)
(dalla
lettera della Segreteria tecnica nazionale del 9 luglio 2009)
“....questo incontro seminariale è stato voluto
affinché, dopo avere meditato nel Collegamento di Livorno dell'autunno
2007 sul modo di vivere all'interno delle CdB, si possa ora
riflettere sul come le nostre comunità in questi anni si sono
rapportate “con gli altri “ e ci si possa interrogare sul come
per il futuro intendiamo rapportarci con le diverse realtà della
comunità locale, nazionale, mondiale...”
Nota introduttiva
Nelle conclusioni del collegamento seminariale
dell’autunno 2007 è stato rilevato che, pur nella eterogeneità delle
esperienze (numero di membri, attività, rapporto con la eucaristia...),
nessuna delle Comunità pone in questione la propria esistenza, né
avanza preoccupazioni sul proprio futuro. Alcune di esse non si sentono
“chiesa” e al tempo stesso non c’è piena convergenza nella concezione
dell’identità del movimento. (v. allegato)
Anche nel modo come le nostre comunità in questi
anni si sono rapportate “con gli altri” ci sono differenze
come emerge dai dati del questionario che sono stati presentati.
A questi dati si possono aggiungere alcune
riflessioni sulla presenza delle Cdb nella Comunità ecclesiale e nella
società italiana da quando hanno cominciato il loro cammino comune, per
giungere a porci l’interrogativo sul come per il futuro intendiamo
rapportarci con le diverse realtà della comunità locale, nazionale,
mondiale, prendendo atto che esse hanno subito in questi decenni
radicali trasformazioni e ancor oggi sono in fase di evoluzione. “Le
comunità di base traggono spinta dagli stessi fatti di questi giorni per
intensificare il loro impegno concreto sia per affermare il pluralismo
conciliare del Popolo di Dio nella Chiesa, in unione con i cattolici
amanti del Concilio e specialmente con quelli del “disagio” che si sono
incontrati a Firenze nella primavera scorsa, sia per difendere la
democrazia e la Costituzione nella società, in unione con gli uomini e
le donne di buona volontà (dal Comunicato della segreteria
del 6 settembre 2009)
Poste queste premesse, è più facile avviare quel
discorso che Franco Barbero, commentando il collegamento del 2007 in
un’intervista pubblicata su Confronti, prevedeva lungo e scomodo
“ Su alcuni nodi “facili” ( il superamento
dell’ottica confessionale, una attenta pratica di laicità, la presidenza
dell’eucarestia anche senza prete…) il seminario ha approfondito
costruttivamente le posizioni acquisite da circa trent’anni. Come il
percorso comunitario e ministeriale delle cdb riesca a dialogare, a
creare ponti, con altre realtà ecclesiali e con tanti cristiani/e
sciolti, è un argomento che non ho avvertito presente. (…) a mio
avviso, in genere, le cdb intercettano scarsamente le persone in cerca
di fede o gli emarginati/e dell’istituzione ecclesiastica. Ma questo è
un discorso troppo lungo e troppo scomodo anche per noi e forse ci
siamo un po’ congelati entro i nostri schemi per poter prendere nuovi
appuntamenti con la vita”.
1)
Quarant’anni di impegno delle Cdb
Ø
Nei quaranta anni di cammino comune – tanti sono quelli
trascorsi dal momento in cui dal Movimento dei Gruppi spontanei per una
nuova sinistra si staccarono Gruppi e Comunità decise a qualificarsi
nella costruzione di una Chiesa “altra”, nell’intento di non fare della
Comunità un succedaneo dell’organizzazione politica – le Cdb hanno
continuato a reagire insieme; e a co-reagire ai mutamenti sociali e
politici, culturali ed ecclesiali che si sono succeduti e alle tensioni
provocate al loro interno dalla necessità di misurarsi con il
riconoscimento delle diversità.
Ø
E‘ stato costante l’impegno a dialogare con altre realtà
ecclesiali, anche se senza molto successo per la diffidenza nei
confronti del “dissenso”, ma al tempo stesso senza esclusioni, come ha
rivelato il recente convegno di Firenze dei cattolici in “disagio”. Le
loro prassi liturgiche e il modo di rapportarsi alla Parola si sono di
fatto diffuse anche nelle parrocchie oltre che in gruppi diversi.
Ø
Il loro contributo di sostegno è stato determinante per la
salvezza di Com e la trasformazione in Com Nuovi Tempi, per la nascita
del Movimento 7 novembre, di Cristiani per il socialismo e di Noi Siamo
Chiesa; e per l’affermazione del Comitato dei cattolici per il NO al
referendum sul divorzio. Forte è stato, inoltre, l’appoggio alla
diffusione di Adista e, da parte di alcune Cdb, al movimento Vocatio.
Ø
Un notevole contributo è stato dato alla costruzione della
dimensione europea, nella costante attenzione all’America latina, e
soprattutto alla sua continuità, come ha confermato il convegno delle
Cdb europee a Vienna, nel maggio scorso.
Ø
Vario e multiforme è stato l’impegno sociale e politico.
Sono state in genere privilegiate le iniziative “di base” senza però
demonizzare partiti e sindacati. Il riferimento è stato sempre alle
forze della sinistra nelle sue diverse forme. Scarsa attenzione è stata
data a forme di organizzate di “sinistra cristiana”: Acpol, Sinistra
indipendente, ....
2)
La situazione sociale, economica ed ecclesiale del nostro
paese
Ø
Sempre più evidente è la crisi nei rapporti interni
all’Istituzione ecclesiastica, esplosa sui media con elementi di dura
conflittualità fra la Santa Sede e la Cei e fra gli stessi vescovi
italiani a seguito del caso Boffo.
Ø
La conflittualità Stato/Chiesa è resa più complessa dalla
crisi delle forze politiche e dello stesso Stato che ha lasciato spazio
a forme sempre più pressanti di “ingerenza” da parte delle gerarchie,
dell’Opus Dei e dei “movimenti ecclesiali” (da Sant’Egidio a Comunione e
Liberazione).
Ø
Meno autonoma ed efficace è la presenza
dell’associazionismo tradizionale e del volontariato le cui strutture
sono in profonda trasformazione per l’affermarsi della ideologia della
sussidiarietà e per l’accesso al finanziamento pubblico attraverso il 5
per mille, che li spingono all’istituzionalizzazione e alla
burocratizzazione,
Ø
Restano vivaci i tradizionali movimenti e gruppi di
cristiani critici (Noi siamo chiesa e le diverse reti), Fogli e
Riviste più o meno disponibili ad impegnarsi nel rivendicare autonomia
di giudizio su questioni interni alla Comunità ecclesiale.
Ø
E’ aumentato il “disagio” alla base della Comunità
ecclesiale con timidi segni di iniziativa per uscirne a livello
nazionale: Incontro di Firenze e “Segni nuovi”, il nuovo
fascicolo di Adista.
Ø
Sono anche aumentati i “profeti solitari”, singoli e
gruppi, caratterizzati da forte autoreferenzialità, favoriti dal
diffondersi dei sistemi di comunicazione informatici (blog, mail list,
siti...) che danno a molti l’illusione di avere udienza ed efficacia.
Ø
Aumenta anche la diaspora dei senza-chiesa.
Ø
Queste dinamiche intraecclesiali si svolgono all’interno
di una profonda crisi sociale nella pubblica moralità e solidarietà; di
uno sconvolgimento della vita politica soprattutto a sinistra, nella
sfera cioè di tradizionale riferimento del movimento delle Cdb; di un
processo di decadenza istituzionale; di un rafforzamento dei poteri
occulti, delle corporazioni, delle cosche..
3)
Un’idea di futuro
Ø
Abbiamo pensato utile collocare la ricerca di una risposta
alla domanda su quale futuro nel quadro della quarantennale esperienza
delle Cdb ma sappiamo bene che non è il solo, possono essercene degli
altri. Da esso abbiamo ricavato questo messaggio. Coltivare speranza è
possibile se si fonda sulla consapevolezza che nella generale crisi di
equilibri, che sembravano destinati a durare e che ora sono stati
spazzati via, possono trovare spazio realtà anche modeste che hanno
mantenuto vivo un patrimonio teologico e di prassi, per farne una
proposta di “chiesa altra” impegnata ad “evangelizzare” il nostro tempo.
Se non si intende fare di quella proposta solo oggetto di “consumo”:
una testimonianza, cioè, che si consuma nel circuito di rapporti
interpersonali, certamente di alto valore umano e psicologico ma che
rischia di non farsi segno. Se si assume la responsabilità di
raccontare, oggi, la “buona novella” storicizzandola, cioè “desacralizzandola”
e “contaminandola” con il cammino degli uomini e delle donne di questo
tempo. Ci conforta, in questa direzione, la bella riflessione che Giulio
Girardi ci ha inviato attraverso Claudio Giambelli, quando afferma
l’esigenza di “opere radicate nella fede”. Nel ringraziarlo della sua
indefettibile amicizia, gli inviamo un caldo e affettuoso saluto. Nel
frattempo sono arrivati altri messaggi che hanno arricchito il quadro da
noi preventivato. Ci riferiamo in particolare ai testi arrivati al sito
(Nino, Mario, Stefano, Giovanna, Luciana, Peppino ...) fra i quali ci
pare utile inserire anche il commento di Angelo Bertani al testo di
Nino pubblicato su Adista. Si allarga così la prospettiva nella quale
abbiamo collocato – a mò di esempio sia chiaro – i campi d’intervento
che vi proponiamo
Ø
Possibili campi d’intervento:
a)
i rapporti con reti e movimenti di base: dalle esperienze
di coinvolgimento come la partecipazione al convegno di Firenze e ad
altre iniziative (il recente convegno a Roma sul Concilio) è possibile
prevedere di rendere più stabili tali rapporti, magari costituendo un
gruppo di lavoro che li curi? E’ possibile, in tal senso, seguire
l’indicazione, che ci viene da Vienna, per un impegno nella costruzione
di reti stabili, simili alle Redes cristianas create in Spagna
(circa 150 gruppi, e tra essi anche le Cdb, che, restando diversi, sono
stabilmente collegate in rete e ogni tanto “parlano” anche
unitariamente)?
b)
il territorio: da una riflessione più attenta sulle prassi
che ancora ci sono, si può verificare la possibilità, pur nella
specificità delle diverse situazioni, di stabilire rapporti con le
parrocchie e i quartieri e per valutare la possibilità di applicarle
altrove?
c)
il mondo evangelico: pur sapendo che sono diversi i tempi
dalla fine degli anni sessanta, come è possibile rilanciare i rapporti
con la Fcei, la Fgei, le Comunità locali magari a partire dalla
collaborazione nella redazione di Confronti ?
d)
la presenza nel circolo mediatico: senza riesumare
l’annosa questione della “visibilità”, è possibile garantire la
“regolarità” della comunicazione all’esterno sia delle nostre posizioni
sull’attualità sia delle nostre esperienze e iniziative?Come
incrementare il lavoro del gruppo delegato ai comunicati, migliorare il
sito, utilizzare meglio gli accessi a riviste, siti e media amici?
e)
la presenza nel sociale: come si pone, oggi, il rapporto
fede-politica? Come mantenere intensificare la comunicazione fra le Cdb
sulle forme d’intervento nei diversi settori d’impegno socio-politico
che loro hanno scelto, per uno scambio di esperienze e per realizzare
collegamenti nella partecipazione? in quali occasioni è auspicabile
l’adesione del movimento nel suo complesso?
Ø
E’ necessario verificare questa prospettiva con:
a) i giovani: per chiedersi
come da un lato continuare il lavoro iniziato e dall’altro
svilupparlo con il loro coinvolgimento nella gestione della vita delle
Comunità e del movimento.
b) i gruppi donne:
per chiedersi da un lato come favorire, all’interno delle
Comunità, una maggiore conoscenza delle loro elaborazioni e del loro
metodo di lavoro nel rapporto con altre realtà locali e nazionali e
dall’altro come realizzare un maggiore coinvolgimento nella gestione
collegiale del movimento.
Ø
E’ necessario, infine, cominciare a collocare, in questa
prospettiva, la ricerca del tema del prossimo Convegno nazionale 2010
riprendendo le riflessioni, le idee e proposte che le cdb avevano fatto
e che sono state in parte anche discusse al collegamento di Formia del
gennaio 2009. (fine)

ALLEGATO
FARE COMUNITA’: MINISTERI/SERVIZI: QUALI? COME ESERCITARLI?
Sintesi finale del Seminario di Tirrenia 2007 - dalla scrittura
collettiva del Gruppo N. 3
Stare insieme fuori
e dentro le CdB
Il pluralismo con
il quale si esprime la vita e il pensiero delle varie CdB desta sorpresa
ed emozione. Ogni comunità si organizza come meglio ritiene. Colpisce la
voglia di raccontare e di raccontarsi.
Ma c’è anche chi ha
espresso l’opinione che in occasione di questo seminario sono state
ripetute cose vecchie di trenta anni senza nulla di nuovo.
Molti sottolineano
l’importanza di non erigere steccati o muri, ma di lasciare sempre una
porta aperta, perché solo una partecipazione libera e consapevole può
produrre novità feconde. Porta aperta per lasciare entrare chi è fuori,
ma anche per uscire verso altre realtà. A questo proposito qualcuno ha
sottolineato come ci sia uno sforzo nelle CdB per adeguare il linguaggio
a coloro che ci troviamo di volta in volta di fronte, tenendo conto
delle loro diversità.
Funzioni o ruoli?
Per evitare
posizioni di potere o burocratizzazione, è emersa l’indicazione di
distinguere la funzione dal ruolo: l’esercizio della funzione è
intercambiabile, il ruolo tende a diventare permanente.
Ci sembra che tale
distinzione:
v
renda
più facile l’adeguamento dei servizi alle mutevoli esigenze della
comunità
v
costituisca un grande insegnamento per i giovani e per tutti coloro che
si uniscono al nostro cammino
v
lasci
più spazio ai nuovi arrivati
v
permetta una maggiore possibilità di responsabilizzazione e crescita
personale.
Presbitero sì,
presbitero no?
Molti sostengono
che la figura del presbitero-prete vada superata, perché siamo tutti
uguali, uomini e donne, in forza del battesimo. Questo superamento
sembra essere più facile in comunità domestiche che in comunità più
esposte all’esterno.
In molte comunità
l’eucarestia è desacralizzata: il sacro è potere. E’ più importante fare
memoria che perpetuare un rito. C’è sempre il rischio di ricreare
gerarchie.
Per alcuni lo
spezzare del pane in assenza del prete può creare difficoltà, per altri
può essere un momento di crescita.
Alcuni pensano che
la figura del presbitero-prete non vada sostituita da un presidente,
uomo o donna, ma vada superata attraverso una celebrazione corale della
memoria di Gesù, dove tutta la comunità ripete insieme le parole della
cena del Signore e nessuno occupa il posto di capo-tavola. Questa
modalità aiuta chi ha più difficoltà ad accettare la presidenza da parte
di un non-prete, responsabilizza le persone ed è rispettosa di coloro
che fanno più fatica a sentirsi parte attiva nella presidenza della
celebrazione.
CdB e chiesa di
base
Esiste una
specificità delle CdB rispetto alla chiesa di base nelle sue diverse
forme? Forse una specificità si può ritrovare:
 |
nella ricerca
di coniugare profezia e istituzione |
 |
nella denuncia
dell’inadeguatezza dell’attuale istituzione a consentire
l’espressione della dimensione profetica |
 |
nel tentativo
di testimoniare l’essenza profonda del messaggio di Gesù.
|
Una comunità di
base non dovrebbe cercare la perfezione della propria struttura interna,
ma farsi lievito per la crescita della vita degli altri, affrontando i
problemi e le contraddizioni della società, facendo sì che la società,
gli uomini e le donne siano sempre più umani.
Molti hanno
espresso fiducia nella chiesa di base, che nasce anche fuori dalle
nostre percezioni. E’ un cammino che incrocerà sempre di più le nostre
speranze, un invito a guardare oltre noi stessi.
Un ricordo e non
solo …
Nel nostro incontro abbiamo sentito forte la presenza ministeriale delle
nostre sorelle e dei nostri fratelli scomparsi, nella continuità e
nell’unità delle esperienze comunitarie presenti in modo molteplice e
multiforme.
CONTRIBUTI
1969- 2009: un
anniversario da non dimenticare
Quarant’anni fa, correva l’anno 1969, quando il movimento, che
sarebbe diventato il nostro Movimento, mosse i primi passi mettendo in rete,
si direbbe oggi, gruppi e comunità che si erano venute costituendo in
diverse città alla ricerca di un modo diverso di vivere la fedeltà al
Vangelo e di essere Chiesa ispirandosi al clima nuovo generato nella Chiesa
dal Concilio, chiuso pochi anni prima.
L’eco del sessantotto aveva, infatti, raggiunto le parrocchie, i
cattolici anonimi e la stessa base delle organizzazioni cattoliche, i
conventi e i seminari, i giornali diocesani e le riviste, producendo crisi e
spinte al rinnovamento destinate a determinare, nel tempo, mutamenti poco
appariscenti, ma non meno significativi. Nell’immediato non mancarono
manifestazioni di dissenso diretto, come la contestazione del quaresimale a
Trento, l’occupazione del duomo di Parma e l’esplosione del “caso” Isolotto.
A queste si sommarono le numerose iniziative, cosiddette
anticoncordatarie, promosse prevalentemente da cattolici. Si diffuse il
rifiuto in gruppo dell’insegnamento di religione nelle scuole statali,
esplicitamente motivato sul piano ecclesiale e politico. Aumentarono i
“matrimoni anticoncordatari” di cattolici osservanti che facevano precedere
il matrimonio civile a quello sacramentale, in polemica con l’attribuzione
di effetti civili al matrimonio sacramentale, prevista dal Concordato
mussoliniano.
Da questo intreccio fra prassi di diretta contestazione della
gerarchia e manifestazioni di rifiuto delle condizioni di privilegio
riservate ai cattolici, diffuso ormai in tutto il paese, era nato un
“dissenso ecclesiale” distinto dal “dissenso politico” contro l’unità
politica dei cattolici.
Chiamato a misurarsi con la preoccupazione di conciliare la “nuova”
identità cristiana, che stava emergendo, con l’appartenenza ecclesiale, che
tutti intendevano conservare, si trovò a fare i conti con le diversità di
prassi e di orientamento che caratterizzava le realtà organizzate in esso
confluite. In questo contesto per iniziativa del Bollettino di
Collegamento della Comunità cristiane di base in Italia, - nato a
Firenze per raccontare quanto si muoveva all’interno di quel “dissenso” – fu
organizzato a Bologna nel 27/28 settembre 1969 un convegno. Si raccolsero
per un confronto a tutto campo realtà ecclesiale di base molto diverse fra
loro: da gruppi, avviati a confluire di lì a poco nel filone dei
neocatecumenali, a quelli che proponevano la lotta di classe nella Chiesa.
Fra loro il confronto fu fallimentare.
Più numerose erano, però, le comunità impegnate a costruire un
rapporto fra fede e politica fuori da ogni compromesso ideologico e
all’interno di un modo diverso di vivere la Chiesa.
Furono queste comunità che, decise a non desistere dal confronto,
cercarono di individuare un percorso comune fra i diversi filoni d’impegno.
La ricerca di un nuovo rapporto fra fede e politica, che impegnasse
i cristiani nella costruzione di un mondo più giusto, doveva muovere dalla
riflessione sul ruolo delle compromissioni della Chiesa con il “potere”. Di
queste compromissioni individuarono lo strumento: il regime concordatario.
Nacque così l’idea di organizzare un convegno a Roma nell’ottobre
del 1971 dal titolo Strutture clericali: Il Concordato come strumento di
potere contro la liberazione del popolo di Dio, contro l’unità delle masse
operaie e contadine, contro la giustizia nel mondo.
Questa scelta originaria ha caratterizzato il divenire del movimento
delle Comunità cristiane di base nel quale il dissenso ecclesiale, esploso
nel sessantotto, ha trovato un suo alveo in grado di farne arrivare le
conquiste fino ai giorni nostri.
Marcello Vigli - Gruppo di controinformazione ecclesiale
*****
***** *****
24 luglio
2009
PENSARE
E RIPENSARE IL NOSTRO CAMMINO
3 e 4 Ottobre, dunque….non so se abbiamo voglia di pensare e ri-pensare
allungo cammino fatto!
Nel senso letterale: non ho
capito se nelle Cdb c’è questa voglia e/o se lo si ritiene utile, necessario
o, al contrario, inutile, affatto necessario, persino una perdita di tempo.
Insomma, non mi
scandalizzerei di una posizione che dicesse: basta guardare al passato, non
guardiamoci l’ombelico; guardiamo avanti, soprattutto guardiamo fuori di noi
stessi.
Ma, nello stesso tempo e con
franchezza fraterna, dico che mi dispiacerebbe.
Innanzitutto perché non considero quello che chiamo: “pensare e ripensare il
nostro cammino”, un ripiegamento su se stessi.
“…Voi cercate il regno di
Dio e fate la sua volontà, tutto il resto vi sarà dato in più.”
“Per cercarlo, le Cdb si
sono messe in cammino senza neppure il progetto di farsi ‘movimento’ e con
la volontà di restare radicate, le singole comunità, nel loro territorio e
calate nella storia e nella vicenda umana alle quali appartenevano.
Costrette a cercare forme, mai definitive e comunque leggere di
collegamento, il farsi ‘movimento’ è sempre ancorato – come il chicco di
grano dei vangeli – alla dinamica del morire e rinascere nel duplice
contesto della chiesa e della società”.
Così ricordiamo (nel senso del ‘fare memoria’) l’inizio del percorso,
Marcello Vigli ed io nel lavoro recente: “Coltivare speranza. Una chiesa
altra per un altro mondo possibile”.“Da Vienna per riprendere il cammino”:
titola Confronti, un breve reportage dell’VIII Incontro delle Comunità
cristiane europee (1-3 maggio 2009).“Non ci resta, dunque, che proseguire il
cammino”, conclude Pierre Collet, coordinatore del collettivo europeo delle
Cdb, il suo articolo (www.cdbitalia.it) , dopo avere sottolineato come
momento forte dell’Incontro di due giornate, “ la celebrazione eucaristica
della domenica mattina perfettamente preparata dai membri della comunità
locale di Akkomplatz: una piccola orchestra, canti nelle diverse lingue,
riferimenti ai diversi temi dell’Incontro e ai resoconti del Gruppi di
lavoro. E anche la sorpresa...nessun presidente: noi abbiamo avuto veramente
la consapevolezza di essere una comunità che celebra la sua fede, la sua
speranza, i suoi impegni”.
“Un pensiero incoraggiante:
non dobbiamo per forza essere numerosi, l’ampiezza della comunità non è
determinante”, sottolinea dall’Austria, Gabriele della cdb Micha
(www.basisgemeinde-micha.at), ricordando: Vienna, una splendida esperienza!
E aggiunge: “anche i contributi degli altri gruppi mi hanno colpito: La
presa di posizione dei Baschi, la comunicazione delle loro esperienze, a
volte impressionanti, nel loro impegno per l’indipendenza; L’opposizione ad
un’ Europa-fortezza e la decisa rivendicazione di una relazione civile con
coloro che sono costretti a migrare per motivi di povertà, di guerra, di
fame e per condizioni di vita incivili; La celebrazione dell’eucarestia
nella e con la comunità, senza dipendere dalla presenza di un sacerdote; Il
coraggio di vivere l’ecumenismo – non solo con le chiese cristiane, ma anche
con le/i rappresentanti di altre religioni e di sentirsene arricchiti” (www.cdbitalia.it).
Come si può constatare dalla
ampiezza dei temi che il nostro amico e fratello della Comunità austriaca
elenca, la nostra riflessione non rischia di trasformarsi in una
auto-celebrazione; al contrario consente di vivere la memoria di essere
comunità cristiana di base ora.
Il che è un modo, molto
impegnativo, di essere presenti nella vita degli uomini e delle donne di
oggi, del nostro paese. A questo nostro paese dobbiamo, ora, il servizio
della testimonianza ed un grande e generoso atto di amore. Nonostante tutto.
“Nel cuore del paese si sta aprendo un enorme spazio vuoto – non soltanto di
politica, ma di pensiero e di autoidentificazione civile. Bisogna tuffarcisi
dentro e nuotare. Nuotare molto” ( così Aldo Schiavone, nel suo: “L’Italia
contesa, sfide culturali ed egemonia culturale”).
Ci interessa questa
“battaglia”? Come ci staremo dentro? Con “Il vangelo che abbiamo ricevuto”,
insieme a tanti e tante che vivono questo impegno, evocato a Firenze. E’ un
lavoro immane, anche di ri-costruzione. Penso che dovremo esserci: con le
specificità generazionali e di genere; ma senza separatezze. Come chiese
locali, non chiese parallele. Comunità di base per una chiesa altra. Avverrà
che, mentre saremo al lavoro con questo spirito, approfondiremo se e come di
questa esperienza lunga quarant’anni, si può parlare solo al passato da
rispettare certo ma da archiviare, oppure come di una eredità da trasmettere
e da mettere a frutto.
Mario Campli – comunità di base S. Paolo, Roma. Dal “Forum”
“cdbitalia.forumattivo.eu”
*****
***** *****
26 luglio 2009
Lettera aperta ai giovani delle Comunità di Base
italiane
Carissimi/e,
come
sapete, all’interno della Comunità di san Paolo da qualche anno (più
precisamente da più di 10 anni) è viva l’esperienza di un gruppo giovani.
Questa realtà, ha portato alla realizzazione di molti incontri a livello
locale su tematiche ecclesiali, sociali e politiche. Il nostro gruppo è
formato da ragazze e ragazzi delle scuole superiori, dell’università e da
giovani lavoratori. Alcuni di noi hanno avuto la “fortuna” di partecipare al
“Laboratorio di religione” animato da Giovanni Franzoni e da alcuni
componenti della Comunità, esperienza che persiste da 35 anni e che ha visto
quest’anno la frequentazione di una quindicina di bambini e bambine delle
scuole elementari.
Da quest’anno i giovani
romani hanno deciso di entrare a far parte della Segreteria della Comunità.
Hanno inoltre inviato una loro rappresentante all’incontro delle CdB europee
tenutosi in primavera a Vienna.
A partire dall’anno 2001,
alcuni adulti della Comunità di S. Paolo e di altre comunità hanno dato
vita, con la partecipazione attiva dei giovani di tutte le comunità, ai
campi nazionali, ed hanno organizzato dei laboratori dedicati ai giovani
all’interno degli Incontri Nazionali.
In questi anni si è anche
realizzato il sito
www.cdbgiovani.it
Queste esperienze seguono
altre analoghe esperienze di “ex-giovani” delle CdB a livello locale e
nazionale, di cui però non sappiamo molto.
“A questo punto della
storia” i giovani di Roma, sentono il bisogno di interrogarsi su
questa lunga e fruttuosa esperienza, e sul perché essa si sia sviluppata
all’interno dell’esperienza del movimento delle CdB. Non è semplicemente
bisogno di identità, di questi tempi un sentimento che può diventare un
disvalore, ma desiderio di capire e di interrogarsi sull’esperienza delle
CdB, sulla “loro” teologia ed ecclesiologia, sulle “loro” prassi politiche e
sociali, sul rapporto fede e politica, questione nodale che ha
caratterizzato il loro cammino. Capire quanto il movimento possa ancora
essere da stimolo per immaginare un percorso di “dissenso” e di impegno
nella società proprio dei giovani che si possa ispirare a questa tradizione,
ma che possa inventare anche forme - nuove.
Per questo vorremmo
dedicare il prossimo Camp che si terrà ad Ecumene (Velletri) dal 6
al 8 dicembre 2009 a questa tematica:
partendo dalla conoscenza della
storia delle comunità di base, dalle motivazioni della loro nascita e dalle
esperienze di vita concreta di alcune persone che le hanno fondate, vorremmo
arrivare ad analizzare lo stato attuale del
dissenso
ecclesiale in generale e a ragionare sull'impegno
possibile dei giovani nel futuro delle comunità.
Ma su questo percorso –
ancora tutto da costruire – vorrebbero coinvolgere altri giovani delle
comunità che sono interessati a questo confronto per organizzare un campo
che risponda alle esigenze di un maggior numero possibile di ragazze e
ragazzi: per tale motivo facciamo una proposta: il 3-4 ottobre si svolgerà a
Tirrenia (Pisa) un collegamento allargato delle CdB: incontriamoci lì come
giovani e continuiamo insieme a progettare il Camp di dicembre prossimo. Noi
abbiamo tante idee, ma ci piacerebbe condividerle!
Apriamo quindi un dibattito
sul nostro sito e arrivederci a Tirrenia!
Roma 26 luglio 2009
I “giovani”
della Comunità di san Paolo
*****
***** *****
11
settembre 2009
La realtà viva
delle Comunità di base in un libro
(il manifesto -
venerdì 11 settembre pag. 10)
Tutti noi che in questi giorni siamo
mobilitati e manifestiamo con forza per la libertà di stampa dovremmo aver
presente il bisogno di libertà di comunicazione che viene dalla storia
negata della società nascente senza potere e senza visibilità.
Chi legge il manifesto e il suoi
supplementi, anche solo occasionalmente, è inevitabilmente colpito dal
carattere bifronte della società attuale. Alcune pagine, dedicate alla
grande politica, rispecchiano la crisi strutturale e globale che attanaglia
il mondo e che lascia poco spazio alla speranza. Altre, dedicate alla
politica in senso lato, la politica di base diffusa, sono come la ecografia
di una gestazione perché mostrano la creatività esplosiva di un mondo nuovo
che sta nascendo e inducono alla partecipazione e alla speranza. E questo
ogni giorno. Pochi altri giornali e media danno questa lettura sinottica
complessa della storia attuale. I grandi mezzi di comunicazione sono per lo
più monoculturali: ruotano intorno all'asse del potere. La storia dal basso
è relegata nelle notizie di scarto. Non ha pari dignità con la grande
storia, non è posta in lettura sinottica. E' infilata ai margini della
cronaca.
Questa lettura e visione monoculturale della realtà è un grande ostacolo
alla trasformazione. L'opinione pubblica è indotta o a tifare in una
democrazia da arena ridotta a parteggiamento per i leader di turno oppure a
ritirarsi nell'individualismo cupo e chiuso del menefrego. Il senso
comunitario aperto oltre i confini, il prendersi cura dell'altro/a senza
paternalismi, il fare cose piccole ma vere non tanto per fare ma con rigore
intellettuale, critico e morale, il cammino di liberazione positiva e
creativa dall'alienazione e dal dominio degli apparati, delle bandiere, dei
fondamentalismi, delle chiese laiche e religiose, del patriarcalismo, il
prendersi per mano senza conquistare, tutto questo che è il brodo di coltura
del mondo nuovo non riesce ad avere visibilità. Per questo sono preziosi i
media tendenzialmente alternativi e le pubblicazioni che parlano il
linguaggio della cultura bassa, di base.
Prendiamo le Comunità di base. Pochi sanno che ci sono e chi sono. La
vulgata della monocultura del potere le relega in una sottoclasse del girone
infernale del dissenso: la sottoclasse del dissenso cattolico. Roba da
archivio e da sacrestia.
Una pubblicazione fresca di stampa sfata questa vulgata. Le comunità di base
emergono come una realtà viva, piccola come ogni cosa che nasce, ma piena di
vitalità e densa di futuro. Non a caso il libro porta il titolo
Coltivare la speranza, con il seguente sottotitolo "una chiesa
altra per un altro mondo possibile". Scritto da Marcello Vigli e
Mario Campli, edito dall'editrice Tracce di Pescara, ripercorre le
tappe di quel cammino comune che le Comunità di base portano avanti da ormai
quarant'anni. Si legge come un romanzo. Ma è storia dalla parte dei deboli e
dei piccoli. E' storia nascente. Verrà presentato in un Convegno sul futuro
delle Comunità di base che si svolgerà a Tirrenia il 3-4 ottobre (notizie
sul sito: www.cdbitalia.it).
Le comunità di base - è scritto in un loro recente comunicato - traggono
spinta dagli stessi fatti di questi giorni per intensificare il loro impegno
concreto sia per affermare il pluralismo conciliare del Popolo di Dio nella
Chiesa, in unione con i cattolici amanti del Concilio e specialmente con
quelli del 'disagio' che si sono incontrati a Firenze nella primavera
scorsa, sia per difendere la democrazia e la Costituzione nella società in
unione con gli uomini e le donne di buona volontà. Documentarsi su di loro
fa parte forse della lotta per la libertà di stampa.
Enzo Mazzi
*****
***** *****
14
settembre 2009
Claudio
Giambelli il Lun Set 14, 2009 6:22 pm
Carissime/i, facendo seguito
all'invito di Stefano Toppi, inserisco queste riflessioni nate da un recente
incontro con Giulio Girardi, che come sapete è costretto a letto, debilitato
dall'ictus che lo ha colpito nella primavera del 2006.
Tutto e’ nato dal momento che gli ho letto un suo testo del 2005-2006,
intitolato “Noi siamo chiesa o tendiamo ad esserlo ?”.
Da qui siamo passati a parlare del tema del prossimo seminario di Tirrenia
“Quale futuro per le CdB?”.
In definitiva, il contributo di riflessione di Giulio è risultato il
seguente e ve lo propongo con piacere, sotto forma di dialogo tra me e lui.
Cari saluti
Claudio Giambelli, CdB S.Paolo, Roma
Claudio- Caro Giulio, guarda cosa ho trovato; un tuo vecchio testo del 2005.
Vuoi che te lo legga?
Giulio - Si, prego.
Claudio - Eccolo, si intitola: “Noi siamo chiesa o tendiamo ad esserlo ?”.
Te lo leggo: “La consegna “noi siamo chiesa”, carica di risonanze
conciliari, intende affermare la centralità del “Popolo di Dio” rispetto
alle strutture e gerarchie ecclesiastiche. Ma piu’ profondamente, questo
“noi” rinvia alla “comunione” dei fratelli e delle sorelle tra di loro e con
Gesu’ Signore; rimanda cioè ad un’unione ancora piu’ intima, al livello di
una identificazione, il corpo di Cristo. Lo chiamiamo corpo mistico, ma
ricordando che qui “mistico” non si oppone a reale, ma designa un livello
piu’ profondo di realtà. Se questo è vero, non basta il battesimo a renderci
membri della chiesa, ad immetterci in questa comunione. E’ una comunione che
nasce solo dall’amore, dal nostro amore per Cristo e dell’amore di Cristo
per noi. Una comunione tanto piu’ profonda quanto piu’ profondo è l’amore
che la plasma. Allora si impone una domanda: è vero che noi siamo chiesa?
Non sarebbe piu’ giusto dire che tendiamo, faticosamente, ad esserlo ? Che
la chiesa non è tanto per noi un luogo di appartenenza e di rifugio, quanto
invece un esigente progetto di vita ? Che diventiamo chiesa nella misura in
cui cresciamo nella coscienza di questi nostri vincoli ? che diventiamo
chiesa soprattutto nella misura in cui amiamo ? in cui ci amiamo tra di noi,
e in cui amiamo Gesu’ di Nazareth ? Non sarebbe piu’ impegnativo vivere la
nostra comunione come un albero in crescita continua, irrorato dall’amore?
Come un albero di cui noi siamo i rami e di cui Gesu’ è il tronco ?”
Claudio – Giulio, non ti pare che questo testo sia interessante per il tema
del seminario di Tirrenia ?
Giulio – Sì, infatti il progetto delle CdB dovrebbe proprio essere quello di
diventare chiesa nel senso di questo testo.
Claudio – Ma, praticamente, come pensi che una CdB dovrebbe agire allora ?
Giulio – Bisognerebbe moltiplicare le opere radicate nella fede (ad es.
opere di solidarietà), ci dovrebbe essere una crescita anche attraverso le
opere.
Claudio – E poi cosa ancora ?
Giulio – Bisognerebbe non essere piu’ solamente comunità di impegno politico
e di preghiera, come adesso, ma diventare una comunità di vita su cui ognuno
possa contare , cioe’ ogni membro dovrebbe sentire che gli altri sono
veramente fratelli e sorelle.
Claudio – E cosa ne pensi ad una azione di proselitismo? Attualmente le
Comunità sono formate da persone anziane o molto anziane e la prospettiva è
che quando non ci saranno piu’, scomparirà anche la comunità.
Giulio - L’evangelizzazione comporta un aspetto negativo, perche’ obbliga il
destinatario ad abbandonare i propri valori; invece dovrebbe prevalere un
aprirsi a tutti i valori e a tutte le speranza.
Claudio – caro Giulio io sono molto scettico sulla possibilità di un futuro
delle Comunità; come dicevo prima, senza un nuovo fermento “comunitario”,
sono destinate a scomparire nel giro di qualche anno. E, allo stato attuale,
non c’e’ in vista nessun fermento; nella società prevale l’ego-centrismo,
l’indifferenza e l’attenzione solamente alla propria persona o alla propria
cerchia famigliare.
Giulio – Bisognerebbe riscoprire l’importanza del cercare insieme, del
cercare sempre in modo associativo,
Claudio – Vuoi dire anche fare rete, “cercare” con tutte le realtà che sono
in sintonia con queste motivazioni ?
Giulio – Certamente e bisognerebbe moltiplicare i centri di ricerca
cristiana, sotto forma di laboratori associativi, per capire meglio il
cristianesimo.
Claudio – Cosa non si è capito del cristianesimo ?
Giulio – Questo dovrebbe emergere dalla ricerca.
Claudio – Mi fai qualche esempio ?
Giulio – Ad esempio dobbiamo lasciarci evangelizzare dal III mondo, dovremmo
entrare in ascolto dei popoli che sono nella ricerca di un rinnovamento;
bisognerebbe saper ascoltare i popoli indigeni, partecipare alle loro lotte:
il futuro sta li’.
Claudio – Tu sai quanto sono d’accordo con te, ma osservo anche che le
persone prediligono l’ascolto di una religiosità “intellettuale”, centrata
sulle problematiche “italiane” del rapporto con la gerarchia vaticana
Giulio – Bisogna crescere nella maturità dell’ascolto della religiosità
indigena; questo è un punto di arrivo e non un punto di partenza.
Fuori conversazione, ma sarà parte della continuazione del dialogo, vi
propongo un breve passo del libro: “Dio dorme nella pietra – la scoperta del
pensiero degli indiani d’America” di Kaiser:
“…………………Di conseguenza, in questo modo di pensare, perde ogni senso
l’immagine giudaico-cristiana dell’uomo “coronamento del creato”, visto che
la creazione non è ancora terminata: il mondo, al contrario, continua a
evolversi e la creazione è tuttora in atto. Evoluzione e creazione
coincidono e pertanto anche l’umanità contemporanea è in una fase di
transizione verso un punto nuovo………e in nessun caso è la conclusione di un
intero processo. Cio’ corrisponde anche alla concezione degli indiani
d’America, come mostra la seguente descrizione della cosmologia degli
indiani Hopi: “ Tutto il cosmo, in ogni suo stadio, è sia materia sia
spirito. E, in un certo senso, l’evoluzione degli esseri viventi dai
minerali e dalla materia (non inerte secondo questa concezione) passando per
il mondo vegetale e animale fino all’uomo, si accompagna a uno sviluppo e
ampliamento della coscienza.” Il pensiero, qui espresso, di
un’interpretazione globale del mondo, di una trascendenza immanente, cioe’
di un Dio che è attivo e crea nel divenire del mondo, è condiviso non solo
dal gesuita francese Teilhard de Charin (morto nel 1955), ma da un gran
numero di scienziati famosi………………………"
Claudio Giambelli
*****
***** *****
26
settembre 2009
METTERE AL CENTRO DELLA
CHIESA IL POPOLO DI DIO.
ENZO MAZZI RACCONTA LA “RIVOLUZIONE COPERNICANA” DELLE CdB
35195.
ROMA-ADISTA. “Sempre in
bilico fra il dentro e il fuori in posizioni di frontiera”, le Comunità di
Base “alla dimensione della stabilità preferiscono la dimensione della
precarietà, del fermento che si nasconde e si mescola nella massa della
farina e la fa lievitare tutta; del chicco di grano caduto in terra che deve
morire per portare frutto”. Enzo
Mazzi, da anni animatore della Comunità di Base
dell’Isolotto presenta così ad Adista
l’esperienza delle CdB, alla vigilia di un evento importante per il futuro
del movimento: il Collegamento seminariale che si terrà a Tirrenia il 3-4
ottobre. Un appuntamento (informazioni sul sito
www.cdbitalia.it) che intende fare il punto sulla ormai quarantennale
storia di questa originalissima esperienza di Chiesa dal basso, che da
sempre si pone come obiettivo quello di realizzare, pur nelle difficoltà e
nelle contraddizioni, la “rivoluzione copernicana” nella Chiesa: quella che
riconosce come centro dell’“universo” ecclesiale non la gerarchia ma il
popolo di Dio in cammino; che persegue il primato della profezia piuttosto
che ribadire quello delle istituzioni.
Un cammino di
trasformazione intrapreso nella Chiesa molti anni fa e che ha avuto una
importante legittimazione nel Concilio Vaticano II, e in particolare nella
costituzione conciliare Lumen Gentium,
ma che negli anni successivi è stato disatteso, frenato, mistificato,
addirittura negato. E che proprio per questo oggi è necessario far
ripartire. Ma poiché le origini di ogni futuro stanno nel passato, non a
caso, l’incontro di Tirrenia sarà introdotto da
Mario Campli e
Marcello Vigli, che nel recente volume
Coltivare la speranza. Una Chiesa altra per un altro mondo possibile
(Tracce, 2009, pp. 215, euro 13: il libro è acquistabile anche presso la
nostra agenzia, telefonando allo 06/6868692, inviando una
mail ad abbonamenti@adista.it
o collegandosi al sito
www.adista.it) propongono una narrazione delle tappe del cammino delle
CdB, facendo emergere attraverso lo scorrere degli avvenimenti problemi e
questioni urgenti della Chiesa di oggi. Problemi ancora irrisolti, che
possono segnare il futuro della Chiesa e di riflesso della società in cui le
comunità sono presenti con importanti forme di servizio.
E sulle Comunità, sulla
loro storia passata, ma - soprattutto - su quella futura,
Adista ha intervistato Enzo
Mazzi.
40 anni, ma le CdB ci sono
ancora, nonostante in tanti, dentro e fuori la Chiesa abbiano a più riprese
preconizzato la scomparsa, o l’irrilevanza, di queste forme di Chiesa
“altra”, troppo legate, a loro dire, ad un passato che non esiste più. Le
CdB come sottoclasse del “dissenso” cattolico. Roba da archivio. Invece…
Gli psicanalisti ci dicono
che il bisogno di vincere l’angoscia della morte ha davanti a sé due strade:
una è la strada della accettazione, gioiosa e tragica insieme, della
finitezza insita nell’esistenza sia personale che sociale; l’altra è la
strada dell’ansiosa ricerca di sconfiggere la morte-nemica fino
all’acquisire immortalità.
Il primo percorso è quello
che porta ad accettare la provvisorietà e relatività di tutto, a vivere con
intensità il presente, a non accumulare, ad accogliere il fluire della
storia, a lasciare spazio a tutto ciò che nasce, a scrutare i segni dei
tempi, a costruire cose piccole, eventi senza pretese, a non attaccarsi agli
assoluti. Possiamo chiamarlo percorso di laicità?
Il secondo percorso è
all’opposto quello che porta a costruire piramidi, a innalzare torri e
cupole, a realizzare istituzioni indefettibili e potenti, chiese eterne,
città eterne, stirpi eterne, ed ora strutture politiche, ad esempio partiti,
se non eterni quantomeno vincenti, a dogmatizzare le proprie verità come
assoluti rivelati da un Dio immaginato onnipotente, a misura dei propri
deliri. Potremmo chiamarlo il percorso della sacralità.
Le CdB hanno scelto la
prima strada. Senz’altro più difficile, ma credo anche di maggiore pienezza
e significato. Anche perché la strada della accettazione della finitezza
dell'esistenza porta a riconoscere l’altro, a fargli spazio, ad accoglierlo.
La strada della ricerca di eternità porta invece ad escludere l’altro, a
considerarlo un rivale se non un nemico, a strumentalizzarlo e sfruttarlo
fino all’ossessione della mors tua
vita mea che ha la guerra come corollario inevitabile.
Un po’ la distinzione tra
essere ed avere individuata da Fromm. Tutto questo fa parte della storia, da
sempre... ma quale nuovo elemento di contraddizione portano le CdB nel
contesto politico ed ecclesiale di oggi?
Oggi la globalizzazione ha
esasperato la situazione appena descritta. Ha reso evidente in modo
sconcertante e angoscioso la limitatezza e la finitezza del mondo e della
vita, e al tempo stesso, ha estremizzato il bisogno di onnipotenza e di
eternità.
Una tale situazione è
insieme sia estremamente pericolosa, sia carica di futuro. Per questo è
importante il discernimento dei segni di nonviolenza che emergono dai
tentativi di percorrere “alterità” di cultura, politica e fede. E quindi
anche dai percorsi di liberazione sperimentati in questi anni dalle CdB.
Il termine “comunità” viene
usato per quella europea come per quelle di accoglienza. C’è poi la
“comunità” scientifica, ci sono quelle religiose, come la comunità
neocatecumenale, le comunità delle varie etnie... Perfino l’alleanza di
Stati in nome della guerra cosiddetta umanitaria viene - un po’
ipocritamente - definita “comunità internazionale”. In una tale babele di
significati, che senso ha il vostro continuare a definirvi “comunità”?
Tutto questo proliferare
strumentale e contraddittorio di comunitarismi può avere anche un risvolto
positivo: può significare che il termine “comunità” è dotato tuttora di una
forza intima per cui conviene riappropriarsene tentando di dare alla stessa
significati all’altezza delle sfide attuali.
È quello che tentano di
fare da sempre le comunità cristiane di base. Una nuova società ha bisogno
di una nuova centralità delle relazioni e quindi necessita di reti di
esperienze comunitarie oltre i confini. O meglio ha bisogno che uno spirito
comunitario aperto informi tutte le formazioni e le strutture sociali.
Altrimenti non si esce da questo dominio dell’individuo astratto. Il
significato più pregnante della comunità consiste nel dare forza e spazio a
qualcosa che ci precede tutti, e cioè alla realtà degli ultimi, delle
persone che non hanno comunità, del “figlio dell’uomo” più spoglio, per
usare termini evangelici.
Roberto Esposito, studioso
di storia delle dottrine politiche e filosofo, scrive in un saggio
intitolato Communitas: l’origine e il
destino della comunità: “Essa (la comunità) non è una proprietà,
un pieno, un territorio da difendere e separare rispetto a coloro che non ne
fanno parte, ma un vuoto, un debito, un dono nei confronti degli altri, che
ci richiama nello stesso tempo alla nostra costitutiva alterità anche da noi
stessi”. Quello che lo studioso desume dalle sue ricerche teoriche, noi lo
abbiamo sperimentato nelle nostre prassi, nei nostri cammini tortuosi che ci
portano sempre lì, all’assenza, al vuoto, alla nostra alterità anche
rispetto a noi stessi.
Mi rendo conto che qui c’è
il rischio di un grave fraintendimento. Quasi che la comunità fosse in
opposizione alla individualità. Dalla cultura della soggettività individuale
e dallo statuto dei diritti individuali non si può né si deve tornare
indietro. Rilevare questo bisogno di comunitarietà oltre i confini non
significa affatto prospettare la stabilizzazione dell’esperienza storica
delle comunità di base.
L’esperienza delle CdB
nasce alla fine degli anni ‘60. Sembra però che le istanze di cui il
movimento delle comunità è portatore abbiano anticipato lo stesso evento
conciliare, lo abbiano accompagnato e ne abbiano poi seguito
appassionatamente gli sviluppi. Insomma, le CdB precederebbero la loro
stessa nascita. Sei d’accordo?
Il concepimento delle CdB
si può far risalire agli anni ‘50 nel clima del grande processo di
trasformazione globale del dopoguerra. Il carattere inedito di queste
formazioni sociali e ecclesiali di base, il loro essere realtà di
transizione che cercano il nuovo senza perdere una sola goccia del positivo
espresso dal vecchio, il loro cercare dimensioni nuove di esistenza basate
sul primato delle relazioni, oltre la cultura patriarcale che invece è
basata sull’appartenenza tribale, la loro precarietà e provvisorietà che
rifugge dalle moderne imbalsamazioni istituzionali, il loro vivere
costantemente fra “essere e non essere”, sempre in bilico fra il dentro e il
fuori in posizioni di frontiera, tutto questo le rende un po’ come un
campione reale della grande trasmigrazione sociale, materiale, psicologica e
culturale, che in pochi anni, dopo la guerra, cambierà volto alla società.
Qualcuno ha giustamente
chiamato quella operata dalle CdB e da altre realtà ecclesiali di base una
“rivoluzione copernicana”. Ma tale rivoluzione conciliare non è stata e non
è un fatto tutto interno alla Chiesa, non è una sciaguattata
nell’acquasantiera. Perché si inserisce in un processo storico e culturale
rivoluzionario di lunga lena e si lega a un bisogno sentito a livello
generale della società mondiale: rifondare la modernità sulla centralità
delle relazioni. Se c’è prodotto della modernità da rinnegare è
l’individualismo competitivo, ma non solo a parole. Un mondo nuovo non ce lo
regala la lotta di tutti contro tutti che è alla base della società
mercantile liberista.
È in questo preciso
contesto storico che va collocato il dibattito sul senso attuale delle
comunità di base, sulla loro vita, sulla loro configurazione, sul loro
futuro.
E qual è, secondo te,
questo futuro?
Il futuro delle comunità di
base non è certo in un riprodursi della fioritura degli anni ‘70. La storia
non ha la circolarità delle stagioni. Potrebbero costituirsi in movimento
stabilizzato, darsi una struttura capace di attrarre, di creare senso, di
offrire segni di appartenenza, addirittura le Comunità potrebbero dotarsi di
nuovi ministeri ordinati e designati democraticamente, per elezione dal
basso, per svilupparsi, riprodursi e durare. Per molti la stabilizzazione è
un grosso rischio. Dove si va? Verso la comunità di base come una “Quasi
parrocchia”, prevista del resto dallo stesso diritto canonico
(can. 516)? Su questo c’è un confronto interno che non ha impedito fin qui
un percorso comune.
Siamo in molti che alla
dimensione della stabilità preferiamo la dimensione della precarietà, del
fermento che si nasconde e si mescola nella massa della farina e la fa
lievitare tutta; del chicco di grano caduto in terra che deve morire per
portare frutto. In genere queste immagini evangeliche vengono intese in
senso sacrificale e moralistico da applicarsi solo alla vita personale. Noi
sappiamo però che nel crogiolo che era la Palestina del primo secolo, quelle
espressioni e quelle simbologie, desunte dalle culture sia profetiche che
misteriche, avevano per il movimento di Gesù un significato di liberazione
non solo religiosa e spirituale, ma anche politica e sociale.
(valerio gigante)
Da Adista n.93/2009
*****
***** *****
29
settembre 2009
QUALE FUTURO PER LE NOSTRE
COMUNITÀ?
(vorrei offrire un piccolo
e personale contributo affinché lo svolgimento del coordinamento del 3-4
ottobre a Tirrenia risulti il più possibile concreto ed efficace)
Innanzitutto un grazie a Mario
Campli e a Marcello Vigli per l’importante servizio di raccolta e
documentazione del percorso delle cdb.“ Coltivare speranza”: è un testo in
cui mi riconosco completamente perché fortemente rispettoso dello spirito e
delle prassi in cui si è realizzata questa nostra esperienza.
Sarebbe molto utile che
qualcuno potesse registrare anche le linee fondamentali delle più
importanti elaborazioni culturali, teologiche, pedagogiche, sociali che sono
scaturite da riflessioni comunitarie e personali in questi anni, attingendo
agli atti dei convegni o alle pubblicazioni che sono state citate nella
bibliografia.
Sarebbe un lavoro che ci
permetterebbe di rivisitare tanti contenuti importanti
che sono il messaggio delle
cdb rivolto a tutti coloro che cercano e che noi stessi abbiamo bisogno
periodicamente di rivisitare per continuare un cammino.
Molte volte, ad esempio, ci
siamo interrogati sull’attualità dell’esperienza delle cdb, sul significato
che la nostra esistenza e continuità ha per noi e per i contesti in cui ci
troviamo a vivere e su “ quale futuro” sia possibile aprirsi.
Tante sono state le
riflessioni e le elaborazioni creative su questo tema e ripescarle per
renderle presenti ed attuali forse sarebbe sufficiente a rispondere anche a
questo interrogativo dell’oggi.
In preparazione dell’incontro
a Chianciano nel 2005 così ci esprimevamo
“……..Abbiamo vissuto e viviamo la comunità
come uno spazio di libertà, un posto di confine dove le diversità si
incontrano e si intrecciano senza confondersi, dove l'insieme dei diversi
può guardare verso orizzonti nuovi e inesplorati, dove si sfuocano le
cornici culturali e sociali, le bandiere e le rappresentanze, e tutte le
"sacralità sacerdotali",
In questo senso la comunità di base non è
un'alternativa alla parrocchia né una parrocchia rivoluzionaria o la scelta
di una opposizione permanente; ma è la proposta e l'indicazione di un
organismo vitale che intende facilitare il dialogo senza occupare spazi
altrui, una posizione di partenza nata per accettare la continua precarietà,
un "non saper mai di preciso cosa si è"………..
….."Un
seminario delle CdB è innanzitutto un luogo di socializzazione delle nostre
sapienze individuali e di gruppi, di riflessioni che ci aiutino prima di
tutto a crescere nella consapevolezza della nostra identità: comprendere e
socializzare i valori e i limiti di cui siamo portatori è condizione
fondamentale per vivere l'oggi in modo aperto e disponibile alle
trasformazioni del presente e del futuro, ma anche per affermare con forza e
determinazione, con impegno e senso di responsabilità, la ricchezza propria
del cammino specifico che abbiamo insieme percorso in questi anni…….
……….Credo sia arrivato il momento
di affermare che la società, la scienza, la conoscenza, debbano rapportarsi
all'umanità in cammino verso la consapevolezza: a piccoli passi, nella
fatica del quotidiano, giorno dopo giorno, fatica del crescere...del
maturare...ma anche ricchezza dei vissuti, delle esperienze, della saggezza,
della socializzazione, dello scambio, della fiducia, dell'amore, della fede………”.
Queste e moltissime altre cose importanti
ci siamo dette/i in questi anni , abbiamo messo insieme un bagaglio, di
conoscenze, di esperienze, ed elaborato un universo di valori, di
riflessioni e di consapevolezze che dovrebbero costituire il nostro
messaggio per l’oggi e per un futuro che non sarà programmabile in funzione
della continuità di una esperienza ma come contributo per camminare insieme
al nuovo che nasce o nascerà anche dalle nuove generazioni.
Al fine di fare tesoro del poco tempo che
avremo a disposizione al prossimo incontro a Tirrenia, per non dover ogni
volta ricominciare a discutere da zero vorrei evidenziare alcuni passaggi
maturati al coordinamento di Formia e che io considero il nocciolo
qualitativo su cui lavorare per il prossimo coordinamento di Tirrenia
Dalla lettera della comunità del Cassano
“……..A distanza di alcuni decenni dalla
nascita delle CdB riteniamo utile e necessario aprire una riflessione,
all’interno del nostro movimento, circa il ruolo che le nuove generazioni
possono assumere nel continuare un percorso di ricerca di una fede adulta
gioiosa e conviviale, non data una volta per sempre e che acquista senso
quando è liberazione dell’uomo da ogni forma di schiavitù.
La convinzione che questo “patrimonio”
sia tuttora vitale e pregnante di significato storico ci induce a ritenere
necessario compiere ogni sforzo per determinare condizioni di interesse, nel
percorso delle CdB, di quelle componenti giovanili che guardano con
attenzione alla nostra “proposta” ed alla nostra “esperienza”……
….Di qui dunque l’esigenza di suscitare e
moltiplicare le occasioni di confronto, sia in sede locale (come peraltro
stiamo facendo) che nazionale, con questa realtà capace di offrire “nuova
linfa” al nostro movimento, partendo anzitutto da coloro, i giovani appunto,
che, a seguito di una ormai drammatica e dilagante diffusione della
precarietà sociale, economica ed esistenziale, rappresentano la vera
“periferia del nostro tempo”…..
……Una di queste occasioni, a nostro
avviso, può essere offerta proprio dalla individuazione del tema per il
prossimo Convegno nazionale delle CdB che sarà oggetto di discussione del
Collegamento di Formia del 17 e 18 gennaio.”
dalla relazione di Rosario sul
Coordinamento di Formia
“………..I giovani presenti fanno sentire la
loro voce e prendendo spunto dalle sollecitazioni che vengono dalla
proposta della comunità del Cassano, affermano che il confronto fra due
generazioni, così distanti come età e come modi di pensare e di agire,
soprattutto oggi è complicatissimo. Anche il linguaggio degli adulti è per i
giovani incomprensibile: appare più per addetti ai lavori che non per tutti.
C’è necessità di creare “relazioni”………
…….Se si vuole comunicare è necessario
inventarsi modi e metodi nuovi soprattutto in momenti particolari come gli
Incontri Nazionali in modo da concretizzare “contatto”…….”
dalla lettera dei giovani della comunità
di San Paolo
“………“A questo punto della storia” i
giovani di Roma, sentono il bisogno di interrogarsi su questa lunga e
fruttuosa esperienza, e sul perché essa si sia sviluppata all’interno
dell’esperienza del movimento delle CdB. Non è semplicemente bisogno di
identità, di questi tempi un sentimento che può diventare un disvalore, ma
desiderio di capire e di interrogarsi sull’esperienza delle CdB, sulla
“loro” teologia ed ecclesiologia, sulle “loro” prassi politiche e sociali,
sul rapporto fede e politica, questione nodale che ha caratterizzato il loro
cammino. Capire quanto il movimento possa ancora essere da stimolo per
immaginare un percorso di “dissenso” e di impegno nella società proprio dei
giovani che si possa ispirare a questa tradizione, ma che possa inventare
anche forme - nuove…….”
Quando
diciamo giovani intendiamo non solo quelli che frequentano le comunità ma
tutte le nuove generazioni in cammino ed in ricerca, credo che metterci in
ascolto delle istanze che nascono da questo mondo è un nostro dovere ed una
nostra responsabilità.
Mettere
a fuoco questo tema e confrontarci su di esso è un modo attuale di parlare
di senso e continuità delle cdb, nello spirito che emerge dalla nostra
esperienza e dalle nostre riflessioni. Attenzione però, che non siano “le
nostre idee e i nostri progetti sui giovani” ma un mettersi in gioco per
cercare un nuovo cammino insieme.
Mi piace riproporre come ipotesi di scelta
per il prossimo incontro nazionale i temi “suggestioni” suggeriti dalla
comunità del Cassano:
I Giovani, periferia del nostro tempo?!
• la terra ci è data in prestito dai
nostri figli
• vivere semplicemente o semplicemente
vivere
• gli “assoluti” nella società “liquida”
• tempo di “precarietà” nel tempo della
“fragilità”
• …e si prese cura di lui (Il buon
samaritano)
• “felicità”: perché il “Paese dei
Balocchi” è impossibile per gli esseri umani?
Un saluto carissimo a tutti
Luciana – Comunità Isolotto – Firenze
*****
***** *****
settembre 2009
Care cdb italiane tutte e….
(l’aggiunta del destinatario “cdb
italiane” a questa lettera è mia anche
per
non riflettere da solo e sentirmi solo…)
Caro Bartolomeo,
Grazie per il tuo
lavoro....non è un ringraziamento banale..perchè mi rendo conto che intorno
al tuo lavoro e quello di altri che si sforzano di “tenere le fila” di “non
farci sentire soli” rispetto alle notizie della tv e della stampa ...ci
fate sentire che non siamo soli a sentirci a disagio e quindi ci date la
forza di andare avanti nella speranza che le cose cambino, che serva fare
qualche cosa perché qualcuno lo raccoglie...
A Tirrenia ci sarà questo
coordinamento delle CDB il prossimo 3-4 Ottobre....non sarebbe ora di darci
una via da seguire adesso? Per non disperdere il ns sentire? La ns
indignazione, il ns disagio? Per trovare la forza che nasce
dall'aggregazione per farci sentire? Per far capire alle tante persone che
non si sentono in sintonia con ciò che viviamo, che le cose possono cambiare
se lo vogliamo se ci impegniamo per questo...che la speranza è possibile?
Dalle parrocchie siamo
usciti tanto tempo fa perché la Chiesa istituzione era un “muro di gomma”
che frenava la ns crescita, la ns voglia di confrontarci senza paura di
essere “disubbidienti”...e lo abbiamo fatto con serietà cercando le “voci
fuori dal coro” cercando di capire “pezzi di Verità” con la voglia di
pluralismo e di rispetto dell'altro e soprattutto cercando di capire sempre
tenendo come “zoccolo duro” l'Eucarestia nel senso del Pane e del Vino e
della lettura comunitaria del Vangelo, cosa che appunto è rimasta il Segno
che non è mai venuto meno. Il Riferimento che è la centralità di ogni cosa
che facciamo. E che ci ha fatto sempre dire :
“NOI SIAMO CHIESA” perché
su questo siamo in comunione anche con i fratelli e sorelle che fanno
riferimento all'Istituzione Chiesa.
In questo percorso di
anni, ad un certo punto le CDB hanno ritenuto che fosse limitante essere
testimonianza come cattolici, ma che dovevamo inserirci nei sindacati, nei
partiti,nelle associazioni..in qualunque posto per portare il ns contributo
senza “etichetta” di cattolico...perchè c'erano tante persone che facevano
cose giuste e che probabilmente chiamavano Dio con un altro nome...e che
comunque quello che contava era “costruire la pace” essere diversi, fare ciò
che la fede ci spingeva a fare senza rivendicazioni di “categoria” con
l’unico scopo di contribuire alla costruzione di un mondo più giusto che per
noi credenti significava la costruzione del Regno di Dio.
E molti di noi si sono
inseriti nei vari organismi ed hanno dato il meglio di sé..”si sono fatti
pane per il prossimo”...e poi continuavamo ad incontrarci per l'Eucarestia,
per ringraziare Dio ed i fratelli/e della forza che ci davamo di portare
avanti la fede nella prassi politica..perchè come dicevamo la presa di
posizione politica diventava il modo di esprimere la nostra fede.
FEDE E POLITICA erano
dunque inscindibili.
Eravamo fermamente
convinti che se vivevamo una fede autentica non potevamo non fare
politica...perchè come dicevamo:
"Gesù ha fatto una scelta
di classe, ha scelto gli ultimi !"
E per anni ai convegni
quando ci siamo incontrati, anche quando le comunità testimoniavano la
stanchezza "dei tempi", abbiamo capito che il momento che MAI era venuto
meno nelle comunità, era la CELEBRAZIONE DELL'EUCARESTIA.
Adesso io credo che
dovremmo riflettere seriamente su cosa riteniamo davvero importante perché
tutto il vissuto di 40 anni non vada perduto...e non lo dico per "salvare il
salvabile" perché se anche l'esperienza delle CDB dovesse finire domani, è
entrata nel nostro DNA, costituisce quello che siamo oggi e che nessuno ci
potrà mai togliere...come dire...se il chicco è morto, comunque i frutti ci
sono...
Ma credo che prima di
decidere che le CDB sono morte dovremmo chiederci se è questo che vogliamo…
tenendo conto che si decide la scomparsa delle CDB anche non decidendo
perché se non ci chiariamo le idee sul nostro obiettivo sulle nostre
strategie, le comunità moriranno tristemente...i nostri convegni
diventeranno un INCONTRO DI REDUCI...che può anche commuoverci e farci stare
bene, ma certo non affascina né stimola i giovani a portare avanti il nostro
comune sentire.
Che cosa vorremmo oggi?
E' ancora giusto mantenere
lo specifico cristiano e muoverci come credenti oppure è giusto conservare
il momento dell'Eucarestia e vivere la nostra fede nei luoghi esterni alla
comunità di base?
Oppure ancora domandarci
se va ancora bene stare fuori dalla Chiesa “istituzione” o se sarebbe
possibile rientrare per provare a rivendicare il diritto di manifestare
opinioni diverse perché forse nella Chiesa istituzione si stanno
moltiplicando fratelli/sorelle ai quali sta' stretto quello che la Chiesa
divulga ed impone come dogma?
Insomma, cosa ci
aspettiamo dalla nostra comunità ?
- La comunità come
incontro di confronto sulla Parola e sull’Eucarestia ?
(e tutto il resto lo viviamo fuori)
- La comunità come
laboratorio di gruppi di solidarietà ?
(per dare visibilità all’esterno?)
- La comunità come gruppo
nel quale provare a vivere come una famiglia ?
Ecco credo che dovremmo
interrogarci su cosa siamo e cosa vorremmo, perché se non ci diciamo queste
cose, non ci confrontiamo, necessariamente nasceranno frustrazioni profonde
perché all’interno di ogni comunità già adesso, dove da tempo non ci si è
data un’indicazione di percorso, ci sono persone che si aspettano una cosa
ed altre che se ne aspettano una diametralmente opposta e questo porta allo
sconforto alla frustrazione.
E con questo non voglio
dire che dovrà regnare l’unanimità nelle CDB, anzi,la rivendicazione del
pluralismo è sempre stata la nostra forza, ma credo che se diventiamo
consapevoli di che cosa vogliamo, possiamo rispettare ed accettare meglio il
volere diverso dell’altro e camminare insieme verso un obiettivo comune che
è la costruzione di un mondo migliore in termini laici e del Regno di Dio
per i credenti.
Con affetto
Paola Collodi Livorno
p.collodi@alice.it
*****
***** *****
29
settembre 2009
IL TEMPO DELLA DISTANZA
“Per tutto c’è il suo tempo;
c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo” dice l’Ecclesiaste; ecco,
oggi è il tempo della distanza.
Su l’Unità del 21 settembre,
dando conto dell’accoglienza all’aeroporto delle bare dei parà morti a
Kabul, si riferisce che una ragazza portava una maglietta con stampata la
frase: “Quando gli angeli non poterono più nulla il signore creò i parà”.
Tanti anni fa avrei sentito disagio per questo immaginario simbolico, più
tardi avrei dissentito denunciando un ricorso al Dio della guerra e delle
armi per sostenere interessi di ben altro campo; oggi in molte e molti
valutiamo la distanza dei nostri percorsi di ricerca del divino e non
entriamo neanche in un atteggiamento di denuncia quasi per non dar loro un
vago riconoscimento di validità. Abbiamo messo il signore al margine, fuori
dal cerchio del potere.
Disagio-dissenso-distanza:
tre tappe che penso molte/i di noi hanno attraversato in tanti ambiti. Per
restare in quello dell’immaginario simbolico, penso al disagio che abbiamo
dapprima avuto noi donne rispetto al silenzio operato nei confronti delle
donne della Bibbia e nei Vangeli; l’abbiamo denunciato; oggi sentiamo la
distanza e andiamo oltre per interrogarci piuttosto su cosa significhi
cercare il divino nelle strade del mondo, fra quali compagne e compagni (amo
questo termine molto più di sorelle e fratelli) per rapportarci a loro.
Quanto al rapporto con la
Chiesa, c’è stato per molte/i il tempo del disagio rispetto ad una profonda
contraddizione fra un appello alla libertà che sentivamo venire dal vangelo
al popolo di dio e le strettoie in cui sentivamo che veniva costretto dai
“pastori del gregge”. Poi c’è stato il tempo del dissenso in cui abbiamo
contestato il modo con cui veniva tradito il concilio che sembrava dovesse
aprire strade per un rinnovamento. Oggi, anche avendo denunciato la
struttura oligarchica e patriarcale di questa Chiesa, misuro la distanza da
essa e non entro neanche più nel merito dei suoi stili ecclesiastici. Valga
un esempio: non dirò mai che la Chiesa deve chiedere scusa alle donne per
ridare loro dignità, sarebbe come dare alla gerarchia ecclesiastica un
riconoscimento di autorità che non posso ammettere.
E’ stato detto e mi si
continuerà a dire che altra cosa è la costruzione di una “chiesa altra” o di
una “chiesa delle donne”. Ma sento ancora una volta che la distanza, “il
vuoto”, lo devo operare anche rispetto alle parole: oltre a signore, anche
fede, credo, chiesa, regno. Un tempo ci saremmo teologicamente arrovellati,
e qualcuno ancora forse lo fa, su cosa è più importante: un “cristianesimo
ecclesiocentrico” o un “cristianesimo regnocentrico” (si dice così?).
Beh, oggi è il tempo della
distanza e cerco solo compagne e compagni con cui sperimentare - se ha
ancora un senso – la sequela di Gesù sulle strade della Galilea.
Giovanna Romualdi – da “Primo piano”
(www.cdbitalia.it)
*****
***** *****
1
ottobre 2009
SIAMO GIÀ L’OBLIO CHE SAREMO?
“Tu che cammini, non c’è la strada, la strada si
fa andando, colpo su colpo, bacio su bacio, la strada si fa andando” è la
strofa affascinante di un’intensa canzone di Joan Manuel Serrat, che ben
si addiceva ( si addice ancora? ) all’andare delle cdb che cercavano ( o
intercettavano? ) solo compagne e compagni con cui sperimentare la sequela
di Gesù sulle strade della Galilea, quelle strade che egli percorreva come
profeta di giustizia, come banditore di uguaglianza, come guaritore di
malattie, manifestazione della impedita possibilità per le donne e gli
uomini di vivere la loro corporeità con serenità se non con felicità.
Erano, e lo sono ancora, tanti i veleni iniettati dai poteri costituiti del
tempo e molti di essi riuscivano a penetrare ( e penetrano ancora ) anche
inconsapevolmente nelle vive vene di donne e di uomini.
Le strade non le parrocchie e le canoniche anche
quelle più progressiste, le strade non i cenacoli chiusi compresi quelli
costituiti da riviste o da reti informatiche, le strade non metaforiche ma
quelle camminate, vissute assieme alle persone dannate della terra, ai corpi
sfregiati dalla violenza di un cinico e sadico potere, possono dare nuove
indicazioni, nuove spinte al nostro andare.
Quando nelle comunità, nelle persone che si
riuniscono in comunità, non si trova più tempo, non c’è più passione per
stare nelle strade, la comunità diventa o rischia di diventare continua
ripetizione di una cosa che fu, di una cosa che si può fingere che sia
ancora ma che di certo non esprime più profezia.
Tentare di leggere il cammino fatto dalle cdb è
una cosa egregia, un impegno importante ma da solo i libri rischiano di
essere simulacri di ricordo, una protesi per ricordare, forse un disperato
tentativo di rendere più durevole ciò che è irrimediabilmente finito o sta
per finire. Per questo usare l’arte e la virtù della distanza per andare
oltre il passato e forse anche oltre una certa memoria del passato può
essere la migliore medicina perché non si dica di noi, come scrive Borges,
che già siamo l’oblio che saremo.
Peppino Coscione
Comunità Oregina –
Genova – da “Primo
piano” (www.cdbitalia.it)
*****
***** *****
8
ottobre 2009
TORNANDO DA TIRRENIA
L'incontro di collegamento delle comunità di
base svoltosi a Tirrenia il 3-4 ottobre sul tema "quale futuro per le nostre
comunità", ha evidenziato che l’interrogativo si pone non tanto per
progettare una qualche forma di sopravvivenza della nostra esperienza, ma
per analizzare insieme proprio quali contenuti esse rappresentano
attualmente di fronte agli interrogativi di senso che emergono dal movimento
di base più impegnato nella ricerca di spazi di socializzazione e di
identità.
Sono assai diffusi, sebbene mai abbastanza, i
luoghi dell'aggregazione di base con contenuto culturale e sociale,
scarseggiano invece luoghi dove sia possibile condividere gli aspetti più
profondi della vita, non esauriti dagli obiettivi politici e sociali pur
tanto importanti. Nonostante che da vari segni emerga il grande bisogno di
un respiro più aperto, libero, vitale rispetto ai condizionamenti del
cosiddetto pensiero unico e agli ingabbiamenti della società del danaro e
del consumo di beni sia materiali che religiosi, scarseggiano i luoghi in
cui cercare collettivamente il senso del vivere e della sua finitezza nella
pratica concreta del quotidiano, dove compiere insieme percorsi di
liberazione creativa e positiva dal dominio del sacro in una circolarità il
più possibile alla pari. La sete è tanta ma le esperienze e le proposte
fanno fatica a farsi strada e ad emergere.
Le riflessioni dei partecipanti al collegamento
di Tirrenia hanno evidenziato perplessità, smarrimento e senso del limite di
fronte alla complessità dell’oggi ma, come sempre, sono state ricche di
contenuti.
Ritrovarsi periodicamente per confrontarci è un
momento di arricchimento reciproco ed anche questa volta è servito ad
alimentare la voglia di esserci ora, nell'oggi, di ritrovare la capacità
originaria di indignarsi e di essere una spina nel fianco dei poteri
ecclesiastici e laici che dominano la vita e condizionano le coscienze, il
bisogno di parole nuove alimentate in modo originale alle parole antiche sia
del Vangelo che della sapienza dei vari popoli e culture, il desiderio di
collegarsi meglio con le persone e i movimenti che cercano come noi uno
spiraglio nel muro del deperimento della socialità, la ricerca di
solidarietà con le nuove povertà ed emarginazioni e con le giovani
generazioni che più soffrono la rapina della memoria e del futuro.
Sono tornata a casa rinfrancata. Luciana
Angeloni
Comunità Isolotto –
Firenze – da
“Primo piano” (www.cdbitalia.it)
*****
***** *****
22
ottobre 2009
A PROPOSITO DI “QUALE FUTURO PER LE CDB”
Credo che, “a
questo punto della nostra storia”, sia necessario rivedere tutto ciò che, a
partire dai circa quarant’anni di vissuto delle CdB fino oggi, ha costituito
paletti imprescindibili.
A mio avviso è
necessario tentare di eliminare tutto ciò che potrebbe essere obsoleto,
modificare quei linguaggi che non interpretano più il pensiero del nostro
vissuto attuale, eliminando ciò che abbiamo ritenuto punti fermi della
nostra esperienza esistenziale e specificatamente di fede. È necessario
quindi rivedere momenti che abbiamo ritenuti forti della nostra esperienza,
momenti che si sono espressi con azioni e parole.
Se il linguaggio
non è rappresentativo della propria realtà individuale o di gruppo rischia
di essere artefatto e quindi inutile. La ricerca di un nuovo linguaggio deve
avere come obiettivo il ri-conoscersi. È questo un lavoro che richiede
tempo, che prevede profonde riflessioni di senso.
Una prima
ricerca va fatta sul linguaggio usato fino ad oggi. Frasi come “cattolici
del dissenso” (già mi è stato detto che qualcosa in questa direzione è stato
detto); “chiesa altra” (mi sembra un paradosso), tanto per citarne due a
caso.
È un lavoro che
richiede profonde riflessioni di senso per uscire da probabili anomalie che
hanno creato schematismi che condizionano e che non rendono libera la
ricerca di fede che ha bisogno di essere libera.
La Comunità è il
luogo della ricerca; se è condizionata da luoghi comuni, paletti fissi o
addirittura da dogmi, la stessa perde senso. Per delineare il futuro delle
CdB è necessario far partire una profonda riflessione anche intorno a temi
come la ricerca di nuovi linguaggi.
Comunque si ha
bisogno di tempo. Potrebbe essere uno degli argomenti del prossimo Incontro
Nazionale a cui arrivare con riflessioni e dibattiti anche per via
telematica.
Benedetto Musacchia
CdB del Cassano –
Napoli – da “Primo
piano” (www.cdbitalia.it)
*****
***** *****
RICORDO DI
MARTINO NEL DECIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE
Collegamento
seminariale delle CdB italiane, Tirrenia 3-4 ottobre 2009
PREGHIERA - MEMORIA
“Sono venuto perché abbiano una vita vera
e completa” (Gv 10,10)
Dio della vita,
Ci
piace invocarti così, ricordando Martino che non è più con noi ma che
crediamo e speriamo sia sempre nella grande vita che ci sostiene e ci
avvolge, accolto come figlio, assieme a Gesù di Nazaret e a tutti coloro che
hanno vissuto in modo pienamente umano.
“La mia casa sarà casa di preghiera, voi
invece ne avete fatto un covo di briganti” (Lc 19,46)
Dio della vita,
Anche Martino è stato profeticamente, come Gesù, un demolitore di idoli. In
continuazione, con perseveranza, quasi ostinatamente, si è opposto ai luoghi
comuni, alle false immagini che di te gli uomini, in particolare quelli
religiosi, hanno costruito nel tempo. Ha “scrostato”, “ripulito” con
passione tutto ciò che rende opaca la mente impedendo il passaggio della
luce.
“Non tutti quelli che dicono Signore,
Signore, entreranno nel regno di Dio ma soltanto quelli che fanno la volontà
del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21)
Dio della vita,
Martino ha sempre privilegiato, anche e soprattutto negli ultimi periodi, l’ortoprassi
rispetto all’ortodossia. Buono è tutto ciò che ci fa vivere più umanamente,
in modo solidale. Ciò che conta è la fraternità e non l’ideologia. Così si
spiega la sua scelta di essere seguace di Francesco e il suo legame con lui,
così come la nascita della piccola fraternità francescana nella nostra
città, segno di un modo di essere che si traduce nell’ordinaria
quotidianità.
“Dove sono le vostre ricchezze là c’è
anche il vostro cuore” (Lc 12,34). “Non potete servire Dio e i soldi” (Mt
6,24) “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno di Dio” (Mt
18,3)
Dio della vita,
Martino ha vissuto sobriamente, da povero. Non aveva attaccamenti, non si
sentiva possessore di alcunché. La sua casa, povera; il suo lavoro in
fabbrica povero come quello di tanti; la sua pensione, povera. La sua vera
ricchezza erano una vita semplice, essenziale, senza pretese ed il suo animo
di ricercatore non disgiunto dall’utopia, dal sogno e da uno stupore in
qualche modo ingenuo.
“Beati quelli che hanno compassione degli
altri: Dio avrà compassione di loro” (Mt 5,7)
Dio della vita,
L’amore di Martino era discreto, silenzioso, ma presente. L’amore per la
piccola Francesca totale e gioioso. L’amore per gli amici sentito nel
profondo. L’amore per chi cercava un contatto o un confronto con lui si
faceva ascolto attento e partecipe. Come la sua mente era aperta, così il
suo cuore.
“Ecco un mangione e un beone, amico degli
agenti delle tasse e di altre persone di cattiva reputazione” (Lc 7,34).
“Mentre erano a tavola, so avvicinò una donna con un vasetto di alabastro,
pieno di profumo molto prezioso e versò il profumo sulla testa di Gesù” (Mt
26,7)
Dio della vita,
Martino non era un asceta, un rinunciatario. Amava la vita, e sapeva godere
delle piccole o grandi cose di ogni giorno, di un cibo buono, di un
incontro, di un dono, di un’amicizia, di una partita di calcio. Non
costruiva ad arte il suo personaggio, era se stesso senza infingimenti o
ipocrisie.
“Spezzò il pane e lo diede ai suoi
discepoli” (Lc 22,19)
Dio della vita,
Martino ha spezzato la sua vita, l’ha condivisa. E’ stato un uomo per gli
altri: nell’impegno con le comunità di base a cui ha donato tempo, studio,
passione, negli incontri settimanali con gli amici con cui ha spezzato il
pane delle sue conoscenze e dei suoi continui approfondimenti, nella
disponibilità a percorrere nuovi cammini, nel riconoscere il volto dei più
deboli e nel farsi loro vicino con gesti semplici e quotidiani.
Dio della vita,
La memoria di
Martino ci porti a una nuova e rinnovata consapevolezza di essere tuoi figli
vivendo con semplicità e gioia il nostro cammino.
Scrittura collettiva - Documento del gruppo A
Interrogandoci sul futuro abbiamo capito che
l’importante è comprendere cosa significa essere comunità “oggi” e
impegnarci nel nostro presente senza paure: è questo il modo di costruire il
futuro.
È importante portare la nostra specificità di
cristiani di base nelle nostre attività e relazioni con l’esterno. La
relazione va ricercata tra coloro che vivono il disagio dentro la chiesa
cattolica e nella società, ritrovando entusiasmo, nella leggerezza del
quotidiano.
La comunità è un luogo dove si sperimenta la
libertà, dove si possono socializzare i valori più essenziali della vita,
evitando di farci condizionare ed ingabbiare da obiettivi troppo rigidi.
Fare comunità ha senso solo se si intende
partecipare all’annuncio della buona novella, solo una comunità può fare
questo.
Bisogna riuscire a far fronte al pessimismo, nel
momento che viviamo, della nostra possibilità di incidere, coltivando la
speranza che nelle nostre comunità suscitano ancora le parabole del chicco
di senape, del sale e del lievito nella pasta; credendo cioè nel valore
intrinseco della creatività della profezia.
Sono inoltre emerse due linee di azione:
1)
Seguitare ad essere spina nel fianco
dell’istituzione ecclesiastica, considerata come uno dei poteri che
condizionano la vita.
2)
Preoccuparci di diffondere e rendere
fruibile la nostra ricerca alla comunità ecclesiale e alla società.
È emersa anche la necessità di superare la
centralità del leader (in genere il presbitero) nelle CdB attraverso
l’assunzione di responsabilità da parte di tutte e tutti.
Impegno dell’oggi è anche elaborare l’intreccio
con le nuove generazioni.
La cifra delle CdB è legata alla capacità di
fare continua esperienza delle lotte e delle sofferenze vecchie e nuove
degli ultimi e delle ultime della terra; dare più spazio alle donne e
contrastare fondamentalismi e patriarcalismi.
Le comunità, come all’inizio della loro
esperienza, dovrebbero ritrovare il fuoco della rabbia e dell’indignazione
di fronte alle ingiustizie, cogliere e mettersi in relazione con tutti quei
focolai di fermento che, anche se in misura ridotta rispetto al passato,
sono presenti nella nostra società.
Tirrenia, 4 ottobre 2009
Scrittura collettiva - Documento del gruppo B
1) rapporto con la Chiesa istituzionale
La rabbia nei confronti della Chiesa
istituzionale che ha caratterizzato la nascita delle CdB si è sfumata e
trasformata in distanza, che però non è indifferenza.
Ancora oggi le CdB svolgono e vogliono
continuare a svolgere un ruolo di spina nel fianco e critica cosciente della
Chiesa e di testimonianza e stimolo per tutti coloro i quali, dentro la
Chiesa, manifestano pensieri e posizioni critiche.
Uno dei sensi che contraddistinguono l’appartenenza alle CdB è
quello del protagonismo di ciascuno e ciascuna rispetto alla passività che
contraddistingue chi partecipa alle celebrazioni della Chiesa; questo
protagonismo è frutto dei percorsi di presa di coscienza e di
consapevolezza, un percorso di “educazione permanente” che ha fra i
risultati quello del superamento della gerarchia nel vivere l’esperienza di
fede.
2) rapporto con le nuove generazioni
Anche se è diffuso un senso di frustrazione per
quanto riguarda la presenza e la partecipazione dei figli alla esperienza
attuale delle CdB, dopo che molti di questi giovani avevano vissuto
all’interno delle comunità fin da piccoli, c’è la consapevolezza che anche
fra quei giovani che si sono allontanati dalle comunità i valori che sono
stati trasmessi nella esperienza comunitaria siano vissuti nei diversi
contesti in cui questi giovani si trovano.
Il dispiacere emotivo che si prova per l’allontanamento di molti
giovani si coniuga con la constatazione [razionale] che esso è frutto
della libertà di scelta che tutti questi giovani hanno potuto esercitare,
essendo la libertà di scelta e il non proselitismo caratteristiche della
esperienza delle CdB.
Il rapporto con le giovani generazioni e il
“nuovo” viene vissuto come vivificante dalle CdB, anche se si avverte che
questo confronto e scambio richiede la capacità di utilizzare un nuovo
linguaggio.
Le CdB sono nate in un particolare momento storico e fin dalla
loro nascita si sono intrecciate con altre esperienze della società, dando e
ricevendo spunti per il cambiamento; il futuro delle CdB, del quale non
bisogna preoccuparsi, sarà comunque nel confrontarsi e rapportarsi con il
mondo, con lo sforzo di essere lievito e seme.
In questo percorso diventa ora
importante restare veramente aperti alle nuove situazioni che via via si
creano nella società, sia per trovare modalità e linguaggi per rendere
“fruibili” a tanti altri il nostro percorso e le nostre acquisizioni, sia
per mantenere un dialogo con le nuove generazioni ed i nuovi contesti
storici; solo immergendoci nella continua sfida che ci viene dai continui
cambiamenti sociali, saremo in grado di vivificare e costruire anche il
nostro futuro.
3) comunità come luogo di giustizia e amore
Le CdB avvertono il senso del messaggio evangelico
come impegno nei confronti degli ultimi, come luogo di ascolto e di rispetto
di ogni differenza, come occasione di confronto aperto e di condivisione di
sentimenti e riflessioni.
L’apertura si manifesta non solo all’interno, dove i membri delle
comunità hanno la possibilità di mettersi in gioco individualmente ma non
egoisticamente e di trovare nell’incontro/confronto comunitario opportunità
di crescita, ma anche verso l’esterno con quei gruppi sociali ed ecclesiali
disponibili all’interscambio delle esperienze e dei sentimenti.
La resistenza al pensiero dominante, sia della
Chiesa ufficiale che del Potere, viene considerato parte integrante di
questo confronto.
Il senso di responsabilità che i partecipanti alle
CdB avvertono si riferisce anche alla necessità di superare il bisogno della
figura del sacerdote come elemento di vertice di una struttura a piramide
che replica quella del potere ecclesiastico, confermando o arrivando ad una
circolarità nello svolgimento delle attività comunitarie.
Tirrenia, 4 ottobre 2009