L'esempio
che arriva da sud
Un
anno di lotta dal basso per l'acqua pubblica gestita con capitali pubblici
e finalmente ieri il voto: si è raggiunto il numero legale e il consiglio
dell'Ato 2 ha approvato il ritiro della delibera del 23 novembre 2004,
abbiamo così ottenuto una grande vittoria di cui è giusto gioire.
Bisogna, infatti, essere fieri di un risultato conquistato lavorando dal
basso, senza finanziamenti e senza appoggi dai partiti, ma creando
comitati civici in tutto l'Ato2: un lavoro capillare svolto nei 136 comuni
delle province di Napoli e Caserta, comitati che hanno agito insieme dando
una grande lezione a tutto il paese. La strada che abbiamo indicato è
quella di fare rete, lavorare in sinergia a partire dai bisogni reali,
senza cercare o accettare protezioni politiche. L'acqua è un bene
fondamentale il cui accesso deve essere assicurato a tutti, questa la
nostra battaglia, che abbiamo portato avanti con tenacia cercando di
mobilitare la stampa - anche se all'inizio è stato difficile rompere il
silenzio dei giornali sull'argomento - le televisioni locali e,
soprattutto, i consigli circoscrizionali (a Portici ad esempio 21 consigli
hanno votato contro la privatizzazione). Ma una grossa mano a porre il
problema in modo forte alle istituzioni locali ce l'ha data la Notte
Bianca di Napoli, quando mi fu impedito di salire sul palco con Beppe
Grillo. La censura, diventata un caso nazionale, ha costretto la regione
Campania, la provincia e il comune partenopeo a confrontarsi con noi. Ha
costretto i partiti a rivedere le loro posizioni a cominciare dai Ds,
giunti alla fine a una svolta radicale. Ora, finalmente, ammettono che
l'acqua è un bene fondamentale e perciò deve essere gestito dal capitale
pubblico. La società civile, con metodi non violenti, sta finalmente
condizionando la politica, a Napoli per le risorse idriche così come in
Val di Susa con il no alla Tav, a Reggio Calabria con il no al ponte sullo
Stretto, ad Acerra contro l'inceneritore e, ieri, a Scanzano con il no ai
rifiuti tossici. Una società civile organizzata, un soggetto politico che
si pone contro il potere finanziario per la gestione di beni primari, come
l'acqua e l'energia.
Una lotta che non è mai semplice, perché agita da
persone provenienti da diverse esperienze e differenti linguaggi della
politica. Abbiamo tenuto duro anche quando sembrava che nessuno ci
ascoltasse e abbiamo conquistato un obbiettivo importante, ma sappiamo
bene che è solo l'inizio. Ora il nostro compito è vigilare perché si
arrivi davvero alla gestione pubblica delle risorse idriche in un ambito
territoriale che serve tre milioni di persone, l'ambito più grande del
paese, in modo da stabilire un precedente difficile da ignorare, un
esempio non solo per la Campania ma per l'Italia. Ed è importante che
l'esempio arrivi da Napoli, una città di cui da troppo tempo si
stigmatizzano solo gli aspetti peggiori, ma che sulla questione acqua ha
dato una grande lezione di lotta dal basso contro le istituzioni, quelle
istituzioni che hanno finito per cedere. Oggi si può cominciare a sperare
e si comincia proprio da Napoli.
Napoli,
stop allo scippo dell'acqua
Come la
Bolivia, anche il capoluogo partenopeo vince la sua guerra contro la
privatizzazione dell'«oro blu». Esultano i movimenti, che oggi scendono
in piazza per festeggiare e «vigilare»
ADRIANA
POLLICE
NAPOLI
Sì al
ritiro della delibera del 23 novembre 2004: l'assemblea dei sindaci dell'«Ambito
territoriale ottimale 2 Napoli-Volturno» ha deciso ieri - con una
maggioranza del 62% - di revocare l'atto amministrativo con il quale si
erano aperte le porte alla privatizzazione delle risorse idriche di 136
comuni campani, l'ambito più vasto d'Italia. Una svolta che premia le
lotte dei comitati civici, ma anche un «effetto collaterale» delle
prossime elezioni, a cominciare dalle comunali: a porre la questione la
regione Campania, che non ha titolarità sulla questione ma un notevole
peso politico, la provincia e il comune partenopeo, che da solo detiene il
38% delle quote. Due anni e oltre due milioni di euro spesi dall'assemblea
dell'Ato per non decidere nulla, l'iter deve cominciare d'accapo:
definitivamente revocata l'«apertura delle buste», prevista per oggi,
che avrebbe sancito l'inizio della gestione mista, l'assemblea dovrà
procedere alla costituzione di una società pubblica per la gestione delle
risorse idriche. La mobilitazione è stata così forte da convincere la
sindaca Rosa Russo Iervolino, in corsa per il secondo mandato a Palazzo
San Giacomo, a sconfessare la gestione mista. Radicale cambio di rotta
anche per i Ds, capitanati da Bassolino, che dal blog
annunciava la sua presenza alla manifestazione di oggi pro acqua pubblica.
«Invitiamo il governatore a restare nelle sue stanze, come ha sempre
fatto quando si trattava di incontrare i movimenti» l'hanno consigliato
di rimando i comitati civici, rincarando: «la partecipazione del
responsabile primo dei processi di privatizzazione dell'acqua nella nostra
regione è da ascriversi a quello che pubblicamente abbiamo definito il
gioco delle tre carte».
Non convince i comitati nemmeno il progetto di legge
della giunta regionale per costituire Campaniacque, la Spa a capitale
pubblico che dovrebbe sostituire Eniacqua (dopo la bocciatura del Tar)
nella gestione delle infrastrutture idriche. Bassolino dovrebbe ottenere
la maggioranza dei consensi in consiglio e vincere a metà febbraio il
ricorso della società, che ha in affidamento le infrastrutture fino al
2017, quindi indennizzare i soci privati, in primis Gaetano Caltagirone.
Campaniacque, comunque, non scongiura il rischio che
la distribuzione - cioè l'arrivo dell'acqua ai rubinetti - finisca ai
privati. Così i comitati vigilano: oggi alle 11.30 assemblea presso
l'aula magna della facoltà d'ingegneria, alle 15 presidio alla sede
dell'Ato2 in via Console 3, alle 18.30 l'Acqua Parade a
piazza Dante: «Ci riprendiamo i luoghi simbolo della nostra lotta. Dalla
sede dell'ambito territoriale ci congiungeremo con il presidio dei
comitati dell'Ato3 a via Santa Brigida e, infine, ci riprendiamo piazza
Dante», dove si consumò durante la Notte bianca la censura a padre Alex
Zanotelli e Beppe Grillo. A tornare sul luogo del «misfatto» saranno
proprio Grillo e il padre comboniano, con loro Dario Fo e il governatore
della Puglia Nichi Vendola.
Sul tavolo resta, dunque la questione della gestione
pubblica, degli interessi economici in gioco: «Bisogna tornare a
discuterne nei consigli comunali - afferma Salvatore Carnevale -. Il
comune di Napoli, ad esempio, il 29 settembre 1996 con una delibera assegnò
alla Merrill Lynch il diritto di prelazione sulle azioni dell'Arin, a
copertura dei Boc emessi allora. Quella delibera non è stata mai
revocata, e nel silenzio generale molti interessi continuano a celarsi
dietro i servizi pubblici».
il
manifesto 31 gennaio 2006
Sconfitta
la Bolkestein alla napoletana
Cinque
rinvii della gara di appalto, ricorsi e manifestazioni. Un anno di
battaglie
Il Vesuvio «privato» Nel frattempo, nell'Ato3
sono già entrati colossi come la francese Vivendi. A Salerno invece i
servizi idrici sono rimasti pubblici
FRANCESCA
PILLA
NAPOLI
Domandare
a un napoletano se ritiene opportuno che la distribuzione dell'acqua sia
affidata a imprese private, equivale a sentirsi rispondere - sia questi un
forzitaliota convinto, un fascista oppure un vecchio comunista, un
anarchico, un mastelliano
- «ma che state dicendo?, non scherziamo, tra poco ci faranno pagare
anche l'aria». La nostra piccola inchiesta certo non può essere
equiparata a un sondaggio, ma alla vigilia della manifestazione indetta
dai comitati civici contro la privatizzazione e nel giorno della revoca
della delibera che apriva la strada ai privati, un po' di interviste «per
strada» hanno chiarito alcuni punti. Primo, le persone a
naso non si
fidano della funzione del mercato quale regolatore degli appetiti
imprenditoriali, in altre parole la maggior parte degli intervistati teme
un rincaro esorbitante delle bollette. Secondo, nelle strade in parecchi
non sapevano che qualcuno (136 comuni dell'Ato2) aveva intenzione di «smantellare»
la rete idrica che porta acqua nelle case di 2 milioni e 743 mila
abitanti. Infine, nel centro storico i napoletani non avevano la più
pallida idea che a pochi metri di distanza, al Jolly Hotel, si decideva il
futuro dell'acqua pubblica, e neppure immaginavano che esistessero
comitati civici pronti a opporsi a una decisione negativa. Ieri
l'assemblea che il 23 novembre del 2004 aveva votato per la gestione «mista»,
ha deciso di revocare la formula ambigua che vedeva la compartecipazione
di pubblico e privato nella gestione degli acquedotti della provincia di
Napoli e Caserta (49% affidato alle imprese, 51% ai comuni). I motivi di
quella decisione ancora adesso sono poco chiari. Secondo alcuni
rappresentanti istituzionali era stata determinata dall'impossibilità di
gestire «in house»
il carrozzone delle reti idriche che, tra l'altro, hanno bisogno di
urgenti interventi d'ammodernamento (gli impianti sprecano circa il 48%
dell'acqua erogata e in alcune zone si supera addirittura il 60%), e dalla
necessità di adeguare l'affidamento alla legislazione europea.
Ma la Campania è ai primi posti, con la Sicilia, nei
finanziamenti statali per le carenze del servizio idrico, e le stesse
norme dell'Unione europea consentono la gestione pubblica. Quindi
se i comuni avevano scelto il mercato era soprattutto per allinearsi alle
politiche di privatizzazione nostrane - pur se da Bruxelles gli inviti ad
«aprire i servizi» sono stati copiosi, e il conflitto è aperto anche a
livello europeo, come testimonia la Bolkestein. Nel napoletano in un anno
e un mese di scontro con il movimento ci sono stati cinque rinvii per
l'apertura della gara d'appalto, una sentenza negativa del Tar, pagine di
ricorsi, anche al Consiglio di stato, una lettera aperta del Comitato
nazionale per l'acqua, decine di comitati civici costituiti nei vari
comuni interessati. Ne sono conseguite proteste a catena con l'occupazione
degli edifici Arin (l'Azienda reti idriche che ormai cade a pezzi) e
l'appoggio ai lavoratori che rischiano il posto, manifestazioni di piazza,
uno sciopero della fame a staffetta, assemblee fiume indette dal movimento
e sostenute da Alex Zanotelli, il padre comboniano che ha lanciato per
primo l'allarme sui rischi della privatizzazione.
Eppure, se per il momento l'Ato2 può cantare
vittoria, il «Vesuvio» è già stato privatizzato. L'Ato3, l'ambito
sarnese-vesuviano con il suo milione e 500mila utenti è stata, infatti,
una delle prime aree a essere affidata in Italia. Qui la Gori,
società pubblica, ha da alcuni anni ceduto consistenti quote ai privati.
A entrare nell'affare per prima è stata la Icar, di cui era socia di
maggioranza Marilù Faraone Mennella, moglie di Antonio D'Amato, ex
presidente di Confindustria; poi sono arrivate l'ex municipalizzata romana
Acea e l'Enel Hydro «figlia» del colosso francese Vivendi, ma anche
aziende meno note come Dm e la controllata Consorzio Feronia, Sgi, Siba,
Ctida, Lotti. I comitati locali denunciarono immediatamente che le tariffe
in venti anni sarebbero aumentate fino al 48% e dopo una lunga
mobilitazione negli ultimi mesi sono riusciti a coinvolgere gli utenti in
una protesta che colpisce direttamente le imprese: non si pagano le
bollette, e la «disobbedienza» in alcuni comuni vesuviani tocca il 70%.
Nel frattempo il sindaco di Nola Felice Napoletano (Fi)
ha tentato il colpo di mano nei confronti della Gori, riunendo molti primi
cittadini e presentando un ricorso al Tar per strappare alla società la
concessione trentennale. L'idea è quella di sostituire la società mista
con il consorzio Campania Felix, ma la partita è ancora tutta da giocare.
Tranne per la società dell'ex lady Confindustria. Il 4 gennaio l'Icar,
azienda molto chiacchierata per la ricostruzione post-terremoto è
fallita. Ma sembra che la signora Mennella sia riuscita a cedere tutte le
quote dell'azienda prima che finissero nelle mani del procuratore
fallimentare. In Campania infine c'è l'Ato4, dove il controllo è
completamente pubblico, affidato alla Servizi idrici integrati salernitani,
mentre l'Ato1, Calore Irpino, resta l'unico ambito che deve ancora
decidere se e quando assegnare la sua rete.