DIO, Il gioioso

 

 

 

di PAULO SUESS

 

“Ah, sempre con questo tuo pessimismo, con questa tua malinconia...”: Così disse Dio a Benedetto XVI.

AUTORE DI QUESTO SCRITTO, PUBBLICATO SULL’AGENZIA
DI INFORMAZIONE SULL’AMERICA LATINA «ADITAL»
(10/05/05), è Paulo Suess, teologo brasiliano della liberazione.

Titolo originale: «ao preparar um sermÃo»

 

Carissimi fratelli e sorelle!

la provvidenza divina mi ha messo nella cattedra di Pietro. Quando l’andamento delle votazioni mi fece comprendere che, per così dire, la ghigliottina sarebbe caduta sul mio collo, sentii il soffio dello Spirito Santo e la mano forte di Giovanni Paolo II che mi dicevano: “non aver paura”.

Dio – Non esageriamo, mio caro Benedetto. Sono io la tua provvidenza divina che parla.

Benedetto – Ah, scusami. Neppure ti ho riconosciuto. Sempre con la tua mania di andare in giro per questo mondo con tante sembianze. Una volta come pellegrino, un’altra come povero, come indigeno, come senza terra.

Dio – Volevo solo dirti di non stressare la provvidenza divina né lo Spirito Santo con la tua elezione. Le conseguenze sarebbero orribili. Passerei come responsabile anche dell’elezione di un Alessandro VI, e, invece di un’elezione, voi potreste tirare dadi dicendo che siete guidati dalla provvidenza divina. Voi della Curia romana avete scelto per 25 anni i cardinali senza la minima partecipazione di questa provvidenza o delle chiese locali. Io non sono stato né contro né a favore della tua elezione. Cosa aggiungere?

Benedetto – Oh, mio Dio. Sei venuto solo per reclamare? Nessuna consolazione? Nessuna carezza? So che alcuni colleghi mi hanno votato per via dell’età che non comporta grande rischio storico. Posso, per caso, dire questo al popolo? Posso? Ecco, il tuo silenzio mi dice di no. Altri mi hanno votato per gratitudine nei confronti di Giovanni Paolo II, che li ha scelti, a volte, malgrado le tante accuse locali che pesavano contro di loro. Abbiamo dovuto toglierne alcuni nottetempo. La maggior parte dei miei elettori vuole che resti tutto come prima. Altri ancora cercavano più sicurezza. Vogliono la mia protezione per un fondamentalismo fast food, tipo catechismo globale. Oh, Gesù, in mezzo a queste aspettative, che devo fare?

Dio – Benedetto, io ti voglio molto bene. Per questo, prima di cominciare, sorridi molto e chiedi perdono ogni giorno. Ho registrato con molta attenzione la generosità del tuo predecessore, il mio caro Karol, che molte volte ha chiesto perdono per i peccati che hanno commesso gli altri. Ha chiesto perdono per la connivenza della Chiesa con i Pogrom contro gli ebrei, per la condanna di Galileo Galilei, per la schiavitù nelle case religiose e nel mondo. Non ha chiesto perdono per gli scivoloni durante la sua visita in Cile, quando chiamò terroristi gli avversari di Pinochet. Neppure ha chiesto perdono quando, in Nicaragua, con l’indice puntato, additò pubblicamente Ernesto Cardenal, umilmente inginocchiato di fronte a lui. Noi brasiliani – il popolo dice che sono brasiliano – non abbiamo gradito. Ora, Benedetto, chiedi perdono per i tuoi peccati.

Benedetto – Come?! Mi confesso ogni mese. Conduco una vita semplice. Perdono coloro che parlano male di me, che sono molti. Il resto… un po’ di vanità. Nulla di grave.

Dio – Benedetto! Non parlo dei tuoi peccati privati. Tu sei, sostanzialmente, un buon soggetto. Pagasti persino la pubblicazione della tesi di dottorato di Boff. Dopo, pare te ne sia pentito. Ecco, io parlo della tua inclinazione al pessimismo, alla malinconia e alla timidezza. Non somatizzare la tristezza, che è anch’essa una conseguenza del peccato originale. Il mondo è fondamentalmente buono. L’ho creato e redento io. Tu hai detto in un’intervista che volevi scrivere un libro sul peccato originale. Scrivi un libro sulla speranza e l’allegria dei poveri! Né la Curia né il clero, bensì i poveri e i giovani trasformeranno il mondo. Il nucleo centrale del tuo progetto siano le vittime: poveri, affamati, oppressi, maltrattati. Essi non sono solo i destinatari del mio progetto, che è il Regno, ma anche i miei rappresentanti nel mondo. Per i poveri conserva sempre il meglio: il tempo migliore, il vestito migliore, lo spazio migliore. Scegli per gli incarichi di fiducia persone giovani, con spirito francescano, senza ambizione di potere, prestigio e privilegio!

Benedetto – Mio Dio, non sono pessimista. Sono realista. Il mondo non è il miglior mondo possibile. Scusa, non ho nulla contro la tua creazione. Il disastro è tutto sul nostro conto. Credo che in questo mondo post-moderno, dove vale tutto e niente, un po’ più di serietà – noi tedeschi siamo specialisti in ciò – potrebbe aiutare la stessa Chiesa a non soccombere al relativismo.

Dio – Non confondere realismo e pessimismo. Realisti sono i latinoamericani! Essi hanno sempre iniziato i loro documenti con uno sguardo sulla realtà, per poi tessere commenti teologici sul mondo reale. Tu sei un idealista con una forte dose di pessimismo. Tu cominci sempre con principi eterni che, apparentemente, non trovano riscontro nella realtà. Pare che il mondo reale infastidisca te e alcuni dei tuoi colleghi. Questi, nelle Conclusioni di Santo Domingo (1992), obbligarono, dal giorno alla notte, l’episcopato latinoamericano a cambiare tutto lo schema del documento: prima la dichiarazione di principi, poi la realtà come un fattore perturbatore della pastorale. Via, mio caro Benedetto! Tu che eri professore di teologia sai che questo non è né pedagogico né teologico. Che ne è del Sitz im Leben (“contesto”, ndt)? Fidati della realtà, del mondo, delle persone! Tutto è stato redento da me. Inoltre, questa sfiducia preventiva ha portato Karol, dietro tua ispirazione, a questa mania di chiedere giuramenti a vescovi, parroci e professori. E giuramento di che? Di fedeltà non a me ma a voi, come anticamente nel sistema feudale. Ho orrore di questi giuramenti! Non relegare l’infallibilità al tuo solo angoletto. Tu sai che il Popolo di Dio partecipa non solo del sacerdozio comune di tutti i fedeli, ma anche dell’infallibilità “nell’atto di fede” (Lumen gentium 12).

Benedetto – Ah, questo Concilio! Ci ha dato un tale mal di testa… Abbiamo cercato di relativizzarlo un po’. Abbiamo posto l’Anno dell’Eucaristia e il Congresso della Gioventù, a Colonia, come eventi per sviare l’attenzione dal processo dei 40 anni di Concilio. Quando la gente insiste sul Vaticano II, io dico: “Concilio sì, ma in una lettura autorizzata”. E chi autorizza, ora, sono io. Immagina se tutti reclamassero “l’infallibilità nell’atto di fede” per se stessi. Gli indigeni pretenderebbero che la loro Teologia India partecipi dell’infallibilità nell’atto di fede, poi verrebbero i sopravvissuti della Teologia della Liberazione a reclamare lo stesso per i documenti di Medellín. E gli asiatici rivendicherebbero anche alla loro Teologia del Dialogo Interreligioso “l’infallibilità”. E, peggio ancora, tutti questi soggetti troverebbero un certo appoggio nelle rispettive Conferenze episcopali. No, Signore! Avevamo bisogno di imporre limiti alle cosiddette riletture della tradizione, della Bibbia e del Concilio. Pertanto, abbiamo svuotato le Conferenze episcopali dichiarando inesistente il loro “statuto teologico”, abbiamo convocato i teologi al nostro Tribunale, ne abbiamo condannati alcuni e abbiamo imposto il silenzio ad altri. Ovviamente abbiamo monitorato anche la Teologia India. Una condanna in più fa meno danno che chiudere un occhio sul fronte della teologia. Mi considero un soldato di Cristo e un pastore di pecore. Ah, e nel mio sermone che dovrei scrivere?

Dio – Mio caro Benedetto, ricordati che sei stato eletto nella Giornata dell’Indio! Il Popolo di Dio non è costituito da reclute né da pecore. La miglior prova a favore della Teologia dell’America Latina sono i martiri del popolo. Inizia il tuo sermone con un “mi confesso peccatore!”. E di’ al mio popolo che avanzi!