
Gustavo Gutiérrez, il sorvegliato speciale rimasto sempre fedele alla Chiesa
Claudia Fanti 26/10/2024, 15:55
Tratto da: Adista Notizie n° 38 del 02/11/2024
42028 LIMA-ADISTA. Il suo nome resterà per sempre legato alla Teologia della Liberazione, la riflessione – nata dalla prassi e tradottasi in azione trasformatrice della realtà – che ha fatto dell’opzione per i poveri (e, come avrebbe aggiunto Pedro Casaldáliga, per i loro processi) il suo centro indiscusso, interpretando la storia dal punto di vista degli oppressi. Di tale rivoluzionario cammino teologico il domenicano peruviano Gustavo Gutiérrez, scomparso il 22 ottobre scorso a Lima all’età di 96 anni, è stato infatti considerato sempre il padre fondatore (per quanto la TdL sia in realtà frutto di un processo collettivo): è stato il suo libro Teologia della liberazione, pubblicato nel 1971, a consacrare l’affermazione della nuova riflessione teologica.
Di fronte alla povertà come fenomeno di massa, e sotto la pressante domanda su come fosse possibile parlare ai poveri dell’amore di Dio per loro – per coloro, cioè, la cui vita quotidiana risulta precisamente la negazione dell’amore –, Gutiérrez ha avuto il merito di indicare tale opzione, nelle sue diverse dimensioni (evangelizzatrice, teologica, spirituale), come il tentativo di risposta della Chiesa alla sfida che la povertà rappresenta per l’annuncio della fede. Una povertà intesa, in ultima istanza, come «morte prematura e morte ingiusta», ma anche, più in generale, come insignificanza, non solo dunque nella sua accezione economica, ma in tutte le sue molteplici dimensioni, da quella etnica a quella di genere. E, soprattutto, una povertà considerata non come una fatalità, ma come frutto di strutture sociali ed economiche e di categorie mentali e culturali: «Non è un destino, ma una condizione; non è una disgrazia, ma un’ingiustizia». Non qualcosa di riconducibile alla volontà di Dio – anzi contraria al suo piano –, ma una costruzione esclusivamente e interamente umana, la conseguenza di un sistema ingiusto e oppressivo a cui rispondere non con la semplice disponibilità ad aiutare i poveri, bensì con una prassi sociale liberatrice. «È bene dare un tetto a chi non lo ha, ma è più importante affrontare le cause che hanno prodotto i senza-tetto», affermava non a caso il teologo, in contraddizione con la linea di una Chiesa che, se in tutta la sua storia si era sempre occupata dei poveri, lo aveva fatto tuttavia considerandoli più come oggetti di servizi assistenziali che come soggetti di diritti (al punto che il card. Aloysio Lorscheider avrebbe confessato amaramente a Leonardo Boff che a Roma non si potevano utilizzare le parole “liberazione” e “poveri” perché irritavano le autorità curiali).
Una “Chiesa di classe”
La stessa Chiesa che non aveva esitato a dichiarare guerra alla nuova teologia, come indicava nel 1984 l’Istruzione su alcuni aspetti della Teologia della Liberazione (Libertatis nuntius) firmata dall’allora card. Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale puntava il dito contro quella che individuava come una pericolosa ideologizzazione della fede cristiana, ricondotta a un’assunzione acritica dell’analisi marxista all’interno del discorso teologico e tradottasi in particolare nella visione di una Iglesia popular intesa come “Chiesa di classe” in antagonismo con la Chiesa ufficiale e gerarchica.
Ed era proprio nel ricorso agli strumenti marxisti dell’analisi sociale ed economica del capitalismo che veniva individuata la radice di un’interpretazione della fede cristiana «che si discosta gravemente dalla fede della Chiesa, anzi ne costituisce la negazione pratica», tale da comportare «un pericoloso amalgama fra il povero dello Scrittura e il proletario di Marx; la sostituzione dell’ortoprassi all’ortodossia; l’affermazione della necessità della violenza rivoluzionaria per il rovesciamento delle strutture generatrici di ingiustizia; l’assorbimento del Regno di Dio nell’immanenza della storia umana».
Quell’opzione per i poveri Gutiérrez l’ha portata avanti a lungo in modo dirompente, prima di assumere, con il passare degli anni, e sotto l’assedio costante delle autorità ecclesiastiche, accenti più morbidi: «Pensare la fede a partire dal povero non è l’unica maniera, è una maniera. La prospettiva del povero è sommamente importante, ma è una prospettiva», dichiarava per esempio in una conferenza tenuta nel 2003. Era lo slittamento verso la concezione fortemente addomesticata di un’opzione per i poveri solo “preferenziale” – assunta dalla stessa Chiesa istituzionale – quanto mai lontana dall’impostazione originaria della Teologia della Liberazione, che lungi dal confondere l’opzione per i poveri con una semplice preferenza di Dio verso i piccoli e i deboli, la riconduceva al campo della giustizia, dove, come scriveva José María Vigil in un articolo pubblicato da Éxodo nel febbraio del 2004, Dio è necessariamente radicale e inflessibilmente parziale.
Autore di più di 20 libri e insignito di innumerevoli riconoscimenti per il suo contributo accademico e sociale – davvero incalcolabile – a favore degli oppressi del Perù e dell’America Latina, Gutiérrez è rimasto del resto sempre fedele alla sua Chiesa: oggetto di investigazione dottrinale già nel 1983, chiamato due volte in Vaticano e avversato da quasi tutto l’episcopato del suo Paese, non ha mai voluto arrivare alla rottura – diversamente da quanto hanno finito per fare altri esponenti della Tdl –, cercando protezione nell’ordine domenicano, quello di Yves Congar e di Bartolomé de Las Casas.
Accuse e censure
Neppure la pubblicazione, nel 1990, di un’edizione riveduta e corretta, in senso decisamente più ortodosso, del suo storico libro del 1971; il fitto carteggio con la Congregazione per la Dottrina della Fede e le conversazioni con il cardinale di Lima Augusto Vargas Alzamora; la cautela infine mostrata dal teologo riguardo a qualsiasi questione ecclesiologica controversa erano bastati a risparmiargli accuse e censure, soprattutto da parte del potente arcivescovo di Lima Juan Luis Cipriani, primo cardinale dell’Opus Dei, noto per il suo controverso passato in materia di mancata difesa dei diritti umani (come avrebbe attestato il rapporto finale della Commissione di Verità e Riconciliazione sui fatti di violenza avvenuti all’epoca della guerra contro il terrorismo).
Solo nel 2004, in seguito a un non irrilevante percorso di revisione da parte del teologo, la Congregazione per la Dottrina della Fede avrebbe fatto cadere qualsiasi obiezione teologico-pastorale nei confronti della sua opera, dando il nullaosta alla seconda redazione di un articolo (“La Koinonía ecclesiale”) scritto da Gutiérrez su richiesta della Congregazione per «correggere certi abusi pastorali verificatisi a partire da una Teologia della Liberazione male intesa» (la prima redazione dell’articolo non aveva ancora sciolto tutte le perplessità).
Era l’atto conclusivo del lungo “processo di chiarificazione” sui punti ritenuti problematici della sua riflessione, a cominciare dal suo presunto legame con il marxismo. Un legame che, a differenza anche in questo caso di altri esponenti della Tdl – aperti all’analisi marxiana della realtà storica, benché svincolata dai suoi presupposti filosofici atei –, Gutiérrez ha sempre negato con forza, ritenendo anzi la sua opera decisamente contraria al marxismo, in quanto «per Marx il cristianesimo era oppressione» e non, come lui era fermamente convinto, liberazione.
*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza















PROPOSTA DI AZIONE DI RESISTENZA NONVIOLENTA





LA COMUNITA’ SI INCONTRA A MIANELLA
INCONTRI GENERALI 2024 – 2025








Ho conosciuto Nicola in alcune riunioni della nuova sinistra napoletana, presente, attivo e sempre molto analitico nei suoi interventi. L’ho conosciuto meglio quando si è avvicinato alla nostra Comunità seguendoci nelle discussioni e nelle iniziative, forse incuriosito anche da questa esperienza singolare di una spiritualità laica. Nicola è stato sicuramente un compagno di vasta cultura e,spesso, lo evidenziavano i suoi lunghissimi, chilometrici commenti sui social (con soventi nostre insofferenze) che spaziavano dalla politica all’arte, dalla storia allo sport, al costume, sempre con competenza e personale partecipazione. A me Nicola è sembrato spesso una persona di altri tempi, in senso positivo, rispetto al cinismo, disumanita’, carrierismo che caratterizza questo nostro tempo. Lui, invece, con la sua gentilezza, generosità, il lavoro di avvocatura al servizio degli ultimi, un aspetto quasi di innocenza fanciullesca. L’impegno per la causa del popolo sahavariano lo ha visto lavorare fino agli ultimi giorni di vita. Adesso, caro Nicola, continueremo ad ascoltarti, stavolta nell’essenza del silenzio, e forse apprezzerete di più la tua voglia di comunicare. Riposa in pace!











































































































































“Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle – Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti“.Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.
















SABATO 24 FEBBRAIO 2024







accogliere gli altri profughi che arrivano a noi scappando da altre guerre, fame e lager di tortura. Questa crisi sta mettendo in luce come questa Europa non è capace di progettare il suo ruolo geo-politico in un mondo dove tutti siamo sulla stessa barca.





di Domenico Pizzuti


“…E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6]”.“…«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].”
«che può essere l’occasione per una transizione positiva, ma che richiede grandi cambiamenti: nel mondo del lavoro, nell’economia, nella nostra stessa organizzazione sociale, nel nostro equilibrio con la natura. Il Papa ha chiesto a noi economisti delle proposte concrete per affrontare queste sfide, che abbiano basi solide ma anche la creatività del Vangelo». La direzione verso cui la commissione post Covid-19 del Vaticano sta lavorando è quella di un modello economico più sostenibile e dell’ecologia integrale, per questo suor Alessandra è coinvolta anche nell’anno di celebrazioni della Laudato si’, l’enciclica sulla custodia del creato di papa Francesco, a cinque anni dalla pubblicazione il 24 maggio 2015. «Questi cinque anni sono stati il periodo della ruminatio», afferma suor Smerilli. «La Laudato si’ è stata accolta subito con entusiasmo, anche in ambienti non cattolici. Sono partite iniziative in tutto il mondo: penso alle famiglie che si sono unite per ridurre i consumi, alle nuove “comunità Laudato si’”, alle università e alle parrocchie che stanno attuando la conversione ecologica e danno spazio a una spiritualità del creato, all’interessante fenomeno dei monasteri a impatto zero, a tante persone non credenti che si sono mosse ispirate dall’enciclica. All’inizio si è trattato di iniziative sporadiche, che poi però sono state messe a sistema da chi, profondamente convinto, si è fatto promotore del cambiamento. L’anno di celebrazione sarà un altro inizio, cui seguiranno sette anni – un numero biblico, non a caso, per far crescere queste pratiche di transizione ecologica e replicarle, fare massa critica e aumentare l’impatto sulla politica e su chi deve prendere decisioni».





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