Oggi è il 16 ottobre, il giorno che viene celebrato
come Giornata Mondiale del Cibo.
Quando la Fondazione del principe (Carlo)
mi ha invitato qui per questa ricorrenza, ho accettato il
suo generoso invito anche se, in questo periodo dell’anno,
normalmente sono a casa ad organizzare qualche evento
attorno alla questione del cibo. Ho pensato, quest’anno, di
dedicare la Giornata Mondiale del Cibo ad una riflessione
sull’ecologia del cibo, nella cornice di questa
conferenza che si intitola: “Ecologia: un impegno sacro”.
Volevo analizzare come tutto quello che abbiamo imparato
sul rispetto per il cibo, sulla venerazione del cibo, sulla
sua produzione sostenibile e sana, sul diritto di tutti al
cibo prima che vada scomparendo attraverso la nuova
commercializzazione della cultura, che vede l’emergere di
un’economia che ha, come conseguenza, l’eliminazione di
molte specie, l’eliminazione dei piccoli contadini e
l’eliminazione della nostra stessa salute.
Penso che la prima cosa da riconoscere
sia che il cibo è la base della vita, e questo è qualcosa
che spesso gli ecologisti dimenticano. Trattano il cibo
come una cosa separata dalla Natura selvatica: se produci il
cibo allora non puoi avere la Natura, se c’è la Natura non
puoi soddisfare le esigenze umane. Così abbiamo costruito
questi dualismi incredibili che ci spingono su strade sempre
più distruttive, facendosi credere che più risorse si
consumano e si distruggono con l’agricoltura intensiva, più
si “salva” la Natura. Ma il cibo non è solamente una nostra
necessità vitale, il cibo è alla base dell’essere. Come
recita la Taittirya Upanisad:
Dal cibo (anna) in
verità nascono esseri, qualunque essere che viva sulla
terra…Poiché davvero il cibo è il più grande degli esseri.
Gli esseri qui nascono dal
cibo, dopo la nascita vivono del cibo, morendo entrano nel
cibo.
Il cibo è una cosa viva, non è
solo frammenti di carboidrati, proteine e altri nutrienti, è
un essere, è un essere sacro.
In verità, chi adora i Brahma come cibo
ottiene ogni cibo.
L’intero Upanisad è dedicato alla
donazione del cibo: se qualcuno mi chiedesse di nominare un
testo della letteratura mondiale, che tratti l’ecologia del
cibo come impegno sacro, gli direi: “Leggi la Taittirya
Upanisad”.
Non solo il cibo è sacro, non solo è
vivo, ma è il Creatore stesso, ed è per questo che, anche
nella più povera capanna indiana, troverai sempre che viene
adorata la piccola stufa, la chula di terra, il primo
pezzo di chapati viene messo fuori per la vacca, il secondo
pezzo è per il cane, e poi si cerca di sapere chi altro
abbia fame nella propria casa. Nelle parole della Maha
Asvamedhika:
Chi dona il cibo dona la vita,
dona tutto. Quindi, chi desidera i benessere in questo mondo
e nell’altro, dovrebbe donare in special modo il cibo…. Il
cibo è davvero quello che conserva la vita e il cibo è la
fonte della procreazione.
Poiché il cibo è la base della creazione,
il cibo è creazione, è il Creatore. Nel contesto
della vita che noi ci troviamo a vivere, è la Divinità e ci
sono nei suoi confronti tanti tipi di doveri che siamo
chiamati ad osservare. Se la gente ha cibo, è perché la
società non si è dimenticata di questi doveri. Se c’è
gente affamata, vuol dire che la società si è allontanata
dai doveri etici legati al cibo.
La nostra presenza qui, la nostra stessa
vita, è basata sulle vite di tanti esseri che ci hanno
preceduti - le nostre famiglie, le nostre madri, la terra, i
lombrichi - ecco perché nella tradizione indiana il dare
cibo è stato sempre visto come un yajna, un sacrificio
quotidiano che siano obbligati a fare. Non è un pasto
rituale offerto solo la domenica, è un rito implicito in
ogni pasto, ogni giorno, sempre, che riflette la
consapevolezza che il dare è la condizione sine qua non
della tua stessa esistenza Non dai come se fosse un atto
superfluo, tu dai per l’interdipendenza con tutta la vita,
la tua interdipendenza sia con gli esseri umani che rendono
possibile la tua vita nella tua comunità, che con i parenti
non umani che abbiamo. Un’immagine molto cera a me è la
kolam, un disegno fatto dalle donne davanti alle loro case.
Nelle giornate della festa della mietitura del riso, il
Pongal, nel sud dell’india, ho visto le donne alzarsi alle
tre di mattina per fare delle opere d’arte bellissime
davanti alle loro capanne, e vengono sempre fatte con il
riso. Il vero scopo dell’operazione è quello di offrire
cibo alle formiche, ma è finita col diventare una forma
d’arte così bella che viene tramandata da madre in
figlia. Nei momento dei Pongai, ognuno cerca di in modo che
la sua offerta alle formiche sia di una bellezza
strabiliante. Le donne cominciano alle tre e vanno avanti
fino alle sei, alle sette, facendo quel lavoro delicato,
consistente nel realizzare eleganti disegni con i chicchi di
riso.
Da noi facciano parecchio lavoro di
conservazione, soprattutto di semi. Ci sono due tipi di
riso, il japonica e l’indica. Le varietà del riso indiano
sono quelle che ti danno quei bei chicchi ci pilau e
biriyani. Nella cultura culinaria giapponese e cinese, dove
emano mangiare con i bastoncini, hanno selezionato i tipi di
riso più appiccicosi e dai chicchi più spessi, in modo che
possano essere mangiati con i bastoncini. Ma a noi, che
mangiano con le dita, non serve che il riso sia appiccicoso,
riusciamo a mangiare i chicchi separati. Il luogo di
provenienza del riso indiano indica è un’area tribale
chiamata Chattisgarh. Ci sono andata per la prima volta
circa quindici anni fa. Là fanno degli addobbi di paddy,
le spighe di riso, e li appendono fuori dalle capanne.
lo credevo che fossero là per qualche festività particolare
e ho chiesto: “Che festa è?” E loro mi hanno risposto: “No,
no, queste sono per la stagione quando gli uccelli non
possono più trovare il riso nei campi. Di nuovo, erano
opere d’arte bellissime, confezionate per offrire cibo ad
altre specie animali. Più tardi ho visto questi addobbi in
vendita nei negozi di oggettistica come regali di Natale o
Ringraziamento ridotti a qualcosa senza significato,
strappati alle loro radici ecologiche. Si è dimenticato il
motivo per cui si facevano quei bellissimi disegni col riso.
Il fatto che dobbiamo la nostra vita a
tutti gli altri esseri, umani e non, fa sì che la donazione
sia parte integrante dei cibo stesso. Chi nasce indiano
impara, insieme agli altri valori di base, l’annadana,
il dono del cibo. Se ognuno si impegna
quotidianamente nell’annadana, anche gli altri impegni etici
della società vengono rispettati. Secondo un detto
indiano antico, “Non esiste dana più grande dell’annadana e
del tiithadana, il dono del cibo all’affamato e quello
dell’acqua all’assetato.” E, nelle parole della Taittirya
Brahmana:
Non mandare via nessuno che si
presenti alla tua porta senza offrirgli cibo e ospitalità.
Questa è la disciplina inviolabile dell’umanità, quindi
tieni grande abbondanza di cibo e compi ogni sforzo per
assicurarti tale abbondanza e annuncia al mondo che
quest’abbondanza di cibo è pronta per essere condivisa da
tutti.
Quindi, proprio dalla cultura dei dono
derivano le condizioni di abbondanza e la condivisione. Ecco
perché devono traboccare sempre le tue pentole, ecco perché
le campane del tuo villaggio devono suonare per chiedere:
“Non c’è nessuno che abbia ancora fame?” E abbiamo scrittura
sacra su scrittura sacra che ripete che, se tu
mangi prima della persona più debole del tuo ambiente o se
mangi mentre nella tua sfera di influenza questi è ancora
affamato, commetti già un peccato, perché
dovresti mangiare solo dopo che siano state soddisfatte
tutte le esigenze di tutti gli esseri.
La violazione di questa regola morale è,
secondo me, l’inizio di ogni insostenibilità e di ogni
ingiustizia. Ora vorrei guardare da vicino come, nella
situazione attuale, le esigenze di base di sempre più
persone vengano negate, ossia venga negata la possibilità
fondamentale di impegnarsi in attività produttive creative e
di ricevere una dose sufficiente di cibo. Questa
situazione è legata alla nostra strana ricerca di un falso
senso di crescita, ricerca che avviene attraverso la
commercializzazione del cibo e l’allontanamento del cibo
dalle sue radici sacre.
In un’altra scrittura sacra leggiamo: Io
abbandono chi mangia senza dare. lo sono l’annadevata (il
dio del cibo, il divino nel cibo): compaio e scompaio
secondo la mia propria disciplina. Nutro colui per cui dare
ha altrettanto significato del mangiare. A lui do in
abbondanza, da quello che mangia senza dare mi allontano.
Chi fra gli uomini può far deviare me, l’annadevata, dalla
mia strada?
Cominciamo con il dare uno sguardo a come
viene prodotto il cibo. Chiunque abbia delle conoscenze di
base sull’ecologia della produzione alimentare e
dell’ecologia del suolo, sa che, per avere rifornimenti
alimentai sostenibili, è essenziale avere dei suoli che
siano sistemi viventi: abbiamo bisogno di tutti quei milioni
di organismi del suolo che creano fertilità: è quella
fertilità che ci dà cibi sani. Nella cultura industriale
abbiamo ignorato il ruolo del lombrico nella fertilità del
suolo; abbiamo voluto credere che la prevenzione dei danni
da insetti nei raccolti, venisse non dall’equilibrio fra
diverse specie di insetti, ma dai veleni. Quando si crea il
giusto equilibrio, prolificano tanti tipi di insetti senza
che questi diventino dannosi per i raccolti. Se invece si
riduce la biodiversità, anche delle piante, si diffondono
varie epidemie di insetti dannosi, perché si distruggono
gli habitat delle diverse specie, ed ecco che bisogna
correre ai ripari con i pesticidi, una produzione realizzata
dall’industria bellica: e poi si viene a dire che sono i
pesticidi e i fertilizzanti chimici che ci daranno più cibo!
Nel resoconto pubblicato recentemente
dalla FAO, ci sono schemi su schemi che vorrebbero mostrare
come, nel corso dell’ultimo secolo, abbiamo assistito a un
grande aumento nella produzione del cibo: vogliono
veramente farci credere che abbiamo più cibo oggi. Ma
mostrano solo uno spostamento di manodopera. Mostrano solo
l’incremento della produttività tecnologica, che ha avuto
l’effetto di creare un movimento di manodopera e di altre
specie viventi e di dissangua le risorse. Ciò non
significa che c’è più cibo per ettaro, non significa che c’è
più cibo per unità di acqua usata, non significa infine che
c’è più cibo per tulle le specie che hanno bisognò di cibo,
perché hanno bisogno di cibo i lombrichi, come anche gli
ovini, i caprini e i bovini che ci danno letame biologico e
energie rinnovabili. Tutte queste esigenze
vengono cancellate, quando noi valutiamo la produttività
sulla base dl tecnologie che implicano sempre più persone
tolte, nel modo più veloce possibile, dalla terra.
Questo non vuol dire che nel mondo ci sia più cibo di prima,
significa anzi che ce n’è di meno, e intanto tutte quella
macchine pesantissime continuano a fare a pezzi il suolo.
Noi non vediamo quello che succede nel sottosuolo, non
vediamo la violenza che facciamo a tutti gli organismi dai
quali dipendiamo per la produzione sostenibile del nostro
cibo. Nessuno ha mai calcolato quanto cibo in meno
arriva a quei piccoli organismi, quanto cibo in meno arriva
ai lombrichi, agli uccelli, alle mucche.
Invece ora ci dedichiamo allo sviluppo di
tecnologie proprio intelligenti, allo studio e alle
applicazioni della ingegneria genetica, che accelera la
guerra contro gli altri esseri. Durante una mia recente
visita nel Punjab, ho capito all’improvviso che non c’erano
più gli impollinatori. Quindi abbiamo dato vita ad un nuovo
movimento, nella comunità scientifica e fra gli studenti.
Gli studenti sono molto sensibili: basta spiegare ai bambini
cosa fanno le api e le farfalle, e loro ti tirano fuori dei
racconti bellissimi a proposito di questi insetti. Perché
questi animali sono vivissimi. Non sono invece sensibili
quelle persone incredibili che manipolano i cereali,
inserendo geni del battano tossico bt (bacillus thurigensis)
nelle piante, in modo ché la pianta secerne continuamente
una sostanza tossica da ogni sua cellula, dalle foglie,
dalle radici, dal polline. Queste tossine vengono poi
mangiate dalle coccinelle, che muoiono. L’Università di
Comell ha fatto una ricerca divenuta molto famosa sulla
farfalla Monaca in cui dimostra quali fabbriche di veleni
siano diventate le nostre piante con la bioingegneria tanto
decantata.
Non vediamo la ferita che infliggiamo
alla rete della vita, perché per noi la rete della vita è
invisibile, i nessi sono visibili solo a chi è sensibile.
Appena diventi consapevole dei legami, sei costretto a
riconoscere quale debito abbiamo verso gli altri esseri,
verso i contadini che producono il cibo, verso le persone
che ti hanno nutrito quando non lo potevi fare da solo,
durante quegli anni incredibili, all’inizio e alla fine
della vita quando hai bisogno di aiuto.
E il dare cibo, la responsabilità sacra e
fondamentale del cibo, è un atto legato all’idea che ognuno
di noi nasce, come diciamo in India, nel ma. Questo
significa: in debito verso gli altri esseri, nascere vuoi
dire già avere questo debito. Arriviamo nel mondo con un
debito e passiamo il resto della nostra vita a pagarlo -
alle api e alle farfalle, che compiono l’impollinazione dei
nostri raccolti, ai lombrichi e ai funghi e ai microrganismi
e batteri della terra, che lavorano continuamente per
mantenere la fertilità, che i fertilizzanti chimici non
potranno mai e poi mai dare. Possono solo contaminare,
possono uccidere, uccidere le fonti della vita che noi
abbiamo trascurato, ma che sono essenziali per mantenere la
vita.
L’uomo, quindi, nasce e vive con questo
debito, ma, verso tutto il Creato, ed è nostro dovere
riconoscerlo. Il dono del cibo, l’annadana, è
semplicemente il riconoscimento della necessità di pagare
costantemente quel debito, significa accettare la nostra
responsabilità per il debito verso il Creato e verso la
comunità di cui facciano parte, un debito che abbiamo
contratto alla nascita. Questo è semplicemente un dovere
umano. Ed è per questo che quasi tutte le culture
vedono nell’ecologia una responsabilità sacra, vedono il
mantenere sostenibili le condizioni di vita come una
responsabilità sacra, e hanno sempre
parlato di dovere, di dharma. Da questa responsabilità poi,
derivano anche dei diritti, perché una volta che mi sono
assicurata che tutti quelli nella mia sfera ci influenza
abbiano mangiato, qualcuno si sta a sua volta preoccupando
che io abbia mangiato.
Quando ho lasciato
l’insegnamento universitario, nel 1982, tutti mi hanno
detto: “Come farai senza stipendio?” io risposi che se il
90% degli Indiani vive senza stipendio bastava affidare la
mia vita ai rapporti di fiducia che esistono tra loro.
Se dai, riceverai. Non devi calcolane quello che ricevi,
devi essere consapevole solo del tuo dare. Per esempio, ho
molti sari bellissimi: sono tutti doni. Questo è un dono di
mia sorella, quello di mio fratello: così ognuno si prende
cura degli altri. Gli Indiani non si comprano dei
vestiti, normalmente li ricevono in dono per la festa di
Durga Puja o Diwali e i tuoi bisogni vengono soddisfatti da
questo flusso di doni, di dana, così come per il cibo
l’enfasi si concentra sul dare, sul saldare li debito
ecologico che appartiene ad ognuno di noi.
Qual’è il contesto attuale? C’è sempre
un debito, ma ora si tratta di un debito finanziano: quindi
un bambino che nasce in India o in qualsiasi altro paese del
Terzo Mondo già ha sulla testa milioni di dollari di debito
verso la Banca Mondiale. E questa Banca Mondiale ha
quindi ti diritto di dire a te e al tuo paese che non
dovresti procure cibo per i lombrichi e per gli uccelli e
per le mucche o per le persone della tua terra, dovresti
invece produrre gamberetti o fiori per l’export perché
questa operazione produce denaro. lo ho calcolato che
sistemi che, generano dollari col commercio, portano al
contadino dislocato solo distruzione. Sostituire un
contadino che coltiva il miglio con una fabbrica di
gamberetti, significa innescane un processo di eliminazione
dei contadini: loro non sono fra quelli che ci guadagnano,
ci perdono e basta. Ogni dollaro di profitto, proveniente
dal commercio internazionale comporta dieci dollari ti
distruzione dell’economia locale e dell’ecosistema locale:
distrugge la vita produttiva dei contadini, dei pescatori,
di chi produce letame, legna dal boschi, cibo. Ora, se
per ogni dollaro di commercio abbiamo un costo effettivo di
$10, in seguito al ladrocinio di cibo perpetrato contro
quelli che più ne hanno bisogno, si capisce perché, man meno
che si intensifica il commercio globale, accanto alla
crescita apparente c’è inevitabilmente un aumento della
fame. Questo nuovo sistema del cosiddetto libero mercato,
toglie alla gente la capacità di soddisfane i propri e
altrui bisogni attraverso i sistemi locali d produzione di
cibo.
Possiamo fare alcune considerazioni su
tre diversi basi: a livello ecologico, quello basato sui
diritti di tutte le specie, a livello produttivo, quello
basato sulla quantità di cibo necessaria per i bisogni
umani, e a livello distributivo, quello basato sulla
modalità di scambio e commercio del cibo.
1) A livello ecologico dobbiamo
pensare in termini di rete della vita, che ci impone una
responsabilità sacra che comporta gli obblighi della dana,
l’obbligo di donare il cibo. Ma anche le esigenze umane
vengono soddisfatte solo attraverso la responsabilità
sacra, che deve permanere nei sistemi per il mantenimento
della vita, casi che la sostenibilità emerga come logica
conclusione del giusto vivere in senso etico, in senso
spirituale. E anche il senso etico che fa sì che noi ci
prendiamo curati di tutti quei bellissimi organismi della
terra: solo da una terra curata viene il cibo che nutre
davvero. Il cibo prodotto attraverso l’avvelenamento della
nostra terra avvelena anche i nostri corpi. C’è un capitolo
nel mio libro La Biodiversità di Domani che
risponde alla domanda posta dell’editore, ossia: come
possiamo proteggere la biodiversità se dobbiamo andare
incontro alle crescenti esigenze umane? La mia risposta è
che solo proteggendo la biodiversità potremo soddisfane
queste crescenti esigenze umane, perché se non avremo cura
anche dei lombrichi e degli uccelli e delle farfalle, non
potremo avere cura neanche degli esseri umani. Questa
idea che solo l’eliminazione di tutte le specie possa
permettere agli esseri umani di avere cibo a sufficienza è
sbagliata, si basa sull’incapacità di vedere come la rete
della vita ci unisca tutti, di vedere fino a che punto
viviamo in rapporti di interdipendenza con tutti gli atti
esseri e agiamo attraverso l’interazione reciproca.
2) A livello di quanto cibo produciamo
per gli esseri umani abbiamo calcolato e anche dimostrato
sulla base di un calcolo di biodiversità effettuato caso
dopo caso su poderi agricoli, che l’idea che la monocoltura
industriale produca più cibo è semplicemente sbagliata,
anche in termini puramente quantitativi. Le monocolture
producono altre monocolture. ma non producono più
nutrizione. Se pianti venti colture diverse in un campo, ci
sarà una grande produzione ci cibo, ma se paragoni qualunque
raccolto singolo, per esempio grano o mais, al raccolto di
un campo coltivato a monocoltura, naturalmente ci sarà di
meno, perché il nostro campo misto non è tutto grano o mais.
Semplicemente cambiando sistema, da un sistema che rispetti
le diverse specie ad un sistema di monocoltura industriale,
cori l’appoggio ci prodotti chimici/macchine ecc,
automaticamente si considera il campo coltivato a
monocoltura più produttivo anche quando si ottiene ci meno -
meno varietà di specie, meno produzione di cibo, meno
nutrizione, meno contadini. Eppure ci è stato fatto un
tale lavaggio del cervello che siano arrivati a credere che
produciamo di più quando produciamo di meno: è, con ogni
evidenza, un’illusione.
3) A livello di distribuzione e di
commercio non è che la gente prima della globalizzazione,
non facesse del commercio. La gente della mia regione - io
vengo dall’Himalaya - da secoli ha scambiato la propria lana
e i propri semi di amaranto con il sale che viene prodotto
dalle genti della pianura. Le uniche due cose che
tradizionalmente hanno preso dalle pianure sono il sale e
l’olio, e in quei villaggi, posti ad alta quota sono ancora
le uniche due cose che mancano: per il resto sono
autosufficienti in tutto. Oggi il commercio non riguarda
più lo scambio di cose che ci servono e che non possiamo
produrre da soli, il commercio ora si traduce nell’obbligo
di cessare la produzione delle cose che ci servono, di
cessare di avere cura degli altri, e di comprare da qualcun
altro. Ma è un sistema coercitivo e violento in cui ci hanno
chiuso la WTO, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario
Internazionale, non è un sistema di aziende e persone
indipendenti, che sono però reciprocamente interdipendenti,
con la possibilità di operare scelte etiche e interazioni
ecologiche quando comprano e vendono. No, la natura del
commercio globale è tale che il potere si concentra nelle
mani di tre o quattro giocatori.
Oggi nell’universo commerciale ci sono
quattro grandi società di cereali. La corporation più
grossa, la Cargill, controlla il 70% del cibo in commercio
nel mondo: sono loro che decidono i prezzi. Loro
dicono ai contadini cosa coltivare, lo comprano per poco e
lo rivendono a prezzi maggiorati ai consumatori. Nel
loro processo di produzione, avvelenano ogni elemento della
catena alimentare e invece di dare, stanno pensando solo
alla prossima tecnologia efficiente che potrebbero
escogitare, e al profitto economico più vantaggioso, che
eliminerà l’ultima miserabile risorsa dei piccoli ecosistemi
locali, sottraendola alle altre specie, a poveri, al Terzo
Mondo. Nel mio intervento al Convegno Reith, ho citato due
risposte date in mia presenza, una data dalla Cargill e una
dalla Monsanto, quando stavano parlando di semi sterili che,
sapete bene da quello che io ho scritto e dall’inchiesta
pubblica, hanno eliminato 20.000 contadini, che si sono
suicidati. Ma nel corso di questa discussione sulle sementi,
la Cargill ha detto, nei primi anni ‘90: “Oh, questi
contadini indiani sono così stupidi che non capiscono che i
nostri semi sono intelligenti: abbiamo trovato nuove
tecnologie che evitano che le api rubino il polline.”
Ora il concetto del “dono del cibo” ci dice che il polline è
il dono che dobbiamo preservare per gli impollinatori, e
così i nostri raccolti saranno impollinati dalle api e dalle
farfalle. Quello è il loro cibo, fa parte della catena
alimentare, è il loro spazio ecologico. Dobbiamo solo
evitare di invadere quello spazio. Invece, la Cargill
dice che le api rubano il polline, perché loro considerano
ogni grano di polline come loro proprietà; vogliono avere
raccolti che non si riproducano liberamente, per poter
tenersi stretto il brevetto di queste piante. Anche la
Monsanto, nel contesto di una discussione sulle loro varietà
geneticamente modificate resistenti all’azione dell’agente
erbicida chiamato Roundup Ready, che stanno compromettendo
la diversità dei nostri raccolti, ha detto: “Attraverso
l’uso del Roundup stiano evitando che le erbacce (che invece
nel nostro contesto sono fonti di nutrizione) rubino la luce
del sole”. L’intero pianeta dovrebbe ricevere energia dalla
forza vitale del sole e ora la Monsanto dice praticamente: “No,
dell’intero pianeta sono solo la Monsanto e i coltivatori
sotto contratto con la Monsanto, che hanno diritto alla luce
del sole, il resto è ladrocinio.”
Quindi arriveremo ad un mondo
che è esattamente il contrario del mondo fondato sul dono
del cibo come responsabilità sacra. Questo mondo nuovo, così
ripensato, è costruito sull’estrazione del cibo dalla catena
alimentare e dalla rete della vita, ed è in questa direzione
che vanno le tecnologie: dal seme ibrido al seme Terminator.
Queste tecnologie “intelligenti” sono solo sistemi più furbi
per sottrarre risorse e quindi per dare l’impressione di
produrre di più. Ma lo fanno negando agli altri esseri il
diritto alla loro parte dei doni del pianeta, i doni del
cosmo. Invece di dana, abbiamo profitto e
ingordigia come principi regolatori. Sfortunatamente più
profitto significa più fame, più malattie, più distruzione
della Natura, della terra, dell’acqua, della biodiversità.
Più i nostri sistemi di cibo diventano non sostenibili, più
siamo circondati da adana (“non dono”) che
si traduce in suicidi di contadini o in contadini che
vendono i propri reni per pagare i loro debiti. Ma questi
non stanno pagando il debito alla Natura, alla terra e alle
altre specie, ma il debito finanziario agli strozzini e agli
agenti delle aziende che vendono semi e pesticidi. Il
debito ecologico viene di fatto soppiantato da questo debito
finanziario: al dono del cibo e del nutrimento si
sostituisce il “dono” di sempre maggiori profitti.
Ecco, secondo me, qual è il clima in cui
siamo tutti costretti, contro la nostra volontà, a vivere.
Siamo costretti a partecipare ad un peccato che
si insinua dappertutto. E io credo che
quello che dobbiamo fare ora è trovare il modo per
distaccarci da questo sistema criminale, perché
di questo si tratta né più né meno. Non si tratta
semplicemente di sostituire il commercio libero con il
commercio equo, non si tratta di operare rattoppi, se non
riusciamo a vedere in che modo l’intero sistema dominante
comporta l’avvelenamento e l’inquinamento del nostro io,
della nostra coscienza, non saremo capaci di attuare quel
rovesciamento interiore che ci permetterà di creare di nuovo
l’abbondanza, perché oggi nel prendere di più non creiamo
abbondanza, bensì scarsità. La fame che aumenta sempre più
fa parte di questa scarsità. E le crescenti malattie
della società dei consumi fanno parte della scarsità. Non
produciamo l’abbondanza perché partiamo sempre dalla domanda
“Come possiamo prendere di più? Ossia come possiamo prendere
di più dalla Natura, dal Terzo Mondo, dai poveri.
Se noi riabbracciassimo la responsabilità
sacra che l’ecosistema comporta e riconoscessimo il nostro
debito e il nostro dovere verso tutti gli esseri umani e non
umani, allora la protezione dei diritti di tutti gli esseri
umani e non umani diventerebbe parte della nostra etica. La
cura del non umano porta inevitabilmente alla cura
dell’umano e ci permetterebbe di lasciare i nostri contadini
sulla terra. Se ci rendessimo conto che i nostri contadini
sono quelli che si prendono cura della terra, avremmo la
certezza che le mietitrebbia non sono gli attrezzi adatti -
abbiamo invece bisogno di persone che restituiscano alla
terra quello che ad essa serve. Se cosi fosse, la gente che
dipende dai contadini per il cibo- i consumatori - avrebbe
la sicurezza che il cibo è quello buono, quello che nutre
davvero. Avere cura di ogni essere significa anche
avere cura dei contadini e avere cura dei contadini
significa avere cura dei consumatori. Così, se
iniziassimo ad alimentare la rete della vita, risolveremmo
la crisi economica dei piccoli poderi, la crisi della salute
dei consumatori e la crisi della fame e della povertà
nel Terzo Mondo Tutto questo verrebbe da sé, se ci
riallacciassimo alla nostra dipendenza dalle altre forme di
vita, se tornassimo a far sì che, alla base della nostra
produzione alimentare, ci fosse il soddisfacimento delle
esigenze di cibo di altre forme di vita.
da: A Sacred Trust (Ecology and Spiritual
Vision) ed.Temenos.
Tratto da “Lato Selvatico”(traduzione
Addey/Avanzino/Dama)