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EUCARISTIA - GENNAIO 2004
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INTRODUZIONE ALL’EUCARESTIAUN SENSO ALLA VITA TRA FEDE E RAGIONEInsieme- in ricerca- senza esclusioni La
scelta tematica per l’Eucarestia di stasera
è una scelta di
“testa”, è una scelta un po’ “cerebrale”, che poco si addice
a questo specifico momento comunitario; spero, almeno , di non
cadere in un astratto intellettualismo, anche per non avere le giuste
“bacchettate” da Benedetto.
L’ho fatta per rifuggire dal rischio
di dare voce ad uno stato d’animo personale in affanno e in crisi per
tante cose che non vanno. Rischio nel quale ero caduto l’anno scorso,
sempre di gennaio, quando, nell’ambito degli incontri di “lettura
biblica”, vi avevo proposto una serie di letture sotto il titolo non
tranquillizzante “Giorni
difficili”. (D’altra parte, eravamo anche alla vigilia della guerra in
Iraq). L’idea per il tema di stasera: UN
SENSO ALLA VITA mi è venuta leggendo, qualche settimana fa, su “Il
Venerdì” de “La Repubblica”, la risposta ad una lettrice di Eugenio
Scalfari. Egli così concludeva il suo scritto: “Molti
guardano alla morte come ad una liberazione dai vincoli della carne
e all’inizio della vita vera. Ma
chi- come me- non condivide questa credenza guarda alla morte come
incitamento ad una vita piena, ricca di affetti e di opere, una vita che dà
senso ad un percorso comunque effimero. Forse (quante volte questo dubbio
mi assale) il senso non c’è, ma è la sua ricerca che dà pienezza alla
nostra vita. L’idea è scaturita anche per un
accenno di discussione che vi era stata fra di noi, alcune settimane fa,
sulla identità cristiana della comunità e sul senso del nostro stare
insieme. Avevo, poi, già completato e
riprodotto il materiale per
stasera quando, giovedì scorso, sfogliando “La Repubblica”, mi è
capitato di leggere, nelle pagine culturali, di un dibattito
su “L’Occidente tra Fede e Ragione” tra il filosofo Habermas
e il cardinale Ratzinger, dal quale emergeva forte l’esigenza di una
nuova convergenza tra laici e cattolici. E vi ho trovato una singolare
assonanza con il tema da me scelto: UN SENSO ALLA VITA – Insieme- in
ricerca- senza esclusioni. Sottotitolo rivolto non tanto alla comunità,
quanto soprattutto alla società, fatta appunto di credenti e non
credenti. Dopo aver letto il resoconto di quel
dibattito, mi è parso più efficace
integrare il titolo dame scelto
in questo modo: UN SENSO
ALLA VITA TRA FEDE E RAGIONE. Siamo certamente in una fase storica
estremamente complessa e complicata, in cui, proprio Habermas denuncia:
“i deragliamenti della modernità, le nuove pericolose tendenze
contemporanee allo svuotamento dei contenuti della democrazia, e ad una
perdita di valori e di memoria”. E
riconosce che. “nel mondo cristiano, confessioni, fedi, comunità
religiose hanno tenuto vivi per secoli sensibilità e valori etici, quali
perdono e dialogo, errore, salvezza, liberazione, compassione che altrove
nella modernità si vanno perdendo”. E per quanto noi tutti non siamo mai
stati teneri con le posizioni del cardinale Ratzinger, è onesto però
segnalare l’importante affermazione che fa quando sostiene che:
“l’Occidente non può pretendere di proporsi quale cultura
universale”. Per l’Eucarestia di stasera vi
propongo un primo blocco di letture tratte Dagli Evangeli la cui selezione
risponde all’esigenza di
scavare dentro i contenuti di fondo della proposta di fede presente
nel Vangelo per ricavarne una sorta di identità del cristiano. Cosa emerge?
Che l’invito all’amore per Dio è sempre accompagnato
all’invito all’amore per l’altro, per il prossimo. Insomma, non c’è
amore per Dio che non si traduca concretamente nell’amore per le persone
che concretamente incrociamo nella nostra vita
e che non si traduca nell’impegno più generale per il Regno di
Dio, cioè un nuovo ordine del mondo o come si dice oggi un
altro mondo possibile. Infatti, come leggiamo in
Luca, 4 Gesù è
venuto a liberare gli oppressi. Tutti gli episodi legati alle offerte,
ai sacrifici, alle trasgressioni di sabato, vengono risolti da Gesù con
l’affermazione del primato dell’uomo sul tempio (casta sacerdotale,
liturgie,norme, ecc.) e del primato della misericordia sui sacrifici. Ed è importante anche l’episodio
del fariseo e del pubblicano dove si salva non chi afferma con presunzione
di essere un giusto, quasi in
contrapposizione agli altri e,
quindi, in una dimensione, come dire, “corporativa” della salvezza ma
chi ammette con onestà limiti ed errori, riconoscendosi nella
fragilità della condizione umana.Ed infine il
Giudizio Finale dove gli unici parametri di valutazione sono, come
dice spesso Enzo Mazzi, le relazioni vitali che segnano la nostra concreta
esistenza: “In verità vi dico che tutte le volte che avete fatto ciò a
uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!” Insomma, una proposta di fede, quella
cristiana, continuamente “spiazzante” che, a mio parere, rende
“sfuggente” l’identità del cristiano, se non vogliamo assumere la
definizione suggestiva ma forse
troppo impegnativa che ha dato Zanotelli proprio alla nostra Scuola di
Pace: il cristiano come persona un po’ folle e un po’ rivoluzionaria. Con la seconda parte dell’itinerario
tematico, vi propongo un blocco di brevi letture che danno conto, solo
parzialmente ovviamente, delle tante diverse risposte che vengono date al
messaggio di fede da credenti e non credenti per quanto, come dice Jacques
Gaillot,: “accomunati tutti da un bisogno di spiritualità e da
convinzioni profonde. C’è qualcosa che supera l’azione e che dà un
senso. L’ideale, la fede nell’essere umano sono in questi casi dei
valori importanti ai quali possono partecipare credenti e non credenti. E una forma di religiosità – lo
dice lui stesso – esprime un laico come Norberto Bobbio, mentre un
profondo credente come David Maria Turoldo, nella bellissima poesia
“Oltre la foresta” esprime tutta la sua difficoltà a trasmettere il
senso di un divino inafferrabile, fino a Balducci che da credente dichiara
che la ritrosia per la qualifica di cristiano, l’appartenenza ad una
religione che si aggiunge ad altre religioni, e che- a chi gli chiede di
rappresentare una identità, risponde:”Non sono che un uomo”. Ed è su questo asse che si pone la
riflessione che Gentiloni riporta su “Il Manifesto” riferita ad un
saggio dello studioso cattolico Giuseppe Ruggieri, comparso su “Il
Regno” di luglio 2003, nel senso cioè di un Cristo che non si
contrappone ma riassume. Dice infatti Ruggieri: “A me sembra che il
concetto cristiano di verità , almeno nella sua manifestazione in Cristo,
rimandi ad un altro orizzonte: quello della verità capace di accogliere
l’altro proprio nella sua diversità e che manifesta, proprio in questa
sua capacità di riconoscimento e di accoglienza dell’altro, la sua
origine dal Padre”. In conclusione, io penso – anche per gli spunti di riflessione che ricavo dall’itinerario tematico di stasera (contenuti e caratteri continuamente spiazzanti della proposta di fede – identità sfuggente - un po’ folle e un po’ rivoluzionaria – del cristiano - una religione non religione - una fede che propone verità che non si contrappongono ma riassumono accogliendo le diversità, e quindi una Verità in continuo divenire) che la ricerca per dare un senso alla vita di tutti noi e per cambiare, nella libertà e nella giustizia, l’ordine esistente delle cose trovi nel dialogo tra fede e ragione (nello spirito indicato da Gaillot) un elemento di grande fecondità. Una dialettica feconda e vitale che non riguarda solo credenti e non credenti come mondi separati che dialogano, ma riguarda spesso le stesse comunità di credenti, riguarda tante volte noi stessi. Porsi con serenità e leggerezza, e non con lacerazione ed angoscia, di fronte a questa dialettica, può essere il nuovo spirito dell’uomo moderno. LA PROPOSTA DI FEDEIL
PRIMO DEI
COMANDAMENTI (Marco,12) Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto,gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” Gesù rispose: “Il primo è:Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questo.” LA MISSIONE
(Luca, 4) Gesù si recò a Nazareth, dove era stato allevato, ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo di Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Allora
Gesù cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta
questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi.” GESU’ E LA QUESTIONE DEL
SABATO (Matteo, 12) Un giorno Gesù passava attraverso i campi di grano. Era sabato, e i suoi discepoli strapparono alcune spighe e le mangiarono perché avevano fame. I farisei se ne accorsero, e allora dissero a Gesù: “Guarda! I tuoi discepoli fanno ciò che la nostra legge non permette di fare nel giorno del riposo. Gesù rispose: “Ma non avete letto nella Bibbia che cosa fece Davide un giorno che lui e i suoi compagni avevano fame? Come sapete, entrò nel tempio e tutti mangiarono i pani offerti a Dio. Non avrebbero potuto mangiarli, perché la legge dice che soltanto i sacerdoti possono mangiare quei pani. Oppure, non avete letto nei libri della legge di Mosè che cosa fanno i sacerdoti? Quando è sabato, essi nel tempio non seguono la legge del riposo, eppure non sono colpevoli. Ebbene, io vi assicuro che qui c’è qualcuno che è più importante del tempio! Se voi sapeste veramente il significato di queste parole della Bibbia: Voglio la misericordia, non i sacrifici – non avreste condannato uomini senza colpa. Il Figlio dell’uomo è padrone del sabato. PARABOLA DEL FARISEO E DEL
PUBBLICANO (Luca, 18) Poi Gesù raccontò un’altra parabola per alcuni che si ritenevano giusti e disprezzavano gli altri. Disse: “Una volta c’erano due uomini: uno era fariseo e l’altro era un agente delle tasse. Un giorno salirono al tempio per pregare. Il fariseo se ne stava in piedi e pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio perché io non sono come gli altri uomini: ladri, imbroglioni, adulteri. Io sono diverso anche da quell’agente delle tasse. Io digiuno due volte alla settimana e offro al tempio la decima parte di quello che guadagno.” L’agente delle tasse invece si fermò indietro e non voleva neppure alzare lo sguardo al cielo. Anzi si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me, sono un povero peccatore!” “Vi assicuro che l’agente delle tasse tornò a casa perdonato; l’altro invece no. Perché, chi si esalta sarà abbassato; chi invece si abbassa sarà innalzato.” LA COLLERA E LA PACE
(Matteo, 5) Sapete che nella Bibbia è stato detto ai nostri padri: Non uccidere. Chi ucciderà un altro, sarà portato davanti al giudice. Ma io vi dico: anche se uno va in collera contro suo fratello sarà portato davanti al giudice. Perciò, se stai portando la tua offerta all’altare di Dio e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì l’offerta davanti all’altare e vai a far pace con tuo fratello, poi torna e presenta la tua offerta. IL GIORNO DEL GIUDIZIO
(Matteo, 25) Quando il Figlio dell’uomo verrà nel suo splendore, insieme con gli angeli, si siederà sul suo trono glorioso. Tutti i popoli della terra saranno riuniti di fronte a lui ed egli li separerà in due gruppi, come fa il pastore quando separa le pecore dalle capre: metterà i giusti da una parte e i malvagi dall’altra. Allora il re dirà ai giusti: “Venite, voi che siete i benedetti dal Padre mio; entrate nel regno che è stato preparato per voi fin dalla creazione del mondo. Perché, io ho avuto fame e voi mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato nella vostra casa; ero nudo e mi avete dato i vestiti; ero malato e siete venuti a curarmi; ero in prigione e siete venuti a trovarmi. E i giusti diranno: “Signore, ma quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo incontrato forestiero e ti abbiamo ospitato nella nostra casa, o nudo e ti abbiamo dato i vestiti. Quando ti abbiamo visto malato o in prigione e siamo venuti a trovarti? Il re risponderà: “In verità, vi dico che tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me !” LE RISPOSTEIO
NON CREDO
(Norberto Bobbio - da
“La Repubblica” dell’11/01/04 Io non credo. Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi. Quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non riesco a percorrere. Resto uomo della mia ragione limitata e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo “la mia religiosità”. Non so se è giusto, ma in fondo coincide con quello che pensano le persone religiose di fronte al mistero. LA VITA PRIMA DELLA MORTE
(Jacques Gaillot - da
“Adista” del 20/12/03) Un filosofo molto popolare in Francia mi confidava: “Credo che dopo la morte non c’è niente. C’è il nulla. Ecco perché sono ateo. Per me dopo la morte di Gesù sulla croce non c’è risurrezione. Tutto finisce sulla croce. Ho molta ammirazione per il modo in cui l’uomo di Nazareth ha condotto la sua vita. Conservo di lui il valore dell’amore che illumina la mia vita. Ciò che mi interessa non è la vita dopo la morte, è la vita prima della morte. OLTRE LA FORESTA
(David Maria Turoldo -
da “Canti ultimi” Garzanti 1991) Fratello ateo, nobilmente pensoso / alla ricerca di un Dio che io non so darti, / attraversiamo insieme il deserto. / Di deserto in deserto andiamo / oltre la foresta delle fedi / liberi e nudi verso / il nudo Essere / e là / dove la Parola muore / abbia fine il nostro cammino. NON SONO CHE UN UOMO (Ernesto Balducci - da “L’uomo planetario”) La qualifica di cristiano mi pesa. Mi da soddisfazione sapere che i primi credenti in Cristo la ignoravano. “Non sono che un uomo”: ecco un’espressione neotestamentaria in cui la mia fede meglio si esprime. E’ vicino il giorno in cui si comprenderà che Gesù di Nazareth non intese aggiungere una nuova religione a quelle esistenti, ma, al contrario, volle abbattere tutte le barriere che impediscono all’uomo di essere fratello all’uomo e specialmente all’uomo più diverso, più disprezzato. … Se invece noi decidiamo, spogliandoci di ogni costume di violenza, anche di quello divenuto struttura della mente, di morire al nostro passato e di andarci incontro l’un l’altro con le mani colme delle diverse eredità, per stringere tra noi un patto che bandisca ogni arma e stabilisca i modi della comunicazione creaturale, allora capiremo il senso del frammento che ora ci chiude nei suoi confini. E’ questa la mia professione di fede, sotto le forme della speranza. Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo. RIFLESSIONI (brevi, per compensare la lunghezza del testo base) PADRE
NOSTRO SCAMBIO DI PACE PREGHIERA EUCARISTICA E’ con i sentimenti che abbiamo liberamente manifestato, con la voglia di far convivere tutte le differenze, che stasera noi tutti, uomini e donne della comunità e chiunque altro presente e partecipe, vogliamo testimoniare la nostra appartenenza alla universale famiglia umana, nella perenne memoria di quanto Gesù fece durante la cena pasquale allorquando, con i suoi amici, prese del pane, rese grazie, lo spezzò e lo distribuì dicendo: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo che è dato per voi” Poi prese il calice del vino, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue, offerto per tutti i popoli. Fate questo in memoria di me. CONCLUDENDO… L’ULTIMO
DISCORSO (Martin Luther
King ) Il
13 aprile 1968 parla ai netturbini di Memphis in sciopero che chiedevano
il riconoscimento dei propri diritti di lavoratori. Sarà l’ultimo
profetico discorso del leader nero: il giorno dopo verrà assassinato. “Tutti noi, ogni tanto immagino, pensiamo al giorno in cui resteremo vittime di quello che è il definitivo comune denominatore della vita: quella cosa che chiamiamo morte. Non ci penso in maniera morbosa. Di tanto in tanto mi domando: “che cosa vorrei che dicessero?”. E stamani lascio a voi la parola. Quel giorno mi piacerebbe che si dicesse: Martin Luther King ha cercato di dedicare la vita a servire gli altri. Quel giorno mi piacerebbe che si dicesse: Martin Luther King ha cercato di amare qualcuno. Vorrei che diceste, quel giorno, che ho cercato di essere giusto sulla questione della guerra. Quel giorno vorrei che poteste dire che ho davvero cercato di dar da mangiare agli affamati. E vorrei che poteste dire, quel giorno, che nella mia vita ho davvero cercato di vestire gli ignudi. Vorrei che diceste, quel giorno, che veramente ho cercato, nella mia vita, di visitare i carcerati. Vorrei che diceste che ho cercato di amare e servire l’umanità. Sì, se volete dire che sono stato una grancassa, dite che sono stato una grancassa per la giustizia. Dite che sono stato una grancassa per la pace. Sono stato una grancassa per la rettitudine. E tutte le altre cose di superficie non conteranno. Non avrò denaro da lasciare dietro di me. Non avrò le cose belle e lussuose della vita da lasciare dietro di me. Ma io voglio avere soltanto una vita impegnata da lasciarmi alle spalle. Ed è tutto quello che volevo dire. Se riesco ad aiutare qualcuno mentre passo, se riesco a rallegrare qualcuno con una parola o con un canto, se riesco a mostrare a qualcuno che sta andando nella direzione sbagliata, allora sarò non vissuto invano. Se riesco a fare il mio dovere come dovrebbe un cristiano, se riesco a portare la salvezza ad un mondo che è stato plasmato, se riesco a diffondere il messaggio come il Maestro ha insegnato, allora la mia vita non sarà stata invano. |
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