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CIRO CASTALDO, UNA VITA PER LE CDB - Cristoforo Palomba– Napoli 3 maggio 2003 |
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La comunità del
Cassano ha voluto lasciare a me l’incarico di ricordare Ciro per la mia
più che trentennale profonda
amicizia personale con lui, sia
per la condivisione del
percorso di fede a
partire dall’esperienza dei gruppi
di base di Torre del Greco, di
Via Blanch ed infine nella
Comunità del Cassano. Quando
la nostra comunità e altre
comunità italiane hanno pensato di ricordare Ciro Castaldo hanno voluto
dare all’incontro un tema, un tema che rispecchiasse al meglio il suo
impegno di vita. Devo dire che non abbiamo
dovuto fare molta fatica, anzi, subito
ci siamo trovati d’accordo nel dare a questo incontro il titolo
“Impegno ecclesiale e laicità della fede”. Si badi bene però, non
vogliamo fare un convegno su questo tema, ma ricordare Ciro col cuore
alla luce delle sue idee forza. Certamente, senza tema di
essere smentiti, l’impegno per una “Chiesa altra” e l’impegno per
una “fede laica” sono stati i due filoni portanti della ricerca
che Ciro ha portato avanti nei 30 e più anni che lo hanno visto
protagonista nell’esperienza delle Comunità cristiane di Base italiane. Per chi in questi anni
avesse frequentato la casa di Ciro, in via Tommaso Blanch (indirizzo
questo noto in tutta Italia perché sede della Segreteria tecnica
nazionale delle CdB) avrebbe, quasi a riprova di quando sto affermando
trovato alle pareti due manifesti: sulla sua scrivania il manifesto
dal titolo “Donne e uomini per una terra di speranza” che rappresenta
il volto di una donna e di un uomo all’interno di due grandi mani,
manifesto del convegno nazionale delle CdB di Napoli
dell’89, che ben esemplifica il concetto di chiesa popolo di Dio
chiamato alla speranza, e un manifesto che campeggia nel suo corridoio
dove si vede un muscoloso Nazareno che si avvicina ad un grosso scudo
crociato difeso da Fanfani, malmena il malcapitato, strappa
la croce dallo scudo e se la rimette sulle sue spalle. E’
l’emblema dell’altro tema, la laicità, che Ciro ha avuto molto a
cuore, è un manifesto
satirico diffuso durante la campagna per il mantenimento della legge sul
divorzio. La figura di Ciro, vedete,
è allo stesso tempo limpida e semplice, ma anche complessa nella sua
lettura. Un uomo che portava allegria e gioia ma anche attento e pensoso a
volte triste, appassionato
della vita comunitaria ma anche
molto solo, determinato nelle sue scelte ma non privo di dubbi e paure,
disponibile ed attento ma anche inflessibile,
buono e sensibile ma anche ironico e sferzante quando necessario. La vita di Ciro Castaldo
è come una medaglia a due facce ambedue importanti, non fosse altro
per il fatto che l’una non potrebbe esserci senza l’altra. Una prima faccia,
quella del seminarista ragazzo che dai primi anni della scuola media entra
in seminario, diventa prete per la Chiesa che è in Torre del Greco,
diventa don Ciro Castaldo, siamo nel 1954 e lo sarà
fino al 1970, 16 anni che vengono vissuti con coerenza e passione.
Fa il viceparroco nella chiesa di Santa Maria del Carmine, diventa rettore
della Chiesa di Santa Maria a Costantinopoli fa l’assistente
dell’Azione Cattolica “Felice Romano” e “Nuova Juventus” ed è
in queste esperienze di educatore che dà il meglio di se, se è vero che
chi in quegli anni lo conobbe porta con se un indelebile ricordo della sua
saggezza e della sua bontà. Pochi giorni dopo la sua
morte ho ricevuto una e-mail di un amico di Ciro che ora vive a Cuneo che,
dopo tanti anni che non lo vedeva, avendo saputo della sua morte scrive, ricordandolo,
una sola frase: “Oggi
ho perso un padre”. E’ un messaggio significativo ed emblematico nella
sua brevità. Ma l’impegno di don Ciro
non si limita allo stretto ambito locale ma assume impegni diocesani come
quello di assistente lavoratori, diventa anche assistente
nell’associazione “Stella Maris” che rivolge la sua attenzione al
mondo dei marittimi allora numerosissimi a Torre del Greco. C’è un momento, però,
in cui qualcosa incomincia a cambiare nell’esperienza di fede di don
Ciro ed è Concilio Vaticano II. Siamo nel 1963. E’ da quel momento che
nuovi orizzonti incominciano ad aprirsi davanti a lui. Studia e legge
avidamente i teologi allora più avanzati ne assimila i messaggi ed
incomincia pian piano ad ampliare i suoi orizzonti di fede. Nel lavoro del Concilio
ripone grandi speranze. Ma finito il Concilio si
accorge che per molti, ed anche per le gerarchie della chiesa napoletana,
si bada a cambiamenti di facciata ma la sostanza del modo di vivere la
Chiesa non cambia. Quel che è più grave il Concilio diventa per molti un
punto di arrivo mentre per lui era soltanto un punto di partenza. A questo proposito vi
voglio leggere quando scriveva Ciro parlando di questi anni, in una sua
comunicazione dopo l’incontro internazionale di Lione tenuto nel 1973: “ Molti cristiani
in Italia hanno sentito la voce del Vaticano II scoprendo così che
bisognava essere protagonisti della propria fede, la quale, essendo stata
trasformata in enunciazioni teoriche o in astrattismi intellettuali ha
ridotto l’annuncio evangelico ad una ideologia mistificante ed
alienante. Il Vangelo è annuncio,
messaggio che diventa, nella concretezza, testimonianza e cioè
coinvolgimento con gli ultimi, con i poveri; è essere gli altri. Essi dunque capirono
che la “parrocchia” non esprimeva una comunità autentica, reale, ma
una istituzione giuridica burocratica-religiosa, avulsa dalla realtà
quotidiana della gente, senza incidenza nelle trasformazioni storiche, ma
piuttosto destinata a conservare un passato che a ricercare un futuro. Si
manifestava allora l’esigenza di una “comunione autentica” tra
credenti che, attraverso un confronto continuo e costante con la realtà,
riuscisse a leggere la Parola nella lotta di liberazione degli sfruttati e
degli oppressi. Una Comunità cioè non distinta, divisa dal mondo, ma
mondo essa stessa, “diaspora” .
La fine degli anni
sessanta diventano, grazie anche a forti fermenti presenti nel giovane
clero napoletano, anni di ricerca, di incontri, di studio, di
approfondimento. Don Ciro non si lascia sfuggire l’occasione e vi
partecipa attivamente alimentando sempre più il bisogno e il desiderio di
profondi cambiamenti di vita. Nascono, nel frattempo,
in Italia le prime esperienze del dissenso, esperienze di chiesa
altra. Per citarne solo alcune ricordiamo l’Isolotto, il Vandalino,
Oregina ecc. Nel 1970 nascono anche a
Torre del Greco i primi gruppi del dissenso. E’ in atto una crisi
profonda dell’Azione Cattolica, e anche Don Ciro sente l’esigenza di
percorrere strade nuove, di rifarsi ad esperienze di fede forti,
nasce così il gruppo “Helder Camara” che si ispira al vescovo
sudamericano, che per una autentica scelta
per i poveri colloca la sua dimora nelle favelas, lontano dai palazzi del
potere. Nel frattempo essendo
ancora rettore della chiesa di Santa Maria a Costantinopoli, accoglie nel
retro sacrestia il gruppo di via XX Settembre che sta percorrendo
l’esperienza di nuove prassi nella celebrazione dell’eucarestia. Ma il momento importante,
che creerà uno spartiacque nella vita di Ciro e non solo nella sua , fu
l’incontro organizzato a Torre dai gruppi di Via Cimaglia, Via XX
Settembre e “Helder Camara” con il professor Domenico Maselli e don
Luigi Rosadoni che aveva fondato a Firenze quella che possiamo considerare
la prima Comunità Cristiana di Base italiana, ossia la comunità della
“Resurrezione”. Fu l’evento che spinse
Ciro e anche altri giovani preti, fra cui il sottoscritto, a scelte ormai
mature, ad intraprendere percorsi nuovi che all’interno delle comunità
parrocchiali non potevano essere intrapresi, anzi erano esplicitamente
repressi. Era come lasciare un porto
sicuro per avventurarsi nel cammino di una ricerca mai sazia, attenta agli
eventi della storia, una fede vissuta giorno per giorno nel coinvolgimento
nelle lotte di liberazione degli uomini. Non sto qui ad
approfondire una serie di eventi che in quegli anni fecero ben capire che
aria spirava in diocesi di Napoli e come questa offrisse pochi spazi per chi credeva ancora che un vero rinnovamento si potesse
verificare nella chiesa napoletana. Il 1971, diventa quindi,
un anno importante per l’esperienza di fede di Ciro, ormai sono
maturi i tempi per scelte radicali, profonde, coerenti con quanto
acquisito teoricamente in quegli anni. E don Ciro non esita a scegliere di essere
‘Ciro Castaldo’. Non è questa una
annotazione polemica, Ciro opera in questo periodo scelte radicali e
profonde e fra queste quella di voler vivere il valore del
ministero sacerdotale come
servizio diluito nella comunità, unica per lui
chiamata a riconoscere i carismi e ad affidare compiti di servizio. Ciro abbandona tutto il
mondo simbolico che lo aveva accompagnato dal seminario fino ad allora.
Rilegge con grande lucidità critica quegli anni, non li rinnega ma vede
nell’assenza di ricerca critica e di libertà nelle esperienze di fede,
specialmente negli anni del seminario, che scherzosamente chiamerà gli
anni del carcere, la causa principale della mancanza di presa di coscienza di tanti preti ed anche di carissimi suoi amici che, pur
condividendo molte cose che lui pensava, non lo seguiranno nelle sue
coraggiose scelte. La sua è una vera
conversione, un distacco totale, radicale, definitivo da una realtà che
in ogni caso lo tutelava. E posso garantirvi che non gli costò poco. Quante volte si poneva interrogativi sulle scelte fatte,
quante volte veniva assalito da dubbi. Ma la sua incrollabile fede
nell’annuncio evangelico rivolto ai poveri agli ultimi lo rassicuravano
sulla giustezza del suo percorso di ricerca che insieme
avevamo intrapreso, e
dico insieme perché Ciro dava grande importanza all’aspetto comunitario
della ricerca di fede, per cui ogni sua scelta, ogni sua prassi la voleva
condividere e confrontare con quella degli altri fratelli di cammino. Gli eventi di Conversano,
di Lavello, di Gioiosa Ionica e anche dei gruppi di Torre del Greco vedono
Ciro protagonista. In particolare Conversano
e Lavello diventano due
esperienze importanti, direi emblematiche. Sembra quasi che sia una
riprova che qualcosa sta maturando nel Sud sul concetto di Chiesa Popolo
di Dio. Un popolo che si riappropria
delle chiese e afferma il suo diritto a vivere da protagonista la
propria fede. Porto in me viva la grande gioia che Ciro provava negli
incontri con il popolo di Lavello, con i contadini che rivendicavano il
loro essere Popolo di Dio e l’esigenza di riappropriarsi della parola
commentandola dall’altare. Furono esperienze, modi di essere chiesa che provocarono allora
immediate e furenti reazioni nelle gerarchie, ma furono anche
percorsi di fede, che aprivano
il cuore di Ciro a grandi speranze. Ecco quando Ciro diceva
delle CdB e dell’impegno di fede nel suo intervento al Convegno di
Napoli dell’89: “….Per
noi cristiani di base, parte integrante della più grande comunità
cristiana, i segni della speranza, le vie della profezia, non possono
avere significanza ed incisività se la Chiesa non si sveste della sua
potenza, del suo potere, sempre più invadente, se non depone il suo
autoritarismo antidemocratico, inconciliabile con i diritti fondamentali
dell’uomo che pur essa predica ovunque…la speranza per un mondo nuovo
oggi, non può che emergere dall’affermazione dell’autonomia politica,
economica e culturale dei paesi del Sud del mondo dove l’interdipendenza
planetaria sia espressione di confronto, di costruttiva collaborazione e
di pacifici rapporti”. Ormai per Ciro il percorso
è delineato non solo a livello teorico ma anche con scelte concrete che
sono la testimonianza di quanto acquisito, e tutto questo in un contesto
difficile anzi ostile come quello di Torre del Greco, che è una delle
città più grandi della Campania
per popolazione dopo Napoli, ma è anche una città molto chiusa e
refrattaria ai cambiamenti sia ecclesiali che politici. E’ l’anno in cui tra i
gruppi di base di Torre matura l’esigenza di testimoniare le scelte
anticoncordatarie in relazione all’insegnamento di religione. Un gruppo
di studenti presenta richiesta al preside di esonero dall’insegnamento
della religione proprio in forza della propria fede cristiana. Ed è
l’anno del documento di otto preti fra cui Ciro con il quale si rinuncia
all’insegnamento di religione “La fede non si insegna, si vive”. Il Documento verrà
ufficialmente promulgato a Roma in occasione del primo incontro nazionale
delle comunità di base e dei gruppi del dissenso sul tema “Strutture
clericali: Concordato come strumento di potere contro la liberazione del
popolo di Dio, contro l’unità delle masse contadine, contro la
giustizia nel mondo”. Fu proprio alla fine di
questo incontro che incominciò a delinearsi l’esigenza di collegare in
qualche modo fra loro tutte le realtà ecclesiali del dissenso, le comunità
cristiane di base e i gruppi informali,
realtà molto diverse tra loro, un magma di esperienze
che pur nelle loro diversità avevano delle speranze comuni che
potevano forse essere confrontate e in qualche modo collegate. Accadde così che la
scelta, forse per evitare leadership forti da parte di comunità più
grandi e strutturate che potessero dare un’impronta troppo propria e
caratterizzata al
collegamento, cadde sui gruppi di Torre del Greco ed in particolare sul
gruppo “Helder Camara” e quindi su Ciro Castaldo, allora sconosciuto. E’ l’inizio di un
percorso che lo vedrà protagonista
attento, appassionato, puntiglioso, ma nello stesso tempo umile e
rispettoso delle idee degli altri in un impegno che senza sosta porterà
avanti per trent’anni di storia delle CdB. Certamente bisognava
crederci ed avere la capacità
di far diventare movimento ciò che nessuno avrebbe sperato
potesse mai diventarlo. Le esperienze più disparate, i percorsi
che nessuno si sarebbe sognato di mettere l’uno a fianco dell’altro,
gruppi di dissenso radicale e gruppi
moderati, singoli e
gruppi, esperienze di
parrocchie ancora inserite nel contesto istituzionale e comunità
cristiane di base ecc. dando
modo a tutti di lavorare insieme di ricercare percorsi di fede
alternativi per vivere l’esperienza di una “chiesa altra”, nella più
profonda libertà di ricerca e di prassi
senza prevaricare nessuno. Con l’esaurirsi delle
esperienze di Torre del Greco Ciro trasferisce la sua dimora a Napoli in
Via Blanch, ma non vuole
vivere questo percorso da solo e si fa promotore di quella che sarà la
Comunità di Via Blanch, nuova sede della Segreteria Tecnica. E’ il 1974 l’anno del
referendum sul divorzio che vede Ciro impegnarsi in una nuova campagna
che, al di là del testo di
legge che deve essere
confermato, vede in gioco i
valori altissimi quali la libertà di coscienza dei credenti, la laicità
della fede, la non ingerenza della Chiesa nelle decisioni di uno stato
laico chiamato a legiferare per tutti, anche per i non credenti. Ciro crede fortemente in questa campagna e si spende con grande impegno girando in lungo ed in largo per i comuni della Campania ed anche fuori di essa per tenere incontri, convegni ed anche comizi sulle piazze. E’ quell’impegno di
laicità della fede che
porterà avanti con grande determinazione anche negli anni futuri. Ecco quando afferma sui
temi della laicità in una intervista ad Adista nell’aprile dell’87 : “…l’esperienza
di fede che le CdB vivono non è stata mai finalizzata ad acquisizioni di
ordine ideologico, ne tantomeno ad imporre una supremazia religiosa che
crea steccati, contrapposizioni, divisioni, certezze. Ma piuttosto a
riconoscere, nella società secolarizzata, post-industriale ed in rapida
trasformazione il senso della fede stessa.”L’affanno del credere
oggi” nell’individuare cioè valori umani capaci di rendere l’uomo
soggetto della storia e quindi del “Regno” contro coloro che vogliono
appropriarsi del potere per espropriare l’uomo, la base della sua
autonoma ricerca di liberazione” “L’impegno
della laicità investe la comunità ecclesiale non solo nel suo porsi
nella società, ma anche, se
non principalmente, nel suo modo di essere chiesa, nella sua
prassi....dove il cammino del Popolo di Dio come comunità di credenti
si esplica al suo interno, senza
clericali privilegi di casta e di potere…”. Sono
questi gli anni in cui Ciro dedica impegno anche per altri movimenti come
il “7 novembre”, movimento nato dalla forte delusione suscitata dalle
insignificanti conclusioni del sinodo dei vescovi, e “Cristiani per il
socialismo” movimento teso a rompere l’unità politica dei cattolici
favorendo scelte di sinistra
dei credenti. Una
riflessione lunga meriterebbe
la sua attenzione per le comunità di base dell’america latina, la
“Teologia della Liberazione” e i
rapporti e collegamenti internazionali con altre esperienze di chiesa in
tutta Europa, ma non possiamo farlo in questa sede. Stasera
possiamo solo dire che la sfida di Ciro di porre le basi di un movimento
delle Comunità Cristiane di Base in Italia, è stata vinta. La
sua perseveranza e costanza nel cucire rapporti e dialoghi, la sua
attenzione per tutte le diversità che diventavano ricchezza per il
movimento, ma anche la sua determinazione nel perseguire gli obiettivi
prefissati dal collegamento hanno fatto di Ciro una persona che certamente
ci mancherà. Tutto
ciò gli era facile perché, vicino alle doti già elencate, era presente
la sua dote più importante, la sua profonda umanità
che lo rendevano una antenna sensibile a tutte le richieste che
cercava sempre di soddisfare con profondo spirito di servizio senza mai
risparmiarsi, ma anche la sua bontà che lo rendevano attento a rapporti
umani fraterni che lo
vedevano coinvolgersi volentieri in incontri conviviali e in rapporti
umani di rara sensibilità. Anche
l’esperienza comunitaria di Via Blanch, alla fine degli anni 80, si
esaurisce e Ciro, che non concepisce la ricerca di fede al di fuori di una
comunità, confluisce nella Comunità del Cassano dove ponendosi fra gli
altri con la sua umiltà e semplicità sarà amato e voluto bene da tutti.
Anche
qui nel suo lavoro di responsabile della Segreteria ha sempre cercato di
non essere solo, ma di vivere questa esperienza insieme alla comunità.
Non si stancava di parlare, telefonare, di coinvolgere tutti. Rileggeva
quanto scriveva decine di volte prima di arrivare alla stesura
definitiva, era la sua prassi ordinaria.Poi c’erano le lunghe telefonate
notturne che ci tenevano compagnia a volte per ore. Bisogna dire, ad onor
del vero, che questa sua ansia di coinvolgimento spesso
non ha trovato risposta e lui da solo, con lo spirito di sevizio
che lo distingueva, ha portato avanti in suo impegno. Quante
volte la Comunità del Cassano lo ha delegato a rappresentarla ai
collegamenti nazionali, ma lui derogava sempre all’incarico dicendo che
non poteva, perché doveva
rappresentare tutti e non essere
portavoce di una sola comunità. Era un’etica che si era imposto, e
dobbiamo dire è stata vincente, perché così facendo ha dato fiducia a
tutti ed è stato la voce di tutti. Due
erano le sue principali preoccupazioni come servitore del movimento: dargli
visibilità di fronte a tutti gli eventi che richiedevano di marcare una
presenza, ed eccolo lì pronto a preparare comunicati, interviste prese di
posizione, consumava interi pomeriggi vicino al suo telefono e vicino al
suo fax, chiamava personalmente tutti i giornalisti vaticanisti dei
maggiori quotidiani ed affidava loro i comunicati stampa. In questi ultimi tempi era entrato in crisi, i giornalisti
volevano messaggi di posta elettronica e non fax, e lui che non riusciva
ad usare il computer per
inviare e ricevere messaggi e questo gli creava grande cruccio e
preoccupazione; e
la seconda era quella di organizzare nel modo migliore possibile i momenti
di confronto quali Collegamenti, Seminari, Convegni che lui riteneva
essere momenti importantissimi per il confronto delle esperienze
comunitarie e per la vita
stessa del movimento. Ogni
dettaglio era oggetto di attenta organizzazione perché tutto potesse funzionare al meglio,
convinto com’era che una perfetta organizzazione, favorendo un
sereno svolgimento dei lavori, favorisse
un confronto più ampio e fruttuoso. Preparava con puntigliosità le sue
introduzioni agli incontri e curava con precisione la raccolta di tutti
gli interventi perché diventassero con gli atti patrimonio di tutti. Se
quando lui ha fatto in questi anni è
diventato patrimonio di tutto il movimento oggi non dovremmo trovare
difficoltà a proseguire su quella strada. Diceva Pierino Manfredi ai
funerali “Tre giorni e risorgerà” a testimoniare di nuovo il
messaggio di cambiamento della Chiesa in un percorso di liberazione. Ciro
è vivo dentro di noi, perché vivo è il suo esempio e il suo messaggio
di coerenza e di sevizio. Concludo
ricordando come Ciro fosse interessato a che il messaggio delle comunità
e i percorsi di fede tracciati fossero in qualche modo trasmessi ai
giovani. Era contentissimo quando in comunità questi erano presenti e
aveva sempre una parola affettuosa per tutti. Era la speranza che si
portava dentro di un futuro diverso, dove i giovani potessero essere
portatori di un messaggio di liberazione e di pace, senza peraltro passare
attraverso travagliati percorsi di liberazione come tanti di noi. Ecco le
parole che Ciro usa
per concludere il suo intervento nel libro “Radici e Speranze” della
Comunità del Cassano: "...le nuove generazioni, che non hanno
vissuto dentro l’animo questo travaglio, e non sono passati attraverso
l’esperienza del dissenso, potranno
accettare la proposta di una
“Chiesa altra”? Quale sarà il cammino di domani, quale
continuità con il passato e il presente? Un patrimonio forte,
comunque, esiste...un patrimonio che le nuove generazioni non potranno
ignorare, ma che certamente leggeranno in modo diverso da noi vecchi del
dissenso e da cui potranno far scaturire, se convinti,
nuove vie e nuovi
cammini".
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