L'ANGOLO  della  GRU

a cura di Aldo Bifulco

 

 
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I (miei) CROCICCHI di Scampia - DICEMBRE 2006

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OBIETTIVO UOMO - NOVEMBRE 2006

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CORPORAZIONE/COOPERAZIONE - OTTOBRE 2006

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L'uomo e il legno - settembre 2006

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Una leggera brezza dall'est - luglio 2006

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Scampia non è tutta spine! - giugno 2006 - 1

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La società del rischio - giugno 2006 - 2

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Solidarietà e Partecipazione - maggio 2005

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L’Arci Scampia, punto di forza del Quartiere. - aprile 2006

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I GIOVANI E LA POLITICA

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Chiara e la fiaccola - febbraio 2006

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Architettura di periferia: luci ed ombre - gennaio 2006

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FUGA DI NOTIZIE: GOCCE DI LIBERTA' - DICEMBRE 2005

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DIECI ANNI DI UN CIRCOLO DI PERIFERIA - NOVEMBRE 2005

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 “La modernità liquida”-  ottobre 2005

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Acqua bisogno o diritto dell'umanità ? - settembre 2005

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La scuola e la "centralità dello studente"

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Come organizzare la speranza - giugno 2005

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L'arte nel sociale - aprile 2005

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Palpito di stelle, palpito di cuori -marzo 2005

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QUALE FILOSOFIA ?

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I COLORI DI SCAMPIA -GENNAIO 2005

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FAME DI LEGALITA' - DICEMBRE 2004

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La musica che genera speranza. - novembre 2004

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COMPETIZIONE/COOPERAZIONE OTTOBRE 2004

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L'ESSERE UMANO, ANGELO CUSTODE O SATANA DELLA TERRA? SETT. 2004

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"CAMMINARE....A SCAMPIA!"

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"Scampia terra di lavoro? - giugno 2004

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"La Natura non conosce rifiuti" - maggio 2004

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Felice: Un capitolo di storia a Scampi

 

I (miei) CROCICCHI di Scampia

L’atmosfera natalizia e di fine anno mi ha indotto ad inter-rompere (ma solo per questo mese) il lungo colloquio avviato con i giovani di Scampia. Ho voglia di comunicare la mia relazione con il territorio, a prescindere dalla famiglia, mio riferimento naturale e dalla comunità di base, mio riferimento storico.

All’esame di maturità di quest’anno è stata proposta , tra le altre, questa traccia “Città e periferie: paradigma della vita associata, fattori di promozione della identità personale e collettiva”, accompagnata da numerosi stimoli di autori diversi. Si passava dalla presentazione dell’anomalia periferica vissuta come “altro dalla città”, come incompiutezza, disordine, al limite bruttezza (Rolle) alla periferia da non considerare necessariamente come “non luogo” (Marc Augè) dove con questo termine si vuole intendere  “gli spazi della circolazione, del consumo, della comunicazione, gli spazi della solitudine, come i supermercati”, anche se questi tendono a diventare sempre più luoghi di appuntamento, dove trascorrere il tempo. Io ho sempre  pensato di “vivere “ i luoghi che mi hanno accolto, luoghi sempre periferici o marginali, cercando di scovare o creare situazioni di vivibilità, di contribuire a tessere trame  di relazioni positive, relazioni di amicizia autentica. E’ per questo che mi ritrovo nel pensiero di Portoghese “guardare la periferia non soltanto con sdegno …per le sue caratteristiche di incompiutezza….ma anche con umanistica pietas, cioè con amore, come una realtà da affrontare, di cui aver cura…”.

In questi vent’anni di cittadinanza a Scampia sono tante le situazioni in cui ho potuto “vivere” con intensità la mia dimensione culturale, con autenticità la mia esigenza di socialità e di politica, con profondità la mia tensione emotiva ed affettiva. I CROCICCHI, termine caro a Padre Fabrizio Valletti, più che intersezione di strade, vanno intesi come intersezione di persone, luoghi di relazione, dove si sperimentano e si elaborano strategie di attenzione e cura nei confronti dell’altro e dell’ambiente.  Sono tanti i miei Crocicchi di Scampia.

Il Circolo “la Gru”,  in dieci anni di storia,è stato crocevia di tanti giovani e non; lo definisco un “circolo di strada” perché  ha tentato, mentre altri si ritiravano e si richiudevano nei propri recinti, di riportare le iniziative, la ricerca, la politica, anche la gioia al di fuori dei cancelli reali e mentali, all’aperto. Di “strada” anche per la mancanza di strutture proprie, per la povertà delle risorse, la precarietà dei mezzi. Ma Toni, Ciro, Marcella , Gennaro, Alberto, Cristiano sono ancora sulla breccia. Il circolo ha avuto, tra l’altro, il merito di puntare i riflettori sul “verde di Scampia” che rappresenta una risorsa del quartiere da salvaguardare.

Il Gridas è “la bussola etica del territorio”. I laboratori, in preparazione del Carnevale di quartiere, sono fucina di creatività, fonderia di idee e manualità, circuito di ironia, narrazione di storie, esperienze, avvenimenti. La calda accoglienza di Mirella, i dolci rimproveri di Martina, la paziente operosità di Gaetano, la spinta organizzativa di Franco rendono piacevole e interessante il lavoro comunitario. Tra l’odore di colla e di pittura, tra i rumori di martello e sega e il fruscio del filo di ferro, aleggia persistente lo “spirito di Felice”.

Il Caffè letterario, ma anche le altre iniziative dell’Ulten-Auser, rappresentano i crocicchi più recenti e più coinvolgenti di questo momento storico. Franco riesce sempre a creare una magica atmosfera che tieni incollati sulle sedie i cinquanta e più fedeli frequentatori del caffè letterario che vagabonda tra diverse sedi. Quella miscela straordinaria di prosa, poesia e musica suscita suggestioni particolari, i sapori culturali che emergono aprono orizzonti e generano desideri. Ma anche il sapore della “miscela tutta partenopea”  del caffè che Ester offre alla fine dell’incontro, con il  suo sorriso dolce e accogliente,  crea vicinanza e cementa amicizie.

Il TAN (Teatro Area Nord) è già un polo teatrale che supera l’orizzonte di Scampia, per la collocazione, la platea di riferimento e la qualità della programmazione. Eppure quel folto drappello di cittadini di Scampia che si dà appuntamento con costanza a Via Dietro la Vigna, ha trovato e creato un ambiente, oserei dire familiare. Sparsi tra la folla che, finalmente, riempie il teatro, all’inizio della rappresentazione si cercano, quasi per confermare una presenza attesa; così un movimento ondeggiante di mani che salutano, anima tutte le direzioni della sala. Certo Lello Serao che ti attende e ti abbraccia all’apertura della stagione teatrale, Alessia e Margherita che spezzano il momento amministrativo con sorrisi e frammenti di informazioni che rendono più interessante l’attesa, l’invito a bere insieme un sorso di vino e scambiare impressioni sullo spettacolo appena concluso, magari con la presenza degli attori, rappresentano una specificità straordinaria di questo teatro. C’è una partecipazione della gente direi calda e raffinata, lontana dall’atmosfera fredda e aristocratica di alcuni teatri cittadini, ma anche  da quella un po’ sguaiata di tipo nazional-popolare. Va sottolineato, inoltre, che il TAN non è una cittadella isolata ma è pienamente inserito nella rete culturale e sociale del territorio.

L’Eucarestia delle 11.30 alla Rettoria dei Gesuiti. Padre Stefano e Padre Fabrizio hanno creato una comunità articolata che, in gran parte,  vive la fede non come un obbligo identitario;  si avverte che la proposta di Cristo non è un peso cupo ed opprimente, ma è intrisa di responsabilità gioiosa,  proiettata verso una  condivisione autentica e  serena. Le stimolanti riflessioni di Fabrizio si intrecciano con la  preghiera spontanea  e piena di com-passione della gente, il gesto della pace non è un rito ma un piccolo dono  offerto al vicino.  Conosco solo una parte dell’assemblea, ma avverto che tanti percorsi sono permeati da un comune sentire. Confesso di aver vissuto momenti di intensa emozione ed una implosione di grazia. La mia storia e la mia esperienza mi fanno fuggire da ogni logica di precetto eppure quando non riesco a partecipare, questo incontro mi manca .

Fuga di notizie, infine, rappresenta per me un altro importante punto di riferimento. Ogni mese aspetto con trepidazione di leggere le riflessioni e le sollecitazioni che vengono proposte dagli amici della redazione. E poi mi ha dato l’opportunità  di stendere tanti fili  tra l’umanità varia,  soprattutto giovanile, che rende ricco questo territorio. Di alcuni conosco solo la voce, ma molti sono diventati interlocutori  privilegiati con cui continuo ad incontrarmi nella vita quotidiana.

Questi non sono i soli crocicchi di Scampia, e forse nemmeno i migliori, ma sono i miei.

Non vorrei apparire ingenuo ed orbo al punto da non capire e vedere che per questa realtà occorre innanzitutto giustizia, lavoro, vivibilità e sicurezza ma la società civile nel mentre lotta per questi obiettivi generali, può contribuire alla riqualificazione culturale e relazionale.

Teilhard de Chardin con un’espressione che fratel Arturo Paoli ripete  sovente afferma che bisogna “amoriser le monde”. Ed io mi interrogo spesso come fare per “amorizzare” questo frammento di mondo che è Scampia, come inserire dinamiche di vita in una realtà che sembra attraversata  solo da dinamiche di morte. Immagino allora una  rete i cui nodi sono rappresentati da una moltitudine di crocicchi e con gli spazi vuoti, luoghi della solitudine e dell’indifferenza, sempre meno estesi e mi pare di poter sperare un’alba diversa per questo nostro martoriato amato territorio.

                                                                                      Aldo Bifulco

 

 

OBIETTIVO UOMO

Non ho dovuto sforzarmi troppo per trovare il titolo adatto a  “L’Angolo della Gru” di questo mese.

“OBIETTIVO  UOMO”  per una cooperativa sociale rappresenta una denominazione perfetta perché  rende esplicito l’intento di lavorare nell’orizzonte della “cura”, più che per una mera affermazione economica. Un elemento che dovrebbe permeare, a mio parere,  molte dimensioni lavorative (insegnanti, medici, infermieri ecc.) dove la relazione empatica è indispensabile per raggiungere l’obiettivo.

Questa volta più che un’intervista si è trattato di un dialogo a più voci, con Bruno Salvatore e Massimiliano Migliaccio, molto ricco ed articolato, che non può trovare un‘adeguata accoglienza nel breve spazio di una pagina di giornale. Ci aspettiamo e ci auguriamo qualche contributo diretto dei due interlocutori sulle tematiche affrontate nei prossimi numeri di “Fuga di Notizie”.

Partiamo immediatamente con alcune informazioni  più dettagliate sulla cooperativa.

“Obiettivo Uomo” è una delle prime cooperative sociali napoletane. Nasce nel 1992 come costola dell’Opera Don Guanella”, ma ben presto si distacca diventando una cooperativa laica che mantiene, però, viva l’ispirazione educativa che è, poi, quella di Don Bosco, basata essenzialmente sulla prevenzione. Il nucleo storico di 16 soci è affiancato da uno stesso numero di collaboratori. La cooperativa gestisce il lavoro di circa quaranta persone. Gli operatori vengono selezionati con molta attenzione perché si richiedono standard di  qualità ed un codice etico molto elevati.

Abbiamo scelto di orientare il servizio prevalentemente a Scampia, prospettando l’incontro con gli ultimi; il volto dei ragazzi, degli emarginati, delle famiglie in difficoltà rappresentano la nostra interfaccia. Attualmente la nostra educativa territoriale ha in cura circa 120 ragazzi.

Il mondo a cui fate riferimento ha un suo vocabolario e, talvolta, si fa una certa confusione specie tra volontariato e cooperazione. Chiariteci un po’ i termini della questione, anche perché, dietro l’angolo c’è sempre qualche furbetto che tenta di approfittare della situazione.

L’Associazionismo, il volontariato, la cooperazione di solidarietà sociale e tutte le imprese o istituzioni senza finalità di profitto e di speculazione  privata  vengono inquadrate nel cosiddetto terzo settore. Anche se la cooperazione di solidarietà sociale nasce storicamente dall’incontro tra volontariato e cooperazione, il passaggio da un’associazione ad una cooperativa non è automatico e nemmeno naturale. Il volontariato è basato sulla spontaneità e la gratuità assoluta, la cooperativa esprime la sua libera iniziativa con finalità sociale attraverso una componente economica determinata ed una forma giuridica vincolata. Si tratta, comunque, di un’impresa no profit, nel senso che eventuali utili, una volta provveduto agli emolumenti degli operatori, vanno reinvestiti. In “Obiettivo Uomo”  l’Associazione di volontariato e la cooperativa vera e propria, pur distinte, convivono e si integrano perché animate dallo stesso spirito.

Da qualche parte si  sottolinea il pericolo di supplenza nei confronti degli obblighi dello Stato che appare sempre più incline a delegare le proprie responsabilità sul versante della solidarietà.

Il pericolo è reale, ma in questo campo le motivazioni interiori sono fondamentali e non possono derivare automaticamente dalle Istituzioni. Piuttosto non avendo l’autosufficienza economica ci troviamo a rincorrere progetti e bandi di gare per far quadrare il bilancio. Il paradosso è che noi dobbiamo concorrere per fare ciò per cui siamo nati e sottoporci ad una competizione che ci appare sempre più innaturale. Anche perché, in partenza, si richiedono competenze professionali, alti indici di qualità a costi piuttosto bassi , ma poi il controllo dei risultati non sempre avviene. A noi sembrano,invece, elementi di garanzia,  peraltro  poco considerati, la continuità progettuale nel tempo ed il radicamento sul territorio.

La vostra opera meritoria fa riferimento, ovviamente, soprattutto a finanziamenti pubblici.

Cosa dite di tutto questo chiacchiericcio sul problema delle tasse?

Non pagare le tasse ed istigare all’evasione fiscale è senz’altro immorale. Ma anche lo Stato è immorale se non restituisce al sociale ciò che ha prelevato dai cittadini.

Ci vorranno, comunque, cinquant’anni di buongoverno per creare la cultura della partecipazione solidale, perché  le spinte culturali attuali sono tutte orientate verso un individualismo esasperato e verso un consumismo effimero.

Proprio in questi giorni la FAO, nel suo rapporto 2006, ammette il fallimento nella battaglia contro la fame nel mondo. Nei paesi poveri sono a rischio 854 milioni di esseri umani. Ma anche nei paesi sviluppati aumenta il numero dei poveri e dei giovani precari senza futuro.

Con questi problemi nella mente come si fa  a sopportare le lamentazioni dei ricchi per un eventuale  piccolo prelievo dal loro malloppo? …e non lo dico per invidia!!

                                                                                      Aldo Bifulco

 

 

 

CORPORAZIONE/COOPERAZIONE

Malgrado l’evidente assonanza, le due parole nascondono concetti, modalità di intendere le relazioni e la vita, a mio parere, antitetiche.

Questa estate le corporazioni, lobby più o meno potenti rigidamente chiuse nel loro particolare, e determinate ad acquisire e difendere qualche privilegio, in seguito al decreto Bersani hanno rumorosamente calcato la scena. E il “partito liquido”, mutuando l’aggettivo caro a Zygmunt Bauman, ma nella sua versione negativa, smarrisce la sua natura liberista, opponendosi alle liberalizzazioni, come in altre circostanze è passato dal facile perdono per i potenti, al giustizialismo per i dannati della terra. Si sa, d’altronde, che la coerenza non fa rima con la ricerca del facile consenso.

La cooperazione, invece, implica una tendenza all’apertura, a considerare il bene dell’altro coincidente con il proprio.

“Fuga di notizie” si è già occupata della Coop. La Roccia, ma forse è il caso di approfondire la conoscenza attraverso le parole di Luigi, un giovane elettricista che ne fa parte.

La prassi consolidata richiede una breve presentazione in apertura dell’intervista.

Ho vent’anni ed ho conseguito la licenza alle medie inferiori. Ho partecipato per due anni al corso di formazione di impiantista elettrico per l’obbligo formativo. Artefice di questi passaggi, ma anche della costruzione della cooperativa, è stato Padre Fabrizio Valletti.

Fai parte della Coop. La Roccia, un termine dal sapore biblico. Fornisci ai lettori del giornale qualche informazione più precisa sulla cooperativa. Quando nasce, quali servizi offre, perché mai questo nome?

La cooperativa nasce a dicembre 2005 ed è strutturata in  tre settori:

a)sartoria con alcune ragazze che lavorano guidate da due stiliste adulte;

b)grafica con operatori capaci di realizzare volantini, manifesti, depliant ecc;

c)impiantistica elettrica ed elettronica civile ed industriale; rete LAN; impianti antincendi, citofonia, videocitofoni e videosorveglianza.

Assieme ad altri sette giovani coetanei mi occupo di questo settore.

La Roccia è “tosta”….e noi dobbiamo essere “tosti” per poter superare le difficoltà che questa società ha creato per noi giovani.

Ho sentito dire che avete qualche difficoltà perché giustamente voi, per motivi di legalità e per motivi etici, emettete fatture, mentre la gente  non ne vuole sapere.

Attualmente riusciamo a lavorare, anche abbastanza intensamente, fuori dal quartiere, ma nel nostro territorio, quando la gente sente la parola fattura (quasi fosse una bestemmia!) gira a largo. Eppure, se ci fermiamo a discutere in generale, tutti sono per la legalità e tutti ritengono prioritaria la lotta all’evasione fiscale… ovviamente quella degli altri!

In questo quartiere, come altrove, ci sono tanti Parchi e tanti palazzi che hanno una gestione condominiale. Perché non vi offrite per alcuni tipi di lavori e di manutenzione? E perché non create una collaborazione più solida con la vicina Cooperativa “L’uomo e il legno”?

Noi abbiamo diffuso un’enorme quantità di volantini nel quartiere. Certo, non sarebbe male l’ipotesi di contattare i condomini di Scampia, passerò l’idea a Mariano Otranto che è il responsabile della cooperativa. Mi sembra anche utile realizzare una sorta di consorzio con “L’uomo e il legno” in modo da scambiarci informazioni, favori e mettere al servizio dell’altro le rispettive professionalità.

La cooperazione potrebbe rappresentare una delle risposte vincenti rispetto alla crisi del mercato del lavoro, ma potrebbe avere un difetto: “non promette la ricchezza”! Sarà difficile estirpare questo cancro diffuso dal modello culturale veicolato dai noti furbetti che infettano il nostro paese, dai mestieranti della politica delle false promesse, da chi incita strumentalmente all’evasione fiscale.

Sarebbe interessante aprire un dibattito serio sul problema delle tasse. Intanto vi invito a scaricare dal sito www.crbm.org il documento presentato al Forum di “Sbilanciamoci”.

Eugenio Melandri, portavoce dell’Assoc. “Chiama Africa” (www.chiamafrica.it), sostiene che il vero problema per il nostro mondo “Non è tanto la povertà ma la ricchezza!”. Potrà sembrare paradossale, ma io condivido questo pensiero anche se non ho lo spazio per motivarlo.

Basta, comunque, a mio avviso, leggere con attenzione il Vangelo!

Desidero fortemente terminare questo articolo augurando ogni bene alle “pietre dure” di Scampia, a questi giovani impegnati nelle cooperative di lavoro, ricordando loro che la pietra più dura è il diamante!

                                                                                    Aldo Bifulco

 

 

 

“L’UOMO  E  IL  LEGNO”

Per molti decenni attorno all’assunto di ridurre il cosmo a espressione di quel gioco di forze, di lotte violente tese alla sopravvivenza del più forte, si è sviluppato un sistema di pensiero che ha connotato anche la politica e l’economia. E’ difficile negare che il teatro della vita sia attraversato dalla predazione e che la morte sia spesso una lacerazione ineliminabile per far rifiorire nuova vita.

La Natura appare così come uno scenario dove prosperano gli “ egoismi”.

Da alcuni anni, però, la ricerca biologica ha aperto nuove prospettive ed una visione nuova si affianca a quella già consolidata. Con mia grande soddisfazione ho letto  sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale “Nature”, che, studiando ed analizzando organismi biologici come il lievito e le vespe, si è potuto constatare che in natura la cooperazione è possibile e in certi casi è la scelta migliore. Ci sono, insomma, delle comunità in cui l’altruismo è la regola; tutti finiscono  per guadagnare quello che hanno speso in termini di aiuto reciproco..

Musica per le mie orecchie, anche se da tempo sostengo che la cooperazione non debba essere solo una scelta conveniente, ma anche il frutto di una scelta consapevole e di una spiritualità emergente.

COOPERAZIONE  è una delle parole chiave su cui fondare la società del futuro ed in tal senso caratterizzare una delle espressioni più importanti della vita dell’uomo che è il lavoro.

“L’Uomo e il legno”, un binomio suggestivo, carico di tensione poetica, è la denominazione di una cooperativa arl nata nel 1995 e approdata da qualche anno a Scampia, in Viale della Resistenza (tel.081/5435924 e-mail coopluomoeillegno@libero.it).

Nel curriculum della cooperativa si legge:”Lo scopo della cooperativa è quello di esaltare la centralità dell’Uomo nel lavoro e attraverso il lavoro attivare, sostenere e prevenire forme e situazioni mortificanti e lesive della dignità e del rispetto dell’Uomo, oltre che per favorirne l’integrazione sociale”.

A Daniele Santoro, giovane socio della cooperativa, chiediamo alcune informazioni personali.

Ho ventitre anni e la licenza di terza media. In seguito alla morte di mia mamma, l’assistente sociale mi mise in contatto con la cooperativa, utilizzando il progetto  del Comune di Napoli“Ragazzi Ancora” (legge 216). Per un certo tempo ho lavorato solo di mattina come apprendista e quando mi fu proposto di allungare la giornata lavorativa anche al pomeriggio io risposi “ Basta che mi date i soldi!”. Dopo cinque anni ho acquisito conoscenze e competenze ed ora sono un socio effettivo.

Come vivi questa esperienza lavorativa all’interno della cooperativa “l’Uomo e il legno”?

Senza esagerare per me è come una famiglia. Attualmente la cooperativa è formata dal Presidente Enzo Vanacore, una segretaria e sei operatori che svolgono tutte le varie mansioni senza specializzazioni particolari, cercando di aiutare quelli con minore esperienza; al mattino vengono dei ragazzi che frequentano un corso di formazione. Mangiamo insieme (c’è una cucina pienamente funzionante) e talvolta giochiamo anche al calcio insieme.

Quali sono i prodotti che realizzate? Come vi trovate a Scampia? Che rapporti avete con la coop.La Roccia presente nel Centro Hurtado? Quali le attese e le speranze?

Realizziamo mobili e tutti i prodotti tipici dell’artigianato del legno. Facciamo anche manutenzione e restauri. All’occorrenza siamo disponibili anche ad effettuare traslochi. Progettiamo e allestiamo mostre e negozi. Per me che vengo da Barra, Scampia è un po’ lontana, ma la struttura è spaziosa ed attrezzata (anche se alcuni tubi andrebbero riparati); abbiamo anche organizzato un piccolo orto. Per ora i rapporti con la gente sono buoni, all’insegna del rispetto reciproco e con quelli della Roccia ci siamo scambiati qualche favore, ma non abbiamo un rapporto sistematico.

Non mi dispiacerebbe guadagnare un po’ meglio, ma è anche molto importante migliorare la qualità della vita e del lavoro. Speriamo anche di avere le risorse per occupare altri giovani.

Avete mai pensato di specializzarvi in metodologie di lavoro “ecologicamente compatibili”? E magari  organizzare un ciclo completo che partendo dalla  raccolta di legno usato (pallets, mobili vecchi, cassette da frutta, potatura di alberi, imballaggi, residui di lavorazione ecc.) si possa arrivare fino alla produzione di “pannelli ecologici”?

Di questo è meglio che parli con Enzo…e mi spinge verso il grosso barbuto Presidente Vanacore che non si lascia sfuggire l’occasione.

In tutti i lavori di restauro già adesso usiamo solo prodotti ecologici ed entro la fine dell’anno saremo attrezzati per  usare esclusivamente vernici ecologiche in tutte le altre lavorazioni.

Siamo tra i pochi a smaltire i rifiuti differenziandoli ed affidandoli ad una ditta specializzata…..e ciò costa! Per quanto riguarda il ciclo completo dai rifiuti del legno ai pannelli ci abbiamo pensato, abbiamo discusso con la Regione Campania ed abbiamo contatti con una ditta bolognese. Attualmente il nostro Know how ci consentirebbe di arrivare fino alla fase della macinazione, d’altra parte per il completamento del ciclo ci vorrebbero discreti capitali iniziali oppure il coinvolgimento sul territorio di qualche operatore del settore. Intanto abbiamo intenzione di proporre alla Municipalità di avviare questo progetto di raccolta e macinazione……magari anche con l’aiuto della Legambiente!

Ho provato enorme piacere ritrovare Enzo Vanacore  a Scampia. Lo ricordo negli anni ottanta, quando faceva parte di un piccolo gruppo di giovani che si avvicinarono all’esperienza della Comunità del Cassano e a quella politico –culturale del Circolo “Le quattro giornate”. Allora sostenemmo la lotta dei disoccupati organizzati del Gruppo 01. Oggi le parole d’ordine e le persone di questo movimento mi convincono di meno, auspicherei, invece,  la nascita di una rete tra esperienze cooperativistiche per un approccio al lavoro meno individualistico e più creativo.

                                                                                   Aldo Bifulco

 

Una leggera brezza dall’Est.

"Vengono a rubarci il lavoro; perché non se ne vanno nei loro paesi?" questa frase riversata con fastidio, alcuni giorni fa, sull’esterrefatto Safanne (l’onesto e dignitoso immigrato africano di cui abbiamo parlato tempo fa in questa rubrica), da una "distinta borghesuccia " del quartiere, mentre riempiva il carrello al supermercato, mi ha fatto sobbalzare. Con modi non proprio garbati ho manifestato la mia contrarietà a questo atteggiamento argomentandola dal punto di vista etico, culturale e politico.

E’ singolare che mentre anche nel Nord Est si chiede di rivedere le quote di lavoratori stranieri per esigenze economiche, ogni tanto, in alcuni contesti, emergono i tratti di xenofobia latente imputabili, forse, più che a ragioni politiche, a quella "paura tribale", presente nel profondo di chi, colpito dalla "sindrome dell’assedio", teme di perdere la propria identità.

Il lavoro è, comunque, un diritto ed anche un dovere universale dell’uomo e dovrebbe prescindere da qualsiasi questione politica, razziale e religiosa.

Piuttosto bisognerebbe discutere di "quale lavoro" e di "quanto lavoro".

Alle prime ore del mattino, quando mi reco a scuola, lungo il percorso, ad ogni rotonda, ad ogni incrocio intercetto filari di giovani "neri" in attesa di una chiamata: da, qualche tempo, ho notato anche in quel contesto, qualche rara presenza "bianca". I tratti somatici tradiscono la provenienza dall’Est dell’Europa e vanno a sommarsi a quel drappello di donne che, già da tempo, anche nel nostro quartiere sono state assunte come "badanti". Termine orribile che il comitato nazionale di bioetica, come abbiamo appreso, con nostro grande sollievo, ha chiesto di sopprimere. Però non è un termine innocuo; a mio parere nasconde una richiesta non molto confortante, di bassa qualità….."badare" è molto diverso dal "prendersi cura"!

La caduta del muro di Berlino ha aperto le frontiere. Più che Dio, in una direzione, è entrato il mercato. Dall’altra direzione un vento impetuoso ha trascinato in tutta Europa, grosse fette di popolo alla ricerca di un’occupazione. Solo una leggera brezza ha, per ora, investito le nostre zone.

Nelle mie sistematiche soste in pescheria ho notato una presenza discreta, defilata, un giovane alto, chiaramente dell’Est, intento a pulire alici, orate, polpi, seppie, gamberi….che con una certa approssimazione tassonomica chiamiamo "pesce".

Se non ti dispiace vorrei fare quattro chiacchiere con te. Ci dai qualche notizia sul tuo conto?

Mi chiamo Michele Balas, ho 20 anni e sono nato a Bucarest in Romania. Dopo aver acquisito il diploma di scuola superiore ho deciso di venire in Italia in cerca di lavoro ed ho lasciato a casa i miei genitori e mia sorella.

Quando hai lasciato la Romania? Com’è il dopo Ceaucescu?

Sono circa due anni che ho lasciato Bucarest ed ero troppo piccolo per ricordare i tragici avvenimenti di quegli anni. Si avverte un certo fermento, la capitale è un cantiere per abbattere i palazzi memoria del passato e per costruire nuovi palazzi in modo da prepararsi bene all’ingresso nell’Unione europea del 2007. Ma quando ho fatto la stessa domanda alla gente anziana, alla gente del popolo, spesso ho avuto questa risposta:"C’è più libertà, ma non ci sono più soldi!"

Sotto lo sguardo vigile e bonario di Stefano, il padrone della Pescheria, gli chiedo ancora: "Come ti trovi qui e come sei capitato a fare questo lavoro?"

Mi trovo bene anche se questo non penso debba essere il mio lavoro definitivo. Sono arrivato per caso e grazie all’aiuto di Stefano ho imparato a pulire con accortezza e celerità il pesce meritando gli elogi di parecchi clienti. Insomma il pesce per me non ha più segreti.

Qualche volta in Romania sono andato a pescare nel Mar Nero ed ho preso (sarà poi vero?) lo stesso pesce che trovate sul bancone.

Il banco con quei colori e quella frescura cattura immediatamente l’attenzione del cliente, ma se lo sguardo sale leggermente verso destra si trova una poesia firmata da un poeta locale, Ciro Buonocore, dal titolo "O curallo do mare" che è anche il nome della Pescheria.

Una poesia che Michele legge spesso e dice di comprenderla bene perché ormai è padrone anche della lingua napoletana.

Ncopp’ a stu banc spase o’ pesce frisco stà

ca manco nu pittore, ncoppe ‘a na tela, sapesse disegnà.

Guardandolo all’uocchi vuost, vedè ve pare, nu scenario e mare.

A cchiorme arrivano client tutt’e juorn

uommene, femmene, giovani e anziani

don Ciro, don Alfonso, don Peppe e don Aniello

trattano tutti quanti a Stefano comm’a nu cumpagniello.

Mentre sceglie o pesce, nu state a guardà o costo,

si vuie pigliate e spicole, alici oppure o baccalà,

Stefano da llà, già sape cadd’a fa,

doppe ca va l’ha tagliato a piezzo,

ve fa sparagna co peso, e pure n’copp’o prezzo.

Si mo vuie, sapè vulite sta piscaria

comme sta scritto for, pecchè si chiamm’accussì,

allora io mo vo conto, stateme a sentì.

Aggia sentute e dicere, da cierta gente e’ mare,

ca na bella sera, a luna pe se specchià a mare

a copp’o cielo e Napule, perdette nu curallo

da cullana ca purtava attuorno o cuollo.

Sotto ce stevo o viento ca pazziava cu l’acqua,

cuanno, all’improvviso, o poco e brezza,

vuttanno stu curallo proprio int’a na rezza.

O juorn appresso, o piscatore, ancora frisco e rezza,

spannette n’coppo o banco sta ricchezza,

e miezz’e culture, e migliaro e pisce,

e tutte specie, gruosse ‘e piccirilli,

luceva stu curallo cchiù de ciento perle

e mo, m’avita credere, si vuie ccà foro

venite pure quando è chiuso a sera,

sentite addore e mare, e o canto de sirene.

Dopo questo bagno purificatore nell’acqua di mare vorrei soltanto ricordare che il mare unisce, è praticamente senza confini; nella nostra mente, nella nostra cultura si è sedimentato,invece, un concetto di identità aggressivo ed escludente che ci spinge "a battere il pugno sul tavolo contro gli estranei che sono o si affacciano tra noi". E ciò è l’antitesi del messaggio di fratellanza universale proposto dal Cristo. Un messaggio che esclude la categoria dello straniero, un messaggio di condivisione. Anche il lavoro andrebbe condiviso!

Aldo Bifulco

Scampia non è tutta spine!

Ho preso in prestito questo titolo dal mio amico Salvatore che nel riquadro a margine di pag.9 dell’ultimo numero di “Fuga di notizie” presentava Manuela Esposito, Miss tra le Miss.

Comincio là dove lui finisce. Per la verità a Scampia le spine non mancano, sono diffuse un po’ ovunque ed alcune sono ben appuntite ed assumono le sembianze…..di siringhe! Ma sapendo cercare tra i rovi si scoprono dei fiori di rara bellezza, dai colori tenui e dal profumo delicato.

Bisogna saperli scovare. E’ quello che da alcuni anni mi sono proposto con questa rubrica: cercare e dare voce alla  preziosa “biodiversità floreale” che caratterizza la gioventù di Scampia. Aspettando che si aprano varchi nelle strategie politiche e nelle menti illuminate di tutti quelli che calano sporadicamente in questo Quartiere. Manuela è un fiore di Scampia che è riuscito ad imporsi, per la sua bellezza e la sua grazia, anche sulla ribalta nazionale ed internazionale e mi incuriosisce molto intervistarla anche perché rappresenta un ambito della mia ricerca poco esplorato.

Manuela puoi completare il quadro informativo relativo alla tua persona che è apparso su “Fuga di notizie”?

A soli 16 anni ho partecipato, ad Alassio, al concorso Miss Muretto, classificandomi prima. Alcuni anni dopo, nel 2002, ho partecipato al concorso di Miss Italia, sono risultata sesta, vincendo, però, la fascia di Miss Cinema e Miss” Chi”. Sono stata poi, unica rappresentante italiana, assieme a ragazze di venti paesi all’ultimo concorso internazionale Miss Atlantico, in Uruguay.

Dopo aver frequentato il Liceo linguistico, mi sono iscritta all’Università “Federico II” ed ora sto per laurearmi in Sociologia.

Chi ti ha avviata e come verso la strada dei Concorsi di bellezza? Qual è, in fondo, la motivazione che ha determinato questa scelta?

Sono una ragazza timida e riservata che rifugge ogni tipo di competizione, specie tra donne. La mia mentalità e la mia cultura sono, in sostanza, molto lontane da questo mondo. Ma la vita, si sa, spesso è guidata dal caso e ti trovi nel bel mezzo di un’esperienza per te inimmaginabile. Comunque attorno a me si è creato un drappello di parenti e di vicini che con una sapiente e costante strategia sono riusciti ad attenuare le mie paure e perplessità e spingermi letteralmente in questa avventura. Per la verità hanno, soprattutto, convinto mia mamma che ha stilato la domanda di iscrizione al concorso. C’è sempre una mamma dietro ad ogni Miss!

La motivazione che più di ogni altra ha sgretolato la mia resistenza è stata la possibilità di poter viaggiare e conoscere nuove realtà. Un sogno che trovava un possibile sbocco.

Il mondo dei Concorsi di bellezza mi sembra ovattato e l’atmosfera irreale, poco autentica. Tu che l’hai vissuto dall’interno cosa ci puoi dire?

L’esperienza di Miss Italia mi ha lasciato molto perplessa. Una competizione senza alcun valore. False amicizie e poi un’assurda guerra tra Nord e Sud. Di tutt’altro respiro è stata l’esperienza in Uruguay. Il confronto con culture diverse, molte sudamericane, che, tra l’altro, mi hanno permesso di saggiare la conoscenza del mio spagnolo, mi ha entusiasmato. La gara si è quasi dissolta in questa trama di relazioni. Con molte amiche e sorelle (un termine che non mi pare improprio)ho mantenuto i contatti e spero di poterle incontrare presto qui, a Napoli.

Leggi “Fuga di notizie”? Qual è il tuo rapporto con la lettura?

Qualche sguardo, senza approfondirmi. Mia madre, invece, legge questo giornale fino all’ultimo rigo. Ciononostante amo molto leggere, ma senza una preferenza particolare per qualche genere letterario. Comunque, prevalentemente narrativa.

Come potrai constatare in altra parte di questo numero, una delle iniziative culturali di maggiore successo del nostro Quartiere è il “Caffè letterario” dove si offre (oltre al caffè e qualche pasticcino) una miscela di letteratura e musica sapientemente armonizzata da Franco Maiello. E’ presente un consistente frammento del variegato mondo di Scampia, ma con una scarsa rappresentanza giovanile. Franco sarebbe felice di qualche suggerimento da parte di voi giovani. Sono sicuro, comunque, che la tua presenza…ci garantirebbe il pieno di presenza giovanile.

                                                                                Aldo Bifulco

 

La società del rischio

Le interviste fatte ai giovani di Scampia ,in questi ultimi anni, sono percorse da un filo rosso, talvolta molto sottile, quasi impercettibile, altre volte il filo si fa doppio e consistente e presenta dei nodi inquietanti: è la questione del lavoro. Il problema è emerso con molta forza durante il Forum con i candidati giovani alla VIII Municipalità. Ritengo utile, per un bel po’ di tempo, riservare lo spazio de “L’Angolo della Gru” ad interviste incentrate su questo tema.

Affido l’introduzione teorica a questo percorso ad alcune riflessioni di mio figlio Luca, inserite in un saggio di recente pubblicazione. In attesa del lavoro…fa bene, per lo meno, riflettere. ( Aldo Bifulco)

“Un aspetto significativamente degno di nota è dunque, come già ricordato, l’indebolimento del valore delle classi sociali e della coscienza di classe. Nella società industriale l’appartenenza a gruppi sociali definiti dalla posizione occupata all’interno della produzione e della distribuzione di ricchezza orientava gran parte della vita degli individui. Il lavoro, i consumi, i legami, le abitudini, le aspirazioni, il senso di identità, i conflitti sociali erano fortemente vincolati alla classe di riferimento. Oggi, nel bene o nel male, molti aspetti dell’esistenza e dello stile di vita risultano sganciati dalle coordinate corporative. Eppure, nonostante un generale incremento del benessere che va sicuramente evidenziato in maniera favorevole, permangono forti disuguaglianze. L’offuscarsi della società di classe non ha dunque comportato, purtroppo, un completo livellamento delle condizioni di vita. Ed essendo ormai tutto visto in chiave privata, la vita appare come un esclusivo “destino personale” in cui ogni problema va affrontato senza ricorrere a forme possenti di patto sociale che appunto la classe può rappresentare.

L’esempio più evidente è il lavoro. Il problema dell’occupazione, oggi di notevole portata, non è ovviamente il semplice risultato dell’erosione delle classi sociali. Ma tale fenomeno accompagna tristemente la complicata questione occupazionale, in quanto si smarrisce una delle fonti di identità, orientamento e di solidarietà sociale non facili da sostituire. In genere, ormai, ci si confronta da soli con il mercato del lavoro, potendo usufruire di uno scarso sostegno da parte di solidi organismi collettivi – quali possono essere anche i sindacati di categoria, i partiti politici ecc. Siccome un’occupazione stabile è ormai cosa abbastanza rara, gli individui sono chiamati ad armarsi di una corposa intraprendenza e ad essere disponibili a cambiare continuamente tipo e modalità di impiego.  Devono entrare ininterrottamente in competizione per guadagnare un nuovo posto di lavoro o la possibilità di entrare nei circuiti migliori della formazione. Insomma, in assenza di un sistema sociale adeguato, ognuno deve crearsi da solo le proprie occasioni. Il lavoro retribuito, pilastro della società industriale, per un insieme di cause di varia natura sta così oggi smarrendo «le sue certezze e le sue funzioni protettive di un tempo[1]». Il diritto all’impiego, il suo luogo ed il suo orario diventano, come accennavamo, più flessibili o precari. Un alone di insicurezza avvolge dunque l’occupazione, dal momento che molti sono costretti a lavori part-time, temporanei, a progetto, dislocati ecc. Un regime di sottoccupazione, più che di disoccupazione in quanto tale, che sembra pregno di rischi che gli individui affrontano pressoché isolatamente. E ciò perché il sistema sociale non pare in grado di controllare con l’efficacia dovuta il complicatissimo mercato del lavoro, ormai mondializzato ed in balia di congiunture economiche internazionali a dir poco capricciose. E, come suggerisce Richard Sennet, il nuovo capitalismo flessibile, che determina sia la trasformazione continua delle strutture e degli obiettivi delle imprese sia l’incessante cambiamento di mansioni o di impiego da parte dei lavoratori – ammesso che si sia sempre fortunati a trovare lavoro –, genera  una “corrosione” del carattere. Ciò perché non si può elaborare nessuna programmazione a lungo termine, minando così la salvaguardia degli aspetti durevoli e permeanti della personalità.[2]

 

Tratto da Luca Bifulco, “La società del rischio”, in Antonio Cavicchia Scalamonti, Materiali di Sociologia, Ipermedium libri, Napoli, 2006


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[1] U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, cit.,  pag. 200

[2] Cfr. R. Sennet, L’uomo flessibile. Le conseguenza del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano, 2001

 

Solidarietà e Partecipazione

Così veniva denominata “la lista civica” che alcuni anni fa ha caratterizzato la vita politica del nostro Quartiere. Solidarietà e Partecipazione rappresentano, a mio avviso, le direzioni che dovrebbero guidare il cammino di tutti i partiti politici, almeno di quelli che fanno riferimento ad un sistema di valori, ad una visione del mondo che guarda al popolo non come sudditi o spettatori passivi delle sorti di un paese, e dovrebbe essere l’humus anche di tutte le Istituzioni, laiche e religiose, che animano la vita civile. Non sempre è così. Troppo spesso la “democrazia” si esaurisce nel depositare nell’urna, in modo più o meno consapevole, la propria scheda elettorale. Eppure l’onda emotiva sollevata dal Forum di Porto Alegre ha raggiunto anche Scampia e, malgrado qualche recente mistificazione, non si è ancora smorzata nelle nostre menti e nei nostri cuori.

 La partecipazione (oggi vogliamo privilegiare questo aspetto del binomio indicato) ha trovato dei canali interessanti nel nostro quartiere. Il progetto di partecipazione di Piazziamoci, “la piazza dei giovani”, sembra approdare ad una sua definizione più precisa, ma attendiamo notizie più particolareggiate ed una convocazione diretta da parte del Comune.  Altri tentavi sono stati messi in cantiere. Vogliamo presentarvene uno,  intervistando una delle artefici, Paola Guglielmi.

Innanzitutto dacci qualche informazione sugli ambiti del tuo impegno, in generale, e su quello riversato sul nostro territorio, in particolare.

La mia partecipazione nasce dalla convinzione, (presa in prestito da  personaggi molto autorevoli della psicologia sociale e di comunità) che la felicità delle persone, in termini psicologici, dipende non solo da fattori interni, della storia individuale di ciascuno, ma anche da fattori sociali, come la funzionalità e la bellezza del posto in cui si vive, la qualità delle relazioni, la coesione percepita in un gruppo, la convinzione di poter influire con le proprie azioni sulla vita propria e altrui e di poter contribuire, con le proprie opinioni e idee, a migliorare l’ambiente in cui si vive. Il mio impegno è orientato a sostenere le persone nell’acquisizione delle capacità di stare in gruppo, di comunicare, di indirizzare le proprie risorse personali per soddisfare il bisogno di sentirsi parte di una comunità, avere un peso al suo interno e costruire in essa dei legami.

Assieme ad un gruppo di lavoro stai accompagnando i referenti del mondo associativo in un percorso di partecipazione per la eventuale gestione collettiva del Campo sportivo di Scampia. Presenta questa operazione ai lettori di Fuga di notizie.

Questo è un esempio di ciò che prima affermavo in termini teorici: costruire la partecipazione. Il nostro gruppo di lavoro del Master in Progettazione Partecipata e Mediazione di Comunità della Fondazione Mediterraneo, (4 psicologhe, 1 sociologa, 1 ingegnere, 2 scienziati politici, 1 economista) ha facilitato, attraverso una metodologia di progettazione partecipata, il confronto tra diverse realtà associative di Scampia attive nel campo dell’animazione sportiva, della promozione culturale e della formazione. Il processo ha portato alla creazione del “Comitato per lo Sport a Scampia”, che vuole proporsi come responsabile della promozione delle attività sportive, della gestione di strutture sportive non ancora utilizzate o abbandonate, della diffusione della cultura e dei valori dello sport a Scampia. Il raggiungimento di questo obiettivo, per nulla scontato, è di grande rilevanza perché avvenuto attraverso un metodo scientifico condiviso e con premesse di democraticità e condivisione. Si tratta di un’esperienza molto significativa, che ha grandissime potenzialità.

 Su La Repubblica di alcuni giorni fa c'era una lettera di Carlo Sagliocco, uno dei mister dell'ArciScampia, che lamentava l'interruzione dei lavori per la Consegna di questa struttura. Hai informazioni in merito? Nel caso che fine farà il progetto?

So che sono in prosecuzione i lavori sul campo e siamo in attesa che venga data una risposta ufficiale alla proposta del Comitato, che diventi poi operativa. L’iniziativa è ormai avviata e siamo sicuri che ne verrà riconosciuta la rilevanza sociale non solo in questa circostanza, ma anche in  futuro, secondo gli obiettivi che il Comitato stesso si propone di conseguire.

Speriamo bene, anche perché il rinnovo del Consiglio Comunale è  ormai alle porte.

                                                                                     Aldo Bifulco

  

 

L’Arci Scampia, punto di forza del Quartiere.

Sono fissi nella mia memoria i primi momenti dell’ormai ventennale attività dell’Arci Scampia.

Ero uno dei genitori che accolse con entusiasmo l’avventura che un manipolo di uomini generosi e lungimiranti, guidati dall’impareggiabile Mister Piccolo, si apprestava a mettere…… in campo.

Nel deserto sociale che caratterizzava la Scampia di allora i più sacrificati erano proprio i ragazzi. Con l’Arci Scampia , in quell’indistinto ammasso di case e cemento, si poneva un primo tassello per la creazione dell’”effetto quartiere”. I miei figli ed i miei nipoti sono cresciuti calcando il terreno del “magico campo Monterosa”, soffocato dal piano di riqualificazione, sotto la guida degli insegnamenti tecnici (e non solo!) dei mister dell’Arci. Ed io, assieme ad altri genitori, non facevo mancare, come ad un rito, la mia presenza domenicale: un embrione di socializzazione!

Ricordo con emozione la prima trasferta in Toscana, sfiorammo la vittoria ma non ci fu rammarico perché troppo bello fu il clima di amicizia e di gioia creato nella lunga traversata di andata e ritorno. Per l’occasione anche la mia anziana mamma mise a disposizione la sua perizia per realizzare con la “storica Singer impregnata di sudore quotidiano” una bandiera artigianale e durante il percorso fu anche coniato un divertente inno di cui, ahimé, non ricordo le parole. Questa atmosfera “romantica” si è rarefatta, perché l’Arci Scampia è ormai un gruppo affermato e consolidato, gagliardetti e bandiere imperversano e le coppe non si contano più, ma lo spirito indomito e l’efficacia operativa sono rimasti gli stessi. Mi piacerebbe ricordare tante persone, ma nell’attesa che qualcuno dell’Arci, magari lo stesso Antonio Piccolo, si cimenti a fare una descrizione più dettagliata di questi vent’anni, mi accingo ad intervistare Alessandro che è stato testimone di questa storia.

Nel presentarti offrici qualche “pillola”di questi venti anni dell’Arci Scampia.

Sono Alessandro Piccolo ho 26 anni e abito a Scampia.  Sto ultimando gli studi alla facoltà di Scienze Motorie, svolgo il servizio civile volontario per il CSI, gioco a calcio nella Lito Lux e faccio l’istruttore all’Arci Scampia. Proprio la scuola calcio ha caratterizzato buona parte della mia vita, prima come giocatore e poi come allenatore. In questi anni l’Arci è cresciuta sempre più, facendo parlare di sè e del quartiere, sempre per aspetti positivi, distinguendosi per i successi sportivi, non solo in Campania, ma anche in tutta Italia e all’estero con le finali della Fox Kids ad Amsterdam.

Ma  le vittorie più  importanti sono state ottenute a livello sociale, infatti la cosa più gratificante di questi anni è stato vedere come in un quartiere così difficile i ragazzi possano divertirsi assorbendo dosi di buona educazione e di giusti valori, in alternativa alle insidie del quartiere.

 Quale significato ha lo Sport, in genere,  per i ragazzi di Scampia?

Dal mio punto di vista lo sport dovrebbe essere importante non solo per promuovere il benessere fisico e mentale ma anche come strumento di aggregazione e coesione sociale. Diffondendo questi valori, appena citati, e insegnando ad essere leali e corretti con compagni ed avversari, qualsiasi tipo di sport, tranne forse quelli estremamente violenti, sarebbe ideale per i ragazzi di Scampia. Purtroppo i modelli che, spesso, ultimamente ci vengono proposti dal mondo professionistico, e che sono diffusi dai media, sono quelli della vittoria a tutti i costi, anche con mezzi illeciti quali il doping e la violenza. Il denaro ha contaminato anche il mondo ideale dello sport che è, ormai, essenzialmente un business. In questo contesto appare ancora più difficile e meritevole l’azione educativa dell’Arci Scampia, perché propone modelli in controtendenza.

Ti trovi nella duplice veste di figlio e allievo di Mister Piccolo. Lo preferisci più come padre o come allenatore?

In questo caso la risposta è scontata: lo preferisco come padre, infatti se oggi sono un ragazzo serio ed educato lo devo soprattutto a lui e a mia madre. Abbiamo un buon rapporto, ma naturalmente da padre si aspetta sempre di più e mi incoraggia ad essere più sicuro dei miei mezzi e questo mi stimola a fare sempre meglio sia nella scuola calcio che nella vita. Ciò non vuol dire che da allenatore non sia bravo, ho appreso molto da lui e non sono mai stato condizionato dal fatto che fosse mio padre. E ora che faccio l’istruttore cerco di mettere a frutto tutti i suoi importanti insegnamenti sia a livello tecnico che a livello educativo.

                                                                                                 Aldo Bifulco

 

 

 I  GIOVANI  E  LA  POLITICA

“Qui non si parla di politica” ,“Sono apolitico”: espressioni  ricorrenti nel mondo giovanile (e non solo) e che spesso vengono ostentate come un valore. Espressioni e atteggiamenti che hanno tormentato gli ultimi anni di “nonno Nino”, come veniva affettuosamente chiamato in una certa area giovanile Antonino Caponnetto, “il magistrato cartavelina”, il padre del Pool antimafia, il maestro di Falcone e Borsellino, l’amico saggio coraggioso e sofferente dei giovani dei movimenti antimafia. Egli, e con lui tanti altri, avvertiva il pericolo che anche nel nostro paese la disaffezione  alla discussione e all’impegno sul versante civico potesse determinare la delega assoluta ad alcuni mestieranti del potere (che non aspettano altro), la spinta a rinchiudersi essenzialmente nel privato e alla ricerca spasmodica dell’effimero. Malgrado l’affacciarsi sulla scena politica del sorprendente movimento dei giovani di Locri, la crisi della partecipazione alla vita politica e sociale è un fenomeno in crescita e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti!

Nel nostro quartiere, a Scampia, c’è qualche presenza giovanile nell’ambito delle Istituzioni. Abbiamo perciò cercato Luca Marino e lo abbiamo intervistato.

I giovani e la politica: non è oggi un rapporto facile. Come hai vissuto la tua esperienza politica all’interno della Circoscrizione Scampia?

La problematica distanza che si frappone tra i giovani e la politica non la contestualizzerei con la realtà odierna. Se pur vero, infatti, che i ragazzi di oggi sono circondati da un numero infinito di distrazioni ed afflitti, probabilmente, da maggiori preoccupazioni (vedi le lunghe carriere scolastiche e la patologica difficoltà di inserirsi nel mondo del lavoro), è anche vero che per comprendere le ragioni di questo evidente divario sarebbe utile fare un piccolo passo indietro nel tempo, per ritrovare il graduale affievolirsi della questione ideologica e il senso di repulsione provocato dagli avvenimenti legati al fenomeno di Tangentopoli. In completa controtendenza, sottolineerei invece il valore che la nascita e la rapida diffusione dei cosiddetti “blogs” stanno assumendo, quale strumento di informazione e confronto, nel lento e timido processo di riavvicinamento dei giovani alle tematiche della politica, uno strumento, comunque, molto più agevole ed indolore rispetto all’impegno ufficiale e responsabile in una realtà istituzionale, se pur piccola come una Circoscrizione.

La mia prima elezione al Consiglio Circoscrizionale di Scampia, avvenuta nell’ormai lontano ’97, ha segnato l’inizio di questo impegno, determinando il passaggio da un approccio idealistico e saltuario ad uno pratico e quotidiano. In altre parole, mentre ancora riflettevo sulle priorità che il “primo” esecutivo Prodi avrebbe dovuto dare alla sua azione di governo mi sono ritrovato, assieme ai miei colleghi, a gestire l’emergenza di alcuni abitanti di Scampia costretti ad una notte da sfollati in seguito all’abbattimento della prima vela.

A circa nove anni da quell’esperienza, mentre Prodi studia ancora da aspirante premier e le vele sono ancora in piedi, ho la convinzione di aver agito sempre con passione ed impegno, gli stessi che contribuirono a mitigare l’inesperienza e la difficoltà di quei giorni. Il bilancio, alla fine, è come sempre il risultato di luci ed ombre, successi e delusioni, ma accompagnato dalla consapevolezza agrodolce che nel nostro territorio, per gli errori storici che l’hanno generato e per quelli che ancora si commettono nel tentativo di ricostruirlo, i pochi successi portano dietro un valore di gran lunga più importante e significativo rispetto alle molteplici delusioni che spesso siamo costretti a subire e che, per fortuna, lasciano la marginalità e l’insulsaggine dei personaggi che ce le provocano.

Le Circoscrizioni vanno in soffitta e stanno per essere sostituite dalle Municipalità. Quali sono le differenze?

Finalmente anche nella nostra città il Consiglio Comunale ha deliberato la nascita di nuove e più efficienti forme di decentramento amministrativo e così, dal prossimo Maggio, i cittadini andranno alle urne per eleggere i componenti del Consiglio delle Municipalità e non più delle Circoscrizioni.

Le nuove realtà decentrate eserciteranno le loro competenze su territori più vasti (la nostra Municipalità comprenderà in un’unica area l’attuale territorio delle Circoscrizioni di Scampia, Chiaiano e Piscinola-Marianella), e godranno di un’ampia autonomia organizzativa. L’esercizio di una funzione decisionale garantirà la gestione più diretta e più vicina al cittadino relativamente alle problematiche di manutenzione urbana (strade, piazze, arredi urbani, mercati rionali,…), dei servizi socio-assistenziali, della scuola e delle attività scolastiche (trasporto e refezione), delle attività culturali e sportive (gestione impianti sportivi). In più le Municipalità manterranno una competenza propositiva (l’unica prerogativa delle vecchie Circoscrizioni) per la realizzazione di opere e strutture sul proprio territorio.

Naturalmente, e questa è l’altra grande innovazione, per l’espletamento di queste funzioni a ciascuna Municipalità saranno assegnate risorse umane, strumentali e soprattutto finanziarie, con economie che andranno ad incidere su una particolare voce del bilancio comunale.

L’attuale giunta comunale vanterà, pertanto, il merito di avere introdotto questa storica trasformazione. Tuttavia, un giudizio serio e complessivo non può prescindere dalla considerazione relativa all’estremo ritardo con la quale essa giunge, e dalle difficoltà che verranno dal fisiologico periodo di assestamento e dall’introduzione graduale delle significative innovazioni nell’attuale sistema amministrativo comunale.

Forse accanto alle “quote rosa” dovrebbero essere previste, e ancor più, le “quote giovani” nelle liste elettorali delle prossime elezioni.  Quello presente nelle Istituzioni sarebbe, comunque, un numero ristretto rispetto ai tanti giovani che abitano il nostro paese. Ma la politica ha un respiro ben più ampio dell’ambito dei partiti e delle Istituzioni. Bisogna risollecitare la passione autentica per il dibattito politico e l’ impegno generoso nelle diverse e variegate espressioni in cui si articola la vita civile. “Tutto ha a che fare con la politica, la questione è sapere cosa fare, come renderla un fattore di liberazione”.

                                                                                                            Aldo Bifulco

 

 

CHIARA e la FIACCOLA.

E’ tempo di Olimpiadi (invernali, ovviamente!). Eppure la realtà del Piemonte, aspettando la fiaccola, si è surriscaldato per ben altri motivi. Sindaci, famiglie e gruppi organizzati si sono mobilitati contro i cantieri dell’alta velocità sulla Torino-Lione; una vicenda che ha mostrato, senza entrare nel merito della questione, che il destino di un  territorio non si può delineare a prescindere dalla popolazione che vi ci abita. Un tema caro a noi di Scampia.

Il cammino della fiaccola olimpica verso Torino, con il suo carico di suggestioni e di valori, non è stato agevole. Non ci crederete ma un tratto di questo cammino la fiaccola lo ha percorso nelle mani di una giovane cittadina del nostro quartiere: Chiara Petrazzuolo, studentessa del V linguistico del Liceo polifunzionale di Scampia e valente tennista.

Non potevamo lasciarci scappare questa ghiotta occasione e l’abbiamo intervistata.

Come hai vissuto questa esperienza?

La mia presenza all’arrivo della fiaccola è stata favorita dall’interessamento di Padre Fabrizio Valletti che mi ha segnalato al Comune per il duplice motivo di essere una praticante dello sport agonistico e cittadina di un quartiere entrato nell’immaginario nazionale come l’emblema delle vicende negative. E’ stata un’esperienza significativa che mi ha regalato forti emozioni in quanto da tempo, mi pare cinquant’anni, che queste Olimpiadi mancavano dall’Italia e poi, non capita tutti i giorni, di essere prescelta come tedofora nel percorso della fiaccola olimpica. Ho avuto la possibilità di conoscere  personalità importanti e non solo nell’ambito sportivo. Il momento più emozionante è stato quando ho consegnato la fiaccola nelle mani del Sindaco, Rosa Russo Iervolino, e ho dovuto offrire un mio pensiero alla folla presente alla manifestazione.

Questa tua esperienza si inquadra in una strategia, ci pare, degli ultimi tempi di riportare, anche attraverso giornali e televisioni, episodi e situazioni lontane dallo stereotipo della droga e della criminalità. Che dici al riguardo?

Effettivamente in questo periodo si sta cercando di dare un volto anche all’altra Scampia, quella maggioritaria. A mio avviso tutte queste manifestazioni possono contribuire a dare uno scossone positivo al mio quartiere che, in fondo, come tanti altri è piuttosto eterogeneo e insieme a tanti problemi ci sono anche tante risorse. Tuttavia queste manifestazioni non debbono mascherare i disagi ancora presenti, debbono essere un punto di partenza, non un punto di arrivo.

Quest’ultima affermazione di Chiara è particolarmente condivisibile. Presentarsi, in prima pagina, come artefici del riscatto di Scampia può avere un ritorno di immagine e un impatto sull’opinione pubblica abbastanza considerevole. Ma non saranno le fugaci apparizioni in Tv, le esperienze, certamente positive e suggestive, ma estemporanee a risolvere i problemi della nostra realtà. Siamo vaccinati e non ci facciamo facilmente incantare. Saremo vigili perché il riscatto vero e duraturo di Scampia si realizzerà quando vedremo lo sviluppo sociale ed economico del territorio, la sconfitta definitiva della violenza, il sostegno efficace alle esperienze quotidiane di solidarietà e cooperazione.

Tornando alle Olimpiadi, un’ultima domanda. Alcuni le hanno contestate e, addirittura, pensato di boicottale a causa dello sponsor ufficiale: la CocaCola! Questa multinazionale “è sospettata di aver appoggiato l’azione di paramilitari colombiani contro i sindacalisti locali, uno dei quali è morto”….”è accusata di imbottigliare la bevanda con acqua inquinata dai pesticidi”….”è accusata di far soffrire la sete a milioni di poveri indiani, consumando circa 600 litri di acqua al giorno””..domina il mercato, talvolta con il ricatto, a danno delle piccole aziende” (Avvenimenti 13-19 gennaio 2006 pag.25). Che ne pensi?

Non ne ero a conoscenza, ma non sono sorpresa perché la fama e la grandezza della CocaCola può giocare brutti scherzi ai più piccoli. Il vero problema, secondo me, è il criterio in base al quale viene scelto uno sponsor, perché proprio quando si tratta di uno sport e di manifestazioni internazionali che vogliono veicolare alti valori morali, bisogna essere attenti e scegliere sponsor che siano una garanzia da questo punto di vista.

                                                                                      Aldo Bifulco

 

 

Architettura di periferia: Luci ed ombre.

Il Circolo di Legambiente di Scampia ha voluto chiamarsi “la Gru” non soltanto per un riferimento esplicito al volatile che ispira un senso di libertà e leggerezza, ma anche per  la presenza, da sempre, nel nostro quartiere di altre “gru”, enormi, maestose, metalliche. In questo periodo esse imperversano a Scampia e la cosa ci fa piacere perché significa che si lavora, si realizzano progetti . Ma allo stesso tempo siamo assaliti dall’ansia e qualche domanda si fa pressante: “Sarà un’opera che soddisferà le esigenze e le attese della gente di Scampia oppure si tratterà di un’altra struttura buona solo per riviste di architettura?” “Si tratterà di un altro “megamostro” oppure di un’opera esteticamente apprezzabile?”

Utilità e bellezza rappresentano un binomio che potrebbe coesistere in una architettura, sia pure di periferia.

Vogliamo indagare su questo fronte con Dario Guglielmi, giovanissimo architetto del nostro quartiere, che ha già riscosso alcuni successi professionali, come è stato riportato, un po’ di tempo fa, anche da “Fuga di notizie”.

Da alcuni mesi, dopo una discreta attesa, è stata ultimata la Chiesa S.Maria di Maddalena a Scampia. E’una bella struttura realizzata anche con il tuo contributo. Brevemente, quali sono i motivi architettonici che ispirano questo edificio?

Lo spunto iniziale era quello di realizzare qualcosa di discreto e misurato che, per un gioco di contrasti, potesse  offrire un’ alternativa possibile alle “megastrutture” tipiche dell’edilizia delle nostre periferie. Al di là del risultato formale era importante fissare come vincolo il bisogno di edificare a “scala umana”, spazi percorribili in grado di offrire suggestioni, in cui si potesse provare l’emozione del senso di appartenenza, emozione spesso negata agli abitanti di Scampia. La suggestione si concretizza nella pianta a base circolare che avvicina l’osservatore al presbiterio, nel muro in pietra, nell’allusione al tema della “capanna” che caratterizza l’interno della copertura dell’Aula Liturgica, con la scansione tra pannelli in fibra di legno mineralizzato e nervature strutturali in cemento armato. Le nervature strutturali in evidenza incuriosiscono e la loro percezione trasmette all’osservatore un senso di solidità, le lunghe travi si riescono a percorrere con lo sguardo e inconsapevolmente si è portati ad osservarle dalla base (la dimensione umana, facilmente intuibile, 4, 5 metri , non di più…), fino alla testa, al grande stacco circolare e alla LUCE (la dimensione divina, imperscrutabile). L’asse altare-ingresso è orientato Nord-Sud, i finestroni del presbiterio danno quindi luce fredda che non abbaglia e ha colorazione costante, mentre la lunga parete curva dell’ingresso e il fascione di finestre servono a captare la luce del sole lungo l’asse Est-Ovest, dall’alba al tramonto. La copertura dalla doppia inclinazione ripara l’interno dell’Aula Liturgica dal sole violento d’estate e permette ai raggi del sole d’inverno, più bassi all’orizzonte, di entrare a riscaldare. Il campanile isolato è un simbolo dal sapore vagamente medievale, con la griglia in acciaio che lo caratterizza nella metafora  del presidio, dell’ avamposto.

Spesso i quartieri periferici sono i luoghi di sperimentazioni ardite dal punto di vista architettonico. Fai un quadro del nostro quartiere, indicando luci ed ombre presenti.

Nei quartieri periferici possono mancare riferimenti tali da responsabilizzare maggiormente le amministrazioni locali nel predisporre ed attuare gli strumenti di pianificazione urbanistica. Forse risulta difficile, entro l’orario d’ufficio, riuscire a sintetizzare in un disegno unico i bisogni, le speranze e le prospettive di un insieme disomogeneo di 30, 50, 80 mila persone che di fatto, unitamente al territorio, fanno le nostre moderne periferie. Spesso per “risolvere il problema” e trovare un accordo comune ci si affida a “grandi firme” indiscutibili, che, con sperimentazioni ed interventi simbolici, possano intervenire alla ridefinizione del territorio, ma spesso si perde il controllo. Probabilmente al momento le strategie più agili per affrontare problematiche complesse come quelle legate alle periferie, sono offerte da strumenti quali la “Conferenza dei Servizi”, della legge 241/90, recentemente aggiornata. Si tratta di strumenti che l’Ente Locale può adottare per promuovere un rapporto dialettico collegiale con una pluralità di soggetti al fine di chiarire in tempi brevi le reali necessità, bisogni e possibilità di un dato intervento.
Altro strumento che secondo me potrebbe essere positivamente impiegato per Scampia è quello del “Concorso di Idee”, in questo caso l’Amministrazione invita soggetti esterni alla predisposizione di progetti di qualità, idee, e nel contempo innesca un meccanismo in grado di attrarre attenzione, curiosità, opinione pubblica. Recentemente si è parlato di “concorsi di idee” per il quartiere De Gasperi di Ponticelli e prima per Bagnoli, Soccavo, Chiaiano e Pianura. Alla base ci sono però sempre le persone, una volontà comune e concreta di risolvere un problema.

Hai qualche idea sui cantieri in opera sul territorio? E, poi, qual è la tua impressione sull’entrata della Metropolitana? Molti hanno manifestato qualche perplessità, soprattutto per il gusto di “tipo cimiteriale”.

Ho apprezzato la realizzazione di nuova edilizia, la più semplice e senza pretese che si possa realizzare che forse può garantire un rapporto di vicinato più sereno e civile, finisce un incubo per molti nuovi inquilini. Sono favorevole all’abbattimento delle “Vele”, riconoscendo l’errore si può aspirare ad un reale miglioramento. Una delle disfunzioni principali del quartiere resta sempre l’enormità degli spazi e la loro impossibilità ad essere attraversati e vissuti. In questa direzione prediligerei una serie di piccoli interventi localizzati, ma legati ad un disegno unico di riqualificazione, integrando uffici a funzioni di commercio, artigianato, ristorazione, svago, approfondimento culturale. Ho paura delle grandi piazze, telematiche e non, intese come grandi contenitori vuoti, a Scampia non ne abbiamo bisogno. Il nuovo ingresso alla metro desta qualche perplessità, più utile ragionare su come rendere l’accesso il più funzionale e sicuro possibile, si invecchia aspettando le navette.                                                                                               

                                                                                                           Aldo Bifulco

Fuga di notizie: gocce di libertà!

Leggere un giornale sembra che costi troppa fatica per la gente del nostro tempo. La disaffezione alla lettura è in forte crescita. Chi vuole gestire il potere sa che l’informazione è un nodo strategico. Bisogna  occupare il mercato per monopolizzare i canali informativi e cercare di ammorbidire le coscienze, perché la riflessione critica e l’autonomia di giudizio sono insopportabili. Una TV spazzatura  che occupa gran parte del tempo e della curiosità della gente, una diffusione capillare di fogli (gratuiti?) di notizie in pillole, una evidente crisi economica e  di valori culturali hanno generato questa situazione preoccupante.

All’interno di questo quadro, non certo confortante, appare ancora più significativa, quasi miracolosa, la tenuta, anzi il rilancio di un giornalino di periferia come “Fuga di notizie” che prosegue il suo cammino, senza finanziamenti istituzionali e spot pubblicitari, sostenuto solo dalla passione artigianale di un manipolo di volontari.

Alla fine di quest’anno di lavoro penso sia utile scambiare qualche idea con una giovane redattrice, Pina Capobianco.

I lettori di “Fuga di notizie” hanno fatto la conoscenza tua e delle tue idee solo attraverso il filtro degli articoli pubblicati sul giornalino. E’ il caso di allargare il campo di conoscenza.

Nella vita sono essenzialmente una studentessa universitaria, fuori corso, in Conservazione dei Beni Culturali (indirizzo storico-artistico - area medievale); dico essenzialmente perché mi sono sempre dedicata contemporaneamente anche a tanti altri interessi ed a diverse occupazioni. Ho una grande passione, come si può facilmente intuire, per le arti ed in primis per la pittura, per le pinacoteche, per i musei ed, in secondo luogo, per i libri antichi - codici manoscritti, incunaboli, cinquecentine - ergo per le biblioteche di conservazione e per gli antichi scriptoria monastici.  Mi dedico seriamente ai miei studi, sebbene sia perfettamente conscia del fatto che la cultura, quella vera con la “C” maiuscola non abbia spazio e non offra sbocchi nell’attuale società per almeno due motivi: non dà profitto e per qualcuno è un problema avere a che fare una popolazione che abbia la conoscenza vera, quella che produce uno spirito, una coscienza critica ( solo così mi posso spiegare le oscene riforme scolastiche ed universitarie ed il fallimento della scuola e dell’istruzione in genere, ma il discorso è troppo lungo e questa non è la sede per parlarne appieno). Una cosa però voglio dirla, soprattutto ai giovani:” Studiate seriamente, coltivate delle passioni sane, leggete, domandatevi sempre il perché delle cose. Soddisfate anche i vostri bisogni spirituali accanto a quelli materiali, perchè la cultura rende liberi! Non capite che la presente struttura socio-economica impone ed ha bisogno di una società di massa, di uomini standardizzati, privi di autonomia, di originalità, e di vera libertà!Di uomini incapaci di prendere decisioni e difendere la propria libertà. Ed è questo processo che porta a devolvere tutto nelle mani dei detentori del potere, ai quali la tecnica offre i più ampi mezzi di controllo della vita dei singoli. E finitela di imbambolarvi davanti a veline, letterine, calciatori, tronisti e chi più ne ha più ne metta! Finitela di aspirare soltanto ad accumulare ricchezze! La felicità non è nel benessere materiale  (od almeno non soltanto in esso), ma è nella conquista di uno stato di soddisfazione spirituale che genera la gioia di vivere (così come dimostrato da indagini storico-critiche)”.  

E’ da qualche tempo che collabori con continuità a “Fuga di notizie”. Come hai vissuto questa esperienza? Indica qualche punto di forza e qualche punto di debolezza del giornalino. 

Sono ormai due anni che sono entrata a far parte di questa redazione. E’ stata un’esperienza piacevole, interessante e fruttuosa: ho imparato tanto dai miei “colleghi”, che hanno campi d’interesse e di studio diversi dal mio, tanti anni di esperienza alla guida del giornalino ed una grande conoscenza del territorio. Un punto di forza del giornalino sta sicuramente nella tenacia, nella costanza, nella testarda convinzione dei suoi più “vecchi” redattori, che sempre si sforzano di fare il meglio per la nostra Scampia, senza mai perdere la fiducia, la speranza e la voglia. Un punto di debolezza, sta, invece, nell’incapacità di essere incisivi e capillarmente diffusi sul territorio. Credo che il giornale dovrebbe cercare di raggiungere, interessarandoli, il maggior numero di lettori, di qualsiasi età, sesso e grado d’istruzione, offrendo loro utili informazioni di ogni genere ed una  stuzzicante sede di riflessione.  Probabilmente, aumentare il numero di collaboratrici donne e poter contare su giovani collaboratori sarebbe un modo per mettere a confronto più generazioni, avere più idee ed ampliare così il nostro target.

L’informazione ingabbiata è l’anticamera di una società autoritaria. Esistono dei limiti alla libertà di stampa? Mi è sembrato che, in alcuni contesti, si considerasse più grave la divulgazione delle intercettazioni telefoniche che l’uso spregiudicato della finanza pubblica. Che dici al riguardo?

Ritengo che la libertà di stampa costituisca un elemento fondamentale di una società che voglia dirsi democratica, perché in essa si realizzano due condizioni importanti per la sua stessa sopravvivenza: un pubblico informato dei fatti ed una discussione collettiva sul significato e sulle conseguenze di quei fatti. Ciò come antidoto, da sempre, contro i nemici della democrazia vera: fanatismo, autoritarismo, ideologismo. Quindi, bisogna difendere la libertà di stampa come libertà di espressione, come libertà di pensiero,come libertà di critica dei poteri, come difesa della parola scritta e quindi della lettura e del patrimonio culturale della nostra civiltà. Ma, alla luce di più o meno recenti indagini (nel 2003: 42 giornalisti uccisi, almeno 766 sotto inchiesta,   almeno 1460 aggrediti o minacciati, almeno 491 media censurati; al 1° gennaio 2004: 123 giornalisti prigionieri nel mondo e 61 cyberdissidenti prigionieri nel mondo), di quanto accaduto a Biagi e a Santoro, del conflitto di interessi, delle leggi ad personam, della nuova regolamentazione radiotelevisiva, non posso non pensare che in Italia la libertà di stampa non goda di buona salute. E la questione mi porterebbe nuovamente a riflettere sulla reale consistenza o meno della democrazia italiana, come ho già fatto altre volte nei miei articoli! Circa, poi, l’uso spregiudicato della finanza pubblica, ebbene questa è un’altra grave questione che va buttata nell’enorme calderone insieme con la riforma del sistema elettorale e con le questioni sopracitate! Meglio che non mi pronunci! Dico soltanto che si stanno compiendo lunghissimi passi indietro nel tempo, passi lunghi secoli! Si è prima quasi annullata la capacità critica di molti, la loro individualità ed autonomia ed ora si vuole imbavagliare la bocca ed ammanettare le mani di coloro che tali capacità non le hanno mai perse e che per questo non vogliono perdere la propria libertà ed i propri diritti.

Vorrei concludere questa intervista ricordando uno degli “artefici silenziosi” di questo rilancio del giornalino, il nostro amministratore Gennaro Daniele, metalmeccanico in pensione. Egli è l’emblema della militanza gratuita e genuina, dal sapore antico, fatta di “suole di scarpe consumate”, di pazienti attese ai portoni ed ai cancelli del Quartiere, di bonaria arguzia nelle relazioni umane. Gennaro suole dire che possiede “ la laurea di marciapiede”. Sarà forse il caso di proporre a tanti sedicenti intellettuali di iscriversi a questo corso di laurea.

                                                                                             Aldo Bifulco

 

 

Dieci anni di un Circolo di periferia.

Sono ormai dieci anni che il Circolo “la Gru” anima, senza soluzione di continuità, tutte le manifestazioni ambientali che riguardano i territori di Scampia e limitrofi.

Il Circolo è un pezzetto di “identità” di Scampia; ha fatto da coagulo per parecchi giovani del quartiere e si è inserito attivamente negli spazi di relazione e nella rete del volontariato locale più significativo e libero da condizionamenti ideologici e politici.

Ha avuto un ruolo e riconoscimenti a livello cittadino e regionale ed ha stabilito un confronto di studio con un quartiere della periferia di Praga e sta conducendo un progetto di solidarietà con una favela del Nord-Est del Brasile. La periferia rappresenta non solo la collocazione geografica del Circolo o l’ambito privilegiato delle sue frequentazioni, ma anche l’orizzonte utopico di riferimento, lo spirito che ha animato la sua azione. Essere “periferici” può essere una condanna, ma può anche consistere in una scelta.

Se qualcuno un giorno si volesse cimentare a scrivere la storia completa di Scampia dovrà destinare se non un capitolo, certamente un paragrafo al Circolo “la Gru”.

Per soffermarci appena su questa storia è il caso di intervistare Alberto Marano che è stato per parecchi anni segretario del Circolo, custode e archivista di una corposa documentazione.

E’ buona norma, però, iniziare con una presentazione dell’intervistato.

Questo mese compirò 30 anni e mi ritengo un cittadino di Scampia a tutti gli effetti. Ho visto la “luce” nella Clinica S.Patrizia, ho praticamente sempre vissuto nel Monterosa, ho frequentato le scuole del territorio concludendo la mia carriere scolastica all’ITIS “Galileo Ferraris” ed ho militato, con gioia e soddisfazione, nella gloriosa squadra di calcio dell’ArciScampia.

La voglia di lavorare e le necessità economiche mi hanno subito spinto verso il mondo del lavoro. Una breve esperienza presso l’Osservatorio Vesuviano, una più lunga presso un’azienda del settore trattamento delle acque e, ultimamente, come artigiano del legno presso una cooperativa. Questo lavoro mi appassiona e mi affascina, ma fare l’”artigiano”, qui, è molto complicato e troppo insicuro. Mi avvio ad essere l’ennesimo emigrante del quartiere, forse verso Roma, forse a lavorare alla Findus,  con la speranza di non restare….. congelato.

Tornando alla storia del Circolo dacci alcune informazioni sulle attività e le modalità organizzative.

Da dieci anni il Circolo riporta sul territorio le manifestazioni nazionali della Legambiente come “Puliamo il mondo”,”La festa dell’albero”, “Cento strade per giocare”, “Mal’aria”, adeguandole alle esigenze e alle risorse del quartiere. Ma il Circolo ha realizzato anche ricerche, attività e manifestazioni particolari coerenti e specifiche del contesto di riferimento:”Scampia:giardino di Napoli”, “Conoscere e vivere la Villa di Scampia”, “Oltre il giardino”, “Disimballiamoci””Il Vesuvio, i Campi flegrei ed il rischio vulcanico”etc.

E’ stato presente in tutti i tipi di collegamenti avviati, Forum e Cittadella delle Associazioni, ed ha trainato il coordinamento “Piazziamoci” per sperimentare un modello di partecipazione popolare. Il Circolo ha lavorato in perfetta sinergia con alcune realtà associative del quartiere, in particolare, con il Gridas ed i suoi carnevali, con l’ArciScampia per collegare Sport e Ambiente, con la Scuola di Pace nei suoi seminari annuali. In più di un’occasione al circolo sono stati attribuiti riconoscimenti e premi come il “Premio Mascagna”. Queste sono state le uniche entrate extra del Circolo che ha vissuto tutti questi anni nel precariato più assoluto, confidando solo su qualche centinaia di euro ricavate dal tesseramento annuale. Il magro bilancio annuale non ci ha impedito di costruire un curriculum che, oggi,  meraviglia anche noi: ovviamente tutte le iniziative sono state realizzate all’insegna della sobrietà, senza manifesti e depliant patinati e multicolorati ,sostanzialmente per la strada o in locali offerti ,di volta in volta, gratuitamente. La storia del Circolo contraddice quelle Associazioni che nascono e muoiono solo in relazione ad eventuali contributi provenienti dai vari Enti. La motivazione, la sensibilità e l’entusiasmo, spesso, sono più efficaci e duraturi del denaro.

Cosa pensate di fare per ricordare il decennale del Circolo “la Gru” a Scampia?

Intanto stiamo lavorando per pubblicare un libro. Le bozze sono pronte, dobbiamo trovare qualcuno che ce lo stampi. Noi vorremmo utilizzare questa pubblicazione per raccogliere fondi per il progetto “Una scuola per Jardim do nautico”. Stiamo cercando di ricavare un breve video dall’abbondante riserva di immagini conservate nel nostro archivio. Sicuramente organizzeremo una manifestazione per fare un po’ di festa, ma soprattutto per riflettere collettivamente. Siete tutti invitati!

Le immagini di tanti giovani che sono passati per il Circolo scorrono sullo schermo dove viene proiettato il film di questi dieci anni. E mi accorgo che la maggior parte di essi hanno preceduto Alberto nella scelta di emigrare per trovare una collocazione dignitosa e meno incerta. Intelligenze e sensibilità strappate al territorio. Per i nostri politici e le altre istituzioni che contano il lavoro giovanile sembra ridondante rispetto alle …grandi questioni di alchimia politica e …le diatribe etiche; i giovani sono tra le categorie che possiamo definire “esuberi” o, al massimo, manovalanza per finalità e tempi limitati.

Il Circolo, attualmente, soffre la mancanza della freschezza dell’apporto giovanile. Noi vorremmo consegnare a forze emergenti una storia importante e chiediamo alle varie istituzioni locali di non chiudere i giovani nei propri recinti, ma di liberarli perché possano scorrazzare sulle strade dell’utopia e incontrare realtà che possano fare emergere e potenziare le qualità ancora nascoste e compresse in personalità in evoluzione.

                                                                                   Aldo Bifulco

 

 

 

 “La modernità liquida”-  ottobre 2005

Nelle mie “peripezie culturali” sono incappato spesso in Bauman, di cui, per la verità, ho letto solo vari articoli su numerose riviste. Nel numero di luglio di “ORE Undici”, Arturo Paoli lo inserisce tra gli autori più fecondi del nostro tempo che “mediante analisi acute e profonde della società mette allo scoperto la nostra responsabilità”. Ma questa estate, quando ho tentato di mettere un po’ di ordine tra le miriadi di libri e riviste che invadono ogni angolo, anche quelli più reconditi della mia casa, Bauman…  si è presentato con una frequenza ossessiva. Tutta opera di mio figlio Luca che ha contribuito notevolmente a questo “insostenibile sviluppo culturale”. Laureato in Scienze della comunicazione, in attesa di rendere …più fruttuoso il suo titolo, è impegnato nella ricerca sociologica, ed ha tra l’altro tradotto un libro di questo autore (Z. Bauman – T. May “Pensare sociologicamente. Seconda edizione” Ipermedium).

Approfitto di questo spazio per rompere la sua “granitica riservatezza” e chiedergli di farmi apprezzare in poche righe questo sociologo, sperando di fare cosa gradita ai lettori di Fuga di notizie.

Bauman, chi è costui? Puoi darci qualche informazione sulla sua figura e sull’importanza che riveste nella società attuale?

Zygmunt Bauman è un sociologo di origine polacca, ed è uno dei più accreditati studiosi dell’epoca contemporanea, spesso definita come postmodernità. L’importanza delle sue analisi, e l’ampio riconoscimento che riscuote nella comunità accademica internazionale, derivano dalla capacità di coniugare lucidamente e di sviscerare nel dettaglio le caratteristiche cruciali della nostra società in un mondo globalizzato: la vigorosa individualizzazione e l’indebolimento di forti legami sociali e di stabili categorie interpretative (ogni individuo è oggi chiamato a dar senso da solo alla propria esistenza senza poter fare affidamento, ad esempio, su una chiara appartenenza di classe, sulla persistenza di valori condivisi, su legami amorosi solidi, su credenze profondamente radicate, su luoghi identitari forti ecc.); la difficoltà degli Stati nazionali di fronte ai flussi (finanziari, di informazione, di persone ecc.) transnazionali ed ingestibili che rendono innocuo ogni intervento politico per sua natura locale; il timore crescente per l’estraneo, non solo individuato semplicemente in termini di differenza etnica o nazionale, ma identificabile anche all’interno della stessa società come il mero diverso; la creazione di nuove disuguaglianze e nuove forme di povertà legate al globale; la dialettica tra la sicurezza, sempre meno garantita e sempre più agognata, e la libertà: la mancanza di agorà, ovvero di spazi veri di discussione collettiva e di ridefinizione comune dei significati.

Tra i titoli che più mi hanno incuriosito c’è “La modernità liquida”. Di che si tratta?

La liquidità è per Bauman la proprietà peculiare della contemporaneità. I corpi liquidi cambiano, per loro natura, continuamente forma. Non occupano a lungo uno spazio determinato e assecondano temporalità brevi. Allo stesso modo, oggigiorno, ogni istituto sociale ed ogni aspetto dell’agire umano è nella nostra società effimero, transeunte, si modifica incessantemente. Il lavoro è flessibile (o precario che dir si voglia), l’economia è soggetta ai capricci fuggevoli dei mercati finanziari, i progetti sono difficilmente a lunga scadenza, i legami intimi sono sempre più di breve durata, i gusti, gli stili di vita, i valori, le credenze, le conoscenze cambiano a ritmo vertiginoso ecc. L’individuo contemporaneo allora è un consumatore vorace in una società dei consumi esasperata. Si è trasformato da approvvigionatore di beni durevoli in consumatore inquieto di merci, o meglio in collezionista di piaceri, in cercatore di sensazioni instancabile. Non è più il pellegrino alla ricerca di una meta, di senso, ma il turista, nomade, avido di novità, ma incapace di interiorizzarle nel suo cammino. Ed è possibile che ciò sia deleterio ai fini di un’identità solida.

Periferie e globalizzazione. Cosa dice al riguardo Bauman?

La globalizzazione, che ha un poderoso legame con la modernità liquida, crea secondo Bauman nuove forme di élites e di disuguaglianza sociale. Le élites di oggi sono quelle che riescono a sganciarsi dai vincoli territoriali, dalle pesantezze delle questioni locali, e posseggono una forte capacità di agire liberamente a distanza e di adattarsi alle condizioni sempre mutevoli di un mondo che cambia velocemente. Questa nuova élite tende ad isolarsi sempre di più dal luogo in cui si trova e dai più poveri, a cui è fisicamente precluso l’accesso alle zone dei ricchi. Ma il ricco è soprattutto colui che può consumare. Il progresso economico del periodo industriale produceva esuberi – spesso sottoforma di disoccupati o di paesi sottosviluppati – che potevano rappresentare delle riserve di lavoro in caso di bisogno. Erano dunque funzionali all’ordine del sistema e d’altronde rappresentavano una valvola di sfogo dello sviluppo incessante, che aveva sempre più spazi da conquistare e da modernizzare. Oggi che il pianeta sembra “saturo”, i rifiuti umani, che sono per lo più vittime degli effetti collaterali di un mercato globalizzato, come sostiene lo stesso Bauman «sono prodotti e sfornati ovunque in quantità sempre maggiori, ma stavolta in assenza di discariche “naturali” idonee al loro magazzinaggio e al loro potenziale riciclaggio».  Sono, in particolare, in un’ottica mondiale, quelli che potranno “consumare” sempre di meno, e non sempre si adatteranno – avendo sotto agli occhi uno stile di vita all’insegna del consumismo scellerato – ad impieghi e stili di vita umili o morigerati. Il sistema li relegherà sempre più nelle periferie della società – intendendo il concetto di “periferia” in termini non sempre geografici – fino forse ad una potenziale deflagrazione per eccedenza.

Che dire? Si va delineando, sotto la spinta di alcuni, filosofi, sociologi, scienziati, economisti ed anche teologi, finalmente, “un pensiero nuovo” a cui bisogna attingere se vogliamo contrastare l’attuale crudele ed insostenibile assetto sociale e politico.

                                                                                                        Aldo Bifulco

 

SETTEMBRE 2005

“Acqua, bisogno o diritto dell’umanita’?”

Questo è il titolo della Scuola di Pace di quest’anno !

In apparenza sembra una pura questione terminologica, in realtà si tratta di sostanza e lo si capisce dal braccio di ferro tra coloro (i rappresentanti dei paesi forti sostenuti dalle imprese private operanti nel settore dell’acqua) che nei vari incontri internazionali, Forum mondiale dell’Aja, Summit sulla terra di Johannesburg etc., hanno optato per la tesi minimalista e mistificatrice del “bisogno” e quelli (i rappresentanti dei paesi più poveri ed i rappresentanti del movimento solidaristico, pacifista ed ambientalista) che sostengono il principio del “diritto”.

Se “bere è un bisogno”, ognuno deve provvedere a soddisfarlo con i propri mezzi e l’acqua può essere considerata come una merce e, pertanto, soggiacere alle leggi del mercato.

Se l’acqua, invece, è un diritto umano allora è la collettività che deve farsi carico di assicurare a tutti l’accesso a tale diritto, ovunque essi si trovino e indipendentemente dal fatto se possano o meno pagarlo.

Nel mese di giugno di quest’anno ho avuto la gradita sorpresa di incontrare all’ingresso della Rettoria dei Gesuiti Vittorio Passeggio, leader storico del “ Comitato Vele di Scampia”, e suo figlio Walter che distribuivano volantini contro la privatizzazione dell’acqua.

 Ho subito pensato di non farmi sfuggire l’occasione di intervistare Walter per Fuga di notizie.

Ti conosciamo poco e allora è d’uopo fornirci qualche informazione e, magari, raccontarci come hai vissuto le lotte di questi anni del Comitato Vele.

Sono Walter Passeggio abitante delle Vele e studente universitario della Facoltà di Scienze politiche, figlio di una lotta venticinquennale. La lotta è quella degli abitanti delle "VELE", una lotta prevalentemente fatta di donne e di uomini come mio padre Vittorio, fondatore dello storico "Coord. Vele", che hanno speso una vita intera per guadagnarsi una casa dignitosa.

La lotta io l'ho vissuta dapprima come un gioco e poi come un incubo di cui non si vede mai la fine.

Ora che è giunta "quasi" a termine sono orgoglioso di averne fatto parte, di aver visto tante donne riconquistare un pezzo della loro dignità.

In questa battaglia per l’acqua ho avuto l’impressione che fosse tuo padre a fare “la spalla”. Qual è la situazione attuale?

Il 23 novembre 2004 il consorzio ATO 2 (Ambito Territoriale Ottimale) di Napoli e Caserta ha deliberato la privatizzazione dei servizi idrici per 138 comuni della Campania. Insomma, dopo la privatizzazione dell'acqua nell'ATO3 (sarnese-vesuviano) avvenuta nel silenzio più' totale due anni fa, anche l'acqua di Napoli e Caserta sta per essere venduta dai nostri politici (destra e sinistra) a multinazionali, imprenditori e camorra. E' da un anno che i movimenti sociali e la società' civile si mobilitano per una gestione                   totalmente pubblica dei servizi idrici. Il diritto all’acqua e la sua gestione infatti sono un bene primario e irrinunciabile per tutta la comunità, e non può quindi mai essere vincolato al profitto privato. Dopo l'ultima mobilitazione i movimenti sociali dunque battono un colpo !

Il ricorso al TAR (Tribunale amministrativo regionale) ci ha dato ragione, l’acqua e’ salva e di tutti, almeno fino al 15 settembre.

Niki Vendola, presidente della Giunta regionale della Puglia, ha bloccato il progetto di privatizzazione, nella sua Regione, smentendo tutti quelli che si nascondono dietro un presunto obbligo di tipo governativo. Cosa ti senti di dire ai cittadini di Scampia?

Questa è una battaglia che sappiamo essere ancora lunga ed è per questo che invito tutta la popolazione di Scampia a seguire con molta attenzione questa triste vicenda e ad esprimere, insieme  a noi e ai comitati civici in difesa dell'acqua,  tutta l'indignazione e la rabbia nei confronti dei burocrati che ci governano.

Sperando che nelle prossime iniziative di lotta la rappresentanza del quartiere sia numerosa e battagliera, voglio ricordare  che” l'unica lotta che si perde è quella che non si comincia”.

 

Nel numero di Agosto della rivista La Nuova Ecologia, nella rubrica Terra Madre, la scienziata Vandana Shiva ci parla della vicenda legale della popolazione di Plachimada, distretto del Kerala, area sud occidentale dell’India,  contro la multinazionale Coca-Cola. La popolazione chiedeva di non rinnovare la licenza alla Coca-Cola  poiché l’eccessivo utilizzo di acqua di falda da parte di questa multinazionale sta causando una grave crisi di disponibilità di acqua potabile in tutta la zona. La Corte del Kerala (chissà mai perché) ha emesso una sentenza che sostiene, in pratica, che “il diritto al profitto della Coca-Cola vale più di quello della popolazione civile a disporre di acqua potabile”.

Un motivo in più per dichiarare definitivamente che la mia casa, il mio frigorifero sono off limits per la Coca-Cola.

                                                                                                Aldo Bifulco

 

 La scuola e la “centralità dello studente”

Più di trent’anni trascorsi nel mondo della scuola, crocevia di tutti i difetti e i pregi della nostra società,  non sono bastati ad attutire il disagio di fine anno scolastico, quando sei chiamato ad esprimere un giudizio sui tuoi studenti. Un lungo periodo vissuto con intensa partecipazione culturale ed emotiva, tra attivismo frenetico e creativo e attenzione  alla personalità e alla storia dei ragazzi. Da alcuni anni si è aggiunto il fastidio provocato dalla farsa dell’esame di maturità a cui il Ministro Moratti ha voluto assegnare il nome austero di esame di Stato. La “neolingua” ministeriale che, spesso, si appropria di parole e concetti della pedagogia più avanzata “lavoro in rete fondato sulla reciprocità, sulla cooperazione e sulla condivisione”, innalza una ingannevole cortina fumogena sull’inconsistenza di un progetto di riforma il cui unico obiettivo è la cosiddetta parità tra pubblico e privato, attraverso un gioco a ribasso.  Questo esame porta con sè l’ennesimo “dolce messaggio “ di deresponsabilizzazione che fa dei giovani degli eterni fanciulli. Dov’è il tanto proclamato “protagonismo degli studenti”? In cosa consiste la cosiddetta “centralità degli studenti” presente in ogni POF ( Piano dell’offerta formativa) che si rispetti? Non mi convince “l’animosa progettualità” che fermenta la scuola di oggi, spesso a scapito della qualità e dei contenuti che dovrebbero caratterizzare il normale, ordinario  lavoro del “mattino”.

E a Scampia? Esiste un dibattito autentico tra scuola e società, tra programmazione ed evoluzione giovanile? Ho intercettato solo qualche indizio, frammentario e marginale, nella lettura di qualche articolo di giornale o di rivista o nei pochi contatti, per lo più burocratici, avuti in qualità di operatore del volontariato locale.

Nella molteplice e variegata agenda di iniziative messe in campo a Scampia è molto difficile incontrare studenti con i quali dialogare e avere notizie di “prima mano”.

Ho avuto la possibilità di incrociare nei momenti turbolenti della vita del nostro quartiere,  negli incontri con giornalisti, radio e  televisioni  calati in abbondanza, da ogni dove, a Scampia, quasi sempre la stessa studentessa. Emanuela Russo licenziata, nel 2004, presso il Liceo  psicopedagogico di Scampia. Mi sono detto, stavolta, allora, “la intervisto io”!

Cosa stai facendo attualmente?

Ho affrontato la selezione per il Corso universitario di Fisioterapia, non ho superato il  test anche perchè il rapporto tra il numero di candidati ed il numero di posti disponibili era davvero sproporzionato.

Attualmente per mezza giornata lavoro (ovviamente…rigorosamente a nero) e, poi,  spero di patentarmi!

Mi piacerebbe approfondire con te questa pseudo esperienza lavorativa ma ti ho cercata per parlare del tuo recente passato, cioè dell’esperienza scolastica. Puoi fornirci qualche indicazione al riguardo ed anche un fugace ricordo del tuo esame di Stato?

La fluidità e la qualità del programma svolto dipendeva dal docente se era più o meno motivato. Si dava particolare importanza ai Progetti e si attirava l’attenzione degli studenti con la promessa dei “crediti”.

Solo dopo ho capito che era un tranello e che essi non avevano lo stesso peso dello studio quotidiano.

E poi non mi pare che avessero una grande ricaduta sulla nostra formazione, né una ricaduta sul territorio.

Gli schemi e i contenuti culturali mi sono sembrati chiusi nell’ambito scolastico….Leopardi, Cartesio mi interessavano…ma mi chiedevo con chi parlare di questi personaggi e di tante altre cose, quando uscivo fuori dal contesto scolastico. Solo grazie al caso ed all’impegno di qualche docente come il Prof.Mostardi ho scoperto che sul territorio ci sono tanti gruppi ed associazioni, il Circolo di Legambiente “la Gru”, il Gridas, il Caffè letterario, la Scuola di Pace,l’Agesci, Chi Rom e chi no ecc.che potrebbero essere punto di riferimento per la vita culturale e relazionale di tanti cittadini, anche giovani. Ma la scuola lo sa?

Per quanto riguarda l’esame, a parte la tensione, credo che sia eccessivo, dal punto di vista culturale, chiamarlo “esame di Stato”.

So che eri rappresentante di Istituto e molto attiva nella vita scolastica. Come vivevano i tuoi compagni i momenti di “democrazia studentesca”?

Intanto debbo dire che c’era un grande difetto di informazione. Credo che pochi conoscessero i contenuti dello Statuto degli studenti e delle studentesse. Né la scuola promuoveva tale conoscenza…tutta sbilanciata a sottolineare i doveri e mai i diritti. Ricordo, ad esempio, lo scontro per “l’igiene a scuola”.

E, poi, Consiglio di Istituto, Comitato studentesco, Consulta Provinciale..per gli studenti era sempre la stessa minestra (a chi tocca l’informazione e l’organizzazione di questi diversi organismi della democrazia studentesca?)…ed io, praticamente, ero rappresentante …dappertutto!

Non parliamo delle Assemblee studentesche. Che fatica organizzarle e darle un contenuto…tutto vano…la fuga verso l’uscita era l’obiettivo della stragrande maggioranza degli studenti. Tutto ciò mi ha sempre creato un senso di frustrazione. Possibile che la scuola non sia in grado di educare alla democrazia, strumento indispensabile per la salvaguardia dei propri diritti?

Mi piacerebbe che questa intervista fosse letta nelle scuole per aprire un dibattito serio ed autentico tra le diverse componenti, dirigenti, docenti e studenti.

Sono emersi parecchi spunti interessanti e qualcuno non voglio farlo scappare.

Che senso ha parlare di cittadinanza attiva quando tutto si esaurisce all’interno del recinto scolastico? Ricordarsi delle associazioni del territorio, e del loro dinamismo culturale, solo quando occorre controfirmare un Progetto per attrarre fondi verso l’Istituto, mi sembra avvilente, in linea con la visione mercantile della scuola. Esse potrebbero essere, invece, l’interfaccia di un progetto educativo che guardi il ragazzo nella sua integrità, il punto di riferimento per far sperimentare quel complesso di valori che la  scuola afferma  di promuovere.

E, poi, la scuola è attrezzata di fronte alla svolta epocale che stiamo vivendo? Una  mutazione che coinvolge anche i neuroni, secondo alcuni studiosi, una transizione antropologica in cui le forme e i modi della produzione e della riproduzione del sapere sono cambiati.

Qualche anno fa su la Repubblica Maria Rita Parsi affermava:”…i ragazzi non sanno più parlare…la loro afasia di ragazzi che non sanno più cosa voglia dire avere un cielo azzurro sulla testa….la loro passività di adolescenti cresciuti con il vassoio davanti alla TV, i loro occhi abituati ad incamerare immagini e a produrre sempre meno parole…”.

Di chi e di cosa parliamo quando proclamiamo la “centralità dello studente” nella scuola italiana?                                                                                             Aldo Bifulco

 

  Come “organizzare la speranza”

Al clima da stadio e alle grandi manifestazioni, una tantum, con bagno di folla preferisco la strategia del “tonchio” (alias o’pappece). Il lavoro certosino, quotidiano, radicato sul territorio mi pare più convincente se vogliamo ottenere un miglioramento, autentico e permanente, delle condizioni di vita della gente del quartiere. Eppure non possiamo negare l’alto valore simbolico della manifestazione del 1°Maggio celebrata qui a Scampia, come ampiamente documentato nell’ultimo numero di “Fuga di notizie”, né possiamo sottovalutare la prospettiva politica che si è aperta con l’ impegno, stavolta pubblico e a viva voce, dei Sindacati confederali e delle Istituzioni locali nel voler battersi per dare a questa realtà, lavoro e legalità. L’attesa di questo “storico evento” ha generato un pullulare di iniziative nei diversi ambiti della società civile che rende ricco questo territorio. Tra esse voglio segnalare la “Veglia di preghiera per il lavoro e la legalità” organizzata dalla Chiesa locale come adesione alla voglia di riscatto e al desiderio di “organizzare la speranza” che anima il quartiere. “Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo e assegnar loro un seggio di gloria”: questa frase della Bibbia, estremamente significativa, era presente nel volantino distribuito all’ingresso della Chiesa della Resurrezione. Preghiere, canti, testimonianze. Ho pensato di intervistare uno dei testimoni della serata, il giovane Marco Esposito.

Intanto fornisci qualche informazione sul tuo conto ai lettori di “Fuga di notizie”.

Ho 26 anni, dopo aver completato gli studi universitari, ho avuto la soddisfazione di inserirmi immediatamente nel mondo del lavoro, come tecnico di radiologia. Frequento la Parrocchia S.Maria della Maddalena e collaboro in parecchi ambiti della pastorale.

Il tuo intervento, ampiamente condiviso, ha aperto il varco alla speranza nei presenti, eppure qualche passaggio ha creato un po’ di malumore in alcuni giovani,  laureati a pieni voti con un curriculum spaventoso, che non hanno ancora trovato la loro dimensione occupazionale. “Cornuti e mazziati” (affermazione poco elegante ma sicuramente efficace) dicevano: dopo tutte le peripezie non vorremmo passare per chi soggiace alla pigrizia o a forme di assistenzialismo, mentre siamo molto distanti dalle “centrali del potere”. Vuoi chiarire?

Mi dispiace essere stato frainteso da qualche mio coetaneo presente alla veglia di preghiera alla quale ho portato la mia testimonianza. Perché “cornuti e mazziati”? Ho detto chiaramente che Scampia non è solo droga, delinquenza, camorra ed omertà. Sono questi fenomeni che investono una percentuale minoritaria della società giovanile a Scampia. E ciò è dovuto alla presenza viva e costante dei tantissimi giovani che da soli o con interlocutori della grande rete di associazioni che opera nel quartiere, (cito testualmente dal mio intervento) “col sudore della fronte, con grinta, con perseveranza ma soprattutto con la fede in Dio operano tutti i giorni per affermare la cultura della legalità e la speranza della realizzazione delle aspettative di un lavoro vero da difendere con le unghie e con i denti”

In nessun passaggio della mia testimonianza ho parlato dei giovani di Scampia come figli della cultura assistenzialistica, né tanto meno li ho tacciati di pigrizia.

Pensare e lavorare per l’affermazione  di una società nuova a Scampia costituisce una condizione fondamentale per aprire nuove strade alle lotte dei giovani, al loro avvenire, alle prospettive per un radicale cambiamento, per non essere più considerati ghetto e cancro da eliminare dal corpo vivo della città.

Fatta salva la premessa che senza l’impegno e la responsabilità individuale nessun obiettivo è raggiungibile, indugiare sulla favola del “farsi da sé” in una società profondamente mutata mi sembra sbagliato e molto pericoloso. Invito a rileggere la parte finale dell’articolo di Padre Domenico Pizzuti dell’ultimo numero di “Fuga di notizie”, dove si parla di “promuovere tra i cittadini cooperazione ed associazione anche con nuove forme”. Se abbiamo in mente un’economia che sia al servizio della dignità e del benessere collettivo, che rifiuti di sovrapporre il profitto alle persone e l’accumulazione delle ricchezze senza regole, dobbiamo mettere a disposizione le nostre risorse di creatività, di tempo e di denaro per cominciare ad “organizzare la speranza”. I giovani hanno bisogno di una mano. Ho potuto constatare sulla mia pelle, per molti anni, come sia difficile trattare questo problema anche in contesti che per cultura e per storia dovrebbero essere favorevoli. Ripiegarsi sul proprio particolare e orientare la ricerca verso soluzioni eminentemente individuali, in questo momento della storia è per lo meno un “peccato di omissione”.

Raniero La Valle in una sua recente pubblicazione afferma “Al posto dell’antropologia del signore (non ho bisogno di niente e di nessuno) dobbiamo costruire un’antropologia della povertà e del bisogno, dunque, dell’amore, che del bisogno dell’altro è la massima espressione”. Il futuro sarà costruito su questo senso del limite e sul riconoscimento della dipendenza, della relazione e dell’accoglienza dell’altro. Quali sono i soggetti che debbono costruire questa nuova antropologia?

La discussione è aperta. Intanto mentre Peppe Lanzetta si domandava, durante la manifestazione a Scampia della “Canzone di Pace” dove finirà la pioggia di miliardi calati sul nostro quartiere, io mi chiedevo se non fosse stato più utile orientare questi soldi nella costruzione di piccole cooperative giovanili  in modo da cominciare a tessere una rete produttiva dal basso che assieme a qualche progetto di dimensioni più ampie (che non appare all’orizzonte) possa rendere concreta quella “speranza” da tanti auspicata.

                                                                                Aldo Bifulco

 

 

 

L’Arte nel sociale

“L’Arte nel sociale”  è il titolo della  tesi di laurea di Antonio Caferra, giovane capo scout del nostro quartiere, che recentemente ha concluso una tappa importante della sua vita. Nel mio immaginario dal termine “sociale” scaturisce una cascata di parole-chiave tra cui, popolare, partecipazione, democrazia.

Democrazia, a mio parere, è una delle parole più inflazionate e bistrattate di questo momento storico. La sua riduzione al  “gesto elettorale”, senza passione, coinvolgimento critico,  spesso si traduce nel consegnarsi nelle mani di qualche professionista del potere che, per questo, si ritiene legittimato e autorizzato a fare il bello e cattivo tempo per tutto il periodo del suo mandato, contrabbandando gli interessi di una sparuta cricca come interessi generali. E si pretende di esportare, magari a  suon di bombe, questo modello contraddittorio. Che senso ha la democrazia senza la partecipazione?

Il dibattito avviato a Porto Alegre su questo tema ha prodotto alcune suggestioni. Anche da noi si parla di iniziative di progettazione e gestione popolare, di bilancio partecipato…ma se ne parla soltanto!

Nel nostro territorio sono nate alcune aggregazioni che promuovono la partecipazione, la cittadinanza attiva, ma una certa politica miope, abituata ad un consenso piatto e supino, non le tiene nella dovuta considerazione. Val la pena confrontarci con Antonio ed il suo lavoro.

1 “L’arte nel sociale” – una visione dell’arte suggestiva- parlacene un poco.

L’arte nel sociale è un concetto che può avere varie definizioni, che però si possono far confluire nell’idea che l’arte può essere utilizzata per dare un aiuto concreto alla società e ai cittadini che vivono in essa. In questo senso l’artista che opera nel sociale decide di mettere a disposizione del prossimo la propria arte, la propria creatività; egli tende a sollecitare i cittadini del territorio in cui opera ad agire, ad uscire dall’anonimato, dall’indifferenza, per diventare cittadini attivi, partecipi dei processi culturali, sociali e politici del mondo che li circonda, che prima di tutto si specchia nell’immagine del quartiere.

2 Nella tua tesi due “tracce” mi sembrano particolarmente significative:

- l’utopia, come spinta ideale;

- Scampia, come riferimento concreto

 L’utopia come spinta ideale, appunto, ma anche come motivazione per continuare un lavoro concreto, come quello che bisogna portare avanti a Scampia. Ed ecco che pensare all’utopia di una Scampia bellissima, ripulita dal degrado, dall’omertà, dalla criminalità, conferisce forza, secondo me, a tutti coloro che lavorano per migliorare il quartiere, di andare avanti, di continuare a lottare per un mondo migliore.Secondo me, l’utopia è un elemento fondamentale per lavorare nel sociale; infatti essa ti consente di “camminare” anche nelle situazioni difficili, quando i frutti del tuo lavoro non si presentano o stentano ad essere percepiti.

3 Spesso gli eventi si snodano in modo sorprendente. Ritrovare il ricordo e l’arte di Felice, raccontata in una tesi di laurea, ad un anno dalla sua morte mi colpisce profondamente.

Abbiamo creduto, in questi mesi, che si potesse realizzare un progetto Metro-Arte nella stazione di Piscinola-Scampia con alcune opere di Felice; idea nata all’interno di un Convegno ed assunta con entusiasmo da Luca Marino, consigliere circoscrizionale. Il percorso artistico che caratterizza la Metropolitana definita la più bella d’Europa, l’opera più importante realizzata in questi anni nel Mezzogiorno, si sarebbe arricchito di una perla particolare ed originale. L’arte popolare di un artista locale riproposta, con modica spesa (ma forse ciò rappresenta un punto a sfavore), nella stazione più anonima della Metropolitana, avrebbe assunto un grande significato e generare, magari, il senso di appartenenza e la disponibilità all’impegno ed alla cura. Da troppo tempo sulla proposta è calato il silenzio e siamo stanchi di sentire che la politica ha i suoi tempi ( tempi storici, biologici o geologici?).

Questa proposta si coniuga perfettamente con le tue idee (sembra uscita dalla tua tesi!) - vuoi aiutare la rete “Piazziamoci” a riproporre, magari sostenuta da un’azione popolare, questa idea?

Si, con immenso piacere voglio aiutare “Piazziamoci” in questo progetto, perché mi sembra giusto che anche la nostra stazione della Metropolitana possa presentare al pubblico opere d’arte, come le altre stazioni, che, anche per questo, sono diventate il fiore all’occhiello della città di Napoli e il vanto di Metronapoli. Tanto più se si utilizzano opere (o gigantografie di queste) di un nostro artista qual è Felice. Il progetto assume un sapore particolare, più bello e stimolante e deve assolutamente andare in porto. Esso si basa su solide considerazioni e concetti teorici  trattati nella mia  tesi, ma presenti anche in molte trattazioni e pubblicazioni di importanti critici d’arte. Il lavoro di Felice è un magistrale esempio di “arte nel sociale” sia per il coinvolgimento diretto dei cittadini  e anche perché capace di stimolare la riflessione su avvenimenti storici ed attuali, locali e globali e promuovere il senso di cittadinanza. Queste opere poste nella stazione della metropolitana, senza ombra di dubbio, riuscirebbero a colpire l’attenzione del pubblico e a veicolare un messaggio di cambiamento e di trasformazione del nostro amato tormentato quartiere.                                                Aldo Bifulco

 

 

Palpito di stelle, palpito di cuori.

“Siamo figli delle stelle” è il titolo di una vecchia canzone di Alan Sorrenti, ma è carico anche di contenuto scientifico. Se consideriamo la composizione percentuale degli elementi chimici che costituiscono l’uomo troviamo una maggiore similitudine con le stelle che con la terra. Ancora più suggestiva appare la considerazione se ci proiettiamo nel grandioso volo cosmico iniziato circa 14 miliardi di anni fa con quella gigantesca esplosione, definita Big Bang, che ha prodotto l’espansione nello spazio-tempo di miliardi di miliardi di stelle aggregate in miliardi di galassie.

Il nostro sole  è una stella di seconda generazione, cioè si è formata utilizzando, oltre all’idrogeno primitivo, dei –cocci- dell’esplosione di una supernova”.  Anche i pianeti hanno utilizzato gli stessi elementi pesanti che già si trovavano nello spazio e dagli stessi derivano i nostri organismi. Gli atomi che formano i nostri occhi, le nostre mani,il nostro cuore, il nostro cervello, si sono formati miliardi di anni fa nel crogiuolo di quelle tremende fusioni nucleari. “Noi siamo stati cucinati all’interno delle supernove”.  Lo studio dell’Universo è particolarmente interessante perché guardando lontano nelle spazio, guardiamo contemporaneamente indietro nel tempo. Viaggiando nello spazio, viaggiamo anche nel tempo. Mi ha fatto molto piacere leggere che c’è anche del made in italy nella progettazione e nella costruzione del Lbt (Large binocular telescope), l’occhio tecnologico che ci consentirà di indagare i primi palpiti dell’Universo.

Linda Mostardi, una giovane di Scampia, che ho incrociato quando si discuteva di avviare una “discussione virtuale” tra i giovani del quartiere, servendoci del sito di “fuoricentroscampia”, per la progettazione della “Piazza dei giovani”, pare sia rimasta folgorata dai temi appena accennati.

1)      Come “una meteora” – mi dicevo – Linda è comparsa e scomparsa nelle vicende di Scampia. Non sapevo che proprio l’Astronomia ti aveva portato lontano. Sono rimasto – favorevolmente- sorpreso, ma come mai questa scelta?

Una passione, anzi forse più una curiosità che avevo da bambina. Mi piace l’idea di studiare qualcosa di talmente lontano ed immenso che il pensiero fatica ad immaginare.

Nonostante ciò la matematica è riuscita a descrivere, in gran parte, il moto armonico ed incessante del Cosmo. Ed è questo che rende affascinanti gli studi di Astronomia: comprendere meccanismi così complessi grazie alla sola mente umana.

2)      La Cosmologia contemporanea ci presenta un’immagine dell’Universo certamente più complessa, ma anche più feconda di quelle ereditate dal passato. Da essa può nascere una nuova visione del mondo. Cosa pensi al riguardo?

La Cosmologia attuale e tulle le scoperte dell’ultimo secolo hanno aperto gli occhi dell’Umanità sull’Immenso che ci circonda.

In fondo, al pianeta Terra spetta solo un posticino nella periferia dell’Universo: in una Galassia chiamata Via Lattea….un po’ come Scampia, pensavo – ma ciò non vuol dire che i suoi abitanti siano meno degni di altri.

Un pianeta piccolo ma accogliente affidato alla custodia dei suoi numerosi abitanti, ai quali è stato fatto un dono speciale: il PENSIERO. E grazie a questo dono noi che viviamo sulla Terra dovremmo essere in grado di preservarla e, non di meno, di preservarci.

3)      Ad Aprile la Legambiente organizza una settimana di “osservazione del cielo”, contro l’inquinamento luminoso. E’ una questione un po’ spinosa da sottoporre alla gente di Scampia. Vuoi provarci tu?

C’è una patina grigio-azzurrina di giorno e rosso-giallognola di notte che vela lo sguardo verso l’Infinito.

Non credo sia il buio a far paura, ma ciò che questo è in grado di nascondere, ma tanti “mostri” restano in agguato anche alla luce. Quindi credo che la gente di Scampia, per una notte, potrebbe affrontare le proprie paure e in più soddisfare la propria curiosità rispetto all’immenso spazio che ci circonda, oltre quei limiti che normalmente sembrano invalicabili.

Un’ultima considerazione stimolata dall’intervista a Linda.

Vorrei che il “Pensiero” fosse inteso nella sua accezione più vasta, per evitare l’equivoco del primato assoluto della “ragione” che ha prodotto alcuni guasti nella nostra civiltà. L’uomo è ragione ed emozione, è mente e cuore ed anche storia.

Questa unità organica dell’uomo  si innesta nell’unità dinamica ed organica del cosmo, secondo la concezione del gesuita Teilhard de Chardin. Egli considerando il vincolo tra il palpito delle prime stelle ed il palpito dei nostri cuori affermava:”Il soffio che gonfia i nostri cuori è partito contemporaneamente alla luce delle prime stelle”.

                                                                            Aldo Bifulco

 

 I Colori di Scampia

Una domenica di autunno, nella mia solita breve passeggiata verso l’edicola, mi colpisce la cospicua pioggia di foglie ingiallite dei Bagolari che cingono il Parco Diana a Via Ghisleri. Le foglie si poggiano dolcemente sul prato, una volta tanto sgombro di cartacce, buste di plastica e di bottiglie, formando un soffice tappeto che dà una sensazione riposante, provvidenziale nel clima di inquietudine che da alcuni giorni avvolge e sconvolge me e tanti cittadini di Scampia. Di fronte il filare  dei Platani che continua verso Via Bakù che con le foglie parte color ruggine e parte color verde smorto disegna uno scenario del tipo “tuta mimetica”. E  poi i quattro Tamerici abbruniti nei pressi del Parco delle Rondini, preceduti dai Siliquastri con le foglie cuoriformi chiazzate di giallo che si ripresenteranno in primavera dopo l’esplosione dei fiori rossi intimamente saldati al fusto sottile. Nei pressi del ponte della Metropolitana spicca il giallo oro dei pochi Gingko biloba, sottoposti alla minaccia dei numerosi ed imponenti Eucalipti. Proseguendo verso la futura “Piazza dei giovani” salta agli occhi la singolare compresenza del rosso dei frutti, del bianco delle infiorescenze e del verde traslucido delle foglie dei rari Corbezzoli e poi il giallo un po’ sbiadito ma diffuso dei numerosi Tigli presenti. Colori autunnali che contrastano il permanente verde cupo dei Lecci, il verde brillante delle Magnolie, il verde glauco dei Cedri di Atlanta e quello normale dei Pini e delle Palme che arricchiscono e addolciscono le strade del quartiere. All’ingresso del mio Parco mi delizia il bell’agrifoglio dalle foglie variegate attraverso le quali fanno capolino le piccole bacche rosse che mi annunciano che presto sarà Natale.

I colori di Scampia: ma chi ci farà mai caso?

Parlo di colori e il pensiero ritorna a Felice. L’usura del tempo comincia a sbiadire le tracce di alcuni murales che per decenni hanno ravvivato le mura del quartiere; resta invece solida ed indelebile la sua memoria, la sua presenza in quelli che hanno avuto la fortuna di stargli vicino in modo non occasionale.

Ma, sottoposti alle intemperie stagionali, appaiono un po’ stinti anche i colori dell’arcobaleno della Bandiera della Pace che rimane attaccata imperterrita al mio balcone e lo sarà per lo meno fino a quando i soldati italiani rimarranno in terra irachena.

Franca Nicolò, parlandomi del figlio, prematuramente scomparso, ha aperto una finestra su un altro “mondo di colori” presente a Scampia, quello che scaturisce da bombolette agitate, con solerzia e maestria, da mani giovanili. Nell’orizzonte  che si apre dalla specula del mio osservatorio si  profila un’altra galassia sconosciuta del variegato universo dei giovani di Scampia. Per saperne di più ho pensato, allora, di intervistare uno di loro, Dario David.

1)     Ti chiedo di fornire ai lettori di “Fuga di Notizie” qualche informazione su di te e la realtà giovanile cui fai riferimento.

Da quando sono diventato abbastanza grande per poter uscire da solo, ho sempre fatto il possibile per farlo! Andavo a scorribandare “lontano” dalle mura paterne insieme agli amici e la cosa di cui sono più orgoglioso è che ci sono riuscito pur non avendo mai avuto il motorino. Le nostre quotidiane avventure erano un lavoro a tempo pieno e ci portavano nei posti più disparati, soppiantando alle volte anche i doveri scolastici: inutile dire che la cosa faceva disperare i nostri genitori….

Sembra il curriculum del perfetto ragazzaccio svogliato, sembra un ottimo punto di partenza per non riuscire a concludere mai niente nella vita, e invece no!

Attualmente vado all’Università, mi mancano due esami alla laurea e quando ripenso a quelle scorribande, non le ricordo come tempo perso, ma come preziosissime esperienze che nel quartiere in cui vivo mi sarebbero state tassativamente negate. Stringere amicizia con persone di ogni genere mi ha condotto alla scoperta di modelli di  vita che una diecina di anni fa erano del tutto sconosciuti a Scampia e di culture che addirittura rappresentavano un tabù nelle scuole. L’esempio più eclatante è l’HipHop…di cui oggi i giovani teen-ager si nutrono insieme al pane!!!

I miei amici ed io marinavamo la scuola e facevamo le ore piccole non per ottusa contestazione: cercavano uno sprono, qualcosa in cui impegnarci.

2)   Non ho alcuna conoscenza della vostra pittura. Ma da un approccio superficiale mi appare un

       po’ criptica, misteriosa ed invadente. C’è qualche messaggio che volete trasferire?

Le attività nelle quali i miei amici ed io ci siamo impegnati sono state: writing, breckdance, rap, djing. Queste quattro arti sono i cardini di un movimento culturale nato nei sobborghi delle metropoli americane verso la fine degli anni ’60 e noto come HipHop. Di queste arti, il writing rappresenta quella figurativa; i primi giornalisti che si interessarono alla questione, lo battezzarono “graffitismo”, termine che includeva due significati. Il primo lo descriveva, in quanto era, una pittura murale; il secondo cercava di spiegarlo come un graffio alla società inteso come esternazione del malessere sociale. Il writing nasce dunque “dal basso” (anche se per la sua massificazione si dovrà aspettare la sua presentazione dalle “alte” sfere della TV!), nelle grosse periferie delle città americane straziate dalla criminalità e rappresenta una vera svolta in quanto conduce le bande ( o crew ) a demarcare il proprio territorio con la vernice spray anziché col sangue. Dunque i “graffiti” incarnano un codice comprensibile solo agli addetti al settore e si trasforma lentamente in una condotta di vita, in cui vale la legge del più bravo, del più creativo, non quella del più forte. Tutto ciò produce un modello di vita alternativo che convoglia molti giovani all’arte strappandoli alla malavita.

Per questo dico sempre alla gente che quando vede un “graffito” deve subito pensare che da qualche parte lì  in mezzo c’è un giovane a cui questa realtà va stretta e che quel disegno è il modo più pacifico di comunicarlo……

L’essenza del writing è mettere la firma sul mondo.

2)     Ricordaci con un breve pensiero Alessandro, il tuo amico scomparso qualche mese fa.

Alessandro era il creativo-astratto per eccellenza e oltre a dire ciò non saprei definirlo. Qualunque aggettivo usassi per descriverlo sarebbe intriso e filtrato da eccessiva soggettività e non fornirebbe, a chi non lo conosceva, un profilo veritiero. Provare a definirlo in poche righe equivarrebbe ad incarcerarlo nel meristico significato di ogni singola parola, tuttavia posso riportare una definizione quasi unanime che ho sentito dalla stragrande maggioranza delle persone che lo incontravano per la prima volta:”Ma il tuo amico è pazzo o è un autentico genio?” Tali parole venivano sempre pronunciate con un sorriso incredulo ed un velo di ammirazione. Ricordo la naturalezza e l’ovvietà con cui trattava discorsi di una complessità allucinante; il suo linguaggio lasciava interdette molte persone e i suoi discorsi anche di più; il punto è che il suo modo di parlare non mirava a farsi capire….era un codice: chi riusciva a seguirlo nei suoi discorsi superava una sorta di test e poteva entrare nelle sue grazie; la struttura del suo comportamento si svelava solo dopo un’attenta analisi. E’ come se avesse voluto afferrare con le mani tutti i suoi pensieri, ma questi uscivano dalla sua mente con velocità assai maggiore di quella dei suoi arti. Il mondo gli andava stretto ed anche il tempo, tant’è vero che aveva tolto quest’ultimo dalle sue concezioni: non dico che impresa era prendere un appuntamento con lui!

Era in bilico su una lama di rasoio tra l’essere estremamente astratto ed estremamente concreto.

                                                                                         Aldo Bifulco

 La musica che genera speranza.

Mi avvio verso il Quadrivio di Arzano e incrocio un branco di giovani e motorette tirate a lucido. Basta una scintilla e la miscela può esplodere. Una macchina ha l’ardire di tamponare uno dei “totem dell’arroganza giovanile” e subito si scatena la gazzarra. Una breve rincorsa per farsi giustizia sulla macchina e il conducente. Questa violenza ingiustificata, incomprensibile genera in me un malessere fisico, un senso di frustrazione. Il destino del quartiere mi sembra ormai segnato.

In serata mi trovo al Gridas trascinato più dalle gambe che dalla testa: c’è un gruppo musicale che presenta un mini cd dedicato alla memoria di Felice. Bastano poche ma intense parole ed un susseguirsi di note vibranti per darmi uno scossone. Anche questi sono giovani di Scampia e allora perché disperarsi? Chissà per quanto tempo questa altalena di sentimenti e di pensieri dovranno affollare la nostra mente. Ma occorrono “occhi nuovi” per riuscire a scovare quello che di buono e di bello esiste anche in questa periferia tormentata. E renderlo visibile.

Mi domando quanti siano i cittadini di Scampia che abbiano sentito parlare degli A67. .Proviamo a colmare, in parte, la lacuna.

     1. Un gruppo musicale che nasce a Scampia è una gradita sorpresa ‘A67.

     Chi siete e perché vi chiamate così?

     Gli ‘A67 sono: Daniele Sanzone voce; Andrea Verdicchio sax; Alfonso Muras basso; Enzo Cangiano chitarra; Luciano Esposito batteria.                     

Ogni componente del gruppo viene da esperienze musicali totalmente diverse tra loro ed è forse proprio questo a caratterizzare il nostro sound, una miscela che abbiamo definito Funkhop.

Il progetto nasce nel 1996, con l’obiettivo di portare alla luce le realtà di una periferia troppo spesso dimenticata o meglio ricordata solo in campagna elettorale o per episodi legati alla criminalità, da qui il nome ‘A67 in gergo la 167 di Secondigliano.

Il contesto sociale in cui gli ‘A67 nascono quindi non sono i centri sociali di cui per altro ne condividiamo la politica, ma la strada. La strada dell’emarginazione, dell’abbandono e del degrado della periferia nord di Napoli.

    2. La musica è un linguaggio di per sé  liberatorio  (o forse).

        Il vostro mini album contiene cinque tracce, tra cui il rifacimento di DonRaffaè di    

        Fabrizio de Andrè, ed è arricchito da numerosi ospiti tra cui Daniele Sepe, Ernesto

        Vitolo e Gabriella Pascale. Ciò significa che il progetto musicale è stato apprezzato,

   ma io sono rimasto anche colpito dai testi delle vostre canzoni. In sintesi qual è il

  messaggio?

Il messaggio può cambiare a seconda dei temi trattati, ma sicuramente l’obiettivo che sta alla base di ogni messaggio è sempre lo stesso: allargare sempre più la visuale di un modo di vedere e di sentire, che ha come condizione della propria esistenza il chiudersi all’interno del proprio spazio e,  nello stesso tempo, attaccare per quanto sia possibile, quello che noi consideriamo il tarlo più pericoloso: la mentalità camorristica. Spesso è così radicata in noi al punto che  ci ritroviamo nei suoi atteggiamenti senza nemmeno rendercene conto.

   3. C’è speranza per il nostro quartiere?

Personalmente non credo di possedere gli strumenti per poter rispondere a tale domanda, l’unica cosa che posso dire: è che quello che mi spinge a scrivere è la voglia di quella speranza.

 4. Perché avete dedicato il vostro cd a Felice?

Credo che ogni abitante di questo quartiere, dovrebbe sentirsi in debito nei confronti di Felice Pignataro, per i colori e i carnevali che ci ha regalato, ma soprattutto per la coscienza morale e politica che ha saputo trasmettere attraverso il suo esempio di vita.

Il minimo che potevamo fare era dedicargli il nostro primo cd.

Il potere della musica. Qualcuno afferma che può spostare un continente. A noi basterebbe che smuovesse il nostro quartiere. Tante volte, con alcuni amici, abbiamo sognato che alcuni gruppi musicali, magari giovani di Scampia, potessero allietare le domeniche nel  Parco urbano o su una pedana posta nella Piazza dei Giovani (finalmente realizzata con la partecipazione della gente) o, perché no, in un Auditorium costruito per delineare la vocazione musicale del Quartiere.

Un detto brasiliano afferma:” Se è uno solo a sognare è solo un sogno, ma se sono tanti a sognare allora è il  sogno che diventa realtà”.   

                                                                                                           Aldo Bifulco

 

Competizione/Cooperazione

Un incauto parlamentare conservatore (“molto conservatore”), alcuni mesi fa aveva proposto di sostituire nei programmi scolastici l’evoluzionismo con il creazionismo. Il ministro Moratti subito lo ha accontentato. La vibrante protesta del mondo scientifico e della cultura ha determinato un parziale rientro della proposta......

La cultura delle ricche sette fondamentaliste americane che sostennero Reagan a suo tempo e che oggi sostengono Bush è sbarcata anche in Italia.

Doveva essere il 1982 quando, per ricordare il centenario della morte di Darwin, all’interno di un convegno organizzato dalla prestigiosa Stazione Zoologica di Napoli, il teologo Carlo Molari, in un dibattito con il compianto prof. Giuseppe Montalenti , affermava che, ormai, per il Cristianesimo l’evoluzionismo era “irrilevante”, nel senso che non costituiva più un problema. E alcuni anni fa tutti i giornali riportavano a grandi lettere la notizia che il Papa “aveva fatto la pace con Darwin”.

E’ paradossale che questa idea sia nata all’interno dell’area neo-liberista che, invece, attinge dal cosiddetto “darwinismo sociale” il dogma della competizione. Ad onor del vero “competitività” è un ritornello stanco che ricorre in modo trasversale negli interventi dei politici di diverso orientamento. Il laburista Blair addirittura vuole finanziare con mezzo miliardo di sterline “la scuola di competizione”.

“Competizione” una parola tossica, nella mia visione della vita, che ogni tanto fa capolino nel mondo della scuola e, talvolta, avvelena  anche un sentimento nobile come l’amicizia.

C’è qualcuno che al riguardo appare ancora più radicale di me, è mio figlio Cristiano.

La “competizione” ti ha sempre dato fastidio, perchè?

-La parola “competizione” non rientra nel vocabolario della mia vita. Certo è il sale di una gara sportiva, di una rassegna canora o di un gioco innocente tra amici. Ma nel lavoro, nella cultura perchè ci dev’essere “un vincitore ed un perdente”? “MORS TUA, VITA MEA” è l’anticamera della barbarie, altro che civiltà.

A 29 anni l’unica esperienza lavorativa che hai provato è stato il famigerato Co.Co,Co. Cosa dici al riguardo?

-Questa modalità fu presentata come l’antidoto alla disoccupazione, una modalità per sperimentare la flessibilità. Chi l’ha provato sa che Co.Co.Co., contratto a progetto e roba simile sono solo strumenti di sfruttamento e di precarietà che ti impediscono di progettare il tuo futuro. Non sei niente, non dai garanzie.

Nessun prestito, nessun mutuo, niente diritti, niente ferie e guai ad ammalarti. Parlare, poi, di “busta paga” è quasi ridicolo. Co.Co.Co......lasciamolo pronunciare alle galline!

“Cooperazione” è una parola a te più congeniale. Anche perchè sembra richiamare il concetto di ”amicizia” che rappresenta il valore fondante della tua vita.

-Malgrado le tante delusioni, l’amicizia rimane il progetto e l’orientamento fondamentale della mia vita. Sono più portato al “gioco di squadra”, la cooperazione fa parte del mio DNA, ma rappresenta anche una scelta esistenziale, un’acquisizione culturale ed etica.

Se dovessi indicare – oggi – qual è il tuo più caro amico e perchè?

Amici veri ne ho avuti tanti, ma anche amici falsi. Oggi mi sta molto a cuore un amico, una persona che “è agli arresti domiciliari”, un “duro” che ha una sensibilità ed una lealtà fuori dal comune. Ha trovato in me “una mente ed un cuore aperto”, io ho trovato in lui “l’altro” che attenua la tua solitudine e che ti indica la strada per affrontare con maggiore decisione e speranza un futuro ancora nebuloso.

E’ già da tempo che il concetto di cooperazione e di mutua dipendenza, in ambito scientifico, accompagna quello di competizione. Margulis e Sagan scrivono: “La vita non prese il sopravvento del globo con la lotta, ma istituendo interrelazioni”. ”Il riconoscimento della simbiosi come forza evolutiva importante ha implicazioni filosofiche profonde. Tutti gli organismi macroscopici, compresi noi stessi sono prove viventi del fatto che le pratiche distruttive a lungo andare falliscono. Alla fine gli aggressori distruggono sempre se stessi, lasciando il posto ad altri individui che sanno come cooperare e progredire. La vita non è quindi solo una lotta di competizione, ma anche un trionfo di cooperazione e creatività”.

La cooperazione, a mio modesto parere, rappresenta la strategia vincente in campo sociale ed economico. Ma quale economia? Quella che riuscirà a perforare le attuali rigide maglie del cosiddetto “pensiero unico”.

L’individualismo, frutto soprattutto della cultura occidentale dell’ultimo secolo, premessa dell’egoismo personale e storico che ha relegato la solidarietà nel piccolo orticello del privato rappresenta l’ostacolo più duro da superare. Perfino in ambiti insospettabili dove risuonavano forti le parole di tanti profeti come don Lorenzo Milani e che si fa fatica a ricordare e concretizzare “risolvere i problemi da soli è avarizia, risolverli insieme è politica”!

                                                                                                        Aldo Bifulco

 

L’essere umano, angelo custode o satana della Terra?

Dopo il riposo estivo è possibile proporre ai lettori di “Fuga di notizie” un argomento più impegnativo. D’altronde la vicinanza più diretta con la natura ( non per tutti, purtroppo!),forse, avrà reso l’animo più sensibile e disponibile a porsi qualche domanda su quell’intreccio  problematico tra Scienza, Natura e Fede. E, in  particolare, qual  è la collocazione, il ruolo dell’uomo in tale contesto. Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma che inauguri un nuovo patto sociale tra i popoli nella direzione del rispetto e della preservazione di tutto ciò che esiste e vive. Ogni grande svolta nella storia richiede una nuova cosmologia, intesa come immagine del mondo che una società  si costruisce combinando i diversi saperi, tradizioni ed intuizioni.

Ma prima di abbozzare qualche risposta vorrei dialogare con Roberto Guglielmi, giovane collaboratore di questo giornale.

Abbiamo avuto l’impressione, nei tuoi interventi nell’eucarestia  domenicale, che  tu colleghi in modo indissolubile la tua fede con il tuo amore perla natura.

        No, non è solo un’impressione; anzi, è proprio quello che sto cercando di comunicare all’assemblea dei fedeli durante il rito domenicale. Per me la natura è una manifestazione evidente del divino. Platone diceva, non a caso, che “la natura è l’abito vivente della divinità”.

In Genesi (1,26-28)compaiono i termini “soggiogate e dominate la terra” che, secondo alcuni,  rappresenta la radice culturale che ha determinato l’attuale crisi ecologica. Indubbiamente ciò ha consentito a Cartesio e Bacone di  costuire un pensiero che legittimasse il saccheggio della terra da parte dell’uomo.

        Confesso che quel versetto della Genesi mi ha messo spesso in imbarazzante difficoltà, se non proprio a disagio, nei confronti di una visione antropocentrica che, da un punto di vista naturalistico, mi sembra lontana dalla verità, intesa come armonia tra tutte le componenti della natura, in cui ciascuna di esse abbia la medesima dignità, non essendovi alcuna gerarchia di importanza. Con la crescita spirituale, ho imparato a non farmi più tanto irretire dal quel versetto, preso a pretesto da molti per attaccare la Chiesa, sport molto di moda oggi. Credo che il mondo della natura, per la sua potente forza evocatrice, costituisca invece un paradigma pedagogico di inesauribile efficacia, di cui Gesù stesso si è servito per parlare all’uomo della necessità di una conversione del cuore (parabola del fico infruttuoso; il seme che, morendo, dà frutto; il sale che perde il suo sapore, ecc.). Non mi interessa ora stabilire se Dio abbia potuto o meno avallare l’attuale stato di dominio dell’uomo sulla natura, ma, francamente, non credo corrisponda al progetto di Dio l’attuale livello di sofferenza in cui versano gli ecosistemi del pianeta Terra. Non vado nemmeno alla ricerca di facili e concilianti accomodamenti teologici, tesi a dimostrare l’ “innocenza” della Chiesa riguardo al problema del ruolo dell’uomo nella natura. Mi limito ad osservare che, per me, il dominio di cui si parla nella Genesi corrisponde alla cura che il pastore ha per le sue pecore, le quali andrebbero incontro a morte sicura se private di una sapiente guida.

Alcuni affermano che la Chiesa sia molto impegnata nel campo della bioetica, ma molto più tiepida sul versante dell’ecologia e dell’ambientalismo. Non si sono sentite forti condanne dell’abusivismo, del  condono edilizio ecc.

        Per me la parola “bioetica” è un ibrido linguistico artificioso al quale non riesco ad assegnare un preciso significato. Ho chiesto soccorso allo Zingarelli, ed ho finalmente capito che è, in sostanza, una disciplina che si interessa delle problematiche inerenti all’applicazione all’uomo, agli animali, e all’ambiente delle nuove conoscenze biologiche e mediche. Mi chiedo se esistano realmente nuove conoscenze medico-biologiche in grado di stravolgere l’etica, rendendo necessaria l’istituzione di un suo sottoinsieme. Non fare all’altro quello che non vorresti fosse fatto a te: questa è la regola aurea che continuerà a valere sempre, anche in tempi di embrioni clonati… Per me, quindi, non esiste la bioetica, ma solo l’etica. Uno scienziato, se è ispirato da Dio, sarà anche onesto eticamente, e non potrà promuovere pratiche contrarie alla vita. Purtroppo, viviamo in un mondo dominato dagli interessi economici della grande industria, alla quale, spesso, gli scienziati obbediscono servilmente, quando invece dovrebbero essere liberi nel giudizio, cosa che è nel DNA del vero scienziato. Riguardo ai temi ecologici davanti alla cui difesa la Chiesa sarebbe tiepida, non esprimendo una netta condanna del “condono edilizio”, la mia sensazione è che manca, alla base, una sufficiente conoscenza del significato della parola “ecologia”, che, a rigore, non è altro che “lo studio delle interazioni che esistono tra i viventi e il loro ambiente”. Come naturalista sono impegnato in questo studio, e non posso non stigmatizzare l’utilizzo improprio dell’aggettivo “ecologico”, che viene usato dalla pubblicità per vendere ogni sorta di prodotto, sfruttando l’ignoranza delle masse.

 

Adesso vogliamo sfruttare le tue competenze, in quanto zoologo, per sottoporti un problema concreto. Come affrontare i problemi del randagismo e del forte aumento di colombi in vari contesti urbani, anche nel nostro quartiere.

        Sono entrambi problemi creati dall’uomo: il randagismo è una piaga causata dal fatto che, nella società industrializzata, basata sul consumismo, il cane non è più, com’era un tempo, un valido amico nella dura vita dei pascoli, che proteggeva le greggi dagli assalti dei lupi e faceva compagnia al pastore nelle lunghe giornate di solitudine, ma un trastullo di oziose giornate passate in casa, che, quando comincia a richiedere troppe cure (perché, ahimè, tutti si invecchia), viene disinvoltamente abbandonato. Il problema dei Colombi è più sottile: gli attuali Colombi di città, discendono da Colombi allevati in cattività, i quali, a loro volta, derivano da un progenitore selvatico, il Piccione selvatico Columba livia, che vive solo sulle coste rocciose. Gli esemplari allevati, sfuggiti alle gabbie o deliberatamente liberati, nei secoli scorsi, hanno cominciato a diffondersi nelle città, nidificando sulle pareti dei palazzi, che somigliano un poco, per la loro verticalità, dal punto di vista del Colombo, alle falesie marine occupate dal progenitore selvatico. I Colombi di città non appartengono quindi alla fauna, che comprende solo animali selvatici, e sono un elemento estraneo e dannoso agli ecosistemi. Riproducendosi a gettito continuo, con covate anche in pieno inverno, grazie alle abbondanti fonti trofiche delle città (leggi: immondizia), e non avendo predatori naturali in grado di contrastarli efficacemente (l’unico valido predatore dei Colombi è il Falco pellegrino, che a Napoli, infatti, è in aumento), i Colombi aumentano sempre più, insozzando monumenti e piazze, assurgendo al ruolo poco edificante di “topi con le ali”.

La pretesa antropocentrica appare oggi insostenibile in un Universo in espansione, formato da miliardi di galassie. L’uomo, l’ultimo arrivato del processo evolutivo sulla terra, non  può sostenere che tutto sia stato fatto in funzione del...suo arrivo. La superiorità dell’uomo e la logica della separazione nascono nell’ambito della filosofia dualistica  greca che si è innestata sulle radici ebraiche del Cristianesimo.

Tutto ciò oggi è superato sia per l’irruzione sovversiva dell’ecologia nel panorama scientifico sia per l’apporto della nuova fisica  che ci propongono un mondo come un tutto unificato ed inseparabile. L’Universo consiste in una rete complessa di relazioni. Tutto è dinamico, tutto vibra, tutto è un processo.

L’immagine  della nuova cosmologia potrebbe essere la “ragnatela”, simbolo della interconnessione e della interdipendenza. In questa ragnatela gli esseri umani sono uniti agli animali ed alle piante, all’acqua ed alle rocce. Ma  la ragnatela, per quanto bella, è anche fragile, perchè ciò che succede in una  parte coinvolge, in  qualche modo, tutto il resto. Da ciò scaturisce la necessità di una nuova antropologia connessa con l’etica della responsabilità e l’etica del dono.

Alcuni teologi da qualche tempo parlano del Cristo cosmico come “il nesso che collega”, annunciando una spiritualità  che apra il cuore e la mente dell’uomo all’intero universo, creando la consapevolezza che siamo cittadini di un frammento di cento miliardi di galassie e viviamo un battito di una  storia di venti miliardi di anni. Una storia che è ancora incompleta e che noi, per quanto piccoli, siamo chiamati a completare, dando una mano alla “creazione che  continua”.

La persona storica di Gesù, in questa connessione, riserva un posto privilegiato agli ANAWIN, cioè i miseri, i dimenticati, le vittime oppresse dell’ingiustizia sociale: vi pare poco?

                                                                                                           Aldo Bifulco

 

 

“Camminare...a Scampia!”

I manifesti  non hanno grande successo a Scampia. La “vastità dispersiva” del quartiere lo impedisce: i motori la fanno da padrone e se non si cammina non si osserva. Eppure (caso raro) sono stato colpito dal manifesto che invitava i genitori e i bambini  a recarsi “a piedi” a scuola. Il curioso messaggio mi trova in sintonia. Nei miei ultimi articoli ricorre il " il riferimento anatomico”: ora tocca ai piedi!

Ho sfogliato il libro di Salvatore Natoli “Stare al mondo” che porta in copertina l’immagine di due piedi scalzi. Libro sponsorizzato da Fratel Arturo Paoli, negli  incontri di Trevi, per una sorta di “filosofia dei piedi” che rompe il dualismo con l’idealismo tutto “testa” e perchè “i piedi” richiamano lo stare “con”, lo stare “fra”. E’ l’invito a recarsi nella strada.

“La grande rivoluzione cristiana è cominciata da un corpo reale, da piedi che hanno camminato per tre anni in cerca di bisogni reali, inclusi in vite umane reali”.

Nel numero di Aprile di Nuova Ecologia (la splendida rivista della Legambiente), laddove si promuove l’ecoturismo, ho trovato l’altra angolatura del problema “Sognare a piedi. Un viaggio indimenticabile, a bordo del mezzo di trasporto più meraviglioso e sconosciuto: le nostre gambe”.  Per inciso sarà il caso che il Circolo la Gru riprenda quella sana abitudine di organizzare le passeggiate mensili.

La “metafora del viandante” mi intriga e poi adoro camminare. Camminare a Scampia, ma è possibile?

Sarà anche per questo che provo un fastidio viscerale nei confronti di quella insulsa e interminabile giostra di motociclette, motorette e roba varia: a parte il rumore e l’inquinamento, mi danno l’idea dell’arroganza, della aggressività gratuita, della trasgressione insignificante. E, poi, ci avete fatto caso? Nel nostro quartiere c’è un’alta concentrazione di Smart o di auto simili, spesso guidate con sfrontatezza da minori. Dove prenderanno tanti soldi?

A camminare non ci pensano proprio. Per camminare, però, ci vogliono i luoghi, le condizioni.

C’è la villa: ma bisogna arrivarci e ci vuole l’ombra!

Ci sono le strade, ma senza i negozi, le vetrine per indugiare o per ristorarsi con un caffè o un gelato.  

E, poi, ci vogliono le piazze per soffermarsi, per incontrarsi.

Da qualche mese si sono squarciate le lamiere che cicondavano uno spazio lungo Via Monterosa ed è apparsa una piazzetta. Speriamo che non diventi come Piazza della Libertà: luogo di parcheggio o di ritrovo invadente di ogni sorta di motori. Ma parliamone con Valentina Sagliocco.

Ti conosciamo attraverso l’Arci Scampia. Sei una colonna della rappresentativa femminile (occasionale) dell’Arci. E’ proprio così difficile allargare l’attività anche alle ragazzine del quartiere?

Sono onorata di essere associata all’ArciScampia. Sono anni che partecipo al tradizionale torneo di calcetto femminile che si organizza specie nella festa della donna. Mamme e ragazzine insieme si ritrovano per rincorrere un pallone da protagoniste, per ritrovarsi e ...magari per protestare con l’arbitro. E’ una sana e piacevole esperienza. Per renderla stabile occorrerebbero dei o delle volontarie e qualche risorsa. Ne parlerò con il mitico Mister Piccolo Antonio.

Davanti a casa tua da poco è sorta una piazzetta. Sono comparsi magnolie, palme, oleandri e ligustri che però appaiono un pò stritolati dalla morsa di asfalto. Che ne dici? Sai com’è nata?

Tutti/e quelli/e che come me hanno trascorso l’adolescenza a guardare “i ragazzi del muretto” o magari ad ascoltare i genitori che raccontavano le “tante avventure” vissute in strada...quando si poteva non aver paura, hanno un forte bisogno di luoghi per incontrarsi in libertà. Credo che la costruzione della piazzetta sia rientrata nell’operazione di trasferimento degli abitanti delle Vele nelle nuove abitazioni, da poco consegnate. Forse aiuole più ampie di verde e verde attrezzato avrebbero scoraggiato (?) gli invasori motorizzati. Intanto qualcuno dovrà far capir loro che si tratta, comunque, di area pedonale.

Questo spazio –quando era terreno incolto- è stato, per molti anni, il punto terminale dei Carnevale di quartiere organizzati dal Gridas: il luogo del fatidico falò! Cosa fare per renderlo meno anonimo?

I  fantastici Carnevale  organizzati dal Gridas sono state le poche passeggiate di gruppo che hanno attraversato le strade del quartiere, anche se con le maschere, i carretti ed i tamburi. Ho avuto il piacere di conoscere quel grande artista di Felice Pignataro che è rimasto nei nostri cuori. E’ stato un “grande”: ho ammirato il suo spirito ribelle costruttivo, la sua “mancanza di paura” nei confronti dei potenti e dei violenti, la sua capacità di distinguersi in una società come la nostra, dove domina il conformismo. E allora perchè non chiamare questo spazio “Piazza Felice Pignataro”? La toponomastica del quartiere si è arricchita di tanti  famosi autori di “fumetti”: tra essi il nostro artista non sfigurerebbe!

Ma ci vuole una petizione popolare. Ne parlerò con la gente, con l’Arci e con altri gruppi.

Mentre una piazza sorge, si riaprono le trattative per la “Piazza dei giovani”. Il gruppo “Piazziamoci” aveva perso le speranze e stava per mettere la parola fine a questa snervante operazione. Una telefonata dell’Ing.Martinelli del Comune di Napoli ha riacceso la fiammella.. La sua idea di costruire una struttura che richiami il discorso dell’energia alternativa, in particolare quella solare, non può non interessarci, a condizione che non si snaturi completamente la prospettiva del progetto di “Piazziamoci” che si inquadrava nella necessità di rendere i cittadini protagonisti. Ad una, anche se parziale, ipotesi di architettura partecipata non vogliamo rinunciare.        

                                                                                           Aldo Bifulco

 

 "Scampia, terra di lavoro?"

Natale di qualche anno fa: la presenza, per più giorni, di due extracomunitari di colore sulla rotonda di Via Bakù che incrocia Via Ghisleri, con un cartello dall'italiano approssimativo "CERCA LAVORO", mi incuriosì fortemente. Armato di un "panettone" mi avvicinai chiedendo di scattare una foto che volevo proporre a "Fuga di notizie". Da allora c'è stata una rapida moltiplicazione di queste presenze e, oggi, tutte le rotonde sono invase da giovani in cerca di un lavoro occasionale.

"Scampia, terra di lavoro?": questo interrogativo un pò paradossale si è fatta strada nel mio cervello.

Conoscendo i dati che fanno di questo quartiere il polo della disoccupazione giovanile, anche intellettuale, un quartiere privo di ogni forma di sviluppo, tranne quello dello "smercio della droga", la curiosità e l'interesse circa la tipologia dell'offerta lavorativa sono tuttora presenti.

Il XIII Rapporto sull'immigrazione 2003 della Caritas mostra che il problema del lavoro sommerso degli immigrati riguarda ormai sia il Nord che il Meridione d'Italia, sia il centro che le periferie. Si tratta di un fenomeno che non bisogna più considerare come emergenziale, bensì di una dimensione strutturale della società. Gli immigrati vengono ritenuti, a dispetto del ritornello diffuso ambiguamente tra la gente meno avvertita, "necessari in sempre nuovi settori occupazionali e non solo nelle cosiddette - nicchie etniche - come  per esempio il lavoro domestico".

La questione a me interessa non solo dal punto di vista economico-politico, ma anche sul versante relazionale. A Scampia, qualche presenza, più continua, anche se non permanente, con cui stabilire un contatto c'è. Da parecchi mesi, nelle mie frequentazioni al supermercato, si è stabilizzato un incontro: basta uno sguardo, un cenno o un sorriso ed un giovane di colore si fa trovare alla soglia del negozio per trasportare il carrello, non sempre pieno, alla macchina. E' il pretesto per scambiare qualche parola in un linguaggio un pò contorto o, semplicemente, per avvertire una presenza. Lo chiamano Mustafà ( l'equivalente di Jhonny per qualsiasi americano o di Gennaro per qualsiasi napoletano), ma il suo vero nome è Songne Safanne: me l'ha scritto con  tratto incerto (sono rimasto sorpreso, è analfabeta) su un foglietto quando gli ho chiesto di volerlo intervistare.

Mustafà parlaci un pò di te.

Sono nato in una zona periferica del Burkina Faso, un poverissimo paese del Nord Ovest dell'Africa, da una famiglia molto povera di nove persone. Mio padre, contadino, cercava e cerca di strappare dall'arida terra il cibo per la famiglia. Ho 32 anni, sono sposato ed ho una figlia, Marienne.

Perchè sei venuto in Italia?

Per lavorare e spedire un pò di soldi alla mia famiglia. Da molti mesi ho inoltrato alla Questura di Bari la domanda di permesso di soggiorno, aspetto ancora la risposta. Intanto non posso tornare al mio paese perchè la legge Bossi-Fini non mi consentirebbe di rientrare in Italia.

Come ti trovi quì, la gente come ti ha accolto?

Mi trovo bene e la gente mi apprezza perchè svolgo i vari compiti che mi affidano con impegno e serietà. Ma mi mancano tanto mia moglie e mia figlia, le sento ogni settimana per telefono; non posso spendere tutti i soldi per telefonare, servono per la loro sopravvivenza.

Ho sentito parlare di Thomas Sankara. Ed ecco  il volto di Mustafà, immigrato analfabeta, brillare di fierezza e commozione.

E' stato il nostro Presidente. Una bravissima persona. E' stato ammazzato con un golpe militare. Chi avrà armato quegli scellerati?

Il volto, il volto dell'Altro che posto ha nella nostra cultura? Una cultura impregnata dell'Io che porta con sè la soppressione dell'altro, che stenta a riconoscere la sua cultura , la sua storia, la sua religione. Bisognerà soffermarsi sul volto per distruggere l'immagine dell'altro che la nostra mente ha costruito, un'immagine a misura della propria idea, del proprio pensiero se non per il proprio tornaconto. Invece sarà proprio il volto dell'altro asimmetrico, il dissimile, quella porta aperta sull'universo vasto in cui posso trovare il mio completamento. Chi è allora lo straniero? Quello da temere, da sfruttare, da combattere o da accogliere? Sta di fatto che Dio "rivela proprio se stesso come straniero": "Ero straniero e mi avete accolto (Matteo 25,35)".

Anche per questo l'Africa dovrà sopravvivere. Per porre rimedio al dramma che abbiamo contribuito a determinare, ma anche per l'esercizio della reciprocità e dell'accoglienza.

I numeri del dramma, però, sono inquietanti e ci impongono di agire con urgenza.

300 milioni persone, la metà della popolazione complessiva dell'Africa, vive con meno di un dollaro al giorno e 30.000 bambini muoiono ogni giorno: una strage quotidiana causata da fame e malattie. A ciò bisogna aggiungere lo strazio di numerose guerre di cui non si parla mai!

Un segnale di grande speranza è stata la manifestazione indetta da Walter Veltroni "Ho l'Africa nel cuore!" il 17 aprile a Roma.

E per tutti questi motivi la Scuola di Pace di Napoli ha pensato di organizzare tutte le proprie iniziative per l'anno scol.2004/05 sul tema : "L'Africa : un continente alla deriva". Speriamo di poter suscitare nella mente e nel cuore di tanti cittadini, anche di Scampia, domande ed emozioni costruttive.                                                                                                                                         

Aldo Bifulco

 

"La Natura non conosce rifiuti"

Leonia è una città che, nella fantasia  di Italo Calvino ("Le città invisibili"), rischia di essere sommersa dai propri rifiuti. La realtà, ancora una volta sembra superare la fantasia, e quella città oggi si potrebbe chiamare Napoli, Aversa, Pozzuoli...La situazione, sempre più drammatica, giustifica il grido di allarme che si leva da più parti. Eppure questo grido, tardivo, ambiguo, talvolta irresponsabile, senza prospettive operative e voglia di coinvolgimento mi inquieta.

Solo il mondo ambientalista, da sempre, spesso tra l'indifferenza della politica, ma anche di tante istituzioni e dei cittadini, ha sollevato la questione, indicando le strade da percorrere, al di fuori e al di là dei momenti di emergenza.

Barry Commoner, professore di scienze ambientali al Queens College di New York, nel suo famoso libro "Il Cerchio da chiudere", già nel 1971, affermava che "La natura non conosce rifiuti" perchè le sostanze chimiche estratte dall'aria, dall'acqua e dal terreno, ritornano in circolazione e ridiventano materie prime per altri cicli naturali. La società industriale, negli ultimi due secoli, ha continuamente violate le leggi della natura ed il modello di vita, consumista ed energivoro, ha talmente accelerato l'accumulo di rifiuti da impedire la "chiusura del cerchio".

E' il caso di dialogare con Barbara Pierro.

1)      All'interno della tua breve presentazione, ti chiedo di darci qualche informazione sul "Servizio civile".

Ho 26 anni e sono laureanda in legge Da otto mesi sto svolgendo il Servizio civile presso l'Ufficio Rom del Comune di Napoli, in continuità con il mio impegno quinquennale di volontariato nel campo dei nomadi di Scampia. Il Servizio civile rappresenta per me uno strumento per continuare a collaborare con chi vive in situazioni di disagio, occupandomi di  problemi giuridico-legali, igienico sanitari e dell'istruzione dei bambini. Da questo punto di vista mi considero fortunata rispetto ad altri che, purtroppo, vivono il servizio civile come "spazio vuoto" non essendo stati assegnati a sedi significative.

2)      Ho sentito parlare di un progetto "CHI ROM...E CHI NO". Di che si tratta?

"Chi Rom...e chi No" raccoglie un gruppo di persone provenienti da esperienze diverse (C.O.M.P.A.R.E., Assoc.Non uno di meno e altre), ma accomunate dal fatto di aver vissuto e svolte numerose attività sul territorio di Scampia. Il nome si deve all'intuizione creativa di Felice Pignataro. Si tratta di un gruppo aperto, non istituzionalizzato che vuole sperimentare nuove forme di convivenza e socialità, attraverso iniziative varie e laboratori. Il gruppo ha partecipato con 50 bambini al Carnevale del Gridas ed ha organizzato una festa di autofinanziamento per la costruzione di una "baracca" al Campo Rom di Scampia. Essa dovrebbe essere la sede per organizzare dal di dentro corsi di alfabetizzazione per adulti e bambini, luogo di discussione, di attività ludiche ed altro.

3)      Qualche mese prima che scoppiasse l'emergenza rifiuti in tutta la Regione, hai sollevata la questione dell'igiene nel Campo Rom di Scampia. A che punto siamo?

L'abbandono e il degrado continuano. Gli incontri avuti con le Istituzioni, con la presenza dell'Asia e dell'Asl, seguiti da un sopralluogo ai campi non hanno sortito effetti, se non l'affermazione che si tratta di "discarica abusiva" in cui sono versati materiali indifferenziati che non possono essere smaltiti nei normali siti di deposizione dell'Asia che accolgono solo materiale differenziato. Un sito per accogliere questi rifiuti non c'è, o per meglio dire c'è, ma è a pagamento. Intanto non sono stati attuati gli impegni di collocare "contenitori o vasche" per la raccolta di rifiuti, mentre siringhe e topi abbondano nelle strade adiacenti il campo. Le stesse strade percorse da adulti e bambini che, quotidianamente, debbono recarsi a scuola. Per giunta è stato avviato lo spostamento del deposito Asia nell'area adiacente il campo Rom.

4)      La proposta che avanzasti alla Rete di Associazioni che periodicamente si ritrova al Gridas, poi sommersa dagli eventi che hanno coinvolto il nostro quartiere, mi sembrava orientata sui giusti binari. Collaborare con i nomadi, senza sostituirsi ad essi. Far emergere consapevolezza e senso di responsabilità attraverso un piano culturale educativo. Puoi chiarire?

Sostituirsi ai Rom, come a qualsiasi persona che vive situazioni di emarginazione e di disagio, significa mettere in atto un meccanismo di soggezione e di deresponsabilizzazione, alla lunga molto pericoloso, perchè non fa altro che demotivare e disorientare chi deve agire e divenire protagonista del proprio cambiamento. Purtroppo anche alcune Associazioni e gruppi spesso lavorano con una logica assistenzialistica e non si preoccupano di promuovere soggetti autonomi, capaci di comprendere e pretendere i propri diritti. Bisogna lavorare all'interno di un piano culturale ed educativo capace di cogliere le richieste e valorizzare le risorse e le potenzialità di ognuno perchè si possa "vivere e non sopravvivere" anche a Scampia che è una piccolissima finestra sul mondo.

 

Rispetto alla questione complessa della gestione dei rifiuti si sono date soluzioni semplicistiche e pericolose come quelle degli inceneritori. Oggi bisogna inseguire l'emergenza riconsiderando giocoforza l'idea dei termovalorizzatori. Noi di Legambiente abbiamo sempre invitato, anche a Scampia ( trovando come unici alleati alcune Associazioni), a pensare ad un piano educativo, di lunga durata, sulla base della regola delle "quattro erre".

Riduzione, minore produzione di rifiuti all'origine ( ricordiamo la campagna Disimballiamo).

Riutilizzo, il prodotto va utilizzato più volte così da diminuirne il bisogno di nuovo.

Riciclo, il materiale che non serve più al suo scopo viene trasformato per essere utile ad un altro.

Recupero,valorizzazione del rifiuto per ricavare materia seconda o energia.

Chi non ricorda l'affermazione, per niente ironica, che una delle ricchezze di Napoli era "a' munnezza"? Oggi, paradossalmente, siamo costretti a pagare per trasferirla in altri luoghi che fanno, a nostre spese, affari d'oro. Ma chi ha capito tutto è la criminalità organizzata che controlla il 30% dello smaltimento dei rifiuti solidi e speciali che si traduce in un affare di 15mila miliardi annui delle vecchie lire. Sarà anche per questo che il problema non si risolve in Campania?

Quanti posti di lavoro e quanto si risparmierebbe in salute ed ambiente se si riuscisse a coniugare una seria raccolta differenziata con una riconversione dei rifiuti in materiali ed oggetti utili? Se imparassimo, dalla natura, a "chiudere il cerchio"?

                                                                                         Aldo Bifulco

 

 Felice: Un capitolo di storia di Scampia

" L'uomo non è dotato di una saggezza maggiore di quella degli altri esseri, per molti numeri egli è superato da molti e anche da quelli che sono irrilevanti per la loro esigua corporeità: ma l'uomo è incorso in una sorte migliore avendo avuto il dono della mano." (Giordano Bruno).

Il richiamo  di Felice, non solo nei murales, a questo inestimabile dono avuto dall'uomo era ricorrente: rappresentava il simbolo della sua caparbia azione didattica ed il segno del suo progetto pedagogico, non sempre compreso, talvolta tollerato.

E la mano, la sua mano "color alabastro", è stato il punto di convergenza degli sguardi silenziosi e commossi di tanti che sono accorsi da ogni parte della città per riscaldare quella fredda stanza del Monaldi. Sembrava pronta ad afferrare il pennello per lanciare un altro messaggio di denuncia e di indignazione, ma anche di pace, compassione e tenerezza. Anche alla fine ci ha saputo dare una lezione di semplicità e sobrietà: "se n'è andato col suo gilet dalle mille tasche, con la pipa, il righello, le penne e....le buste di plastica ben piegate, sempre pronte per ogni evenienza". E poi con i piedi scalzi, perchè amava saggiare il calore diretto della madre terra ( forse come il suo amico Nuvola Rossa). E con poche margherite di campo (quelle dei suoi disegni); le stesse che pare abbiano accompagnata la nuvola delle sue ceneri che si è distesa nell'orizzonte aperto di S.Vito dei Normanni.

Felice "era uno di noi" ci dicevamo nella Comunità di base, direi che era "prima di noi". L'abbiamo incontrato per la prima volta nel campo Arar di Poggioreale perchè la sua baracca confinava con quella delle Piccole sorelle (con l'indomabile p.sorella Maura, operaia della Cirio) dove talvolta ci recavamo per pregare in un contesto di esclusione. Mentre noi balbettavamo i temi rivoluzionari di cui è intriso il Vangelo, lui già li incarnava nella dura concretezza della storia. Una condivisione praticata, non proclamata. Una condivisione vissuta sempre con radicalità e gratuità assoluta.

Abbiamo ritrovato Felice a Scampia ed è diventato compagno e fratello di tante iniziative. La "Gru", anche il nome dato al Circolo di Legambiente è frutto di una sua intuizione, mentre parecchi di noi, stretti intorno al tavolo del Gridas, spremevamo, invano, le meningi per trovare un'idea originale.

Franco, storico compagno del Gridas, quel giorno, mentre mi stringeva per tentare di controllare ed attenuare la morsa del dolore esclamava:"Correva, correva troppo Felice". Il cavallo alato galoppante che compariva in alcuni murales: non si riusciva a seguirlo nella sua fertile progettualità, nella sua energica operosità, nelle sua estrema coerenza. Anche noi, come Nino Lisi, abbiamo avvertito, tante volte, "un muto rimprovero", subito mitigato dalla dolcezza del suo sorriso e dalla generosità con cui si immergeva in ogni situazione.

Tutti in ritardo nei suoi confronti, anche e soprattutto le Istituzioni. Gli farei un torto se non ricordassi la solitudine dell'ultimo periodo. La sofferenza per alcuni progetti franati, le numerose beffe subite, l'assenza di ascolto del suo grido profetico. Succede spesso così!

Non riesco, comunque, a sopportare chi parla di Scampia come di un quartiere senza storia. Per quanto tormentata e contraddittoria c'è sempre una storia. Le pagine più belle e significative le ha scritte proprio lui. Felice rappresenta il capitolo più importante della storia di Scampia, perchè ha dato una connotazione originale a questo territorio, lo ha fatto conoscere per una dimensione diversa dalla rappresentazione abituale che si è diffusa in strati di popolazione sempre più vasti.

La sua arte sarebbe stata una "grande risorsa" per il quartiere; è mancata la consapevolezza istituzionale e popolare. Sono rimasto fortemente sorpreso - quel giorno - nel vedere le lacrime copiose e sincere di tanti giovani. Il mio pessimismo si è addolcito e mi sono ricordato di un pensiero letto su una rivista: "Se non ci sono stati i frutti è valsa la bellezza dei fiori. Se non ci sono stati i fiori è valsa l'ombra delle foglie. Se non ci sono state le foglie è valsa l'intenzione del seme".

Per la verità nel mese di marzo Felice avrebbe dovuto realizzare un mosaico, commissionato dal Comune di Napoli (era ora!), sulle mura del campo di calcio costruito a Scampia....e poi ad aprile nascerà il nipotino, ma Felice, ancora una volta ha corso troppo, ha anticipato gli eventi ed è volato via con la sua "anima leggera".

Alla marcia della Pace del 20 marzo, uno spezzone del movimento, quello della città di Napoli, rumoroso e motivato, era dietro lo striscione "Il rullante di Felice continua a scandire i ritmi delle lotte per la libertà".

In questo periodo il Gridas è frequentato da tante persone che vogliono perseguire con tenacia, a partire dalla organizzazione della memoria di Felice, gli obiettivi di animazione culturale e sociale che lo caratterizzavano.

E poi mi piace ricordare  il foglietto che un ragazzo dell'"Oasi giocosa" ha fatto trovare sul cancello del Gridas " Felice, ora che stai lassù, non far piovere alla prossima sfilata del Carnevale"

Mi sembrano forti segnali di speranza, una volontà di continuare.

Ancora una volta aveva ragione lui quando chiudeva un libro con la frase di Ernesto Cardenal:

"L'artista è stato sempre completamente integrato nella società: ma non nella società del suo tempo, in quella del futuro. L'artista , il poeta, il dotto e il santo sono membri della società del futuro, di quella società che già esiste sul  pianeta come un seme, un seme forse disperso in piccoli gruppi e nei singoli, qua e là; indipendentemente dalle ripartizioni della geografia politica."

                                                                                     Aldo Bifulco

 Fame di legalità.

L’intervista ad Annarita Sanges era stata organizzata un po’ di tempo fa. Ma per una pura coincidenza (ahimé, non felice!) risulta straordinariamente attuale per il nostro quartiere.

La mattanza che sta caratterizzando Scampia è solo l’anello più largo di una spirale di violenza ampiamente diffusa su tutto il territorio di Napoli e Provincia. “Abbiamo bisogno di legalità”: questo è il grido che la gente ha rivolto, tra la rabbia e il terrore, al Presidente della Repubblica quando è venuto a Napoli.

Ma la criminalità trova il suo humus nell’illegalità accettata e praticata nel quotidiano della gente e, soprattutto, nella ridda di norme fatte ad personam o che, sostanzialmente, promuovono l’abusivismo e la frode.

Non mi sento di condividere la pratica dell’esproprio proletario, anche se appare giusta la rivendicazione di una maggiore equità sociale e di prezzi più adeguati alla condizione della povera gente, ma rimango, ancorpiù, fortemente disorientato quando dai palazzi istituzionali, partono le giustificazioni all’evasione fiscale proprio per quelle categorie che, nel tempo, hanno accumulato ricchezze e proprietà.

Smorzo il turbinio di riflessioni e pensieri e lascio il passo ad Annarita, laureanda in giurisprudenza.

Alla luce di ciò che succede nel paese e dei cruenti fatti di cronaca che flagellano il nostro quartiere sembra ingenuo parlare di legalità. Ma abbiamo “fame di legalità”. Qual è il tuo pensiero?

La questione va posta in maniera diversa, perché il fatto che io e molti altri abbiamo “fame di legalità” è cosa ovvia, ma la domanda da porsi è: abbiamo tutti tale bisogno? C’è gente che con la legalità non ci “campa” e anzi, lì dove ci fosse legalità avrebbe “fame” sul serio. Quindi il problema è strutturale. Finchè non si creano alternative alla criminalità non potremo mai combatterla. L’unica soluzione è creare SCELTE! E il cammino è lungo e tortuoso…..

La legalità non è il rigido legalismo che mortifica l’intelligenza umana. “Il sabato è stato fatto in funzione dell’uomo, non l’uomo in funzione del sabato”Mc.2,27-28

La legge non necessariamente deve “inaridire il cuore”. Può anche convivere  con la poesia.

Allora regalaci una tua poesia.

Premetto che per me la scelta di studiare Legge è stata dettata dalla voglia di Giustizia. Ed è per questo che ho deciso di correre il rischio di diventare “arida”!

                                                    ‘Stu sole niro

                                Te vulesse vedè pe’ na vota senza sangue e dolore.

                                Città mia, cu l’anima addò chioveno lacrime

                                mentre fora ‘o sole t’abbrucia.

                                Te vulesse vedè scetà p’a collera.

                                Me vulesse nfonnere cu ‘stu mare amaro.

                                Vulesse vedè appicciato ‘stu Vesuvio

                                ca ci stuta cu nu silenzio chino ‘e rimprovero.

                                Me vulesse levà a cuollo ‘o sguardo ‘e chi guarda a luntano,

                                ca tu saje comm’ fa male.

                               Te voglio vedè rirere e alluccà!

                               E si me dice ca n un è cosa,

                               nun me importa….

                               Io nun rinuncio a sperà.  

La tua presenza nel quartiere si è alquanto diradata. Qual è il motivo?

Non ho scuse per questo, nonostante sia stata davvero impegnata. Però il fatto di non partecipare più alle varie manifestazioni non mi impedisce di continuare a viverlo questo quartiere…e ancora senza voglia di scappare.

Il tono di Annarita contrasta con qualche segnale di rassegnazione e di abbandono sfuggiti dai luoghi dove dovrebbe, invece, essere organizzata la speranza e la resistenza.

Su sollecitazione del filosofo Aldo Masullo, gli intellettuali napoletani hanno stilato il manifesto “SALVARE  NAPOLI” (…chissà se l’ha firmato anche il Rettore dell’Università Prof.Guido Trombetti!).

Per nutrire la gente di legalità assieme al lavoro ci vuole cultura.

Scampia è da tempo crogiuolo di iniziative interessanti (ma per pochi!). Attualmente ogni mercoledì al Gridas è attivo un Cineforum singolare, l’Ulten-Auser ha predisposto un nutrito programma di laboratori e seminari….e altro ancora.

Occorre solo rompere il filo spinato della paura, della pigrizia e dell’autoreferenzialità…ed incontrarsi.

                                                                                          Aldo Bifulco

 

 Quale Filosofia?

Tra Via Monterosa e Viale della Resistenza ho trascorso gran parte della mia esistenza. Sono un testimone viscerale delle vicende di Scampia, eppure quella sponda del Quartiere, l’altro polo antico su cui esso si è andato sviluppando mi risulta piuttosto estraneo, parlo del Rione Don Guanella che ha assunto il nome dall’Opera Don Guanella che ne rappresenta sostanzialmente il cardine, il cuore pulsante. Esso si va strutturando attorno a questo Istituto nel 1963 ed attualmente appartiene per ¼ a Miano ( fino all’is.19) e per ¾  a Scampia ( questa seconda parte sarà realizzata qualche anno dopo). A maggior ragione, perciò, avverto la forte necessità di parlare con un giovane abitante di questa realtà.

Ciro Corona è stato definito da un mio amico che è stato anche suo docente,quando frequentava l’IPSIA di Miano, “un frutto nobile di Scampia”. Concordo pienamente.

1)     Ciro, come si vive nel Rione Don Guanella? Qual è il ruolo dei giovani in questa realtà?

 Il Rione Don Guanella è parte integrante di Scampia, ne condivide disastri, tragedie, paure….i tanti giovani preferiscono purtroppo non frequentare il quartiere. C’è chi sceglie il “purgatorio” e chi come noi preferisce lottare per cercare di spegnere le fiamme dell’”inferno di Scampia”.

2)     Sei impegnato con la cooperativa “Irene”. Di che si tratta? Ha un futuro la “cooperazione sociale”?

La cooperativa “Irene-onlus” ha come progetto principale una casa-famiglia per i “minori a rischio” e lavora per il recupero, la rieducazione e la formazione di tali minori. La cooperazione sociale potrebbe diventare la linfa del futuro e una modalità lavorativa coinvolgente e realizzante. Ma occorrono scelte politiche orientate in una direzione completamente diversa da quella attuale che penalizza la cooperazione e la spinge in un angolo completamente residuale. Bisognerebbe, invece, mettere in atto strategie di formazione ed investire risorse economiche per incoraggiare ed avviare esperienze cooperativistiche.

3)     Ti sei diplomato come “elettrotecnico” all’IPSIA di Miano.

Mi incuriosice la tua scelta universitaria. Come è nata questa passione per la Filosofia?

La scelta di studiare Filosofia nasce dall’esigenza di trovare risposte alle domande essenziali della vita, di individuare motivazioni forti ed intime alle questioni esistenziali di carattere generale ma anche di imparare ad affrontare la quotidianità con consapevolezza e responsabilità, nella certezza che” la libertà di coscienza”  rappresenti il bene più prezioso dell’essere umano. Ma, nel mio caso, anche dalla voglia di riscatto culturale, di fronte ai pregiudizi che si nutrono nei confronti di chi proviene da una periferia degradata e possiede un curriculum scolastico di tipo essenzialmente tecnico-professionale.

 

Sembra che il Ministro Moratti voglia venire incontro alle esigenze espresse dai giovani come Ciro, inserendo (come sembra dalla sua ipotesi di riforma della Scuola superiore) la Filosofia all’interno delle scuole di ogni ordine e grado. Ma sarà proprio così?

Anche su “Fuga di notizie” si è aperto un certo dibattito sull’importanza della Filosofia.

Pur non avendo competenza in materia voglio sollevare qualche interrogativo.

Insegno da più di vent’anni in un Liceo scientifico, ma quasi mai ho sentito parlare di filosofia della scienza. E, poi, studiare filosofia è solo un esercizio di logica, una spinta alla riflessione oppure un tentativo di sistematizzare un quadro di valori  di riferimento per un determinato tipo di società? Esiste la Filosofia o esistono  le Filosofie?

Anche Fratel Arturo Paoli, nel suo intervento a Scampia ( un evento per il nostro quartiere ), si è soffermato sui temi filosofici. Ha puntato il dito sulla filosofia greca che è alla base della cultura dell’Occidente ed anche di una certa teologia. L’aggressività, l’egoismo e la violenza della nostra società, secondo il suo parere, hanno anche origine da questo sistema di pensiero eccessivamente sbilanciato sull’essere, sull’individuo, sull’astrazione.

Noi siamo “società”, noi siamo responsabili di ogni avvenimento che accade sulla terra: la miseria, la guerra ci riguardano sempre.

Sullo scenario culturale bisogna annunciare una grande speranza, avanza una nuova visione antropologica, dove l’etica della responsabilità acquista una funzione predominante  e l’”altro” indesiderato, l’”altro asimmetrico” ci potrà liberare dal nostro “io narcisista”.

Quando sentiremo parlare nei luoghi che contano della “filosofia dell’alterità” di Lévinas?

Ho l’impressione che non faccia parte dei programmi della Moratti.

                                                                                    Aldo Bifulco                                                                                                 

 

 

 

 

 

arte della mia esistenza. Sono un testimone viscerale delle vicende di Scampia, eppure quella sponda del Quartiere, l’altro polo antico su cui esso si è andato sviluppando mi risulta piuttosto estraneo, parlo del Rione Don Guanella che ha assunto il nome dall’Opera Don Guanella che ne rappresenta sostanzialmente il cardine, il cuore pulsante. Esso si va strutturando attorno a questo Istituto nel 1963 ed attualmente appartiene per ¼ a Miano ( fino all’is.19) e per ¾  a Scampia ( questa seconda parte sarà realizzata qualche anno dopo). A maggior ragione, perciò, avverto la forte necessità di parlare con un giovane abitante di questa realtà.

Ciro Corona è stato definito da un mio amico che è stato anche suo docente,quando frequentava l’IPSIA di Miano, “un frutto nobile di Scampia”. Concordo pienamente.

1)     Ciro, come si vive nel Rione Don Guanella? Qual è il ruolo dei giovani in questa realtà?

 Il Rione Don Guanella è parte integrante di Scampia, ne condivide disastri, tragedie, paure….i tanti giovani preferiscono purtroppo non frequentare il quartiere. C’è chi sceglie il “purgatorio” e chi come noi preferisce lottare per cercare di spegnere le fiamme dell’”inferno di Scampia”.

2)     Sei impegnato con la cooperativa “Irene”. Di che si tratta? Ha un futuro la “cooperazione sociale”?

La cooperativa “Irene-onlus” ha come progetto principale una casa-famiglia per i “minori a rischio” e lavora per il recupero, la rieducazione e la formazione di tali minori. La cooperazione sociale potrebbe diventare la linfa del futuro e una modalità lavorativa coinvolgente e realizzante. Ma occorrono scelte politiche orientate in una direzione completamente diversa da quella attuale che penalizza la cooperazione e la spinge in un angolo completamente residuale. Bisognerebbe, invece, mettere in atto strategie di formazione ed investire risorse economiche per incoraggiare ed avviare esperienze cooperativistiche.

3)     Ti sei diplomato come “elettrotecnico” all’IPSIA di Miano.

Mi incuriosice la tua scelta universitaria. Come è nata questa passione per la Filosofia?

La scelta di studiare Filosofia nasce dall’esigenza di trovare risposte alle domande essenziali della vita, di individuare motivazioni forti ed intime alle questioni esistenziali di carattere generale ma anche di imparare ad affrontare la quotidianità con consapevolezza e responsabilità, nella certezza che” la libertà di coscienza”  rappresenti il bene più prezioso dell’essere umano. Ma, nel mio caso, anche dalla voglia di riscatto culturale, di fronte ai pregiudizi che si nutrono nei confronti di chi proviene da una periferia degradata e possiede un curriculum scolastico di tipo essenzialmente tecnico-professionale.

 

Sembra che il Ministro Moratti voglia venire incontro alle esigenze espresse dai giovani come Ciro, inserendo (come sembra dalla sua ipotesi di riforma della Scuola superiore) la Filosofia all’interno delle scuole di ogni ordine e grado. Ma sarà proprio così?

Anche su “Fuga di notizie” si è aperto un certo dibattito sull’importanza della Filosofia.

Pur non avendo competenza in materia voglio sollevare qualche interrogativo.

Insegno da più di vent’anni in un Liceo scientifico, ma quasi mai ho sentito parlare di filosofia della scienza. E, poi, studiare filosofia è solo un esercizio di logica, una spinta alla riflessione oppure un tentativo di sistematizzare un quadro di valori  di riferimento per un determinato tipo di società? Esiste la Filosofia o esistono  le Filosofie?

Anche Fratel Arturo Paoli, nel suo intervento a Scampia ( un evento per il nostro quartiere ), si è soffermato sui temi filosofici. Ha puntato il dito sulla filosofia greca che è alla base della cultura dell’Occidente ed anche di una certa teologia. L’aggressività, l’egoismo e la violenza della nostra società, secondo il suo L’ANGOLO  della  GRU: Quale Filosofia?

Tra Via Monterosa e Viale della Resistenza ho trascorso gran pparere, hanno anche origine da questo sistema di pensiero eccessivamente sbilanciato sull’essere, sull’individuo, sull’astrazione.

Noi siamo “società”, noi siamo responsabili di ogni avvenimento che accade sulla terra: la miseria, la guerra ci riguardano sempre.

Sullo scenario culturale bisogna annunciare una grande speranza, avanza una nuova visione antropologica, dove l’etica della responsabilità acquista una funzione predominante  e l’”altro” indesiderato, l’”altro asimmetrico” ci potrà liberare dal nostro “io narcisista”.

Quando sentiremo parlare nei luoghi che contano della “filosofia dell’alterità” di Lévinas?

Ho l’impressione che non faccia parte dei programmi della Moratti.

                                              Aldo Bifulco