IL RAPIMENTO DI

GIULIANA SGRENA

 

 

PARLA GIULIANA SGRENA

E' LIBERA...MA LA CRUDELTA' DELLA GUERRA TRAMUTA LA GIOIA IN LUTTO

COMUNICATO DEL MOVIMENTO

GIANCARLA CODRIGNANI

Lidia Menapace

 

Manifesto 6.3.05 

In macchina Nicola Calipari parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione calorosa che avevo dimenticato. Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero infuriata. Uno dei miei rapitori mi ha raccontato della maglietta di Totti. Era esterrefatto, diceva di essere tifoso della Roma. Mi hanno fatto vedere un telegiornale, la Jihad annunciava la mia prossima esecuzione. Ero terrorizzata. Mi hanno detto: «non siamo noi» 

di Giuliana Sgrena 

Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando». 

A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così. Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. 

Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così. Poi sono scesi. 

Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un'altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera». Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. 

La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto...quando...Io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima. L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani, siamo italiani...», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. 

Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni». Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità. Il resto non lo posso ancora raccontare. Questo è stato il giorno più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. 

A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia. «Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con le due Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta. Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite me che sono contro la guerra?!». E a quel punto loro aprivano un dialogo feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo, quasi a provocarli: «E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani?». 

Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore «politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra. E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le sue truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». 

Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere». Eppure, molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva. I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta. Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. 

Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi. E quella mattina già i profughi, o qualche loro «leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?». L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni. Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?

E' libera, e' salva, Giuliana Sgrena.

Nicola Calipari non è più vivo; ucciso, solo dopo la sua morte l'intero

popolo italiano ha saputo della sua esistenza, del suo impegno, del suo

valore, del suo eroismo: l'eroismo di chi salva le vite altrui, l'unico

autentico eroismo.

Nulla sappiamo di Florence Aubenas, ancora prigioniera dei suoi rapitori.

Di fronte a tutto ciò tante dichiarazioni 

ci appaiono inadeguate, meschine, 
prive di serietà.

Di fronte a tutto ciò si può affermare: che un

solo dovere accomuna tutte le persone: salvare le vite, non uccidere. E

dunque bisogna opporsi a tutte le uccisioni, a tutti i terrorismi, a tutte le stragi, a

tutte le guerre.

 

COMUNICATO

Giuliana Sgrena, giornalista italiana de Il Manifesto, è stata rapita il 4 febbraio a Baghdad di fronte alla moschea Al Mustafah dopo aver intervistato le famiglie costrette a lasciare Falluja a causa dei bombardamenti statunitensi, ed è ancora prigioniera. Florence Aubenas, giornalista francese di Liberation, è scomparsa da oltre un mese, in analoghe circostanze. Giuliana è stata molte volte in Iraq documentando con onestà le gravi sofferenze della popolazione, prima per l'embargo e poi per la guerra e l'occupazione. Il suo lavoro è stato prezioso in questi anni per dar voce agli iracheni, per raccontare quello che altri non raccontavano. Una delle prime giornaliste a denunciare le gravi violazioni dei diritti umani, gli arresti indiscriminati, le violenze e le torture riservate a detenuti e detenute, i massacri di civili causati dalle truppe di occupazione. Il suo giornale, Il Manifesto, è da sempre attivo contro la guerra e l'occupazione. Non sappiamo chi l'ha rapite e perché, ma siamo sicuri che questo non aiuterà l'Iraq e gli iracheni a riconquistare la sovranità a cui hanno diritto, non abbrevierà l'occupazione, non migliorerà la vita della gente. Sappiamo invece che di voci libere come quella di Giuliana e Florence c'è molto bisogno. Come movimenti e associazioni che si battono in tutto il mondo contro la guerra e per la fine dell'occupazione chiediamo la loro immediata liberazione. 

IL MOVIMENTO ITALIANO

 

GIANCARLA CODRIGNANI

Ho in mano La schiavitu' del velo. Voci di donne contro l'integralismo islamico (Manifestolibri, Roma 1995), scritto da Giuliana dieci anni fa. Comprende interventi di donne dell'area mediterranea che dicono la loro volonta' di contare e di essere nel mondo contro le politiche violente che le circondano, che intendono farle complici nel silenzio. "La battaglia per la democrazia, ricorda Giuliana Sgrena, passa attraverso il riconoscimento dei nostri diritti, la nostra esclusione e' la negazione della democrazia". Sembra che anche in queste aree dell'Islam ci sia minor visibilita' delle lotte delle donne. I conflitti peggiorano tutto, e la guerra in Iraq ha ricollocato le donne nel ruolo di vittime: madri dolorose, bambini e bambine malridotti dagli attentati e dalle bombe, anziane che deprecano la sorte. Sono le foto scattate da Giuliana che tutti abbiamo visto in questi giorni. Dieci anni fa non avrei pensato che Giuliana fosse a rischio. Ed e' successo che i giornalisti siano diventati bersaglio dei sequestri, soprattutto le giornaliste. E che corrano seri pericoli, anche se (o, forse, soprattutto) esercitano la professione nell'interesse della popolazione civile irachena. Giuliana si fidava perche' era conosciuta come amica ed era uscita per fare le sue interviste di venerdi', ma per i suoi rapitori era soltanto una preda. Io Giuliana la conosco, e ne ho sempre percepito la forza congiunta alla fragilita', forse perche' questi tratti li conoscevo in mia madre; ho sofferto molto quando ho saputo del sequestro, mi sono emozionata fino al pianto al vederla come un uccellino nel video, ho partecipato all'onda di solidarieta'. Adesso voglio dire che desidero vederla presto, mettere fine all'ansia, anche se so bene che l'attesa puo' essere lunga. Ma, come succede quando le persone ci sono amiche, ho paura. Fra poco sara' l'8 marzo: riprenderemo le parole di donne contro la violenza, l'integralismo e le guerre. Insieme con Giuliana.

 

 

Lidia Menapace


Giuliana Sgrena, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu' prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza (tra cui: a cura di, La schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma; Kahina contro i califfi, Datanews, Roma; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma); e' stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata rapita il 4 febbraio 2005. Dal sito del quotidiano "Il manifesto" riprendiamo, con minime modifiche, la seguente scheda: "Nata a Masera, in provincia di Verbania, il 20 dicembre del 1948, Giuliana ha studiato a Milano. Nei primi anni '80 lavora a 'Pace e guerra', la rivista diretta da Michelangelo Notarianni. Al 'Manifesto' dal 1988, ha sempre lavorato nella redazione esteri: appassionata del mondo arabo, conosce bene il Corno d'Africa, il Medioriente e il Maghreb. Ha raccontato la guerra in Afghanistan, e poi le tappe del conflitto in Iraq: era a Baghdad durante i bombardamenti (per questo e' tra le giornaliste nominate 'cavaliere del lavoro'), e ci e' tornata piu' volte dopo, cercando prima di tutto di raccontare la vita quotidiana degli iracheni e documentando con professionalita' le violenze causate dall'occupazione di quel paese. Continua ad affiancare al giornalismo un impegno anche politico: e' tra le fondatrici del movimento per la pace negli anni '80: c'era anche lei a parlare dal palco della prima manifestazione del movimento pacifista"] Carissimo Peppe, ero a Cuba per un importante convegno alla facolta' di filosofia dell'Universita' dell'Avana (sul quale in seguito scrivero' perche' e' stato davvero una scoperta - erano presenti indiane, brasiliane, venezolane, indigene, afrodiscendenti - come dicono la' -, dalla Colombia, Cile, Bolivia, Messico, da tutto il continente sudamericano che a me sembra la primavera del mondo, tanto che suggeriro' a tutti e tutte di imparare come lingua straniera lo spagnolo, che ha buone probabilita' di sorpassare pacificamente l'egemonia dell'inglese). Ero dunque la' e stavo per tornare in Italia quando come dei pugni in faccia mi e' arrivata per agenzia la notizia di Giuliana: non mi sono ancora ripresa e sto male, sono dolente, amareggiata. Conosco Giuliana fin da piccola, da sempre in politica, conosco anche suo padre che e' mio coetaneo ed e' stato pure partigiano, e il fratello che dipinge cose molto belle, rappresentando un'Africa che non ha mai visto. Giuliana e' una persona di grandissime qualita', mai ostentate, non per "modestia" come dicono facendomi arrabbiare di brutto, ma perche' lei considera la competizione un atteggiamento sbagliato e di cui una persona di sinistra dovrebbe vergognarsi, e si comporta di conseguenza, cercando la verita' con rigore e umanita', con comprensione ed equilibrio, con passione e documenti. Mi ricordo l'impressione che mi fecero delle giovani alle quali una volta dissi che a Roma abitavo nella stessa casa di Giuliana, e in coro esplosero: "Tu conosci Giuliana Sgrena!", un mito per loro. Le raccontai poi la cosa e le dissi che ero stata quasi sorpresa di essere - per le ragazze - importante perche' la conoscevo: ci siamo fatte matte risate, e ripromesse che ci saremmo reciprocamente comportate da "promoter" (se non noi, chi altro?). Giuliana e' una donna molto colta e intelligente, ironica, coraggiosa e dolcissima. Abbiamo abitato per molti anni nella stessa casa che chiamiamo "un residuo di comune sessantottina". Infatti in un appartamento che ci era stato segnalato dalla mamma di Luciana Castellina (madre morta da poco centenaria e stata sempre un'altra donna vivacissima, attiva e assai simpatica) con altre persone (Rina Gagliardi, Ritanna Armeni, con i rispettivi compagni) eravamo setto-otto e ci siamo via via ridotti quando una coppia voleva un figlio e nella Comune era quasi impossibile anche perche' le condizioni di vita erano molto essenziali e difficili. Siamo rimasti alla fine solo noi tre: Giuliana, Pier - il suo compagno -, e io, che ancora oggi ho una stanza nella casa in cui abitano. Quando vado a Roma li' sto, e fruisco dell'ospitalita' generosa, allegra, calda di Giuliana e Pier senza problemi. Giuliana e' una donna molto dolce e forte e coraggiosa. Quando a Cuba ho saputo, ho subito scritto con le altre due italiane che erano con me un breve testo per chiedere la liberazione, testo che e' stato approvato all'unanimita' dall'assemblea plenaria del convegno, ora i e le compagne cubane vi stanno raccogliendo firme prestigiose, e poi lo pubblicheranno sul loro sito web. Mi sono fatta l'idea che Giuliana stia passando attraverso una esperienza drammatica affrontata con molta determinazione e freddezza: sembra strano dirlo perche' e' una donna molto appassionata e anche emotiva, ma di fronte alle vicende difficili e' determinatissima e addirittura fredda. Penso che sia stata rapita da predoni che ora cercano di venderla a qualche gruppo politico-criminale per avere soldi, e spero che sia cosi' e che il governo paghi. Intanto la richiesta del ritiro delle truppe di occupazione continua ad essere piu' necessaria e forte che mai, e per fortuna in molte citta' e attraverso molti messaggi lo si sta richiedendo. Mi aspetto Giuliana che torna leggera come una foglia (e' di corporatura molto minuta) col suo sorriso furbo dolce ironico, quello sguardo allusivo dei grandi occhi, con la sua zazzeretta scompigliata e i vestiti sempre eleganti solo per naturale capacita' di portarli e ci dica: "ma che cosa vi siete messi in testa? sono sempre stata padrona di me, sempre attenta a capire, insomma facevo la giornalista politica: non e' forse il mio amato mestiere? ed eccomi qui". Poi faremo tutte le analisi e le indagini: una guerra non diventa legittima a posteriori, resta incostituzionale sempre, elezioni sotto occupazione militare e senza alcun controllo internazionale non cancellano l'aggressione, la resistenza e' e resta un diritto, ma deve distinguere se stessa dal terrorismo, e il nostro compito e' per l'appunto di rendere possibile cio', non semplicemente inneggiando acriticamente a tutto, non semplicemente giustificando tutto. A Cuba al convegno ha preso parte anche il centro locale della rete "Martin Luther King", dunque si fa strada una ipotesi di azione nonviolenta, e una donna palestinese ha detto esplicitamente che la seconda Intifada, quella armata, e' stata una sciagura per il popolo palestinese e specialmente per le donne la cui condizione materiale e culturale e' precipitata all'indietro di decenni. Bisogna avere un buono e sano e critico culto della verita', come sempre cerca di avere Giuliana.