CONTRIBUTI

per  un approfondimento sul tema del  Collegamento Seminariale di Tirrenia

delle comunità cristiane di base del  3 e 4 ottobre 2009:

“ Quale futuro per le nostre Comunità? “

 

 

 

 

 

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(dalla lettera della Segreteria tecnica nazionale del 9 luglio 2009)

“....questo incontro seminariale è stato voluto  affinché, dopo avere meditato nel Collegamento di Livorno dell'autunno 2007 sul modo di vivere all'interno delle CdB, si possa ora riflettere sul come le nostre comunità in questi anni si sono rapportate “con gli altri “ e  ci si possa interrogare sul come per il futuro intendiamo rapportarci con le diverse realtà della  comunità locale, nazionale, mondiale...”

                                                            

Nota introduttiva

Nelle conclusioni del collegamento seminariale dell’autunno 2007 è stato rilevato che, pur nella eterogeneità delle esperienze (numero di membri, attività, rapporto con la eucaristia...), nessuna delle Comunità pone in questione la propria  esistenza, né avanza preoccupazioni sul proprio futuro. Alcune di esse non si sentono “chiesa” e al tempo stesso non c’è piena convergenza nella concezione dell’identità del movimento. (v. allegato)

Anche nel modo come le nostre comunità in questi anni si sono rapportatecon gli altri”  ci sono differenze come emerge dai dati del questionario che sono stati presentati.

A questi dati si possono aggiungere alcune riflessioni sulla presenza delle Cdb nella Comunità ecclesiale e nella società italiana da quando hanno cominciato il loro cammino comune, per giungere a porci l’interrogativo sul come per il futuro intendiamo rapportarci con le diverse realtà della  comunità locale, nazionale, mondiale, prendendo atto che esse hanno subito in questi decenni radicali trasformazioni e ancor oggi sono in fase di evoluzione.Le comunità di base traggono spinta dagli stessi fatti di questi giorni per intensificare il loro impegno concreto sia per affermare il pluralismo conciliare del Popolo di Dio nella Chiesa, in unione con i cattolici amanti del Concilio e specialmente con quelli del “disagio” che si sono incontrati a Firenze nella primavera scorsa, sia per difendere la democrazia e la Costituzione nella società, in unione con gli uomini e le donne di buona volontà (dal Comunicato della segreteria del 6 settembre 2009)

Poste queste premesse, è più facile avviare quel discorso che Franco Barbero, commentando il collegamento del 2007 in un’intervista pubblicata su Confronti, prevedeva lungo e scomodo

“ Su alcuni  nodi “facili” ( il superamento dell’ottica confessionale, una attenta pratica di laicità, la presidenza dell’eucarestia anche senza prete…) il seminario ha approfondito costruttivamente le posizioni acquisite da circa trent’anni. Come il percorso comunitario e ministeriale delle cdb riesca a dialogare, a creare ponti, con altre realtà ecclesiali e con tanti cristiani/e sciolti, è un argomento che non ho avvertito presente.  (…) a mio avviso, in genere, le cdb intercettano scarsamente le persone in cerca di fede o gli emarginati/e dell’istituzione ecclesiastica. Ma questo è un discorso troppo lungo e  troppo scomodo anche per noi e forse ci siamo un po’ congelati entro i nostri schemi per poter prendere nuovi appuntamenti con la vita”.

 

1)      Quarant’anni di impegno delle Cdb

Ø     Nei quaranta anni di cammino comune – tanti sono quelli trascorsi dal momento in cui dal Movimento dei Gruppi spontanei per una nuova sinistra si staccarono Gruppi e Comunità decise a qualificarsi nella costruzione di una Chiesa “altra”, nell’intento di non fare della Comunità un succedaneo dell’organizzazione politica – le Cdb hanno continuato a reagire insieme; e a co-reagire  ai mutamenti sociali e politici, culturali ed ecclesiali che si sono succeduti e alle tensioni provocate al loro interno dalla necessità di misurarsi con il riconoscimento delle diversità.

Ø     E‘ stato costante l’impegno  a dialogare con altre realtà ecclesiali, anche se senza molto successo per la diffidenza nei confronti del “dissenso”, ma al tempo stesso senza esclusioni, come ha rivelato il recente convegno di Firenze dei cattolici in “disagio”.  Le loro prassi liturgiche e il modo di rapportarsi  alla Parola si sono di fatto diffuse anche nelle parrocchie oltre che in gruppi diversi.

Ø     Il loro contributo di sostegno è stato determinante per la salvezza di Com e la trasformazione in Com Nuovi Tempi, per la nascita del Movimento 7 novembre, di Cristiani per il socialismo e di Noi Siamo Chiesa; e per l’affermazione del Comitato dei cattolici per il NO al referendum sul divorzio.  Forte è stato, inoltre,  l’appoggio alla diffusione di Adista e, da parte di alcune Cdb, al movimento Vocatio.

Ø     Un notevole contributo è stato dato alla costruzione della dimensione europea, nella costante attenzione all’America latina,  e soprattutto alla sua continuità, come ha  confermato il convegno delle Cdb europee a Vienna, nel maggio scorso.

Ø     Vario e multiforme è stato l’impegno sociale e politico. Sono state in genere privilegiate le iniziative “di base” senza però demonizzare  partiti e sindacati. Il riferimento è stato sempre alle forze della sinistra nelle sue diverse forme. Scarsa attenzione è stata data a forme di organizzate di “sinistra cristiana”: Acpol, Sinistra indipendente, ....

 

2)      La situazione  sociale, economica ed ecclesiale  del nostro paese

Ø     Sempre più evidente è la crisi nei rapporti interni all’Istituzione ecclesiastica,  esplosa sui media con elementi di dura conflittualità   fra la Santa Sede e la Cei  e fra gli stessi vescovi italiani a  seguito del caso Boffo.

Ø     La conflittualità Stato/Chiesa è resa più complessa dalla crisi delle forze politiche e dello stesso Stato che ha lasciato spazio a forme sempre più pressanti di “ingerenza” da parte delle gerarchie,  dell’Opus Dei e dei “movimenti ecclesiali” (da Sant’Egidio a Comunione e Liberazione). 

Ø     Meno autonoma ed efficace è la presenza dell’associazionismo tradizionale e del volontariato le cui strutture sono in profonda trasformazione per l’affermarsi della ideologia della sussidiarietà e per l’accesso al finanziamento pubblico attraverso il 5 per mille,  che li spingono all’istituzionalizzazione e alla burocratizzazione,  

Ø     Restano vivaci i tradizionali movimenti e gruppi di cristiani critici  (Noi siamo chiesa e le diverse reti),  Fogli e Riviste più o meno disponibili ad impegnarsi nel rivendicare autonomia di giudizio su questioni interni alla Comunità ecclesiale.

Ø     E’ aumentato il “disagio” alla base della Comunità ecclesiale con timidi segni di iniziativa per uscirne a livello nazionale: Incontro di Firenze e “Segni nuovi”, il nuovo fascicolo di Adista.

Ø     Sono anche aumentati i “profeti solitari”, singoli e gruppi, caratterizzati da forte  autoreferenzialità,  favoriti dal diffondersi dei sistemi di comunicazione informatici (blog, mail list, siti...) che danno a molti l’illusione di avere udienza ed efficacia.

Ø     Aumenta anche la diaspora dei senza-chiesa.

Ø     Queste dinamiche intraecclesiali si svolgono all’interno di una profonda crisi sociale nella pubblica moralità e solidarietà; di uno sconvolgimento della vita politica  soprattutto a sinistra, nella sfera cioè di tradizionale riferimento del movimento delle Cdb; di un processo di decadenza istituzionale; di un rafforzamento dei poteri occulti, delle corporazioni, delle cosche..

 

3)      Un’idea di futuro

Ø     Abbiamo pensato utile collocare la ricerca di una risposta alla domanda su quale futuro nel quadro della quarantennale esperienza delle Cdb ma sappiamo bene che non è il solo, possono essercene degli altri. Da esso abbiamo ricavato questo messaggio. Coltivare speranza è possibile se si fonda sulla consapevolezza che nella generale crisi di equilibri, che sembravano destinati a durare e che ora sono stati spazzati via,  possono trovare spazio realtà anche  modeste che hanno mantenuto vivo un patrimonio teologico e di prassi, per farne una proposta di “chiesa altra” impegnata ad “evangelizzare” il nostro tempo. Se non si intende fare di quella proposta  solo oggetto di “consumo”: una testimonianza, cioè, che si consuma nel circuito di rapporti interpersonali, certamente di alto valore umano e psicologico ma che rischia di non farsi segno. Se si assume la responsabilità di raccontare, oggi, la “buona novella” storicizzandola, cioè desacralizzandola” e “contaminandola” con il cammino degli uomini e delle donne di questo tempo. Ci conforta, in questa direzione, la bella riflessione che Giulio Girardi ci ha inviato attraverso  Claudio Giambelli, quando afferma l’esigenza di “opere radicate nella fede”. Nel ringraziarlo della sua indefettibile amicizia, gli inviamo un caldo e affettuoso saluto. Nel frattempo sono arrivati altri messaggi che hanno arricchito il quadro da noi preventivato. Ci riferiamo in particolare ai testi arrivati al sito (Nino, Mario, Stefano, Giovanna, Luciana, Peppino ...) fra i quali ci pare utile inserire anche  il commento di Angelo Bertani al testo di Nino pubblicato su Adista. Si allarga così la prospettiva nella quale abbiamo collocato – a mò di esempio sia chiaro – i campi d’intervento che vi proponiamo

Ø     Possibili campi d’intervento:

a)      i rapporti con reti e movimenti di base: dalle esperienze di coinvolgimento come la partecipazione al convegno di Firenze e ad altre iniziative (il recente convegno a Roma sul Concilio) è possibile prevedere di  rendere più stabili tali rapporti, magari costituendo un gruppo di lavoro che li curi? E’ possibile, in tal senso,  seguire l’indicazione, che ci viene da Vienna, per un impegno nella costruzione di reti stabili,  simili alle Redes cristianas  create in Spagna  (circa 150 gruppi, e tra essi anche le Cdb, che, restando diversi, sono stabilmente collegate in rete e ogni tanto “parlano” anche unitariamente)?

b)      il territorio: da una riflessione più attenta sulle prassi che ancora ci sono, si può verificare la possibilità, pur nella specificità delle diverse situazioni,  di stabilire rapporti con le parrocchie e i quartieri e  per valutare la possibilità di applicarle altrove?

c)      il mondo evangelico: pur sapendo che sono diversi i tempi dalla fine degli anni sessanta, come è possibile rilanciare i rapporti con la Fcei, la Fgei, le  Comunità locali magari a partire dalla collaborazione nella redazione di Confronti ?

d)      la presenza nel circolo mediatico: senza riesumare l’annosa questione della “visibilità”, è possibile garantire la “regolarità” della comunicazione all’esterno sia delle nostre posizioni sull’attualità sia delle nostre esperienze e iniziative?Come incrementare il lavoro del gruppo delegato ai comunicati, migliorare il sito, utilizzare meglio gli accessi a riviste, siti e media amici?

e)      la presenza nel sociale:  come si pone, oggi, il rapporto fede-politica? Come mantenere  intensificare la comunicazione fra le Cdb sulle forme d’intervento nei diversi settori d’impegno socio-politico che loro hanno scelto, per uno scambio di esperienze e per  realizzare collegamenti nella partecipazione? in quali occasioni è auspicabile l’adesione del movimento nel suo complesso? 

 

Ø     E’ necessario verificare questa prospettiva con:  

            a)  i giovani: per chiedersi come da un lato continuare il lavoro iniziato e dall’altro svilupparlo con il loro coinvolgimento nella gestione della vita delle Comunità e del movimento.

b)  i gruppi donne: per chiedersi da un lato come favorire, all’interno delle Comunità, una maggiore conoscenza delle loro elaborazioni e del loro metodo di lavoro nel rapporto con altre realtà locali e nazionali e dall’altro come realizzare un maggiore coinvolgimento nella gestione collegiale del movimento.

Ø     E’ necessario, infine, cominciare a collocare, in questa prospettiva, la ricerca del tema del prossimo Convegno nazionale 2010 riprendendo le riflessioni,  le idee e proposte che le cdb avevano fatto e  che sono state  in parte anche discusse al collegamento di Formia del gennaio 2009. (fine)

 

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ALLEGATO

 

FARE COMUNITA’: MINISTERI/SERVIZI: QUALI? COME ESERCITARLI?

                Sintesi finale del Seminario di Tirrenia 2007 - dalla scrittura collettiva del Gruppo N. 3

 

Stare insieme fuori e dentro le CdB

Il pluralismo con il quale si esprime la vita e il pensiero delle varie CdB desta sorpresa ed emozione. Ogni comunità si organizza come meglio ritiene. Colpisce la voglia di raccontare e di raccontarsi.

Ma c’è anche chi ha espresso l’opinione che in occasione di questo seminario sono state ripetute cose vecchie di trenta anni senza nulla di nuovo.

Molti sottolineano l’importanza di non erigere steccati o muri, ma di lasciare sempre una porta aperta, perché solo una partecipazione libera e consapevole può produrre novità feconde. Porta aperta per lasciare entrare chi è fuori, ma anche per uscire verso altre realtà. A questo proposito qualcuno ha sottolineato come ci sia uno sforzo nelle CdB per adeguare il linguaggio a coloro che ci troviamo di volta in volta di fronte, tenendo conto delle loro diversità.

Funzioni o ruoli?

Per evitare posizioni di potere o burocratizzazione, è emersa l’indicazione di distinguere la funzione dal ruolo: l’esercizio della funzione è intercambiabile, il ruolo tende a diventare permanente.

Ci sembra che tale distinzione:

v      renda più facile l’adeguamento dei servizi alle mutevoli esigenze della comunità

v      costituisca un grande insegnamento per i giovani e per tutti coloro che si uniscono al nostro cammino

v      lasci più spazio ai nuovi arrivati

v      permetta una maggiore possibilità di responsabilizzazione e crescita personale.

Presbitero sì, presbitero no?

Molti sostengono che la figura del presbitero-prete vada superata, perché siamo tutti uguali, uomini e donne, in forza del battesimo. Questo superamento sembra essere più facile in comunità domestiche che in comunità più esposte all’esterno.

In molte comunità l’eucarestia è desacralizzata: il sacro è potere. E’ più importante fare memoria che perpetuare un rito. C’è sempre il rischio di ricreare gerarchie.

Per alcuni lo spezzare del pane in assenza del prete può creare difficoltà, per altri può essere un momento di crescita.

Alcuni pensano che la figura del presbitero-prete non vada sostituita da un presidente, uomo o donna, ma vada superata attraverso una celebrazione corale della memoria di Gesù, dove tutta la comunità ripete insieme le parole della cena del Signore e nessuno occupa il posto di capo-tavola. Questa modalità aiuta chi ha più difficoltà ad accettare la presidenza da parte di un non-prete, responsabilizza le persone ed è rispettosa di coloro che fanno più fatica a sentirsi parte attiva nella presidenza della celebrazione.

CdB e chiesa di base

Esiste una specificità delle CdB rispetto alla chiesa di base nelle sue diverse forme? Forse una specificità si può ritrovare:

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nella ricerca di coniugare profezia e istituzione

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nella denuncia dell’inadeguatezza dell’attuale istituzione a consentire l’espressione della dimensione profetica

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nel tentativo di testimoniare l’essenza profonda del messaggio di Gesù.

Una comunità di base non dovrebbe cercare la perfezione della propria struttura interna, ma farsi lievito per la crescita della vita degli altri, affrontando i problemi e le contraddizioni della società, facendo sì che la società, gli uomini e le donne siano sempre più umani.

Molti hanno espresso fiducia nella chiesa di base, che nasce anche fuori dalle nostre percezioni. E’ un cammino che incrocerà sempre di più le nostre speranze, un invito a guardare oltre noi stessi.

Un ricordo e non solo … Nel nostro incontro abbiamo sentito forte la presenza ministeriale delle nostre sorelle e dei nostri fratelli scomparsi, nella continuità e nell’unità delle esperienze comunitarie presenti in modo molteplice e multiforme.

CONTRIBUTI

 

1969- 2009: un anniversario da non dimenticare

Quarant’anni fa, correva l’anno 1969, quando il movimento, che sarebbe diventato il nostro Movimento, mosse i primi passi mettendo in rete, si direbbe oggi, gruppi e comunità che si erano venute costituendo in diverse città alla ricerca di un modo diverso di vivere la fedeltà al Vangelo e di essere Chiesa ispirandosi al clima nuovo generato nella Chiesa dal Concilio, chiuso pochi anni prima.

L’eco del sessantotto aveva, infatti, raggiunto le parrocchie, i cattolici anonimi e la stessa base delle organizzazioni cattoliche, i conventi e i seminari, i giornali diocesani e le riviste, producendo crisi e spinte al rinnovamento destinate a determinare, nel tempo, mutamenti poco appariscenti, ma non meno significativi. Nell’immediato non mancarono manifestazioni di dissenso diretto, come la contestazione del quaresimale a Trento, l’occupazione del duomo di Parma e l’esplosione del “caso” Isolotto.

A queste si sommarono le numerose iniziative, cosiddette anticoncordatarie, promosse prevalentemente da cattolici. Si diffuse il rifiuto in gruppo dell’insegnamento di religione nelle scuole statali, esplicitamente motivato sul piano ecclesiale e politico. Aumentarono i “matrimoni anticoncordatari” di cattolici osservanti che facevano precedere il matrimonio civile a quello sacramentale, in polemica con l’attribuzione di effetti civili al matrimonio sacramentale, prevista dal Concordato mussoliniano.

Da questo intreccio fra prassi di diretta contestazione della gerarchia e manifestazioni di rifiuto delle condizioni di privilegio riservate ai cattolici, diffuso ormai in tutto il paese, era nato un “dissenso ecclesiale” distinto dal “dissenso politico” contro l’unità politica dei cattolici.

Chiamato a misurarsi con la preoccupazione di conciliare la “nuova” identità cristiana, che stava emergendo, con l’appartenenza ecclesiale, che tutti intendevano conservare, si trovò  a fare i conti con le diversità di prassi e di orientamento che caratterizzava le realtà organizzate in esso confluite. In questo contesto per iniziativa del Bollettino di Collegamento della Comunità cristiane di base in Italia, - nato a Firenze per raccontare quanto si muoveva all’interno di quel “dissenso” – fu organizzato a Bologna nel 27/28 settembre 1969 un convegno. Si raccolsero per un confronto a tutto campo realtà ecclesiale di base molto diverse fra loro: da gruppi, avviati a confluire di lì a poco nel filone dei neocatecumenali, a quelli che proponevano la lotta di classe nella Chiesa. Fra loro il confronto fu fallimentare.

Più numerose erano, però, le comunità impegnate a costruire un rapporto fra fede e politica fuori da ogni compromesso ideologico e all’interno di un modo diverso di vivere la Chiesa.

Furono queste comunità che, decise a non desistere dal confronto, cercarono di individuare un percorso comune fra i diversi filoni d’impegno.

La ricerca di un nuovo rapporto fra fede e politica, che impegnasse i cristiani nella costruzione di un mondo più giusto, doveva muovere dalla riflessione sul ruolo delle compromissioni della Chiesa con il “potere”. Di queste compromissioni individuarono lo strumento: il regime concordatario.

Nacque così l’idea di organizzare un convegno a Roma nell’ottobre del 1971 dal titolo Strutture clericali: Il Concordato come strumento di potere contro la liberazione del popolo di Dio, contro l’unità delle masse operaie e contadine, contro la giustizia nel mondo.

Questa scelta originaria ha caratterizzato il divenire del movimento delle Comunità cristiane di base nel quale il dissenso ecclesiale, esploso nel sessantotto, ha trovato un suo alveo in grado di farne arrivare le conquiste fino ai giorni nostri.

Marcello Vigli - Gruppo di controinformazione ecclesiale

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24 luglio 2009

                    PENSARE E RIPENSARE IL NOSTRO CAMMINO

3 e 4 Ottobre, dunque….non so se abbiamo voglia di pensare e ri-pensare allungo cammino fatto!

Nel senso letterale: non ho capito se nelle Cdb c’è questa voglia e/o se lo si ritiene utile, necessario o, al contrario, inutile, affatto necessario, persino una perdita di tempo.

Insomma, non mi scandalizzerei di una posizione che dicesse: basta guardare al passato, non guardiamoci l’ombelico; guardiamo avanti, soprattutto guardiamo fuori di noi stessi.

Ma, nello stesso tempo e con franchezza fraterna, dico che mi dispiacerebbe.
Innanzitutto perché non considero quello che chiamo: “pensare e ripensare il nostro cammino”, un ripiegamento su se stessi.

“…Voi cercate il regno di Dio e fate la sua volontà, tutto il resto vi sarà dato in più.”

“Per cercarlo, le Cdb si sono messe in cammino senza neppure il progetto di farsi ‘movimento’ e con la volontà di restare radicate, le singole comunità, nel loro territorio e calate nella storia e nella vicenda umana alle quali appartenevano. Costrette a cercare forme, mai definitive e comunque leggere di collegamento, il farsi ‘movimento’ è sempre ancorato – come il chicco di grano dei vangeli – alla dinamica del morire e rinascere nel duplice contesto della chiesa e della società”.
Così ricordiamo (nel senso del ‘fare memoria’) l’inizio del percorso, Marcello Vigli ed io nel lavoro recente: “Coltivare speranza. Una chiesa altra per un altro mondo possibile”.“Da Vienna per riprendere il cammino”: titola Confronti, un breve reportage dell’VIII Incontro delle Comunità cristiane europee (1-3 maggio 2009).“Non ci resta, dunque, che proseguire il cammino”, conclude Pierre Collet, coordinatore del collettivo europeo delle Cdb, il suo articolo (www.cdbitalia.it) , dopo avere sottolineato come momento forte dell’Incontro di due giornate, “ la celebrazione eucaristica della domenica mattina perfettamente preparata dai membri della comunità locale di Akkomplatz: una piccola orchestra, canti nelle diverse lingue, riferimenti ai diversi temi dell’Incontro e ai resoconti del Gruppi di lavoro. E anche la sorpresa...nessun presidente: noi abbiamo avuto veramente la consapevolezza di essere una comunità che celebra la sua fede, la sua speranza, i suoi impegni”.

“Un pensiero incoraggiante: non dobbiamo per forza essere numerosi, l’ampiezza della comunità non è determinante”, sottolinea dall’Austria, Gabriele della cdb Micha (www.basisgemeinde-micha.at), ricordando: Vienna, una splendida esperienza! E aggiunge: “anche i contributi degli altri gruppi mi hanno colpito: La presa di posizione dei Baschi, la comunicazione delle loro esperienze, a volte impressionanti, nel loro impegno per l’indipendenza; L’opposizione ad un’ Europa-fortezza e la decisa rivendicazione di una relazione civile con coloro che sono costretti a migrare per motivi di povertà, di guerra, di fame e per condizioni di vita incivili; La celebrazione dell’eucarestia nella e con la comunità, senza dipendere dalla presenza di un sacerdote; Il coraggio di vivere l’ecumenismo – non solo con le chiese cristiane, ma anche con le/i rappresentanti di altre religioni e di sentirsene arricchiti” (www.cdbitalia.it).

Come si può constatare dalla ampiezza dei temi che il nostro amico e fratello della Comunità austriaca elenca, la nostra riflessione non rischia di trasformarsi in una auto-celebrazione; al contrario consente di vivere la memoria di essere comunità cristiana di base ora.

Il che è un modo, molto impegnativo, di essere presenti nella vita degli uomini e delle donne di oggi, del nostro paese. A questo nostro paese dobbiamo, ora, il servizio della testimonianza ed un grande e generoso atto di amore. Nonostante tutto. “Nel cuore del paese si sta aprendo un enorme spazio vuoto – non soltanto di politica, ma di pensiero e di autoidentificazione civile. Bisogna tuffarcisi dentro e nuotare. Nuotare molto” ( così Aldo Schiavone, nel suo: “L’Italia contesa, sfide culturali ed egemonia culturale”).

Ci interessa questa “battaglia”? Come ci staremo dentro? Con “Il vangelo che abbiamo ricevuto”, insieme a tanti e tante che vivono questo impegno, evocato a Firenze. E’ un lavoro immane, anche di ri-costruzione. Penso che dovremo esserci: con le specificità generazionali e di genere; ma senza separatezze. Come chiese locali, non chiese parallele. Comunità di base per una chiesa altra. Avverrà che, mentre saremo al lavoro con questo spirito, approfondiremo se e come di questa esperienza lunga quarant’anni, si può parlare solo al passato da rispettare certo ma da archiviare, oppure come di una eredità da trasmettere e da mettere a frutto.

Mario Campli – comunità di base S. Paolo, Roma. Dal “Forum” “cdbitalia.forumattivo.eu”

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26 luglio 2009

Lettera aperta ai giovani delle Comunità di Base italiane

 

Carissimi/e,

                   come sapete, all’interno della Comunità di san Paolo da qualche anno (più precisamente da più di 10 anni) è viva l’esperienza di un gruppo giovani. Questa realtà, ha portato alla realizzazione di   molti incontri a livello locale su tematiche ecclesiali, sociali e politiche. Il nostro gruppo è formato da ragazze e ragazzi delle scuole superiori, dell’università e da giovani lavoratori. Alcuni di noi hanno avuto la “fortuna” di partecipare al “Laboratorio di religione” animato da Giovanni Franzoni e da alcuni componenti della Comunità, esperienza che persiste da 35 anni e che ha visto quest’anno la frequentazione di una quindicina di bambini e bambine delle scuole elementari.

Da quest’anno i giovani romani hanno deciso di entrare a far parte della Segreteria della Comunità. Hanno inoltre inviato una loro rappresentante all’incontro delle CdB europee tenutosi in primavera a Vienna. 

A partire dall’anno  2001, alcuni adulti della Comunità di S. Paolo e di altre comunità hanno dato vita, con la partecipazione attiva dei giovani di tutte le comunità, ai campi nazionali, ed hanno organizzato dei laboratori dedicati ai giovani all’interno degli Incontri Nazionali.

In questi anni  si è anche realizzato il sito www.cdbgiovani.it

Queste esperienze seguono altre analoghe esperienze di “ex-giovani” delle CdB a livello locale e nazionale, di cui però non sappiamo molto.

“A questo punto della storia”  i giovani di Roma, sentono il bisogno di interrogarsi  su questa lunga e fruttuosa esperienza, e sul perché essa si sia  sviluppata  all’interno dell’esperienza del movimento delle CdB. Non è semplicemente bisogno di identità, di questi tempi un sentimento che può diventare un disvalore, ma desiderio di capire e di interrogarsi sull’esperienza delle CdB, sulla “loro” teologia ed ecclesiologia, sulle “loro” prassi politiche e sociali, sul rapporto fede e politica, questione nodale che ha caratterizzato il loro cammino. Capire quanto il movimento possa ancora essere da stimolo per immaginare un percorso di “dissenso” e di impegno nella società proprio dei giovani che si possa ispirare a questa tradizione, ma che possa inventare anche forme - nuove. 

Per questo vorremmo  dedicare il prossimo Camp  che si terrà ad Ecumene (Velletri) dal 6 al 8 dicembre  2009 a questa tematica: partendo dalla conoscenza della storia delle comunità di base, dalle motivazioni della loro nascita  e dalle esperienze di vita concreta di alcune persone che le hanno fondate, vorremmo arrivare ad analizzare lo stato attuale del dissenso ecclesiale in generale e a ragionare sull'impegno possibile dei giovani nel futuro delle comunità.

 Ma su questo percorso – ancora tutto da costruire – vorrebbero coinvolgere altri giovani delle comunità che sono interessati a questo confronto per organizzare un campo che risponda alle esigenze di un maggior numero possibile di ragazze e ragazzi: per tale motivo facciamo una proposta: il 3-4 ottobre si svolgerà a Tirrenia (Pisa)  un collegamento allargato delle CdB: incontriamoci lì come giovani e continuiamo insieme a progettare il Camp di dicembre prossimo. Noi abbiamo tante idee, ma ci piacerebbe condividerle!

Apriamo quindi un dibattito sul nostro sito e arrivederci a Tirrenia!  

 

Roma 26 luglio 2009

 

I “giovani” della Comunità di san Paolo

 

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11 settembre 2009

 

La realtà viva delle Comunità di base in un libro

(il manifesto - venerdì 11 settembre pag. 10)

 

Tutti noi che in questi giorni siamo mobilitati e manifestiamo con forza per la libertà di stampa dovremmo aver presente il bisogno di libertà di comunicazione che viene dalla storia negata della società nascente senza potere e senza visibilità.

Chi legge il manifesto e il suoi supplementi, anche solo occasionalmente, è inevitabilmente colpito dal carattere bifronte della società attuale. Alcune pagine, dedicate alla grande politica, rispecchiano la crisi strutturale e globale che attanaglia il mondo e che lascia poco spazio alla speranza. Altre, dedicate alla politica in senso lato, la politica di base diffusa, sono come la ecografia di una gestazione perché mostrano la creatività esplosiva di un mondo nuovo che sta nascendo e inducono alla partecipazione e alla speranza. E questo ogni giorno. Pochi altri giornali e media danno questa lettura sinottica complessa della storia attuale. I grandi mezzi di comunicazione sono per lo più monoculturali: ruotano intorno all'asse del potere. La storia dal basso è relegata nelle notizie di scarto. Non ha pari dignità con la grande storia, non è posta in lettura sinottica. E' infilata ai margini della cronaca.
Questa lettura e visione monoculturale della realtà è un grande ostacolo alla trasformazione. L'opinione pubblica è indotta o a tifare in una democrazia da arena ridotta a parteggiamento per i leader di turno oppure a ritirarsi nell'individualismo cupo e chiuso del menefrego. Il senso comunitario aperto oltre i confini, il prendersi cura dell'altro/a senza paternalismi, il fare cose piccole ma vere non tanto per fare ma con rigore intellettuale, critico e morale, il cammino di liberazione positiva e creativa dall'alienazione e dal dominio degli apparati, delle bandiere, dei fondamentalismi, delle chiese laiche e religiose, del patriarcalismo, il prendersi per mano senza conquistare, tutto questo che è il brodo di coltura del mondo nuovo non riesce ad avere visibilità. Per questo sono preziosi i media tendenzialmente alternativi e le pubblicazioni che parlano il linguaggio della cultura bassa, di base.
Prendiamo le Comunità di base. Pochi sanno che ci sono e chi sono. La vulgata della monocultura del potere le relega in una sottoclasse del girone infernale del dissenso: la sottoclasse del dissenso cattolico. Roba da archivio e da sacrestia.
Una pubblicazione fresca di stampa sfata questa vulgata. Le comunità di base emergono come una realtà viva, piccola come ogni cosa che nasce, ma piena di vitalità e densa di futuro. Non a caso il libro porta il titolo Coltivare la speranza, con il seguente sottotitolo "una chiesa altra per un altro mondo possibile". Scritto da Marcello Vigli e Mario Campli, edito dall'editrice Tracce di Pescara, ripercorre le tappe di quel cammino comune che le Comunità di base portano avanti da ormai quarant'anni. Si legge come un romanzo. Ma è storia dalla parte dei deboli e dei piccoli. E' storia nascente. Verrà presentato in un Convegno sul futuro delle Comunità di base che si svolgerà a Tirrenia il 3-4 ottobre (notizie sul sito: www.cdbitalia.it).
Le comunità di base - è scritto in un loro recente comunicato - traggono spinta dagli stessi fatti di questi giorni per intensificare il loro impegno concreto sia per affermare il pluralismo conciliare del Popolo di Dio nella Chiesa, in unione con i cattolici amanti del Concilio e specialmente con quelli del 'disagio' che si sono incontrati a Firenze nella primavera scorsa, sia per difendere la democrazia e la Costituzione nella società in unione con gli uomini e le donne di buona volontà. Documentarsi su di loro fa parte forse della lotta per la libertà di stampa.
                                                                                               

                                                                                                            Enzo Mazzi

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14 settembre 2009

 

Contributo di Giulio Girardi al Seminario di Tirrenia

Messaggio Claudio Giambelli il Lun Set 14, 2009 6:22 pm

Carissime/i, facendo seguito all'invito di Stefano Toppi, inserisco queste riflessioni nate da un recente incontro con Giulio Girardi, che come sapete è costretto a letto, debilitato dall'ictus che lo ha colpito nella primavera del 2006.
Tutto e’ nato dal momento che gli ho letto un suo testo del 2005-2006, intitolato “Noi siamo chiesa o tendiamo ad esserlo ?”.
Da qui siamo passati a parlare del tema del prossimo seminario di Tirrenia “Quale futuro per le CdB?”.
In definitiva, il contributo di riflessione di Giulio è risultato il seguente e ve lo propongo con piacere, sotto forma di dialogo tra me e lui.
Cari saluti
Claudio Giambelli, CdB S.Paolo, Roma

Claudio- Caro Giulio, guarda cosa ho trovato; un tuo vecchio testo del 2005. Vuoi che te lo legga?
Giulio - Si, prego.
Claudio - Eccolo, si intitola: “Noi siamo chiesa o tendiamo ad esserlo ?”. Te lo leggo: “La consegna “noi siamo chiesa”, carica di risonanze conciliari, intende affermare la centralità del “Popolo di Dio” rispetto alle strutture e gerarchie ecclesiastiche. Ma piu’ profondamente, questo “noi” rinvia alla “comunione” dei fratelli e delle sorelle tra di loro e con Gesu’ Signore; rimanda cioè ad un’unione ancora piu’ intima, al livello di una identificazione, il corpo di Cristo. Lo chiamiamo corpo mistico, ma ricordando che qui “mistico” non si oppone a reale, ma designa un livello piu’ profondo di realtà. Se questo è vero, non basta il battesimo a renderci membri della chiesa, ad immetterci in questa comunione. E’ una comunione che nasce solo dall’amore, dal nostro amore per Cristo e dell’amore di Cristo per noi. Una comunione tanto piu’ profonda quanto piu’ profondo è l’amore che la plasma. Allora si impone una domanda: è vero che noi siamo chiesa? Non sarebbe piu’ giusto dire che tendiamo, faticosamente, ad esserlo ? Che la chiesa non è tanto per noi un luogo di appartenenza e di rifugio, quanto invece un esigente progetto di vita ? Che diventiamo chiesa nella misura in cui cresciamo nella coscienza di questi nostri vincoli ? che diventiamo chiesa soprattutto nella misura in cui amiamo ? in cui ci amiamo tra di noi, e in cui amiamo Gesu’ di Nazareth ? Non sarebbe piu’ impegnativo vivere la nostra comunione come un albero in crescita continua, irrorato dall’amore? Come un albero di cui noi siamo i rami e di cui Gesu’ è il tronco ?”


Claudio – Giulio, non ti pare che questo testo sia interessante per il tema del seminario di Tirrenia ?
Giulio – Sì, infatti il progetto delle CdB dovrebbe proprio essere quello di diventare chiesa nel senso di questo testo.
Claudio – Ma, praticamente, come pensi che una CdB dovrebbe agire allora ?
Giulio – Bisognerebbe moltiplicare le opere radicate nella fede (ad es. opere di solidarietà), ci dovrebbe essere una crescita anche attraverso le opere.
Claudio – E poi cosa ancora ?
Giulio – Bisognerebbe non essere piu’ solamente comunità di impegno politico e di preghiera, come adesso, ma diventare una comunità di vita su cui ognuno possa contare , cioe’ ogni membro dovrebbe sentire che gli altri sono veramente fratelli e sorelle.
Claudio – E cosa ne pensi ad una azione di proselitismo? Attualmente le Comunità sono formate da persone anziane o molto anziane e la prospettiva è che quando non ci saranno piu’, scomparirà anche la comunità.
Giulio - L’evangelizzazione comporta un aspetto negativo, perche’ obbliga il destinatario ad abbandonare i propri valori; invece dovrebbe prevalere un aprirsi a tutti i valori e a tutte le speranza.
Claudio – caro Giulio io sono molto scettico sulla possibilità di un futuro delle Comunità; come dicevo prima, senza un nuovo fermento “comunitario”, sono destinate a scomparire nel giro di qualche anno. E, allo stato attuale, non c’e’ in vista nessun fermento; nella società prevale l’ego-centrismo, l’indifferenza e l’attenzione solamente alla propria persona o alla propria cerchia famigliare.
Giulio – Bisognerebbe riscoprire l’importanza del cercare insieme, del cercare sempre in modo associativo,
Claudio – Vuoi dire anche fare rete, “cercare” con tutte le realtà che sono in sintonia con queste motivazioni ?
Giulio – Certamente e bisognerebbe moltiplicare i centri di ricerca cristiana, sotto forma di laboratori associativi, per capire meglio il cristianesimo.
Claudio – Cosa non si è capito del cristianesimo ?
Giulio – Questo dovrebbe emergere dalla ricerca.
Claudio – Mi fai qualche esempio ?
Giulio – Ad esempio dobbiamo lasciarci evangelizzare dal III mondo, dovremmo entrare in ascolto dei popoli che sono nella ricerca di un rinnovamento; bisognerebbe saper ascoltare i popoli indigeni, partecipare alle loro lotte: il futuro sta li’.
Claudio – Tu sai quanto sono d’accordo con te, ma osservo anche che le persone prediligono l’ascolto di una religiosità “intellettuale”, centrata sulle problematiche “italiane” del rapporto con la gerarchia vaticana
Giulio – Bisogna crescere nella maturità dell’ascolto della religiosità indigena; questo è un punto di arrivo e non un punto di partenza.

Fuori conversazione, ma sarà parte della continuazione del dialogo, vi propongo un breve passo del libro: “Dio dorme nella pietra – la scoperta del pensiero degli indiani d’America” di Kaiser:
“…………………Di conseguenza, in questo modo di pensare, perde ogni senso l’immagine giudaico-cristiana dell’uomo “coronamento del creato”, visto che la creazione non è ancora terminata: il mondo, al contrario, continua a evolversi e la creazione è tuttora in atto. Evoluzione e creazione coincidono e pertanto anche l’umanità contemporanea è in una fase di transizione verso un punto nuovo………e in nessun caso è la conclusione di un intero processo. Cio’ corrisponde anche alla concezione degli indiani d’America, come mostra la seguente descrizione della cosmologia degli indiani Hopi: “ Tutto il cosmo, in ogni suo stadio, è sia materia sia spirito. E, in un certo senso, l’evoluzione degli esseri viventi dai minerali e dalla materia (non inerte secondo questa concezione) passando per il mondo vegetale e animale fino all’uomo, si accompagna a uno sviluppo e ampliamento della coscienza.” Il pensiero, qui espresso, di un’interpretazione globale del mondo, di una trascendenza immanente, cioe’ di un Dio che è attivo e crea nel divenire del mondo, è condiviso non solo dal gesuita francese Teilhard de Charin (morto nel 1955), ma da un gran numero di scienziati famosi………………………"


Claudio Giambelli

 

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26  settembre  2009

 

METTERE AL CENTRO DELLA CHIESA IL POPOLO DI DIO.
ENZO MAZZI RACCONTA LA “RIVOLUZIONE COPERNICANA” DELLE CdB

35195. ROMA-ADISTA. “Sempre in bilico fra il dentro e il fuori in posizioni di frontiera”, le Comunità di Base “alla dimensione della stabilità preferiscono la dimensione della precarietà, del fermento che si nasconde e si mescola nella massa della farina e la fa lievitare tutta; del chicco di grano caduto in terra che deve morire per portare frutto”. Enzo Mazzi, da anni animatore della Comunità di Base dell’Isolotto presenta così ad Adista l’esperienza delle CdB, alla vigilia di un evento importante per il futuro del movimento: il Collegamento seminariale che si terrà a Tirrenia il 3-4 ottobre. Un appuntamento (informazioni sul sito www.cdbitalia.it) che intende fare il punto sulla ormai quarantennale storia di questa originalissima esperienza di Chiesa dal basso, che da sempre si pone come obiettivo quello di realizzare, pur nelle difficoltà e nelle contraddizioni, la “rivoluzione copernicana” nella Chiesa: quella che riconosce come centro dell’“universo” ecclesiale non la gerarchia ma il popolo di Dio in cammino; che persegue il primato della profezia piuttosto che ribadire quello delle istituzioni.

Un cammino di trasformazione intrapreso nella Chiesa molti anni fa e che ha avuto una importante legittimazione nel Concilio Vaticano II, e in particolare nella costituzione conciliare Lumen Gentium, ma che negli anni successivi è stato disatteso, frenato, mistificato, addirittura negato. E che proprio per questo oggi è necessario far ripartire. Ma poiché le origini di ogni futuro stanno nel passato, non a caso, l’incontro di Tirrenia sarà introdotto da Mario Campli e Marcello Vigli, che nel recente volume Coltivare la speranza. Una Chiesa altra per un altro mondo possibile (Tracce, 2009, pp. 215, euro 13: il libro è acquistabile anche presso la nostra agenzia, telefonando allo 06/6868692, inviando una mail ad abbonamenti@adista.it o collegandosi al sito www.adista.it) propongono una narrazione delle tappe del cammino delle CdB, facendo emergere attraverso lo scorrere degli avvenimenti problemi e questioni urgenti della Chiesa di oggi. Problemi ancora irrisolti, che possono segnare il futuro della Chiesa e di riflesso della società in cui le comunità sono presenti con importanti forme di servizio.

E sulle Comunità, sulla loro storia passata, ma - soprattutto - su quella futura, Adista ha intervistato Enzo Mazzi.

40 anni, ma le CdB ci sono ancora, nonostante in tanti, dentro e fuori la Chiesa abbiano a più riprese preconizzato la scomparsa, o l’irrilevanza, di queste forme di Chiesa “altra”, troppo legate, a loro dire, ad un passato che non esiste più. Le CdB come sottoclasse del “dissenso” cattolico. Roba da archivio. Invece…

Gli psicanalisti ci dicono che il bisogno di vincere l’angoscia della morte ha davanti a sé due strade: una è la strada della accettazione, gioiosa e tragica insieme, della finitezza insita nell’esistenza sia personale che sociale; l’altra è la strada dell’ansiosa ricerca di sconfiggere la morte-nemica fino all’acquisire immortalità.

Il primo percorso è quello che porta ad accettare la provvisorietà e relatività di tutto, a vivere con intensità il presente, a non accumulare, ad accogliere il fluire della storia, a lasciare spazio a tutto ciò che nasce, a scrutare i segni dei tempi, a costruire cose piccole, eventi senza pretese, a non attaccarsi agli assoluti. Possiamo chiamarlo percorso di laicità?

Il secondo percorso è all’opposto quello che porta a costruire piramidi, a innalzare torri e cupole, a realizzare istituzioni indefettibili e potenti, chiese eterne, città eterne, stirpi eterne, ed ora strutture politiche, ad esempio partiti, se non eterni quantomeno vincenti, a dogmatizzare le proprie verità come assoluti rivelati da un Dio immaginato onnipotente, a misura dei propri deliri. Potremmo chiamarlo il percorso della sacralità.

Le CdB hanno scelto la prima strada. Senz’altro più difficile, ma credo anche di maggiore pienezza e significato. Anche perché la strada della accettazione della finitezza dell'esistenza porta a riconoscere l’altro, a fargli spazio, ad accoglierlo. La strada della ricerca di eternità porta invece ad escludere l’altro, a considerarlo un rivale se non un nemico, a strumentalizzarlo e sfruttarlo fino all’ossessione della mors tua vita mea che ha la guerra come corollario inevitabile.

 

Un po’ la distinzione tra essere ed avere individuata da Fromm. Tutto questo fa parte della storia, da sempre... ma quale nuovo elemento di contraddizione portano le CdB nel contesto politico ed ecclesiale di oggi?

Oggi la globalizzazione ha esasperato la situazione appena descritta. Ha reso evidente in modo sconcertante e angoscioso la limitatezza e la finitezza del mondo e della vita, e al tempo stesso, ha estremizzato il bisogno di onnipotenza e di eternità.

Una tale situazione è insieme sia estremamente pericolosa, sia carica di futuro. Per questo è importante il discernimento dei segni di nonviolenza che emergono dai tentativi di percorrere “alterità” di cultura, politica e fede. E quindi anche dai percorsi di liberazione sperimentati in questi anni dalle CdB.

Il termine “comunità” viene usato per quella europea come per quelle di accoglienza. C’è poi la “comunità” scientifica, ci sono quelle religiose, come la comunità neocatecumenale, le comunità delle varie etnie... Perfino l’alleanza di Stati in nome della guerra cosiddetta umanitaria viene - un po’ ipocritamente - definita “comunità internazionale”. In una tale babele di significati, che senso ha il vostro continuare a definirvi “comunità”?

Tutto questo proliferare strumentale e contraddittorio di comunitarismi può avere anche un risvolto positivo: può significare che il termine “comunità” è dotato tuttora di una forza intima per cui conviene riappropriarsene tentando di dare alla stessa significati all’altezza delle sfide attuali.

È quello che tentano di fare da sempre le comunità cristiane di base. Una nuova società ha bisogno di una nuova centralità delle relazioni e quindi necessita di reti di esperienze comunitarie oltre i confini. O meglio ha bisogno che uno spirito comunitario aperto informi tutte le formazioni e le strutture sociali. Altrimenti non si esce da questo dominio dell’individuo astratto. Il significato più pregnante della comunità consiste nel dare forza e spazio a qualcosa che ci precede tutti, e cioè alla realtà degli ultimi, delle persone che non hanno comunità, del “figlio dell’uomo” più spoglio, per usare termini evangelici.

Roberto Esposito, studioso di storia delle dottrine politiche e filosofo, scrive in un saggio intitolato Communitas: l’origine e il destino della comunità: “Essa (la comunità) non è una proprietà, un pieno, un territorio da difendere e separare rispetto a coloro che non ne fanno parte, ma un vuoto, un debito, un dono nei confronti degli altri, che ci richiama nello stesso tempo alla nostra costitutiva alterità anche da noi stessi”. Quello che lo studioso desume dalle sue ricerche teoriche, noi lo abbiamo sperimentato nelle nostre prassi, nei nostri cammini tortuosi che ci portano sempre lì, all’assenza, al vuoto, alla nostra alterità anche rispetto a noi stessi.

Mi rendo conto che qui c’è il rischio di un grave fraintendimento. Quasi che la comunità fosse in opposizione alla individualità. Dalla cultura della soggettività individuale e dallo statuto dei diritti individuali non si può né si deve tornare indietro. Rilevare questo bisogno di comunitarietà oltre i confini non significa affatto prospettare la stabilizzazione dell’esperienza storica delle comunità di base.

L’esperienza delle CdB nasce alla fine degli anni ‘60. Sembra però che le istanze di cui il movimento delle comunità è portatore abbiano anticipato lo stesso evento conciliare, lo abbiano accompagnato e ne abbiano poi seguito appassionatamente gli sviluppi. Insomma, le CdB precederebbero la loro stessa nascita. Sei d’accordo?

Il concepimento delle CdB si può far risalire agli anni ‘50 nel clima del grande processo di trasformazione globale del dopoguerra. Il carattere inedito di queste formazioni sociali e ecclesiali di base, il loro essere realtà di transizione che cercano il nuovo senza perdere una sola goccia del positivo espresso dal vecchio, il loro cercare dimensioni nuove di esistenza basate sul primato delle relazioni, oltre la cultura patriarcale che invece è basata sull’appartenenza tribale, la loro precarietà e provvisorietà che rifugge dalle moderne imbalsamazioni istituzionali, il loro vivere costantemente fra “essere e non essere”, sempre in bilico fra il dentro e il fuori in posizioni di frontiera, tutto questo le rende un po’ come un campione reale della grande trasmigrazione sociale, materiale, psicologica e culturale, che in pochi anni, dopo la guerra, cambierà volto alla società.

Qualcuno ha giustamente chiamato quella operata dalle CdB e da altre realtà ecclesiali di base una “rivoluzione copernicana”. Ma tale rivoluzione conciliare non è stata e non è un fatto tutto interno alla Chiesa, non è una sciaguattata nell’acquasantiera. Perché si inserisce in un processo storico e culturale rivoluzionario di lunga lena e si lega a un bisogno sentito a livello generale della società mondiale: rifondare la modernità sulla centralità delle relazioni. Se c’è prodotto della modernità da rinnegare è l’individualismo competitivo, ma non solo a parole. Un mondo nuovo non ce lo regala la lotta di tutti contro tutti che è alla base della società mercantile liberista.

È in questo preciso contesto storico che va collocato il dibattito sul senso attuale delle comunità di base, sulla loro vita, sulla loro configurazione, sul loro futuro.

E qual è, secondo te, questo futuro?

Il futuro delle comunità di base non è certo in un riprodursi della fioritura degli anni ‘70. La storia non ha la circolarità delle stagioni. Potrebbero costituirsi in movimento stabilizzato, darsi una struttura capace di attrarre, di creare senso, di offrire segni di appartenenza, addirittura le Comunità potrebbero dotarsi di nuovi ministeri ordinati e designati democraticamente, per elezione dal basso, per svilupparsi, riprodursi e durare. Per molti la stabilizzazione è un grosso rischio. Dove si va? Verso la comunità di base come una “Quasi parrocchia”, prevista del resto dallo stesso diritto canonico (can. 516)? Su questo c’è un confronto interno che non ha impedito fin qui un percorso comune.

Siamo in molti che alla dimensione della stabilità preferiamo la dimensione della precarietà, del fermento che si nasconde e si mescola nella massa della farina e la fa lievitare tutta; del chicco di grano caduto in terra che deve morire per portare frutto. In genere queste immagini evangeliche vengono intese in senso sacrificale e moralistico da applicarsi solo alla vita personale. Noi sappiamo però che nel crogiolo che era la Palestina del primo secolo, quelle espressioni e quelle simbologie, desunte dalle culture sia profetiche che misteriche, avevano per il movimento di Gesù un significato di liberazione non solo religiosa e spirituale, ma anche politica e sociale. (valerio gigante)

Da Adista n.93/2009

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29 settembre 2009

 

QUALE FUTURO PER LE NOSTRE COMUNITÀ?

 

(vorrei offrire un piccolo e personale contributo affinché lo  svolgimento del coordinamento del 3-4 ottobre a Tirrenia risulti il più possibile concreto ed efficace)

 

Innanzitutto un grazie a Mario Campli e a Marcello Vigli per l’importante servizio di raccolta e documentazione del percorso delle cdb.“ Coltivare speranza”: è un testo in cui mi riconosco completamente perché fortemente rispettoso dello spirito e delle prassi in cui si è realizzata questa nostra esperienza.

Sarebbe molto utile che qualcuno potesse  registrare anche le linee fondamentali delle più importanti elaborazioni culturali, teologiche, pedagogiche, sociali che sono scaturite da riflessioni comunitarie e personali in questi anni, attingendo agli atti dei convegni o alle pubblicazioni che  sono state citate nella bibliografia.

Sarebbe un lavoro che ci permetterebbe di rivisitare tanti contenuti importanti

che sono il messaggio delle cdb rivolto a tutti coloro che cercano e che noi stessi abbiamo bisogno periodicamente di rivisitare per continuare un cammino.

Molte volte, ad esempio,  ci siamo interrogati sull’attualità dell’esperienza delle cdb, sul significato che la nostra esistenza e continuità ha per noi e per i contesti in cui ci troviamo a vivere e su “ quale futuro” sia possibile aprirsi.

Tante sono state le riflessioni e le elaborazioni creative su questo tema e ripescarle per renderle presenti ed attuali forse sarebbe sufficiente a rispondere anche a questo interrogativo dell’oggi.

In preparazione dell’incontro a Chianciano nel 2005 così ci esprimevamo

“……..Abbiamo vissuto e viviamo la comunità come uno spazio di libertà, un posto di confine dove le diversità si incontrano e si intrecciano senza confondersi, dove l'insieme dei diversi può guardare verso orizzonti nuovi e inesplorati, dove si sfuocano le cornici culturali e sociali, le bandiere e le rappresentanze, e tutte le "sacralità sacerdotali",

In questo senso la comunità di base non è un'alternativa alla parrocchia né una parrocchia rivoluzionaria o la scelta di una opposizione permanente; ma è la proposta e l'indicazione di un organismo vitale che intende facilitare il dialogo senza occupare spazi altrui, una posizione di partenza nata per accettare la continua precarietà, un "non saper mai di preciso cosa si è"………..

 ….."Un seminario delle CdB è innanzitutto un luogo di socializzazione delle nostre sapienze individuali e di gruppi, di riflessioni che ci aiutino prima di tutto a crescere nella consapevolezza della nostra identità: comprendere e socializzare i valori e i limiti di cui siamo portatori è condizione fondamentale per vivere l'oggi in modo aperto e disponibile alle trasformazioni del presente e del futuro, ma anche per affermare con forza e determinazione, con impegno e senso di responsabilità, la ricchezza propria del cammino specifico che abbiamo insieme percorso in questi anni…….

……….Credo sia arrivato il momento di affermare che la società, la scienza, la conoscenza, debbano rapportarsi all'umanità in cammino verso la consapevolezza: a piccoli passi, nella fatica del quotidiano, giorno dopo giorno, fatica del crescere...del maturare...ma anche ricchezza dei vissuti, delle esperienze, della saggezza, della socializzazione, dello scambio, della fiducia, dell'amore, della fede………”.

 Queste e moltissime altre cose importanti ci siamo dette/i in questi anni , abbiamo messo insieme un bagaglio, di conoscenze, di esperienze, ed elaborato un  universo di valori, di riflessioni e di consapevolezze che dovrebbero costituire il nostro  messaggio per l’oggi e per un futuro che non sarà programmabile in funzione della continuità di una esperienza ma come contributo per camminare insieme al nuovo che nasce o nascerà anche dalle nuove generazioni.

Al fine di fare tesoro del poco tempo che avremo a disposizione al prossimo incontro a Tirrenia, per non dover ogni volta ricominciare a discutere da zero vorrei evidenziare alcuni passaggi maturati al coordinamento di Formia e che io considero il nocciolo qualitativo su cui lavorare per il prossimo coordinamento di Tirrenia

 

 

Dalla lettera della comunità del Cassano

 

“……..A distanza di alcuni decenni dalla nascita delle CdB riteniamo utile e necessario aprire una riflessione, all’interno del nostro movimento, circa il ruolo che le nuove generazioni possono assumere nel continuare un percorso di ricerca di una fede adulta gioiosa e conviviale, non data una volta per sempre e che acquista senso quando è liberazione dell’uomo da ogni forma di schiavitù.

 La convinzione che questo “patrimonio” sia tuttora vitale e pregnante di significato storico ci induce a ritenere necessario compiere ogni sforzo per determinare condizioni di interesse, nel percorso delle CdB, di quelle componenti giovanili che guardano con attenzione alla nostra “proposta” ed alla nostra “esperienza”……

 ….Di qui dunque l’esigenza di suscitare e moltiplicare le occasioni di confronto, sia in sede locale (come peraltro stiamo facendo) che nazionale, con questa realtà capace di offrire “nuova linfa” al nostro movimento, partendo anzitutto da coloro, i giovani appunto, che, a seguito di una ormai drammatica e dilagante diffusione della precarietà sociale, economica ed esistenziale, rappresentano la vera “periferia del nostro tempo”…..

……Una di queste occasioni, a nostro avviso, può essere offerta proprio dalla individuazione del tema per il prossimo Convegno nazionale delle CdB che sarà oggetto di discussione del Collegamento di Formia del 17 e 18 gennaio.”

 

dalla relazione di Rosario sul Coordinamento di Formia

 

“………..I giovani presenti fanno sentire la loro voce e  prendendo spunto dalle sollecitazioni che vengono dalla proposta della comunità del Cassano, affermano che il confronto fra due generazioni, così distanti come età e come modi di pensare e di agire, soprattutto oggi è complicatissimo. Anche il linguaggio degli adulti è per i giovani incomprensibile: appare più per addetti ai lavori che non per tutti. C’è necessità di creare “relazioni”………

…….Se si vuole comunicare è necessario inventarsi modi e metodi nuovi soprattutto in momenti particolari come gli Incontri Nazionali in modo da concretizzare “contatto”…….”

 

dalla lettera dei giovani della comunità di San Paolo

 “………“A questo punto della storia” i giovani di Roma, sentono il bisogno di interrogarsi su questa lunga e fruttuosa esperienza, e sul perché essa si sia sviluppata all’interno dell’esperienza del movimento delle CdB. Non è semplicemente bisogno di identità, di questi tempi un sentimento che può diventare un disvalore, ma desiderio di capire e di interrogarsi sull’esperienza delle CdB, sulla “loro” teologia ed ecclesiologia, sulle “loro” prassi politiche e sociali, sul rapporto fede e politica, questione nodale che ha caratterizzato il loro cammino. Capire quanto il movimento possa ancora essere da stimolo per immaginare un percorso di “dissenso” e di impegno nella società proprio dei giovani che si possa ispirare a questa tradizione, ma che possa inventare anche forme - nuove…….”

 Quando diciamo giovani intendiamo non solo quelli che frequentano le comunità ma tutte le nuove generazioni in cammino ed in ricerca, credo che metterci in ascolto delle istanze che nascono da questo mondo è un nostro dovere ed una nostra responsabilità.

Mettere a fuoco  questo tema e confrontarci su di esso  è un modo attuale di parlare di senso e continuità delle cdb, nello spirito che emerge dalla nostra esperienza e dalle  nostre riflessioni. Attenzione però, che non siano “le nostre idee e i nostri progetti sui giovani” ma un mettersi in gioco per cercare un nuovo cammino insieme.

 

Mi piace riproporre come ipotesi di scelta per il prossimo incontro nazionale i temi “suggestioni” suggeriti dalla comunità del Cassano:

 I Giovani, periferia del nostro tempo?!

• la terra ci è data in prestito dai nostri figli

• vivere semplicemente o semplicemente vivere

• gli “assoluti” nella società “liquida”

• tempo di “precarietà” nel tempo della “fragilità”

• …e si prese cura di lui (Il buon samaritano)

• “felicità”: perché il “Paese dei Balocchi” è impossibile per gli esseri umani? 

Un saluto carissimo a tutti

 

                           Luciana – Comunità Isolotto – Firenze

 

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settembre 2009

 

Care cdb italiane tutte e….  (l’aggiunta del destinatario “cdb italiane” a questa  lettera è mia anche

                                               per non riflettere da solo e sentirmi solo…)

 

Caro Bartolomeo,

 

Grazie per il tuo lavoro....non è un ringraziamento banale..perchè mi rendo conto che intorno al tuo lavoro e quello di altri che si sforzano di “tenere le fila” di “non farci sentire soli”  rispetto alle notizie della tv e della stampa ...ci fate sentire che non siamo soli a sentirci a disagio e quindi ci date la forza di andare avanti nella speranza che le cose cambino, che serva fare qualche cosa perché qualcuno lo raccoglie...

 

A Tirrenia ci sarà questo coordinamento delle CDB il prossimo 3-4 Ottobre....non sarebbe ora di darci una via da seguire adesso? Per non disperdere il ns sentire? La ns indignazione, il ns disagio? Per trovare la forza che nasce dall'aggregazione per farci sentire? Per far capire alle tante persone che non si sentono in sintonia con ciò che viviamo, che le cose possono cambiare se lo vogliamo se ci impegniamo per questo...che la speranza è possibile?

Dalle parrocchie siamo usciti tanto tempo fa perché la Chiesa istituzione era un “muro di gomma” che frenava la ns crescita, la ns voglia di confrontarci senza paura di essere “disubbidienti”...e lo abbiamo fatto con serietà cercando le “voci fuori dal coro” cercando di capire “pezzi di Verità” con la voglia di pluralismo e di rispetto dell'altro e soprattutto cercando di capire sempre tenendo come “zoccolo duro” l'Eucarestia nel senso del Pane e del Vino e della lettura comunitaria del Vangelo, cosa che appunto è rimasta il Segno che non è mai venuto meno. Il Riferimento che è la centralità di ogni cosa che facciamo. E che ci ha fatto sempre dire :

“NOI SIAMO CHIESA” perché su questo siamo in comunione anche con i fratelli e sorelle che fanno riferimento all'Istituzione Chiesa.

In questo percorso di anni, ad un certo punto le CDB hanno ritenuto che fosse limitante essere testimonianza come cattolici, ma che dovevamo inserirci nei sindacati, nei partiti,nelle associazioni..in qualunque posto per portare il ns contributo senza “etichetta” di cattolico...perchè c'erano tante persone che facevano cose giuste e che probabilmente chiamavano Dio con un altro nome...e che comunque quello che contava era “costruire la pace” essere diversi, fare ciò che la fede ci spingeva a fare senza rivendicazioni di “categoria” con l’unico scopo di contribuire alla costruzione di un mondo più giusto che per noi credenti significava la costruzione del Regno di Dio.

E molti di noi si sono inseriti nei vari organismi ed hanno dato il meglio di sé..”si sono fatti pane per il prossimo”...e poi continuavamo ad incontrarci per l'Eucarestia, per ringraziare Dio ed i fratelli/e della forza che ci davamo di portare avanti la fede nella prassi politica..perchè come dicevamo la presa di posizione politica diventava il modo di esprimere la nostra fede.

FEDE E POLITICA erano dunque inscindibili.

Eravamo fermamente convinti che se vivevamo una fede autentica non potevamo non fare politica...perchè come dicevamo:

 "Gesù ha fatto una scelta di classe, ha scelto gli ultimi !"

E per anni ai convegni quando ci siamo incontrati, anche quando le comunità testimoniavano la stanchezza "dei tempi", abbiamo capito che il momento che MAI era venuto meno nelle comunità, era la CELEBRAZIONE DELL'EUCARESTIA.

Adesso io credo che dovremmo riflettere seriamente su cosa riteniamo davvero importante perché tutto il vissuto di 40 anni non vada perduto...e non lo dico per "salvare il salvabile" perché se anche l'esperienza delle CDB dovesse finire domani, è entrata nel nostro DNA, costituisce quello che siamo oggi e che nessuno ci potrà mai togliere...come dire...se il chicco è morto, comunque i frutti ci sono...

Ma credo che prima di decidere che le CDB sono morte dovremmo chiederci se è questo che vogliamo… tenendo conto che si decide la scomparsa delle CDB anche non decidendo perché se non ci chiariamo le idee sul nostro obiettivo sulle nostre strategie,  le comunità moriranno tristemente...i nostri  convegni diventeranno un INCONTRO DI REDUCI...che può anche commuoverci e farci stare bene, ma certo non affascina né stimola i giovani a portare avanti il nostro comune sentire.

Che cosa vorremmo oggi?

E' ancora giusto mantenere lo specifico cristiano e muoverci come credenti oppure è giusto conservare il momento dell'Eucarestia e vivere la nostra fede nei luoghi esterni alla comunità di base?

Oppure ancora domandarci se va ancora bene stare fuori dalla Chiesa “istituzione” o se sarebbe possibile rientrare per provare a rivendicare il diritto di manifestare opinioni diverse perché forse nella Chiesa istituzione si stanno moltiplicando fratelli/sorelle ai quali sta' stretto quello che la Chiesa divulga ed impone come dogma?

Insomma, cosa ci aspettiamo dalla nostra comunità ?

- La comunità come incontro di confronto sulla Parola e sull’Eucarestia ?

                           (e tutto il resto lo viviamo fuori)               

- La comunità come laboratorio di gruppi di solidarietà ?

                            (per dare visibilità all’esterno?)

- La comunità come gruppo nel quale provare a vivere come una famiglia ?

Ecco credo che dovremmo interrogarci su cosa siamo e cosa vorremmo, perché se non ci diciamo queste cose, non ci confrontiamo, necessariamente nasceranno frustrazioni profonde perché all’interno di ogni comunità già adesso, dove da tempo non ci si è data un’indicazione di percorso, ci sono persone che si aspettano una cosa ed altre che se ne aspettano una diametralmente opposta e questo porta allo sconforto alla frustrazione.

E con questo non voglio dire che dovrà regnare l’unanimità nelle CDB, anzi,la rivendicazione del pluralismo è sempre stata la nostra forza, ma credo che se diventiamo consapevoli di che cosa vogliamo, possiamo rispettare ed accettare meglio il volere diverso dell’altro e camminare insieme verso un obiettivo comune che è la costruzione di un mondo migliore in termini laici e del Regno di Dio per i credenti.

Con affetto

Paola Collodi Livorno p.collodi@alice.it

 

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29 settembre 2009

IL TEMPO DELLA DISTANZA

“Per tutto c’è il suo tempo; c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo” dice l’Ecclesiaste; ecco, oggi è il tempo della distanza.

Su l’Unità del 21 settembre, dando conto dell’accoglienza all’aeroporto delle bare dei parà morti a Kabul, si riferisce che una ragazza portava una maglietta con stampata la frase: “Quando gli angeli non poterono più nulla il signore creò i parà”. Tanti anni fa avrei sentito disagio per questo immaginario simbolico, più tardi avrei dissentito denunciando un ricorso al Dio della guerra e delle armi per sostenere interessi di ben altro campo; oggi in molte e molti valutiamo la distanza dei nostri percorsi di ricerca del divino e non entriamo neanche in un atteggiamento di denuncia quasi per non dar loro un vago riconoscimento di validità. Abbiamo messo il signore al margine, fuori dal cerchio del potere.

Disagio-dissenso-distanza: tre tappe che penso molte/i di noi hanno attraversato in tanti ambiti. Per restare in quello dell’immaginario simbolico, penso al disagio che abbiamo dapprima avuto noi donne rispetto al silenzio operato nei confronti delle donne della Bibbia e nei Vangeli; l’abbiamo denunciato; oggi sentiamo la distanza e andiamo oltre per interrogarci piuttosto su cosa significhi cercare il divino nelle strade del mondo, fra quali compagne e compagni (amo questo termine molto più di sorelle e fratelli) per rapportarci a loro.

Quanto al rapporto con la Chiesa, c’è stato per molte/i il tempo del disagio rispetto ad una profonda contraddizione fra un appello alla libertà che sentivamo venire dal vangelo al popolo di dio e le strettoie in cui sentivamo che veniva costretto dai “pastori del gregge”. Poi c’è stato il tempo del dissenso in cui abbiamo contestato il modo con cui veniva tradito il concilio che sembrava dovesse aprire strade per un rinnovamento. Oggi, anche avendo denunciato la struttura oligarchica e patriarcale di questa Chiesa, misuro la distanza da essa e non entro neanche più nel merito dei suoi stili ecclesiastici. Valga un esempio: non dirò mai che la Chiesa deve chiedere scusa alle donne per ridare loro dignità, sarebbe come dare alla gerarchia ecclesiastica un riconoscimento di autorità che non posso ammettere.

E’ stato detto e mi si continuerà a dire che altra cosa è la costruzione di una “chiesa altra” o di una “chiesa delle donne”. Ma sento ancora una volta che la distanza, “il vuoto”, lo devo operare anche rispetto alle parole: oltre a signore, anche fede, credo, chiesa, regno. Un tempo ci saremmo teologicamente arrovellati, e qualcuno ancora forse lo fa, su cosa è più importante: un “cristianesimo ecclesiocentrico” o un “cristianesimo regnocentrico” (si dice così?).

Beh, oggi è il tempo della distanza e cerco solo compagne e compagni con cui sperimentare - se ha ancora un senso – la sequela di Gesù sulle strade della Galilea.

 Giovanna Romualdi – da “Primo piano” (www.cdbitalia.it)

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1 ottobre 2009

SIAMO GIÀ L’OBLIO CHE SAREMO?

“Tu che cammini, non c’è la strada, la strada si fa andando, colpo su colpo, bacio su bacio, la strada si fa andando” è la strofa affascinante di un’intensa canzone di Joan Manuel Serrat, che  ben si  addiceva ( si addice ancora? ) all’andare delle cdb che cercavano ( o intercettavano? )  solo compagne e compagni con cui sperimentare la sequela di Gesù sulle strade della Galilea, quelle strade che egli percorreva come profeta di giustizia, come banditore di uguaglianza, come guaritore di malattie, manifestazione della impedita possibilità per le donne e gli uomini di vivere la loro corporeità con serenità se non con  felicità. Erano, e lo sono ancora, tanti i veleni iniettati dai poteri costituiti del tempo e molti di essi riuscivano a penetrare ( e penetrano ancora  )  anche  inconsapevolmente nelle vive vene di donne e di uomini.

Le strade non le parrocchie e le canoniche anche quelle più progressiste, le strade non i cenacoli chiusi compresi quelli costituiti da riviste o da reti informatiche, le strade non metaforiche ma quelle camminate, vissute assieme alle persone dannate della terra, ai corpi sfregiati dalla violenza di un cinico e sadico potere, possono dare nuove indicazioni,  nuove spinte al nostro andare.

Quando nelle comunità, nelle persone che si riuniscono in comunità, non si trova più tempo, non c’è più passione per stare nelle strade, la comunità diventa o rischia di diventare continua ripetizione di una cosa che fu, di una cosa che si può fingere che sia ancora ma che di certo non esprime più profezia.

Tentare di leggere il cammino fatto dalle cdb è una cosa egregia, un impegno importante ma da solo i libri rischiano di essere simulacri di ricordo, una protesi per ricordare, forse un disperato tentativo di rendere più durevole ciò che è irrimediabilmente finito o sta per finire. Per questo usare l’arte e la virtù della distanza per andare oltre il passato e forse anche oltre una certa memoria del passato può essere la migliore medicina perché non si dica di noi, come scrive Borges, che già siamo l’oblio che saremo.

Peppino Coscione

Comunità Oregina – Genova – da “Primo piano” (www.cdbitalia.it)

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8 ottobre 2009

TORNANDO DA TIRRENIA

L'incontro di collegamento delle comunità di base svoltosi a Tirrenia il 3-4 ottobre sul tema "quale futuro per le nostre comunità", ha evidenziato che l’interrogativo si pone non tanto per progettare una qualche forma di sopravvivenza della nostra esperienza, ma per analizzare insieme proprio quali contenuti esse rappresentano attualmente di fronte agli interrogativi di senso che emergono dal movimento di base più impegnato nella ricerca di spazi di socializzazione e di identità.

Sono assai diffusi, sebbene mai abbastanza, i luoghi dell'aggregazione di base con contenuto culturale e sociale, scarseggiano invece luoghi dove sia possibile condividere gli aspetti più profondi della vita, non esauriti dagli obiettivi politici e sociali pur tanto importanti. Nonostante che da vari segni emerga il grande bisogno di un respiro più aperto, libero, vitale rispetto ai condizionamenti del cosiddetto pensiero unico e agli ingabbiamenti della società del danaro e del consumo di beni sia materiali che religiosi, scarseggiano i luoghi in cui cercare collettivamente il senso del vivere e della sua finitezza nella pratica concreta del quotidiano, dove compiere insieme percorsi di liberazione creativa e positiva dal dominio del sacro in una circolarità il più possibile alla pari. La sete è tanta ma le esperienze e le proposte fanno fatica a farsi strada e ad emergere.

Le riflessioni dei partecipanti al collegamento di Tirrenia hanno evidenziato perplessità, smarrimento e senso del limite di fronte alla complessità dell’oggi ma, come sempre, sono state ricche di contenuti.

Ritrovarsi periodicamente per confrontarci è un momento di arricchimento reciproco ed anche questa volta è servito ad alimentare la voglia di esserci ora, nell'oggi, di ritrovare la capacità originaria di indignarsi e di essere una spina nel fianco dei poteri ecclesiastici e laici che dominano la vita e condizionano le coscienze, il bisogno di parole nuove alimentate in modo originale alle parole antiche sia del Vangelo che della sapienza dei vari popoli e culture, il desiderio di collegarsi meglio con le persone e i movimenti che cercano come noi uno spiraglio nel muro del deperimento della socialità, la ricerca di solidarietà con le nuove povertà ed emarginazioni e con le giovani generazioni che più soffrono la rapina della memoria e del futuro.

Sono tornata a casa rinfrancata.  Luciana Angeloni

Comunità Isolotto – Firenze – da “Primo piano” (www.cdbitalia.it)

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22 ottobre 2009

A PROPOSITO DI “QUALE FUTURO PER LE CDB”

Credo che, “a questo punto della nostra storia”, sia necessario rivedere tutto ciò che, a partire dai circa quarant’anni di vissuto delle CdB fino oggi, ha costituito paletti imprescindibili.  

A mio avviso è necessario tentare di eliminare tutto ciò che potrebbe essere obsoleto, modificare quei linguaggi che non interpretano più il pensiero del nostro vissuto attuale, eliminando ciò che abbiamo ritenuto punti fermi della nostra esperienza esistenziale e specificatamente di fede. È necessario quindi rivedere momenti che abbiamo ritenuti forti della nostra esperienza, momenti che si sono espressi con azioni e parole.

Se il linguaggio non è rappresentativo della propria realtà individuale o di gruppo rischia di essere artefatto e quindi inutile. La ricerca di un nuovo linguaggio deve avere come obiettivo il ri-conoscersi. È questo un lavoro che richiede tempo, che prevede profonde riflessioni di senso.

Una prima ricerca va fatta sul linguaggio usato fino ad oggi. Frasi come “cattolici del dissenso” (già mi è stato detto che qualcosa in questa direzione è stato detto); “chiesa altra” (mi sembra un paradosso), tanto per citarne due a caso.

È un lavoro che richiede profonde riflessioni di senso per uscire da probabili anomalie che hanno creato schematismi che condizionano e che non rendono libera la ricerca di fede che ha bisogno di essere libera.

La Comunità è il luogo della ricerca; se è condizionata da luoghi comuni, paletti fissi o addirittura da dogmi, la stessa perde senso. Per delineare il futuro delle CdB è necessario far partire una profonda riflessione anche intorno a temi come la ricerca di nuovi linguaggi.

Comunque si ha bisogno di tempo. Potrebbe essere uno degli argomenti del prossimo Incontro Nazionale a cui arrivare con riflessioni e dibattiti anche per via telematica.

Benedetto Musacchia

CdB del Cassano – Napoli – da “Primo piano” (www.cdbitalia.it)

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RICORDO DI MARTINO NEL DECIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE

Collegamento seminariale delle CdB italiane, Tirrenia 3-4 ottobre 2009

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PREGHIERA - MEMORIA

“Sono venuto perché abbiano una vita vera e completa” (Gv 10,10)

Dio della vita,

Ci piace invocarti così, ricordando Martino che non è più con noi ma che crediamo e speriamo sia sempre nella grande vita che ci sostiene e ci avvolge, accolto come figlio, assieme a Gesù di Nazaret e a tutti coloro che hanno vissuto in modo pienamente umano.

 

 “La mia casa sarà casa di preghiera, voi invece ne avete fatto un covo di briganti” (Lc 19,46)

Dio della vita,

Anche Martino è stato profeticamente, come Gesù, un demolitore di idoli. In continuazione, con perseveranza, quasi ostinatamente, si è opposto ai luoghi comuni, alle false immagini che di te gli uomini, in particolare quelli religiosi, hanno costruito nel tempo. Ha “scrostato”, “ripulito” con passione tutto ciò che rende opaca la mente impedendo il passaggio della luce.

 

 “Non tutti quelli che dicono Signore, Signore, entreranno nel regno di Dio ma soltanto quelli che fanno la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21)

Dio della vita,

Martino ha sempre privilegiato, anche e soprattutto negli ultimi periodi, l’ortoprassi rispetto all’ortodossia. Buono è tutto ciò che ci fa vivere più umanamente, in modo solidale. Ciò che conta è la fraternità e non l’ideologia. Così si spiega la sua scelta di essere seguace di Francesco e il suo legame con lui, così come la nascita della piccola fraternità francescana nella nostra città, segno di un modo di essere che si traduce nell’ordinaria quotidianità.

 

 “Dove sono le vostre ricchezze là c’è anche il vostro cuore” (Lc 12,34). “Non potete servire Dio e i soldi” (Mt 6,24) “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno di Dio” (Mt 18,3)

Dio della vita,

Martino ha vissuto sobriamente, da povero. Non aveva attaccamenti, non si sentiva possessore di alcunché. La sua casa, povera; il suo lavoro in fabbrica povero come quello di tanti; la sua pensione, povera. La sua vera ricchezza erano una vita semplice, essenziale, senza pretese ed il suo animo di ricercatore non disgiunto dall’utopia, dal sogno e da uno stupore in qualche modo ingenuo.

 

“Beati quelli che hanno compassione degli altri: Dio avrà compassione di loro” (Mt 5,7)

Dio della vita,

L’amore di Martino era discreto, silenzioso, ma presente. L’amore per la piccola Francesca totale e gioioso. L’amore per gli amici sentito nel profondo. L’amore per chi cercava un contatto o un confronto con lui si faceva ascolto attento e partecipe. Come la sua mente era aperta, così il suo cuore.

 

“Ecco un mangione e un beone, amico degli agenti delle tasse e di altre persone di cattiva reputazione” (Lc 7,34). “Mentre erano a tavola, so avvicinò una donna con un vasetto di alabastro, pieno di profumo molto prezioso e versò il profumo sulla testa di Gesù” (Mt 26,7)

Dio della vita,

Martino non era un asceta, un rinunciatario. Amava la vita, e sapeva godere delle piccole o grandi cose di ogni giorno, di un cibo buono, di un incontro, di un dono, di un’amicizia, di una partita di calcio. Non costruiva ad arte il suo personaggio, era se stesso senza infingimenti o ipocrisie.

 

“Spezzò il pane e lo diede ai suoi discepoli” (Lc 22,19)

Dio della vita,

Martino ha spezzato la sua vita, l’ha condivisa. E’ stato un uomo per gli altri: nell’impegno con le comunità di base a cui ha donato tempo, studio, passione, negli incontri settimanali con gli amici con cui ha spezzato il pane delle sue conoscenze e dei suoi continui approfondimenti, nella disponibilità a percorrere nuovi cammini, nel riconoscere il volto dei più deboli e nel farsi loro vicino con gesti semplici e quotidiani.

 

Dio della vita,

La memoria di Martino ci porti a una nuova e rinnovata consapevolezza di essere tuoi figli vivendo con semplicità e gioia il nostro cammino.

 

                                                            

Scrittura collettiva - Documento del gruppo A

Interrogandoci sul futuro abbiamo capito che l’importante è comprendere cosa significa essere comunità “oggi” e impegnarci nel nostro presente senza paure: è questo il modo di costruire il futuro.

È importante portare la nostra specificità di cristiani di base nelle nostre attività e relazioni con l’esterno. La relazione va ricercata tra coloro che vivono il disagio dentro la chiesa cattolica e nella società, ritrovando entusiasmo, nella leggerezza del quotidiano.

La comunità è un luogo dove si sperimenta la libertà, dove si possono socializzare i valori più essenziali della vita, evitando di farci condizionare ed ingabbiare da obiettivi troppo rigidi.

Fare comunità ha senso solo se si intende partecipare all’annuncio della buona novella, solo una comunità può fare questo.

Bisogna riuscire a far fronte al pessimismo, nel momento che viviamo, della nostra possibilità di incidere, coltivando la speranza che nelle nostre comunità suscitano ancora le parabole del chicco di senape, del sale e del lievito nella pasta; credendo cioè nel valore intrinseco della creatività della profezia.

Sono inoltre emerse due linee di azione:

1)      Seguitare ad essere spina nel fianco dell’istituzione ecclesiastica, considerata come uno dei poteri che condizionano la vita.

2)      Preoccuparci di diffondere e rendere fruibile la nostra ricerca alla comunità ecclesiale e alla società.

È emersa anche la necessità di superare la centralità del leader (in genere il presbitero) nelle CdB attraverso l’assunzione di responsabilità da parte di tutte e tutti.

Impegno dell’oggi è anche elaborare l’intreccio con le nuove generazioni.

La cifra delle CdB è legata alla capacità di fare continua esperienza delle lotte e delle sofferenze vecchie e nuove degli ultimi e delle ultime della terra; dare più spazio alle donne e contrastare fondamentalismi e patriarcalismi.

Le comunità, come all’inizio della loro esperienza, dovrebbero ritrovare il fuoco della rabbia e dell’indignazione di fronte alle ingiustizie, cogliere e mettersi in relazione con tutti quei focolai di fermento che, anche se in misura ridotta rispetto al passato, sono presenti nella nostra società.

 

Tirrenia, 4 ottobre 2009

 

 

                                                            

Scrittura collettiva - Documento del gruppo B 

1) rapporto con la Chiesa istituzionale

            La rabbia nei confronti della Chiesa istituzionale che ha caratterizzato la nascita  delle CdB si è sfumata e trasformata in distanza, che però non è indifferenza.

Ancora oggi le CdB svolgono e vogliono continuare a svolgere un ruolo di spina nel fianco e critica cosciente della Chiesa e di testimonianza e stimolo per tutti coloro i quali, dentro la Chiesa, manifestano pensieri e posizioni critiche.

Uno dei sensi che contraddistinguono l’appartenenza alle CdB è quello del protagonismo di ciascuno e ciascuna rispetto alla passività che contraddistingue chi partecipa alle celebrazioni della Chiesa; questo protagonismo è frutto dei percorsi di presa di coscienza e di consapevolezza, un percorso di “educazione permanente” che ha fra i risultati quello del superamento della gerarchia nel vivere l’esperienza di fede.

 

2) rapporto con le nuove generazioni

            Anche se è diffuso un senso di frustrazione per quanto riguarda la presenza e la partecipazione dei figli  alla esperienza attuale delle CdB, dopo che molti di questi giovani avevano vissuto all’interno delle comunità fin da piccoli, c’è la consapevolezza che anche fra quei giovani che si sono allontanati dalle comunità i valori che sono stati trasmessi nella esperienza comunitaria siano vissuti nei diversi contesti in cui questi giovani si trovano.

Il dispiacere emotivo che si prova per l’allontanamento di molti giovani si coniuga con la constatazione [razionale] che esso è frutto della libertà di scelta che tutti questi giovani hanno potuto esercitare, essendo la libertà di scelta e il non proselitismo caratteristiche della esperienza delle CdB.

Il rapporto con le giovani generazioni e il “nuovo” viene vissuto come vivificante dalle CdB, anche se si avverte che questo confronto e scambio richiede la capacità di utilizzare un nuovo linguaggio.

Le CdB sono nate in un particolare momento storico e fin dalla loro nascita si sono intrecciate con altre esperienze della società, dando e ricevendo spunti per il cambiamento; il futuro delle CdB, del quale non bisogna preoccuparsi, sarà comunque nel confrontarsi e rapportarsi con il mondo, con lo sforzo di essere lievito e seme.

In questo percorso diventa ora importante restare veramente aperti alle nuove situazioni che via via si creano nella società, sia per trovare modalità e linguaggi per rendere “fruibili” a tanti altri il nostro percorso e le nostre acquisizioni, sia per mantenere un dialogo con le nuove generazioni ed i nuovi contesti storici; solo immergendoci nella continua sfida che ci viene dai continui cambiamenti sociali, saremo in grado di vivificare e costruire anche il nostro futuro.

 

3) comunità come luogo di giustizia e amore

            Le CdB avvertono il senso del messaggio evangelico come impegno nei confronti degli ultimi, come luogo di ascolto e di rispetto di ogni differenza, come occasione di confronto aperto e di condivisione di sentimenti e riflessioni.

L’apertura si manifesta non solo all’interno, dove i membri delle comunità hanno la possibilità di mettersi in gioco individualmente ma non egoisticamente e di trovare nell’incontro/confronto comunitario opportunità di crescita, ma anche verso l’esterno con quei gruppi sociali ed ecclesiali disponibili all’interscambio delle esperienze e dei sentimenti.

La resistenza al pensiero dominante, sia della Chiesa ufficiale che del Potere, viene considerato parte integrante di questo confronto.

            Il senso di responsabilità che i partecipanti alle CdB avvertono si riferisce anche alla necessità di superare il bisogno della figura del sacerdote come elemento di vertice di una struttura a piramide che replica quella del potere ecclesiastico, confermando o arrivando ad una circolarità nello svolgimento delle attività comunitarie.

 

Tirrenia, 4 ottobre 2009

                           

                                                            

Scrittura collettiva - Documento del gruppo C 

Dalla riflessione comune è emersa la grande necessità di apertura verso l’esterno delle CdB e di una loro contaminazione dialettica con altre realtà, ma è anche molto sentita l’importanza di mantenere viva e salda l’identità delle CdB che si sostanzia nei seguenti aspetti ritenuti (ancora) fondamentali:

 

1)      nelle CdB non ci sono né capi, né maestri, né gerarchie o leadership istituzionali; nelle CdB c’è quindi una prassi di democrazia che va ancora fortemente testimoniata, tenendo presente l´utilita´ che si continuino ad assorbire gli apporti specifici forniti da ciascuno, pur nella propria identita´, come contributo per favorire un cammino di crescita e di partecipazione comune;

2)      è sempre molto attuale mantenere vivo il senso critico nei confronti delle gerarchie, ortodossie e istituzioni ecclesiastiche e non solo; tenendo presente che le Cdb vogliono mantenere la loro funzione critica e quindi essere una “chiesa altra” senza divenire con questo “un’altra chiesa”.

3)      è sempre molto importante mantenere viva, feconda e visibile, la funzione profetica che le CdB hanno;

4)      le CdB sono un luogo in cui si può vivere e condividere con liberta´ il valore e la bellezza del socializzare l’essenziale della vita. E’ una grande risorsa che segna la peculiarita´delle CdB rispetto ad altre forme associative.

 

Il futuro delle CdB è nelle cose nuove e non nel nostro passato.

Così le CdB per avere futuro, devono, come hanno sempre fatto, continuare ad esprimersi nel quotidiano, e mettere al centro del loro interesse ed attenzione gli ultimi, che oggi sono anche soggetti diversi rispetto al passato: ci sono nuovi poveri e nuove povertà, ci sono i problemi ecologici, i problemi del lavoro sempre più difficile da trovare e da mantenere, i problemi degli immigrati, della precarietà e della fragilità, etc…etc..

Questi sono i problemi su cui siamo chiamati a vivere e ad essere, secondo l´esempio evangelico, lievito!

 

Come fare?

·        è importante ritrovare l’entusiasmo del nostro impegno da realizzarsi per piccoli passi;

·        le Cdb devono ascoltare il fertile richiamo derivante da alcuni aspetti dello specifico femminile, poiché l’elaborazione del pensiero femminile può contribuire a combattere i fondamentalismi;

·        è utile e necessario uscire da vecchi schemi e schematismi che possono imbrigliarci, tenendo presente che l’identità (anche quella delle Cdb) non è fissata per sempre;

·        le CdB devono mantenere e sviluppare una sensibilità inter-culturale, una apertura verso nuovi percorsi e nuovi linguaggi adatti a capire i cambiamenti e le sfide del nuovo tempo;

le CdB devono vivere il presente senza però che ciò si traduca in una fuga dal futuro, poiché abbiamo delle responsabilità nei confronti del futuro.

 

Tirrenia, 4 ottobre 2009