32 afferma che la repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo. l’arte e la cultura l’art. 33 afferma che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. la scuola l’art. 34 afferma che la scuola è aperta a tutti. Rapporti economici e rapporti politici l’organizzazione del lavoro: gli articoli dal 35 al 47 affermano che la repubblica tutela il lavoro, il lavoratore, e le organizzazioni sindacali. le elezioni: l’art.48 afferma che sono elettori tutti i cittadini italiani; e che il voto è personale, libero e segreto. le tasse: l’art.53 afferma che tutti i cittadini sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Nuovo umanesimo È da considerare umanesimo quella cultura che tiene conto delle seguenti dimensioni: L’assunzione dell’essere umano come valore è preoccupazione centrale; L’affermazione dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani; Il riconoscimento della diversità personale e culturale; La tendenza allo sviluppo della conoscenza al di sopra di quanto viene accettato o imposto come verità assoluta; L’affermazione della libertà in materia di idee e di credenze; Il rifiuto della violenza.
La dignità della persona • L’uomo non è l’oggetto, ma il soggetto, il fondamento e il fine della vita sociale. • La libertà: valori e limiti, i vincoli con la verità e la legge naturale. • Il valore dei diritti umani: sono universali, inviolabili, inalienabili. Il principio del bene comune • Insieme di condizioni della vita sociale che permettono alle collettività e ai singoli di raggiungere la propria perfezione. • Responsabilità di tutti e della comunità politica. • Destinazione universale dei beni e proprietà privata: priorità, distinzione tra mezzo e fine, la funzione sociale. • La scelta preferenziale dei poveri. Il principio di sussidiarietà • Tutte le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto rispetto alle minori. • Difendere il primato della famiglia, associazioni, iniziative private, minoranze. Il principio di solidarietà • Determinazione ferma e perseverante perché tutti siano responsabili di tutti. • Principio sociale ordinatore delle istituzioni per eliminare le strutture di peccato che segnano le disuguaglianze tra i paesi ricchi e quelli poveri nell’era della interdipendenza. Libertà, Differenza, Solidarietà Con Cittadinanzattiva, si intende affermare il ruolo del cittadino non solo come elettore e come contribuente ma come soggetto attivo nella vita quotidiana della democrazia. A tale scopo agisce per rivendicare diritti fondamentali disattesi e calpestati, per aumentare la capacità di autotutela dei singoli e dei gruppi e per allargare gli spazi per l’esercizio di poteri e responsabilità civiche finalizzati alla cura del bene della collettività. La missione di Cittadinanzattiva trova il suo fondamento nell’art. 118 della Costituzione, che riconosce il valore dell’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse gene rale, vincolando le autorità pubbliche a favorirne lo sviluppo. Compito della Cittadinanzattiva è quello di canalizzare il forte senso di indignazione che accomuna tanti cittadini. L’indignazione fine a se stessa può produrre frustrazione e in alcuni casi forme esasperate di devianza o di intolleranza. È necessario pertanto, passare dall’indignazione al progetto. L’associazionismo infatti, ha il compito di essere “bocca” per quell’urlo che va cercando ascolto. Chi può svolgere una funzione preventiva è certamente la scuola, la famiglia e l’associazionismo. I punti cardine di un progetto di formazione del cittadino sono pertanto i seguenti: 1. Il cittadino, anche se molto giovane, deve divenire consapevole che vivere in società procura vantaggi al singolo individuo, e che gli svantaggi sono ampiamente compensati. 2. Lo svantaggio più difficile da far accettare è il fatto che in società non si può fare tutto ciò che si vuole, ma bisogna adattarsi, limitare i propri impulsi, controllare i propri atti. Per vivere in società l’individuo deve infatti accettare una limitazione parziale della sua libertà. Ogni membro della società ha il diritto di godere un uguale grado di libertà; se un solo individuo avesse totale libertà, gli altri vedrebbero compressa la propria in modo ingiusto e inaccettabile. Il limite della libertà individuale è quindi costituito esclusivamente dal diritto alla libertà degli altri. 3. Occorre riconoscere che tutti gli uomini che esistono sulla terra sono dotati di diritti naturali uguali, indipendentemente dall’ambiente naturale in cui vivono e dalle vicende storiche che hanno modificato nei secoli il loro paese; hanno gli stessi diritti qualunque sia la loro religione o filosofia e qualunque sia il grado di evoluzione culturale ed economico-sociale della loro società. Questi sono i presupposti di altri valori da affiancare alla legalità, alla libertà e all’uguaglianza: la solidarietà e il senso di cittadinanza. 4. In democrazia le leggi non sono immutabili, ma possono essere modificate mediante procedure appositamente stabilite e rispettose del volere della maggioranza dei cittadini. La partecipazione politica è quindi fondamentale per la democrazia. 5. Le leggi e le norme che regolano il vivere sociale, cominciando dai gruppi minori (ad es. il gruppo classe), non devono essere imposte, ma condivise. Devono essere portate a conoscenza di ciascuno, esaminate e discusse. Di solito avviene che i giovani, quando hanno partecipato alla elabo razione delle norme e dei regolamenti e li hanno approvati personalmente, ne diventano custodi fedeli e rigorosi. 6. Per accettare le leggi e i regolamenti o per discuterli e proporre modifiche bisogna anzitutto conoscerli. La conoscenza dei regolamenti della scuola e della classe, del codice stradale e di settori particolari di attività, ma soprattutto la conoscenza meditata e approfondita della Costituzione Repubblicana è quindi indispensabile per divenire cittadini consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. La legalità, come valore positivo, può e deve essere anzitutto considerata una forma di reciprocità che nasce e si mantiene, si rafforza o si deteriora, all’interno delle esperienze di regolazione di rapporti interpersonali e di ruolo. La legalità deve avere come obiettivo la giustizia3. Non sempre le leggi sono state e sono giuste. Se non si coglie una visione della vita che consegni dignità alle persone, c’è il rischio di restare complici di quelle leggi che non difendono i diritti di tutti, soprattutto dei più poveri ed emarginati. Quando si parla di legalità e di giustizia è necessario conoscere non solo gli effetti, ma prima di tutto le cause che determinano l’ingiustizia. Due dimensioni cristiane della costituzione: gratuità e compassione Bisogna evitare il rischio degli automatismi. La testimonianza della carità è una strada di evangelizzazione, a condizione che sia «testimonianza», ossia che rimandi ad un «altro». Particolare attenzione esigono alcune note d’identità, rispondendo ad una particolare sensibilità del nostro tempo, più facilmente diventano veicolo di annuncio. La prima e più importante è la
GRATUITA’. Il valore della gratuità va inteso nel senso più ampio che abbiamo sperimentato da parte di Dio. Gratuità è: - amare e donare senza chiedere un contraccambio; - prevenire l’altro, senza sapere quale sarà il suo riscontro; - perdonare, a livello individuale e a livello collettivo; - rendersi disponibili a stare con gli altri, a fare insieme un tratto di cammino (non solo a dare delle cose). La gratuità è possibile in termini continuativi se si parte dalla convinzione che siamo «dono», totalmente dono, per cui ci convinciamo che ci realizziamo solo se ci apriamo agli altri. Per questo la gratuità è una caratteristica essenzialmente religiosa, giacché lo scoprirsi «dono» richiama la presenza e il riconoscimento di un donatore. Da evidenziare, in particolare, il valore dell’accoglienza e del perdono, della condivisione e della corresponsabilità che sono importanti espressioni della gratuità. o Accoglienza anzitutto significa accettare le persone come sono e non pretendere che siano come noi vorremmo. Accogliere significa esprimere disponibilità all’ascolto, e a regolare la nostra agenda sul bisogno e sulle richieste degli altri; superare la semplice occasionalità per assumere legami impegnativi. o II perdono. La carta costituzionale pur non facendo esplicitamente un richiamo sul perdono, promuove però un impegno di tutta la società nel prendersi cura del “carnefice” per il suo recupero. o La condivisione è qualitativamente diversa dall’elemosina, parte infatti dalla convinzione che noi siamo dono e perciò chiamati a donarci. Il dono ci viene offerto, perché serva a noi e agli altri. Si applica alle nostre persone, al nostro tempo, alla nostra professionalità ... e poi anche alle nostre cose, ai nostri beni. o La corresponsabilità infine, ossia la coscienza di essere responsabili degli altri. L’appartenenza è avere gli altri dentro di se. “Ne ebbe compassione” Per un vero e proprio riconoscimento di coloro che vivono nell’esclusione è necessario formulare un’ipotesi di etica globale che non può nascere dal consenso di tutti. Il consenso infatti, potrebbe essere la conseguenza, ma non la pretesa iniziale. Diversamente, si corre il rischio di fare demagogia e proselitismo. Insomma, non si possono orientare le scelte etiche in base ai sondaggi. Scendere in basso, dopo che siamo stati in una postazione “alta” e altra da noi,, ci deve vedere capaci di porre lo sguardo, anzi il primo sguardo sul dolore e poi sul peccato. Se riportiamo negli occhi di Dio il Suo primo sguardo, ci accorgeremo che questo era (ed è) concentrato e rivolto prima di tutto (non unicamente) sul dolore della persona e successivamente sulle sue colpe. Quando le religioni, hanno spostato il “primo sguardo” dal dolore, verso la colpa, le coscienze si sono irrigidite e hanno intrapreso percorsi di intolleranza e perciò di una scarsa capacità di utopia e di speranza. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi. Un’etica del riconoscimento, si radica nel dare credito ad un’autorità che potrebbe essere il motivo della nostra adesione e “obbedienza”. Mi permetto di pensare che questa autorità possa essere definita come autorità dei sofferenti. Educare alla compassione determina un forte investimento di “memoria” personale e collettiva, soprattutto di forme teologiche e più precisamente di teodicee, che si riconoscono nel ricordo di un Dio, vulnerabile, empatico e debole. Concentrarsi sul tema della compassione e del dolore, potrebbe risultare il punto di partenza per una coalizione di sentimenti, di fedi religiose e non solo e delle diverse etnie, in vista della salvezza e della promozione, con una grande alleanza che sradichi le cause della sofferenza ingiusta di tanti innocenti. Significherebbe perciò, passare tutti da una carità dossologica (che si consuma nella celebrazione della preghiera) ad una carità politica, che si fa “città” nella quale trionfa la fraternità tra diversi. La mistica delle tradizioni biblicamente monoteistiche è in ogni caso, nel suo nucleo, una mistica politica, una mistica della compassione politica e sociale. Ciò significa che nell’impegno di liberazione si dovrà tenere sempre presente il volto, proprio e dell’altro, ma un volto che rimanga con gli occhi aperti per poter vigilare. “Compassione”, potrebbe risultare parola- chiave per il programma universale del cristianesimo nell’età della globalizzazione e del suo costituzionale pluralismo dei mondi religiosi. La compassione è da concepire come sofferenza-con, come partecipe percezione del dolore altrui, come pensiero attivo della sofferenza degli altri, come tentativo di vedersi e valutarsi con gli occhi degli altri, degli altri sofferenti. Itinerari educativi di liberazione <<Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. (…) Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti>> (A. GRAMSCI). Quando, alla festa finale del Social Forum di Porto Alegre, prese la parola Josè Pereira, l’indio colombiano, si fece un silenzio generale sulla piazza. E lui scandì solo questa frase: “Dobbiamo cambiare il nostro mondo interiore se vogliamo cambiare quello esterno a noi”. Finché non riusciremo ad eliminare i faraoni interni che ci dominano: l’orgoglio, la brama smodata di denaro, di potere, di successo… non riusciremo ad abbattere i faraoni esterni … o se li abbatteremo … noi stessi poi prenderemo il loro posto. Tutte le rivoluzioni sono sorte come liberazione dei popoli, ma hanno finito spesso di essere oppressive dell’uomo. Fatta questa premessa, possiamo affermare che il primo atteggiamento inutile da combattere è quello della rassegnazione o peggio ancora dell’indifferenza. Quando il “sistema” convince una persona che non c’è nulla da fare, ha conquistato quella persona… e questa persona, si convince che l’uomo è nient’altro che. Il secondo atteggiamento fondamentale nel nostro desiderio di cambiare questa società è quello di farsi una profonda conoscenza dei meccanismi economici, culturali, politici che stritolano i nostri fratelli nell’universo mondo. Helder Camara, il vescovo brasiliano di Recife in Brasile, diceva sovente che quando si assistono i poveri, si viene considerati santi, ma nel momento in cui ci si chiede le cause che determinano la povertà si diventa marxisti Un terzo atteggiamento è quello di ritrovarsi in gruppo dove ricercare insieme le cause delle ingiustizie, senza fermarsi agli effetti di superficie, all’emergenza del momento; e dove studiare insieme le alternative a questa società. Un ultimo atteggiamento – ultimo in ordine di descrizione ma non d’importanza – è quello dell’azione. Non bisogna stare fermi, altrimenti rassomiglieremmo all’uomo della favola che stava costruendo la sua casa … e la voleva la più bella, la più calda, la più accogliente del mondo. Vennero un giorno a chiedergli aiuto perché il mondo stava andando a fuoco. Ma a lui interessava la sua casa, non il mondo. Quando finalmente ebbe finito, scoprì che non c’era più un pianeta su cui posarla…la sua casa. Le azioni di contrasto per una società più giusta, vera e buona La scelta di una vita più sobria, contro il consumismo dilagante. Un altro tipo di azione contrastante è quello di prendere posizione, di far sentire la nostra voce nei problemi e nelle situazioni gravi della cronaca e della storia. Il silenzio fa paura, pertanto è necessaria l’azione di coscientizzazione, anche se può sembrare un lavoro di formiche. C’è infine tutto quel vasto campo che richiede un investimento diretto della propria persona fisica, della propria intelligenza, del proprio tempo, libero o meno, del proprio denaro (penso alla banca etica e alla “banca del tempo”), delle conseguenze delle proprie obiezioni, per far crescere i gruppi alternativi e le loro manifestazioni pubbliche. Molti giovani fanno volontariato. Quando essi offrono ai poveri il dono di sé stessi o delle loro cose, offrano anche il dono prezioso di una sapiente e motivata coscienza di essere oppressi. La bellezza salverà il mondo Nell’oggetto di bellezza ritornano tre caratteri chiavi. Innanzitutto, la bellezza è sacra. In secondo luogo la bellezza è incomparabile. C’è però anche un terzo attributo: la bellezza salva. Sant’Agostino la descrive come “una zattera in mezzo alle onde del mare”. Dostoevskij addirittura fa dire al protagonista dell’Idiota che “la bellezza salverà il mondo”. “<<È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?>>. Ma qual è esattamente la tesi secondo cui la bellezza salva la vita o il mondo o conferisce direttamente il dono della vita? La bellezza che salva il mondo è l’amore condiviso. C’è un esercizio di memoria che va fatto: ricordare a quando risale l’ultimo incontro con l’altro, epifania del volto di Dio. La bellezza perciò, deve necessariamente tornare nelle nostre argomentazioni sociali, politiche e religiose. Insomma deve trovare un’istanza radicale e progettuale. La cattività che spesso incombe nella nostra società avanza grazie anche (e non solo) al gusto brutto delle nostre realtà abitative, territoriali, lavorative e spesso anche educative. Educare alla bellezza, vuol dire ridisegnare attraverso una partecipazione attiva le nostre città, i luoghi nei quali l’Agorà diventi lo spazio per sperimentare la condivisione, la crescita comune in vista poi della comunione. Anche nei movimenti di lotta alle mafie, quella categoria che prendeva il nome di “lotta di classe” dovette cedere il posto alla “bellezza”. Ricordiamo tutti, il momento esistenziale di Peppino Impastato, quando a Salvo, suo compagno di partito e di battaglie a favore della legalità e giustizia, dice che per aiutare la gente ad uscire dalla sudditanza della mafia, forse è preferibile anteporre al concetto di lotta di classe quello di bellezza. Una bellezza che per quel paese voleva dire costruire un habitat bello, pulito,dignitoso per tutti e luoghi dove permettere un’aggregazione finalizzata alla conoscenza, all’impegno, al gioco. Insomma alla gioia di credere che si è vivi e felici solo se lo sono anche glia altri insieme a noi. Liberare i territorioccupati dalle mafie significa soprattutto educare le coscienze alla partecipazione democratica per il bene comune e la bellezza, in tal senso si rivela una categoria che fa da collante tra i vari cittadini. Tutti desiderano abitare territori dove si respira armonia tra le persone e con la creazione. Oggi, diversi quartieri del nostro Paese sono stati architettati per essere ghetti. La tecnica, manipolata dal potere politico ed economico ha permesso l’esilio di tanti cittadini verso un deserto dal quale non ci sembra di individuare vie di uscita e mete da raggiungere. La bellezza è dunque l’antidoto al razzismo e alla demagogia. Esiste, in altre parole una continuità tra la cosa ricercata e gli attributi personali di chi ricerca. Ora, ci sono almeno tre modi in cui si può dire che esiste continuità tra la bellezza e chi l’ammira. L’ammiratore, in risposta alla bellezza, cerca spesso di portarne di nuova nel mondo. Una esperienza condivisibile con chi vuole il bene, la giustizia e la verità. Una seconda risposta consiste nel dire che gli osservatori delle cose belle diventano essi stessi belli nella loro vita interiore. Ma esiste una terza via che appare più convincente. E’ il nostro accesso a questo livello esistente di vitalità. La bellezza sembra richiederci di prestare attenzione alla vitalità e di dedicarci alla sua protezione, alla sua evoluzione e alla sua conservazione. Ciascuno dà il benvenuto all’altro. Perché questo patto di reciprocità debba assisterci nell’affrontare i problemi della giustizia e della “equità” o della “distribuzione equa”. Per concludere <<Sono convinto che sono tre le parole per arrivare realizzare il senso della propria esistenza. La prima consiste nel fare qualcosa, nel lavorare, nel creare con la propria attività, nel compiere l’azione giusta. La seconda consiste nel vivere con intensità un’esperienza oppure nell’amare con profondità un’altra persona. La terza consiste nel prendere posizione di fonte ad una situazione molto dolorosa. Ebbene, alla luce di tale suddivisione si può affermare che anche nel Lager può avere senso vivere un’esperienza. La bellezza, la verità, la bontà possono essere vissute anche nel Lager, nonostante si tratti di situazioni particolarmente eccezionali>>.
Sogno in due tempi “Non si capisce perché quasi sempre i sogni, proprio nel momento in cui, come specchi fedeli dell’anima, stanno per svelare al soggetto i suoi intendimenti nascosti, si interrompono. Ero lì, in una specie di zattera. Forse un naufragio, chi lo sa. Insomma, sono li su un relitto di un metro per un metro e mezzo, galleggio. Chi sa cosa vorrà dire? Vabbè, vedremo poi. Per la verità avevo già sognato di essere su una zattera con una dozzina di donne stupende, nude. Ma lì il significato mi sembra chiaro. Ora sono qui da solo, ho il mio giusto spazio vitale, mi sono organizzato bene, il pesce non manca, ho una discreta riserva d’acqua. I servizi è come averli in camera. Ho anche un grosso bastone che mi serve da remo. Non è un sogno angoscioso, ma cosa vorrà dire? Fuga, ritiro, solitudine, probabilmente desiderio di sfuggire la vita esterna che ci preme da ogni part. Si diventa filosofi, nei sogni. Oddio, cosa vedo? Fine della filosofia. No, non può essere una testa. Forse una boa. Non so per cosa fare il tifo. La boa fa meno compagnia, ma è più rassicurante. No, no, si muove, si muove. Mi sembra di vedere degli spruzzi. Non è possibile che sia un pesce. Qualcosa che annaspa, sprofonda, riappare, lotta disperatamente con le onde. (Con enfasi crescente) È un uomo, è un uomo, è un uomo, è un uomo, è un uomo. E ora che faccio? La zattera è un monoposto, ne sono sicuro. Per il pesce non ci sarebbe problema, ma la zattera in due non credo che tenga. (Al naufrago) Non tiene. Macché, non mi sente. Mamma mia, che faccio? Ma come <<che faccio>>? Sono sempre stato per la fratellanza, per l’ospitalità, per l’accoglienza. Ho lottato tutta vita per questi principi. Si, non mi ero trovato… Quali principi? Questa è la fine. Qui in due non la scampiamo. E lui avanza verso di me, fende le onde. Sarà a centro metri, a settanta metri, cinquanta, trenta… Madonna, come fende! Quasi quasi gli preparo un dentice. E se non gli piace il pesce? Se gli piace solo la carne… umana? Certo, io devo pensare a me, alla mia sopravvivenza: mors tua vita mea. Oddio, non dovrò mica ucciderlo? Ma che dico, sto delirando. Lo devo salvare. Poi in qualche modo ci arrangeremo, fraternamente, ci staremo vicini. Per forza, non c’è spazio. Stretti, uniti, corpo a corpo… Guarda che bestia, come nuota… Ormai sarà a dieci metri. Mi fa dei gesti, mi saluta, mi sorride, lo schifoso. Ma no, poveretto, per lui sono la salvezza, la vita. Che faccio? Dio, che faccio? Potrei prendere il bastone, potrei allungarglielo per aiutarlo a salire. Potrei darglielo con violenza sulla testa. Siamo al gran finale del dramma. Il dubbio morale mi corrode. L’interrogativo mi divora. Devo decidere. L’uomo è a cinque metri, quattro, tre… Prendo il bastone e… E a questo punto mi sono svegliato. Maledizione! Non saprò mai se nel mio intimo prevale il senso umanitario dell’accoglienza o la grande paura della minaccia. Devo sapere, devo sapere come finisce questo sogno. Cerco di riaddormentarmi, mi concentro… si, mi abbandono. Qualche volta funziona. Si, l’acqua, l’oceano, le onde, ce l’ho fatta. Un uomo su una zattera… un altro che nuota, annaspa, arranca disperato, sento il cuore che mi scoppia. Oddio… sono io… sono io che nuoto. Ma che è successo? Non è giusto, non è giusto! Io ero quell’altro. Mi piaceva di più stare sulla zattera. Ma quale dubbio morale, ho le idee chiarissime, io. Sono per l’accoglienza. Ecco, l’ultimo sforzo, sono a cinque metri dalla zattera, quattro, tre… Alzo la testa verso il mio salvatore, eccomi! Pummm! Dio, che botta! A questo punto mi sono svegliato di nuovo. Non voglio sapere altro. Mi basta così. Spero solo che non sia un sogno ricorrente. Però, una cosa l’ho capita. No, che se uno chiede aiuto prende una legnata sui denti. Questo lo sapevo già. Ho capito, però quanto sia pieno di insidie il termine aiutare. C’è così tanta falsa coscienza, se non addirittura esibizione nel voler a tutti i costi aiutare gli altri, che se mi capitasse di fare del bene a qualcuno, mi sentirei più pulito se potessi dire: <<non l’ho fatta apposta>>. Forse solo così, tra la parola aiutare e la parola vivere, non ci sarebbe più nessuna differenza” 6. 1 La costituzione è composta da 139 articoli (ma 5 sono stati abrogati: 115;124;128;129;130), divisi in quattro sezioni: principi fondamentali (art. 1-12); parte prima, diritti e doveri dei cittadini (art. 13-54); parte seconda, concernente l’ordinamento della Repubblica (art 55-139); 18 disposizioni transitorie e finali, riguardanti situazioni relative al trapasso dal vecchio al nuovo regime e destinate a non ripresentarsi. 2 Col termine giusnaturalismo si intendono in generale quelle dottrine filosofico-giuridiche che affermano l’esistenza di un diritto naturale, cioè di un insieme di norme di comportamento dedotte dalla “natura” e conoscibili dall’uomo 3<<Cultura di legalità non vuol dire semplicemente riconoscimento della sovranità della legge. Non significa primato della norma astratta, ma strumento e forma di garanzia di giustizia sociale sul fronte dei servizi, della sanità, della scuola, del lavoro e dell’informazione. Senza questo intreccio tra affermazione del diritto e costruzione della giustizia sociale non si incide sulle cause dell’azione criminale, non si impedisce il suo riprodursi e perpetuarsi>> (Don Ciotti). 4 L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme non è il conforto di un normale voler bene l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. L’appartenenza non è un insieme casuale di persone non è il consenso a un’apparente aggregazione l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé…L’appartenenza è assai di più della salvezza personale è la speranza di ogni uomo che sta male e non gli basta esser civile. E’ quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa che in sé travolge ogni egoismo personale con quell’aria più vitale che è davvero contagiosa. L’appartenenza è un’esigenza che si avverte a poco a poco si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo è quella forza che prepara al grande salto decisivo che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti in cui ti senti ancora vivo.Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi (G. Gaber). 5 È da ricordare la scioccante confessione di un sacerdote uscito vivo dal campo di concentramento nazista di Auschwitz: “I nazisti un giorno vennero nella mia città a prendere i comunisti e li portarono nei campi di concentramento. Io non ero comunista e stetti zitto. Poi vennero a prendere i socialisti! Io non ero socialista e stetti zitto. Poi vennero a prendere i polacchi. Io non ero polacco e stetti zitto. Poi vennero a prendere i sindacalisti. Io non ero sindacalista e stetti zitto. Poi vennero a prendere me! Io gridai! Ma non c’era nessuno a salvarmi”. 6 Giorgio Gaber, tratto dallo spettacolo “E pensare che c’era il pensiero” 1995.
|