commento
dell'economista A. Castagnola sul
rapporto FAO.
Alberto
Castagnola, 31 ottobre 2006
La Fao
ammette la sconfitta ma ripercorre
le antiche ricette. Nel rapporto
2006 non vi è alcuna traccia della
necessità di una ristrutturazione
profonda nell'uso delle risorse
della
terra
In queste ore si sta
consumando un evento che molti
esperti si attendevano da parecchi
anni e che oggi finalmente è apparso
in tutta la sua gravità. La
FAO ha deciso di far emergere
ufficialmente la distanza
che separa gli obiettivi che
circolano da dieci anni su tutti i
documenti internazionali da una
realtà ormai innegabile, il
numero delle persone sottonutrite,
cioè che sono esposte al rischio di
morire di fame, non solo non è
diminuito come si sperava ma anzi è
aumentato in valori assoluti.
Quindi la sofferenza umana dovuta
alla fame ineluttabile e le morti,
dovute alla mancanza assoluta di
cibo e alle malattie legate alla
sottonutrizione protratta nel tempo,
sono aumentate negli anni più
recenti.
La FAO ci tiene a sottolineare, nel
suo Rapporto 2006
appena messo in circolazione, che
gli Obiettivi per il Millennio che
riguardano il settore di sua
competenza, cioè l'alimentazione,
l'agricoltura e la pesca, (ridurre
alla metà "la proporzione" delle
persone che soffrono la fame sul
totale della popolazione mondiale )
sono in realtà meno difficili da
raggiungere da quelli che la
stessa Organizzazione si era data
nel 1996, cioè la riduzione della
metà del "numero" di persone che
tentano di sopravvivere in "zona
fame". Però tenendo conto del suo
obiettivo, deve poi riconoscere che
per conseguire lo scopo del
Millennio entro il 2015, cioè entro
i prossimi nove anni, si devono far
uscire dall'area della fame almeno
31 milioni di persone ogni anno,
cifra ben lontana da quella
registrata negli ultimi anni del
‘900 (dell'ordine del milione e
mezzo in media ogni anno).
Nelle analisi
statistiche che costituiscono la
parte centrale del documento è
evidente che il risultato
globale è costituito da
fenomeni opposti a seconda dei
paesi, ad esempio la Cina ha
ridotto per diverse diecine
di milioni il numero degli abitanti
in condizioni di sottonutrizione,
mentre sono numerosi i paesi
che hanno visto aumentare la parte
della loro popolazione esposti ai
rischi della fame. Questo
andamento a forbice viene spiegato
in termini molto tradizionali,
ridotto aumento della popolazione e
politiche centrate sulla popolazione
rurale in Cina, da un lato, settore
agricolo trascurato per scelte
alternative come il nucleare nella
Corea del Nord, conflitti interni e
invasioni dall'esterno in paesi come
la Somalia, il Congo, il Sudan in
Africa.
In sostanza, a partire dai primi
anni '90, i miglioramenti nella
produzione di alimenti che pure si
erano verificati negli anni
precedenti sono continuati in pochi
paesi, mentre in molti altri eventi
politici e militari hanno
danneggiato in modo grave e diffuso
i tentativi di sottrarre alla fame
le popolazioni immerse nella povertà
estrema. Inoltre, pur riconoscendo
che nel periodo compreso tra il
1995-97 e il 2001-2003 almeno 23
milioni di persone si sono aggiunte
all'umanità sottonutrita,
ben poco viene detto su come evitare
questi drammatici peggioramenti
della situazione alimentare.
Purtroppo, almeno a
giudicare dal rapporto, la FAO si
limita, basandosi sui risultati del
passato meno recente, a riaffermare
la "sua" capacità di conseguire gli
Obiettivi del Millennio e
non introduce alcuna considerazione
sulla necessità di modificare le
strategie di intervento.
Perfino la opportunità di porre la
riconquista dell'autosufficienza
alimentare da parte dei numerosi
paesi che l'hanno perduta negli
ultimi due decenni viene richiamata
in termini di priorità assoluta,
mentre non si rintracciano
analisi accurate di fenomeni come la
perdita delle varietà originali
sotto la pressione delle piante
geneticamente modificate o le
carenze di acqua derivanti
dall'uso eccessivo e altamente
inquinante di prodotti chimici nelle
culture agricole.
Le tre pagine
che tracciano la via verso gli
Obiettivi ("aumentare gli
sforzi volti alla eradicazione della
fame") sono piuttosto
deludenti. Dopo aver
riconosciuto che nel complesso il
numero delle persone vittime della
fame è rimasto praticamente lo
stesso a partire dal 1990-92, le
lezioni apprese nel recente
passato sono espresse in termini
piuttosto banali: "La
riduzione della fame è necessaria
per accelerare lo sviluppo e la
riduzione della povertà", " La
crescita dell'agricoltura
costituisce un fattore critico per
la riduzione della fame", o ancora:
"Il commercio può contribuire alla
riduzione della fame e ad alleviare
la povertà" e "Gli investimenti
pubblici sono essenziali per la
crescita dell'agricoltura". I
successivi suggerimenti per una
strategia del settore appaiono
ancora più deludenti.
Forse la frase che avrebbe meritato
più corposi approfondimenti è
contenuta nella introduzione dal
rappresentante della Banca Mondiale,
Lynn Brown: "I dati di
questo rapporto sono ancora più
deprimenti se se si tiene conto del
fatto che pochi mesi fa abbiamo
appreso che oggi nel mondo vi sono
più persone obese di quante non
siano quelle che lottano contro la
fame". Questa citazione
evidenzia gli squilibri profondi che
caratterizzano i consumi dei popoli
ricchi nei confronti del mondo della
povertà e della fame, e soprattutto
la necessità di una ristrutturazione
profonda nell'uso delle risorse
della terra. Ma di tutto questo nel
rapporto non vi è ancora traccia.