
Woodstock di Dio? Il Giubileo dei giovani e il rischio dell’illusione collettiva.Roma, agosto 2025.
Rocco Femia
opnSsodertuuhae25 g8g0c43 51g:mto0o6gg7a13 h8artesil 3l2161o · Più di un milione di giovani si sono riversati nella piana infinita di Tor Vergata per incontrare Papa Leone XIV. Una folla immensa, un entusiasmo autentico, una logistica impeccabile, un’energia che sembra sfidare il disincanto del nostro tempo. Eppure – lasciatemelo dire – anche questa volta mi porto via un dubbio antico: che cosa resta davvero?Ho vissuto tante Giornate Mondiali della Gioventù. Ricordo quella indimenticabile di Buenos Aires con Giovanni Paolo II, dopo la prima celebrata a Roma. Ero giovane anche io, era tanto tempo fa, e avevo fede nel fatto che la Chiesa potesse, con questi raduni, cambiare la storia. Portare Cristo nel cuore delle nuove generazioni. Vedere, sentire, sperare. Ma oggi, da cristiano più inquieto e da giornalista meno ingenuo, mi interrogo con forza: che cosa muovono davvero questi grandi eventi? Cosa resta una settimana dopo, un mese dopo, un anno dopo?Siamo ancora qui, in una Chiesa che raduna milioni di giovani per pochi giorni, ma fatica a generare cammini di vita vera. Una Chiesa che sa riempire le spianate, ma non sempre accende comunità capaci di accogliere, ascoltare, cambiare insieme. Una Chiesa che parla di pace, ma non smuove i governi che fanno la guerra. Che commuove, ma raramente converte. Perché non è riempiendo parrocchie che si misura la forza del Vangelo, ma nella capacità di generare vite sovversive, coraggiose, autentiche. E su questo, il divario tra l’entusiasmo collettivo e la trasformazione quotidiana è ancora troppo ampio.Questi giovani che gridano “siamo qui!” con la forza dell’età e della fede – chi sono davvero? Rappresentano le mentalità del loro tempo, o sono una minoranza esaltata, benintenzionata ma poco incisiva? Possono davvero cambiare la logica violenta, consumista, ipocrita del nostro mondo? E soprattutto: quanto questi eventi rispondono alla sete di Vangelo e quanto, invece, ne replicano solo le forme, gli slogan, l’apparato?Non voglio essere ingiusto. C’è un cuore pulsante di generosità, di ricerca, di bellezza. Lo si vede nei canti, negli abbracci, nelle lacrime. Ma questo cuore finisce stritolato tra due illusioni: da una parte l’idea che basti “esserci” per cambiare; dall’altra quella che basti la macchina organizzativa per convertire.No, non basta.Anzi, il rischio è che tutto questo sia – mi si perdoni l’irriverenza – una Woodstock cattolica. Un’orgia collettiva di emozioni religiose, che lascia un vuoto maggiore di quello che pretendeva di colmare. E in tutto questo, un Papa canonico, ordinato, che richiama all’obbedienza più che alla rivoluzione evangelica, non riesce ad aprire davvero nuove strade. Parla, ma non sorprende. Benedice, ma non inquieta. È lì, eppure sembra assente alla domanda più radicale del Vangelo: «Vuoi davvero cambiare?». Anche quando risponde alle domande dei giovani – sull’amicizia vera, sul coraggio di scegliere, sul modo concreto di incontrare Cristo – le sue parole, pur sincere e talvolta toccanti, restano chiuse dentro la liturgia dell’atteso. Non scuotono. Non rompono. Non aprono brecce. Come se l’istinto di proteggere la forma avesse ancora la meglio sulla necessità di cambiare il corso.Forse mi sbaglio, ma preferisco condividervi quello che sento.E poi devo dire che, in mezzo a quel milione di giovani, ho riconosciuto anche tanti volti noti. Ragazzi e ragazze che vivono in mondi ovattati, dove non manca nulla: figli del nostro Occidente benestante, più esperti di filtri Instagram che di Vangelo, più pronti a documentare l’emozione che a viverla fino in fondo. Giovani cresciuti tra comfort e immagini, dove il senso viene spesso sostituito dall’effimero, la profondità dall’apparenza. E allora mi chiedo: cosa resta, il giorno dopo, di questo bagno di speranza? Cosa succede quando tornano nelle loro stanze ordinate, negli schermi infiniti, nei like istantanei? Quella luce che sembrava vera, resterà accesa?Tra quelle voci, ne ho ascoltate due che non riesco a dimenticare. La prima è quella di Pilar, una ragazza sudamericana che ha parlato con forza, senza retorica. Ha detto che la Chiesa, se volesse, potrebbe denunciare con chiarezza le ingiustizie dei poteri economici e politici che opprimono i più deboli nei suoi Paesi. Non ha nulla da perdere, ha aggiunto, e tutto da guadagnare. Ma resta spesso prudente, se non muta, come se avesse ancora paura di perdere qualcosa: consensi, equilibri, privilegi. La sua era una voce che chiedeva giustizia, non soltanto misericordia.Poco più distante da lei, una ragazza romana, che ieri sera ha preso la parola durante la veglia con una naturalezza spiazzante. Figlia di una famiglia benestante, cresciuta tra scuole d’élite e viaggi europei, ha raccontato con leggerezza il suo percorso di fede. Eppure, nel suo sguardo, nel tono sereno con cui parlava di Dio, si percepiva una distanza profonda dal dramma degli esclusi. Mi è tornata in mente l’immagine del ricco e del povero, del protetto e del precario. E in quella distanza mai davvero colmata, forse, si gioca oggi la vera rivoluzione evangelica – o il suo fallimento.Forse è tempo di smettere di attendere, ogni volta, un Papa che cambi la storia. L’abbiamo sperato, con cuore sincero. Abbiamo anche sognato un nome, Giuseppe, capace di scardinare gli automatismi del potere e restituire al Vangelo la sua forza sovversiva. Quel sogno resta, ma non si è realizzato. E forse ora tocca a noi. Non sarà un discorso a cambiare il mondo. Né un raduno, né una messa oceanica, né una benedizione pronunciata dall’alto. Il cambiamento, se verrà, nascerà da vite spezzate e fedeli, da relazioni disarmate, da una fede che non cerca riflettori ma si sporca le mani ogni giorno. Verrà da chi smette di aspettare segni straordinari e comincia a vivere il Vangelo come insurrezione quotidiana contro la paura, contro l’odio, contro l’egoismo.Non c’è niente di più rivoluzionario.E niente di più necessario.















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





Commenti recenti