
Il diritto dell’intera umanità a fruire equamente delle risorse naturali del
pianeta e dell’intero sistema planetario in cui essa vive, pone dei problemi
lessicali e giuridici più gravi di quanto non appaia in una formulazione
simpatetica
dell’enunciato.
Se qualcuno pronunciasse in una assemblea popolare la frase: ‘il mare è
dell’umanità! Il mare à di tutti!’ Susciterebbe un applauso fragoroso ma
simultaneamente il sorrisetto ironico di alcuni che sanno benissimo che il
mare è di chi gestisce la navigazione. E’ degli armatori, dei cartografi,
dei
tracciatori di rotte, delle compagnie di crociera, degli accordi
internazionali
sulla pesca, dei petrolieri, dei proprietari o gestori di spazi di
balneazione
e così via.
Al singolo individuo che, con la sua famiglia, volesse andare a fare un
bagno in mare resta un viaggio affannoso di avvicinamento, la fatica di
trovare
un pertugio fra cancelli e recinzioni per accedere alla “spiaggia libera”
e l’avventura di trovare un posto fra la folla e le immondizie. Se vuole
di più deve pagare abbastanza salato per accedere a ciò che è “suo”.
L’esempio è banale, però manifesta le contraddizioni della nostra condizione
in modo semplificato ma evidente.
La stessa parola umanità, non è assolutamente chiara nella lingua italiana.
Può significare discipline letterarie, può indicare un comportamento
che si oppone ad atti disumani, recentemente è entrata nel diritto
internazionale
per indicare alcuni crimini non prescrivibili ma non indica un soggetto
giuridico universalmente riconosciuto, con possibilità di essere
rappresentato
davanti a una Corte per difendere propri diritti.
Qualora equivalesse a genere umano o specie umana, avrebbe solo significato
per le scienze naturali. La specie umana non ha cittadinanza giuridicamente
riconoscibile in quanto tale, mentre potrebbe qualificare un reato
come omicidio, distinguendolo da reati minori compiuti su appartenenti ad
altre specie animali.
Forse più chiara la parola inglese all mankind: ma anche questa sembra
aver bisogno di precisazioni.
Più facile la significanza nel mondo simbolico religioso, per lo meno per
quanto riguarda le religioni monoteistiche delle regioni occidentali e
medio-
orientali.
I libri sacri che costituiscono la norma normante di queste religioni
parlano
del conferimento divino di autorità sul creato a Adam. Questo singolare
collettivo, che integra la relazione maschio/femmina, giacché la femmina
era tacitamente inclusa in Adam, viene posto sulla terra, sugli animali e
sulle piante come ordinatore vicario e nessuno, nemmeno fra le creature
angeliche, può arrogarsi la titolarità del dominio sulla terra e sugli altri
esseri viventi.
Nonostante i limiti di questa visione, oggi accusata dagli ecologisti di
antropocentrismo, la destinazione universale dei beni, come titolo di
diritto
all’uso e al contrasto sull’abuso, è quindi indiscutibile. Nel superare
l’antropocentrismo, nefasto quando è dominio arbitrario e onnipotente
sulla natura, è peraltro necessario conservare questa titolarità, per
l’aspetto
universalistico che sottende.
Le religioni hanno poi trovato degli escamotages per spiegarsi l’esistenza
di ricchi e poveri, epulanti e mendicanti. Il cristianesimo ha fatto ricorso
alla dottrina dello status naturae lapsae – peccato originale -per
sciogliere
la contraddizione.
Bisognerebbe peraltro rispondere che, perfino nell’immaginario biblico
della caduta dei progenitori, Adam esce dalla condizione edenica per
entrare in una condizione faticosa, ma non né esce mutilato né detronizzato.
Adam è ancora il vicario del Creatore, gli islamici lo chiameranno,
appunto, califfo.
M.Lutero, nel tradurre la Bibbia in tedesco tradurrà Adam con
Menschen; entra un plurale ma sempre come soggetto unico ed indiviso.
Questa traduzione oggi è autorevole anche per i cattolici.
Dalla storia del diritto si apprende che i codici legislativi hanno una
impronta di sacralità ( basta pensare alla stele in cui è promulgato il
codice
di Hammurabi). Il re ha una investitura divina ed il diritto pubblico è
l’estensione del diritto del re sulla terra (kalam). Il re dispone con
giustizia
i beni del paese, esige i tributi, dispone esenzioni, condona debiti per
premiare
sudditi o città fedeli in alcune contingenze.
D’altronde anche Giulio Cesare conferisce proprietà di terra ai suoi
legionari,
reduci da campagne militari, utilizzando terre incolte o sottratte a
popolazioni assoggettate.
La sacralità dei confini, simbolicamente affidata ancora al dio Terminus, è
peraltro ormai tutelata dallo jus.
Va però detto che il diritto romano non ha la pretesa di essere un diritto
universale, estensibile alle popolazioni considerate barbariche, ma è
valido e cogente solo fra cittadini romani. Quando Roma, nell’interesse del-
l’impero, opera la prolatatio finium (estensione dei confini) estendendo il
suo diritto su terre e su popolazioni che vengono tratte in sudditanza o
addirittura in schiavitù, non provoca irritazione nel dio Terminus.
Tutelati quindi i confini della proprietà dei cittadini romani – non solo
nell’estensione ma anche in verticale (ab inferis usque ad sidera), nessuna
meraviglia che il grande giurista Caio, nelle sue fondamentali Institutiones,
parli di una res nullius (cosa di nessuno, cioè incolta o appartenente a
barbari)
che è di pertinenza del primo che la occupa; res nullius est primi
occupantis.
Da Caio ad oggi questo principio ha fondato la pirateria generalizzata
delle grandi potenze marittime sulle terre africane, asiatiche e americane
ed è ancora in vigore per quanto riguarda quelli che in inglese vengono
denominati global common goods, i beni comuni globali, cioè quanto del
nostro sistema planetario non è ancora soggetto a sovranità o a proprietà
privata: Antartide, fondi oceanici oltre la piattaforma continentale,
giacimenti
minerari dei fondi marini, risorse minerarie della luna, campi
gravitazionali
ed elettromagnetici nello spazio interplanetario (outer space),
spazio intersiderale (deep space) ecc.
Formalmente ogni internazionalista oggi affermerebbe che il concetto di
res nullius è desueto, ma non di rado, nei dibattiti a livello
internazionale
ritorna e indica la titubanza del diritto internazionale nell’affermare la
titolarità dell’umanità su tutti i beni comuni globali.
Volendo usare una espressione fra il giocoso ed il sarcastico si potrebbe
dire che qualora l’umanità nascesse come soggetto giuridico di diritto
cosmopolitico nascerebbe ricchissima. Il tutore delle royalties della
neonata,
finché i suoi beni dovessero ancora essere affidati alle potenze che
posseggono
tecnologie e capitali per utilizzarli, avrebbe a disposizione ricchezze
immense e già virtualmente disponibili per imporre una trattativa ed esigere
dei canoni di concessione e delle regole per l’utilizzo e anche per il non
inquinamento dei beni comuni. Ma, in attesa della discesa in campo di
Ulisse, le Nazioni Unite hanno la forza per disciplinare i Proci?
Invano eminenti giuristi, come Grozio e Pufendorf, hanno cercato di
formulare
un diritto naturale che superasse i
limiti del diritto romano. Lo stesso
E.Kant nella sua operetta finale Per una pace perenne, auspica uno jus
cosmopoliticum per frenare le brame delle potenze occidentali ma poi
afferma: “Il giurista che ha assunto a simbolo la bilancia del diritto e
accanto
ad essa la spada della giustizia si serve comunemente di quest’ultima non
solo per allontanare dalla prima tutte le influenze esterne, ma anche per
aggiungere su un piatto della bilancia, che non vuole scendere, il peso
della
spada”. Il dubbio amaro di Kant si riferisce al leggendario episodio del
comandante gallo Brenno che mentre si pesava l’oro per il riscatto di
Roma, gettò la sua spada sul piatto della bilancia, dando una lezione a
Roma che Roma non dimenticò e che è ancora determinante nei rapporti
internazionali. Non per nulla l’economista Bruno Amoroso, nel commentare
l’ipotesi dell’imposizione di regole internazionali sull’uso dei beni comuni
e la limitazione all’estensione del diritto di proprietà privata sulla terra
e nei cieli, affermava decisamente: “l’ipotesi di Franzoni è giusta ma
impraticabile
“per motivi militari”.
Se spostassimo l’attenzione verso Oriente incontreremmo delle visioni
filosofiche e religiose molto lontane dall’impostazione del diritto romano e
dalla pratica di dominio sulla terra.
Sarebbe molto utile accostare in un seminario le due Weltanschaung.
Una idea del rapporto fra umanità e terra la dà Vandana Shiva (V. Shiva,
Biopirateria. Il saccheggio della natura e dei saperi indigeni. Cuen,
Napoli 1999). L’autrice parla di passaggio dalla Terra nullius alla Terra
Mater. Nel rivendicare la rigenerazione come continuum del rapporto
terra/vita Vandala Shiva critica la società moderna industriale che domina
la generazione a fini produttivi e mercantili, mortificando la rigenerazione
naturale (gli ogm ne sono certo un esempio) e cita dal Rig Veda l’inno alle
piante che guariscono e sono considerate come madri che ci sostengono:
Madri che avete cento forme e mille crescite voi che avete cento modi di
funzionare, rendete questa persona per me intera,
siate felici, voi piante che fate i fiori e date i frutti
“Tutte le culture sostenibili – prosegue Vandana Shiva – nelle loro
diversità,
hanno visto la terra come Terra Mater, il costrutto patriarcale della
passività della terra e la conseguente creazione della categoria coloniale
della terra come Terra nullius ha risposto a due obbiettivi: negare
l’esistenza
e i diritti precedenti degli abitanti originari, e negare la capacità
rigenerativa e i processi vitali della terra” (Vandana Shiva o.c. pag 61 -
64).
Chiunque si ponga l’interrogativo di dove vada oggi l’Occidente e dove
vada l’Oriente nel vivere e nell’organizzare il rapporto vita/terra deve
sapere che non può delegare ad alcuno la propria responsabilità e solo una
matura coscienza collettiva può approdare ad un mondo diverso e vivibile.
Giovanni Franzoni, saggista
I magnifici 80 anni di un testimone del nostro tempo
Giovanni Franzoni e’ una delle figure piu’ autorevoli della spiritualita’
contemporanea, della solidarieta’ con le persone ed i popoli oppressi,
della pace e della nonviolenza. Nato nel 1928 a Varna, in Bulgaria, dove il
padre toscano si era trasferito per lavoro, ha trascorso la sua giovinezza a
Firenze, impegnato tra l’altro nella DC. Maturata la vocazione nell’Azione
Cattolica, ha frequentato il Collegio Capranica a Roma e ha poi studiato
teologia presso il Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo. Viene ordinato nel
1955. Monaco benedettino, negli anni sessanta insegna storia e filosofia nel
Collegio di Farfa di cui è Rettore.
Nel marzo 1964 e’ eletto abate dell’abbazia di S. Paolo fuori le mura
a Roma e partecipa come padre conciliare alle ultime due sessioni del
Concilio Vaticano II. Le sue prese di posizione contro il Concordato tra
Stato e Chiesa e contro la guerra nel Vietnam, come la solidarieta’ espressa
alle lotte operaie nel 1969 e nel 1970, gli procurano l’ostilita’ delle
gerarchie
vaticane e nel 1973 è costretto a dimettersi dalla carica di abate.
Nel 1974 prende posizione per la liberta’ di voto dei cattolici per il
referendum sul divorzio e viene sospeso a divinis. In occasione delle
elezioni
politiche del 1976, annuncia che votera’ per il Pci e il 2 agosto dello
stesso
anno viene ridotto allo stato laicale.
Animatore della comunita’ cristiana di base di S. Paolo, e punto di
riferimento nazionale per “una chiesa altra”, collabora, dalla fondazione
con la rivista ecumenica.
‘Com-Nuovi tempi’ (dal 1989 ‘Confronti’). E’ redattore del mensile Input.
Ha sempre partecipato al dibattito sociale ed etico intorno ai temi
cruciali del nostro tempo da un punto di vista che tiene conto del pensiero
religioso in modo libero e autonomo. Da oltre quarant’anni la sua attivita’
e’ rivolta alle popolazioni piu’ povere del pianeta, senza dimenticare le
responsabilita’ e i problemi delle societa’ avanzate.
Tra le sue opere:
La terra e’ di Dio, Com, Roma 1973 (recentemente riedita in edizione
ampliata); Il mio regno non e’ di questo mondo, Com, Roma 1974; Omelie
a S. Paolo fuori le mura, Idoc-Mondadori, Milano 1974; Tra la gente, Com,
Roma 1976; Il posto della fede, Coines, Roma 1977; Il diavolo, mio fratello,
Rubbettino, Soneria Mannelli 1986; Le tentazioni di Cristo,
Rubbettino, Soveria Mannelli 1990; La solitudine del samaritano, Theoria,
Roma-Napoli 1993; Farete riposare la terra, Edup, Roma 1996; Giobbe.
L’ultima tentazione, Com - Nuovi Tempi, Roma 1997; Lo strappo nel cielo
di carta, Edup 1999; Anche il cielo e’ di Dio, Edup, Roma 2000; con Mario
Manacorda, Le ombre di Wojtyla, 2000; La donna e il cerchio, 2001; Ofelia
e le altre, Datanews, Roma 2001; La morte condivisa, Edup, Roma;
Eutanasia. Pragmatismo, cultura, legge, Edup, Roma 2004.
I beni comuni, Edup, Roma 2006
Nel 1973 con la lettera pastorale “La terra e’ di Dio” affrontava
l’appropriazione speculativa del territorio a Roma, che implicava anche le
istituzioni ecclesiastiche. Nel 1996 con “Farete riposare la terra”, in
vista
del Giubileo, Franzoni proponeva una “moratoria della crescita illimitata”.
Nel 2000 “Anche il cielo e’ di Dio” allargava ancora il raggio
dell’attenzione,
trattando dei diritti della popolazione del pianeta a fruire della
ricchezza del sistema solare, contro la corsa gia’ iniziata, da parte delle
potenze, all’appropriazione dello “spazio esterno”.
Cosi’, il tema passa dal suolo urbano, alla biosfera, all’universo
cosmico.
Nelle Ri-trattazioni (2003), ovvero riprese e precisazioni, Franzoni
approfondisce l’esigenza di un diritto internazionale dei beni comuni,
configurando l’umanita’ intera come soggetto di diritto, anche in base al
fatto che gia’ ora una quantita’ di preziosi beni dell’universo – scoperte
fondamentali come la ruota, la navigazione, la scrittura, ecc. – sono
eredita’
indivisa di tutti gli umani non brevettabile, non privatizzabile.
Cosi’ deve essere, per esempio, per i medicinali necessari.
Per lo “spazio esterno” e’ necessaria una moratoria dell’appropriazione
delle cose di tutti.
Nelle religioni creazioniste c’e’ il fondamento della destinazione
universale
dei beni, ma hanno tutte trovato compromessi con la divisione
sociale tra ricchi e poveri. Il pensiero femminile puo’ apportare un
correttivo
importante al carattere patriarcale-dominativo delle culture tradizionali.
Franzoni riconosce che il comunismo, al di la’ del sovietismo fallito,
ritorna come esigenza universale dell’umanita’ perche’ un futuro sia
possibile.
In questa ricerca c’e’ una linea religiosa, sulla quale le religioni possono
elaborare una posizione comune, e una linea laica, che definisca
giuridicamente
la titolarita’ universale dei beni di tutti.
C.M.