L'ACQUA E' UN DIRITTO FONDAMENTALE

ALEX ZANOTELLI

ADRIANA POLLICE

FRANCESCA PILLA

il manifesto 31 gennaio 2006

L'esempio che arriva da sud

Un anno di lotta dal basso per l'acqua pubblica gestita con capitali pubblici e finalmente ieri il voto: si è raggiunto il numero legale e il consiglio dell'Ato 2 ha approvato il ritiro della delibera del 23 novembre 2004, abbiamo così ottenuto una grande vittoria di cui è giusto gioire. Bisogna, infatti, essere fieri di un risultato conquistato lavorando dal basso, senza finanziamenti e senza appoggi dai partiti, ma creando comitati civici in tutto l'Ato2: un lavoro capillare svolto nei 136 comuni delle province di Napoli e Caserta, comitati che hanno agito insieme dando una grande lezione a tutto il paese. La strada che abbiamo indicato è quella di fare rete, lavorare in sinergia a partire dai bisogni reali, senza cercare o accettare protezioni politiche. L'acqua è un bene fondamentale il cui accesso deve essere assicurato a tutti, questa la nostra battaglia, che abbiamo portato avanti con tenacia cercando di mobilitare la stampa - anche se all'inizio è stato difficile rompere il silenzio dei giornali sull'argomento - le televisioni locali e, soprattutto, i consigli circoscrizionali (a Portici ad esempio 21 consigli hanno votato contro la privatizzazione). Ma una grossa mano a porre il problema in modo forte alle istituzioni locali ce l'ha data la Notte Bianca di Napoli, quando mi fu impedito di salire sul palco con Beppe Grillo. La censura, diventata un caso nazionale, ha costretto la regione Campania, la provincia e il comune partenopeo a confrontarsi con noi. Ha costretto i partiti a rivedere le loro posizioni a cominciare dai Ds, giunti alla fine a una svolta radicale. Ora, finalmente, ammettono che l'acqua è un bene fondamentale e perciò deve essere gestito dal capitale pubblico. La società civile, con metodi non violenti, sta finalmente condizionando la politica, a Napoli per le risorse idriche così come in Val di Susa con il no alla Tav, a Reggio Calabria con il no al ponte sullo Stretto, ad Acerra contro l'inceneritore e, ieri, a Scanzano con il no ai rifiuti tossici. Una società civile organizzata, un soggetto politico che si pone contro il potere finanziario per la gestione di beni primari, come l'acqua e l'energia.

Una lotta che non è mai semplice, perché agita da persone provenienti da diverse esperienze e differenti linguaggi della politica. Abbiamo tenuto duro anche quando sembrava che nessuno ci ascoltasse e abbiamo conquistato un obbiettivo importante, ma sappiamo bene che è solo l'inizio. Ora il nostro compito è vigilare perché si arrivi davvero alla gestione pubblica delle risorse idriche in un ambito territoriale che serve tre milioni di persone, l'ambito più grande del paese, in modo da stabilire un precedente difficile da ignorare, un esempio non solo per la Campania ma per l'Italia. Ed è importante che l'esempio arrivi da Napoli, una città di cui da troppo tempo si stigmatizzano solo gli aspetti peggiori, ma che sulla questione acqua ha dato una grande lezione di lotta dal basso contro le istituzioni, quelle istituzioni che hanno finito per cedere. Oggi si può cominciare a sperare e si comincia proprio da Napoli.

Napoli, stop allo scippo dell'acqua


Come la Bolivia, anche il capoluogo partenopeo vince la sua guerra contro la privatizzazione dell'«oro blu». Esultano i movimenti, che oggi scendono in piazza per festeggiare e «vigilare»
ADRIANA POLLICE
NAPOLI
Sì al ritiro della delibera del 23 novembre 2004: l'assemblea dei sindaci dell'«Ambito territoriale ottimale 2 Napoli-Volturno» ha deciso ieri - con una maggioranza del 62% - di revocare l'atto amministrativo con il quale si erano aperte le porte alla privatizzazione delle risorse idriche di 136 comuni campani, l'ambito più vasto d'Italia. Una svolta che premia le lotte dei comitati civici, ma anche un «effetto collaterale» delle prossime elezioni, a cominciare dalle comunali: a porre la questione la regione Campania, che non ha titolarità sulla questione ma un notevole peso politico, la provincia e il comune partenopeo, che da solo detiene il 38% delle quote. Due anni e oltre due milioni di euro spesi dall'assemblea dell'Ato per non decidere nulla, l'iter deve cominciare d'accapo: definitivamente revocata l'«apertura delle buste», prevista per oggi, che avrebbe sancito l'inizio della gestione mista, l'assemblea dovrà procedere alla costituzione di una società pubblica per la gestione delle risorse idriche. La mobilitazione è stata così forte da convincere la sindaca Rosa Russo Iervolino, in corsa per il secondo mandato a Palazzo San Giacomo, a sconfessare la gestione mista. Radicale cambio di rotta anche per i Ds, capitanati da Bassolino, che dal blog annunciava la sua presenza alla manifestazione di oggi pro acqua pubblica. «Invitiamo il governatore a restare nelle sue stanze, come ha sempre fatto quando si trattava di incontrare i movimenti» l'hanno consigliato di rimando i comitati civici, rincarando: «la partecipazione del responsabile primo dei processi di privatizzazione dell'acqua nella nostra regione è da ascriversi a quello che pubblicamente abbiamo definito il gioco delle tre carte».

Non convince i comitati nemmeno il progetto di legge della giunta regionale per costituire Campaniacque, la Spa a capitale pubblico che dovrebbe sostituire Eniacqua (dopo la bocciatura del Tar) nella gestione delle infrastrutture idriche. Bassolino dovrebbe ottenere la maggioranza dei consensi in consiglio e vincere a metà febbraio il ricorso della società, che ha in affidamento le infrastrutture fino al 2017, quindi indennizzare i soci privati, in primis Gaetano Caltagirone.

Campaniacque, comunque, non scongiura il rischio che la distribuzione - cioè l'arrivo dell'acqua ai rubinetti - finisca ai privati. Così i comitati vigilano: oggi alle 11.30 assemblea presso l'aula magna della facoltà d'ingegneria, alle 15 presidio alla sede dell'Ato2 in via Console 3, alle 18.30 l'Acqua Parade a piazza Dante: «Ci riprendiamo i luoghi simbolo della nostra lotta. Dalla sede dell'ambito territoriale ci congiungeremo con il presidio dei comitati dell'Ato3 a via Santa Brigida e, infine, ci riprendiamo piazza Dante», dove si consumò durante la Notte bianca la censura a padre Alex Zanotelli e Beppe Grillo. A tornare sul luogo del «misfatto» saranno proprio Grillo e il padre comboniano, con loro Dario Fo e il governatore della Puglia Nichi Vendola.

Sul tavolo resta, dunque la questione della gestione pubblica, degli interessi economici in gioco: «Bisogna tornare a discuterne nei consigli comunali - afferma Salvatore Carnevale -. Il comune di Napoli, ad esempio, il 29 settembre 1996 con una delibera assegnò alla Merrill Lynch il diritto di prelazione sulle azioni dell'Arin, a copertura dei Boc emessi allora. Quella delibera non è stata mai revocata, e nel silenzio generale molti interessi continuano a celarsi dietro i servizi pubblici».

il manifesto 31 gennaio 2006

 

Sconfitta la Bolkestein alla napoletana
Cinque rinvii della gara di appalto, ricorsi e manifestazioni. Un anno di battaglie


Il Vesuvio «privato» Nel frattempo, nell'Ato3 sono già entrati colossi come la francese Vivendi. A Salerno invece i servizi idrici sono rimasti pubblici

FRANCESCA PILLA
NAPOLI

Domandare a un napoletano se ritiene opportuno che la distribuzione dell'acqua sia affidata a imprese private, equivale a sentirsi rispondere - sia questi un forzitaliota convinto, un fascista oppure un vecchio comunista, un anarchico, un mastelliano - «ma che state dicendo?, non scherziamo, tra poco ci faranno pagare anche l'aria». La nostra piccola inchiesta certo non può essere equiparata a un sondaggio, ma alla vigilia della manifestazione indetta dai comitati civici contro la privatizzazione e nel giorno della revoca della delibera che apriva la strada ai privati, un po' di interviste «per strada» hanno chiarito alcuni punti. Primo, le persone a naso non si fidano della funzione del mercato quale regolatore degli appetiti imprenditoriali, in altre parole la maggior parte degli intervistati teme un rincaro esorbitante delle bollette. Secondo, nelle strade in parecchi non sapevano che qualcuno (136 comuni dell'Ato2) aveva intenzione di «smantellare» la rete idrica che porta acqua nelle case di 2 milioni e 743 mila abitanti. Infine, nel centro storico i napoletani non avevano la più pallida idea che a pochi metri di distanza, al Jolly Hotel, si decideva il futuro dell'acqua pubblica, e neppure immaginavano che esistessero comitati civici pronti a opporsi a una decisione negativa. Ieri l'assemblea che il 23 novembre del 2004 aveva votato per la gestione «mista», ha deciso di revocare la formula ambigua che vedeva la compartecipazione di pubblico e privato nella gestione degli acquedotti della provincia di Napoli e Caserta (49% affidato alle imprese, 51% ai comuni). I motivi di quella decisione ancora adesso sono poco chiari. Secondo alcuni rappresentanti istituzionali era stata determinata dall'impossibilità di gestire «in house» il carrozzone delle reti idriche che, tra l'altro, hanno bisogno di urgenti interventi d'ammodernamento (gli impianti sprecano circa il 48% dell'acqua erogata e in alcune zone si supera addirittura il 60%), e dalla necessità di adeguare l'affidamento alla legislazione europea.

Ma la Campania è ai primi posti, con la Sicilia, nei finanziamenti statali per le carenze del servizio idrico, e le stesse norme dell'Unione europea consentono la gestione pubblica. Quindi se i comuni avevano scelto il mercato era soprattutto per allinearsi alle politiche di privatizzazione nostrane - pur se da Bruxelles gli inviti ad «aprire i servizi» sono stati copiosi, e il conflitto è aperto anche a livello europeo, come testimonia la Bolkestein. Nel napoletano in un anno e un mese di scontro con il movimento ci sono stati cinque rinvii per l'apertura della gara d'appalto, una sentenza negativa del Tar, pagine di ricorsi, anche al Consiglio di stato, una lettera aperta del Comitato nazionale per l'acqua, decine di comitati civici costituiti nei vari comuni interessati. Ne sono conseguite proteste a catena con l'occupazione degli edifici Arin (l'Azienda reti idriche che ormai cade a pezzi) e l'appoggio ai lavoratori che rischiano il posto, manifestazioni di piazza, uno sciopero della fame a staffetta, assemblee fiume indette dal movimento e sostenute da Alex Zanotelli, il padre comboniano che ha lanciato per primo l'allarme sui rischi della privatizzazione.

Eppure, se per il momento l'Ato2 può cantare vittoria, il «Vesuvio» è già stato privatizzato. L'Ato3, l'ambito sarnese-vesuviano con il suo milione e 500mila utenti è stata, infatti, una delle prime aree a essere affidata in Italia. Qui la Gori, società pubblica, ha da alcuni anni ceduto consistenti quote ai privati. A entrare nell'affare per prima è stata la Icar, di cui era socia di maggioranza Marilù Faraone Mennella, moglie di Antonio D'Amato, ex presidente di Confindustria; poi sono arrivate l'ex municipalizzata romana Acea e l'Enel Hydro «figlia» del colosso francese Vivendi, ma anche aziende meno note come Dm e la controllata Consorzio Feronia, Sgi, Siba, Ctida, Lotti. I comitati locali denunciarono immediatamente che le tariffe in venti anni sarebbero aumentate fino al 48% e dopo una lunga mobilitazione negli ultimi mesi sono riusciti a coinvolgere gli utenti in una protesta che colpisce direttamente le imprese: non si pagano le bollette, e la «disobbedienza» in alcuni comuni vesuviani tocca il 70%.

Nel frattempo il sindaco di Nola Felice Napoletano (Fi) ha tentato il colpo di mano nei confronti della Gori, riunendo molti primi cittadini e presentando un ricorso al Tar per strappare alla società la concessione trentennale. L'idea è quella di sostituire la società mista con il consorzio Campania Felix, ma la partita è ancora tutta da giocare. Tranne per la società dell'ex lady Confindustria. Il 4 gennaio l'Icar, azienda molto chiacchierata per la ricostruzione post-terremoto è fallita. Ma sembra che la signora Mennella sia riuscita a cedere tutte le quote dell'azienda prima che finissero nelle mani del procuratore fallimentare. In Campania infine c'è l'Ato4, dove il controllo è completamente pubblico, affidato alla Servizi idrici integrati salernitani, mentre l'Ato1, Calore Irpino, resta l'unico ambito che deve ancora decidere se e quando assegnare la sua rete.